KATYN

2007107'10+  

Polonia, primavera del 1940. Un cospicuo numero di militari e intellettuali polacchi viene trucidato e sepolto in una fossa comune dai servizi segreti sovietici nei pressi di Katyn, dopo il patto stipulato tra Stalin e Hitler che aveva stabilito la spartizione della Polonia tra Germania e Unione Sovietica. Le madri, le mogli, le figlie e le sorelle degli uomini uccisi aspetteranno a lungo, se non addirittura invano, di conoscere la sorte dei loro congiunti. Nel 1943 l'esercito tedesco comunica i nomi di coloro che sono stati ritrovati nella fossa comune. Nel 1945, dopo la liberazione di Cracovia da parte dell'esercito di Stalin, la propaganda sovietica incolperà del massacro l'esercito tedesco.

Valori Educativi



La commozione di questo sacrificio silenzioso si accompagna alla pietas per il dolore di chi non riesce a smettere di attendere un ritorno impedito dalla crudeltà bugiarda di un’ideologia che avrebbe continuato a segnare la terra di Polonia per i decenni a venire.

Pubblico

10+

Alcune scene di violenza

Giudizio Artistico



Wajda sostiene il suo racconto con una colonna sonora di grande potenza e intensità e non nasconde l’ammirazione per questi uomini capaci di rinunciare alla possibilità della fuga in nome dell’onore e di conservare dignità e solidarietà reciproca

Cast & Crew

La Nostra Recensione

Katyn, che prosegue il lavoro di ricostruzione storica e identitaria della Polonia che Wajda ha già affrontato con I dannati di Varsavia nel ‘57 e continuerà con un film su Lech Walesa è una pellicola intensa ed esigente che affronta, senza nascondere il profondo coinvolgimento personale dell’autore, il massacro di migliaia di ufficiali dell’esercito polacco da parte dell’esercito sovietico nella primavera del 1940.

Il regista, che è figlio di uno di questi ufficiali, affronta gli eventi lontani da una prospettiva che va ben oltre la pur doverosa ricostruzione degli eventi, per molti anni distorta dalla propaganda sovietica, che riuscì ad attribuire ai tedeschi la responsabilità del massacro, in realtà compiuto con cinica efficienza in una prospettiva di annientamento totale della nazione polacca.

L’incredulità impotente degli ufficiali polacchi (militari di carriera, ma in molto casi anche intellettuali, scienziati, ingegneri e uomini di cultura in senso lato, che avevano indossato la divisa di fronte all’emergenza della minaccia nazista), separati dai loro soldati e consegnati ai sovietici, è già piena della consapevolezza del rischio che corrono.

La mostruosa alleanza stretta tra Hitler e Stalin per spartirsi la Polonia (di cui pure s’immagina la fragilità) ha chiare basi nel disprezzo per una nazione la cui cultura ha un fondamentale riferimento nella fede (ricordata dalle croci nell’università smantellata dai tedeschi che spediscono i docenti a morire nei campi di concentramento, ma anche dai rosari scambiati dagli ufficiali che pregano fin sul bordo delle fosse dove verranno nascosti i loro cadaveri).

Wajda sostiene il suo racconto con una colonna sonora di grande potenza e intensità (è firmata da Krzysztof Penderecki) e non nasconde l’ammirazione per questi uomini capaci (come nel caso del personaggio ispirato al padre del regista) di rinunciare alla possibilità della fuga in nome dell’onore e di conservare dignità e solidarietà reciproca pur nelle sofferenze della prigionia che precedette la morte.

Ma trova anche lo spazio di raccontare i destini dei loro parenti: mogli, madri, sorelle e figli che, oltre alla lunga e crudele incertezza sul destino dei loro cari (un primo elenco dei morti fu diffuso solo nel 1943 da tedeschi, che trovarono le fosse comuni ed effettuarono le identificazioni, talvolta tragicamente errate), subiscono la violenza di chi vorrebbe impedire loro perfino di affermare la verità sulla loro morte.

Nella Polonia “liberata” e comunista che deve rinascere secondo il modello imposto da Mosca, non c’è spazio né volontà per rendere almeno l’omaggio della verità ai morti.

Wajda, attraverso le parole e i gesti dei suoi personaggi, ci dice esplicitamente che, in quel momento come cinque anni prima con l’invasione tedesca, ci sono in gioco l’identità e la cultura di un popolo.

C’è così chi sceglie di dimenticare (come uno degli ufficiali scampati al massacro o la sorella di uno dei morti) in nome della ricostruzione di un paese e di un popolo duramente provato, e chi, anche a prezzo della libertà o della vita, di fatto afferma che nessuna identità o rinascita può esistere a prezzo della verità. È il caso dell’altra sorella dell’ufficiale ucciso, che insiste per posare una lapide con l’esatta data della morte e rifiuta di firmare una dichiarazione che imputi ai tedeschi il massacro; e il caso del figlio di un generale assassinato, che viene rifiutato all’università e poi ucciso per aver imputato ai sovietici la morte di suo padre.

La commozione di questo sacrificio silenzioso, ma decisivo, si accompagna nella pellicola di Wajda alla pietas per il dolore di chi non riesce a smettere di attendere un ritorno impedito dalla crudeltà bugiarda di un’ideologia che avrebbe continuato a segnare la terra di Polonia per i decenni a venire.

Autore: Luisa Cotta Ramosino

Altre Informazioni

Titolo Originale Katyn
Paese Polonia
Etichetta
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