Film Verdi

Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

OVERBOARD

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/18/2018 - 15:46
 
Titolo Originale: Overboard
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Rob Greenberg
Sceneggiatura: Bob Fisher, Rob Greenberg
Produzione: PANTELION FILMS, 3PAS STUDIOS, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM)
Durata: 112
Interpreti: Eugenio Derbez, Anna Faris, Eva Longoria

Leonardo passa la maggior parte del suo tempo sul suo lussuoso yatch circondato da belle ragazze. Se lo può permettere perché è l’unico figlio maschio di una delle più ricche famiglie messicane. Kate è invece una mamma single con tre figlie di cui prendersi cura, che si sta preparando a un concorso per nursery e nel frattempo barca il lunario con lavori di pulizia. Viene chiamata allo yacht di Leonardo per pulire la moquette ma ha un diverbio proprio con lui che non esita a licenziarla in malo modo, spingendola giù dalla nave. Qualche giorno dopo, Kate viene a sapere che Leonardo è in ospedale, trovato ubriaco sulla spiaggia e incapace di ricordare chi sia. Kate medita una vendetta che le può risultare utile: fa finta di essere sua moglie e lo porta a casa dandogli molti incarichi domestici, in modo che lei abbia il tempo libero necessario per prepararsi all’esame….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo ricco che pensa solo a se stesso, scopre il vero amore e la bellezza della famiglia
Pubblico 
Adolescenti
Presenza di un incontro premaritale senza nudità. Linguaggio a volte esplicito
Giudizio Artistico 
 
Il film risulta ben costruito e ha momenti divertenti, si percepisce poca chimica di coppia fra i due protagonisti, Eugenio Derbez e Anna Faris
Testo Breve:

Un uomo ricco e gaudente, una donna con pochi mezzi e tre figlie da far crescere, si incontrano in condizioni eccezionali. Un bel racconto di conversione ai valori familiari

Il film inizia mostrandoci un uomo e tre belle ragazze che volteggiano divertite fra le onde con le moto d’acqua e poi si dirigono verso un lussuoso yacht. Sembra l’imitazione di quelle immagini che vengono pubblicate su Istagram, di giovani rampolli di famiglie ricchissime (in genere sono russi o arabi) che non sanno più come spendere i soldi e come divertirsi. E’ la giusta introduzione per questo remake dell’omonimo film del 1987 (overboard in inglese, Una coppia alla deriva in italiano) che però gioca a parti invertite: ora è l’uomo colui che è ricco, mentre la povera è lei, con tre figlie a carico (vedova? Divorziata? Non si sa) e un esame da sostenere. Il racconto, pur presentando alcune forzature (lui che cade in acqua e viene colpito da amnesia, lei che inventa una sottile vendetta fingendosi sua moglie), appare, in questa seconda edizione meglio definita nei dettagli e quindi più verosimile. E’ anche più chiaro l’obiettivo che si vuole raggiungere: un sereno film familiare che esalta l’importanza del matrimonio (il film precedente si concludeva con il divorzio) e la gioia di allevare dei figli. L’espediente narrativo della persona che cade in acqua e che si trova in un contesto totalmente differente, che gli è utile a comprende il valore anche di chi ha una vita diversa dalla sua, è stato utilizzato molte volte. In Capitani coraggiosi del 1937 tocca a un ragazzo ricco e viziato cadere in acqua dallo yacht di suo padre e venir salvato da un gruppo di pescatori, un’esperienza che gli consente di comprendere quali siano le semplici cose che contano nella vita. Su tematiche più propriamente familiari, non possiamo dimenticare The Family man (2000) dove uno scapolo impenitente viene portato per magia indietro nel tempo, per capire cosa sarebbe successo se avesse sposato la donna che amava e avesse avuto dei figli.

In effetti, anche in questo secondo Overlord, se saltiamo il tema, un po’ forzato, del modo con cui il ricco Leonardo si trova a rimboccarsi le maniche per mantenere una famiglia di tre figlie, è la sua progressiva conversione la parte più interessante. Non si tratta solo di scoprire il valore di guadagnarsi il pane con le proprie mani ma molto di più: in lui cambia totalmente il modo con cui si rapporta agli altri.  Non sono più dei servi a cui dare degli ordini o disinvoltamente licenziare, o delle donne utili per passare una notte in compagnia, ma è la scoperta di sentirsi debole e dipendente dagli altri: bisognoso di una donna con cui dividere la propria vita e di figli che diventano il motivo della propria esistenza.

Molti critici hanno storto in naso per il modo sfacciato con cui il film ha voluto essere edificante ma è piacevole sapere che ogni tanto si può andare al cinema e uscirne con un po’ più di ottimismo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA TRUFFA DEI LOGAN

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/06/2018 - 10:37
 
Titolo Originale: Logan Lucky
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Rebecca Blunt
Produzione: FINGERPRINT RELEASING, IN ASSOCIAZIONE CON BLEECKER STREET
Durata: 119
Interpreti: Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig, Katie Holmes, Riley Keough, Hilary Swank

Jimmy Logan, una carriera da giocatore di Football stroncata dalla frattura di un ginocchio, si guadagna da vivere lavorando duramente e cerca di mantenere i contatti con l’amata figlia nonostante l’ex moglie, risposata con il ricco padrone di una concessionaria d’auto, minacci di portarla lontano…è a questo punto che Jimmy, con l’aiuto del fratello Clyde (che ha perso un braccio in guerra), della sorella Mellie e dell’esperto di esplosivi Joe Bang mette in piedi una complessa rapina al caveau del circuito Nascar di Charlotte…un piano complesso in cui ognuno ha la sua parte e che ogni imprevisto potrebbe mandare a monte…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In questo film d’intrattenimento, dove non è necessario prendere troppo sul serio il tema della rapina, è coinvolto non è un criminale di professione, ma prima di tutto un padre affettuoso
Pubblico 
Pre-adolescenti
Riferimenti alla droga, linguaggio crudo
Giudizio Artistico 
 
Ottimo ritmo, sorprendenti tutti i protagonisti, un divertimento garantito per uno spaccato ironico del Sud rurale americano.
Testo Breve:

Nel tentativo di uscire da una vita precaria e risollevare le sorti della famiglia, due fratelli decidono, assieme ad altri improbabili complici, di compiere una rapina nello stile Robin Hood. Un altro divertente e scoppiettante lavoro di Steven Soderbergh

Dopo anni dedicati alla tv (sue la serie cult The Knick, la provocatoria The Girlfriend Experience e la miniserie pluripremiata  Behind the Candelabra) Soderbergh torna al cinema con una pellicola che è perfettamente in linea con la sua filmografia, popolata di criminali improbabili, ma geniali (come ai tempi del George Clooney di Out of Sight), sostenuta da colonne sonore pop che scandiscono l’azione, arricchita da camei di lusso (Seth MacFarlane nei panni dell’arrogante proprietario di una squadra di automobilisti, Sebastian Stan in quelli di un pilota salutista) che contribuiscono a creare un intrattenimento non privo di un certo cuore…

Jimmy, infatti, non è un criminale di professione, ma prima di tutto un padre affettuoso e rappresenta la faccia buona e mai risentita di un sogno infranto (quello del miglioramento sociale per meriti sportivi) così come il fratello Clyde porta sul corpo i segni della sua esperienza da militare in una delle tante missioni di guerra di cui non ci si chiede troppo il senso…

Il suo meticoloso piano nasce dall’esperienza e coinvolge complici non troppo intelligenti (i fratelli di Joe Bang), non prevede l’uso di violenza (fateci caso, non si vede mai nemmeno una pistola) e alla fine “non fa male a nessuno”.

Per Soderbergh l’impresa è un virtuosismo criminale da Robin Hood, legittimo in un mondo dove i soldi scorrono a fiumi (o meglio nei tubi pneumatici che sono poi anche il punto debole da cui partono i nostri) e sembra in fondo anche giusto, in un’America di grandi disparità, che Jimmy pareggi un po’ i conti…restando per altro l’uomo che è sempre stato, mosso dall’amore sincero per la figlia, dal legame con quella famiglia imperfetta, ma solida che si allarga anche all’imprevedibile Joe Bang, ottimamente interpretato da Daniel Craig.

Quello di Soderbergh è in fondo un film sulla famiglia che le famiglie potranno apprezzare come intrattenimento di qualità, mentre il pubblico più sofisticato si farà quattro risate anche alle insistite citazioni televisive (vedi la gustosa scena in carcere in cui i prigionieri mettono come condizione alla fine della rivolta l’acquisto degli ultimi volumi della saga de Il Trono di Spade, da cui è tratta una celebre serie tv), senza troppo pensare alla mancanza di antagonisti forti, a parte l’agente FBI Hilary Swank dalle cui puntigliose indagini e Logan (con la loro maledizione) sono salvati (o forse no) dalla benevolenza del caso…

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOLO: A STAR WARS STORY

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/19/2018 - 17:01
 
Titolo Originale: Solo: a Star Wars Story
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: Lawrence Kasdan e Jon Kasdan
Produzione: Lukas Film, Walt Disney Production
Durata: 135
Interpreti: Alden Ehrenreich, Emilia Clarke, Woody Harrelson, Paul Bettany, Thandie Newton

In una galassia lontana lontana…Han, orfano cresciuto nel malfamato pianeta Corelia, riesce a fuggire e cerca di costruirsi una vita seguendo il sogno di diventare pilota. La sua strada incrocia quella di Tobias Beckett, un avventuriero al soldo del sindacato criminale dell’Alba Cremisi, da cui si fa coinvolgere in un audace furto su commissione. Ma le cose si complicano per la banda e Han dovrà dimostrare tutta la sua abilità per cavarsela…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Film di pura evasione, senza specifiche controindicazioni
Pubblico 
Pre-adolescenti
qualche scena di tensione
Giudizio Artistico 
 
Il film non va molto oltre gli onesti stereotipi di un genere avventuroso su cui, superata la meraviglia per le belle sequenze di azione e qualche invenzione visiva, pesa la tendenza al didascalico
Testo Breve:

Questo secondo film sulle origini di Star Wars, da quando la rivisitazione di questa mitologia è nelle mani della Disney, non è all’altezza del primo:Rogue One, e tradisce i suoi fini commerciali

Tecnicamente film come questi nel mondo ormai brandizzato della Disney (che possiede ormai sia il vasto universo Marvel che il franchise di Guerre Stellare) si chiamano origin story, perché raccontano al pubblico come un personaggio noto è diventato quello che conosciamo. In pratica, il Ritratto dell’Eroe da Giovane.

In questo caso Solo è anche parte di un piano commerciale (difficile intenderlo in un altro modo) di espansione delle storie che girano attorno alla guerra tra Jedi e rappresentanti del lato oscuro della forza, iniziato un anno e mezzo fa con il più riuscito Rogue One.

Se allora i personaggi, a parte qualche cameo, erano sconosciuti, solo tangenzialmente coinvolti nelle vicende principali, qui a fare da protagonista è Han Solo, uno dei tre personaggi principali della trilogia , indissolubilmente legato per la prima generazione di spettatori alla faccia da schiaffi di Harrison Ford.

Il difficile compito di portarne i panni guasconi e affascinanti posa sulle spalle di Alden Ehernreich (che in Ave Caesar! dei fratelli Coen era l’amabile cowboy che storpiava ripetutamente le battute di una commedia sofisticata) che tutto sommato fa il suo, senza lasciarsi scappare troppi ghigni sarcastici e, anzi, piegando il personaggio più verso un’ingenua tenerezza romantica, come un bambino avventuroso che provasse la parte del cinico avventuriero che ancora non è.

Ovviamente i punti forti della storia sono quelli in cui la strada di Han finalmente incrocia quella dei suoi futuri compagni di avventure: lo wookie Chewbecca e il giocatore imbroglione Lando Carlissian (il lanciatissimo Donald Glover), primo proprietario della Millenium Falcon.

Vedere Han pilotare la prima volta il suo mezzo tra pozzi gravitazionali e masse di asteroidi fa lo stesso esaltante effetto che vedere Bruce Wayne indossare la maschera da pipistrello.

Peccato che la storia scritta dai Kasdan padre e figlio, ma anche gli altri personaggi di contorno, compresa la “fidanzatina” di Han, Qi’ra, non vadano molto oltre gli onesti stereotipi di un genere avventuroso su cui, superata la meraviglia per le belle sequenze di azione e qualche invenzione visiva, pesa la tendenza al didascalico (alla Disney amano ripetere le cose agli spettatori distratti e quando finalmente dovrebbe arrivare in scena una sorpresa è difficile stupirsi davvero) e la vocazione commerciale dell’operazione (che si spiana la strada per altri lucrativi sequel).

Nel finale la vicenda tenta anche di prendere una piega “politica”, con la lotta appena intrapresa di un nucleo di coraggiosi contro la forza combinata di imperiali e di malvagie multinazionali del crimine, ma l’operazione di critica sociale suona francamente un po’ forzata. 

Non un film senz’anima o invenzione, quindi, ma di certo meno ispirato e sorprendente di Rogue One (che aveva il coraggio di un finale tragico ed eroico). La sensazione, fatto il bilancio di quattro pellicole (due della linea principale e due indipendenti) è che la “nuova proprietà” stia facendo con Star Wars un lavoro meno interessante che con la Marvel, trattando un universo narrativo più come un pozzo di petrolio da sfruttare che con il rispetto dovuto a una mitologia “sacra” per milioni di spettatori. Una mancanza di scrupoli degna del Lato oscuro della Forza….

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AVENGERS INFINITY WAR

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/27/2018 - 14:36
 
Titolo Originale: Avengers Infinity War
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Anthony Russo, Joe Russo
Sceneggiatura: Christopher Markus, Stephen McFeely
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 149
Interpreti: Robert Downey Jr, Benedict Cumberbatch, Chris Hemsworth, Chris Evans, Josh Brolin, Scarlett Johansson, Chris Pratt, Tom Holland, Zoe Saldana, Mark Ruffalo, Tom Hiddleston, Paul Bettany, Elizabeth Olsen, Chadwick Boseman, Sebastian Stan

La terra è sotto l’attacco del titano Thanos, che vuole impossessarsi di tutte le gemme dell’infinito per spazzare via metà della popolazione dell’universo. Per combatterlo, dalle lande del Wakanda agli estremi dello spazio, si uniscono i “vecchi” Avengers, i Guardiani della Galassia e anche alcune nuove conoscenze. Ma la lotta sembra impari…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non tutti gli Avengers sono degli eroi puri ma tutti combattono contro il potente cattivo
Pubblico 
Pre-adolescenti
qualche scena di tensione.
Giudizio Artistico 
 
Anche se c’è il rischio di perdersi nella conta dei supereroi e qualche volta la battuta arguta a tutti i costi rovina un po’ l’effetto dei momenti più drammatici e finanche tragici, l’ultimo Avengers mantiene la promessa di un grande intrattenimento spettacolare
Testo Breve:

La terra è sotto l’attacco di un titano che vuole spazzare via metà della popolazione. Per combatterlo, si uniscono tutti gli Avengers. Il film riesce nella difficile impresa di non crollare sotto il peso stesso delle sue premesse e fornire un grande spettacolo

Più ambizioso del primo Avengers (che pure all’epoca era sembrato il punto più alto della costruzione di un grandioso universo superomistico disteso su vari anni), Infiniy War  non è semplicemente un’enciclopedia dei supereroi, anche  se l’elenco pur parziale del cast dà un’idea di cosa deve essere stata la realizzazione di questa pellicola che è solo la prima metà di un dittico.

L’ultima fatica dei fratelli Russo (che di guerre tra esseri superiori si erano già validamente occupati in Captain America Civil War) riesce nella difficile impresa di non crollare sotto il peso stesso delle sue premesse, anche se accusa un po’ di fatica soprattutto nella prima parte dove gli autori schierano le loro carte e “squadre” nei più disparati punti dell’universo, ma lo spettatore fatica un po’ a richiamare alla mente i sospesi dei vari eroi.

Senza addentrarsi troppo nella trama (il rischio spoiler è altissimo, date le attese, non tradite, di morti eccellenti), va detto che il film vanta un cattivo di ottima caratura, che persegue un piano tremendo e razionale, con voluti e inevitabili echi politici (la sovrappopolazione, a cui vuole dare un taglio, insieme casuale e razionale, per garantire il benessere dei sopravvissuti, ha qualcosa dei piani quinquennali sovietici e delle politiche demografiche cinesi come pure di certo moderno ecologismo), ma anche riflessi personali e sentimentali. Un notevole passo avanti rispetto al fastidioso Ultron, ma anche a molti altri villain da cinecomic.

Ciò detto, senza offrire chissà quali mirabolanti sviluppi psicologici ai personaggi (ma il povero Bruce Banner che, traumatizzato dall’incontro con Thanos, non riesce più a evocare Hulk,  è insieme divertente e drammatico),  il film li muove con ammirevole coerenza rispetto ai loro principi di fondo. Su tutti il saggio Dottor Strange, l’unico in grado, per poteri ma anche per forza morale, di affrontare la lotta conoscendone il possibile esito (non a caso possiede la gemma del tempo), Tony Stark che, pur continuando a scherzare, da tempo sente sulle sue spalle il peso del mondo e teme di fare promesse alla donna che ama, e poi Steve Rogers, l’eroe puro, che non è disposto a sacrificare anche una sola vita in nome della salvezza delle  altre (e in questo è il perfetto contraltare di Thanos) E poi Thor, che ha ritrovato il suo spirito guerriero spinto dalla sete di vendetta e di giustizia e Peter Quill, diviso tra la solita guasconeria e un dovere più alto. Tutti si troveranno di fronte scelte e sacrifici che non potevano aspettarsi, fino ad una conclusione che per i canoni della Marvel è poco definire audace ma che, ovviamente, va vista nella prospettiva rassicurante di una seconda parte.

Anche se c’è il rischio di perdersi nella conta dei supereroi  e qualche volta la battuta arguta a tutti i costi rovina un po’ l’effetto dei momenti più drammatici e finanche tragici, l’ultimo Avengers mantiene la promessa di un grande intrattenimento spettacolare, senza insultare l’intelligenza dei suoi spettatori, e riuscendo, cosa non ovvia in un racconto ormai quasi “formulare”, a regalare loro sorprese anche amare.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOST IN SPACE (2018)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/25/2018 - 14:28
 
Titolo Originale: LOST IN SPACE
Paese: USA
Anno: 2018
Sceneggiatura: Matt Sazama e Burk Sharpless
Produzione: Legendary Television, distribuito da Netflix
Durata: 10 puntate di 60 minuti
Interpreti: Toby Stephens, Molly Parker, Maxwell Jenkins, Taylor Russell, Mina Sundwall, Parker Posey

La Famiglia Robinson (il padre John, la madre Maureen, il piccolo Will e le sue due sorelle: Penny e Judy, quest’ultima nata da una precedente relazione della madre), dopo un duro addestramento, è stata selezionata per andare a popolare un Pianeta del sistema stellare Alfa Centauro. Un attacco subìto durante la navigazione costringe la famiglia a rifugiarsi in una delle navicelle di salvataggio con la quale raggiungono un pianeta sconosciuto. Le difficoltà che i Robinson debbono affrontare sono tante ma i ragazzi sono stati addestrati dalla mamma, un ingegnere particolarmente preparato, a costituire una squadra che si muove all’unisono. Il padre, che si è unito a loro proprio in occasione della partenza dopo esser stato a lungo lontano in missione, cerca di riacquistare la fiducia dei suoi figli...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una famiglia semi-unita, o meglio in via di riunificazione, trova la solidarietà giusta per affrontare pericoli di classe “spaziale”
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene che possono indurre spavento non sono adatte ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film svolge bene la sua funzione di intrattenimento ma i rapporti fra i componenti della famiglia sarebbero stati più coinvolgenti se si fosse meglio approfondita la psicologia dei personaggi
Testo Breve:

Un’intera famiglia atterra su un pianeta sconosciuto. Remake di un famoso serial TV degli anni ’60, mostra come anche una famiglia moderna, molto meno solida di quella di cinquant’anni fa,  riesce a coalizzarsi contro le insidie  di minacce sempre nuove

Questo serial TV in 10 puntate, che viene trasmesso dalla piattaforma Netflix, ha il chiaro obiettivo di estendere l’offerta destinata alle famiglie e il timbro “T” (per tutti) viene posta in evidenza a ogni inizio di puntata. Per rivolgersi alle famiglie si è recuperato l’omonimo Lost in Space andato in onda dal 1965 al 1968 sulla rete CBS in tre stagioni ed ebbe un notevole successo. Il film omonimo invece, apparso nelle sale nel 1998, ha lasciato ben poca traccia di se’ e ora è disponibile anche su Youtube.

E’ proprio questa rinascita della famiglia Robinson a più di cinquant’anni di distanza che stimola la nostra curiosità per vedere come sono modificati i parametri dell’avventura ma anche come viene concepito un serial destinato alla famiglia allora e ora, visibile quindi anche dai ragazzi più piccoli.

Rivedere oggi Lost in Space n.1 non fa che generare molta tenerezza. Tutte le riprese erano realizzate negli studi a causa delle ingombranti camere televisive del tempo, assetate di luce; i trucchi erano elementari e terribilmente buffo era anche il robot, che non faceva mistero di essere un involucro dentro cui si celava un uomo.  Le tute spaziali sono dei graziosi vestiti luccicanti e gli interni delle astronavi sono realizzate con molta fantasia, perché le prime navicelle spaziali sarebbero allunate solo nel 1969.  Parlare di telefilm per la famiglia, distinto da qualcos’altro, aveva allora, nel 1965, poco senso, per il semplice fatto che a quei tempi tutta la famiglia si sedeva davanti alla televisione dopo cena e tutti programmi erano ritagliati per loro. La famiglia Robinson è sempre unita e l’esplorazione nello spazio non impediva al padre, di fare il giro delle cabine dei suoi figli per augurare loro la buonanotte, invitando il piccolo Will a metter da parte il suo giocattolo.

La famiglia Robinson del 2018 è decisamente allineata ai tempi e quindi disfunzionale. I genitori che partono sono sull’orlo del divorzio. Nelle prime puntate si contendono il diritto di dire ai figli cosa debbono fare. Se il cattivo di quel tempo era più divertente che malvagio, qui ci troviamo di fronte alla dottoressa Smith che uccide con molta disinvoltura. Anche i pericoli che, soprattutto le ragazze debbono affrontare, sono particolarmente angoscianti e il serial finisce per non risultare adatto ai più piccoli.

Questa versione del 2018 tiene naturalmente conto dei nuovi rapporti che si sono instaurati fra uomo e donna e se per la versione del ‘65, potevamo assistere a scene dove le donne portavano cortesemente una tazza di caffè agli uomini impegnati davanti a un monitor, ora è la mamma Maureen il vero cervello dell’operazione, a cui il marito, tutto muscoli e action, mette a disposizione le sue attitudini militari.

Ogni puntata ha la sua dose di imprevisti a cui la famiglia deve far fronte ma il ritmo, tranne poche eccezioni, ha uno strano andamento a singhiozzo: a scene di grande tensione ben distribuite, puntata dopo puntata, si alternano momenti di sereno colloquio fra i personaggi, come se la vita extraterrestre fosse ordinata in tempi di “lavoro”, quando si timbra il cartellino per l’avventura  e in tempi di riposo.

Ovviamente non sveliamo il finale ma il genere stesso di FamilyFiction lascia ben sperare. L’intrattenimento è assicurato e molti sono gli ostacoli da superare ma la sceneggiatura avrebbe potuto fare di più per approfondire i caratteri dei protagonisti perché alcuni a volte rischiano di diventare poco credibili. Se Will nella fiction degli anni ’60, si portava a letto il suo ultimo giocattolo, a quello del 2018 vengono fatte pronunciare frasi del tipo: “Le persone possono sbagliare ma meritano una seconda possibilità”. Si tratta di un bel salto di maturità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TOMB RAIDER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/14/2018 - 22:17
 
Titolo Originale: Tomb Raider
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Roar Uthaug
Sceneggiatura: Alastair Siddons, Geneva Robertson-Dworet
Produzione: WARNER BROS., METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM), GK FILMS, EIDOS INTERACTIVE
Durata: 118
Interpreti: Alicia Vikander, Dominic West, Walton Goggins, Daniel Wu

Lara è una ragazza dell’East London simpatica e molto sportiva (si allena al kickboxing e partecipa a gare di corsa in bicicletta) ma deve lottare sempre per riuscire ad arrivare con i soldi a fine mese. E’ di famiglia ricca (suo padre, Lord Richard Croft è proprietario di una holding multinazionale) ma si rifiuta di accedere al patrimonio che le spetterebbe perché non vuole credere che il padre sia morto in una spedizione in Giappone dalla quale non è più tornato, da ormai sette anni. Decisasi finalmente a firmare l’atto di morte presunta, viene aperto il testamento che contiene una chiave assieme a un rebus. Lara non tarda a scoprirne il significato e riesce così ad accedere al laboratorio segreto del padre. Viene in questo modo a scoprire che si era messo sulle tracce della tomba della regina della morte, che costituisce una minaccia per tutta l’umanità. Anche la potente organizzazione Trinity sta seguendo la stessa pista e sarebbe terribile se venisse a scoprire dove si trova. Il padre, in un video, invita la figlia a distruggere tutti i suoi documenti ma Lara decide invece di partire per il Giappone per scoprire se il padre sia ancora vivo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una ragazza abbandona la sua tranquilla vita borgese per mettersi alla ricerca del padre con intraprendenza e determinazione
Pubblico 
Pre-adolescenti
L’elevato cinematismo di alcune scene può non essere adatto ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Grazie alla scelta felice di Alicia Vikander come protagonista, Laura Croft si è trasformata in un essere umano che lotta con passione ma anche con sforzo. Vengono rispettate anche le esigenze di spettacolarità fantasy richieste da un film del genere
Testo Breve:

Lara Croft ritorna sugli schermi trasformata: non salta come se vivesse in assenza di gravita e non spara con due pistole ma usa l’arco e confida non solo sulle sue doti atletiche ma anche sulla sua determinazione e intraprendenza 

Se il passaggio dal mondo dei fumetti a quello del cinema ha avuto e continua da avere un successo inarrestabile, iniziando da tutti gli eroi Marvel e DC Comics, non si può dire lo stesso per le trasposizioni dai videogame.

Bisogna piuttosto prendere atto di una serie di modesti successi se non addirittura fallimenti: Final Fantasy (che fu comunque un grosso passo avanti nell’animazione digitale); Resident Evil ( la serie è arrivata alla sesta puntata solo grazie al potere attrattivo di Milla Jovovich); Prince of PersiaLe sabbie del tempo (parto della mente del produttore Jerry Bruckheimer, che aveva sperato – invano- di replicare il successo di I pirati dei Caraibi). Il motivo? È probabile che l’attrattiva, non emulabile, del videogame stia soprattutto nell’interattività, nel poter far compiere al gioco percorsi scelti dal giocatore, invece che  nel racconto avventuroso in se’.

I due film ispirati alla eroina Lara (Lara Croft: Tomb Raider e Tomb Raider: La culla della vita) entrambi interpretati da Angelina Jolie hanno anch’essi avuto un’accoglienza tiepida, nonostante le ambientazioni esotico-archeologiche (che cercavano di rifarsi al successo di Indiana Jones) e le curve della protagonista che emulavano correttamente quelle esagerate della collega digitale.

Ci riprova ora la GK Film che ha acquisito i diritti cinematografici della serie e che sembra proprio aver imparato la lezione dagli insuccessi passati. Questo film è la storia di un personaggio, una sportiva ragazza di 22 anni, che prende progressivamente coscienza di se’ e del resto del mondo, come dev’essere qualsiasi storia degna di andare sullo schermo. A marcare ulteriormente il distacco dai due film precedenti c’è il fisico asciutto della nuova eroina, interpretata dall’attrice svedese Alicia Vikander, che costituisce un riferimento più accettabile per gli young adult di oggi. La propaganda del film racconta che l’attrice si è preparata intensamente in palestra ma c’è motivo di credere che l’aiuto della computer grafica sia stato determinante.  
Tutta la prima parte del film serve a caratterizzare una simpatica ragazza che vive a Londra con pochi quattrini ma tanti amici, accomunati dalla passione per le sfide sportive e non ha ancora un ragazzo fisso. Indossa solo abiti casual, ha un atteggiamento rispettoso per la natura  e quando si tratterà di combattere userà l’arco e ingaggerà lotte corpo a corpo, ma non impugnerà (almeno fino alla fine di questo film) le due famose pistole automatiche.
Anche quando, nell’avanzare del racconto, Lara si trova ad affrontare tematiche più ampie, fino a interessare addirittura la salvezza dell’umanità,  non vengono dispersi questi riferimenti umani per spostarsi, “banalmente” su tematiche fantascientifiche ma il baricentro resta ancora la formazione della ragazza, che deve decidere se ritirarsi da ciò che è rischioso o tirar fuori da se’ tutto il coraggio e la determinazione di cui è capace.  Il film cerca comunque di dare pane per i denti anche a  chi si aspetta una Lara Croft che si libra nell’aria per compiere salti spettacolari e le scene di action frenetico dove lei sembra stia ormai per soccombere sono forse troppe. Non mancano i riferimenti esotico-archeologici (in questo caso si tratta del Giappone) e l’apertura di un sarcofago chiuso da millenni scatenerà fenomeni imprevedibili.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLACK PANTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/14/2018 - 13:27
 
Titolo Originale: Black Panter
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Ryan Coogler
Sceneggiatura: Ryan Coogler e Joe Robert Cole dall’omonimo fumetto
Produzione: Kevin Feige
Durata: 134
Interpreti: Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong’o, Andy Serkis, Forest Withaker, Angela Bassett, Martin Freeman

Dopo la morte di suo padre in un attacco alle Nazioni Unite (visto in Avengers – Civil War) il principe T’Challa torna a Wakanda per salire al trono, ma l’ascesa al trono non è priva di ostacoli e non appena incoronato deve indossare i panni della Pantera Nera per andare fino in Sud Corea e catturare un antico nemico della sua gente. Non sa ancora che il suo vero nemico è pronto a venire a cercarlo fino nel cuore del suo regno nascosto e per sconfiggerlo dovrà affrontare dei segreti che riguardano la sua famiglia e raccogliere intorno a se tutti gli alleati possibili...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il tema dell’apertura all’altro, della responsabilità individuale e collettiva, che si oppongono alla violenta ideologia dell’antagonista sono elementi che danno consistenza e rilevanza a un film
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza e tensione nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Si tratta di una pellicola avvincente, emozionante e decisamente riuscita anche sul piano visivo, capace di costruire un mondo e di andare a fondo dei personaggi
Testo Breve:

Dall’universo Marvel, un racconto avvincente con protagonisti quasi totalmente black adatto per tutte le età

Pienamente connesso all’universo Marvel Black Panther rappresenta però una pellicola particolare e fa della sua “unicità” una bandiera: un cast quasi totalmente black (salvo il sempre efficace Martin Freeman nei panni del qui anche eroico agente Ross e Andy Serkis in quelli del cattivissimo trafficante di armi Ulysses Klaue) e la regia è affidata a  Ryan Coogler (anche sceneggiatore insieme a Joe Robert Cole), già autore del riuscito Creed, fanno sì che il film assuma una chiara valenza politica.

Il risultato è una pellicola avvincente, emozionante e decisamente riuscita anche sul piano visivo, capace di costruire un mondo e di andare a fondo dei personaggi, regalando una vicenda compiuta, ma lasciando anche spazio alla possibilità di nuove avventure in un luogo che unisce le meraviglie della scienza alla dimensione antica e spirituale della cultura africana, accosta natura e tecnologia senza che una distrugga l’altra, allo stesso modo in cui sottolinea il valore della tradizione ma invita ad aprirsi all’altro.

Così lo stand alone dedicato al principe di Wakanda (il fumetto nasce nel 1966, nel pieno delle lotte per i diritti civili), pur entrando a pieno diritto nel genere dei cinecomic e abbracciando per molti versi lo stile Marvel (non mancano momenti di alleggerimento e  un tocco di romanticismo, ma la morte di un padre e la messa in discussione della sua eredità sono trattate per esempio con più gravitas e coinvolgimento che nel recente Thor Ragnarok),  ha una compattezza ed efficacia che lo rende godibile per un pubblico ampio.

Ma la forza principale del film sta nel modo in cui sono tratteggiati (e interpretati) i personaggi. Non solo il protagonista T’Challa (l’affascinante Chadwick Boseman), principe che deve affrontare la prova del diventare re sconfiggendo non solo un nemico potente e determinato (un antagonista con alte motivazioni sociali e politiche a cui dà corpo e voce l’ottimo Michael B. Jordan), ma anche facendo i conti con una figura paterna amata, ma non priva di difetti. Il suo viaggio dell’eroe è ben articolato e accanto a lui le figure di consiglieri, amici, amanti e aiutanti si moltiplicano senza sovrapporsi creando un insieme riuscito e funzionale.

La regia esplora con piacere il mondo di Wakanda, alterna scene di azione ottimamente coreografate con momenti più emotivi e di calore, dando spazio anche alle figure femminili, prima tra tutte la Nakia di Lupita Nyong’o, un’agente sul campo con ardenti ideali sociali a cui vorrebbe convertire il più pacato principe T’Challa per il quale nutre un profondo sentimento.

Il tema dell’apertura all’altro, della responsabilità individuale e collettiva, che si oppongono alla violenta ideologia dell’antagonista (che pure ha profonde e credibili motivazioni) sono elementi ulteriori che danno consistenza e rilevanza a un film che, senza mai rinunciare alla sua vocazione di intrattenimento d’alto livello, riesce a soddisfare le esigenze anche di un pubblico più sofisticato.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE SHACK (Il rifugio)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/11/2018 - 22:00
 
Titolo Originale: THe Shack
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Stuart Hazeldine
Sceneggiatura: William P. Young, Wayne Jacobsen
Produzione: Netter Productions, Summit Entertainment
Durata: 132
Interpreti: Sam Worthington, Octavia Spencer, Radha Mitchell, Sumire Matsubara

Mark è marito e padre felice e un devoto cristiano. La moglie Nan è molto affettuosa e dedita alla famiglia e i tre figli, due adolescenti e Missy, la più piccola vivono sereni e in armonia con i loro genitori. Durante un loro campeggio in riva a un lago, Missy scompare. In un rifugio nella foresta vicino, la polizia trova solo l’abito che lei indossava, sporco di sangue. E’ ormai chiaro che la bambina è stata rapita e uccisa. Mark perde la fede, l’armonia della famiglia resta profondamente incrinata. Una mattina Mark trova, nella cassetta postale, una lettera con la quale viene invitato ad andare al rifugio nella foresta. Mark sospetta che il biglietto sia stato scritto dall’omicida e si reca all’appuntamento armato di pistola. Nel percorso in auto ha un incidente e perde i sensi. Si ritrova in una verde vallata con al centro un casolare. Ad attenderlo c’è Papa, la vicina di casa che lo consolava quando da piccolo, veniva picchiato da suo padre ubriaco. Accanto a lei ci sono un uomo e una donna, suoi figli, che lo accolgono molto affettuosamente. Mark non tarda a comprendere che si tratta delle tre Persone della Santissima Trinità che vogliono aiutarlo a superare il lutto e a ritrovare la fede….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha il coraggio di affrontare temi particolarmente sensibili come il rapporto fra il male del mondo e la Provvidenza Divina e il valore del perdono ma il modo con cui questi temi vengono affrontati può creare disorientamento
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza domestica
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura si trova impegnata ad affrontane troppi temi che hanno bisogno del loro giusto approfondimento e vengono affrontati con uno stile catechistico, poco cinematografico
Testo Breve:

Un padre, affranto dalla morte di sua figlia ha perso la fede. Le tre Persone della Santissima Trinità gli vengono incontro per fargli ritrovare serenità la fede e  il coraggio di perdonare. Un film ambizioso ma imperfetto

L’origine del libro da cui è stato tratto questo film è tutto da raccontare.

Il canadese William P Young, appassionato di C. S. Lewis e di J. R. R. Tolkien, spinto da sua moglie, scrisse questo libro per i suoi sei figli e una stretta cerchia di amici per raccontare le sue prospettive ed esperienze sul rapporto con Dio. In tutto furono fatte 15 copie ma i suoi amici più stretti lo incoraggiarono a pubblicarlo. Dopo il rifiuto di ben 26 case editrici, costituirono loro una casa editrice per poterlo pubblicare. Il rifugio fu  il racconto più venduto sia come libro che come audiobook negli Stati Uniti nel 2008. Nel 2009 raggiunse la cifra di 10 milioni di copie vendute. Lo stesso film, ha incassato finora 100 milioni di dollari a fronte di un budget di 20 milioni.

E’ la prova lampante di quanto pressante sia nel pubblico la ricerca di film, di libri che siano in grado di rispondere ai grandi interrogativi di fede che tante persone si pongono.

Dice Papa a Mark, in quella sorta di Paradiso Terrestre nel quale è stato accolto: “l’uccello è stato creato per volare ma anche per essere amato. Farlo vivere senza amore è come tagliargli le ali. La sofferenza ha lo stesso effetto: se non viene risolta, ti fa smarrire il motivo per cui sei stato creato. Questa è la tua lezione di volo: ecco perché sei qui”.

Il film, della durata di oltre due ore, dopo la prima parte più familiare, necessaria per spiegare gli antefatti e il dolore di Mark, si articola in quattro lunghi colloqui, con le tre Persone della Santissima Santità e con la Sapienza personificata da una donna vestita di bianco. Mentre Mark insiste caparbiamente nel dire che non è possibile che Dio operi sempre per il bene, se lascia libertà al diavolo di interferire con le nostre vite fino al punto di lasciare che venga uccisa una bambina, i primi tre colloqui invitano Mark ad abbandonarsi fiducioso alla Provvidenza Divina, perché Dio ama tutti gli uomini indistintamente molto più di quanto un padre ami i suoi figli. Mark non riuscirà a superare il dolore se non sarà capace di raggiungere questa dimensione di amore universale e troverà la forza di perdonare.

La Sapienza mette davanti a Mark alcuni ricordi della sua giovinezza, perché si accorga di quante volte ha giudicato frettolosamente e comprenda che solo Dio, che conosce le reali intenzioni di tutti può giudicare (c’è una certa analogia con il racconto di Dickens: Canto di Natale). Infine gli viene concesso di vedere il Paradiso e fra i beati riconosce anche la sua Missy.

E’ inutile dire che un film di questo genere ha generato un diluvio di critiche a favore e contro. Alcuni lo hanno accusato di eresia perché Il Padre e lo Spirito Santo siano state impersonate da delle donne (nessuna delle quali bianca) ma questo è a mio avviso un tema secondario e le caratterizzazioni delle tre Persone sono sufficientemente coerenti con quanto traspare dalla Bibbia.  In realtà il film, come il libro, risulta particolarmente ambizioso perché vuole affrontare il mistero del male,  il senso del peccato, l’intervento provvidenziale di Dio nel mondo, la bellezza dell’amore di donazione e del perdono (meriterebbe uno sviluppo paragonabile al poema epico Paradiso Perduto di John Milton.  In alcuni momenti traspare bene la genuina ispirazione di riuscire a rendere tangibile l’amore di Dio per l’uomo ma i lunghi colloqui appaiono altrettante catechesi e risultano poco cinematografiche.  Ci sono inoltre alcune incoerenze nelle sceneggiatura, in particolare un’azione delittuosa compiuta da Mark a tredici anni che sembra non portare alcuna conseguenza nello sviluppo della storia.

In conclusione, se non si può che ammirare l’iniziativa dell’autore di portare sullo schermi temi legati alla fede cristiana verso i quali c’è una grande aspettativa da parte del pubblico, i troppi temi trattati finiscono per creare disorientamento più che un avvicinamento alla fede. Come avverte la Movie Review dell’Episcopato cattolico statunitense, il messaggio del film sembra provenire dalle chiese nondenominazionaliste e indifferentiste americane.

Il film è disponibile in DVD in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE POST

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/05/2018 - 10:35
 
Titolo Originale: The Post
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Liz Hannah e Joel Singer
Produzione: MBLIN ENTERTAINMENT, DREAMWORKS, PASCAL PICTURES, STAR THROWER ENTERTAINMENT
Durata: 118
Interpreti: Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Carrie Coon, Bradley Whitford, Tracy Letts, Mathew Rhys, Alison Brie, Bruce Greenwood

Mentre l’esercito americano si trascina in una guerra, quella del Vietnam, impossibile da vincere, un consulente del Ministero della Difesa passa alla stampa un carteggio che prova la cattiva fede delle ultime amministrazioni (democratiche e repubblicane) rispetto alla vicenda. Dopo un primo affondo da parte del New York Times, sarà il Washington Post della solo apparentemente fragile editrice Katherine Graham a guidare la battaglia per la libertà di stampa contro gli insabbiamenti del governo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film si inserisce molto bene nella filmografia del regista amante delle grandi storie di coraggio civile americane, in questo caso un inno alla vocazione democratica della stampa
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Spielberg ha impostato un racconto con una struttura abbastanza classica e Meryl Streep ha la possibilità di costruire uno dei suoi memorabili personaggi
Testo Breve:

Nel periodo della guerra del Vietnam, il Washington Post decide di pubblicare un carteggio riservato che mostra come le ultime amministrazioni non abbiano detto la verità sulla gravità della situazione. Un’altra grande storia di Spielberg di coraggio civile

Si presenta come una sorta di prequel delle vicende narrate in Tutti gli uomini del presidente (lo scandalo Watergate è citato nell’ultima sequenza) l’ultimo lavoro di Steven Spielberg, che ben si inserisce nella filmografia del regista amante delle grandi storie di coraggio civile americane. La battaglia contro un governo ottuso e prevaricatore (che in molti hanno voluto vedere come una metafora della “resistenza” hollywoodiana contro l’amministrazione Trump) è presentata con una struttura abbastanza classica, un tripudio di personaggi più o meno riconoscibili (ma dove non arriva il dettaglio della scrittura ci pensa la buona volontà di una miriade di volti noti…) e una seconda parte decisamente più avvincente della prima.

L’inizio del film, infatti, mentre lo scandalo dei Pentagon Papers monta sotto traccia a partire dalla prima scena, si addentra piuttosto nelle vicende amministrative del Washington Post, all’epoca un quotidiano di secondo piano alla prese con un rifinanziamento tramite vendita di azioni, una mossa necessaria dopo un periodo di relativa crisi dovuto al suicidio del brillante editore. A guidare la baracca è rimasta la di lui vedova, Katherine (Meryl Streep), un personaggio che, in maniera anomala, diventa decisivo nella storia molto più di quello del direttore interpretato da Tom Hanks o di qualche eroico giornalista.

Questo slittamento di prospettiva in chiave femminista, sottolineato dalla presenza di un paio di reporter donne, in realtà praticamente ininfluenti poi sulla trama, nonché dalla sequenza finale fuori dal tribunale che sancirà la vittoria dei giornali sul Governo (qui, mentre gli uomini si lanciano in comunicati, la Graham silenziosa sfila tra donne che manifestano per la libertà di stampa), è forse anche un omaggio alle polemiche dell’oggi che però regala alla Streep la possibilità di costruire uno dei suoi memorabili personaggi.

La sua Katherine è una donna di casa, che ha vissuto all’ombra di un marito geniale (il giornale era della famiglia di lei ma il padre lo aveva dato in mano al genero) e ora si trova ad affrontare una schiera di uomini sempre pronti a dirle cosa deve fare, si tratti di come gestire un consiglio di amministrazione o stabilire quanto rischiare mettendosi in coda alle rivelazioni del New York Times, per amore della libertà di stampa, sì, ma anche per far guadagnare al Post un ruolo da quotidiano nazionale.

La parte più interessante (e forse meno notata) di questo percorso di emancipazione è in realtà quella iniziale, dove vediamo chiaramente che i dubbi della Graham non vengono solo da ragioni di prudenza, ma anche da conflitti che si potrebbero definire ideologici. Se, infatti, la battaglia dell’oggi è contro la facilmente demonizzabile amministrazione Nixon, lo scandalo invece affonda le sue radici nelle amministrazioni democratiche dei suoi “amici” del circolo dei kennediani…la cattiva coscienza della guerra, infatti, è assolutamente bipartisan.

La pellicola di Spielberg è un solido, benché non sempre egualmente appassionante, inno alla vocazione democratica della stampa, che porta in scena un mondo che oggi sembra lontanissimo. In tempi di wikileaks i giornali che si muovono tra scambi di carte e telefonate sembrano venire (e vengono) da un altro secolo ed è forse anche per questo che Spielberg ha voluto puntare su una linea, quella dell’editrice che scopre la sua vocazione di atipica leader poco amante del palcoscenico, che strizza l’occhio all’oggi svecchiando un impianto per altri versi anche troppo classico

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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C'EST LA VIE - PRENDILA COME VIENE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/28/2018 - 16:51
 
Titolo Originale: Le sens de la fête
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Eric Toledano e Olivier Nakache
Sceneggiatura: Eric Toledano e Olivier Nakache
Durata: 117
Interpreti: Jean-Pierre Bacri, Jean-Paul Rouve, Gilles Lellouche, Vincent Macaigne, Eye Haidara

Max Angeli ha messo in piedi una piccola impresa che si occupa dell'organizzazione di matrimoni di alto livello: a partire dalla scelta della location, passando per il catering, fino ad arrivare all'animazione e ai fuochi d'artificio. Il film si concentra in una giornata e segue tutte le fasi della preparazione e del ricevimento di nozze di una coppia particolarmente esigente, ma a cui niente va secondo i piani prestabiliti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è una metafora della nostra complessa società e un invito a impiegare la collaborazione per risolvere i problemi che ci accomunano
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un film corale e ben ritmato, caratterizzato da una forte unità di tempo e di luogo
Testo Breve:

E’ difficile dirigere l’organizzazione di un matrimonio quando ognuno crede di essere l’attore più importante. Una divertente metafora della complessità del mondo moderno. 

Con questo film corale e ritmato, il duo Toledano-Nakache si distanzia dagli ingredienti che avevano caratterizzato il loro capolavoro, Quasi amici, per prendere ispirazione dalla commedia italiana degli anni '60 e '70. E se il risultato non riesce a eguagliare l'intensità della storia fra lo scorbutico paraplegico e il suo badante nero, nondimeno C'est la vie è una commedia riuscita e simpatica, grazie anche ad un cast di alto livello.

Tutto il film è caratterizzato da una forte unità di tempo e di luogo, ma si salva dalla fissità teatrale grazie a un incessante movimento di macchina fra i diversi ambienti, che riesce a malapena a seguire il turbinio dei personaggi affaccendati.

La scelta del soggetto può sembrare estremamente convenzionale, perché esistono decine di commedie che ruotano intorno ai matrimoni, ma fin dalla prima scena viene introdotto un punto di vista originale: non più quello degli sposi, ma quello del businessman, per cui il matrimonio è un lavoro delicato e i clienti sono fra i più difficili da accontentare.

Il protagonista, Max (molto ben interpretato da Jean-Pierre Bacri), è il dispotico titolare dell'impresa, assolutamente incapace di ascoltare gli altri, siano essi gli sposi o gli sgangherati membri della sua squadra di lavoro. Dai camerieri a chiamata, ai lavapiatti pakistani, fino al cantante-animatore, tutti i personaggi che normalmente stanno dietro le quinte sono abbozzati con poche simpatiche caratteristiche e con un tratto comune: la convinzione che il pezzettino di cui si occupano loro sia il più importante. Partecipa a questo trionfo di egocentrismo anche lo sposo, che organizza accuratamente il ringraziamento a se stesso per poi fingere di non aspettarsi la chiamata sul palco. A sorpresa, nel finale del suo eterno e noiosissimo discorso, cita Beaumarchais (maestro del teatro comico francese), dandoci un suggerimento per comprendere lo spirito del film: "Mi affretto a ridere di tutto, per paura di essere obbligato a piangerne".

Nell'intenzione dei registi, infatti, questo gruppo di persone diventa metafora della nostra complessa società, perché quando si lavora si è costretti a collaborare con gente diversa (anche per livello socioculturale) e bisogna scegliere se superare gli ostacoli e arrivare alla meta insieme oppure ognuno per conto proprio.

Max ripete senza sosta che le parole d'ordine sono "coordinarsi" e "ci si adatta", ma di fatto nessuno ascolta nessuno, fino a quando la festa non collassa al punto tale che, privi di un capo a cui obbedire, ognuno è costretto a tirare fuori le sue capacità e a prendere in mano la situazione, collaborando con chi gli sta intorno (molto bella è la scena in cui ognuno suona uno strumento improvvisato, guidati dai lavapiatti pakistani che sono ottimi flautisti).

Per terminare con le parole degli autori: "Non si scelgono le cose che capitano, ma la maniera di affrontarle. [...] Il mondo va a rotoli e cosa dobbiamo fare per mantenere il senso della festa? (Le sens de la fête è il titolo originale del film). Come dice Bacri, dobbiamo adattarci".

Autore: Giulia Cavazza
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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