IL DIVO (F. Arlanch)

Un ritratto di Giulio Andreotti nella prima metà degli anni ’90 – dall’insediamento del suo settimo governo all’apertura del processo che lo vide imputato come mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli – come bilancio della storia italiana del Dopoguerra.

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Il film insinua, lascia intendere, dice qualcosa facendo finta di non dirla. È esasperante. Anzi è andreottiano

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14+ Alcune scene di violenza

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Un film su Giulio Andreotti: scelta ardita ma, in effetti, non sorprendente. Il senatore a vita è ormai da tempo più personaggio letterario che di cronaca, un’icona, una metafora vivente della Politica, del Potere, dell’Italia. Poche figure della nostra storia repubblicana suscitano altrettante sensazioni contraddittorie: fascino e repulsione, ammirazione e deprecazione, reverenza e sarcasmo, pietà e odio. Da decenni, come riepiloga il film, fioriscono soprannomi che tentano di afferrarne la natura: Sfinge e Gobbo, Volpe e Salamandra, Divo Giulio e Belzebù. Insomma, con una figura come quella di Andreotti un autore ci va a nozze, tale è l’abbondanza di spunti.

Ma è proprio quando il personaggio che lo ispira sembra più inventato che reale, che diventa difficile fare un film biografico. Fra tanti spunti possibili, quali scegliere? Fra tante chiavi interpretative, quali usare?

Paolo Sorrentino, uno dei più giovani (ha meno di 40 anni) e talentuosi registi italiani (Le conseguenze dell’amore, del 2004) ha una buona idea: raccontare solo quattro anni della decennale vicenda politica di Andreotti. Dall’ultimo governo come Presidente del Consiglio al processo come mandante di un omicidio. Dagli altari alla polvere. Con, in mezzo, la gloria appena sfiorata della Presidenza della Repubblica.Less is more, insegnano gli americani. E questo vale anche per i film biografici.

Nelle interviste Sorrentino ha dichiarato di aver voluto fare un film sulla complessità del potere. Come Andreotti stesso dichiara a Scalfari che, in una scena del film, gli ha posto una serie di domande tendenziose (dalle quali si potrebbe evincere che Andreotti è l’ispiratore di praticamente tutte le stragi dall’immediato dopoguerra ad oggi): “le cose sono un po’ più complesse”. Un film, si potrebbe dire, sul machiavellismo: Andreotti, in una scena di confessione al pubblico dichiara: “La nostra, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa. E lo so anch’io”.

Ma, sebbene la visionarietà registica e il buon cast garantiscano l’oggettiva qualità dello spettacolo, il film non può dirsi riuscito.

La complessità che Sorrentino voleva raccontare non va oltre quella informativa: Il Divo presenta un profluvio di nomi, date, circostanze, neanche fosse un libro di Travaglio.

Il machiavellismo che doveva esserne il tema non viene sviscerato al di là del mero, generico, enunciato sopra citato: perpetuare il male per garantire il bene.

E il film risulta un ritratto baconiano basato su una tesi molto semplice: Andreotti è un mostro responsabile dei 236 morti e 817 feriti (è un bilancio esplicitato nel film) a cui assommano decenni di stragi e omicidi politici italiani; circondato da un gruppo di “bravi ragazzi” (le citazioni dai film di genere mafioso sono marcate) – Paolo Cirino Pomicino, Giuseppe Ciarrapico, Vittorio Sbardella, Franco Evangelisti e il cardinale Fiorenzo Angelini (tutti sullo stesso piano) – ha collaborato con Mafia, Camorra, P2 e Vaticano (tutti sullo stesso piano) per conservare il potere (o, si dice, vagamente, per evitare il “pericolo comunista”), eliminando (o permettendo che fossero eliminati) tutti coloro che avrebbero potuto denunciarlo (Aldo Moro, Mino Pecorelli, il Generale Dalla Chiesa, Roberto Calvi, Michele Sindona).

Insomma: niente che non si trovi in una puntata tipo di Annozero (che, infatti, al film ha dedicato un’intera serata). Più che tematizzare la complessità, il film enuncia in modo apodittico una tesi semplice semplice, in modo confuso confuso: nel tono grottesco si mescolano in modo subdolo flash-back e flash-forward, narrazione oggettiva (“vera”) e illustrazione di un punto di vista soggettivo (non necessariamente credibile), tono grottesco e taglio da reportage (titoli di testa e didascalie a esplicitare nomi, date, circostanze). Insomma: Il Divo fa proprio come il tendenzioso Scalfari nella scena sopra citata (che per Sorrentino è la scena madre del film): insinua, lascia intendere, dice qualcosa facendo finta di non dirla. È esasperante. Anzi è andreottiano (nel senso usato dai detrattori) del termine.

Ed è invece praticamente assente ciò che da un film, come minimo, ci si aspetta: il dramma, il dilemma morale, le scelte problematiche fra due mali. Questa, che è la vera complessità, della vita di Andreotti come di quella di ognuno di noi, non viene lontanamente sfiorata. E così, in fondo, il tutto si riduce a poco più che un videoclip, molto fantasioso, molto tarantiniano, molto pop – ma anche piuttosto noioso – dove, al posto della musica, c’è un ritmo di citazioni (queste, effettivamente, memorabili) di Giulio Andreotti.

Autore: Franco Olearo

Details of Movie

Titolo Originale IL DIVO (F. Arlanch)
Paese Italia
Etichetta
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