EDMOND
EDMOND
L’odissea notturna e disperata del travet Edmond comincia a pochissimi minuti dall’inizio del film, rinunciando a raccontare le ormai convenzionali frustrazioni del borghese americano di città, condensate nei brevi minuti dell’uscita di Edmond dal lavoro.
Del passato del protagonista sappiamo poco o niente, ma, in effetti, ai fini del percorso disegnato in questa sorta di one man show cinematografico (tratto da una pièce teatrale di David Mamet) poco importa dettagliare un disagio che è ottimamente dipinto sul volto perennemente stralunato (e a un passo dalla lucida disperazione) di William Macy, come sempre efficace nel dare vita a figure di borghesi imprigionati in una normalità claustrofobica e sempre pronti ad esplodere (come accadeva con il marito assassino di Fargo).
Sorta di versione noir di American Beauty (impressione confermata dalla presenza, nelle vesti di una prostituta d’alto bordo, di Mena Suvari, l’oggetto del desiderio nel film di Mendes), Edmond è un film imperfetto, che si perde nel tentativo di raccontare l’esito disastroso di una ricerca di sé cominciata nella maniera più assurda e che si concretizza, in tutta la prima parte (alla lunga anche un po’ noiosa), in una reiterata ricerca di sesso mercenario, che il nostro diversamente rifiuta non per scrupoli morali, ma per mancanza di contante.
Il mondo intorno a Edmond è brutto, triste e ed ostile; c’è chi imbroglia e chi picchia, chi mente e chi promette, e nemmeno di fronte ad un uomo percosso e sanguinante sembra poter esistere un minimo di solidarietà.
Non è difficile immaginare, così, che per questo omino solo apparentemente innocuo l’insoddisfazione possa trasformarsi in violenza. Mentre Edmond comincia a filosofeggiare sulla sua autenticità ritrovata a colpi di coltello, la vicenda prende la direzione di una paradossale “notte di ordinaria follia”, presto conclusa dall’arresto.
L’epilogo carcerario (con l’abbandono da parte della moglie e la costruzione di una sorta di surreale e degradante “matrimonio di cella” con un nero grande e grosso) è all’insegna della più nera disillusione. Oggetto di violenza e sempre incapace di capire la portata di ciò che ha fatto (come si comprende dal dialogo con il sacerdote della prigione, “naturalmente” dipinto come un burocrate senza particolare pietà), Edmond finisce a teorizzare su un Destino a cui non si può sfuggire: la libertà che ha così malamente esercitato, sembra dire, è tutta un’illusione e gli uomini sono destinati a rimanere prigionieri di una gabbia reale o metaforica.
Certo è che se l’umano è solo quello descritto così impietosamente e univocamente dal film (in cui solo la figura della cameriera adombrava una possibile positività subito venuta meno), l’esito dell’incontro tra gli individui non può che essere fatto di violenza o di agghiacciante resa ad una relazione perversa e mortificante.
| Titolo Originale | EDMOND |
|---|---|
| Paese | USA |
| Etichetta |













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