NOMADLAND

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Titolo Originale: NOMADLAND
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Chloé Zhao
Sceneggiatura: Chloé Zhao
Produzione: Highwayman Films, Hear/Say Productions, Cor Cordium Productions
Durata: 107
Interpreti: Frances McDormand, David Strathairn, Linda May

Fern, dopo la chiusura della fabbrica in cui lavorava e dopo la perdita del marito a seguito di una lunga malattia, parte con il suo van (che chiama Avangard) per vivere da nomade fra le pianure e i deserti più sperduti d’America. Per qualche breve periodo lavora, poi riparte per esplorare nuovi luoghi e conoscere nuove persone, le loro storie, i loro sogni.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Persone ferite negli affetti o colpiti da una sorte avversa cercano di aiutarsi a vicenda e fare comunità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una storia un po’ triste non adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un poderosa Frances McDormand (al suo terzo Oscar) guida la storia ma la regista e sceneggiatrice Chloé Zhao ha saputo costruire panorami, incontri, eventi in perfetta assonanza con i suoi gesti discreti, con la sua trattenuta maliconia, uno spleen che pervade tutta la narrazione

“I’m not homeless, I’m houseless” (si potrebbe tradurre “non sono una senza tetto, sono senza casa”): una battuta che in italiano perde la sottile sfumatura che la lingua inglese riesce a dare nel distinguere home (la casa intesa come luogo degli affetti e delle relazioni familiari) da house (la casa come edificio in muratura), ma che nel film è di fondamentale importanza. Il lungo viaggio della protagonista, infatti, è segnato proprio di incontri con numerose persone e con le loro storie. Un viaggio su strada che diventa metafora della vita: non esistono addii per sempre… ci vediamo lungo la strada si sente dire Fern da Bob, un uomo che come lei ha fatto del nomadismo la sua vita e ha radunato attorno a sé molte persone che hanno fatto la sua stessa scelta.

Un film meritatamente pluripremiato: tre Oscar (miglior film, miglio regia, miglior attrice protagonista), Leone d’Oro al Festival di Venezia (miglior film), due Golden Globe (miglior regia e miglior film drammatico) solo per citare i più famosi.

Basato sul libro reportage della giornalista Jessica Bruder, lo stile di regia è quasi documentaristico. Se la protagonista, la bravissima Frances McDormand (che con questo film si aggiudica il suo terzo premio Oscar), è un’attrice professionista, molte delle persone da lei incontrate invece sono dei veri “nomadi” statunitensi. Non è stata una scelta la loro, ma le circostanze della grande recessione del 2008 li ha costretti a questa vita: qualche sporadico lavoretto per mettere da parte qualcosa, un van che diventa una casa con poche cose essenziali, le intemperie che possono essere un serio problema di sopravvivenza, i guasti tecnici che mettono seriamente in crisi l’esito degli spostamenti.

Una vita dura che porta a dissimulare i propri sentimenti: significativo come in pochissime situazioni venga mostrata la commozione di un saluto o l’emozione nel raccontare la propria storia. Un’apparente serenità campeggia sempre sui volti dei personaggi, quasi a non voler mostrare la tanta sofferenza del cuore.

I numerosi primi (o primissimi) piani e i dialoghi commossi danno allo spettatore un grande senso di partecipazione alle storie che si sentono raccontare: vite di persone che hanno visto infrangersi il loro sogno americano e che hanno fatto dei van le loro case e delle vaste pianure i loro luoghi d’incontro e di condivisione.

Non solo la regista e la protagonista, ma anche la maggior parte delle persone di cui conosciamo la storia sono donne: sole, con esistenze complesse e cariche di sofferenza, ma resilienti, belle non perché particolarmente attraenti ma perché ricche di una femminilità e di un’interiorità che emergono in ogni loro azione e in ogni loro dialogo.

Anche il tema della morte trova ampio spazio nel racconto: trattato sempre con grandissima delicatezza, pur nella sua drammaticità. Persone care morte nel passato: Bo (il marito di Fern), il figlio di Bob Wells, la moglie di Dave… ma anche il pensiero che la propria morte sarà l’occasione per continuare il proprio viaggio e incontrare di nuovo le persone salutate lungo la strada.

Fotografia e colonna sonora elevano ulteriormente la qualità pellicola. I paesaggi e un commento musicale sempre discreto permettono di apprezzare ancora di più le vicende narrate: numerose le panoramiche delle pianure statunitensi in momenti particolari della giornata, con colori vivaci e luminosi. Interessante la scelta di mettere orizzonti sempre interrotti: catene montuose, foreste, … “ostacoli” che chiudono la visuale. Uno sguardo che è sempre limitato, che non può abbracciare tutto. Forse, un po’ come le decisioni della protagonista: il desiderio di mantenere la propria indipendenza e libertà, l’abbracciare come stile di vita quella che inizialmente è stata una scelta obbligata, la portano presto a fare i conti con i limiti stessi di questo stile di vita. Per poter restare quello che è, paradossalmente, deve rinunciare a tutto, anche a degli affetti (la proposta che la sorella le fa di vivere in casa sua, la proposta di Dave, un altro nomade che desidera tornare a piantare radici e rifarsi una vita insieme con lei).

Autore: Francesco Marini


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