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Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

PICCOLI GENI (S1)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/10/2020 - 18:45
 
Titolo Originale: Brainchild
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Adam 'Tex' Davis
Sceneggiatura: Adam 'Tex' Davis
Produzione: Atomic Entertainment
Durata: 13 episodi di 25' su Netflix
Interpreti: Sahana Srinivasan, Alie Ward

Fin dove c’è la vita in fondo all’oceano? Ci sono dei pianeti che potrebbero ospitare esseri simili a noi? L’immagine dei più importanti influencer dei social media, è reale o costruita? Siamo noi che controlliamo le emozioni? A queste e ad altre domande è pronta a rispondere Piccoli Geni, serie tv originale Netflix per bambini e adolescenti. Piccoli Geni, Brainchild in lingua originale, è una serie che presenta la scienza ai ragazzi spiegandola attraverso episodi della vita di tutti i giorni, in modo semplice e familiare

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si tratta di una buona forma di istruzione per quel che riguarda le materie scientifiche ma nelle lezioni dove vengono analizzati aspetti del comportamento, l’uomo viene analizzato come se fosse un puro meccanismo, quindi senza alcun impegno a formarsi un carattere e a coltivare le virtù
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una rapida sequenza di un uomo nudo nella puntata sui sogni, che ha generato una serie di commenti negativi da parte di alcuni genitori americani
Giudizio Artistico 
 
Un format molto indovinato, divertente e stimolante, rivolto a ragazzi delle elementari e delle medie. Buone le lezioni sulla scienza, meno quelle sulla psicologia
Testo Breve:

Se avete delle curiosità sulla profondità dello spazio e dell’oceano, sulle forze gravitazionali e magnetiche, questa serie di lezioni risulta particolarmente divertente e stimolante per ragazzi delle elementari e del liceo. Meno efficaci le lezioni sulla psicologia umana.

Sappiamo che Netflix ha puntato molto, negli ultimi tempi, a realizzare serial rivolti agli adolescenti ed ora sembra aprirsi anche alla categoria dei ragazzi nella fascia scuole elementari e medie (forse si prepara a rispondere alla Disney che sta per lanciare Disney Plus,  la sua piattaforma streaming).

Piccoli geni (in originale Brainchild) è un contenitore che si annuncia molto aperto (nella prima stagione, in 13 episodi, parla molto di scienza della natura, ma anche di comportamenti umani e perfino di sociologia).

Il suo format è molto accattivante e particolarmente adatto all’audience target: cerca di stupire e divertire, coinvolgendo spesso dei ragazzi in  esperimenti  che assumono l’aspetto di un gioco. Gli stessi spettatori vengono stimolati con dei quiz ai quali  bisogna rispondere in pochi secondi. Contribuiscono alla scorrevolezza del programma due donne (questa scelta è stata applaudita da molti critici, perché spesso si presuppone che per  la scienza ci sia un interesse preminentemente maschile)  particolarmente frizzanti: la conduttrice  Sahana Srinivasan di 22  anni e Alie Ward, definita nella serie “l’amica della scienza”.

Un altro aspetto di contorno ma non da trascurare è che nel progranma vengono coinvolti  ragazzi e ragazze di tutte le razze.  La serie eccelle, a nostro avviso, nei capitoli scientifici: in quello sullo spazio, rende bene il senso della sue  dimensione (è inclusa una simpatica intervista agli astronauti che stanno ruotando intorno alla terra sulla piattaforma spaziale) e quello sugli oceani dove si spiega molto bene come vivano  specie di pesci che hanno saputo adattarsi a un ambiente sempre più ostile man mano che si va  in profondità. Interessante anche quello sui germi ma quando spiega che a ogni stretta di mano ci scambiamo milioni di germi o che alla fine è meglio mangiare su una tazza del water piuttosto che sul tagliere di cucina o sullo schermo del nostro tablet, perchè è più libera da germi, temo che si finisca, più che educare, spaventare i più piccoli sulla onnipresenza di questi esserini. Dobbiamo porre qualche riserva  in altri capitoli più complessi come quello delle forze nascoste (gravità, magnetismo, elettricità) perchè se vengono resi bene, attraverso degli esercizi pratici, i loro effetti, l’amica della scienza, al momento di dare spiegazioni più scientifiche di questi fenomeni, presume delle conoscenze che non state date, come l’elettrone o l’atomo.

Il discorso cambia quando la serie affronta tematiche relative al comportamento umano (emozioni, creatività, motivazioni): in queste viene data prevalenza agli aspetti più fisici del nostro cervello (la sua struttura, la sua reazione a particolari stimoli) e si rischia di far prevalere la visione riduttiva  dell’uomo visto come una macchina. Viene meno il riconoscimento della complessità del nostro comportamento, la capacità di agire in base alle nostre più profonde convinzioni  maturate nell’arco della nostrra esistenza,  espressione della visione che abbiamo del mondo e di noi stessi.

Nel capitolo sulla creatività scopriamo che essa aumenta se noi muoviamo  velocemente gli occhi da destra a sinistra o se  ci scateniamo preliminarmente un in veloce ballo rap. Si tratta quindi di modesti trucchi per una creatività sulle piccole cose,  non si tratta della creatività di Leonardo da Vinci che deve comprendere come rendere il sorriso della Gioconda.

Sul tema delle motivazioni ancora una volta vengono presi ad esempio situazioni non complesse, in linea con l’età del potenziale spettatore: trovare la voglia di studiare, mettere a posto la propria stanza, recuperare punti in una partita di football. In questo caso le soluzioni non sono particolarmente innovative: trovare gli aspetti divertenti di ciò che si deve fare e puntare sulla buona retorica del coach per galvanizzare i componeneti della squadra. Risulta inoltre fuorviante e sgradevole la sequenza dove della ragazze e un loro genitore vengono ipnotizzati in modo che si possa far fare loro tutto quello che si vuole.

Potenzialmente interessante è anche il primo episodio dedicato ai socialmedia, con saggi consigli sull’importanza di considerarli separati dalla  vita reale e usarli solo come mezzi per restare informati. Anche in questo caso il tema viene troppo banalizzato quando mostra situazioni dove vuole dimostrare che molti appongono dei like  per puro”spirito del gregge”. E’ vero che spesso molti si adeguano alle preferenze della maggioranza ma ancora una volta questo succedere su temi poco rilevanti: è meglio ricordare ai ragazzi che ognuno di loro deve saper prendere posizione in modo autonomo e responsabile quando si tratta di scelte importanti.

In conclusione il format è particolarmente indovinato e accattivante per ragazzi e adolescenti per quel che riguarda tematiche scientifiche; è preferibile invece trascurare quegli episodi che trattano temi che toccano la psiciologia e la sociologia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TOLO TOLO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/06/2020 - 18:15
 
Titolo Originale: Tolo Tolo
Paese: Italia
Anno: 2020
Regia: Checco Zalone
Sceneggiatura: Checco Zalone, Paolo Virzì
Produzione: Medusa Film, Taodue
Durata: 90
Interpreti: Checco Zalone, Souleymane Sylla, Touré: Idjaba, Arianna Scommegna

Checco sogna: crede nelle capacità di sviluppo della sua Puglia e nel suo paese di Spinazzola apre un locale Sushi. Travolto dai debiti, inseguito dal fisco, migra in Africa per fare il cameriere in un resort di lusso in Kenya. Qui si innamora della giovane Idiaba ma l’idillio dura poco: l’Isis distrugge tutto e a lui, Idiaba e altri amici, non resta che intraprendere un lungo viaggio fino in Libia, per rientrare in Europa (lui preferirebbe il Liechtenstein, che è esentasse) come clandestino…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Checco si avvicina con simpatia e partecipazione ai problemi di chi dall’Africa deve migrare a causa della violenza politica ma certe libertà che si prende nel rappresentare situazioni anche dolorose sfociano nel cattivo gusto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Checco conferma la sua capacità di costruire battute e situazioni divertenti ma la narrazione manca di coesione e di focalizzazione su un unico tema portante
Testo Breve:

Checco emigra in Africa per debiti ma poi si imbarca anche lui come clandestino per tornare in Europa. Si ride e anche si canta ma a volte qualche nota risulta stonata

La genesi della comicità di Checco Zalone risiede nello spaesamento. Checco è un personaggio piccolo piccolo, legato alle tradizioni della sua terra del Sud, che diventa un pesce fuor d’acqua quando finisce per trovarsi in ambienti per lui troppo nuovi. Lui reagisce in modo rozzo e spontaneo, mostrando, in questo modo, che non tutto ciò che è nuovo non è perfettamente giusto e qualcosa di bello si sta perdendo.

In Cado dalle nubi, lui terrone-doc, si ritrova nella moderna Milano dove scopre il fanatismo (per lui) della Lega e che suo cugino, che ha inclinazioni omosessuali, vive tranquillamente la sua vita. Anche in Che Bella giornata il pugliese si ritrova a Milano ma questa volta la novità è costituita dalla sua fidanzata tunisina che in realtà è una terrorista. In Quo Vado? lui, che aspirerebbe solamente ad avere un posto fisso nel suo paesino, si ritrova in Norvegia e medita che in fondo, di fronte a tanta libertà sessuale, lui resta legato al vecchio amore romantico.

In questo Tolo Tolo, lo spaesamento non nasce dal confronto fra due aree geografiche diverse (in fondo anche in Africa, ci sono i resort per ricchi) ma fra un mondo che ruota intorno ai soldi, dove lo stato risulta particolarmente esoso (l’unico momento in cui Checco non è politically correct è proprio contro in fisco, l’Inps e tutto ciò che frena la libera imprenditorialità) ma alla fine governa, mantenendo ordine e giustizia e un altro, dove lo stato è corrotto, non c’è ordine  e i violenti, mostrati senza un nome né una movente, agiscono impunemente.

Ma insomma, Checco, è un razzista oppure no? E’ favorevole o contrario ad accogliere gli immigrati raccolti dalle navi ONG? L’inizio del film è significativo: con una voce di sottofondo Checco fa sapere che lui è nato in un paese del Sud più povero: “certo, avrei dovuto migrare come tanti miei concittadini ma io amavo la Puglia e volevo restare con i giovani che sapevano guardare oltre le colline di quelle squallide miserie…”. Checco sicuramente non è razzista: i personaggi di origine africana presenti nel film sono trattati con molta simpatia e alla fine del film, chi in un modo e chi in un altro, tutti trovano un lavoro in Italia. Al contempo però (quando la nave ONG sbarca a Vibo Valentia, oltre a quelli che accolgono gli immigrati, ci sono anche quelli che alzano cartelloni di protesta) Checco sembra, in modo silenzioso, sollevare un problema di priorità, portando la nostra attenzione sui secolari problemi del nostro Sud.

Ciò che pesa su questo film, è probabilmente la decisione di Checco Zalone di assumersi l’onere sia della sceneggiatura (con un contributo minore di Paolo Virzì) che della regia. Si è potuto così esprimere liberamente, senza il controllo di una persona terza, e ciò ha comportato l’inserimento di sequenze che non appaiono necessarie, come quella finale della cicogna nera che porta i neonati in Africa quando ormai il film era terminato o la sua trasformazione saltuaria e delirante in Benito Mussolini. Altre appaiono obiettivamente di cattivo gusto, prima fra tutte quella del balletto danzante nell’acqua, secondo lo stile Esther Williams (realizzato oltretutto male), proprio quando la barca degli immigrati affonda fra le onde ma anche la canzoncina “la gnocca salva l’Africa” e lo stesso video Immigrato, realizzato come trailer per promuovere il film, che oltretutto è ingiusto nel suo velato razzismo perché il film non lo è. A un certo punto compare una camionetta di pace keeping del contingente italiano e Checco riesce a liquidare  in pochi secondi, in modo sguaiato  (un soldato è impegnato a leggere i cruciverba, un altro lancia bombe a caso) tutto l'impegno dei nostri soldati nelle zone di conflitto.

Certamente non è nuova l’idea di scherzare parlando di temi seri (basterebbe ricordare Forrest Gump di Zemeckis, La vita è Bella di Benigni, La mafia uccide solo d’estate di Pif) ma in tutti questi lavori il protagonista è l’ingenuo, il semplice, l’ottimista ad oltranza, mentre il mondo fuori di lui resta reale e quindi rimane sostanzialmente rispettato nella sua tragicità. Checco ha invece un approccio totalizzate, deforma anche la realtà secondo i suoi criteri e in questo modo finisce spesso per non rispettarla.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE FAREWELL - UNA BUGIA BUONA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/05/2020 - 20:44
 
Titolo Originale: The Farewell
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Lulu Wang
Sceneggiatura: Lulu Wang
Produzione: Big Beach, Depth of Field, Kindred Spirit
Durata: 100
Interpreti: Awkwafina, Tzi Ma, Diana Lin, Zhao Shuzhen

Billi Wang è nata a Pechino ma è rimasta in Cina solo fino ai sei anni, quando i suoi genitori si sono trasferiti in U.S.A. Ha conservato un legame molto stretto con Nai Nai, la nonna paterna che è rimasta in Cina e con la quale non manca mai di sentirsi ogni giorno per telefono, parlando con il suo cinese approssimativo. Un giorno, tornando a casa, si accorge che il padre è triste. Ha saputo che alla nonna è stato diagnosticato il cancro e ha deciso, assieme al fratello che è emigrato in Giappone, di riunire tutta la famiglia intorno a lei per un ultimo saluto. Hanno anche deciso che non riveleranno a Nai Nai il suo stato di salute ma motiveranno il loro arrivo in Cina con il matrimonio di suo nipote (che in realtà si è già sposato). Il padre informa Billi che la famiglia ha deciso che lei non deve partire perché è la più legata alla nonna e tradirebbe la sua preoccupazione. Billi non comprende perché a Nai Nai non debba venir detta la verità e una volta partiti i genitori, trova i soldi per partire anche lei...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutti i parenti della nonna Nai Nai mostrano grande affetto nei suoi confronti e si mostrano compatti nel prendere delle decisioni collegiali che poi rispettano
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
L’autrice sviluppa con grande sensibilità questo racconto familiare, mostrando sottile ironia nel mostrare certe usanze del suo paese di origine
Testo Breve:

Una grande famiglia (figli, nuore e nipoti) mostra grande premura nello stare vicino alla nonna che ha pochi mesi di vita. Un delicata storia di affetti con una sensibilità più orientale che occidentale

Avevamo già detto che per riuscire a trovare film che pongano in evidenza i valori della famiglia bisogna ormai rivolgersi o a canali specializzati (Hallmark in U.S.A.) oppure alle culture orientali: all’ India (SIR – Cenerentola a Mumbai), al Bagladesh (Bangla) alla  Cina (Apart Together e ora anche con questo The Farewell).  I colloqui fra i protagonisti di questo film discutono animatamente se la nonna vada informata della sua prossima fine oppure no, delle differenze di mentalità fra America e Cina (contano solo i soldi o altri valori?) ma c’è una cosa che è palpabile e che non è tema di discussione: l’affetto di tutti per la nonna e il forte legame fra i componenti della sua grande famiglia: ogni decisione importante va discussa ma poi tutti debbono comportarsi secondo quanto stabilito. Vediamo Billi commuoversi nel ricordare quando giocava nel giardino della nonna e come questo legame si fosse spezzato così presto per andare in America. In un'altra sequenza partecipiamo a un altro esempio di generosa dedizione: la madre di Billi, chiede alla sorella di Nai Nai, che si è dedicata a lei in tanti  anni, unica parente rimasta in Cina, se abbia bisogno di esser aiutata, anche materialmente, quando Nai Nai non ci sarà più. Lei non ha bisogno di nulla: è stata contenta di aver aiutato Nai Nai.

Questo film è strutturato in modo particolare: una volta che lo spettatore è stato informato che la nonna ha pochi mesi di vita, che i suoi due figli con le loro famiglie hanno deciso di raggiungerla per darle un ultimo saluto senza informarla della gravità del suo male, non succede nient’altro.  Un film o un serial occidentale avrebbe probabilmente farcito la trama di vari sub-plot, uno per ogni componente di questa famiglia e costruito un colpo di scena finale ma l’autrice Lulu Wang, al suo secondo lungometraggio, modula il racconto tutto sulle reazione dei vari personaggi a questo ritorno insolito alla terra di origine.  Se Billi ha ritrovato le sue radici e vorrebbe restare accanto alla nonna fino alla sua fine, se sua madre, più pragmaticamente, non rimpiange la decisione presa a suo tempo di emigrare e difende la way of life U.S.A. contro chi la vuole denigrare, su tutti risplende Nai Nai, che distribuisce complimenti e parole gentili a tutti e cerca di sedare ogni contesa verbale. Intorno al nodo etico principale (informare la nonna del suo stato oppure non dirle niente per farle trascorrere serenamente gli ultimi mesi), si sviluppa uno scontro di culture: secondo la legge americana sarebbe illegale non informare il paziente; secondo la cultura cinese, in una visione rigorosamente immanente, la scoperta della prossima morte può generare solo sofferenza. Il padre di Billi cerca anche di darne una spiegazione sociologica: in contrapposizione a un Occidente individualista, c’è un Oriente dove: “noi non apparteniamo neanche a noi stessi. La vita di una persona è parte di un tutto: la famiglia, la società”. Invita quindi Billi a trattenere le proprie emozioni e a non dire la verità per il bene di Nai Nai.

Si tratta di una contrapposizione sicuramente grossolana ma c’è in essa qualcosa di vero nel nostro privilegiare oggi un atteggiamento individualista. Ma quando anche noi ci sentivamo più uniti in una famiglia o in una comunità solidale (magari in un piccolo paese), il valore che ne scaturiva era opposto: quello dell’accettazione della morte. I cari si stringevano intorno al malato e lo aiutavano a compiere serenamente quel passaggio inevitabile, invece di trattenere le proprie emozioni come suggerisce la cultura orientale, e di evitare di informare il malato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STAR WARS-L'ASCESA DI SKYWALKER

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/22/2019 - 17:52
 
Titolo Originale: Star Wars: The Rise of Skywalker
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: J.J. Abrams
Sceneggiatura: J.J. Abrams e Chris Terrio
Produzione: Lucasfilm, Bad Robot Productions
Durata: 141
Interpreti: Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaacs, John Boyega, Carrie Fisher, Kelly Marie Tran, Keri Russell, Domhnall Gleeson, Joonas Suotamo, Anthony Daniels, Mark Hamill, Billy Dee Williams, Ian McDiarmid.

Sono passati alcuni anni dalla morte di Luke Skywalker. Le speranze per salvare la galassia dall’ombra fagocitante del male sono riposte nelle qualità della giovane Rey che – sotto la guida paziente ed esperta della ex principessa (e ora generale) Leia Organa – sta completando l’addestramento per diventare una jedi. Sul fronte opposto, intanto, il tormentato Kylo Ren, diventato finalmente “leader supremo” del contingente dei cattivi, segue la traccia di un misterioso messaggio proveniente dai confini estremi dell’universo: su un pianeta sperduto – raggiungibile solo da chi possiede un raro “puntatore” (un oggetto a metà tra una bussola e un amuleto) – un oscuro signore delle tenebre sta pianificando una “soluzione finale” atta non solo a sbaragliare una volta per tutte le forze della resistenza ma anche ad annientare qualsiasi altra forma di vita refrattaria a essere assoggettata. Una brutta gatta da pelare per l’alleanza ribelle ma anche per Kylo Ren. Tra le richieste del suo committente, infatti, c’è innanzitutto quella di eliminare Rey in quanto ultima erede dei cavalieri jedi. Peccato che il ragazzo abbia sulla fanciulla tutt’altro tipo di mire.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il bene e il male si fronteggiano in maniera netta e, benché i personaggi principali siano sottoposti a terribili tentazioni, la differenza tra la scelta della luce o del lato oscuro è chiara, senza ironie o ammiccamenti post-post-moderni. L’antropologia della saga si abbevera a un sincretismo culturale che mixa religioni orientali, miti gnostici con ombre di new age
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di tensione e violenza nei limiti del genere ma potenzialmente impressionanti per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Le scenografie ed gli effetti speciali sono perfetti e mirabolanti ma l’andamento del racconto, da un punto di vista del ritmo, sembra risentire un po’ della complessità narrativa tipica della serialità televisiva. L’accavallarsi di eventi, di personaggi e sotto-trame sembra che servano a coprire il vuoto di idee davvero originali
Testo Breve:

Questo finale di saga sembra dire qualcosa di valido sulla voracità insaziabile del potere. Gli adepti del villain di turno costituiscono una massa asservita e perfettamente omologata; i buoni, invece, sono una “moltitudine”. Hanno un volto, un nome, si conoscono tra di loro e si battono l’uno per l’altro

Un dato in particolare balza all’occhio ora che la saga di Star Wars ha concluso quello che i fan conoscono come il suo “canone principale”: che nella realizzazione di questa terza e (per ora) ultima trilogia è mancata una progettualità cinematografica e una visione d’insieme. Tutto si può dire di George Lucas (ideatore dei personaggi e responsabile dei primi sei episodi) tranne che non avesse una idea precisa di cinema e non che fosse capace di svilupparla con coerenza. Perfino i deludenti “prequel” (gli episodi I, II e III prodotti tra il 1999 e il 2005) partecipavano di questa visione ed erano parte integrante di una estesa mitologia frutto di un progetto dalla chiara intenzionalità. Non si dimentichi soprattutto che, nonostante i fantastiliardi guadagnati con i film e soprattutto con il merchandising, Lucas è sempre stato un film-maker indipendente. Se c’è sempre stato bisogno di una major per la distribuzione (per i primi sei film le fanfare della 20th Century Fox hanno anticipato la fanfara del celeberrimo tema composto da John Williams), da un punto di vista produttivo Lucas ha sempre fatto tutto in casa, obbedendo solo al proprio estro creativo. Non è un caso che, numericamente, sia stato un cineasta assai poco prolifico: solo sei film da regista, meno anche di mostri sacri come Stanley Kubrick o Terrence Malick, famosi per la loro parsimonia. Con la cessione di tutta la proprietà intellettuale della Lucasfilm al colosso Disney, da essere un affare privato (sia pur, dicevamo, miliardario), Star Wars è diventato il prezioso tassello di un’operazione commerciale dove alla visione di un Autore (e nessuno è stato più Autore di Lucas negli ultimi cinquant’anni, forse solo Steven Spielberg e John Lasseter) si è sostituita una strategia aziendale. Al mitografo si sono sostituiti coloro che erano cresciuti con il mito. Al papà che racconta una storia, i bambini che la mimano giocando con i pupazzetti. Tolta dalle mani del suo creatore, la saga di Star Wars ormai pare solo omaggiare se stessa. Ovvero, per dirla con il titolo di un citatissimo saggio di Franco La Polla della fine degli anni Settanta (saggio prematuro ma anche premonitore), “quando hai visto un’astronave di plastica, le hai viste tutte”.

Che Star Wars sia assurto ormai a mito vero e proprio (sì, proprio come Giasone e Bellerofonte, Orlando e Lancillotto) si è visto dalla traiettoria ondivaga compiuta da questa terza trilogia e dal rapporto che ciascuno dei tre episodi ha instaurato con l’immane narrazione previa: Rian Jonhson, regista e sceneggiatore dell’episodio precedente, aveva avuto carta bianca nel portare avanti la storia a suo piacimento e aveva quindi approcciato la cospicua eredità a sua disposizione con piglio da rivoluzionario. Il risultato aveva spaccato a metà la comunità dei fan. Ad alcuni era piaciuto il cambio di fisionomia e l’avventura in terreni inesplorati. Ad altri – forse la maggioranza – tutta l’operazione era parsa una sorta di tradimento; al limite della lesa maestà. Ecco allora tornare al tavolo degli sceneggiatori e dietro la macchina da presa il riverente J.J. Abrams, di grande personalità e talento ma anche incline al rispetto dei paradigmi (se in televisione è stato da tutti i punti di vista un innovatore, il suo palmarès cinematografico è composto invece unicamente da sequel, reboot e omaggi, da Mission:Impossible a Star Trek, passando per Super 8). Il compito di Abrams è stato quello di rimettere la saga sui suoi saldi binari, non tanto perché questo film dovesse essere il suo atto finale ma soprattutto perché servisse a rilanciare il “brand” di Star Wars in vista del progetto che ne sta già espandendo l’universo narrativo su più media e più piattaforme (già si è iniziato con la serie tv The Mandalorian andata su Disney+). Dopo la rivoluzione, la restaurazione. Dopo la riforma, la controriforma. Dopo la dissacrazione, la riconsacrazione.

L’ascesa di Skywalker, venendo al film in questione, brutto non è. Funziona quanto basta e appaga le curiosità svelando tutti i misteri che erano rimasti irrisolti al termine delle puntate precedenti. Naturalmente scenografie ed effetti speciali sono perfetti e mirabolanti ma per meno di questo da una produzione multimiliardaria non varrebbe la pena neanche spendere i soldi del biglietto. L’andamento del racconto, da un punto di vista del ritmo, sembra risentire un po’ della complessità narrativa tipica della serialità televisiva. L’accavallarsi di eventi, personaggi e sotto-trame aveva già fatto la fortuna della saga ma stavolta sembra che l’accumulo e la velocità servano a coprire il vuoto di idee davvero originali. E la linearità dei primi episodi – con i suoi momenti di lentezza e approfondimento – restava molto più impressa nella mente e nel cuore. Ad Abrams e ai suoi co-sceneggiatori non resta quindi che moltiplicare gli avvenimenti, i colpi di scena, le resurrezioni improbabili e, naturalmente, i duelli, le astronavi e i satelliti-killer. E i personaggi? Per fortuna, nel rinsaldare il racconto agli archetipi mitici più tradizionali, si abbandonano certe ambiguità che riscontravamo nell’episodio precedente. Qui il bene e il male si fronteggiano in maniera netta e, benché i personaggi principali siano sottoposti a terribili tentazioni, la differenza tra la scelta della luce o del lato oscuro è chiara, senza ironie o ammiccamenti post-post-moderni. Tutta la saga di Star Wars, in fin dei conti, ha lavorato sul tema delle scelte e del libero arbitrio e sulla speranza inestinguibile nelle possibilità dell’essere umano di scegliere in ultimo il bene. Peccato solo che l’evoluzione dei protagonisti sia proprio in questo episodio molto più da intuire che da riscontrare. E le emozioni molto più “dette” che mostrate.

Inutile dire che l’antropologia della saga si abbevera a un sincretismo culturale che mixa religioni orientali, miti gnostici con ombre di new age tutta hollywoodiana. Siamo pronti però a mettere una mano sul fuoco sulla totale assenza di malizia da parte di George Lucas nell’usare tali fonti quando ha ideato il racconto. Stiamo sempre parlando di un ragazzone californiano appassionato di macchine da corsa e con la biblioteca ben fornita che è riuscito a diventare, e a restare per tutta la vita, un regista indipendente. Con lo stesso candore, nella scena finale del primo Guerre stellari (1977) poteva permettersi di citare Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl (celebre e riuscitissimo film di propaganda nazista) senza nessun sottinteso a parte la bellezza dell’inquadratura. Nel passaggio della saga dalle mani di Lucas a quelle della Disney non abbiamo dormito gli stessi sonni tranquilli ma quest’ultimo film si conferma per fortuna un esempio di “cinema classico”, destinato a piacere a tutti e senza alcuna controindicazione dal punto di vista valoriale. Interessante, anzi, il discorso che la sceneggiatura riesce a esporre sul tema del “potere”. Se la trilogia dei prequel (gli episodi I, II e III) aveva mostrato come le dittature siano il risultato delle “fabbriche del consenso”, questo finale di saga sembra dire qualcosa di valido sulla voracità insaziabile del potere, sulla sua forza annichilente, e sugli antidoti possibili nel consociarsi libero degli individui che perseguono un giusto ideale. Al villain del film non basta imperare sulla galassia: la sua brama è distruttiva proprio come quella del “serpente antico”. I suoi adepti non hanno volto né personalità, costituiscono una massa asservita e perfettamente omologata. I buoni, invece, non sono una “massa” ma una “moltitudine”. Hanno un volto, un nome, si conoscono tra di loro e si battono l’uno per l’altro. L’unica scena veramente originale del film è un insperato “arrivano i nostri” (che ricorda un po’ quello di Dunkirk di Christopher Nolan), che costituisce tra l’altro l’unico legame con il capitolo precedente: Gli ultimi jedi, infatti, terminava con un ragazzino schiavo – vessato da un burbero alieno – che sognava un riscatto guardando speranzoso il cielo. Il manico della ramazza che aveva in mano, stagliandosi contro la luce della luna, pareva assumere la forma di una spada laser. Come a dire che ciascuno – anche senza doni speciali – può diventare un jedi (o, se preferite, un cavaliere di Re Artù). Ognuno di noi, cioè, nel suo piccolo, con le sue scelte, può essere un antidoto contro il potere e la piccola parte di ciascuno può diventare, unita a quella di tutti gli altri, un grande dono per tutti.

Il film è quello che è ma dopo nove film e quarant’anni, è una preziosità da portarsi a casa. La Forza è ancora con noi.  

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE MANS 66 - LA GRANDE SFIDA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/04/2019 - 17:06
 
Titolo Originale: Ford v Ferrari
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: Jez Butterworth, John-Henry Butterworth e Jason Keller
Produzione: 20th Century Fox, Chernin Entertainment
Durata: 152
Interpreti: Matt Damon e Christian Bale

Primi Anni ’60. La Ford, per rilanciarsi, decide di entrare nel mondo delle corse. L’idea è di sfidare nientemeno che la Ferrari e batterla nelle mitica 24 Ore di Le Mans, dove il Cavallino Rampante da lungo tempo è invincibile. Gli americani affidano l’impresa allo spregiudicato team manager Carroll Shelby (Damon), titolare di una scuderia minore, e al suo poco diplomatico pilota Ken Miles (Bale). I due amici tenteranno di mettere a punto una macchina in grado di fronteggiare i bolidi di Maranello. Scopriranno però che, per superare le macchine di Enzo Ferrari, dovranno prima scontrarsi con l’ostilità interna di un alto dirigente, consigliere dell’umorale patron Henry Ford II.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questo film c’è il piacere di stare con personaggi positivi che non si arrendono mai: l’amicizia virile tra i due eroi; gli affetti familiari di Miles, amato dalla moglie e dal figlio, suo primo tifoso.
Pubblico 
Tutti
Alcuni accenni di turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Sequenze indubbiamente spettacolari durante le gare automobilistiche ma la sceneggiatura mostra una contrapposizione buoni/cattivi netta, di facile presa: e la trama non nasconde lo sforzo degli autori per assicurarsi che il pubblico si carichi di benevolenza per i protagonist
Testo Breve:

Negli anni ’60 la Ford decide di cercar di battere l’invincibile Ferrari a Le Mans. Un film di facile impatto, con evidente contrapposizione buoni/cattivi

Solo spingendosi oltre il limite, l’essere umano può sperare in una risposta sul senso del suo destino. E’ il messaggio di un film di medio livello che pubblico e critica hanno accolto bene, ma che non regge il confronto con Rush, il capolavoro di pochi anni fa, meno fortunato al box office, sulla rivalità tra Lauda e Hunt in Formula 1.

Nella pellicola diretta da Mangold c’è il piacere di stare con personaggi positivi che non si arrendono mai: l’amicizia virile tra i due eroi; gli affetti familiari di Miles, amato da una moglie bella e di temperamento e dal figlio, suo primo tifoso.

C’è anche il gusto del fattore umano che conta più di quello tecnologico e più dei soldi. Per esempio, i nostri che, dove i calcolatori falliscono, riescono a risolvere un problema di aerodinamica con la soluzione da vecchia scuola dei nastri appiccicati alla carrozzeria. Per esempio, ancora, la gigantesca catena di montaggio della Ford, inutile se opposta alla sapienza artigianale della Ferrari.

C’è poi una contrapposizione buoni/cattivi netta, di facile presa: il manager meschino, l’uomo di apparato incapace di sognare, succube di aziendalistici criteri di immagine che non contemplano l’ingaggio di un pilota come Miles, rissoso e non raffinato.

Naturalmente, il film offre sequenze di gara spettacolari, che la storia prova a valorizzare anche dal punto di vista tematico: Carroll, per una patologia cardiaca, ha dovuto smettere di correre, così rivive per tramite dell’amico Miles il brivido di oltrepassare la soglia dei 7 mila giri, quando si accede ad una esperienza metafisica di speciale autoconsapevolezza.

Non mancano, però, i difetti. Le scene di corsa sono alla lunga un po’ ripetitive, e la questione esistenziale della ricerca del senso, lanciata all’inizio e recuperata in extremis alla fine, è per lungo tratto dimenticata. Né i personaggi sono plasmati per rappresentare ciascuno un punto di vista diverso sul tema, come avviene, invece, nei film davvero riusciti.

Lungo la trama, i palati più fini avvertiranno con fastidio lo sforzo degli autori per assicurarsi che il pubblico si carichi di benevolenza per i protagonisti. Una retorica un po’ ingenua che, a volte, manca il segno. Per esempio, quando Henry Ford II, già convinto dai nostri, non senza fatica, a puntare su di loro, ad un certo punto cambia idea, riportando indietro il plot su uno snodo che sembrava ormai acquisito. Per esempio, ancora, quando, durante la gara, Carroll ruba i cronometri dal box della Ferrari, e vi getta un bullone per suscitare confusione nei rivali, insinuando il dubbio di aver avvitato male qualcosa. Nonostante il primo piano celebrativo sullo sguardo furbo di Damon, vien da pensare che il gesto sia comunque una meschinità (i poveri meccanici Ferrari stavano tranquillamente facendo il loro lavoro…). Si può aggiungere che sono troppi i dialoghi tecnici in cui Miles sfoggia la sua capacità taumaturgica di sentire cosa non funziona nell’automobile.

Le pecche più gravi sono nel finale. La sceneggiatura, ligia al dato storico, fa fare una scelta a Miles, in dirittura di arrivo, che contraddice l’impostazione generale del film. Orientata tutta a premiare la grande impresa in contrapposizione alla logica del calcolo utilitaristico, la trama curva di colpo in questa seconda direzione. Il commento della moglie di Miles, che prova a spiegare al figlio come nella mossa del marito ci sia grandezza, suona come un puntello posticcio, inserito per scongiurare la delusione del pubblico.

D’altra parte, siccome il film, alcuni minuti dopo, si chiude senza dare risposte, cioé rinnovando la domanda di partenza sul senso del destino umano, davanti al sacrificio ultimo dell’eroe si resta un po’ con il dubbio che sì, ok il fascino del limite, ma un po’ più di prudenza non avrebbe guastato.

 

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FROZEN II - Il segreto di Arendelle

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/03/2019 - 17:00
 
Titolo Originale: FRozen II
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Chris Buck
Sceneggiatura: Jennifer Lee, Allison Schroeder
Durata: 103

Dopo l’incoronazione, Elsa ed Anna vivono felici ad Arendelle. Ma una notte una voce melodiosa richiama Elsa e, nonostante le sue resistenze, la convincerà a partire alla scoperta di un misterioso segreto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Elsa sembra aver acquietato le turbe esistenziali mentre gli altri apprenderanno che solo l’amore dura per sempre, anche se cosa questo significhi nella dinamica dei rapporti umani rimane ancora tutto da scoprire.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Per gli effetti visivi, la grafica e soprattutto gli splendidi abiti delle due eroine non ha nulla da invidiare al primo Frozen, ma si dimostra molto carente sull’intreccio, i personaggi e le musiche
Testo Breve:

Elsa è ormai regina ma una voce melodiosa la invita a partire alla scoperta di un misterioso segreto. Ottimi gli effetti visivi i costumi ma il secondo Frozen non si pone alla parti del primo per l’intreccio e le musiche

Il sequel del fortunatissimo Frozen soffre da subito il paragone con il primo film, meglio riuscito da tanti punti di vista. Se per gli effetti visivi, la grafica e soprattutto gli splendidi abiti delle due eroine non ha nulla da invidiare, si dimostra molto carente sull’intreccio, i  personaggi e le musiche. Questo non significa che non sarà apprezzato da grandi e piccini, come già dimostrano gli ottimi incassi della prima settimana. Gli ingredienti per stupire e intrattenere ci sono tutti e, rispetto a tanti altri film di animazione degli ultimi tempi, non ha nessuna controindicazione: si dimostra delicato e in qualche modo profondo, in perfetto stile Disney. Ma sicuramente non resterà nella storia. Le musiche che, come spesso accade, in traduzione italiana perdono tanto della loro potenza, sono troppe e ridondanti, con testi scontati e ripetitivi, fatto salvo i buffi siparietti di Olaf e la canzone finale, cantata da Giuliano Sangiorgi, che per questa ragione potrebbe forse avere una qualche maggior fortuna locale.

Riguardo all’intreccio, il film parte settando, in modo esageratamente esplicito, un problema del passato che riguarda la famiglia reale: il nonno delle principesse aveva stabilito un trattato di pace con la tribù dei Northuldri, costruendo una diga, ma, per ragioni sconosciute, era scoppiata la guerra e una fitta nebbia era scesa sulla foresta incantata, dove la magia dei quattro elementi da allora tiene prigionieri gli abitanti. Con queste premesse poco rassicuranti la storia riparte ad Arendelle, in una situazione calma, ma che già lascia prevedere una catastrofe imminente che, essendo annunciata in maniera esagerata, arriva senza un reale colpo di scena. Mentre Kristoff vorrebbe chiedere ad Anna di sposarlo, Anna non sembra intenzionata a cambiare una situazione che sembra darle finalmente una stabilità emotiva, Olaf è alle prese con serie domande esistenziali ed Elsa comincia a sentire una strana voce che lei rifiuta inizialmente di ascoltare, temendo di mettere in pericolo l’equilibrio del paese. Tutti i personaggi sono come paralizzati dall’idea che qualcosa possa cambiare, e preferiscono ritrovarsi ogni sera a giocare ai mimi piuttosto che affrontare la realtà. Ma il richiamo è troppo forte, Elsa risveglia gli elementi e parte alla ricerca della verità sulla sua vita e sul suo passato. Anna le correrà appresso e con lei Kristoff, Olaf e la renna Sven. Da qui una serie infinita di personaggi  e situazioni verranno scaraventati sul loro cammino: il popolo, i trolls, le guardie, i northuldri, i quattro elementi, la foresta, il fiume Ahtohallan, e poi il passato, il presente. Troppi luoghi, troppe personalità, troppe storie, e tutto resta superficiale e quindi debole, soprattutto l’antagonista che è quasi completamente inesistente. Elsa è sola a compiere il suo viaggio e troppo facilmente arriva alla soluzione, gli altri la seguono affannati senza sapere bene cosa cercare, né qual è la loro vera missione.

Anna è in preda alle nevrosi più disparate, morbosamente attaccata alla sorella e quasi noncurante dell’amato Kristoff che fa di tutto per farsi notare da lei, incapace di imporsi  e annullandosi ad ogni suo capriccio fino a disperarsi esageratamente quando lei sembra dimenticarsi di lui. Olaf abbandona le sue domande esistenziali tornando il giocherellone di sempre, e il suo timore sul diventare grande si scioglie insieme a lui. Le figure maschili insomma sono quasi inesistenti in questo film, mentre prevalgono figure femminili fragili, egoiste e problematiche, forse fin troppo contemporanee.

E così i personaggi, sinceramente interrogati da principio su cosa regga veramente l’urto del tempo e cosa voglia dire essere se stessi, non fanno un vero percorso di crescita per trovare una risposta. Gli viene calata dall’alto senza tanto effetto sullo spettatore. E così, mentre Elsa sembra aver acquietato le turbe esistenziali trovando il suo senso nella foresta incantata, gli altri apprenderanno che solo l’amore dura per sempre, anche se cosa questo significhi nella dinamica dei rapporti umani rimane ancora tutto da scoprire.

Autore: Ilaria Giudici
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NARCOTICA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/20/2019 - 08:53
 
Titolo Originale: Narcotica
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Valerio Cataldi con la collaborazione di Raffaella Pusceddu
Produzione: Rai3
Durata: 5 puntate su RAIPLAY

Nella prima puntata, ci troviamo in Messico, nello stato di Guerrero, dove seguiamo la polizia comunitaria combattere contro i trafficanti che vendono sul mercato internazionale l’oppio coltivato dai contadini. Nelle lotte fra le varie bande e con la polizia, si sono contati più di 33.000 omicidi nel solo 2018. Nella seconda puntata le telecamere si spostano a Catatumbo in Colombia, dove si produce il 70% della droga mondiale e vediamo bambini di 10-13 anni raccogliere le foglie della coca per poi portarli ai centri di smistamento per 3-5 euro al giorno. Nella terza puntata si ritorna in Messico, nel villaggio di Jicayan de Tovar (Guerrero) dove i contadini coltivano l’amapola, il papavero da oppio conteso fra cartelli in perenne lotta mortale fra loro. Nella quarta puntata ci si sposta in Albania, dove la mafia locale sta assumendo il controllo esclusivo del traffico di eroina e cocaina sulla rotta dei Balcani. La quinta ed ultima puntata è un viaggio a ritroso nel tempo sulle tracce dell'autobus scomparso in Messico con 43 studenti perché a bordo probabilmente era carico di eroina e sui risvolti dell'omicidio di Javier Valdez, uno dei giornalisti messicani più noti e più esposti nella denuncia dei cartelli di narcotrafficanti

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il documentario ha un valore che scaturisce dalla sua capacità di farci conoscere come si vive nei territori del Sudamerica sconvolti dalla guerra fra i cartelli della droga
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di crudeltà operate dalle truppe armate
Giudizio Artistico 
 
Il regista ha compiuto un lavoro scrupoloso facendoci conoscere tanti personaggi che vivono immersi nel circuito del traffico della droga
Testo Breve:

Con questo documentario ci viene aperta una finestra non solo sulla coltivazione della coca ma ci fa conoscere la realtà di un mondo alla rovescia, dove viene venerata la Madonna della morte, protettrice dei narcotrafficanti

Alcuni bambini, fra i 10 e i 13 anni, mostrano le loro mani piene di lividi per il tempo passato a strappare le foglie di coca dalle piante. Terminata la raccolta si caricano sulle spalle il pesante sacco che contiene le foglie della giornata e si inerpicano su stretti sentieri di montagna per arrivare al centro di raccolta dove ricevono, in funzione del peso del sacco, l’equivalente di 3-5 euro al giorno. I ragazzi, intervistati, si dichiarano soddisfatti perché con quei soldi, sperano di poter andare all’università, riscattandosi dalla loro misera condizione.

Valerio Castaldi, autore del documentario, cerca di fare un po’ di conti: i contadini riescono a ricavare da 1kg di pasta di droga 700 euro. I cartelli le rivendono alle organizzazioni criminali internazionali a 1.500 euro. La n’drangheta calabrese, “leader del settore”, la distribuisce in Europa a 30.000 euro al kg. La coca viene infine tagliata e rivenduta “all’utente finale” a 120.000 euro al kg.

Se qualcuno  avevano vaghe idee su come funzioni il mercato internazionale della droga, questo documentario è in grado di fornirci tantissime risposte.

Abbiamo appena descritto la vita dei bambini della regione di Catatumbo in Colonia, ma il documentario passa presto al modo degli adulti: in Colombia, dopo aver rifiutato gli accordi di pacificazione nazionale, i vari movimenti paramilitari, quelli di destra come le AUC e quelli di sinistra come le FARC, non si combattono più per motivi politici ma per il controllo del traffico della droga e i morti ogni anno si contano a migliaia Le sovvenzioni date dal governo ai contadini per invitarli a convertire la cultura della coca (con un decisivo contributo dagli U.SA.) ha ottenuto l’effetto contrario: anche i contadini che coltivavano solo mais si sono convertiti alla coca e l’offerta di questo ingrediente di  base per stupefacenti è triplicata. In Messico la situazione non è migliore: sui monti di Filo de Caballos nello stato di Guerrero, il capo della milizia Salvador Alamis, intervistato, chiarisce che le sue truppe non fanno prigionieri. I suoi uomini hanno l’ordine di uccidere tutti quelli che sono considerati trafficanti perché nel passato, se in seguito venivano liberati, i trafficanti finivano per vendicarsi uccidendo uno di loro. Il miglior acquirente della droga messicana è la n’drangheta calabrese, che ha introdotto sul mercato il Fentanyl, il derivato dell'oppio che, per la sua potenza allucinogena, sta facendo strage di tossici negli Usa.

La parte meno conosciuta e più interessante del documentario, per noi europei è però un’altra. Come si vive in queste regioni dove lo stato centrale è latitante e chi comanda sono dei corpi armati che ricavano i loro introiti dal commercio della droga? Lo stesso il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il colonnello del ROS dei Carabinieri Massimiliano D’Angelantonio, autori delle più grosse operazioni degli ultimi anni condotte contro il traffico di cocaina dal Sudamerica lo hanno detto chiaramente: l’ordine è mantenuto dagli stessi cartelli che garantiscono il lavoro per tutti e alle famiglie povere vengono dati dei contributi di sostegno mensili. Il popolo sudamericano è sempre stato molto religioso e anche per questo si è trovata una soluzione. Tutti venerano una Madonna ma non è quella che conosciamo: è la Madona della Muerte che protegge i narcotrafficanti (la sua immagine è incisa spesso sul calcio della loro pistola). In alcune sequenze allucinanti vediamo dei pellegrini avanzare in ginocchio con la statua di questa madonna, sull’asfalto arroventato fino al suo santuario per perpetrare una grazia, ad esempio come liberare dalla prigione un loro parente spacciatore

In tanta desolazione morale e umana, c’è una sola immagine rasserenante: quella del prete cattolico don Rito che ha costituito la Fundatiòn Oasys de Amor y de Paz ed è riuscito a strappare tanti ragazzi dal lavoro della raccolta della coca per alloggiarli in un collegio e mandarli a scuola. Molti di questi ragazzi sono orfani perché i loro genitori sono stati uccisi e ora si sta aprendo per loro una nuova possibilità.

Il documentario è disponibile su RAIPLAY

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FALLING INN LOVE - RISTRUTTURAZIONE CON AMORE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/21/2019 - 13:43
 
Titolo Originale: Falling Inn Love
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Roger Kumble
Sceneggiatura: Elizabeth Hackett, Hilary Galanoy
Produzione: MarVista Entertainment
Durata: 98 su Netflix
Interpreti: Christina Milian, Adam Demos, Jeffrey Bowyer-Chapman

Gabriela è un architetto di San Francisco, appassionata alla nuova edilizia ecologica ma proprio quando sta per proporre il suo progetto per un palazzo fortemente innovativo, il suo studio fallisce. Le cose si mettono male: non riesce a trovare un nuovo studio che la assuma e siccome non può più permettersi l’appartamento dove è vissuta finora, chiede al suo ragazzo Dean di andare a vivere con lui. Dean rifiuta perché non vuole rinunciare alle sue comodità da scapolo e a questo punto Gabriela accetta di prendersi cura di una villa in Nuova Zelanda che ha vinto con un concorso. Dopo aver attraversato il Pacifico, scopre con orrore che la villa è in rovina, abbandonata da anni. A questo punto decide di ristrutturarla, venderla e poi tornare a S Francisco. Per fortuna gli abitanti della cittadina vicina sono tutti gentili, incluso Jake, un ragazzo del posto tuttofare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sviluppa bene il valore delle relazioni umane fra coniugi, amici, cittadini e l’importanza di contesti tranquilli dove ci sia tempo per esse. Anche chi è "il cattivo" si accorge di aver sbagliato
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Non ci sono molti colpi di scena ma il racconto ha la forma di un cono che converge verso il prevedibile lieto fine. Ci si poteva aspettare un migliore sviluppo della relazione amorosa
Testo Breve:

Lei è una esuberante architetta in carriera di San Francisco, lui un artigiano edile della Nuova Zelanda poco espansivo. Il contrasto sarà molto fecondo.

Questa storia è una storia d’amore (di quelle nelle quali entrambi cercano l’altra metà con cui trascorrere insieme il resto della loro vita) ma una storia moderna. Moderna nel senso che viene affrontato un tema molto attuale: che lui e lei lavorano e provengono da ambienti culturali diversi. Strano a dirsi, questo film non è ricavato da un romanzo di Nicholas Sparks; eppure le caratteristiche ci sarebbero tutte. I protagonisti sono due bravi ragazzi abituati a riflettere, padroni dei se stessi e, stranamente rispetto al panorama della produzione attuale, senza vizi o dipendenze da droga.  C’è anche qui qualcosa che li separa (in Dear John è la guerra in Afganistan, in La memoria del cuore è la perdita della memoria da parte di lei; in La risposta è nelle stelle lui è un agricoltore mentre lei ha vocazioni artistiche) ma anche, incredibile a dirsi, proprio come nell’ultimo film citato, c’è un “effetto  confronto” verso  un amore vissuto da una coppia della generazione precedente, ricostruita attraverso la scoperta di un epistolario amoroso, né manca la frase simbolo per questa tipologia di film: “tutto accade per una ragione” che non è il fatalismo pessimista di Woody Allen ma è quella fiducia provvidenziale così presente nei film ricavati dai romanzi di Nicholas Sparks.

Siamo insomma dalle parti dello stesso tipo di amore ma ci sono anche significative differenze: in questo Falling Inn Love prevale la componente comica, giocata sulle spalle della metropolitana Gabriela che poco si adatta alla vita di una piccola cittadina sperduta nella verde campagna neozelandese. Il racconto sviluppa inoltre due possibili amori soggetti a una lunga gestazione perché difficili da maturare: quello fra lui e lei, (continuerà Gabriela a tener saldo il suo proposito di tornare a San Francisco? e quello fra la cittadina Gabriela e la gente che vive in una piccola realtà rurale. Il film sviluppa molto i risvolti di quest’ultimo tema, sottolineando come il piccolo è bello: come tutti conoscano tutti, sappiano tutto di tutti ma anche come siano pronti a riunire le forze quando c’è qualcuno di loro in difficoltà. Se la tematica delle professioni differenti era già presente in La risposta è nelle stelle e veniva risolta in modo pragmatico, qui la scelta è radicale: lei deve decidere se vivere in un contesto sicuramente meno stimolante professionalmente. Questa seconda scelta finisce per diventare predominante rispetto allo sviluppo dell’amore fra i due, anche perché la progressione del loro rapporto non è ben sviluppata (e questo è indubbiamente un difetto) e il bel Jake (Adam Demos) sembra irrigidito nella parte. Per converso il dilemma fra San Francisco e la Nuova Zelanda finisce per assumere i toni di una vera scelta di vita, fra il vivere alla ricerca della carriera e la propria affermazione oppure considerare più importante il coltivare con calma le relazioni umane.

Alla fine il film, da love story, si trasforma in una elegia bucolica.

Il film è disponibile su Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SHAUN, VITA DA PECORA: FARMAGEDDON

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/15/2019 - 16:42
 
Titolo Originale: A Shaun the Sheep Movie: Farmageddon
Paese: Regno Unito
Anno: 2019
Regia: Will Becher, Richard Phelan
Sceneggiatura: Mark Burton, Jon Brown
Produzione: Aardman Animations, StudioCanal
Durata: 87

Shaum e le sue compagne pecore hanno sempre qualche motivo di attrito con il cane pastore Bitzer: lei è una pecora esuberante che ogni giorno ha qualche nuova idea per la testa mentre Bitzer, sempre sospettoso, ha disseminato il cortile di cartelli di divieti. C’è però un evento che trasforma la loro semplice vita di campagna: Lu-La, una ragazzina extra-terreste con poteri speciali è atterrata proprio nella fattoria Mossy Bottom. I giornali dicono che è stato avvistato un UFO, corpi speciali dell’esercito sono sulla sua traccia e Shaun è ben lieta di ambientare Lu-La sul nostro pianeta: di sicuro ci sarà da divertitsi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questo racconto, nessuno è veramente cattivo: ognuno cerca di venir compreso nei suoi problemi, ma poi tutti sono disponibili ad aiutare gli altri
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film conferma la simpatia della tecnica stop-motion, ora perfezionata con la CG e la capacità degli autori di caratterizzare con pochi tratti visivi (manca il parlato) i personaggi della storia
Testo Breve:

La pecora Shaun ma anche gli altri animali della fattoria, debbono fronteggiare una grossa novità: è arrivata una ragazzina extra-terreste che vuole tornare dai suoi mamma e papà. Il divertimento è garantito anche se il film è inferiore al primo  della serie Shaun

La tecnica di animazione stop-motion, dove pupazzi di plastilina vengono animati riprendendo fotogramma per fotogramma i loro movimenti, può ancora affascinare i ragazzi di oggi? Indubbiamente la tecnica della computer grafica utilizzata per i blockbuster della Disney ha fatto passi da gigante e costituisce ormai lo standard per questo tipo di film ma così come c’è qualcuno che sente la nostalgia dei cartoni 2D, non si può negare la poesia che emana da queste produzioni dell’inglese Aardman Animations, StudioCanal. Anche se ormai anche loro utilizzano, per i fondali, la 3D, si percepisce ancora la piacevolezza di un lavoro artigianale e la presenza di un’ironia molto inglese. Il timore però resta perché c’è il rischio che questi lavori risultino troppo sofisticati per un pubblico di ragazzi smaliziati dal telefonino e da altre tecnologie: mi riferisco in particolare al fatto che i personaggi non parlino (emettono suoni volutamente incomprensibili) e tutto viene narrato con le immagini, in omaggio alla migliore tradizione della comicità slapstick del film muto, soprattutto quella di Buster Keaton. Alla fine non c’è che una risposta: il film potrà piacere soprattutto ai più piccoli che si divertiranno comunque e non stanno ad andare per il sottile sulla tecnica adottata e ai genitori, che apprezzeranno i tanti riferimenti al grande cinema del passato.

La casa di Bristol, produttrice di Galline in fuga, tutta la serie di Wallace & Gromit, e il precedente Shaun, vita da pecora, ha da sempre privilegiato l’ambiente della fattoria, dove gli animali prendono vita propria e rendono complicata quella degli umani; un magnifico esempio di poesia incentrata sulle piccole, care cose di un mondo fuori dalla frenesia delle metropoli. Questa volta, anche se la storia ha nuovamente, come baricentro, la fattoria Mossy Bottom l’orizzonte si allarga a un contesto addirittura planetario e il richiamo alle grandi produzioni hollywoodiane, in particolare a ET L’Extraterrestre e a Incontri ravvicinati del terzo tipo è evidente.

Ancora una volta saranno solo gli adulti ad apprezzare la divertente parodia confezionata dagli sceneggiatori Mark Burton, Jon Brown  su questi  capolavori di Steven Spielberg  (ma c’è anche un robottino che ricorda tanto Wall-E) mentre i più piccoli si commuoveranno nel vedere come la piccola Lu-La si che ha nostalgia di “casa” e desidera tornare da  mamma e papà.

Forse meno riuscito del primo Shaun – vita da pecora per aver voluto muoversi in contesti più internazionali, perdendo l’elegia del mondo agreste, il film conferma la grande capacità di caratterizzare i personaggi della squadra della Aardman Animations. Bastano pochi tratti (non dimentichiamo che i personaggi non parlano) per disegnare il fattore, un omino con occhiali spessi e baffoni giallo stoppa, irascibile, lento a capire le situazioni a meno che si tratti di guadagnare dei soldi, oppure   la donna comandante dell’agenzia governativa incaricata di scovare gli UFO, rigida e inflessibile nel compiere la sua missione che nasconde però un doloroso segreto della sua infanzia.

Alla fine e non è cosa da poco, il film vuole dimostrare che nessuno è veramente cattivo: ognuno cerca di venir compreso nei suoi problemi, ma poi tutti sono disponibili ad aiutare gli altri.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MEN IN BLACK: INTERNATIONAL

Inviato da Franco Olearo il Lun, 08/26/2019 - 14:54
 
Titolo Originale: Men in Black: International
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: F. Gary Gray
Sceneggiatura: Art Marcum, Matt Holloway
Produzione: Sony Pictures Entertainment
Durata: 115
Interpreti: Chris Hemsworth, Emma Thompson, Liam Neeson, Rebecca Ferguson

Nell’epoca in cui regnano prequel, sequel e spin off era atteso ormai da tempo un nuovo Men in black che ci fa sentire un po' nostalgia dei capitoli precedenti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amicizia, il coraggio e l’onestà sono gli elementi da salvare seppur in un contesto un po’ banale
Pubblico 
Pre-adolescenti
La scena di un omicidio, anche se non eccessivamente violento, non rende il film visibile ai bambini.
Giudizio Artistico 
 
Se gli effetti speciali rendono comunque piacevole la visione, dal punto di vista registico non c’è nessuna scena particolarmente spettacolare o che metta in risalto le ottime doti attoriale di due bravi professionisti come Chris Hemsworth e Tessa Thompson.
Testo Breve:

Ritornano gli agenti in abito nero che combattono strani alieni ma al posto di Will Smith e Tommy Lee Jones abbiamo gli ugualmente bravi Chris Hemsworth e Tessa Thompson. La regia non riesca a mescolare nel modo giusto azione e comicità

Men in Black: International è lo spin off della trilogia fine anni Novanta, inizio anni duemila che vide come protagonista Will Smith. La saga precedente si contraddistinse per una serie di elementi originali: gli alieni più buffi che spaventosi, il modo in cui venivano raccontati gli aneddoti, il duo vincente (MIB alle prime armi spiritoso e combina guai affiancato dal più serio ed anziano). 

Purtroppo MIB International non regge il confronto. 

La protagonista Molly si presenta come una giovane donna fuori dagli schemi, carismatica ed intelligente ma anche nerd e un pó maschiaccio cresciuta con la “fissa” per gli alieni  perché  da piccola ha incontrato una creatura bizzarra che ha aiutato a fuggire salvandole la vita. Mentre i suoi genitori, sconvolti dall’evento,  venivano sparafleshati da due uomini vestiti di nero dimenticando ogni cosa, lei nascondendosi dai due agenti, conserva ogni ricordo, cresce determinata nel suo sogno di trovare la base segreta dei MIB a New York. Quando finalmente ci riesce per le sue abilità informatiche, viene inviata immediatamente a Londra, casualmente a collaborare con l’agente H, il più sexy e in gamba di tutti anche se, conoscendolo meglio si renderà conto che qualcosa non quadra. Nell’affrontare insieme una nuova minaccia, conoscere persone, alieni e realtà diverse nascerà un’amicizia  che profuma d’amore. 

Se gli effetti speciali rendono comunque piacevole la visione (le armi in dotazione agli agenti sono più numerose e tecnologiche di uno 007) dal punto di vista registico non c’è nessuna scena particolarmente spettacolare o che metta in risalto le ottime doti attoriale di due bravi professionisti come Chris Hemsworth e Tessa Thompson. 

Di internazionale resta solo il viaggio intrapreso dai due protagonisti in diverse città del mondo tra cui una Napoli solo di nome e non di fatto visto che la scena si svolge su un’ isola. 

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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