Film Verdi

Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

THE WAR - IL PIANETA DELLE SCIMMIE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 07/14/2017 - 22:50
 
Titolo Originale: War for the Planet of the Apes
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Matt Reeves
Sceneggiatura: Mark Bomback, Matt Reeves
Produzione: Chernin Entertainment
Durata: 143
Interpreti: Andy Serkis, Woody Harrelson, Judy Greer, Steve Zahn, Ty Olsson, Aleks Paunovic, Terry Notary, Sara Canning, Max Lloyd-Jones, Karin Konoval, Alessandro Juliani, Amiah Miller, Gabriel Chavarria, Michael Adamthwaite, Timothy Webber, James Pizzinato, Lauro Chartrand, Rhys Williams, Dean Redman, Charles Wickman

La possibilità di una pace tra la specie umana e quella dei primati è ormai tramontata. Un gruppo di soldati ribelli, guidati da un imperioso colonnello, compie un ultimo attacco alla comunità delle scimmie che si nasconde nella foresta sotto la guida di Cesare. Nell’attacco Cesare subisce una terribile perdita personale che lo porta a sperimentare un inatteso desiderio di vendetta

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
: Il film lancia una riflessione forte sulla natura dell'uomo in relazione a se stesso, alla propria storia e alla natura, nonostante la critica nei confronti dell’essere umano sia molto forte e quasi radicale, resta comunque ben costruita e valida in quanto stimolo alla riflessione
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena di combattimento e di soprusi compiuti a danno dei prigionieri potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film è realizzato con un’ottima tecnica narrativa e un impiego sorprendente delle tecnologie. L'espressività del motion capture raggiunge, soprattutto nel personaggio di Cesare, un livello altissimo.
Testo Breve:

Nel nono film della serie de Il pianeta delle scimmie  solo i primati e non gli uomini sanno ancora riflettere sulle proprie azioni  e  comprendere come solo la  pietà e il rispetto verso tutte le specie  può portare a una vita degna di essere vissuta 

Cosa rende un essere vivente veramente umano? Un quesito davvero vasto e potente per un film ma il regista Matt Reeve con questo terzo capitolo della nuova saga de Il Pianeta delle scimmie sembra determinato a offrire una possibile risposta. The War - Il pianeta delle scimmie è il nono film della serie cinematografica iniziata nel 1968 ispirata al romanzo omonimo (La Planète des Singes) di Pierre Boulle, pubblicato per la prima volta nel 1963 e divenuto un cult.

La seconda serie di film, cominciata nel 2011 con il prequel e reboot di Rupert Wyatt dal titolo L'alba del pianeta delle scimmie, si distacca molto dal soggetto originale del romanzo e fa ripartire dalle origini il racconto dello scontro tra la civiltà degli esseri umani e la nuova società di scimmie evolute. Nel 2014 lo stesso Reeve in Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie narrò la ribellione messa in atto dalla scimmia Koba e dai suoi seguaci desiderosi di vendicarsi dell’uomo. Dopo quindici anni e la quasi completa scomparsa della razza umana, in The war- Il pianeta delle scimmie i pochi uomini rimasti continuano a cercare la colonia di scimmie che si è rifugiata nella foresta per annientarla e con essa debellare il virus che ancora minaccia di sterminare gli esseri umani dal pianeta.

Cesare, il più evoluto esemplare di scimmia creato dall’uomo, è a capo della nuova colonia nascosta nel bosco. Il suo unico scopo è quello di garantire la pace e un’esistenza serena ai suoi simili, ma una divisione da combattimento veterana, guidata da un pluridecorato colonnello delle Forze Speciali, minaccia la comunità, con il preciso scopo di eliminare lo stesso Cesare. La guerra che ne consegue però si sviluppa quasi più al livello interiore dei personaggi che nello scontro vero e proprio.

Sul piano pratico è ormai evidente che le scimmie hanno possibilità di sopravvivenza decisamente superiori all’essere umano, la loro struttura fisica infatti, unita ad un’intelligenza più sviluppata, consente loro di adattarsi a qualsiasi contesto ambientale. Per questa ragione l’uomo è portato a percepire le scimmie come una minaccia da annientare per salvaguardare la propria specie. Eppure la risposta narrativa data da questo ultimo film riesce a ribaltare la questione e a portarla su un piano più morale.

Nel secondo capitolo della serie era chiaro infatti che le scimmie avevano non solo sviluppato la propria intelligenza ma anche una coscienza che le aveva portate a comprendere l’importanza del rispetto della vita dei propri simili. In Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie Koba dice infatti: “Scimmia non uccide scimmia”. In The war quella di Cesare è una battaglia puramente personale, egli infatti inizialmente desidera unicamente vendicare la morte dei suoi cari uccisi dalla spietata mano del Colonello. Tuttavia, attraverso un duro percorso, la storia di Cesare e il suo esempio arrivano a sottolineare un aspetto importante della questione: ciò che davvero minaccia la sopravvivenza della specie umana in effetti non è la prosperità della comunità dei primati ma il fatto che gli stessi esseri umani, sin dall’inizio dei tempi, si siano sempre uccisi tra loro.

Di qui discendono una serie di considerazioni sulla corretta lettura degli eventi storici, che il Colonnello interpreta a proprio piacimento solo per trovarvi una giustificazione alla sua efferatezza, e sul valore inestimabile del sentimento della pietà. La crudeltà dell’uomo messa a paragone con lo sforzo delle scimmie di creare una comunità pacifica, civile e solidale lascia intendere che probabilmente ciò che rende un essere vivente davvero umano è proprio la sua capacità di provare empatia, compassione e pietà verso i propri simili e insieme rispetto verso ogni forma di vita.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL DRAGO INVISIBILE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/14/2017 - 10:05
 
Titolo Originale: Pete’s Dragon
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: David Lowery
Sceneggiatura: Toby Halbrooks e David Lowery
Produzione: WALT DISNEY PRODUCTIONS
Durata: 102
Interpreti: con Oakes Fegley, Bryces Dallas Howard, Wes Bentley, Karl Urban, Robert Redford

Pete ha solo sette anni quando, in viaggio con mamma e papà in cerca di avventura, viene coinvolto in un tremendo incidente d’auto, che costa la vita ad entrambi i genitori. Pete però è anche un ragazzino sveglio e coraggioso, e dopo il tremendo impatto, da cui esce illeso, si addentra nel bosco. Qui farà perdere per anni le proprie tracce, imparando a vivere come una sorta di Mowgli, e proprio qui incontrerà Elliot, un drago all’apparenza minaccioso, che si rivela però nel tempo un amico prezioso, quasi una sorta di angelo custode.

Valutazioni
Il film non divide tanto i buoni dai cattivi (alla fine tutti sapranno riconoscere dove sta il bene), quanto tra coloro che mantengono il cuore spalancato e la mente sgombra da pregiudizi, e coloro che invece hanno perso la semplicità e la fiducia dei bambini e si fidano solo di se stessi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film, pur con qualche debolezza a livello di intreccio, si presenta come un prodotto curato e piacevole
Testo Breve:

Il piccolo Pete, rimasto orfano, vive da solo nel bosco ma alla fine sarà il drago Elliot il suo amico più fidato. Un racconto sull’importanza di avere un cuore semplice e una mente sgombra da pregiudizi

Liberamente ispirato a un altro film Disney per ragazzi del 1977, Elliot il drago invisibile, Pete’s Dragon si presenta come la rivisitazione contemporanea di una amicizia senza tempo tra un bambino orfano e indifeso e una creatura leggendaria, contro cui vige più di un pregiudizio. Se nella versione anni Settanta la Disney puntava sulla tecnica mista, mettendo insieme live action e animazione, e inserendo frequenti momenti musical, nella versione odierna vengono completamente estromessi i riferimenti musicali e nel realizzare il drago si fa affidamento solo alla computer grafica. Le sembianze fumettistiche del drago nella vecchia versione, che già nell’aspetto rivelavano la sua natura bonacciona, sono qui abbandonate in favore di una connotazione “ferale”, più vicina all’immaginario collettivo cui è tradizionalmente legato questo animale mitologico. Nonostante l’aspetto, però, fin da subito la natura di Elliot si rivela per quello che è, dimostrando la propria amicizia nei confronti di Pete e prendendosi cura di lui, e manifestando atteggiamenti ostili solo per difendersi da quegli “adulti” che, dando per scontato che egli sia una creatura pericolosa e malvagia, si gettano d’istinto contro di lui nel tentativo di catturarlo.

L’umanità che ritroviamo ne Il Drago Invisibile non è tanto divisa tra buoni e cattivi, né tra bambini e adulti, quanto tra coloro che mantengono il cuore spalancato e la mente sgombra da pregiudizi, e coloro che invece hanno perso la semplicità e la fiducia dei bambini e si fidano solo di se stessi. Nel primo schieramento ritroviamo Pete e gli adulti che prestano fede alle sue parole, disposti a guardare la realtà da una prospettiva diversa da ciò che sembra; del secondo invece fanno parte coloro che non si fidano, e guardano a Elliot solo come a un mostro. Tale distinzione però si dimostra nel finale non del tutto infrangibile: di fronte all’evidente bontà del drago anche i più convinti sostenitori della sua pericolosità possono cambiare idea.

Il film, pur con qualche debolezza a livello di intreccio (in alcuni punti manca di originalità, in altri di verosimiglianza), si presenta come un prodotto curato e piacevole, non solo per i più piccoli. Anche gli adulti infatti da un lato godranno delle manifestazioni di stupore dei bambini di fronte ai volteggi di Elliot e Pete, dall’altro verranno probabilmente colti da una commossa nostalgia, al ricordo (abbastanza prevedibile e non casuale) del volo di Atreiu in groppa a Falkor, il drago volante della Storia Infinita, un cult del genere fantastico degli anni Ottanta

Autore: Miriam Farabegoli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WONDER WOMAN

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/31/2017 - 14:06
 
Titolo Originale: Wonder Woman
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Patty Jenkins
Sceneggiatura: Allan Heinberg
Produzione: TLAS ENTERTAINMENT, CRUEL & UNUSUAL FILMS, DC ENTERTAINMENT, WARNER BROS., IN ASSOCIAZIONE CON RAT-PAC DUNE ENTERTAINMENT LLC
Durata: 141
Interpreti: Gal Gadot, Chris Pine, Connie Nielsen, Robin Wright, Danny Huston, David Thewlis

Diana cresce nell’isola segreta di Themiscira come principessa delle Amazzoni, donne guerriere votate a proteggere il genere umano dal terribile Ares dio della guerra e seminatore di violenza e dolore. Poi un giorno sull’isola giunge Steve Trevor, un ufficiale americano in fuga dai tedeschi. È il 1918 e la grande guerra insanguina l’Europa. Diana capisce che Ares è tornato e decide di seguire Steve nel mondo che ancora non conosce ma che vuole salvare…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’eroina mostra uno sguardo privo di cinismo sulla realtà, che sfida anche l’insensata violenza delle trincee del fronte occidentale e ribadisce la fiducia nella capacità di bene della natura umana contro il cupo pessimismo del suo avversario
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere, un paio di allusioni a sfondo sessuale.
Giudizio Tecnico 
 
Non a caso i produttori hanno voluto mettere a capo dell’operazione Patty Jenkins, una regista donna e forse è proprio a questo sguardo alternativo dobbiamo questa versione meno sexy e più fiera e regale anche se la storia soffre di un inizio un po’ lento e non ha per la verità degli antagonisti davvero interessanti
Testo Breve:

Fra tanti eroi maschili dell’universo Marvel, Wonder Woman mostra un volto femminile guerriero sì, ma non guerrafondaio, votato alla protezione e alla salvezza

Wonder Woman era forse una delle cose migliori dell’ultimo capitolo dell’universo di supereroi della DC Comics, Batman contro Superman, che per il resto non brillava. Qui ritorna come assoluta protagonista in una storia che racconta l’inizio della sua missione e che promette di diventare un tassello importante di quel mondo.

Si tratta del primo vero blockbuster con una supereroina protagonista (meglio dimenticare i modesti Elektra e Catwoman) in un genere prevalentemente maschile (anche se qualche personaggio femminile interessante c’è già stato, specie tra gli X Men, e la Vedova Nera è un membro importante degli Avengers). Non a caso i produttori hanno voluto mettere a capo dell’operazione una regista donna, e forse è proprio a questo sguardo alternativo dobbiamo questa versione meno sexy e più fiera e regale dell’eroina che combatte con una miniarmatura dai colori della bandiera americana.

La contrapposizione tra un maschile bestialmente guerrafondaio e un femminile guerriero sì, ma votato alla protezione e alla salvezza (in modo forse un po’ ingenuo e kitsch Diana afferma di lottare in nome dell’amore contro la volontà di potenza di Ares) piuttosto che alla violenza e alla prevaricazione, è un tema fondamentale della pellicola.

Non che la storia della principessa amazzone guerriera cresciuta in un’isola di sole donne demonizzi in assoluto l’elemento maschile; anzi, la dinamica tra la protagonista e Steve Trevor ha la comicità e l’atmosfera di certe commedie d’altri tempi, con una lei intelligentissima ma totalmente ignara dei meccanismi “mondani” e un lui civilizzato ma sfidato a riconoscerla come pari.

La storia si svolge alla fine della Prima Guerra Mondiale: nei fumetti originali era la seconda ma saggiamente i produttori hanno spostato lo scenario evitando così il confronto (per altro inevitabile con le avventure di Captain America, un altro supereroe dal cuore puro con cui Diana ha molto in comune .

Innanzitutto lo sguardo privo di cinismo sulla realtà (una vera novità specie nell’universo superomistico della Warner, che ha finora privilegiato i toni cupi anche su un campione del bene come Superman), che sfida anche l’insensata violenza delle trincee del fronte occidentale e ribadisce la fiducia nella capacità di bene della natura umana contro il cupo pessimismo del suo avversario.

Sempre nei limiti dell’intrattenimento mainstream, infatti, il film sfrutta il contesto storico  per tentare un discorso un po’ più complesso sulla natura della guerra e su quella dell’origine della violenza umana (libero arbitrio, natura irredimibile o influenza sovrannaturale?).  

La storia soffre di un inizio un po’ lento e non ha per la verità degli antagonisti davvero interessanti (il solito generale guerrafondaio e una scienziata che sperimenta con i gas letali, elemento, purtroppo assai attuale), mentre sul finale il solito scontro con macchine e carri armati gettati per aria ormai sembra il dazio da pagare al genere.

Ciononostante, anche grazie all’interpretazione luminosa di Gal Gadot, convincente sia nei momenti d’azione che in quelli di alleggerimento comico, anche se si rimane lontani dai migliori capitoli della Marvel, il film si lascia vedere e lascia sperare in un cambio di rotta anche per il futuro di Batman, Superman e C. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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ALAMAR

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/29/2017 - 10:04
 
Titolo Originale: Alamar
Paese: Messico
Anno: 2009
Regia: Pedro Gonzalez-Rubio
Sceneggiatura: Pedro Gonzalez-Rubio
Produzione: Matarraya e Xcalakarma
Durata: 73
Interpreti: Jorge Machado, Roberta Palombini, Natan Machado Palombini, Néstor Marìn “Matraca”

Un giorno Jorge e il suo piccolo figlio Natan raggiungono il nonno Matraca, che è un anziano pescatore del Banco Chinchorro nel mar dei Caraibi. Insieme trascorrono alcuni giorni nella palafitta di Matraca dedicandosi con lui alla pesca.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il docufilm racconta il tenero rapporto tra un padre e suo figlio alla scoperta di una natura incantevole e incontaminata. L’affetto, tenero e semplice, che lega i due fa tornare alla riscoperta dell’essenziale relazione che unisce l’uomo alla natura
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
E’ pregevole la fotografia, incantevole e poetica, e l’interpretazione sorprendentemente naturale e spontanea dei protagonisti specialmente del bambino
Testo Breve:

Una docufiction ambientata in una riserva naturale nel mar dei Caraibi. Un padre insegna a suo figlio la bellezza di una vita essenziale dove la natura diventa maestra e fonte di vita

Nel mezzo del mar dei Caraibi c’è un atollo incantato e selvatico circondato da acque cristalline e fatto di sabbia dorata, una fitta vegetazione incontaminata e una fauna variegata e vitale.  Qui, nella riserva naturale del Banco Chinchorro, si svolge la storia di Alamar, in uno scenario identico a quello della saga dei Pirati dei Caraibi. E Jorge, il protagonista di questa docufiction realizzata dal regista di origine messicana Pedro González-Rubio, ha proprio l’aspetto che potrebbe avere Jack Sparrow qualora quest’ultimo, cambiata vocazione, passasse da pirata a pescatore dei caraibi, in una versione più selvaggia, naif, paterna e amante della natura.

Alamar è un film che sfugge ad ogni definizione, in esso realtà e finzione si fondono e si compenetrano a vicenda. Quello che in origine doveva essere l’oggetto di un documentario, il paesaggio naturale di una riserva naturale nel Golfo del Messico, si trasforma nello sfondo suggestivo che ospita la rappresentazione di una storia in parte vera in parte costruita. In questo ambiente spettacolare infatti è stato generato Natan, il piccolo protagonista del film, un bambino speciale, nato in un luogo molto particolare. I suoi genitori, tanto nella realtà quanto nella finzione, sono Jorge, un nativo messicano, e Roberta, un’italiana capitata per lavoro nei Caraibi.

Natan è figlio di due mondi inconciliabili tra loro che non consentono ai suoi genitori di vivere insieme, eppure questo bambino particolare riesce a muoversi con la stessa spontanea disinvoltura tra le due opposte realtà: da un lato quella urbana quando è con la madre, dall’altro quella più selvaggia e naturale quando vive con suo padre. “Io a volte penso che Dio ci ha fatto incontrare esplicitamente per fare Natan” dice infatti Roberta per sintetizzare la sua storia con Jorge.

Il mare, la natura e l’anziano pescatore Matraca sono gli elementi ancestrali su cui si basano la fotografia e il racconto di quest’opera deliziosa. In Alamar Natan rappresenta la sintesi vivente di tutta la poesia, il fascino e la spettacolare vitalità di una natura selvaggia, ricca e incontaminata. Attraverso i suoi occhi, mentre accompagna il padre e il nonno Matraca a pescare nelle acque limpide del Banco Chinchorro, si rivela tutto lo splendore e l’armonia di un paesaggio stupefacente.

Jorge accompagna con amorevole dedizione suo figlio a compiere un’esperienza avvincente in simbiosi con la natura anche quando questa appare più ostile e selvaggia. Il padre insegna a suo figlio come adattarsi ad uno stile di vita più semplice, ridotto ai bisogni essenziali, ma che al tempo stesso regala emozioni uniche, come l’incredibile amicizia di un airone, l’emozionante caccia alle aragoste o la faticosa pesca del barracuda a mani nude.

Banco Chinchorro è stato dichiarato Riserva Naturale della Biosfera nel 1996 dall’UNESCO e costituisce la più grande barriera corallina del paese. Alamar rappresenta l’occasione per osservare questo ambiente naturale senza porsi con un approccio troppo intellettuale e distante. La storia basata sulla relazione padre-figlio e lo stile di riprese molto ravvicinate conferiscono ad ogni paesaggio un aspetto anche personale, intimo e assai tenero. Tutto il film racconta il fascino di una relazione tra l’uomo e una natura imponente e dura ma anche accogliete, una relazione fondata sulla base degli stessi sentimenti di rispetto e amore, dedizione e gioia su cui si fonda il rapporto tra padre e figlio.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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PIRATI DEI CARAIBI – LA VENDETTA DI SALAZAR

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/24/2017 - 11:24
 
Titolo Originale: Pirates of the Caribbean: Dead Men Tell No Tales
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Joachim Rønning, Espen Sandberg
Sceneggiatura: Jeff Nathanson
Produzione: Walt Disney Pictures, Jerry Bruckheimer Films
Durata: 129
Interpreti: Johnny Depp, Javier Bardem, Brenton Thwaites, Kaya Scodelario, Kevin McNally, Geoffrey Rush, Orlando Bloom, Keira Knightley e con la partecipazione di Keith Richards

Questa volta Jack Sparrow affronta una flotta di marinai fantasma guidati dal capitano Armando Salazar. Si uniscono a lui nella ricerca del leggendario tridente di Poseidone, sua unica speranza di salvezza, anche una giovane astronoma, Carina Smyth, il marinaio Henry Turner e persino il suo acerrimo nemico Capitan Barbossa.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
A dispetto delle apparenze anche i Pirati hanno un cuore, sia come genitori che come figli. E’ questo il vero pregio valoriale di questo quinto episodio della saga: la riscoperta di questo affetto che, anche a distanza, continua a vivere e motivare le azioni dell’essere umano
Pubblico 
Tutti
Eccezionali effetti di computer grafica si uniscono a scenografie, trucchi e costumi eccellenti; la sceneggiatura è ricca di divertenti giochi linguistici, ma nella versione doppiata possono essere solo parzialmente apprezzati, tuttavia risente di una trama un po’ debole, non sé non particolarmente avvincente.
Testo Breve:

Quest’ultimo episodio della famosa saga può contare ancora una volta sul divertimento che garantisce il personaggio di Johnny Deep sorretto da una trasbordante iniezione di computer grafica. Senza sorprese la trama e i personaggi secondari

Il gioco degli effetti speciali si fa sempre più sofisticato e l’esperienza sempre travolgente, il quinto capitolo della saga dei Pirati dei Caraibi, La vendetta di Salazar, è senza dubbio un film esaltante. I sorprendenti risultati della computer grafica che ci hanno stupito nei precedenti film non mancano, anzi sovrabbondano. Con buona pace della storia però, che ha più che altro il pregio di costituire l’occasione per realizzare scene sbalorditive e dialoghi spassosi ed esplora quel sentimento vivo e forte che lega genitore e figlio.

Questi ultimo film della saga dei  Pirati dei Caraibi, raccontati dai registi Joachim Rønning ed Espen Sandberg, non sembra aggiungere nulla di nuovo o di particolarmente originale a quanto detto nei precedenti episodi. A questo punto della saga l’interesse sembra soprattutto rivolto alla soddisfazione delle aspettative del pubblico che continua a manifestare una grande passione nei confronti del personaggio di Jack e che al tempo stesso è in cerca di imprese spettacolari e stupefacenti. Sebbene dunque la storia in sé non abbia nulla di particolarmente significativo, sequenze mozzafiato e battute di spirito riempiono quasi ogni scena del film e Jack Sparrow, nonostante il suo perenne stato di ebbrezza, non delude.

Jonny Deep resta il pirata intrigante, irriverente e divertente che abbiamo imparato a conoscere. Il suo Jack si conferma icona di stolida furbizia in cui gli opposti convivono: egoista ma generoso, approfittatore ma altruista, sciocco ma sapiente, spregevole ma eccezionale; soprattutto però sempre assolutamente imprevedibile. La quinta edizione dei Pirati dei Caraibi punta tutto su di lui e il personaggio, sorretto da un ingente dispiegamento di mezzi grafici, scenografici, di trucco e costumi e da un esercito di comparse, tutto sommato regge la prova.

Questa volta Jack deve affrontare un nuovo nemico, il capitano Armando Salazar (Javier Bardem), mentre quello antico, Capitan Barbossa (Geoffrey Rush), è alle prese con affetti per lui del tutto nuovi e inusuali. In Pirati dei caraibi – La vendetta di Salzar, tutto parte da interessi personali, speranze e rancori passati mai sopiti che fanno intrecciare tra loro storie e vicende di ciascuno dei personaggi principali. Henry Turner (Brenton Thwaites), figlio di Will Turner (Orlando Bloom), il capitano dell'Olandese Volante, e della bella Elizabeth Swann (Keira Knightley), desidera a tutti i costi liberare il padre da una maledizione. Carina Smyth (Kaya Scodelario), una affascinante e giovane astronoma condannata per stregoneria, spera di riuscire a risolvere un mistero che la accompagna sin da quando suo padre la abbandonò in un orfanotrofio. Armando Salazar, capitano della Silent Mary, è un terrificante fantasma spagnolo con un unico scopo: vendicarsi del suo più grande nemico: Jack Sparrow. Hector Barbossa (Geoffrey Rush), divenuto ormai capitano di una grande flotta che domina i mari dei Caraibi, non vuole altro che salvare e difendere le sue ricchezze e il suo potere dagli attacchi dell’evanescente equipaggio del capitano Salalzar. Ciascuno di loro, per un motivo o per l’altro, ha bisogno di due oggetti magici fondamentali per portare a compimento la propria impresa: il Tridente di Poseidone, perduto negli abissi, e la bussola di Jack Sparrow.

La folle, ambigua e falsa meschinità piratesca di Jack si rivela anche questa volta una facciata dietro la quale si nasconde l’antieroe che intuisce le buone intenzioni e riesce farle trionfare su quelle cattive. Tirato da una parte e dall’altra Jack riesce come sempre a mettere insieme gli interessi di tutti per salvarsi la pelle e al tempo stesso aiutare ogni personaggio. Nonostante e attraverso il suo estremo e cinico individualismo in realtà anche gli altri trovano il proprio beneficio.

Il traino della storia di Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salzar è l’amore che lega genitore e figlio, nonostante questo costituisca solo un piccolo spunto per dare l’avvio e non sia del tutto approfondito. La maggior parte dei personaggi infatti non manifesta un bisogno di famiglia veramente forte. La giovane e nuova coppia composta da Henry Turner e Carina Smyth agisce spinta dal desiderio di portare a compimento una missione che riguarda i rispettivi padri. La vera sorpresa però la riserverà il padre di Carina il quale resterà lui stesso stupito e pervaso da un amore profondo e orgoglioso verso la figlia.

Anche questa volta insomma il personaggio di Johnny Depp prevale su tutto, ma semplicemente perché la storia degli altri è in se stessa poco consistente. Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar è indubbiamente un prodotto commerciale assai ben riuscito, intenzionalmente costruito per soddisfare il desiderio degli spettatori di rivedere Jack Sparrow ancora in azione circondato da effetti speciali che sorprendano e garantiscano grandi emozioni.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SETTE MINUTI DOPO LA MEZZANOTTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/21/2017 - 11:21
 
Titolo Originale: Un monstruo viene a verme
Paese: Spagna, USA
Anno: 2016
Regia: Juan Antonio Bayona
Sceneggiatura: Patrick Ness
Produzione: APACHES ENTERTAINMENT, LA TRINI, RIVER ROAD ENTERTAINMENT, PARTICIPANT MEDIA
Durata: 108
Interpreti: Lewis MacDougall, Sigourney Weaver, Felicity Jones, Toby Kebbell, Liam Neeson

Conor è un ragazzo inglese di 12 anni E’ abituato a cucinare e a fare le pulizie di casa perché la madre, malata di cancro, passa lunghi periodi in completa inattività dopo i trattamenti chemioterapici. Il padre è lontano, vive negli Stati Uniti. Nelle giornate più critiche passa qualche giorno da loro la nonna materna ma Conor non la vede con simpatia, la considera troppo rigida e rifiuta ogni ipotesi di andare a vivere con lei. Il ragazzo non riesce ad avere momenti sereni neanche quando va a scuola. I professori sono gentili con lui conoscendo la sua situazione, ma alcuni suoi compagni lo tormentano con gesti di bullismo. Una notte gli sembra che il grande albero di tasso che si trova sulla collina davanti la sua casa si sia come svegliato e trasformato in un gigante che inizia a parlare con lui. Lo informa che da quella notte in poi, alla mezzanotte e sette minuti precisi, verrà da lui e gli racconterà tre storie. Alla quarta volta sarà il ragazzo stesso a dover raccontare la sua vera storia. La mattina dopo Conor non sa se ha sognato o se l’incontro è avvenuto realmente…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una madre e una nonna, dei bravi insegnanti, sanno stare vicino al ragazzo Conor in una stagione difficile della sua esistenza
Pubblico 
Adolescenti
Il film non è propriamente per tutti ma a partire da ragazzi di almeno 10-12 anni, non facilmente impressionabili. Il tono generale del film è melanconico (una madre, malata di cancro, deperisce progressivamente) e alcune scene potrebbero impressionare
Giudizio Tecnico 
 
Eccezionale la recitazione di Lewis MacDougall, il ragazzo della storia; molto belle le sequenze animate e molto curata la scenografia
Testo Breve:

Un ragazzo è triste perché sua madre è malata di cancro. Un albero prende vita ogni notte per aiutarlo ad affrontare la realtà. Un racconto di formazione molto ben realizzato

Diciamo subito che il film è molto ben fatto. Lewis MacDougall, il ragazzo che recita la parte di Conor è semplicemente strepitoso nel trasmetterci un senso di vulnerabilità, profonda melanconia, come richiesto dal film. Le ambientazioni (la casa di Conor, posta ai piedi di una collina dove c’è solo la chiesa, il cimitero e un grande albero di tasso, o la stradina dove si affaccia la casa della nonna) sono squisitamente inglesi come ce li possiamo immaginare, ma al contempo sembrano uscite da un disegno di qualche libro di favole.

Le sequenze animate presenti nel film, realizzati secondo lo stile di un disegno ad acquerello, sono incantevoli. Solo il ritmo del film è insolito e potrebbe non piacere a tutti. Il racconto avanza non per l’accadimento di eventi, ma per il mutare progressivo delle emozioni che i protagonisti, soprattutto il ragazzo, percepiscono.

In una scena, che è determinante per il racconto, madre e figlia guardano alla televisione la sequenza finale del film King Kong, quando lo scimmione cade dall’Empire State Building, abbattuto dagli aerei. E’ il simbolo, usato nel film, per esprimere la presenza del dolore, anche quello ingiusto, come nel caso della malattia della madre.

Il film è un racconto di formazione per un ragazzo di dodici anni in un contesto difficile: la mamma è malata di cancro, ogni giorno a scuola subisce atti di bullismo. Quando il poderoso albero di tasso, che, in un certo senso, ha fatto parte della sua vita fin da quando era bambino, si è come risvegliato dal suo secolare torpore vegetale ed è venuto da lui per aiutarlo, raccontandogli tre storie, Conor non sa proprio cosa farsene della sua proposta. Le sue esigenze sono più radicali: chiede all’albero di far guarire sua madre, di non esser costretto ad andare ad abitare dalla nonna, di non dover più subire le angherie dei compagni di scuola. Ma l’albero ha un altro obiettivo: insegnargli a guardare in faccia la realtà, a fargli scoprire la verità, anche quella che non osa neanche confessare a se stesso.  I tre racconti, hanno un fondo di crudeltà come spesso succede per le favole. Il primo serve a dimostrare al ragazzo che non bisogna fermarsi alle apparenze e giudicare frettolosamente dove stia il bene e dove il male. Il secondo vuole fargli comprendere l’importanza di vivere una vita in modo coerente con la propria fede che non va mai tradita neanche nelle situazioni più difficili. Nel terzo incontro, non molto edificante, il ragazzo viene invitato a reagire con forza e decisione ai soprusi dei suoi compagni di scuola. Alla fine, la prova più ardua: Conor deve guardare dentro se stesso e scoprire cosa realmente attanaglia il suo cuore, oltre alla sofferenza che sente per il destino della madre.

Il regista è molto bravo (aveva esordito con The Orphanage, una sorta di thriller gotico ambientato  in un mondo di bambini) nel non cadere nel didattico in questa sorta di favola educativa con sottofondo di psicoanalisi. I momenti reali e quelli fantastici si alternano in modo naturale e sembrano fondersi progressivamente (in effetti l’albero buono che parla con il ragazzo ha un’origine che non possiamo rivelare). Solo le scene di bullismo a scuola non sembrano avere uno sviluppo coerente: non si comprende perché i compagni si accaniscano tanto contro Conor, se non per il fatto di essere un ragazzo sensibile e taciturno, quindi un diverso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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IL FARO DELLE ORCHE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/15/2017 - 18:47
 
Titolo Originale: El faro del las orcas
Paese: Spagna
Anno: 2016
Regia: Gerardo Olivares
Sceneggiatura: Gerardo Olivares, Lucía Puenzo, Shallua Sehk
Produzione: Historias Cinematograficas Cinemania / Wanda Visión S.A. Género
Durata: 110
Interpreti: Maribel Verdú, Joaquín Furriel, Joaquín Rapalini Olivella, Ana Celentano

All’estremo Sud della Patagonia, Peto è il guardiano di un faro e un attento osservatore della natura. Sulla spiaggia appena sotto casa sua, dei leoni marini si muovono indisturbati, mentre al largo si intravedono le pinne delle orche. E’ proprio verso queste ultime che l’uomo ha un rapporto particolare di amicizia. Peto si è conquistato una certa fama attraverso un documentario della National Geographic e ciò spinge una madre, Lola, a trasferirsi dalla Spagna fino a questo sperduto angolo del mondo con suo figlio Tristan affetto da autismo. Ha scoperto infatti che Tristan, ha provato una certa emozione nel vedere Peto intrattenersi con le orche e questo particolare ha acceso le speranze della madre…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una madre è interamente dedicata alla cura di suo figlio affetto da autismo e non abbandona mai la speranza di una guarigione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film è molto bello quando ci mostra una Patagonia incontaminata. Più prevedibile quando sviluppa gli intrecci fra i due protagonisti
Testo Breve:

Una madre e suo figlio affetto da autismo lasciano la Spagna per recarsi in Patagonia. Il ragazzo sembra prender vita quando riesce ad avvicinarsi alle orche, con l’aiuto di un uomo che da tempo vive in simbiosi con questi animali. Un film sulla bellezza della natura e sul coraggio di una madre. 

Fin dalle prime sequenze comprendiamo che il punto forte di questo film è la contemplazione di una natura che riesce a vivere i suoi ritmi nativi, senza subire interferenze da parte dell’uomo, supportata da una bellissima fotografia.

Ma proprio questa natura mostra il suo vero volto: per due volte vediamo un’orca avvicinarsi di soppiatto alla riva e afferrare un leone marino per divorarlo. “La natura a volte è crudele” commenta Peto, rivolto al bambino che era arrivato fino in Patagonia per cercare di diventare amico delle orche e ora ha scoperto il loro volto di spietate carnivore.

A mio avviso la scelta del regista è stata corretta: avrà voluto chiarire fin da subito che la sua posizione è mille miglia lontana dai documentari edulcorati della Disney o addirittura dall’antropomorfizzazione degli animali di certi cartoon. Il suo atteggiamento è soprattutto di rispetto verso la natura per quello che è nella realtà; fatta anche di animali che cercano di sopravvivere. Non è l’uomo che si deve formare un’immagine di suo piacimento della natura ma è quest’ultima che ha qualcosa di importante da dire all’uomo. Ci troviamo di fronte a una ricerca di armonia fra antropologia e visione della natura che è raro trovare in altri film. Di fronte a una natura che è vera, diventa vero anche l’uomo. E’ significativa la sequenza dove un’amica di Lola le confessa che anche lei è nata e vissuta a lungo in una grande città e non aveva mai immaginato che avrebbe potuto trovare la felicità proprio in quello sperduto angolo del mondo.

Che rapporto ci può essere fra l’uomo e gli animali che popolano questa baia della Patagonia?

E’ quello che cerca di capire Peto, che conosce le orche una per una e le chiama per nome. A lui basta suonare la fisarmonica a bocca, battere l’acqua con le mani e loro, prima o poi, arrivano. E’ anche quello che cerca di capire il piccolo Tristan: dal suo mondo chiuso in se stesso, fra le tante paure verso tutto ciò che è nuovo, sente che quelle orche che, con l’aiuto di Peto, riesce ad avvicinare, hanno qualcosa da dirgli più di qualsiasi essere umano.

E’ indubbio che questo film dà il meglio di se’ proprio quando si avventura nel mondo inesplorato delle nostre relazioni con la natura. Più prevedibile il racconto dell’incontro fra il solitario Peto (in isolamento volontario, dopo che una tragedia ha sconvolto la sua famiglia) e la melanconica Lola, che è stata abbandonata dal marito e che ha deciso di dedicare la sua vita a prendersi cura del figlio.

Anche in questo caso però i loro rapporti, il loro progressivo avvicinamento, vengono raccontati con una particolare attenzione alla loro sensibilità di persone ferite nell’animo.

Non ci sono grandi eventi narrati in questo film, non c’è da aspettarsi nessun colpo di scena, ma il progressivo schiudersi al mondo esterno del piccolo Tristan e il graduale recupero dalle ferite di cuore di un uomo e una donna, con gli stessi ritmi di una natura che non ha mai fretta.

Il film è disponibile sulla rete Netflix in lingua italiana.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THIS BEAUTIFUL FANTASTIC

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/10/2017 - 15:16
 
Titolo Originale: This Beautiful Fantastic
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2016
Regia: Simon Aboud
Sceneggiatura: Simon Aboud
Produzione: AMBI MEDIA GROUP, IPSO FACTO PRODUCTION, SMUDGE FILMS, CONSTANCE MEDIA, IN ASSOCIAZIONE CON LIPSYNC, HEAD GEAR FILMS, KREO FILMS
Durata: 100
Interpreti: Jessica Brown Findlay, Tom Wilkinson, Jeremy Irvine, Andrew Scott

Bella Brown è un’orfana allevata in un collegio di suore dopo che un vecchio che passava in bicicletta per il greto di un fiume l’aveva trovata, neonata, in una scatola di cartone. Bella, ormai cresciuta, vive da sola in una casa in affitto perfettamente ordinata, perché lei ha repulsione per tutto ciò che è fuori posto. Ha trovato un impiego di bibliotecaria che le serve per guadagnarsi da vivere quanto basta per finire di scrivere un racconto illustrato per ragazzi. Tutto va per il suo verso giusto quando, un giorno, il padrone di casa le intima di mettere in ordine il giardino entro un mese (lei non ama il verde) altrimenti la sfratterà. Le viene in aiuto, con saggi consigli, Vernon, un giovane vedovo che fa da cuoco e maggiordomo per Alfie, lo scorbutico e insopportabile vicino di casa…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre vicini, ognuno con i propri problemi, trovano il modo di aiutarsi a vicenda e stabilire fra loro solidarietà e amicizia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film si mantiene coerente, nella sceneggiatura, la recitazione e la regia, al tono favolistico che ha voluto imprimere al racconto. Traspare talvolta un eccesso di enfasi nei dialoghi
Testo Breve:

Bella è una ragazza orfana che vive sola, anche se presto troverà amicizia e amore. Una bella favola raccontata con molta delicatezza

A chi non piacciono i libri con racconti illustrati per bambini, né si è mai seduto accanto a un figlio o un nipote a raccontare la storia del libro seguendo le figure, questo film non fa per lui. Non solo perché la protagonista, Bella, è una ragazza che desidera scrivere e disegnarne uno, ma perché tutto il racconto si sviluppa come se fosse proprio una favola illustrata. C’è la ragazza orfana un po’ svagata, il vecchio burbero ma buono, il maggiordomo vedovo con due bimbe gemelle, sempre pronto ad aiutare tutti, il bel giovane scienziato disordinato di cui Bella finirà per innamorarsi.  Il tutto si svolge in spazi limitati: la casa della ragazza con il suo giardino da coltivare, quella del vicino e la biblioteca della cittadina. Sono spazi ristretti ma la fantasia dei protagonisti spazia senza limiti: Alfi, un abile giardiniere, sa raccontare, di ogni fiore, le sue lontane origini e si commuove ricordando quando scoprì, fra le montagne dell’Iran, un fiore rarissimo, assieme a sua moglie, anch’ella appassionata fioricultrice, nell’ultimo viaggio prima che lei morisse. Anche Billy, il giovane scienziato, sogna di far volare i suoi uccelli meccanici mentre Bella cerca ispirazione per riuscire a raccontare una favola bella come un sogno….

All’inizio del racconto troviamo non pochi conflitti. Vernon non sopporta più i toni insolenti di Alfie e decide di licenziarsi, Bella rischia lo sfratto se non mette a posto il giardino e deve sopportare la tignosa direttrice della biblioteca. Ma come nelle migliori favole, tutto si trasforma quando ognuno scoprirà che aiutandosi a vicenda ogni cosa potrà venir risolta e Bella, che si era sempre preoccupata di chiudere la porta di casa con tre lucchetti, finisce per dimenticarsela aperta, ora che si è innamorata. Un’armonia umana che si riverbera nella perfetta composizione di fiori del giardino, ora che Alfie ha preso in mano la direzione dei lavori. Un’armonia a cui non è estranea la fede in Dio, anche se vi si allude in modo indiretto (i rosari che Bella conserva in casa sua, le brave suore che si sono curate di lei quando era piccola).

Bella ricorda tantissimo, nei suoi occhi sognanti un’altra ragazza, quella di Il favoloso mondo di Amélie,  il grande successo francese del 2001. Anche Amélie cercava di “mettere  ogni cosa a posto” nei confronti dei suoi vicini ma mentre le sue soluzioni era molto graziose e surreali,  il racconto su Bella e i suoi amici assume le caratteristiche  di un apologo morale.

Un film bello ma delicato come le manine citate in Amarcord, che fluttuano nell’aria al più leggero soffio di vento.

Non si può che apprezzare la grazia del racconto e i buoni sentimenti che riesce a esprimere, se non fosse che la sceneggiatura ha infarcito i dialoghi di non poca retorica. Soprattutto nei racconti di Alfie, i prati si estendono all’infinito, il sole è radioso, i colori dei fiori sono abbaglianti. Ma forse anche questo è un modo di allinearsi allo stile dei racconti delle favole.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BALLERINA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/02/2017 - 16:25
 
Titolo Originale: Ballerina
Paese: FRANCIA, CANADA
Anno: 2016
Regia: Eric Summer, Éric Warin
Sceneggiatura: Carol Noble, Eric Summer, Laurent Zeitoun
Produzione: Gaumont, Quad Productions, Caramel Film, Main Journey
Durata: 89

Félicie Milliner è una ragazzina di undici anni che sin da neonata ha vissuto in Bretagna, in un orfanotrofio col suo migliore amico Victor. Dopo essere scappata dall'orfanotrofio con Victor giunge a Parigi e, per riuscire a frequentare il corso di danza dell'Operà, ruba l’identità di Camille, ricca e saccente ragazzina che insegue i sogni della madre. Félicie subisce le cattiverie di Camille e di sua madre Règine ma grazie alla sua passione per la danza e alla grande bontà della serva Odette realizzerà il suo sogno

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una storia che spinge a credere nei propri sogni e a non abbattersi di fronte alle difficoltà e ai sacrifici necessari per realizzarli. E’ particolarmente pregevole la figura di Odette che grazie ad uno spirito di sacrificio disinteressato e generoso dopo aver visto arenare i propri sogni trova ancor più gioia nell’aiutare la sua amica.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una grafica molto curata si ispira ai grandi pittori di quel momento creativo che fu vissuto nella Parigi di fine ottocento. Purtroppo la sceneggiatura risulta un po’ debole nella parte centrale della storia, quella in cui l’antagonista dovrebbe prendere il sopravvento mentre la protagonista dovrebbe accettare e superare le difficoltà e imparare dai propri errori a lottare per difendere i propri affetti prima ancora che i propri sogni.
Testo Breve:

Nella Parigi della fine ottocento, due orfani cercano di realizzare le loro aspirazioni, la prima come ballerina, il secondo come inventore. Una storia deliziosa molto ben disegnata ma con una sceneggiatura debole

In uno dei momenti maggior fioritura dell’arte nella Parigi di fine ottocento è ambientata la deliziosa vicenda di Ballerina, film di animazione franco-canadese. Tenera e dolce storia fondata sul desiderio di realizzare le proprie aspirazioni e trovare il proprio posto nel mondo, che si sviluppa sullo sfondo di una città in grande fermento artistico in cui la danza, la musica, la poesia, la pittura, la scultura e l’architettura si sviluppano e si compenetrano a vicenda.

La protagonista di questa storia, che ha il potere di incantare soprattutto la fantasia delle bambine, è Félicie, una giovane orfana con l’innata passione per la danza che sogna di diventare una grande ballerina dell’Operà di Parigi. Per realizzare il suo sogno Félicie fugge dall’orfanotrofio in Bretagna in cui è cresciuta e, insieme al suo miglior amico Victor, giovane e bizzarro inventore in erba, raggiunge Parigi. Armati entrambi di grande passione e di un notevole spirito di sacrificio i due si dividono tra le strade di una splendida Parigi in fermento per cercare il luogo adatto a realizzare i propri sogni.

Dopo aver assistito di nascosto alla stupefacente performance di Rosita Mauri, prima ballerina dell’Operà, Félicie conosce la dolce Odette, una ragazza all’apparenza scontrosa ma dotata di un grande cuore, che si fa carico della piccola orfana e del suo sogno. Félicie e Victor procedono con determinazione verso la realizzazione delle loro aspirazioni ma le difficoltà e gli ostacoli non tardano a frapporsi lungo il loro percorso.

Le pittoresche strade di Parigi, la sorprendente costruzione della Torre Eiffel e della futura Statua della Libertà e i suggestivi panorami osservati dall’alto della cupola del teatro dell’Operà sono i dettagli che inseriscono questa storia semplice e delicata in un contesto storico e artistico assai significativo e peculiare. Anche i personaggi che rappresentano per i due giovani protagonisti l’ideale traguardo da raggiungere sono reali figure storiche. Uno è il famoso ingegnere Gustave Eiffel nel cui studio Victor impara come realizzare grandi opere architettoniche. L’altra è Rosita Mauri, ballerina dell’epoca assai nota in tutta Europa, la cui grazia nella danza ispirò non solo popolari balletti e poemi, ma anche grandi artisti del calibro di Edgar Degas, Auguste Renoir, Eduard Manet e molti altri che realizzarono sul suo soggetto numerosi famosi ritratti.

Le opere di questi importanti pittori sembrano in una certa misura aver anche ispirato la grafica e la composizione di alcune scene del film che nelle pose e negli ambienti ricordano i loro quadri; sebbene la nitidezza della grafica dell’animazione si discosti molto dai tratti sfumati e indefiniti tipici dell’impressionismo francese.

Tutti questi dettagli insieme alle musiche coinvolgenti fanno di Ballerina un piccolo lavoro d’animazione gradevole e ben riuscito, nonostante la storia in se stessa manchi di una struttura veramente del tutto avvincente. Fra tutti spicca il personaggio di Odette, giovane serva che a causa di un incidente ha dovuto abbandonare il proprio sogno ma che attraverso una grande generosità e pazienza riesce a ritrovare soddisfazione e gioia ancora più profonde nella sua piccola amica.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JACKIE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/26/2017 - 12:24
 
Titolo Originale: JACKIE
Paese: usa/cILE
Anno: 2016
Regia: Pablo Larrain
Sceneggiatura: Noah Oppenheim
Durata: 100
Interpreti: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Billy Crudrup, Greta Gerwig, John Hurt, Richard E.Grant

Pochi giorni dopo la morte del marito, nella villa dove si è ritirata con i suoi figli, Jackie Kennedy accetta di rispondere alle domande di una giornalista di Life con cui ripercorre, tra verità e mito, i giorni appena successivi all’omicidio di JFK a Dallas, ma anche vari momenti della presidenza. Per Jackie, che del marito ha voluto costruire un ricordo passato alla storia, non è facile evocare anche le sofferenze e le contraddizioni, anche nei suoi sentimenti; lo fa non solo con il giornalista ma anche con un sacerdote a cui pone le domande più brucianti, in contrasto con l’immagine di perfezione che offre al mondo…un percorso complesso, sempre in bilico tra la verità e la sua ricostruzione.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista scava con rispetto e ci propone con onestà il momento del lutto di una donna troppo presto rimasta vedova
Pubblico 
Adolescenti
alcune scene di tensione
Giudizio Tecnico 
 
Il regista cileno Larrain, è solo apparentemente tradizionale nel legare il racconto all’intervista che la protagonista rilascia a un giornalista : è invece l’occasione per ripercorrere una serie di eventi e ricordi che compongono a poco a poco il ritratto problematico e per questo interessante di una donna in cerca di un’identità
Testo Breve:

Un lungo monologo-intervista della vedova ad appena cinque giorni dall’assassinio del presidente Kennedy. Un ritratto vero e sofferto di Jackie impegnata sul fronte della  realtà e del mito 

Il dolore, i rimpianti, la rabbia, le domande, i sentimenti contradditori di una donna all’indomani di un evento traumatico che obbliga ripensare il passato e soprattutto il futuro, il proprio e quello di un mito (quello di JFK e della sua Camelot, come passò alla storia il breve periodo della presidenza, a partire dal titolo del musical preferito del presidente morto) che proprio Jackie fu decisiva nel creare prima durante e dopo la presidenza.

L’approccio di Larrain, che tiene volutamente quasi completamente fuori dal quadro proprio JFK, è solo apparentemente tradizionale nel legare il racconto all’intervista che la protagonista rilascia a un giornalista di Life. Questa è l’occasione per ripercorrere non solo i momenti dell’attentato, ma anche una serie di eventi e ricordi che compongono a poco a poco il ritratto problematico e per questo interessante di una donna in cerca di un’identità.

Moglie tradita, first lady, madre amorevole, vedova e icona di stile, la Jackie di Natalie Portman non è una donna immediatamente amabile. Reattiva, incostante, quasi “capricciosa”, messa di fronte al crollo di un sogno di cui lei più di chiunque altro conosceva le ombre e i retroscena, Jackie si stacca sempre più dall’immagine un po’ ingessata della buona padrona di casa così come compare nel documentario in cui presenta i lavori di ristrutturazione da lei intrapresi alla Casa Bianca.

La lealtà e il risentimento nei confronti di un marito amato ma di cui conosceva ogni difetto, i sacrifici compiuti, i dubbi sul futuro, un’intera gamma di sentimenti che si riflettono sul volto di una donna che sembra sempre divisa tra la figura pubblica e la verità, una verità forse impossibile da trasmettere sia sulle pagine dei giornali che nelle immagini dei notiziari.

La volontà, quasi la necessità di lasciare un segno e di trovare un posto nella Storia (la scelta è di seguire il modello di Lincoln, anche lui assassinato), in realtà nasconde l’urgenza di dare risposte a domande ben più profonde, come quelle che Jackie, donna di fede nonostante tutto, pone al sacerdote che le sta accanto nei giorni dopo l’attentato. Che non riguardano tanto i “peccati” di JFK (dati in qualche modo per scontati), ma più profondamente il senso del vivere e del soffrire (non tutti sanno che appena tre mesi prima della morte del marito Jackie aveva dovuto affrontare la morte di un figlio nato prematuro, un evento che l’aveva profondamente segnata). Larrain non può e non vuole dare risposte, ma l’apertura al mistero è innegabile.

La pellicola ruota tutto intorno alla figura di Jackie, ma uno spazio se lo guadagna anche il Bobby Kennedy di Peter Sarsgaard, che con pochi sguardi e poche battute riesce a trasmettere un groviglio di sentimenti e ambizioni che fanno di questo “fratello minore” una figura interessante almeno quanto quella del Presidente assassinato.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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