Film Verdi

Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

LOST IN SPACE (2018)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/25/2018 - 14:28
 
Titolo Originale: LOST IN SPACE
Paese: USA
Anno: 2018
Sceneggiatura: Matt Sazama e Burk Sharpless
Produzione: Legendary Television, distribuito da Netflix
Durata: 10 puntate di 60 minuti
Interpreti: Toby Stephens, Molly Parker, Maxwell Jenkins, Taylor Russell, Mina Sundwall, Parker Posey

La Famiglia Robinson (il padre John, la madre Maureen, il piccolo Will e le sue due sorelle: Penny e Judy, quest’ultima nata da una precedente relazione della madre), dopo un duro addestramento, è stata selezionata per andare a popolare un Pianeta del sistema stellare Alfa Centauro. Un attacco subìto durante la navigazione costringe la famiglia a rifugiarsi in una delle navicelle di salvataggio con la quale raggiungono un pianeta sconosciuto. Le difficoltà che i Robinson debbono affrontare sono tante ma i ragazzi sono stati addestrati dalla mamma, un ingegnere particolarmente preparato, a costituire una squadra che si muove all’unisono. Il padre, che si è unito a loro proprio in occasione della partenza dopo esser stato a lungo lontano in missione, cerca di riacquistare la fiducia dei suoi figli...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una famiglia semi-unita, o meglio in via di riunificazione, trova la solidarietà giusta per affrontare pericoli di classe “spaziale”
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene che possono indurre spavento non sono adatte ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film svolge bene la sua funzione di intrattenimento ma i rapporti fra i componenti della famiglia sarebbero stati più coinvolgenti se si fosse meglio approfondita la psicologia dei personaggi
Testo Breve:

Un’intera famiglia atterra su un pianeta sconosciuto. Remake di un famoso serial TV degli anni ’60, mostra come anche una famiglia moderna, molto meno solida di quella di cinquant’anni fa,  riesce a coalizzarsi contro le insidie  di minacce sempre nuove

Questo serial TV in 10 puntate, che viene trasmesso dalla piattaforma Netflix, ha il chiaro obiettivo di estendere l’offerta destinata alle famiglie e il timbro “T” (per tutti) viene posta in evidenza a ogni inizio di puntata. Per rivolgersi alle famiglie si è recuperato l’omonimo Lost in Space andato in onda dal 1965 al 1968 sulla rete CBS in tre stagioni ed ebbe un notevole successo. Il film omonimo invece, apparso nelle sale nel 1998, ha lasciato ben poca traccia di se’ e ora è disponibile anche su Youtube.

E’ proprio questa rinascita della famiglia Robinson a più di cinquant’anni di distanza che stimola la nostra curiosità per vedere come sono modificati i parametri dell’avventura ma anche come viene concepito un serial destinato alla famiglia allora e ora, visibile quindi anche dai ragazzi più piccoli.

Rivedere oggi Lost in Space n.1 non fa che generare molta tenerezza. Tutte le riprese erano realizzate negli studi a causa delle ingombranti camere televisive del tempo, assetate di luce; i trucchi erano elementari e terribilmente buffo era anche il robot, che non faceva mistero di essere un involucro dentro cui si celava un uomo.  Le tute spaziali sono dei graziosi vestiti luccicanti e gli interni delle astronavi sono realizzate con molta fantasia, perché le prime navicelle spaziali sarebbero allunate solo nel 1969.  Parlare di telefilm per la famiglia, distinto da qualcos’altro, aveva allora, nel 1965, poco senso, per il semplice fatto che a quei tempi tutta la famiglia si sedeva davanti alla televisione dopo cena e tutti programmi erano ritagliati per loro. La famiglia Robinson è sempre unita e l’esplorazione nello spazio non impediva al padre, di fare il giro delle cabine dei suoi figli per augurare loro la buonanotte, invitando il piccolo Will a metter da parte il suo giocattolo.

La famiglia Robinson del 2018 è decisamente allineata ai tempi e quindi disfunzionale. I genitori che partono sono sull’orlo del divorzio. Nelle prime puntate si contendono il diritto di dire ai figli cosa debbono fare. Se il cattivo di quel tempo era più divertente che malvagio, qui ci troviamo di fronte alla dottoressa Smith che uccide con molta disinvoltura. Anche i pericoli che, soprattutto le ragazze debbono affrontare, sono particolarmente angoscianti e il serial finisce per non risultare adatto ai più piccoli.

Questa versione del 2018 tiene naturalmente conto dei nuovi rapporti che si sono instaurati fra uomo e donna e se per la versione del ‘65, potevamo assistere a scene dove le donne portavano cortesemente una tazza di caffè agli uomini impegnati davanti a un monitor, ora è la mamma Maureen il vero cervello dell’operazione, a cui il marito, tutto muscoli e action, mette a disposizione le sue attitudini militari.

Ogni puntata ha la sua dose di imprevisti a cui la famiglia deve far fronte ma il ritmo, tranne poche eccezioni, ha uno strano andamento a singhiozzo: a scene di grande tensione ben distribuite, puntata dopo puntata, si alternano momenti di sereno colloquio fra i personaggi, come se la vita extraterrestre fosse ordinata in tempi di “lavoro”, quando si timbra il cartellino per l’avventura  e in tempi di riposo.

Ovviamente non sveliamo il finale ma il genere stesso di FamilyFiction lascia ben sperare. L’intrattenimento è assicurato e molti sono gli ostacoli da superare ma la sceneggiatura avrebbe potuto fare di più per approfondire i caratteri dei protagonisti perché alcuni a volte rischiano di diventare poco credibili. Se Will nella fiction degli anni ’60, si portava a letto il suo ultimo giocattolo, a quello del 2018 vengono fatte pronunciare frasi del tipo: “Le persone possono sbagliare ma meritano una seconda possibilità”. Si tratta di un bel salto di maturità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TOMB RAIDER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/14/2018 - 22:17
 
Titolo Originale: Tomb Raider
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Roar Uthaug
Sceneggiatura: Alastair Siddons, Geneva Robertson-Dworet
Produzione: WARNER BROS., METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM), GK FILMS, EIDOS INTERACTIVE
Durata: 118
Interpreti: Alicia Vikander, Dominic West, Walton Goggins, Daniel Wu

Lara è una ragazza dell’East London simpatica e molto sportiva (si allena al kickboxing e partecipa a gare di corsa in bicicletta) ma deve lottare sempre per riuscire ad arrivare con i soldi a fine mese. E’ di famiglia ricca (suo padre, Lord Richard Croft è proprietario di una holding multinazionale) ma si rifiuta di accedere al patrimonio che le spetterebbe perché non vuole credere che il padre sia morto in una spedizione in Giappone dalla quale non è più tornato, da ormai sette anni. Decisasi finalmente a firmare l’atto di morte presunta, viene aperto il testamento che contiene una chiave assieme a un rebus. Lara non tarda a scoprirne il significato e riesce così ad accedere al laboratorio segreto del padre. Viene in questo modo a scoprire che si era messo sulle tracce della tomba della regina della morte, che costituisce una minaccia per tutta l’umanità. Anche la potente organizzazione Trinity sta seguendo la stessa pista e sarebbe terribile se venisse a scoprire dove si trova. Il padre, in un video, invita la figlia a distruggere tutti i suoi documenti ma Lara decide invece di partire per il Giappone per scoprire se il padre sia ancora vivo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una ragazza abbandona la sua tranquilla vita borgese per mettersi alla ricerca del padre con intraprendenza e determinazione
Pubblico 
Pre-adolescenti
L’elevato cinematismo di alcune scene può non essere adatto ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Grazie alla scelta felice di Alicia Vikander come protagonista, Laura Croft si è trasformata in un essere umano che lotta con passione ma anche con sforzo. Vengono rispettate anche le esigenze di spettacolarità fantasy richieste da un film del genere
Testo Breve:

Lara Croft ritorna sugli schermi trasformata: non salta come se vivesse in assenza di gravita e non spara con due pistole ma usa l’arco e confida non solo sulle sue doti atletiche ma anche sulla sua determinazione e intraprendenza 

Se il passaggio dal mondo dei fumetti a quello del cinema ha avuto e continua da avere un successo inarrestabile, iniziando da tutti gli eroi Marvel e DC Comics, non si può dire lo stesso per le trasposizioni dai videogame.

Bisogna piuttosto prendere atto di una serie di modesti successi se non addirittura fallimenti: Final Fantasy (che fu comunque un grosso passo avanti nell’animazione digitale); Resident Evil ( la serie è arrivata alla sesta puntata solo grazie al potere attrattivo di Milla Jovovich); Prince of PersiaLe sabbie del tempo (parto della mente del produttore Jerry Bruckheimer, che aveva sperato – invano- di replicare il successo di I pirati dei Caraibi). Il motivo? È probabile che l’attrattiva, non emulabile, del videogame stia soprattutto nell’interattività, nel poter far compiere al gioco percorsi scelti dal giocatore, invece che  nel racconto avventuroso in se’.

I due film ispirati alla eroina Lara (Lara Croft: Tomb Raider e Tomb Raider: La culla della vita) entrambi interpretati da Angelina Jolie hanno anch’essi avuto un’accoglienza tiepida, nonostante le ambientazioni esotico-archeologiche (che cercavano di rifarsi al successo di Indiana Jones) e le curve della protagonista che emulavano correttamente quelle esagerate della collega digitale.

Ci riprova ora la GK Film che ha acquisito i diritti cinematografici della serie e che sembra proprio aver imparato la lezione dagli insuccessi passati. Questo film è la storia di un personaggio, una sportiva ragazza di 22 anni, che prende progressivamente coscienza di se’ e del resto del mondo, come dev’essere qualsiasi storia degna di andare sullo schermo. A marcare ulteriormente il distacco dai due film precedenti c’è il fisico asciutto della nuova eroina, interpretata dall’attrice svedese Alicia Vikander, che costituisce un riferimento più accettabile per gli young adult di oggi. La propaganda del film racconta che l’attrice si è preparata intensamente in palestra ma c’è motivo di credere che l’aiuto della computer grafica sia stato determinante.  
Tutta la prima parte del film serve a caratterizzare una simpatica ragazza che vive a Londra con pochi quattrini ma tanti amici, accomunati dalla passione per le sfide sportive e non ha ancora un ragazzo fisso. Indossa solo abiti casual, ha un atteggiamento rispettoso per la natura  e quando si tratterà di combattere userà l’arco e ingaggerà lotte corpo a corpo, ma non impugnerà (almeno fino alla fine di questo film) le due famose pistole automatiche.
Anche quando, nell’avanzare del racconto, Lara si trova ad affrontare tematiche più ampie, fino a interessare addirittura la salvezza dell’umanità,  non vengono dispersi questi riferimenti umani per spostarsi, “banalmente” su tematiche fantascientifiche ma il baricentro resta ancora la formazione della ragazza, che deve decidere se ritirarsi da ciò che è rischioso o tirar fuori da se’ tutto il coraggio e la determinazione di cui è capace.  Il film cerca comunque di dare pane per i denti anche a  chi si aspetta una Lara Croft che si libra nell’aria per compiere salti spettacolari e le scene di action frenetico dove lei sembra stia ormai per soccombere sono forse troppe. Non mancano i riferimenti esotico-archeologici (in questo caso si tratta del Giappone) e l’apertura di un sarcofago chiuso da millenni scatenerà fenomeni imprevedibili.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BELLE&SEBASTIEN - AMICI PER SEMPRE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/26/2018 - 22:17
 
Titolo Originale: Belle et Sébastien 3, le dernier chapitre
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Clovis Cornillac
Sceneggiatura: Juliette Sales, Fabien Suarez
Produzione: RADAR FILMS, EPITHÈTE FILMS, IN COPRODUZIONE CON GAUMONT, M6 FILMS, RHÔNE-ALPES CINÉMA
Durata: 90
Interpreti: Félix Bossuet, Tchéky Karyo, Anne Benoît, Clovis Cornillac, Thierry Neuvic, André Penvern

Sébastien ha ora 12 anni e vive ancora a Saint-Martin con il nonno César, il ritrovato padre Pierre e la fidanzata Angelina, e naturalmente la sua inseparabile amica a quattro zampe, Belle, che ha da poco dato alla luce tre cuccioli teneri e dispettosi. Tutto sembra andare per il meglio finché alcuni eventi turbano la tranquillità famigliare. Nel corso del matrimonio tra Pierre e Angelina, Sébastien scopre che i due vogliono trasferirsi in Canada. Il ragazzino non vorrebbe però separarsi dal nonno. E mentre i neosposi sono via per la luna di miele, un uomo di nome Joseph si presenta in paese: è proprietario di Belle e vuole avere indietro il cane e i suoi cuccioli. Sébastien e suo nonno si oppongono e il ragazzino cerca in tutti i modi di proteggere i suoi cani. E quando Joseph sembrerà avere la meglio, l’aiuto inatteso di nuovi personaggi permetterà a Sébastien di salvare Belle e i cuccioli

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il dodicenne Sébastien finisce per accettare che le separazioni fanno parte della vita e che per crescere bisogna andare incontro a nuove opportunità
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Questo terzo film della serie ha un andamento molto semplice e le svolte non sono troppo approfondite, tanto che i momenti di presa di coscienza di Sébastien si chiariscono spesso attraverso i dialoghi e sono meno legati alle azioni.
Testo Breve:

Lo spettacolare paesaggio delle Alpi invernali fa da sfondo al terzo film della serie Belle &Sébastien. Un film per i più piccoli, dove non è difficile individuare chi è buono e chi è cattivo

Terzo e ultimo capitolo della saga, Belle&Sebastien - Amici per sempre racconta una nuova avventura dell’amicizia tra Sébastien, ora ragazzino di dodici anni, e Belle, una straordinaria femmina di patou.

La famiglia si è allargata e Sébastien vorrebbe vivere per sempre con Belle e i suoi tre cuccioli, ma fin da subito è chiaro che questo non sarà possibile. Il nonno César cerca di far capire al nipote che ogni cagnolino dovrà trovare un nuovo padrone. Ma Sébastien non vuole sentir parlare di separazione, né dai suoi cani né, successivamente, da César, che è l’uomo che lo ha cresciuto. Il ragazzino scopre infatti che il padre Pierre e Angelina, appena sposati, hanno deciso di costruirsi una nuova vita in Canada. Sarà quindi questo il percorso che dovrà affrontare Sébastien: accettare che le separazioni fanno parte della vita e che per crescere bisogna andare incontro a nuove opportunità.

Sébastien è costretto a far fronte a tutto questo anche a causa della minaccia di Joseph, reduce della seconda guerra mondiale, abitante di un villaggio vicino, che si presenta come vero proprietario di Belle e pretende la restituzione del cane e dei cuccioli. A nulla servirà la fuga di Sébastien, che cercherà di nascondersi insieme ai cani. Joseph, crudele e spietato, li troverà e rapirà i quattro esemplari di patou. Il ragazzino, grazie all’incontro con i nuovi personaggi e alla provvidenziale visione della madre, morta anni prima dandolo alla luce, capirà che la separazione, per quanto dolorosa, non nega la possibilità di trovare nuove fonti di felicità, come del resto è già capitato a lui stesso, che ha trovato in César un nonno amorevole e una famiglia.

La trama si dispiega in questo terzo film con un andamento molto semplice e le svolte non sono troppo approfondite, tanto che i momenti di presa di coscienza di Sébastien si chiariscono spesso attraverso i dialoghi e sono meno legati alle azioni. I personaggi hanno una caratterizzazione molto elementare. I “buoni” si distinguono molto facilmente dai “cattivi”. L’antagonista Joseph è un personaggio quasi fiabesco. Dietro la sua pretesa non ci sono particolari ragioni, se non il riappropriarsi di ciò che, a detta sua, gli appartiene. È un malvagio senza un passato che l’ha reso tale e senza possibilità di redenzione. Inoltre, l’ambientazione nelle alpi francesi ha uno spazio notevole e spesso si lascia il posto alla spettacolare esplorazione del paesaggio.

Il film dunque presenta un racconto che interesserà più facilmente i bambini piccoli, facilitati anche dalla possibilità di identificarsi in un protagonista per lo più mosso dall’amicizia con un animale straordinario.

 

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLACK PANTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/14/2018 - 13:27
 
Titolo Originale: Black Panter
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Ryan Coogler
Sceneggiatura: Ryan Coogler e Joe Robert Cole dall’omonimo fumetto
Produzione: Kevin Feige
Durata: 134
Interpreti: Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong’o, Andy Serkis, Forest Withaker, Angela Bassett, Martin Freeman

Dopo la morte di suo padre in un attacco alle Nazioni Unite (visto in Avengers – Civil War) il principe T’Challa torna a Wakanda per salire al trono, ma l’ascesa al trono non è priva di ostacoli e non appena incoronato deve indossare i panni della Pantera Nera per andare fino in Sud Corea e catturare un antico nemico della sua gente. Non sa ancora che il suo vero nemico è pronto a venire a cercarlo fino nel cuore del suo regno nascosto e per sconfiggerlo dovrà affrontare dei segreti che riguardano la sua famiglia e raccogliere intorno a se tutti gli alleati possibili...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il tema dell’apertura all’altro, della responsabilità individuale e collettiva, che si oppongono alla violenta ideologia dell’antagonista sono elementi che danno consistenza e rilevanza a un film
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza e tensione nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
Si tratta di una pellicola avvincente, emozionante e decisamente riuscita anche sul piano visivo, capace di costruire un mondo e di andare a fondo dei personaggi
Testo Breve:

Dall’universo Marvel, un racconto avvincente con protagonisti quasi totalmente black adatto per tutte le età

Pienamente connesso all’universo Marvel Black Panther rappresenta però una pellicola particolare e fa della sua “unicità” una bandiera: un cast quasi totalmente black (salvo il sempre efficace Martin Freeman nei panni del qui anche eroico agente Ross e Andy Serkis in quelli del cattivissimo trafficante di armi Ulysses Klaue) e la regia è affidata a  Ryan Coogler (anche sceneggiatore insieme a Joe Robert Cole), già autore del riuscito Creed, fanno sì che il film assuma una chiara valenza politica.

Il risultato è una pellicola avvincente, emozionante e decisamente riuscita anche sul piano visivo, capace di costruire un mondo e di andare a fondo dei personaggi, regalando una vicenda compiuta, ma lasciando anche spazio alla possibilità di nuove avventure in un luogo che unisce le meraviglie della scienza alla dimensione antica e spirituale della cultura africana, accosta natura e tecnologia senza che una distrugga l’altra, allo stesso modo in cui sottolinea il valore della tradizione ma invita ad aprirsi all’altro.

Così lo stand alone dedicato al principe di Wakanda (il fumetto nasce nel 1966, nel pieno delle lotte per i diritti civili), pur entrando a pieno diritto nel genere dei cinecomic e abbracciando per molti versi lo stile Marvel (non mancano momenti di alleggerimento e  un tocco di romanticismo, ma la morte di un padre e la messa in discussione della sua eredità sono trattate per esempio con più gravitas e coinvolgimento che nel recente Thor Ragnarok),  ha una compattezza ed efficacia che lo rende godibile per un pubblico ampio.

Ma la forza principale del film sta nel modo in cui sono tratteggiati (e interpretati) i personaggi. Non solo il protagonista T’Challa (l’affascinante Chadwick Boseman), principe che deve affrontare la prova del diventare re sconfiggendo non solo un nemico potente e determinato (un antagonista con alte motivazioni sociali e politiche a cui dà corpo e voce l’ottimo Michael B. Jordan), ma anche facendo i conti con una figura paterna amata, ma non priva di difetti. Il suo viaggio dell’eroe è ben articolato e accanto a lui le figure di consiglieri, amici, amanti e aiutanti si moltiplicano senza sovrapporsi creando un insieme riuscito e funzionale.

La regia esplora con piacere il mondo di Wakanda, alterna scene di azione ottimamente coreografate con momenti più emotivi e di calore, dando spazio anche alle figure femminili, prima tra tutte la Nakia di Lupita Nyong’o, un’agente sul campo con ardenti ideali sociali a cui vorrebbe convertire il più pacato principe T’Challa per il quale nutre un profondo sentimento.

Il tema dell’apertura all’altro, della responsabilità individuale e collettiva, che si oppongono alla violenta ideologia dell’antagonista (che pure ha profonde e credibili motivazioni) sono elementi ulteriori che danno consistenza e rilevanza a un film che, senza mai rinunciare alla sua vocazione di intrattenimento d’alto livello, riesce a soddisfare le esigenze anche di un pubblico più sofisticato.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE SHACK (Il rifugio)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/11/2018 - 22:00
 
Titolo Originale: THe Shack
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Stuart Hazeldine
Sceneggiatura: William P. Young, Wayne Jacobsen
Produzione: Netter Productions, Summit Entertainment
Durata: 132
Interpreti: Sam Worthington, Octavia Spencer, Radha Mitchell, Sumire Matsubara

Mark è marito e padre felice e un devoto cristiano. La moglie Nan è molto affettuosa e dedita alla famiglia e i tre figli, due adolescenti e Missy, la più piccola vivono sereni e in armonia con i loro genitori. Durante un loro campeggio in riva a un lago, Missy scompare. In un rifugio nella foresta vicino, la polizia trova solo l’abito che lei indossava, sporco di sangue. E’ ormai chiaro che la bambina è stata rapita e uccisa. Mark perde la fede, l’armonia della famiglia resta profondamente incrinata. Una mattina Mark trova, nella cassetta postale, una lettera con la quale viene invitato ad andare al rifugio nella foresta. Mark sospetta che il biglietto sia stato scritto dall’omicida e si reca all’appuntamento armato di pistola. Nel percorso in auto ha un incidente e perde i sensi. Si ritrova in una verde vallata con al centro un casolare. Ad attenderlo c’è Papa, la vicina di casa che lo consolava quando da piccolo, veniva picchiato da suo padre ubriaco. Accanto a lei ci sono un uomo e una donna, suoi figli, che lo accolgono molto affettuosamente. Mark non tarda a comprendere che si tratta delle tre Persone della Santissima Trinità che vogliono aiutarlo a superare il lutto e a ritrovare la fede….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha il coraggio di affrontare temi particolarmente sensibili come il rapporto fra il male del mondo e la Provvidenza Divina e il valore del perdono ma il modo con cui questi temi vengono affrontati può creare disorientamento
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza domestica
Giudizio Tecnico 
 
La sceneggiatura si trova impegnata ad affrontane troppi temi che hanno bisogno del loro giusto approfondimento e vengono affrontati con uno stile catechistico, poco cinematografico
Testo Breve:

Un padre, affranto dalla morte di sua figlia ha perso la fede. Le tre Persone della Santissima Trinità gli vengono incontro per fargli ritrovare serenità la fede e  il coraggio di perdonare. Un film ambizioso ma imperfetto

L’origine del libro da cui è stato tratto questo film è tutto da raccontare.

Il canadese William P Young, appassionato di C. S. Lewis e di J. R. R. Tolkien, spinto da sua moglie, scrisse questo libro per i suoi sei figli e una stretta cerchia di amici per raccontare le sue prospettive ed esperienze sul rapporto con Dio. In tutto furono fatte 15 copie ma i suoi amici più stretti lo incoraggiarono a pubblicarlo. Dopo il rifiuto di ben 26 case editrici, costituirono loro una casa editrice per poterlo pubblicare. Il rifugio fu  il racconto più venduto sia come libro che come audiobook negli Stati Uniti nel 2008. Nel 2009 raggiunse la cifra di 10 milioni di copie vendute. Lo stesso film, ha incassato finora 100 milioni di dollari a fronte di un budget di 20 milioni.

E’ la prova lampante di quanto pressante sia nel pubblico la ricerca di film, di libri che siano in grado di rispondere ai grandi interrogativi di fede che tante persone si pongono.

Dice Papa a Mark, in quella sorta di Paradiso Terrestre nel quale è stato accolto: “l’uccello è stato creato per volare ma anche per essere amato. Farlo vivere senza amore è come tagliargli le ali. La sofferenza ha lo stesso effetto: se non viene risolta, ti fa smarrire il motivo per cui sei stato creato. Questa è la tua lezione di volo: ecco perché sei qui”.

Il film, della durata di oltre due ore, dopo la prima parte più familiare, necessaria per spiegare gli antefatti e il dolore di Mark, si articola in quattro lunghi colloqui, con le tre Persone della Santissima Santità e con la Sapienza personificata da una donna vestita di bianco. Mentre Mark insiste caparbiamente nel dire che non è possibile che Dio operi sempre per il bene, se lascia libertà al diavolo di interferire con le nostre vite fino al punto di lasciare che venga uccisa una bambina, i primi tre colloqui invitano Mark ad abbandonarsi fiducioso alla Provvidenza Divina, perché Dio ama tutti gli uomini indistintamente molto più di quanto un padre ami i suoi figli. Mark non riuscirà a superare il dolore se non sarà capace di raggiungere questa dimensione di amore universale e troverà la forza di perdonare.

La Sapienza mette davanti a Mark alcuni ricordi della sua giovinezza, perché si accorga di quante volte ha giudicato frettolosamente e comprenda che solo Dio, che conosce le reali intenzioni di tutti può giudicare (c’è una certa analogia con il racconto di Dickens: Canto di Natale). Infine gli viene concesso di vedere il Paradiso e fra i beati riconosce anche la sua Missy.

E’ inutile dire che un film di questo genere ha generato un diluvio di critiche a favore e contro. Alcuni lo hanno accusato di eresia perché Il Padre e lo Spirito Santo siano state impersonate da delle donne (nessuna delle quali bianca) ma questo è a mio avviso un tema secondario e le caratterizzazioni delle tre Persone sono sufficientemente coerenti con quanto traspare dalla Bibbia.  In realtà il film, come il libro, risulta particolarmente ambizioso perché vuole affrontare il mistero del male,  il senso del peccato, l’intervento provvidenziale di Dio nel mondo, la bellezza dell’amore di donazione e del perdono (meriterebbe uno sviluppo paragonabile al poema epico Paradiso Perduto di John Milton.  In alcuni momenti traspare bene la genuina ispirazione di riuscire a rendere tangibile l’amore di Dio per l’uomo ma i lunghi colloqui appaiono altrettante catechesi e risultano poco cinematografiche.  Ci sono inoltre alcune incoerenze nelle sceneggiatura, in particolare un’azione delittuosa compiuta da Mark a tredici anni che sembra non portare alcuna conseguenza nello sviluppo della storia.

In conclusione, se non si può che ammirare l’iniziativa dell’autore di portare sullo schermi temi legati alla fede cristiana verso i quali c’è una grande aspettativa da parte del pubblico, i troppi temi trattati finiscono per creare disorientamento più che un avvicinamento alla fede. Come avverte la Movie Review dell’Episcopato cattolico statunitense, il messaggio del film sembra provenire dalle chiese nondenominazionaliste e indifferentiste americane.

Il film è disponibile in DVD in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE POST

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/05/2018 - 10:35
 
Titolo Originale: The Post
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Liz Hannah e Joel Singer
Produzione: MBLIN ENTERTAINMENT, DREAMWORKS, PASCAL PICTURES, STAR THROWER ENTERTAINMENT
Durata: 118
Interpreti: Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Carrie Coon, Bradley Whitford, Tracy Letts, Mathew Rhys, Alison Brie, Bruce Greenwood

Mentre l’esercito americano si trascina in una guerra, quella del Vietnam, impossibile da vincere, un consulente del Ministero della Difesa passa alla stampa un carteggio che prova la cattiva fede delle ultime amministrazioni (democratiche e repubblicane) rispetto alla vicenda. Dopo un primo affondo da parte del New York Times, sarà il Washington Post della solo apparentemente fragile editrice Katherine Graham a guidare la battaglia per la libertà di stampa contro gli insabbiamenti del governo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film si inserisce molto bene nella filmografia del regista amante delle grandi storie di coraggio civile americane, in questo caso un inno alla vocazione democratica della stampa
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Spielberg ha impostato un racconto con una struttura abbastanza classica e Meryl Streep ha la possibilità di costruire uno dei suoi memorabili personaggi
Testo Breve:

Nel periodo della guerra del Vietnam, il Washington Post decide di pubblicare un carteggio riservato che mostra come le ultime amministrazioni non abbiano detto la verità sulla gravità della situazione. Un’altra grande storia di Spielberg di coraggio civile

Si presenta come una sorta di prequel delle vicende narrate in Tutti gli uomini del presidente (lo scandalo Watergate è citato nell’ultima sequenza) l’ultimo lavoro di Steven Spielberg, che ben si inserisce nella filmografia del regista amante delle grandi storie di coraggio civile americane. La battaglia contro un governo ottuso e prevaricatore (che in molti hanno voluto vedere come una metafora della “resistenza” hollywoodiana contro l’amministrazione Trump) è presentata con una struttura abbastanza classica, un tripudio di personaggi più o meno riconoscibili (ma dove non arriva il dettaglio della scrittura ci pensa la buona volontà di una miriade di volti noti…) e una seconda parte decisamente più avvincente della prima.

L’inizio del film, infatti, mentre lo scandalo dei Pentagon Papers monta sotto traccia a partire dalla prima scena, si addentra piuttosto nelle vicende amministrative del Washington Post, all’epoca un quotidiano di secondo piano alla prese con un rifinanziamento tramite vendita di azioni, una mossa necessaria dopo un periodo di relativa crisi dovuto al suicidio del brillante editore. A guidare la baracca è rimasta la di lui vedova, Katherine (Meryl Streep), un personaggio che, in maniera anomala, diventa decisivo nella storia molto più di quello del direttore interpretato da Tom Hanks o di qualche eroico giornalista.

Questo slittamento di prospettiva in chiave femminista, sottolineato dalla presenza di un paio di reporter donne, in realtà praticamente ininfluenti poi sulla trama, nonché dalla sequenza finale fuori dal tribunale che sancirà la vittoria dei giornali sul Governo (qui, mentre gli uomini si lanciano in comunicati, la Graham silenziosa sfila tra donne che manifestano per la libertà di stampa), è forse anche un omaggio alle polemiche dell’oggi che però regala alla Streep la possibilità di costruire uno dei suoi memorabili personaggi.

La sua Katherine è una donna di casa, che ha vissuto all’ombra di un marito geniale (il giornale era della famiglia di lei ma il padre lo aveva dato in mano al genero) e ora si trova ad affrontare una schiera di uomini sempre pronti a dirle cosa deve fare, si tratti di come gestire un consiglio di amministrazione o stabilire quanto rischiare mettendosi in coda alle rivelazioni del New York Times, per amore della libertà di stampa, sì, ma anche per far guadagnare al Post un ruolo da quotidiano nazionale.

La parte più interessante (e forse meno notata) di questo percorso di emancipazione è in realtà quella iniziale, dove vediamo chiaramente che i dubbi della Graham non vengono solo da ragioni di prudenza, ma anche da conflitti che si potrebbero definire ideologici. Se, infatti, la battaglia dell’oggi è contro la facilmente demonizzabile amministrazione Nixon, lo scandalo invece affonda le sue radici nelle amministrazioni democratiche dei suoi “amici” del circolo dei kennediani…la cattiva coscienza della guerra, infatti, è assolutamente bipartisan.

La pellicola di Spielberg è un solido, benché non sempre egualmente appassionante, inno alla vocazione democratica della stampa, che porta in scena un mondo che oggi sembra lontanissimo. In tempi di wikileaks i giornali che si muovono tra scambi di carte e telefonate sembrano venire (e vengono) da un altro secolo ed è forse anche per questo che Spielberg ha voluto puntare su una linea, quella dell’editrice che scopre la sua vocazione di atipica leader poco amante del palcoscenico, che strizza l’occhio all’oggi svecchiando un impianto per altri versi anche troppo classico

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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C'EST LA VIE - PRENDILA COME VIENE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/28/2018 - 16:51
 
Titolo Originale: Le sens de la fête
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Eric Toledano e Olivier Nakache
Sceneggiatura: Eric Toledano e Olivier Nakache
Durata: 117
Interpreti: Jean-Pierre Bacri, Jean-Paul Rouve, Gilles Lellouche, Vincent Macaigne, Eye Haidara

Max Angeli ha messo in piedi una piccola impresa che si occupa dell'organizzazione di matrimoni di alto livello: a partire dalla scelta della location, passando per il catering, fino ad arrivare all'animazione e ai fuochi d'artificio. Il film si concentra in una giornata e segue tutte le fasi della preparazione e del ricevimento di nozze di una coppia particolarmente esigente, ma a cui niente va secondo i piani prestabiliti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è una metafora della nostra complessa società e un invito a impiegare la collaborazione per risolvere i problemi che ci accomunano
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film corale e ben ritmato, caratterizzato da una forte unità di tempo e di luogo
Testo Breve:

E’ difficile dirigere l’organizzazione di un matrimonio quando ognuno crede di essere l’attore più importante. Una divertente metafora della complessità del mondo moderno. 

Con questo film corale e ritmato, il duo Toledano-Nakache si distanzia dagli ingredienti che avevano caratterizzato il loro capolavoro, Quasi amici, per prendere ispirazione dalla commedia italiana degli anni '60 e '70. E se il risultato non riesce a eguagliare l'intensità della storia fra lo scorbutico paraplegico e il suo badante nero, nondimeno C'est la vie è una commedia riuscita e simpatica, grazie anche ad un cast di alto livello.

Tutto il film è caratterizzato da una forte unità di tempo e di luogo, ma si salva dalla fissità teatrale grazie a un incessante movimento di macchina fra i diversi ambienti, che riesce a malapena a seguire il turbinio dei personaggi affaccendati.

La scelta del soggetto può sembrare estremamente convenzionale, perché esistono decine di commedie che ruotano intorno ai matrimoni, ma fin dalla prima scena viene introdotto un punto di vista originale: non più quello degli sposi, ma quello del businessman, per cui il matrimonio è un lavoro delicato e i clienti sono fra i più difficili da accontentare.

Il protagonista, Max (molto ben interpretato da Jean-Pierre Bacri), è il dispotico titolare dell'impresa, assolutamente incapace di ascoltare gli altri, siano essi gli sposi o gli sgangherati membri della sua squadra di lavoro. Dai camerieri a chiamata, ai lavapiatti pakistani, fino al cantante-animatore, tutti i personaggi che normalmente stanno dietro le quinte sono abbozzati con poche simpatiche caratteristiche e con un tratto comune: la convinzione che il pezzettino di cui si occupano loro sia il più importante. Partecipa a questo trionfo di egocentrismo anche lo sposo, che organizza accuratamente il ringraziamento a se stesso per poi fingere di non aspettarsi la chiamata sul palco. A sorpresa, nel finale del suo eterno e noiosissimo discorso, cita Beaumarchais (maestro del teatro comico francese), dandoci un suggerimento per comprendere lo spirito del film: "Mi affretto a ridere di tutto, per paura di essere obbligato a piangerne".

Nell'intenzione dei registi, infatti, questo gruppo di persone diventa metafora della nostra complessa società, perché quando si lavora si è costretti a collaborare con gente diversa (anche per livello socioculturale) e bisogna scegliere se superare gli ostacoli e arrivare alla meta insieme oppure ognuno per conto proprio.

Max ripete senza sosta che le parole d'ordine sono "coordinarsi" e "ci si adatta", ma di fatto nessuno ascolta nessuno, fino a quando la festa non collassa al punto tale che, privi di un capo a cui obbedire, ognuno è costretto a tirare fuori le sue capacità e a prendere in mano la situazione, collaborando con chi gli sta intorno (molto bella è la scena in cui ognuno suona uno strumento improvvisato, guidati dai lavapiatti pakistani che sono ottimi flautisti).

Per terminare con le parole degli autori: "Non si scelgono le cose che capitano, ma la maniera di affrontarle. [...] Il mondo va a rotoli e cosa dobbiamo fare per mantenere il senso della festa? (Le sens de la fête è il titolo originale del film). Come dice Bacri, dobbiamo adattarci".

Autore: Giulia Cavazza
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL VEGETALE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/22/2018 - 09:32
 
Titolo Originale: Il vegerale
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Gennaro Nunziante
Sceneggiatura: Gennaro Nunziante
Produzione: Piero Crispino per 3Zero2, in coproduzione con The Walt Disney Company Italia
Durata: 90
Interpreti: Fabio Rovazzi, Paola Calliari, Rosy Franzese, Luca Zingaretti, Ninni Bruschetta

Milano. Assunto dopo un colloquio in un’importante azienda, il neolaureato in scienze della comunicazione Fabio Rovazzi scopre che le sue prospettive di carriera non andranno oltre l’ingrato compito di distribuire volantini condominio per condominio, che comunque assolve coscienziosamente e senza fiatare. Quando la sua ragazza lo lascia per andare a cercare fortuna all’estero, Matteo resta solo con il coinquilino Nicola, da cui è guardato con incredulo disappunto per la sua incapacità di accettare qualunque compromesso con la propria coscienza. La svolta avviene quando suo padre, imprenditore edile con cui non parla da tempo, finisce in coma dopo un incidente stradale, lasciandogli per legge carta bianca nella gestione degli affari, ma anche una sorellastra di 9 anni da accudire. Fabio si mette d’impegno alla guida dell’impresa ma scopre che tutta la fortuna di suo padre si deve a manovre illegali e allora, per mettere tutto in regola, è costretto a liquidarne il patrimonio. Non gli resta, senza più un lavoro e un soldo, che accettare uno stage nell’azienda che l’aveva già assunto, selezionato grazie alla dedizione mostrata nell’ambito del volantinaggio. Il tirocinio avverrà in un borgo rurale dell’Italia centrale e le sorprese, da qui in poi, non mancheranno.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista è un buono. Subisce non per mancanza di carattere ma per sovrabbondanza di fiducia e partendo da una posizione positiva rispetto alla realtà è capace alla fine del racconto di non perderla
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
L’autore-protagonista s’impegna, ispira simpatia – anche per come sa prendersi in giro – ma di certo non è un fuoriclasse capace di reggere un intero film grazie al carisma
Testo Breve:

Fabio Rovazzi, neolaureato in scienze della comunicazione, è un novello candide che si muove in un mondo ostile ma non perde mai la fiducia e la speranza. Un film di buoni sentimenti ma manca il carisma di Checco Zalone

Inutile girarci intorno. Scrivere e dirigere questo film, dopo averne fatti quattro di fila in coppia con Checco Zalone, per Gennaro Nunziante sarà stato come mettersi al volante di una utilitaria dopo aver pilotato una Ferrari da Formula 1. Nunziante non nasce cinematograficamente con Checco Zalone (era stato già sceneggiatore per Alessandro D’Alatri e Cristina Comencini) ma questo film era comunque atteso con curiosità, come un banco di prova e un “nuovo inizio”, per vedere che storia avrebbe potuto egli cucire attorno al filiforme youtuber Fabio Rovazzi, una maschera praticamente antitetica a quella “zaloniana” che lo ha reso celebre. Tutto in questo film sembra fatto apposta per non dover pesare troppo sulle spalle gracili del protagonista, che s’impegna, ispira simpatia – anche per come sa prendersi in giro – ma di certo non è un fuoriclasse capace di reggere un intero film grazie al carisma. Il passaggio, per certi versi, ricorda quello del regista Massimo Venier che, dopo l’abbuffata di cinque film diretti per il trio Aldo, Giovanni e Giacomo (negli anni dei loro migliori exploit) e Mi fido di te con Ale e Franz, si dedicò a Generazione 1000 euro, una commedia con a tema le ambasce dei giovani laureati nell’epoca della crisi e del precariato. Anche Nunziante riparte dai giovani, anzi dalla faccia quasi da bambino di Fabio Rovazzi, qui nelle vesti di un candido laureato ventiquattrenne che, pieno di aspettative e buona volontà, si scontra con un mondo del lavoro che sembra negargli qualunque possibilità non avesse anche prima di mettersi a studiare. Il vegetale del titolo è il soprannome che a Fabio è stato appioppato da suo padre (Ninni Bruschetta), il classico maneggione che ha capito come sfruttare a suo vantaggio i contorsionismi della legislatura italiana, ma è anche l’adulto stesso, che finisce immobilizzato dopo l’incidente, permettendo al ragazzo di riportare la famiglia nei binari dell’onestà e sul lastrico. I vegetali sono anche quelli con cui i giovani italiani non vogliono più sporcarsi le mani e che nelle campagne e negli orti della penisola vengono raccolti ormai solo dagli immigrati. Tutta la parte centrale del film (che in realtà è la meno originale, e in cui il protagonista incontra anche il mentore e la donna dei sogni) insiste sul paradosso di una società italiana multietnica in alcuni dei cui ambienti ormai gli italiani sono netta minoranza. Di vegetale è anche un po’ il sapore di questo film, guardando il quale si ha l’impressione di masticare della verdura cruda: qualcosa cioè di assolutamente sano e rinfrescante ma che non strappa i complimenti allo chef.

Nonostante i difetti e una certa mancanza di mordente, il film ci consente se non altro di allungare l’elenco di commedie totalmente prive di volgarità, e gli spunti interessanti non mancano. Le battute sui laureati in scienze della comunicazione che non sanno comunicare (con i padri, con le sorelle, con le fidanzate…) va decisamente a segno, così come la frecciata ai giovani con il mito bohémien e inflazionatissimo del fare il cameriere a Londra. Con sottigliezza si svela il ridicolo di uomini e donne d’azienda che dietro l’allure di impeccabilità sembrano più che altro recitare una parte, come anche sono ben raccontati, grazie ad alcuni caratteristi con le facce giuste, i conciliaboli tra avvocati e banchieri alla ricerca della scappatoia giusta.

Il tutto, come negli altri film firmati da Nunziante, senza mai infierire e con uno spirito costruttivo e rivolto sempre verso l’alto: l’eroe del film non è un citrullo. È un buono. Subisce non per mancanza di carattere ma per sovrabbondanza di fiducia, come ammette nel colloquio di lavoro con cui il film inizia. La sceneggiatura (nella quale sono filtrati alcuni “suggerimenti” del poeta Davide Rondoni, come si legge nei titoli di coda) asseconda questa bonomia e questo ottimismo (nel prossimo, nella vita, nel futuro…) e – bisogna ammettere – che è salutare seguire il personaggio cinematografico di un giovane italiano che parte da una posizione positiva rispetto alla realtà ed è capace di non perderla, alla fine del racconto, nonostante le vicissitudini incontrate lungo il cammino e l’epoca di spinto disincanto in cui si trova. Insomma, ci sono tutti i pregi del cinema di Gennaro Nunziante tranne quello più importante, la cui presenza, nei film precedenti, faceva da irresistibile collante. Purtroppo non è una mancanza da poco, anche se – come ha detto Rovazzi in un’intervista – “ questo film è il primo passo di un cammino”. In bocca al lupo. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STAR WARS - GLI ULTIMI JEDI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/18/2017 - 10:22
 
Titolo Originale: Star Wars: Episode VIII – The Last Jedi
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Rian Johnson
Sceneggiatura: Rian Johnson
Produzione: Walt Disney Studios Motion Pictures, Lucasfilm
Durata: 152
Interpreti: Mark Hamill, Carrie Fisher, Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaacs, John Boyega, Kelly Marie Tran, Andy Serkis, Domhnall Gleeson, Benicio Del Toro, Laura Dern

La lotta tra le forze del bene e quelle del male continua senza quartiere tra le galassie. La flotta stellare del Primo ordine, perennemente col fiato sul collo del contingente ribelle guidato dalla principessa-generale Leia Organa, ha creato una tecnologia in grado di localizzare le astronavi della Resistenza anche dopo le fughe nell’iperspazio. Mentre l’ex soldato Finn deve cercare su un vicino pianeta un misterioso grimaldello per azzerare tale svantaggio nei confronti dei nemici, il pilota scavezzacollo Poe Dameron si snerva tra la tensione di un assedio stellare e qualche problema di disciplina. Sul fronte opposto, il tormentatissimo Kylo Ren si dibatte tra la frustrazione per il mancato riconoscimento come nuovo Signore del Male e i sensi di colpa per le mani sporche di sangue. Intanto, sul pianeta più lontano di tutti, la giovane Rey ha scovato l’ultimo cavaliere jedi Luke Skywalker. Sembrano affidate a lui le ultime speranze di salvare l’intera galassia dall’oscurità.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è tutt’altro che disinteressato alla maturazione del pubblico più giovane. Lo si coglie nella descrizione della lotta tra il bene e il male che, con cognizione di causa, non racconta di una contrapposizione manichea ma di una guerra che si consuma nel cuore dei personaggi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film ralizzato con altissima professionalità, in particolare negli effetti speciali e nelle scenografie. All’appassionato più esperto infastidirà la mancanza di un unico tono espressivo: per intenderci, i vecchi episodi della saga erano già autoironici ma qui le gag che dovrebbero alleggerire la tensione sembrano virare verso l’auto parodia e allora cade la cosiddetta “sospensione dell’incredulità”
Testo Breve:

La lotta tra le forze del bene e quelle del male continua senza quartiere tra le galassie. La saga Star  Wars ormai gestita dalla Walt Disney, si preoccupa di attirare le nuove generazioni, inserendo nuove interessanti tematiche ma tradendo un po’ il pubblico affezionato alla “tradizione”.

Ci sono due modi per valutare questo film, a seconda che lo si consideri come destinato a confrontarsi con l’immane patrimonio mitologico che gli grava sulle spalle, oppure che lo si veda come un’avventura originale destinata a conquistare nuovi spettatori. Gli ultimi jedi è l’ottavo capitolo del canone principale di Star Wars (quindi il penultimo tassello di un corpus formato da tre trilogie) ma è soprattutto un anello di congiunzione tra il passato della famosa saga – che sta appunto per chiudersi – e il suo futuro, affidato alla progettualità della Disney che, detenendo ormai i diritti su tutto l’universo narrativo in questione, promette di espanderlo nei prossimi anni, in una miriade di ramificazioni. Poche settimane prima dell’uscita nelle sale, infatti, si è diffusa la notizia che a Rian Johnson – qui nelle doppie vesti di regista e sceneggiatore – è stata affidata l’ideazione di altri tre film (di cui dirigerà solo il primo) che andranno a esplorare un angolo della galassia di Star Wars ancora ignoto. E, visto ciò che la Disney ha fatto con l’universo cinematografico Marvel, c’è da giurare che siamo solo all’inizio di qualcosa. Il discorso, quindi, è complesso perché come nuovo episodio della saga il film delude ma come storia originale, chiamata a ridisegnare coordinate, atmosfere e tematiche, funziona. Fatalmente, Gli ultimi jedi è esattamente quello che deve essere: il grande film Disney di Natale, pensato per le nuove generazioni, che non si preoccupa di strizzare troppo l’occhio al pubblico adulto – il cui desiderio di nostalgia era già stato appagato dal bellissimo Rogue One (2016) – ma intende congedarlo inappellabilmente e senza troppi preamboli.

Il preambolo, in realtà, c’era stato due anni prima: l’episodio precedente, Il risveglio della forza (2015), era servito a riallacciare i nodi temporali, riepilogare le linee narrative, ricapitolare ogni dettaglio, ribadire il già detto (per l’ultima volta) per poi accogliere e rilanciare il nuovo. Se quello era un film che doveva portare al cinema spettatori vecchi e giovani insieme, questo può iniziare a fare a meno dei primi, non in termini numerici, naturalmente (chi si sognerebbe di perderselo?) ma forse in termini emotivi. Ed eccolo il nuovo! Gli ultimi jedi è, infatti, un film dissacrante e in questo sta la sua ambivalenza. Gli spettatori più navigati potrebbero sentirsi traditi. Quelli più giovani, invece, perfettamente a loro agio. All’appassionato più esperto infastidirà la mancanza di un unico tono espressivo: per intenderci, i vecchi episodi della saga erano già autoironici ma qui le gag che dovrebbero alleggerire la tensione sembrano virare verso l’auto parodia e allora cade la cosiddetta “sospensione dell’incredulità”.

Forse i giovani della generazione Facebook potrebbero non avvertire come schizofrenico questo doppio registro ma i loro genitori, che con il mito di Star Wars sono cresciuti, non troveranno dei film originali né la vera epica né l’autentico spirito fanciullesco che li contraddistingueva. Inoltre, se Il risveglio della forza era quasi irritante per come seguiva pedissequamente tutti i cliché, Gli ultimi jedi – con un movimento esattamente contrario – tradisce sistematicamente ogni aspettativa rispetto ai personaggi e alla trama. Il continuo disattendere tali attese (e qui non aggiungiamo davvero nulla, perché i colpi di scena sono innumerevoli) potrebbe anche essere un pregio, senonché tanta sfrontatezza, alla lunga, rivela la propria natura programmatica e diventa a sua volta stucchevole. Più che un’opera, un’operazione.

Eppure, nel suo tenere fuori dai giochi lo spettatore adulto, il film è tutt’altro che disinteressato alla maturazione di quello più giovane. Lo si coglie nella descrizione della lotta tra il bene e il male che, con cognizione di causa, non racconta di una contrapposizione manichea ma di una guerra che si consuma nel cuore dei personaggi, tutti più o meno colti da dubbi, paure e tentazioni (soprattutto l’arco drammatico del cattivo “tentato dal bene” Kylo Ren sembra essere da questo punto di vista il più intrigante di tutti). Lo si coglie anche da un inaspettato affondo di critica sociale (per la prima volta nella saga ci vengono mostrati “i ricchi”, non in quanto figure di potere ma in quanto privilegiati benestanti, in contrapposizione ai poveri sfruttati) e da un estemporaneo riferimento ai mercanti di armi che si arricchiscono vendendo arsenali ai cattivi ma anche ai buoni. Sembra proprio che la “galassia lontana lontana” inventata da George Lucas perda sempre più i riferimenti all’epos classico per maneggiare i suoi temi universali filtrandoli per spiegare il mondo di oggi. Forse è bene così. I capolavori del passato (l’inarrivabile trilogia classica degli anni Settanta-Ottanta) ne escono comunque ingigantiti. La mitologia è intatta ma solo cambiando completamente spartito la saga di Star Wars può entrare nel terzo millennio. Insomma, cari fan di Star Wars, per citare una celebre battura di Ritorno al futuro, “penso che ancora non siate pronti per questo ma ai vostri figli piacerà”.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PADDINGTON 2

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/14/2017 - 12:50
 
Titolo Originale: Paddington 2
Paese: Regno Unito, Francia
Anno: 2017
Regia: Paul King
Sceneggiatura: Paul King e Simon Farnaby
Produzione: HEYDAY FILMS, MARMALADE FILMS LTD., STUDIO CANAL
Durata: 95
Interpreti: Brendan Gleeson, Sally Hawkins, Hugh Grant, Hugh Bonneville

Paddington è un giovane orso dal cuore d’oro, che ha attraversato l’Atlantico a bordo di una scialuppa e ora vive a Londra con la sua famiglia adottiva. Ma non si è dimenticato di zia Lucy, l’orsa che lo ha cresciuto nel “Misterioso Perù”, e per il suo centesimo compleanno vorrebbe regalarle un libro pop-up. L’impresa si rivelerà più ardua del previsto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’orsetto Paddington ha la grande capacità di far diventare migliori tutti coloro che diventano suoi amici, anche i più improbabili
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
C’è molta ironia in Paddington 2, e un cast di personaggi che funziona, sorretto da attori divertenti (e divertiti), dialoghi brillanti e un certo gusto per la caratterizzazione macchiettistica, senza mezzi toni, come esige la vivacità un po’ caricaturale del feuilleton
Testo Breve:

L’orsacchiotto Paddington, uno dei personaggi più amati della letteratura inglese per l’infanzia, ritorna sugli schermi con un film a tecnica mista per farci ridere con ironia in una fiaba in stile retrò

Londra, 1956. Uno scrittore vede un orso di pezza abbandonato tra gli scaffali, in un negozio vicino alla stazione. Ha l’aria smarrita, come i bambini ebrei che ai tempi del nazismo migravano in Gran Bretagna per salvarsi dalla guerra. Spinto dai ricordi, l’uomo si ritrova a fantasticare su un orso che viene da lontano, dandogli il nome del posto in cui lo ha trovato. E fu così che Michael Bond inventò Paddington, uno dei personaggi più amati della letteratura inglese per l’infanzia. Dopo aver ispirato decine di romanzi, l’orsacchiotto dal montgomery blu arriva al cinema nel 2014, con un film di grande successo, che mescola computer grafica e riprese dal vivo. Realizzato dallo stesso studio indipendente e con il grosso dello staff rimasto invariato, Paddington 2 non è l’adattamento diretto di un libro di Bond, ma resta fedele allo spirito della saga, rispecchiandone i temi di fondo e la deliziosa aura vintage.

La trama si articola su due piani: la storia di un ‘angelo viaggiatore’, capace di cambiare il mondo con la sola forza della sua gentilezza, e il racconto d’avventura, fatto di cacce al tesoro e fughe rocambolesche, in un crescendo di rivelazioni che ingrana subito e avanza a passo spedito verso il finale, strizzando l’occhio alla narrativa popolare di metà Ottocento e all’epoca d’oro di Hollywood. Questa dinamica è evidente quando Paddington finisce in prigione per un furto che non ha commesso: quello del libro pop-up di Madame Kozolska, in realtà una mappa per accedere alle sue ricchezze, ora nelle grinfie di un fantomatico ladro. Nel tentativo di riabilitarsi agli occhi dei suoi cari, Paddington riuscirà a tornare a casa, trascinando con sé una schiera di improbabili aiutanti: i suoi compagni di cella. Contagiati dalla dolcezza dell’orso—e dei suoi panini alla marmellata d’arance—, il collerico cuoco ‘Nocche’ e gli altri detenuti non si limitano ad architettare spericolati piani di evasione, ma diventano persone migliori, in grado di sacrificare i propri interessi quando c’è in gioco la felicità del loro amico.

C’è molta ironia in Paddington 2, e un cast di personaggi che funziona, sorretto da attori divertenti (e divertiti), dialoghi brillanti e un certo gusto per la caratterizzazione macchiettistica, senza mezzi toni, come esige la vivacità un po’ caricaturale del feuilleton. Non stupisce quindi che a contrastare questo moderno orfanello di peluche, buono fino al midollo e altrettanto incline a combinare guai, sia un cattivo dickensiano come Phoenix Buchanan, camaleontica star in declino disposta a tutto pur di tornare alla ribalta: una spassosa parodia del ‘divo’ interpretata da Hugh Grant. Ma il piatto forte della pellicola è il suo stile leggero e sognante, abilissimo nell’intrecciare slapstick, azione e commedia con la poesia del linguaggio per immagini, che incanta lo spettatore e lo trasporta in una Londra meravigliosa, tra navi di carta e fiere del vapore, mongolfiere di patchwork e dolci color pastello.

In questo suo amore per la visibilità Paddington 2 è davvero pura animazione, e non un semplice sequel ma un’opera di oggi, con un messaggio molto più attuale di quanto non appaia a prima vista, sull’accoglienza e le buone maniere come stile di vita. Il tutto sotto forma di fiaba retrò, che intrattiene dalle prime scene ai (gustosissimi) titoli di coda, e piacerà a tutta la famiglia. Forse anche più della marmellata di arance.

Autore: Maria Chiara Oltolini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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