L’AMORE IN ITALIA – inchiesta di Luigi Comencini

19785 puntate, 32 episodi10+   Amore e Famiglia

Nel 1978 il regista Luigi Comencini realizza per conto della RAI una estesa indagine sull’amore e la famiglia in Italia. Un’opera di pregio che fa molto riflettere. Su Raiplay

Nel 1978, all’indomani di grandi mutamenti come la legge sul divorzio e quella sull’aborto, Luigi Comencini conduce la sua inchiesta fra vecchi e giovani, meridionali e settentrionali, ricchi e poveri, per raccontare gli aspetti più quotidiani e quelli più paradossali dell’amore secondo gli Italiani. Trentadue intense interviste in cinque puntate andate in onda dal 18 novembre 1978 sulla Prima Rete


Valori Educativi



Il regista Comencini svolge un’indagine giornalistica di pregio ma a volte la sua ricerca di una provocazione a tutti i costi non gli consente di mettere in luce certe bellezze della vita coniugale

Pubblico

10+

Alcune tematiche trattate richiedono l’esclusione dei più piccoli

Giudizio Artistico



Le interviste sono condotte con molta professionalità e riescono a mettere a proprio agio gli intervistati. Le registrazioni dal vivo costringono a certi compromessi soprattutto nella qualità dell’audio

Cast & Crew

Sceneggiatura

Luigi Comencini

Sceneggiatura

Italo Moscati

Sceneggiatura

Unknown

Giacomo Lesina

Sceneggiatura

La Nostra Recensione

Senz’altro lodevole l’iniziativa della RAI di commissionare a Luigi Comencini un’inchiesta sull’Italia che cambia negli aspetti dell’amore e della famiglia, raccogliendo storie dalla viva voce dei protagonisti. Sono ben 32 le interviste che Comencini, nelle vesti di regista e di intervistatore, realizzò nel 1978 e il panorama si può dire completo e sviluppato con obbiettività professionale: l’intervistatore stimola gli intervistati senza forzare e loro si trovano a loro agio nel raccontare anche gli aspetti più intimi delle loro storie.

Ovviamente un lavoro di questo genere non va confuso con uno studio sociologico. Un approccio del genere avrebbe comportato concentrarsi su quelle forme di famiglia che risultavano statisticamente più ricorrenti. Ma Comencini è pur sempre un regista: cerca sicuramente la verità ma inevitabilmente cerca anche di dare spazio alla componente “spettacolo” (basti pensare che sono pochissimi i casi presentati di famiglie felicemente sposate, cosa che per fortuna non corrispondeva alla realtà). I modelli di coppia presentati restano comunque interessanti perché, anche se raramente possono essere considerate tipiche, possono comunque essere viste come espressione di alcune tendenze in atto che quest’opera è riuscita a evidenziare. Dietro tanti casi singoli si intravede anche l’Italia del tempo: il fenomeno della migrazione verso il Nord o all’estero, la diversa mentalità, a quel tempo ancora marcata, fra chi si è formato al Sud e chi è nato al Nord; la contestazione studentesca, il progredire del femminismo.

Le interviste sono tante ma per i nostri fini (scoprire il volto della famiglia italiana degli anni ’70) possiamo compiere uno sforzo di classificazione. Mettiamo da parte le “storie di colore”, cioè troppo insolite per poter venir considerate indicative di una tendenza (il dandy napoletano che gestisce un club dove possono entrare solo uomini o ragazze “leggere”; la coppia napoletana che asserisce di essere perseguitata dal malocchio, un marito e una moglie che lavorano nel settore del porno, la mamma che facilita la figlia sedicenne a compiere il passo della “prima volta”).

Similmente consideriamo interessanti in generale ma non per i nostri scopi, alcune storie che possiamo considerare senza tempo: accadeva allora come oggi. La signora fiorentina direttrice di azienda, amante dell’arte e delle comodità che si è separata da un marito sportivo, appassionato del campeggio e della vita all’aria aperta. Si tratta evidentemente di una coppia che ha gestito male la fase del fidanzamento e troppo tardi i due si sono scoperti diversi (Vedova con due figli). Ugualmente i due coniugi di mezza età (Senza l’aiuto della mamma). che si sono sposati quando lei aveva sedici anni perché era rimasta incinta. Sono poi rimasti insieme con il bambino che è nato ma nei loro discorsi si percepiscono le loro difficoltà in questa nuova situazione: “vengono su molti problemi e sembra quasi di perdere la testa”.

Se vogliamo parlare di famiglie-tipo, l’intervista dal titolo Poche idee ma chiare a due famiglie che vivono in una Palermo fatiscente, sembra un manuale di istruzioni per una procedura matrimoniale ben codificata. Si inizia con la fuitina, che consente a lui e lei (tipicamente di sedici anni) di organizzare velocemente e con poche spese un matrimonio di riparazione perché lei è stata disonorata. Inizia la vita coniugale e i ruoli sono chiari. Lui lavora, lei sta a casa a badare ai figli ma non viene esclusa un’attività domiciliare con la macchina da cucire. Lui ha la patria potestà e decide ogni faccenda di famiglia mentre alla moglie spetta l’obbedienza. I risultati si vedono: la donna più giovane ha 4 figli ma ha fatto 2 aborti ma ora usa la pillola; mentre sua madre ha avuto 9 figli ma ha praticato 12 aborti, a quel tempo clandestini.

La mancanza di un concetto di paternità/maternità responsabile è l‘aspetto più vistoso che traspare in queste interviste e marca la distanza che ci separa da queste storie. Gli uomini ritengono loro diritto seguire il proprio istinto senza alcun accordo previo con la moglie e senza curarsi delle conseguenze. In un altro racconto (Il mio corpo è un corridoio) che si svolge a Roma (non si può quindi parlare di un tema esclusivamente meridionale) una donna ha avuto da suo marito 4 figli in cinque anni, salvo poi separarsi.

Il tema dell’aborto risulta strettamente collegato al primo. Siamo portati a credere che abortire riguardi soprattutto un’adolescente che ha commesso una leggerezza. Al contrario a quei tempi, nelle classi meno abbienti, veniva praticato con frequenza dalle donne sposate per non avere troppi figli. In Mamma è contenta una donna, dopo aver lavorato in Germania e a Milano decide finalmente di fermarsi e di metter su famiglia. Si sposa ma il rapporto fra i coniugi è difficile (lei è del Sud, lui del Nord). Il risultato è che la donna ha dato alla luce 2 figli ma fatto 8 aborti. Alla domanda se usava la pillola lei risponde che le erano state sconsigliate per la salute. Le sue conclusioni sono sconsolanti: per le donne è arrivata l’emancipazione nel lavoro ma non in famiglia: l’uomo è egoista, non fa niente in casa, mette la donna a fare figli e conclude: “era meglio se facevo la puttana”.

Se ci spostiamo ora sul fronte giovanile, nell’episodio Avere un bambino, a Padova, una coppia sui trent’anni, entrambi intellettuali allineati alle nuove tendenze (lei è una femminista, lui ha abbracciato l’ideologia della contestazione) sono incerti se avere un figlio. Lui vorrebbe partire per andare in missione come medico nei paesi sottosviluppati, lei teme che la nascita di un figlio comprometta il suo lavoro precario all’università. Ma le perplessità sono soprattutto ideologiche, da parte della donna: “io ho sempre rifiutato di non vivere la mia vita per me e di essere l’appendice di qualcuno; non mi piace il termine “coppia”: è uno strumento di oppressione perché strumentalizza i desideri; amore è una parola equivoca, è un sistema di dipendenze; meglio parlare di “desiderio”, di “stare con una persona”.

La situazione non cambia molto, anzi se ci spostiamo a Torino sembra peggiorare. Una ragazza di vent’anni che ha aderito al movimento studentesco, vive in una propria casa in affitto.  Dopo aver frequentato vari ragazzi (ha anche dovuto praticare un aborto), ha iniziato a convivere con Bruno, ma: “abbiamo sentito un senso di oppressione reciproca. Io ho bisogno di tempo tutto mio, non solo il tempo della coppia, altrimenti entra l’abitudine”. La conclusione a cui si arriva è in fondo segno di un fallimento: ora sono rimasti amici, si vogliono molto bene ma vivono separatamente. “Alla fine – dice Bruno- faccio meglio l’amore con quella ragazza verso cui non provo affetto”.

Se nella prima storia giovanile era stata consumata la separazione fra amore e procreazione, ora si arriva a separare la sessualità dall’affetto.

E veniamo alle due interviste cattoliche. Nell’episodio: Nel nome del Signore conosciamo un giovane coppia con un figlio, entrambi di Comunione e Liberazione. Sia lui che lei lavorano; in particolare lei svolge un compito altamente meritorio: si occupa dell’inserimento di persone con handicap nelle strutture pubbliche. Comencini non si attarda a cercare di approfondire la bellezza della loro intesa ma li tempesta di domande provocatorie: E’ importante la verginità prima del matrimonio? Usate le pillole anticoncezionali? Le risposte sono semplici e secche:” Ci siamo conosciuti senza chiedere all’altro dei test assurdi; sicuramente la sessualità è importante ma la sessualità è globale: c’è dentro anche l‘aspetto della procreazione”. Comencini incalza sul tema dell’aborto ma è lei a rispondere: “maternità responsabile non è uguale contraccezione; bisogna conoscere la condizione sociale della coppia”. “L’aborto è da condannare anche nel caso di rischio di bambini che nascono deformati?” incalza il regista. E’ il marito a rispondere: “il diritto alla vita inizia dal concepimento fin alla morte, anche in caso di un bimbo con problemi”.

Infine nell’incontro con due suore (Mai senza amore), Comencini ripete le stesse domande ma trova adeguate risposte. Riguardo alla dottrina della Chiesa sui metodi anticoncezionali la suora più anziana si definisce “problematica”: la responsabilità ricade di nuovo tutto sulla donna perché riconosce che si tratta di una decisione difficile. Infine una bella risposta sulla castità matrimoniale: la castità riflette un amore totale di un uomo verso una donna.  Vuol dire il rispettarsi fino al punto di non strumentalizzarsi. Non essere un oggetto dell’altro. Il sesso non è un male: è la mancanza di amore che è male. Un rapporto è autentico nella misura in cui è un rapporto d’amore.

“Non si può fare l’amore senza amore”: chiosa e conclude il regista.

Che cosa si può concludere da questo poderoso lavoro? Indubbiamente le famiglie patriarcali presentate all’inizio, anche nell’ipotesi di affetto fra i coniugi, esprimono una cronica mancanza di sensibilità riguardo alla paternità responsabile e di rispetto verso la donna che diventa una fattrice per figli con il facile ricorso all’aborto. Ma anche le nuove idee femministe che si erano formate presso i giovani falliscono nella comprensione del senso dell’amore sponsale. Vedono l’amore come un vincolo, una perdita di libertà. 

Certamente l’uomo e la donna, nel momento della scelta debbono essere liberi ma poi debbono impegnare questa libertà per donarsi reciprocamente. Il film è del 78: un anno dopo inizierà la poderosa catechesi di Giovanni Polo II sulla teologia del corpo.

Autore: Franco Olearo

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Paese ITALIA
Tematiche (generale)
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