SQUID GAME

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Titolo Originale: Squid Game
Paese: Corea del Sud
Anno: 2021
Sceneggiatura: Hwang Dong-hyuk
Produzione: Siren Pictures Inc
Durata: 9 puntate di 50'
Interpreti: Lee Jung-jae, Park Hae-soo, Jung Ho-yeon, Oh Yeong-su

Seong Gi-hun è un uomo coperto di debiti per la sua dipendenza patologica dal gioco d’azzardo. Kang Sae-byeok vuole salvare la propria famiglia. Cho Sang-woo, per scelte di imprenditoria errate, si trova inseguito dai creditori. Loro, come altri 453 caduti in disgrazia economica accettano di partecipare a sei giochi su un’isola: in palio una cifra in grado di risolvere tutti i loro problemi finanziari. Divertimenti come quelli dei bambini in strada, con un’unica differenza: che l’eliminazione dal gioco avviene in modo letterale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un mondo dove il denaro è l’unica cosa che conta e anche la vita di un uomo ha il suo prezzo, non vengono mostrate valide alternative per impostare un’esistenza fondata su valori umani e tantomeno soprannaturali
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene di uccisioni compiute con meccanica freddezza e di lotta disperata per la sopravvivenza. Si tratta di pornografia della morte. Nessuna prospettiva di vita fondata su valori umani se non parvenze di affetti familiari
Giudizio Artistico 
 
Gli autori sono molto bravi nel giocare sulle emozioni che lo spettatore prova nel vedere un personaggio che lotta per la propria sopravvivenza e riescono a diluirlo sapientemente su nove puntate. Ma è un modo di “giocare sporco”: troppo facile puntare sulle nostre emozioni vitali

La domanda che in quest’ultimo periodo ha assillato molti produttori di contenuti audiovisivi per piattaforme è stata: come ha potuto riscontare così grande successo un serial TV coreano, molto violento e neanche doppiato in italiano? Non ci sono, però, molte risposte convincenti in grado di motivare un vero e proprio successo commerciale internazionale (prodotto più visto in più di 70 Paesi).

Su uno sfondo filosofico di matrice occidentale (l’Homo homini lupus emerso dalle riflessioni del filosofo inglese Hobbes), e su quello orientale, sia del suicidio come pratica accettata (la Corea del Sud è al secondo posto nella classifica mondiale dei suicidi) sia del  culto per i combattimenti (basti pensare ai manga e ai cartoni animati giapponesi), si sviluppa una storia che costringe lo spettatore a fare i conti con numerosissime tematiche rilevanti.

Da una parte considerazioni su scala macro-sociale. La differenza tra le classi, cara al cinema coreano recente (basti pensare al film Premio Oscar Parasite o Snowpiercer): ricchi che si possono permettere ogni lusso, poveri disposti a mettere in gioco anche la vita nella speranza di migliorare la loro situazione. Dall’altra l’individualismo ormai diffuso nelle società occidentali così come in quelle orientali, che uccide ogni spirito di solidarietà nelle difficoltà (i capponi di Renzo di buona memoria) per trasformare l’istinto di autopreservazione in attacco preventivo, volto ad eliminare gli altri per la propria salvezza. Non mancano infine alcuni accenni al commercio internazionale di organi.

Evidente anche la polemica per il capitalismo di per sè. Il possesso del denaro come unico valore che caratterizza l’esistenza di una persona mentre chi non ne ha perde ogni dignità,  “Che cosa hanno in comune una persona senza soldi e una che ne ha troppi?- riflette l’ideatore di questo gioco. - Per entrambi vivere non è divertente: se hai troppi soldi non importa quello che compri, mangi o bevi tutto alla fine diventa noioso e non si prova più gioia nella propria vita”. Non a caso gli spettatori di questo gioco perverso, che si divertono a scommettere sul prossimo giocatore che morirà, non sono coreani ma Nord americani.

Nello svolgersi delle nove puntate di quasi un’ora ciascuna, vengono presentate sullo schermo anche problematiche non meno importanti, di scala microsociale.

Il protagonista è un giocatore compulsivo, ha rovinato per questo la sua famiglia (la moglie lo ha lasciato e ha portato la figlia con sé e con il nuovo compagno) e non riesce a prendersi cura della madre con cui è tornato a vivere dopo il fallimento del suo matrimonio. Una ragazza che fa di tutto per poter dare una vita dignitosa al fratellino, dopo che i due sono rimasti orfani e che si è trovata costretta a mettere il piccolo in un istituto. Un terzo che, schiacciato dalle leggi del mercato, vede fallire i propri progetti ed è alla ricerca disperata di soldi per estinguere i debiti contratti. Altri disadattati di vario tipo che non riescono a sbarcare il lunario. E tuttavia alcuni valori restano intatti: quelli familiari, innanzitutto, per i quali si è pronti a sacrificarsi; il rispetto per le persone anziane e infine anche il sacrificio per l’altro, anche se non certo secondo criteri cristiani ma in base a principi di utilità, in funzione di chi ha motivazioni più valide per vivere.

La violenza, che rasenta lo splatter, viene erogata in grandi quantità: esecuzioni dei perdenti ai giochi, ribellioni interne tra i giocatori… il tutto irrorato da sangue in abbondanza. Carrellate sui campi di gioco coperti di persone agonizzanti o cadaveri, casse da morto che somigliano a pacchi regalo. Sfide che diventano lotte fratricide, pur di sopravvivere e di portare a casa  i soldi del premio. Una ricerca del dettaglio, anche scabroso, che rende la serie, per alcune sequenze, difficilmente sopportabile sicuramente per i minori ma anche per non pochi adulti.

L’assenza quasi totale di fiducia nel prossimo. In perfetta continuità con la concezione che fa da sottofondo alla storia, l’individualismo che caratterizza tutti i personaggi (dalle guardie, ai giocatori, agli organizzatori del gioco e committenti) porta con sé la logica conseguenza che nessuno può cambiare. Anche quando i giochi di squadra sembrano far iniziare rapporti di amicizia e solidarietà all’interno del gruppo, ecco che la morte arriva inesorabile e chiude ogni minimo spiraglio di positività nella storia.

Morte e constatazione di un’umanità inesorabilmente segnata e votata al male altrui, che inducono a pensare che non ci sia spazio per la speranza. Non uno sguardo su un possibile futuro diverso, piuttosto un ricorrere al male (a danno altrui) per evitare altri mali (a nostro vantaggio).

Un serial che, una volta terminato, lascia con l’amaro in bocca: non principalmente per la violenza fisica a cui si assiste, ma più per il ritratto triste e negativo dell’essere umano che ne emerge puntata dopo puntata.

Nota di Franco Olearo

Potremmo pensare che il film occidentale che più si avvicina, nella tematica, a questo serial coreano sia Il Cacciatore di Michael Cimino, del 1978, 5 premi Oscar. In quel caso un gruppo di amici si dilettava con la caccia al cervo. Era già un modo di mettersi contatto con la morte ma si restava ancora nel contesto di una lotta ancestrale e quasi sportiva, dell’uomo nei confronti della natura. Poi la guerra in Vietnam: adesso sono gli uomini a morire ma per una causa ritenuta giusta, un pericolo attenuato da una forte solidarietà fra commilitoni. Poi la prigionia e solo ora, con il macabro gioco della roulette russa, gli uomini sono divisi in due categorie: quelli che giocano e gli altri la cui vita vale solo il tempo di un breve divertimento. Al ritorno in patria, i protagonisti non sono più gli stessi e Mike (Robert Deniro) non riesce più a uccidere i cervi. Ma uno di loro, Nick, è rimasto in Vietnam. Continua a partecipare ai tornei di roulette russa: l’esperienza con la morte sempre molto vicina, provata durante la guerra, gli ha fatto scoprire  il gusto intenso del giocare a vivere o  morire. In Squid Game, quella che è stata ne Il Cacciatore la scelta di uno solo, viene ora moltiplicata per 456 e non possiamo dimenticarci che i giocatori sono tutti volontari: ritengono che la vita non sia un valore assoluto ma abbia un suo prezzo, quello delle banconote che si accumulano in un gigantesco salvadanaio alla fine di ogni partita.

La gravità di questa serie TV non sta primariamente nella violenza esplicita (che può esser filtrata con efficaci divieti ai minori), non sta solo in quelli che mentono, tradiscono, uccidono pur di sopravvivere (la malvagità è sempre presente) ma nella relativizzazione della vita, il cui valore non è infinito ma può essere oggetto di trattativa commerciale. Per noi italiani che siamo prossimi a un referendum sull’eutanasia, questo film orienta sicuramente a dare “un peso finito” alla vita.

Sono presenti diverse visioni dell’esistenza umana? Nella parte finale del serial (piccolo spoiler) quando il gioco è ormai terminato, l’unico vincitore vive da barbone, non ritira i soldi guadagnati: è un modo di ritirarsi dal mondo, sembra quasi cercare forme di mistica orientale Non è trovare un senso per vivere ma allontanarsi dalla vita stessa. Una cosa è certa: la fede cristiana, secondo gli autori, merita il massimo disprezzo. Uno dei giocatori che si è messo a pregare per esser riuscito a sopravvivere in un turno di gioco, viene deriso dai compagni di squadra perché secondo loro il merito sta unicamente nella loro bravura. Una ragazza che ha ucciso suo padre perché picchiava continuamente sua madre,  ci informa che il padre era un pastore protestante e che ogni volta che compiva quella volenza, poi pregava ipocritamente per chiedere perdono. Infine, in un gioco che si svolge su un ponte sospeso, un concorrente che rallentava l’avanza degli altri perché pregava continuamente, viene brutalmente spinto con un calcio nel vuoto. Chi è credente non è degno di nessun rispetto nè  considerazione.  

Autore: Francesco Marini, Franco Olearo


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