QUI RIDO IO

2021133 min14+   Teatro

All’inizio del ‘900, il teatro e la canzone napoletana stanno vivendo un’epoca d’oro e Eduardo Scarpetta ne è un valido rappresentante. Grandi geni dell’arte ma comportamenti privati sbagliati si intrecciano in questo film di Mario Martone. In Sala

Napoli, inizio 900. A quel tempo il teatro era la principale forma di intrattenimento (il cinema era ancora agli albori) e chi diventava un beniamino del pubblico poteva contare su sostanziosi guadagni. E’ quanto accade a Eduardo Scarpetta, commediografo e attore, innovatore del teatro dialettale, che calcava il teatro accompagnato da sua moglie Rosa e ai suoi numerosi figli, legittimi e illegittimi. Dopo aver visto a teatro La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio, decide di scriverne una parodia ma alla prima teatrale la recita viene interrotta dai fischi dei fedeli di D’Annunzio. Scarpetta fu portato in tribunale sotto la denuncia di plagio e molti amici iniziarono ad abbandonarlo..


Valori Educativi



Il valore di questo film sta nella rigorosa ricostruzione di un’epoca d’oro del teatro e in generale dell’originalità della cultura napoletana. Purtroppo ci deve raccontare anche, ma con spirito critico, come certi uomini di fama trattassero le donne come esseri inferiori, a loro sottomesse con la forza del loro fascino.

Pubblico

14+

Una rapida scena di nudo. Comportamenti diseducativi di uomini-patriarchi che si potevano permettere tante donne e non riconoscere i loro figli

Giudizio Artistico



Ricostruzione estremamente accurata degli ambienti, dei costumi, delle usanze del tempo. Un formidabile Toni Servillo. Premio Francesco Pasinetti a Toni Servillo per la miglior interpretazione maschile, Premio Fondazione Mimmo Rotella a Mario Martone e Toni Servillo; premio La pellicola d’oro per la miglior sartoria teatrale

Cast & Crew

La Nostra Recensione

Il numero di personaggi illustri che compaiono nel film è impressionante: Eduardo Scarpetta, il vate Gabriele D’annunzio, il filosofo Benedetto Croce, il drammaturgo Salvatore di Giacomo ma anche, giovanissimi, Eduardo, Peppino e Titina De Filippo. Sono presenti anche il giornalista e drammaturgo Libero Bovio, il poeta Ernesto Murolo, lo scrittore Roberto Bracco, il poeta e paroliere Ferdinando Russo. Tutti presenti in questo film per ricordare l’epoca d’oro del teatro e della canzone napoletana. Il regista Mario Martone è appassionato di personaggi e ambientazioni storiche (Morte di un matematico Napoletano, Noi credevamoIl giovane favolosoCapri Revolution) e anche questa volta si è impegnato con scrupolo filologico nella ricostruzione delle ambientazioni, dei costumi, nel cercare di attenersi il più possibile ai fatti realmente accaduti e al comportamento delle persone, così com’erano.

Quest’ultimo aspetto costituisce una vera rarità e potremmo definirlo veramente insolito. La regola d’oro che viene comunemente applicata oggi nelle rievocazioni storiche consiste nel ricostruire con rigore le ambientazioni e rifarsi ai fatti storici realmente accaduti, ma per quel che riguarda i personaggi, presentare comportamenti in linea con la sensibilità contemporanea. Come esempio recente può essere considerato The last Duel di Ridley Scott, presentato all’ultimo festival di Venezia dove si narra di una donna violentata ma non creduta, secondo lo spirito del Me Too.

Al contrario Martone ha l’audacia di risultare sgradevole e di attenersi a ciò che purtroppo accadeva a quel tempo: persone influenti e con molti soldi (in questo film: lo stesso protagonista, Eduardo Scarpetta, Gabriele D’annunzio) potevano permettersi di costruirsi il proprio harem, generare figli con donne diverse ed esimersi perfino dal riconoscerli.  Scarpetta aveva avuto un solo figlio legittimo dalla moglie Rosa e un altro da lui riconosciuto ma probabilmente nato da una relazione di Rosa con il re Vittorio Emanuele II. Con il tempo si sono aggiunti Titina, Eduardo e Peppino da Luisa De Filippo (mai riconosciuti). Da una relazione con Francesca Giannetti ebbe Maria, poi adottata e da Anna De filippo ebbe Ernesto Murolo. Con questi sette figli e queste quattro donne venivano organizzati grandi pranzi nella sua villa al Vomero (chiamata: “Qui rido io”) e tutti accettavano lo “stato di fatto” (gli illegittimi lo chiamavano “zio”) con la consolazione di poter almeno recitare in parti o particine nelle commedie del grande comico.

Toni Servillo, ancora una volta, giganteggia in questo film, mostrandosi attore comico sul  palcoscenico, patriarca affettuoso con i suoi numerosi figli (figlio d’arte è sicuramente Eduardo  che diventerà uno dei più grandi drammaturghi italiani, conosciuto in tutto il mondo), arrendevole di fronte alle molteplici richieste delle sue donne, ma orgoglioso della sua fama presso quel pubblico che lo amava; una sicurezza venata dall’ombra di un declino che prima o poi sarebbe arrivato.

In parallelo al racconto sulla sua numerosa famiglia, si muove la causa giudiziaria che Gabriele D’annunzio gli aveva intentato. Anche questo aspetto è storicamente interessante, espressione del contrasto fra  una certa letteratura che si stava impaludando facendosi scudo all’interno della Società degli Autori e le commedie di Scarpetta che puntava tutto su di un rapporto vitale e istintivo con il suo pubblico popolare.  Sotto questo aspetto la requisitoria finale di Scarpetta in tribunale, che diventa un inno alla libertà di espressione, finisce per avere valenza profetica per quello che di lì a poco sarebbe accaduto in Italia e forse può essere vita come significativa anche oggi contro il pensiero chiuso del politically correct.

Autore: Franco Olearo

Altre Informazioni

Paese ITALIA
Pubblico
Tematiche (generale)
Tipologia
Titolo Originale Qui rido io
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