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Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

L'IMPERO OTTOMANO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/11/2020 - 19:23
 
Titolo Originale: Rise of Empires: Ottoman
Paese: Turchia
Anno: 2020
Regia: Emre Şahin
Sceneggiatura: Kelly McPherson
Produzione: Karga Seven Pictures STX Television
Durata: 6 puntate su Netflix
Interpreti: Charles Dance,Cem Yiğit Üzümoğlu,Tuba Büyüküstün

Nel 1451 Maometto II, a soli 19 anni, diventa sultano dell’Impero Ottomano. Giovane e ambizioso, desidera abbinare il suo nome alla conquista di Costantinopoli dopo che 23 eserciti, prima di lui, hanno fallito nell’impresa. Ha dalla sua un esercito numericamente superiore, cannoni mai visti prima, lunghi 8 metri per demolire le difese della città ma i cristiani sono protetti dalle mura formidabili fatte costruire dall’imperatore Teodosio e da una guida audace ed esperta: il mercenario genovese Giovanni Giustiniani…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ricostruzione attendibile dell’assedio e della caduta di Costantinopoli anche se viene approfondito di più il punto di vista degli ottomani
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di battaglie violente
Giudizio Artistico 
 
Ottima ricostruzione delle scene di combattimento ma poco sviluppata la psicologia dei personaggi
Testo Breve:

I due mesi dell’assedio e poi la caduta di Costantinopoli raccontati con dovizia di mezzi e accuratezza nei particolari nel format di una docu-fiction con un buon valore didattico

Con la caduta di Costantinopoli nel 1453, terminò anche, dopo 1058 anni, l’impero Romano d’Oriente. Un evento epocale che segnò i destini dell’Europa e del Medioriente, troppo presto dimenticato.  Questa produzione turca distribuita da Netflix cerca di sopperire a questa lacuna e si presenta con il format di una docu-fiction: ricostruzioni romanzate delle varie fasi del combattimento e dei principali protagonisti si alternano ai commenti di esperti della storia di quel tempo. Si tratta di un format che ha i suoi rischi soprattutto per il modo con cui gli studiosi interrompono continuamente la narrazione ma dall’altra siamo guidati lungo una ricostruzione che ha la garanzia di una buona adesione ai fatti, così come sono realmente accaduti. In sei puntate assistiamo alle vicende alterne dei due mesi di assedio e il serial ricostruisce molto bene lo sforzo poderoso ed estenuante che fu necessario, per gli ottomani, per raggiungere l’obiettivo con esiti alterni, nonostante la loro chiara superiorità numerica, contrastata dal valore dei difensori. 
All’inizio dell’assedio i turchi dispongono di  una manifesta superiorità tattica : hanno acquisito cannoni lunghi otto metri, mai visti prima, in grado di danneggiare le poderose mura della città (una superiorità che ritroveremo a parti invertite nel 1683  quando il campo delle truppe  turche che avevano assediato Vienna  fu devastato dai colpi dei cannoni cristiani, episodio raccontato in  11 settembre 1683 di Renzo Martinelli) . Ma la lega con cui erano stati costruiti era fragile e ogni tanto scoppiavano. Seguono i vari tentativi di assalto alla città anche dal lato del mare (molto ben realizzata la ricostruzione delle battaglie navali e le piantine dall’alto) che culmina nell’episodio del trasporto di 70 navi mussulmane via terra, aggirando la colonia genovese Galata, per penetrare di sorpresa nel Corno d’Oro. Si tratta di continui attacchi, riti

rate, iniziative sempre più temerarie dove risaltano l’astuzia e la determinazione del sultano, il coraggio disperato delle truppe cristiane di Giovanni Giustinani, l’ambiguità dei genovesi che da una parte non voglio

no disattendere i lucrosi accordi commerciali con Maometto II ma dall’altra inviano alla popolazione assediata navi con viveri e truppe fresche.

Dice un proverbio del profeta Maometto “sicuramente tu, nazione islamica, conquisterai Costantinopoli e quanto magnifico sarà il comandante di quella nazione e quanto meraviglioso sarà l’esercito di quella nazione” E’ quanto anima il giovane sultano ed è indubbio che la fiction si ponga dalla parte dei turchi anche se riconosce il valore degli assediati. Il protagonista principale resta il sultano, ossessionato dall’obiettivo di dare vita a un grande impero e partecipiamo poco alle ansie dei cristiani che vedono cadere un mondo che era rimasto stabile per mille anni. Non c’è alcun accenno all’ultima messa celebrata nella basilica di Santa Sofia proprio quando arrivavano gli assalitori e si sorvola sul saccheggio e le violenze perpetrate quando gli ottomani riescono a entrare in città.  Manca inoltre un inquadramento storico della situazione dell’Impero Romano d’Oriente prima dell’assedio, che evidenziasse come questo si era molto ridotto come estensione territoriale e come fonti di guadagno.  Un limite è anche il modo con cui sono stati ritratti i protagonisti, ingabbiati nelle loro caratterizzazioni.

Il serial si fa apprezzare per la chiarezza con cui narra l’evolversi dell’assedio, supportato sia da un’ottima CG che dalla possibilità di fare riprese direttamente nei luoghi di Istanbul che videro quelle vicende. Si può dire che pur nella sua parzialità, ha un indiscutibile valore didattico.

Disponibile su Netflix in lingua italiana

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CRASH LANDING ON YOU

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/07/2020 - 11:39
 
Titolo Originale: Sarangui bulsichak
Paese: Corea del Sud
Anno: 2019
Regia: Lee Jeong-hyo
Sceneggiatura: Park Ji-eun
Produzione: Studio Dragon, Culture Depot
Durata: 16 puntate di 60' su Netflix
Interpreti: Hyun Bin: Ri, Son Ye-jin

Yoon Seri è una giovane donna manager della Corea del Sud, che ha fondato la propria azienda di abbigliamento e skincare ed è anche la migliore venditrice dei suoi prodotti perché si fa  fotografare assieme ai suoi famosi, presunti, fidanzati con abiti e orecchini appena lanciati. Proprio per lanciare una nuova tuta sportiva, si fa riprendere mentre si esibisce in un paragliding ma un vento imprevisto la fa atterrare, incolume, fra i boschi della Corea del Nord. Viene scoperta e aiutata dal capitano Rie on-hyuk . Il capitano dovrebbe arrestarla perché potrebbe essere una spia ma alla fine accetta di tenerla in segreto nella sua casa in un villaggio di confine, in attesa di trovare il momento più opportuno per farla tornare in patria…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La fiction trasmette un chiaro messaggio a favore della speranza per una prossima riunificazione delle due Coree
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La fiction si fa apprezzare per la grande professionalità nella composizione del racconto e la simpatia di tutti i personaggi
Testo Breve:

Lei e una ricca imprenditrice sudcoreana, lui un capitano dell’esercito della Corea del Nord. Cosa succederà se lei per sbaglio si ritrova oltre il confine? Verrà denunciata o salvata dal capitano? Su queste premesse si sviluppa un serial di qualità di grande successo

Bisogna dire che è un momento d’oro per il cinema e la televisione sud coreane: dopo la conquista dell’oscar 2020 con Parasite, ecco che arriva in Italia, trasmesso da Netflix, la fiction: Crash Landing on You trasmesso nel 2019 da Tvn, la Hbo coreana, che è per loro una delle serie più viste di sempre  E’ stato molto apprezzato anche nel resto dell’Asia e l’hashtag #CrashLandingOnYou è diventato il primo su Twitter.

Si tratta di un successo pienamente meritato. Fra i due protagonisti, lei, interpretata da Son Ye-jin, gioiosa e comunicativa, lui, interpretato da  Hyun Bin, tutto d’un pezzo, poco socievole ma di solidi principi, si sviluppa una dialettica di  contrasto-attrazione ben costruito. Le puntate sono organizzate in modo che nuovi personaggi, ulteriori approfondimenti sulla vita passata dei protagonisti, vengano rilasciate gradualmente, alimentando continue sorprese a ogni puntata. Noi europei dobbiamo solamente abituarci a vedere un serial secondo il formato K-drama che vuol dire, in questo caso specifico, 16 puntate di un’ora ciascuno. Ci eravamo già abituati a vedere una Corea del Sud che beneficia di florida ricchezze in perfetto stile occidentale (Parasite, Burning- l’amore brucia) e di forti contrasti sociali ma sicuramente sapevamo ben poco della vita quotidiana della Corea del Nord. La sorpresa è che si è trattata di una sorpresa anche per i sudcoreani, perché per la prima volta gli abitanti che abitano a nord del 38mo parallelo non sono mostrati come dei cattivi ma cordiali contadini o simpatici soldati, immischiati anche loro in problemi di corruzione. Dei nordcoreani talmente “normali” da scatenare le reazioni del Partito Cristiano Liberale che ha protestato per la troppa simpatia mostrata verso una nazione da considerare nemica. In realtà è proprio questa la sfida vinta da questa fiction: mostrare che al di qua e al di là delle barriere di confine esiste un solo popolo che  deve tornare a riunirsi. Da tanti dettagli si percepisce che è stato fatto un lavoro altamente professionale per ricostruire la vita in un villaggio nordcoreano: la luce viene staccata durante la notte, in mancanza di frigorifero la carne viene conservata in barattoli di sale e si preparano tante conserve; i bambini si organizzano in plotoni per marciare, la mattina, verso la scuola, cantando inni patriottici; i prodotti di consumo sudcoreani, importati clandestinamente, vanno a ruba.

Ma l’aspetto che forse è stato risolutivo per il successo di questa serie è proprio la tonalità narrativa adottata: un tono scherzoso ma non leggero, che non sfocia mai nella commedia perché i temi trattati sono spesso seri ma si tratta di pennellate di sorriso che servono a rendere scorrevole il racconto e che si avvale, oltre ai due protagonisti, di due irresistibili gruppi di personaggi secondari: i simpatici  e pasticcioni soldati al servizio del capitano Ri e le comari curiose e pettegole del piccolo villaggio.

Disponibile su Netflix in lingua originale con sottotitoli

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OFFLINE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/08/2020 - 18:52
 
Titolo Originale: Offline
Paese: BRASILE
Anno: 2020
Regia: César Rodrigues
Sceneggiatura: Renato Fagundes, Alice Name-Bomtempo, Alberto Bremer, Jonathan Davis
Produzione: A Fábrica
Durata: 95
Interpreti: Larissa Manoela, André Frambach, Erasmo Carlos

Ana è una giovane influencer di successo. Le sue apparizioni su Instagram, i suoi stessi “fidanzati” sono concordati con la casa di moda per la quale lavora. A causa dei troppi incidenti provocati per colpa del suo vizio di parlare al telefono mentre guida, gli viene ingiunto di non usare più il cellulare e di passare un periodo con il nonno Germano, che abita fra le montagne, dove non c’è campo. All’inizio Ana mal si adatta alla vita semplice di campagna ma grazie all’aiuto del nonno e di João,un simpatico ragazzo che ha conosciuto, riesce anche a trovare l’ispirazione per mettersi a disegnare lei stessa dei modelli...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film attribuisce grande valore alla coesione familiare, dove viene amorevolmete corretto chi commette degli eccessi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La protagonista Larissa Manoela e il “nonno” Erasmo Carlos conferiscono al racconto il giusto brio intorno a una storia edificante facilmente prevedibile
Testo Breve:

Una influencer affermata usa continuamente il telefonino anche quando guida e per punizione viene spedita per qualche tempo a casa del nonno in montagna, dove non c’è campo. Un recupero forzato della verità sui rapporti umani e familiari

Cosa succederebbe se un’influencer fosse costretta a vivere senza Internet? Solo apparentemente è un tema al limite e quindi poco interessante perché riguarda tutti noi che non sappiamo più vivere senza una connessione in rete disponibile tutto il giorno ed è questo il problema che affronta questo film brasiliano, disponibile su Netflix. Bisogna riconoscere che il messaggio universale della favola di Esopo del topo di città e del topo di campagna ha una piena validità anche oggi, se consideriamo il numero di fiction e di serial TV che puntano ancora il dito contro la sofisticata complessità della società moderna, da contrapporre alla semplice vita delle piccole comunità: ricetta ideale per tornare ad essere più umani e per coltivare gli affetti familiari. Lo avevamo viso in Quando chiama il cuore (When calls the Heart) dove una ricca ereditiera scopre la bellezza di insegnare ai ragazzi di uno sperduto centro di minatori, oppure In Falling in Love – Ristrutturazione con Amore, dove una giovane architetta abbandona l’ambiente falso e competitivo di Los Angeles per trovare ispirazione e amore in un paesino della Nuova Zelanda. Ora con questo film brasiliamo siamo pienamente immersi in un mondo, espressione di perfetta e attualissima artificosità: le false vite delle influencer della moda, che fingono di esibire una loro ordinaria quotidianità, quando invece tutto è costruito ad arte per il sollazzo degli ingenui internauti. La protagonista Ana, pur avendo 19 anni, benificia di lucrosi guadagni non facendo altro che scattare selfie con sorrisi smaglianti, seguendo il copione che gli viene preparato dalla direttrice della casa di moda per cui lavora. Il problema, per Ana, non è quello di svolgere un lavoro come un altro, ma di annullare la propria personalità finendo per immedesimarsi in quell’avatar che sta impersonando davanti al cellulare. Ben venga quindi la punizione di recarsi sulle montagne, dove ancora vive suo nonno, ma sopratutto dove non c’è campo per i cellulari. In questo contesto chiuso ma vero, Ana fa riaffiorare il suo carattere solare e comunicativo. Non deve parlare più a persone che non vede ma un nonno che non vedeva da tanto tempo e a una simpatica famiglia con tre fratelli, uno dei quali, João, le appare particolarmente attraente. In questo contesto tranquillo Ana trova modo di recuperare la sua personalità più genuina e riscoprire la sua vocazione di creatrice di moda. La commedia prosegue con nuove e più complesse difficoltà ma verranno tutte affrontate grazie alla ritrovata unità di tutta la famiglia di Ana. Complessivamente ci troviamo di fronte a un’opera che trasmette messaggi positivi a favore dell’unità della famiglia, che è in grado di sostenere chi ha sbagliato e dove tutti i componenti sono pronti, quando è necessario, a chiedere perdono. Il film non attacca frontalmente i nuovi fenomeni sociali, come quello che ruota intorno agli influencer ma cerca di ricollocarlo all’interno di un più fermo codice etico, impostato sull verità e l’onestà. La fattura del film è tipica di un lavoro in classe B ma la protagonista, Larissa Manoela, riesce a trasferire una energia e un entusiasmo contagiosi.

Il film è disponibile su Netflix in lingua italiana

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PICCOLI GENI (S1)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/10/2020 - 18:45
 
Titolo Originale: Brainchild
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Adam 'Tex' Davis
Sceneggiatura: Adam 'Tex' Davis
Produzione: Atomic Entertainment
Durata: 13 episodi di 25' su Netflix
Interpreti: Sahana Srinivasan, Alie Ward

Fin dove c’è la vita in fondo all’oceano? Ci sono dei pianeti che potrebbero ospitare esseri simili a noi? L’immagine dei più importanti influencer dei social media, è reale o costruita? Siamo noi che controlliamo le emozioni? A queste e ad altre domande è pronta a rispondere Piccoli Geni, serie tv originale Netflix per bambini e adolescenti. Piccoli Geni, Brainchild in lingua originale, è una serie che presenta la scienza ai ragazzi spiegandola attraverso episodi della vita di tutti i giorni, in modo semplice e familiare

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si tratta di una buona forma di istruzione per quel che riguarda le materie scientifiche ma nelle lezioni dove vengono analizzati aspetti del comportamento, l’uomo viene analizzato come se fosse un puro meccanismo, quindi senza alcun impegno a formarsi un carattere e a coltivare le virtù
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una rapida sequenza di un uomo nudo nella puntata sui sogni, che ha generato una serie di commenti negativi da parte di alcuni genitori americani
Giudizio Artistico 
 
Un format molto indovinato, divertente e stimolante, rivolto a ragazzi delle elementari e delle medie. Buone le lezioni sulla scienza, meno quelle sulla psicologia
Testo Breve:

Se avete delle curiosità sulla profondità dello spazio e dell’oceano, sulle forze gravitazionali e magnetiche, questa serie di lezioni risulta particolarmente divertente e stimolante per ragazzi delle elementari e del liceo. Meno efficaci le lezioni sulla psicologia umana.

Sappiamo che Netflix ha puntato molto, negli ultimi tempi, a realizzare serial rivolti agli adolescenti ed ora sembra aprirsi anche alla categoria dei ragazzi nella fascia scuole elementari e medie (forse si prepara a rispondere alla Disney che sta per lanciare Disney Plus,  la sua piattaforma streaming).

Piccoli geni (in originale Brainchild) è un contenitore che si annuncia molto aperto (nella prima stagione, in 13 episodi, parla molto di scienza della natura, ma anche di comportamenti umani e perfino di sociologia).

Il suo format è molto accattivante e particolarmente adatto all’audience target: cerca di stupire e divertire, coinvolgendo spesso dei ragazzi in  esperimenti  che assumono l’aspetto di un gioco. Gli stessi spettatori vengono stimolati con dei quiz ai quali  bisogna rispondere in pochi secondi. Contribuiscono alla scorrevolezza del programma due donne (questa scelta è stata applaudita da molti critici, perché spesso si presuppone che per  la scienza ci sia un interesse preminentemente maschile)  particolarmente frizzanti: la conduttrice  Sahana Srinivasan di 22  anni e Alie Ward, definita nella serie “l’amica della scienza”.

Un altro aspetto di contorno ma non da trascurare è che nel progranma vengono coinvolti  ragazzi e ragazze di tutte le razze.  La serie eccelle, a nostro avviso, nei capitoli scientifici: in quello sullo spazio, rende bene il senso della sue  dimensione (è inclusa una simpatica intervista agli astronauti che stanno ruotando intorno alla terra sulla piattaforma spaziale) e quello sugli oceani dove si spiega molto bene come vivano  specie di pesci che hanno saputo adattarsi a un ambiente sempre più ostile man mano che si va  in profondità. Interessante anche quello sui germi ma quando spiega che a ogni stretta di mano ci scambiamo milioni di germi o che alla fine è meglio mangiare su una tazza del water piuttosto che sul tagliere di cucina o sullo schermo del nostro tablet, perchè è più libera da germi, temo che si finisca, più che educare, spaventare i più piccoli sulla onnipresenza di questi esserini. Dobbiamo porre qualche riserva  in altri capitoli più complessi come quello delle forze nascoste (gravità, magnetismo, elettricità) perchè se vengono resi bene, attraverso degli esercizi pratici, i loro effetti, l’amica della scienza, al momento di dare spiegazioni più scientifiche di questi fenomeni, presume delle conoscenze che non state date, come l’elettrone o l’atomo.

Il discorso cambia quando la serie affronta tematiche relative al comportamento umano (emozioni, creatività, motivazioni): in queste viene data prevalenza agli aspetti più fisici del nostro cervello (la sua struttura, la sua reazione a particolari stimoli) e si rischia di far prevalere la visione riduttiva  dell’uomo visto come una macchina. Viene meno il riconoscimento della complessità del nostro comportamento, la capacità di agire in base alle nostre più profonde convinzioni  maturate nell’arco della nostrra esistenza,  espressione della visione che abbiamo del mondo e di noi stessi.

Nel capitolo sulla creatività scopriamo che essa aumenta se noi muoviamo  velocemente gli occhi da destra a sinistra o se  ci scateniamo preliminarmente un in veloce ballo rap. Si tratta quindi di modesti trucchi per una creatività sulle piccole cose,  non si tratta della creatività di Leonardo da Vinci che deve comprendere come rendere il sorriso della Gioconda.

Sul tema delle motivazioni ancora una volta vengono presi ad esempio situazioni non complesse, in linea con l’età del potenziale spettatore: trovare la voglia di studiare, mettere a posto la propria stanza, recuperare punti in una partita di football. In questo caso le soluzioni non sono particolarmente innovative: trovare gli aspetti divertenti di ciò che si deve fare e puntare sulla buona retorica del coach per galvanizzare i componeneti della squadra. Risulta inoltre fuorviante e sgradevole la sequenza dove della ragazze e un loro genitore vengono ipnotizzati in modo che si possa far fare loro tutto quello che si vuole.

Potenzialmente interessante è anche il primo episodio dedicato ai socialmedia, con saggi consigli sull’importanza di considerarli separati dalla  vita reale e usarli solo come mezzi per restare informati. Anche in questo caso il tema viene troppo banalizzato quando mostra situazioni dove vuole dimostrare che molti appongono dei like  per puro”spirito del gregge”. E’ vero che spesso molti si adeguano alle preferenze della maggioranza ma ancora una volta questo succedere su temi poco rilevanti: è meglio ricordare ai ragazzi che ognuno di loro deve saper prendere posizione in modo autonomo e responsabile quando si tratta di scelte importanti.

In conclusione il format è particolarmente indovinato e accattivante per ragazzi e adolescenti per quel che riguarda tematiche scientifiche; è preferibile invece trascurare quegli episodi che trattano temi che toccano la psiciologia e la sociologia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TOLO TOLO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/06/2020 - 18:15
 
Titolo Originale: Tolo Tolo
Paese: Italia
Anno: 2020
Regia: Checco Zalone
Sceneggiatura: Checco Zalone, Paolo Virzì
Produzione: Medusa Film, Taodue
Durata: 90
Interpreti: Checco Zalone, Souleymane Sylla, Touré: Idjaba, Arianna Scommegna

Checco sogna: crede nelle capacità di sviluppo della sua Puglia e nel suo paese di Spinazzola apre un locale Sushi. Travolto dai debiti, inseguito dal fisco, migra in Africa per fare il cameriere in un resort di lusso in Kenya. Qui si innamora della giovane Idiaba ma l’idillio dura poco: l’Isis distrugge tutto e a lui, Idiaba e altri amici, non resta che intraprendere un lungo viaggio fino in Libia, per rientrare in Europa (lui preferirebbe il Liechtenstein, che è esentasse) come clandestino…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Checco si avvicina con simpatia e partecipazione ai problemi di chi dall’Africa deve migrare a causa della violenza politica ma certe libertà che si prende nel rappresentare situazioni anche dolorose sfociano nel cattivo gusto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Checco conferma la sua capacità di costruire battute e situazioni divertenti ma la narrazione manca di coesione e di focalizzazione su un unico tema portante
Testo Breve:

Checco emigra in Africa per debiti ma poi si imbarca anche lui come clandestino per tornare in Europa. Si ride e anche si canta ma a volte qualche nota risulta stonata

La genesi della comicità di Checco Zalone risiede nello spaesamento. Checco è un personaggio piccolo piccolo, legato alle tradizioni della sua terra del Sud, che diventa un pesce fuor d’acqua quando finisce per trovarsi in ambienti per lui troppo nuovi. Lui reagisce in modo rozzo e spontaneo, mostrando, in questo modo, che non tutto ciò che è nuovo non è perfettamente giusto e qualcosa di bello si sta perdendo.

In Cado dalle nubi, lui terrone-doc, si ritrova nella moderna Milano dove scopre il fanatismo (per lui) della Lega e che suo cugino, che ha inclinazioni omosessuali, vive tranquillamente la sua vita. Anche in Che Bella giornata il pugliese si ritrova a Milano ma questa volta la novità è costituita dalla sua fidanzata tunisina che in realtà è una terrorista. In Quo Vado? lui, che aspirerebbe solamente ad avere un posto fisso nel suo paesino, si ritrova in Norvegia e medita che in fondo, di fronte a tanta libertà sessuale, lui resta legato al vecchio amore romantico.

In questo Tolo Tolo, lo spaesamento non nasce dal confronto fra due aree geografiche diverse (in fondo anche in Africa, ci sono i resort per ricchi) ma fra un mondo che ruota intorno ai soldi, dove lo stato risulta particolarmente esoso (l’unico momento in cui Checco non è politically correct è proprio contro in fisco, l’Inps e tutto ciò che frena la libera imprenditorialità) ma alla fine governa, mantenendo ordine e giustizia e un altro, dove lo stato è corrotto, non c’è ordine  e i violenti, mostrati senza un nome né una movente, agiscono impunemente.

Ma insomma, Checco, è un razzista oppure no? E’ favorevole o contrario ad accogliere gli immigrati raccolti dalle navi ONG? L’inizio del film è significativo: con una voce di sottofondo Checco fa sapere che lui è nato in un paese del Sud più povero: “certo, avrei dovuto migrare come tanti miei concittadini ma io amavo la Puglia e volevo restare con i giovani che sapevano guardare oltre le colline di quelle squallide miserie…”. Checco sicuramente non è razzista: i personaggi di origine africana presenti nel film sono trattati con molta simpatia e alla fine del film, chi in un modo e chi in un altro, tutti trovano un lavoro in Italia. Al contempo però (quando la nave ONG sbarca a Vibo Valentia, oltre a quelli che accolgono gli immigrati, ci sono anche quelli che alzano cartelloni di protesta) Checco sembra, in modo silenzioso, sollevare un problema di priorità, portando la nostra attenzione sui secolari problemi del nostro Sud.

Ciò che pesa su questo film, è probabilmente la decisione di Checco Zalone di assumersi l’onere sia della sceneggiatura (con un contributo minore di Paolo Virzì) che della regia. Si è potuto così esprimere liberamente, senza il controllo di una persona terza, e ciò ha comportato l’inserimento di sequenze che non appaiono necessarie, come quella finale della cicogna nera che porta i neonati in Africa quando ormai il film era terminato o la sua trasformazione saltuaria e delirante in Benito Mussolini. Altre appaiono obiettivamente di cattivo gusto, prima fra tutte quella del balletto danzante nell’acqua, secondo lo stile Esther Williams (realizzato oltretutto male), proprio quando la barca degli immigrati affonda fra le onde ma anche la canzoncina “la gnocca salva l’Africa” e lo stesso video Immigrato, realizzato come trailer per promuovere il film, che oltretutto è ingiusto nel suo velato razzismo perché il film non lo è. A un certo punto compare una camionetta di pace keeping del contingente italiano e Checco riesce a liquidare  in pochi secondi, in modo sguaiato  (un soldato è impegnato a leggere i cruciverba, un altro lancia bombe a caso) tutto l'impegno dei nostri soldati nelle zone di conflitto.

Certamente non è nuova l’idea di scherzare parlando di temi seri (basterebbe ricordare Forrest Gump di Zemeckis, La vita è Bella di Benigni, La mafia uccide solo d’estate di Pif) ma in tutti questi lavori il protagonista è l’ingenuo, il semplice, l’ottimista ad oltranza, mentre il mondo fuori di lui resta reale e quindi rimane sostanzialmente rispettato nella sua tragicità. Checco ha invece un approccio totalizzate, deforma anche la realtà secondo i suoi criteri e in questo modo finisce spesso per non rispettarla.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE FAREWELL - UNA BUGIA BUONA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/05/2020 - 20:44
 
Titolo Originale: The Farewell
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Lulu Wang
Sceneggiatura: Lulu Wang
Produzione: Big Beach, Depth of Field, Kindred Spirit
Durata: 100
Interpreti: Awkwafina, Tzi Ma, Diana Lin, Zhao Shuzhen

Billi Wang è nata a Pechino ma è rimasta in Cina solo fino ai sei anni, quando i suoi genitori si sono trasferiti in U.S.A. Ha conservato un legame molto stretto con Nai Nai, la nonna paterna che è rimasta in Cina e con la quale non manca mai di sentirsi ogni giorno per telefono, parlando con il suo cinese approssimativo. Un giorno, tornando a casa, si accorge che il padre è triste. Ha saputo che alla nonna è stato diagnosticato il cancro e ha deciso, assieme al fratello che è emigrato in Giappone, di riunire tutta la famiglia intorno a lei per un ultimo saluto. Hanno anche deciso che non riveleranno a Nai Nai il suo stato di salute ma motiveranno il loro arrivo in Cina con il matrimonio di suo nipote (che in realtà si è già sposato). Il padre informa Billi che la famiglia ha deciso che lei non deve partire perché è la più legata alla nonna e tradirebbe la sua preoccupazione. Billi non comprende perché a Nai Nai non debba venir detta la verità e una volta partiti i genitori, trova i soldi per partire anche lei...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutti i parenti della nonna Nai Nai mostrano grande affetto nei suoi confronti e si mostrano compatti nel prendere delle decisioni collegiali che poi rispettano
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
L’autrice sviluppa con grande sensibilità questo racconto familiare, mostrando sottile ironia nel mostrare certe usanze del suo paese di origine
Testo Breve:

Una grande famiglia (figli, nuore e nipoti) mostra grande premura nello stare vicino alla nonna che ha pochi mesi di vita. Un delicata storia di affetti con una sensibilità più orientale che occidentale

Avevamo già detto che per riuscire a trovare film che pongano in evidenza i valori della famiglia bisogna ormai rivolgersi o a canali specializzati (Hallmark in U.S.A.) oppure alle culture orientali: all’ India (SIR – Cenerentola a Mumbai), al Bagladesh (Bangla) alla  Cina (Apart Together e ora anche con questo The Farewell).  I colloqui fra i protagonisti di questo film discutono animatamente se la nonna vada informata della sua prossima fine oppure no, delle differenze di mentalità fra America e Cina (contano solo i soldi o altri valori?) ma c’è una cosa che è palpabile e che non è tema di discussione: l’affetto di tutti per la nonna e il forte legame fra i componenti della sua grande famiglia: ogni decisione importante va discussa ma poi tutti debbono comportarsi secondo quanto stabilito. Vediamo Billi commuoversi nel ricordare quando giocava nel giardino della nonna e come questo legame si fosse spezzato così presto per andare in America. In un'altra sequenza partecipiamo a un altro esempio di generosa dedizione: la madre di Billi, chiede alla sorella di Nai Nai, che si è dedicata a lei in tanti  anni, unica parente rimasta in Cina, se abbia bisogno di esser aiutata, anche materialmente, quando Nai Nai non ci sarà più. Lei non ha bisogno di nulla: è stata contenta di aver aiutato Nai Nai.

Questo film è strutturato in modo particolare: una volta che lo spettatore è stato informato che la nonna ha pochi mesi di vita, che i suoi due figli con le loro famiglie hanno deciso di raggiungerla per darle un ultimo saluto senza informarla della gravità del suo male, non succede nient’altro.  Un film o un serial occidentale avrebbe probabilmente farcito la trama di vari sub-plot, uno per ogni componente di questa famiglia e costruito un colpo di scena finale ma l’autrice Lulu Wang, al suo secondo lungometraggio, modula il racconto tutto sulle reazione dei vari personaggi a questo ritorno insolito alla terra di origine.  Se Billi ha ritrovato le sue radici e vorrebbe restare accanto alla nonna fino alla sua fine, se sua madre, più pragmaticamente, non rimpiange la decisione presa a suo tempo di emigrare e difende la way of life U.S.A. contro chi la vuole denigrare, su tutti risplende Nai Nai, che distribuisce complimenti e parole gentili a tutti e cerca di sedare ogni contesa verbale. Intorno al nodo etico principale (informare la nonna del suo stato oppure non dirle niente per farle trascorrere serenamente gli ultimi mesi), si sviluppa uno scontro di culture: secondo la legge americana sarebbe illegale non informare il paziente; secondo la cultura cinese, in una visione rigorosamente immanente, la scoperta della prossima morte può generare solo sofferenza. Il padre di Billi cerca anche di darne una spiegazione sociologica: in contrapposizione a un Occidente individualista, c’è un Oriente dove: “noi non apparteniamo neanche a noi stessi. La vita di una persona è parte di un tutto: la famiglia, la società”. Invita quindi Billi a trattenere le proprie emozioni e a non dire la verità per il bene di Nai Nai.

Si tratta di una contrapposizione sicuramente grossolana ma c’è in essa qualcosa di vero nel nostro privilegiare oggi un atteggiamento individualista. Ma quando anche noi ci sentivamo più uniti in una famiglia o in una comunità solidale (magari in un piccolo paese), il valore che ne scaturiva era opposto: quello dell’accettazione della morte. I cari si stringevano intorno al malato e lo aiutavano a compiere serenamente quel passaggio inevitabile, invece di trattenere le proprie emozioni come suggerisce la cultura orientale, e di evitare di informare il malato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STAR WARS-L'ASCESA DI SKYWALKER

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/22/2019 - 17:52
 
Titolo Originale: Star Wars: The Rise of Skywalker
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: J.J. Abrams
Sceneggiatura: J.J. Abrams e Chris Terrio
Produzione: Lucasfilm, Bad Robot Productions
Durata: 141
Interpreti: Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaacs, John Boyega, Carrie Fisher, Kelly Marie Tran, Keri Russell, Domhnall Gleeson, Joonas Suotamo, Anthony Daniels, Mark Hamill, Billy Dee Williams, Ian McDiarmid.

Sono passati alcuni anni dalla morte di Luke Skywalker. Le speranze per salvare la galassia dall’ombra fagocitante del male sono riposte nelle qualità della giovane Rey che – sotto la guida paziente ed esperta della ex principessa (e ora generale) Leia Organa – sta completando l’addestramento per diventare una jedi. Sul fronte opposto, intanto, il tormentato Kylo Ren, diventato finalmente “leader supremo” del contingente dei cattivi, segue la traccia di un misterioso messaggio proveniente dai confini estremi dell’universo: su un pianeta sperduto – raggiungibile solo da chi possiede un raro “puntatore” (un oggetto a metà tra una bussola e un amuleto) – un oscuro signore delle tenebre sta pianificando una “soluzione finale” atta non solo a sbaragliare una volta per tutte le forze della resistenza ma anche ad annientare qualsiasi altra forma di vita refrattaria a essere assoggettata. Una brutta gatta da pelare per l’alleanza ribelle ma anche per Kylo Ren. Tra le richieste del suo committente, infatti, c’è innanzitutto quella di eliminare Rey in quanto ultima erede dei cavalieri jedi. Peccato che il ragazzo abbia sulla fanciulla tutt’altro tipo di mire.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il bene e il male si fronteggiano in maniera netta e, benché i personaggi principali siano sottoposti a terribili tentazioni, la differenza tra la scelta della luce o del lato oscuro è chiara, senza ironie o ammiccamenti post-post-moderni. L’antropologia della saga si abbevera a un sincretismo culturale che mixa religioni orientali, miti gnostici con ombre di new age
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di tensione e violenza nei limiti del genere ma potenzialmente impressionanti per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Le scenografie ed gli effetti speciali sono perfetti e mirabolanti ma l’andamento del racconto, da un punto di vista del ritmo, sembra risentire un po’ della complessità narrativa tipica della serialità televisiva. L’accavallarsi di eventi, di personaggi e sotto-trame sembra che servano a coprire il vuoto di idee davvero originali
Testo Breve:

Questo finale di saga sembra dire qualcosa di valido sulla voracità insaziabile del potere. Gli adepti del villain di turno costituiscono una massa asservita e perfettamente omologata; i buoni, invece, sono una “moltitudine”. Hanno un volto, un nome, si conoscono tra di loro e si battono l’uno per l’altro

Un dato in particolare balza all’occhio ora che la saga di Star Wars ha concluso quello che i fan conoscono come il suo “canone principale”: che nella realizzazione di questa terza e (per ora) ultima trilogia è mancata una progettualità cinematografica e una visione d’insieme. Tutto si può dire di George Lucas (ideatore dei personaggi e responsabile dei primi sei episodi) tranne che non avesse una idea precisa di cinema e non che fosse capace di svilupparla con coerenza. Perfino i deludenti “prequel” (gli episodi I, II e III prodotti tra il 1999 e il 2005) partecipavano di questa visione ed erano parte integrante di una estesa mitologia frutto di un progetto dalla chiara intenzionalità. Non si dimentichi soprattutto che, nonostante i fantastiliardi guadagnati con i film e soprattutto con il merchandising, Lucas è sempre stato un film-maker indipendente. Se c’è sempre stato bisogno di una major per la distribuzione (per i primi sei film le fanfare della 20th Century Fox hanno anticipato la fanfara del celeberrimo tema composto da John Williams), da un punto di vista produttivo Lucas ha sempre fatto tutto in casa, obbedendo solo al proprio estro creativo. Non è un caso che, numericamente, sia stato un cineasta assai poco prolifico: solo sei film da regista, meno anche di mostri sacri come Stanley Kubrick o Terrence Malick, famosi per la loro parsimonia. Con la cessione di tutta la proprietà intellettuale della Lucasfilm al colosso Disney, da essere un affare privato (sia pur, dicevamo, miliardario), Star Wars è diventato il prezioso tassello di un’operazione commerciale dove alla visione di un Autore (e nessuno è stato più Autore di Lucas negli ultimi cinquant’anni, forse solo Steven Spielberg e John Lasseter) si è sostituita una strategia aziendale. Al mitografo si sono sostituiti coloro che erano cresciuti con il mito. Al papà che racconta una storia, i bambini che la mimano giocando con i pupazzetti. Tolta dalle mani del suo creatore, la saga di Star Wars ormai pare solo omaggiare se stessa. Ovvero, per dirla con il titolo di un citatissimo saggio di Franco La Polla della fine degli anni Settanta (saggio prematuro ma anche premonitore), “quando hai visto un’astronave di plastica, le hai viste tutte”.

Che Star Wars sia assurto ormai a mito vero e proprio (sì, proprio come Giasone e Bellerofonte, Orlando e Lancillotto) si è visto dalla traiettoria ondivaga compiuta da questa terza trilogia e dal rapporto che ciascuno dei tre episodi ha instaurato con l’immane narrazione previa: Rian Jonhson, regista e sceneggiatore dell’episodio precedente, aveva avuto carta bianca nel portare avanti la storia a suo piacimento e aveva quindi approcciato la cospicua eredità a sua disposizione con piglio da rivoluzionario. Il risultato aveva spaccato a metà la comunità dei fan. Ad alcuni era piaciuto il cambio di fisionomia e l’avventura in terreni inesplorati. Ad altri – forse la maggioranza – tutta l’operazione era parsa una sorta di tradimento; al limite della lesa maestà. Ecco allora tornare al tavolo degli sceneggiatori e dietro la macchina da presa il riverente J.J. Abrams, di grande personalità e talento ma anche incline al rispetto dei paradigmi (se in televisione è stato da tutti i punti di vista un innovatore, il suo palmarès cinematografico è composto invece unicamente da sequel, reboot e omaggi, da Mission:Impossible a Star Trek, passando per Super 8). Il compito di Abrams è stato quello di rimettere la saga sui suoi saldi binari, non tanto perché questo film dovesse essere il suo atto finale ma soprattutto perché servisse a rilanciare il “brand” di Star Wars in vista del progetto che ne sta già espandendo l’universo narrativo su più media e più piattaforme (già si è iniziato con la serie tv The Mandalorian andata su Disney+). Dopo la rivoluzione, la restaurazione. Dopo la riforma, la controriforma. Dopo la dissacrazione, la riconsacrazione.

L’ascesa di Skywalker, venendo al film in questione, brutto non è. Funziona quanto basta e appaga le curiosità svelando tutti i misteri che erano rimasti irrisolti al termine delle puntate precedenti. Naturalmente scenografie ed effetti speciali sono perfetti e mirabolanti ma per meno di questo da una produzione multimiliardaria non varrebbe la pena neanche spendere i soldi del biglietto. L’andamento del racconto, da un punto di vista del ritmo, sembra risentire un po’ della complessità narrativa tipica della serialità televisiva. L’accavallarsi di eventi, personaggi e sotto-trame aveva già fatto la fortuna della saga ma stavolta sembra che l’accumulo e la velocità servano a coprire il vuoto di idee davvero originali. E la linearità dei primi episodi – con i suoi momenti di lentezza e approfondimento – restava molto più impressa nella mente e nel cuore. Ad Abrams e ai suoi co-sceneggiatori non resta quindi che moltiplicare gli avvenimenti, i colpi di scena, le resurrezioni improbabili e, naturalmente, i duelli, le astronavi e i satelliti-killer. E i personaggi? Per fortuna, nel rinsaldare il racconto agli archetipi mitici più tradizionali, si abbandonano certe ambiguità che riscontravamo nell’episodio precedente. Qui il bene e il male si fronteggiano in maniera netta e, benché i personaggi principali siano sottoposti a terribili tentazioni, la differenza tra la scelta della luce o del lato oscuro è chiara, senza ironie o ammiccamenti post-post-moderni. Tutta la saga di Star Wars, in fin dei conti, ha lavorato sul tema delle scelte e del libero arbitrio e sulla speranza inestinguibile nelle possibilità dell’essere umano di scegliere in ultimo il bene. Peccato solo che l’evoluzione dei protagonisti sia proprio in questo episodio molto più da intuire che da riscontrare. E le emozioni molto più “dette” che mostrate.

Inutile dire che l’antropologia della saga si abbevera a un sincretismo culturale che mixa religioni orientali, miti gnostici con ombre di new age tutta hollywoodiana. Siamo pronti però a mettere una mano sul fuoco sulla totale assenza di malizia da parte di George Lucas nell’usare tali fonti quando ha ideato il racconto. Stiamo sempre parlando di un ragazzone californiano appassionato di macchine da corsa e con la biblioteca ben fornita che è riuscito a diventare, e a restare per tutta la vita, un regista indipendente. Con lo stesso candore, nella scena finale del primo Guerre stellari (1977) poteva permettersi di citare Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl (celebre e riuscitissimo film di propaganda nazista) senza nessun sottinteso a parte la bellezza dell’inquadratura. Nel passaggio della saga dalle mani di Lucas a quelle della Disney non abbiamo dormito gli stessi sonni tranquilli ma quest’ultimo film si conferma per fortuna un esempio di “cinema classico”, destinato a piacere a tutti e senza alcuna controindicazione dal punto di vista valoriale. Interessante, anzi, il discorso che la sceneggiatura riesce a esporre sul tema del “potere”. Se la trilogia dei prequel (gli episodi I, II e III) aveva mostrato come le dittature siano il risultato delle “fabbriche del consenso”, questo finale di saga sembra dire qualcosa di valido sulla voracità insaziabile del potere, sulla sua forza annichilente, e sugli antidoti possibili nel consociarsi libero degli individui che perseguono un giusto ideale. Al villain del film non basta imperare sulla galassia: la sua brama è distruttiva proprio come quella del “serpente antico”. I suoi adepti non hanno volto né personalità, costituiscono una massa asservita e perfettamente omologata. I buoni, invece, non sono una “massa” ma una “moltitudine”. Hanno un volto, un nome, si conoscono tra di loro e si battono l’uno per l’altro. L’unica scena veramente originale del film è un insperato “arrivano i nostri” (che ricorda un po’ quello di Dunkirk di Christopher Nolan), che costituisce tra l’altro l’unico legame con il capitolo precedente: Gli ultimi jedi, infatti, terminava con un ragazzino schiavo – vessato da un burbero alieno – che sognava un riscatto guardando speranzoso il cielo. Il manico della ramazza che aveva in mano, stagliandosi contro la luce della luna, pareva assumere la forma di una spada laser. Come a dire che ciascuno – anche senza doni speciali – può diventare un jedi (o, se preferite, un cavaliere di Re Artù). Ognuno di noi, cioè, nel suo piccolo, con le sue scelte, può essere un antidoto contro il potere e la piccola parte di ciascuno può diventare, unita a quella di tutti gli altri, un grande dono per tutti.

Il film è quello che è ma dopo nove film e quarant’anni, è una preziosità da portarsi a casa. La Forza è ancora con noi.  

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE MANS 66 - LA GRANDE SFIDA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/04/2019 - 17:06
 
Titolo Originale: Ford v Ferrari
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: Jez Butterworth, John-Henry Butterworth e Jason Keller
Produzione: 20th Century Fox, Chernin Entertainment
Durata: 152
Interpreti: Matt Damon e Christian Bale

Primi Anni ’60. La Ford, per rilanciarsi, decide di entrare nel mondo delle corse. L’idea è di sfidare nientemeno che la Ferrari e batterla nelle mitica 24 Ore di Le Mans, dove il Cavallino Rampante da lungo tempo è invincibile. Gli americani affidano l’impresa allo spregiudicato team manager Carroll Shelby (Damon), titolare di una scuderia minore, e al suo poco diplomatico pilota Ken Miles (Bale). I due amici tenteranno di mettere a punto una macchina in grado di fronteggiare i bolidi di Maranello. Scopriranno però che, per superare le macchine di Enzo Ferrari, dovranno prima scontrarsi con l’ostilità interna di un alto dirigente, consigliere dell’umorale patron Henry Ford II.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questo film c’è il piacere di stare con personaggi positivi che non si arrendono mai: l’amicizia virile tra i due eroi; gli affetti familiari di Miles, amato dalla moglie e dal figlio, suo primo tifoso.
Pubblico 
Tutti
Alcuni accenni di turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Sequenze indubbiamente spettacolari durante le gare automobilistiche ma la sceneggiatura mostra una contrapposizione buoni/cattivi netta, di facile presa: e la trama non nasconde lo sforzo degli autori per assicurarsi che il pubblico si carichi di benevolenza per i protagonist
Testo Breve:

Negli anni ’60 la Ford decide di cercar di battere l’invincibile Ferrari a Le Mans. Un film di facile impatto, con evidente contrapposizione buoni/cattivi

Solo spingendosi oltre il limite, l’essere umano può sperare in una risposta sul senso del suo destino. E’ il messaggio di un film di medio livello che pubblico e critica hanno accolto bene, ma che non regge il confronto con Rush, il capolavoro di pochi anni fa, meno fortunato al box office, sulla rivalità tra Lauda e Hunt in Formula 1.

Nella pellicola diretta da Mangold c’è il piacere di stare con personaggi positivi che non si arrendono mai: l’amicizia virile tra i due eroi; gli affetti familiari di Miles, amato da una moglie bella e di temperamento e dal figlio, suo primo tifoso.

C’è anche il gusto del fattore umano che conta più di quello tecnologico e più dei soldi. Per esempio, i nostri che, dove i calcolatori falliscono, riescono a risolvere un problema di aerodinamica con la soluzione da vecchia scuola dei nastri appiccicati alla carrozzeria. Per esempio, ancora, la gigantesca catena di montaggio della Ford, inutile se opposta alla sapienza artigianale della Ferrari.

C’è poi una contrapposizione buoni/cattivi netta, di facile presa: il manager meschino, l’uomo di apparato incapace di sognare, succube di aziendalistici criteri di immagine che non contemplano l’ingaggio di un pilota come Miles, rissoso e non raffinato.

Naturalmente, il film offre sequenze di gara spettacolari, che la storia prova a valorizzare anche dal punto di vista tematico: Carroll, per una patologia cardiaca, ha dovuto smettere di correre, così rivive per tramite dell’amico Miles il brivido di oltrepassare la soglia dei 7 mila giri, quando si accede ad una esperienza metafisica di speciale autoconsapevolezza.

Non mancano, però, i difetti. Le scene di corsa sono alla lunga un po’ ripetitive, e la questione esistenziale della ricerca del senso, lanciata all’inizio e recuperata in extremis alla fine, è per lungo tratto dimenticata. Né i personaggi sono plasmati per rappresentare ciascuno un punto di vista diverso sul tema, come avviene, invece, nei film davvero riusciti.

Lungo la trama, i palati più fini avvertiranno con fastidio lo sforzo degli autori per assicurarsi che il pubblico si carichi di benevolenza per i protagonisti. Una retorica un po’ ingenua che, a volte, manca il segno. Per esempio, quando Henry Ford II, già convinto dai nostri, non senza fatica, a puntare su di loro, ad un certo punto cambia idea, riportando indietro il plot su uno snodo che sembrava ormai acquisito. Per esempio, ancora, quando, durante la gara, Carroll ruba i cronometri dal box della Ferrari, e vi getta un bullone per suscitare confusione nei rivali, insinuando il dubbio di aver avvitato male qualcosa. Nonostante il primo piano celebrativo sullo sguardo furbo di Damon, vien da pensare che il gesto sia comunque una meschinità (i poveri meccanici Ferrari stavano tranquillamente facendo il loro lavoro…). Si può aggiungere che sono troppi i dialoghi tecnici in cui Miles sfoggia la sua capacità taumaturgica di sentire cosa non funziona nell’automobile.

Le pecche più gravi sono nel finale. La sceneggiatura, ligia al dato storico, fa fare una scelta a Miles, in dirittura di arrivo, che contraddice l’impostazione generale del film. Orientata tutta a premiare la grande impresa in contrapposizione alla logica del calcolo utilitaristico, la trama curva di colpo in questa seconda direzione. Il commento della moglie di Miles, che prova a spiegare al figlio come nella mossa del marito ci sia grandezza, suona come un puntello posticcio, inserito per scongiurare la delusione del pubblico.

D’altra parte, siccome il film, alcuni minuti dopo, si chiude senza dare risposte, cioé rinnovando la domanda di partenza sul senso del destino umano, davanti al sacrificio ultimo dell’eroe si resta un po’ con il dubbio che sì, ok il fascino del limite, ma un po’ più di prudenza non avrebbe guastato.

 

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FROZEN II - Il segreto di Arendelle

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/03/2019 - 17:00
 
Titolo Originale: FRozen II
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Chris Buck
Sceneggiatura: Jennifer Lee, Allison Schroeder
Durata: 103

Dopo l’incoronazione, Elsa ed Anna vivono felici ad Arendelle. Ma una notte una voce melodiosa richiama Elsa e, nonostante le sue resistenze, la convincerà a partire alla scoperta di un misterioso segreto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Elsa sembra aver acquietato le turbe esistenziali mentre gli altri apprenderanno che solo l’amore dura per sempre, anche se cosa questo significhi nella dinamica dei rapporti umani rimane ancora tutto da scoprire.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Per gli effetti visivi, la grafica e soprattutto gli splendidi abiti delle due eroine non ha nulla da invidiare al primo Frozen, ma si dimostra molto carente sull’intreccio, i personaggi e le musiche
Testo Breve:

Elsa è ormai regina ma una voce melodiosa la invita a partire alla scoperta di un misterioso segreto. Ottimi gli effetti visivi i costumi ma il secondo Frozen non si pone alla parti del primo per l’intreccio e le musiche

Il sequel del fortunatissimo Frozen soffre da subito il paragone con il primo film, meglio riuscito da tanti punti di vista. Se per gli effetti visivi, la grafica e soprattutto gli splendidi abiti delle due eroine non ha nulla da invidiare, si dimostra molto carente sull’intreccio, i  personaggi e le musiche. Questo non significa che non sarà apprezzato da grandi e piccini, come già dimostrano gli ottimi incassi della prima settimana. Gli ingredienti per stupire e intrattenere ci sono tutti e, rispetto a tanti altri film di animazione degli ultimi tempi, non ha nessuna controindicazione: si dimostra delicato e in qualche modo profondo, in perfetto stile Disney. Ma sicuramente non resterà nella storia. Le musiche che, come spesso accade, in traduzione italiana perdono tanto della loro potenza, sono troppe e ridondanti, con testi scontati e ripetitivi, fatto salvo i buffi siparietti di Olaf e la canzone finale, cantata da Giuliano Sangiorgi, che per questa ragione potrebbe forse avere una qualche maggior fortuna locale.

Riguardo all’intreccio, il film parte settando, in modo esageratamente esplicito, un problema del passato che riguarda la famiglia reale: il nonno delle principesse aveva stabilito un trattato di pace con la tribù dei Northuldri, costruendo una diga, ma, per ragioni sconosciute, era scoppiata la guerra e una fitta nebbia era scesa sulla foresta incantata, dove la magia dei quattro elementi da allora tiene prigionieri gli abitanti. Con queste premesse poco rassicuranti la storia riparte ad Arendelle, in una situazione calma, ma che già lascia prevedere una catastrofe imminente che, essendo annunciata in maniera esagerata, arriva senza un reale colpo di scena. Mentre Kristoff vorrebbe chiedere ad Anna di sposarlo, Anna non sembra intenzionata a cambiare una situazione che sembra darle finalmente una stabilità emotiva, Olaf è alle prese con serie domande esistenziali ed Elsa comincia a sentire una strana voce che lei rifiuta inizialmente di ascoltare, temendo di mettere in pericolo l’equilibrio del paese. Tutti i personaggi sono come paralizzati dall’idea che qualcosa possa cambiare, e preferiscono ritrovarsi ogni sera a giocare ai mimi piuttosto che affrontare la realtà. Ma il richiamo è troppo forte, Elsa risveglia gli elementi e parte alla ricerca della verità sulla sua vita e sul suo passato. Anna le correrà appresso e con lei Kristoff, Olaf e la renna Sven. Da qui una serie infinita di personaggi  e situazioni verranno scaraventati sul loro cammino: il popolo, i trolls, le guardie, i northuldri, i quattro elementi, la foresta, il fiume Ahtohallan, e poi il passato, il presente. Troppi luoghi, troppe personalità, troppe storie, e tutto resta superficiale e quindi debole, soprattutto l’antagonista che è quasi completamente inesistente. Elsa è sola a compiere il suo viaggio e troppo facilmente arriva alla soluzione, gli altri la seguono affannati senza sapere bene cosa cercare, né qual è la loro vera missione.

Anna è in preda alle nevrosi più disparate, morbosamente attaccata alla sorella e quasi noncurante dell’amato Kristoff che fa di tutto per farsi notare da lei, incapace di imporsi  e annullandosi ad ogni suo capriccio fino a disperarsi esageratamente quando lei sembra dimenticarsi di lui. Olaf abbandona le sue domande esistenziali tornando il giocherellone di sempre, e il suo timore sul diventare grande si scioglie insieme a lui. Le figure maschili insomma sono quasi inesistenti in questo film, mentre prevalgono figure femminili fragili, egoiste e problematiche, forse fin troppo contemporanee.

E così i personaggi, sinceramente interrogati da principio su cosa regga veramente l’urto del tempo e cosa voglia dire essere se stessi, non fanno un vero percorso di crescita per trovare una risposta. Gli viene calata dall’alto senza tanto effetto sullo spettatore. E così, mentre Elsa sembra aver acquietato le turbe esistenziali trovando il suo senso nella foresta incantata, gli altri apprenderanno che solo l’amore dura per sempre, anche se cosa questo significhi nella dinamica dei rapporti umani rimane ancora tutto da scoprire.

Autore: Ilaria Giudici
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NARCOTICA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/20/2019 - 08:53
 
Titolo Originale: Narcotica
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Valerio Cataldi con la collaborazione di Raffaella Pusceddu
Produzione: Rai3
Durata: 5 puntate su RAIPLAY

Nella prima puntata, ci troviamo in Messico, nello stato di Guerrero, dove seguiamo la polizia comunitaria combattere contro i trafficanti che vendono sul mercato internazionale l’oppio coltivato dai contadini. Nelle lotte fra le varie bande e con la polizia, si sono contati più di 33.000 omicidi nel solo 2018. Nella seconda puntata le telecamere si spostano a Catatumbo in Colombia, dove si produce il 70% della droga mondiale e vediamo bambini di 10-13 anni raccogliere le foglie della coca per poi portarli ai centri di smistamento per 3-5 euro al giorno. Nella terza puntata si ritorna in Messico, nel villaggio di Jicayan de Tovar (Guerrero) dove i contadini coltivano l’amapola, il papavero da oppio conteso fra cartelli in perenne lotta mortale fra loro. Nella quarta puntata ci si sposta in Albania, dove la mafia locale sta assumendo il controllo esclusivo del traffico di eroina e cocaina sulla rotta dei Balcani. La quinta ed ultima puntata è un viaggio a ritroso nel tempo sulle tracce dell'autobus scomparso in Messico con 43 studenti perché a bordo probabilmente era carico di eroina e sui risvolti dell'omicidio di Javier Valdez, uno dei giornalisti messicani più noti e più esposti nella denuncia dei cartelli di narcotrafficanti

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il documentario ha un valore che scaturisce dalla sua capacità di farci conoscere come si vive nei territori del Sudamerica sconvolti dalla guerra fra i cartelli della droga
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di crudeltà operate dalle truppe armate
Giudizio Artistico 
 
Il regista ha compiuto un lavoro scrupoloso facendoci conoscere tanti personaggi che vivono immersi nel circuito del traffico della droga
Testo Breve:

Con questo documentario ci viene aperta una finestra non solo sulla coltivazione della coca ma ci fa conoscere la realtà di un mondo alla rovescia, dove viene venerata la Madonna della morte, protettrice dei narcotrafficanti

Alcuni bambini, fra i 10 e i 13 anni, mostrano le loro mani piene di lividi per il tempo passato a strappare le foglie di coca dalle piante. Terminata la raccolta si caricano sulle spalle il pesante sacco che contiene le foglie della giornata e si inerpicano su stretti sentieri di montagna per arrivare al centro di raccolta dove ricevono, in funzione del peso del sacco, l’equivalente di 3-5 euro al giorno. I ragazzi, intervistati, si dichiarano soddisfatti perché con quei soldi, sperano di poter andare all’università, riscattandosi dalla loro misera condizione.

Valerio Castaldi, autore del documentario, cerca di fare un po’ di conti: i contadini riescono a ricavare da 1kg di pasta di droga 700 euro. I cartelli le rivendono alle organizzazioni criminali internazionali a 1.500 euro. La n’drangheta calabrese, “leader del settore”, la distribuisce in Europa a 30.000 euro al kg. La coca viene infine tagliata e rivenduta “all’utente finale” a 120.000 euro al kg.

Se qualcuno  avevano vaghe idee su come funzioni il mercato internazionale della droga, questo documentario è in grado di fornirci tantissime risposte.

Abbiamo appena descritto la vita dei bambini della regione di Catatumbo in Colonia, ma il documentario passa presto al modo degli adulti: in Colombia, dopo aver rifiutato gli accordi di pacificazione nazionale, i vari movimenti paramilitari, quelli di destra come le AUC e quelli di sinistra come le FARC, non si combattono più per motivi politici ma per il controllo del traffico della droga e i morti ogni anno si contano a migliaia Le sovvenzioni date dal governo ai contadini per invitarli a convertire la cultura della coca (con un decisivo contributo dagli U.SA.) ha ottenuto l’effetto contrario: anche i contadini che coltivavano solo mais si sono convertiti alla coca e l’offerta di questo ingrediente di  base per stupefacenti è triplicata. In Messico la situazione non è migliore: sui monti di Filo de Caballos nello stato di Guerrero, il capo della milizia Salvador Alamis, intervistato, chiarisce che le sue truppe non fanno prigionieri. I suoi uomini hanno l’ordine di uccidere tutti quelli che sono considerati trafficanti perché nel passato, se in seguito venivano liberati, i trafficanti finivano per vendicarsi uccidendo uno di loro. Il miglior acquirente della droga messicana è la n’drangheta calabrese, che ha introdotto sul mercato il Fentanyl, il derivato dell'oppio che, per la sua potenza allucinogena, sta facendo strage di tossici negli Usa.

La parte meno conosciuta e più interessante del documentario, per noi europei è però un’altra. Come si vive in queste regioni dove lo stato centrale è latitante e chi comanda sono dei corpi armati che ricavano i loro introiti dal commercio della droga? Lo stesso il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il colonnello del ROS dei Carabinieri Massimiliano D’Angelantonio, autori delle più grosse operazioni degli ultimi anni condotte contro il traffico di cocaina dal Sudamerica lo hanno detto chiaramente: l’ordine è mantenuto dagli stessi cartelli che garantiscono il lavoro per tutti e alle famiglie povere vengono dati dei contributi di sostegno mensili. Il popolo sudamericano è sempre stato molto religioso e anche per questo si è trovata una soluzione. Tutti venerano una Madonna ma non è quella che conosciamo: è la Madona della Muerte che protegge i narcotrafficanti (la sua immagine è incisa spesso sul calcio della loro pistola). In alcune sequenze allucinanti vediamo dei pellegrini avanzare in ginocchio con la statua di questa madonna, sull’asfalto arroventato fino al suo santuario per perpetrare una grazia, ad esempio come liberare dalla prigione un loro parente spacciatore

In tanta desolazione morale e umana, c’è una sola immagine rasserenante: quella del prete cattolico don Rito che ha costituito la Fundatiòn Oasys de Amor y de Paz ed è riuscito a strappare tanti ragazzi dal lavoro della raccolta della coca per alloggiarli in un collegio e mandarli a scuola. Molti di questi ragazzi sono orfani perché i loro genitori sono stati uccisi e ora si sta aprendo per loro una nuova possibilità.

Il documentario è disponibile su RAIPLAY

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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