PAROLE D’AMORE

La piccola Eliza Naumann ha un talento particolare per le parole. La sua straordinaria abilità nello spelling la porta a competere in gare di sempre più alto livello, guadagnandole l’attenzione del padre, studioso e professore universitario in materie religiose. Ma mentre padre e figlia affrontano con successo competizioni sempre più importanti, il resto della famiglia sta crollando…

Valori Educativi



Secondo l’autore la religione e il trascendente appartengono a un piano metafisico “parallelo” alla realtà, destinato a non intersecarla mai: molto più interessante concentrarsi sul proprio benessere esistenziale.

Pubblico

10+

Per la tematica complessa e alcune sensualità

Giudizio Artistico



Il film risulta faticoso e astruso per l’insistita presenza, nella sceneggiatura, di dissertazioni mistico-filosofiche, che lasciano intravedere una chiara origine letteraria; evidente sforzo di tradurre in immagini concetti piuttosto impegnativi.

Cast & Crew

Our Review

A dispetto della presenza di Richard Gere e della parola “amore” che occhieggia nel titolo, questa non è una commedia sentimentale né un melodrammone strappalacrime: informazione doverosa, considerando la delusione della maggior parte del pubblico in sala, rimasto spiazzato da un film che si è rivelato molto più faticoso e astruso del previsto, in cui la parola chiave non è amore, ma “parole”.

Il contesto, innanzitutto, non è immediato: le gare di spelling (scansione della parola nelle sue singole lettere), a cui partecipa la piccola Eliza, saranno anche molto seguite e amate negli Stati Uniti, ma di fronte al pubblico italiano, che pronuncia le parole esattamente come le scrive, perdono parecchio in suspense e coinvolgimento emotivo.

Ad aumentare lo sforzo di immedesimazione concorre anche l’insistita presenza, nella sceneggiatura, di dissertazioni mistico-filosofiche, enfatizzate dalla regia con soluzioni antinaturalistiche che appesantiscono la fruizione. In effetti, il film di McGehee e David Siegel, aprendo con ardite riflessioni sul rapporto tra parola e realtà – anche se filtrate dalla comprensione di una bambina – lascia intravedere una chiara origine letteraria (la sceneggiatura è tratta dal libro di Myla Goldberg)e un altrettanto evidente sforzo di tradurre in immagini concetti piuttosto impegnativi.  

Del resto, la piccola Eliza, abilissima nella pratica dello spelling, è cresciuta in una famiglia dove le discussioni su Dio e il senso “sacro” delle parole sono all’ordine del giorno: suo padre Saul (Richard Gere), ebreo e studioso di cabala, è professore di materie religiose all’Università, e sembra che etimologie e trascendenza siano l’unico argomento delle sue conversazioni, anche in famiglia. In realtà Saul è una persona molto egocentrica che, trincerandosi dietro a fiumi di parole, non vuole accorgersi di una crescente crisi nel rapporto con la moglie (Juliette Binoche), sempre più sfuggente e misteriosa.

Quando Eliza vince il torneo di spelling della contea, Saul sembra improvvisamente accorgersi di lei, e decide di seguirla nella preparazione delle gare successive. All’improvvisa “ascesa” di Eliza agli occhi di Saul corrisponde, però, la messa in ombra del primo figlio, l’adolescente Aaron, che comincia a emanciparsi dal padre e dai suoi insegnamenti, sperimentando nuovi credo religiosi.

Man mano che Eliza procede nelle gare eliminatorie, sbaragliando gli altri giovani concorrenti e avvicinandosi alla finale nazionale, la sua famiglia va incontro a una sempre più radicale disgregazione. Mentre il padre, nelle aule universitarie come tra le mura di casa, si affanna a spiegare il principio cabalistico secondo cui i frammenti di luce e amore dispersi nell’universo vanno ricomposti in unità, è la sua famiglia che sta andando a pezzi. Ma lui non se ne accorge, troppo concentrato sulla figlia, la cui bravura con le parole sembra celare qualcosa di molto più profondo, un dono mistico che le consente di “parlare con Dio”: esattamente ciò che lui, nonostante anni di studio, non è mai riuscito a fare.

Quasi ossessionato dalla possibilità di avvicinare il trascendente attraverso la figlia, a un certo punto Saul è costretto a sbattere contro la cruda realtà: da anni, all’insaputa di tutti, sua moglie ruba oggetti luminescenti, ammassandoli in un garage (!). In questa forma di patologia psichiatrica è degenerato il suo tentativo, ispirato dagli insegnamenti del marito, di “ricomporre i frammenti di luce” dell’universo.

Con la mamma ricoverata in ospedale psichiatrico, il fratello in aperto conflitto con l’autorità paterna, il padre distrutto, Eliza si appresta a gareggiare nella finale di spelling nazionale. È l’unica della sua famiglia ad avere la possibilità di “vincere”: eppure, con profonda intuizione, capisce che l’unica cosa che può far tornare uniti i suoi cari, in questo momento, è una sconfitta…

Il finale “a sorpresa” smaschera tutto l’apparato mistico-religioso di cui il film si è nutrito fino a questo momento: Eliza, la sola che sembra possedere il senso misterioso dei segni che la circondano (le parole, i suoni) è anche quella che ha lo sguardo più semplice e concreto. Per questo capisce che la cosa più importante, al di là di qualsiasi sapienza, “dono” o dottrina, è preservare l’unità dei suoi familiari.

Così, quella che per tutta la famiglia era diventata una vera e propria ossessione, la ricerca religiosa, si rivela infine una falsa pista, fuorviante rispetto a ciò che conta veramente, la felicità di ciascuno di loro.

Riportando tutto il discorso su un piano molto più elementare (e forse scontato), il film – nella sua forma pasticciata e ridondante, che spesso sfiora il ridicolo involontario – sembra dire che il senso della vita va ricercato dentro la realtà, nei rapporti, e non sui libri né in pratiche devozionali, e che anzi l’indagine religiosa può diventare un alibi per non affrontare la vita.

Probabilmente questa visione è figlia di una mentalità per cui la religione e il trascendente appartengono a un piano metafisico “parallelo” alla realtà, destinato a non intersecarla mai: e allora che interesse può avere indagarlo? Meglio, piuttosto, concentrarsi sul proprio benessere esistenziale.

Ma una religiosità vissuta come “fuga metafisica”, che, anziché favorire, ostacola e dimentica le relazioni umane, è in realtà una forma alquanto distorta di religiosità.

Del resto, quella sete di significato che fonda ogni autentico senso religioso non può certo essere placata da un semplice, per quanto sentito, “volemose bene”…

Autore: Chiara Toffoletto

Details of Movie

Titolo Originale Bee season
Paese USA
Etichetta
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