MANDERLAY

2005131'Diseducativo  

Grace, la protagonista del precedente Dogville, arriva con il padre nei pressi della piantagione di Manderlay e scopre che vi regna ancora la schiavitù che nel resto dell’America è stata abolita da tempo. Decide di restare e, morta l’anziana padrona della tenuta, ne prende il posto tentando di condurre gli schiavi verso una nuova vita di libertà e democrazia. Ma il suo sogno è destinato a scontrarsi con le meschinità di tutti, fino a costringerla ad impiegare la forza per imporre il suo nuovo sistema. Una terribile scoperta, però, farà crollare definitivamente le sue illusioni inducendola ad abbandonare Manderlay e i suoi abitanti al loro destino.

Valori Educativi



Visione profondamente negativa della natura umana (prigioniera dell’abitudine o in conflitto con il rigore di un’etica all’apparenza benevola, ma sempre esteriore, che finisce per distruggere chi la pratica)

Pubblico

Diseducativo

Alcune scene di violenza e a contenuto sessuale.

Giudizio Artistico



Il cinema di von Trier è un cinema intellettuale che solletica lo spettatore con la sua raffinatezza, ma mescola troppi temi e livelli

Cast & Crew

La Nostra Recensione

  

Seconda tappa del “viaggio americano” di Lars Von Trier; nuova città, nuova Grace (al posto di Nicole Kidman c’è la brava Bryce Dallas Howard, che conferisce al personaggio vulnerabilità e ne sottolinea l’astrattezza ideologica un po’ adolescenziale) per affrontare il problema della schiavitù (ma naturalmente non solo quello) in termini non tanto storici quanto filosofici ed etici.

L’obbligo morale che spinge Grace a sostare nella piantagione di Manderlay, luogo fuori dal tempo e stilizzato nello spazio come era stato Dogville, e ad impiantarvi una sua personale utopia di libertà e democrazia – destinata a fallire -, fa parte della coscienza americana raccontata dal regista danese come una denuncia dei mali di ieri e di oggi.

Si parla della condizione dei neri negli Stati Uniti (come sottolinea la sfilata di immagini sui titoli di coda), ma nel desiderio di offrire agli schiavi liberati libertà e democrazia (un’operazione che non è esente da ingenuità disastrose, come l’abbattimento delle piante che proteggevano la piantagione dalle tempeste di sabbia) Von Trier vuole farci vedere anche gli effetti della “dottrina di Bush”, cioè della politica estera dell’attuale amministrazione americana, pronta a importare i suoi valori in paesi lontani con risultati ad oggi ancora incerti (ma von Trier direbbe probabilmente devastanti).

Il fallimento di Grace, ad ogni modo, non riguarda solo il sistema sociale ed economico (il passaggio da un’economia di sfruttamento ad una sorta di sperimentale liberismo si rivela pieno di insidie), ma anche e soprattutto la costruzione di nuove relazioni tra ex-schiavi, un tempo sbrigativamente classificati in base a caratteristiche psicologiche e destinazioni d’uso.

Grace è troppo presa dal suo progetto per capire fino in fondo la realtà in cui si muove, troppo presa dai suoi (inconfessabili) desideri (che fanno parte di una mitologia erotica ben poco originale) per valutare le conseguenze di ciò che fa.

Un po’ come in un’altra allegoria celebre (perché anche così si potrebbe guardare ai film di von Trier), La fattoria degli animali, al sereno ottimismo dei primi tempi subentrano inimicizie, sopraffazioni e violenza fino alla devastante scoperta finale, destinata a ridurre in nulla l’azione di Grace, che di nuovo preferirà abbandonare il campo, questa volta per lo meno senza procedere ad una punizione esemplare, ma lasciando agli ex schiavi di portare a termine l’opera di distruzione.

L’approccio estremo alla forma cinematografica, ma anche la visione profondamente negativa della natura umana (prigioniera dell’abitudine o in conflitto con il rigore di un’etica all’apparenza benevola, ma sempre esteriore, che finisce per distruggere chi la pratica), restano la cifra distintiva del cinema di von Trier, un cinema intellettuale che solletica lo spettatore con la sua raffinatezza, ma mescola troppi temi e livelli (non mancano i sogni dal non troppo oscuro significato) e rischia di trasformare la sua denuncia antiamericana (resa esplicita dai titoli di coda e solo in parte condivisibile) in un manifesto dal tono ideologico e astratto ancor meno condivisibile del precedente.

Autore: Luisa Cotta Ramosino

Altre Informazioni

Titolo Originale MANDERLAY
Paese Danimarca
Etichetta
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