LA SCUOLA CATTOLICA

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Titolo Originale: La scuola cattolica
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Stefano Mordini
Sceneggiatura: Massimo Gaudioso, Luca Infascelli, Stefano Mordini
Produzione: Warner Bros. Entertainment Italia, Picomedia
Durata: 106
Interpreti: Benedetta Porcaroli, Giulio Pranno, Leonardo Ragazzini, Luca Vergoni, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Valentina Cervi, Valeria Golino

Roma, 1975, In una scuola privata cattolica esclusivamente maschile un gruppo di ragazzi sta frequentando gli ultimi anni di liceo. La violenza è di casa fra i ragazzi e il film si sofferma su episodi di bullismo accaduti a scuola e sul comportamento indifferente o esclusivamente punitivo di alcuni genitori. Due ragazze, Donatella (17 anni) e Rosaria (19 anni) chiedono un passaggio in macchina a uno dei ragazzi del liceo: vivono in una zona di borgata e hanno perso l’autobus. Dopo questo primo incontro occasionale si ritrovano giorni dopo al ristorante della torre Fungo dell’EUR. Alle ragazze vengono presentati Izzo e Guido che le invitano alla villa di un loro amico, Ghira, a san Felice Circeo. Verso sera, le ragazze vorrebbero tornare a casa ma vengono invece trattenute e minacciate con una pistola. Dopo una notte di violenza continua le due ragazze, credute morte, vengono caricate nel portabagagli di una FIAT 127. Verso sera, un poliziotto sente delle urla che provengono dal cofano della 127 lasciata parcheggiata in strada. Aperto il cofano, viene trovata Donatella ancora viva..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film non denuncia mantenendosi distaccato dai fatti ma fa in modo che lo spettatore si immedesimi nella tragedia con lo sguardo sadico e assassino di Izzo e degli altri carnefici. In nessun momento viene sottolineata la dignità della donna ma piuttosto la sua inguaribile ingenuità
Pubblico 
Maggiorenni
Scene prolungate di nudo integrale e di violenza difficilmente sostenibili anche da parte degli adulti. Occorre maturità per filtrare criticamente alcune ipotesi demenziali sull'equivalenza fra il bene e il male
Giudizio Artistico 
 
Gli autori mancano l’obiettivo di disegnare un contesto sociale che possa aver giustificato i fatti del Circeo e raccontano in modo acritico, non filtrato dalla loro interpretazione, privo di qualsiasi pietà, quella notte di violenze .Bravi tutti gli attori giovani

Il delitto del Circeo è dolorosamente noto a tutti. Il regista Stefano Mordini ha potuto attingere al racconto dettagliato che ne ha fatto Edoardo Albinati (a quel tempo compagno di classe degli stessi assassini) nel suo romanzo omonimo, che ha vinto il Premio Strega nel 2016. Il film è uscito con il VM18 scatenando le reazioni rabbiose degli autori, dell’Anica , dello scrittore e degli stessi familiari delle vittime.

La motivazione “ambientale” del delitto del Circeo

Perché riportare nuovamente sugli schermi questo orribile episodio? Nella prima parte il regista si concentra nel presentarci i ragazzi, mostrarci la loro vita nelle aule del liceo  e i loro rapporti con i genitori. Il suo scopo appare chiaro: evidenziare il contesto malato che ha generato quel terribile episodio.  Si tratta però di un traguardo che non viene adeguatamente raggiunto. Sono tanti i personaggi che ci vengono presentati, giovani e adulti, ma non sono sufficientemente approfonditi. Le presunte radici del male sono tante e  accennate con una certa discrezione: gli anni ‘70 indicati genericamente come violenti (era il tempo del Clan dei Marsigliesi, poco prima dell’arrivo della banda della Magliana); un liceo privato dove basta pagare la retta per mettere a posto ogni indisciplina; genitori violenti, genitori distratti, genitori apprensivi.

La onnipresente voce di sottofondo dovrebbe commentare, con l’obiettività frutto di una distanza di quasi cinquant’anni, i fatti accaduti ma le sentenze sono generiche e  volte anche poco comprensibili: “Nascere maschi è una malattia incurabile”;  “I tre pilastri educativi erano persuasione, minaccia e punizione”; “Tutto ciò che è transitorio è insopportabile e siccome tutto è transitorio tutto è insopportabile”;  “Il segreto della nostra educazione era di sfogare la nostra aggressività, altrimenti si accumulava ma non si poteva neanche esagerare altrimenti venivamo considerati fascisti”. Sarebbe stato meglio dimostrare attraverso il racconto piuttosto che cercare di dare definizioni. Tutto poi culmina nel discorso senza senso del professore d’arte, che di fronte a un quadro che mostra Gesù flagellato, cerca di dimostrare agli alunni che: “Quando ci comportiamo bene stiamo seguendo i suggerimenti del diavolo (a causa, secondo lui, della nostra superbia) e quindi non c’è più nessuna differenza fra il santo e i suoi aguzzini”. Una frase citata anche nel documento finale della Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, perché il film in questo modo finisce per porre sullo stesso livello vittime e carnefici.

In conclusione la tesi di una società malata che genera mostri viene portata avanti in modo frammentario e quindi non convincente. E bisogna anche comprendere fino a che punto si tratti di una pista valida per giustificare quello che è accaduto.  Il film trascura di ricordare che Ghira e Izzo avevano precedenti penali: nel 1973 avevano compiuto insieme una rapina a mano armata per la quale avevano scontato venti mesi nel carcere di Rebibbia; inoltre Izzo, un anno dopo, aveva violentato due ragazzine insieme a due amici (era stato condannato a due anni e mezzo ma la pena gli era stata poi condonata). Come se non bastasse Izzo, rimesso in libertà nel 2005, pochi mesi dopo rapì e uccise due donne. Si tratta quindi di delinquenti e assassini seriali: non occorre addentrarsi troppo in complessi studi sociologici.  

Il divieto ai minori di 18 anni

Altro tema scottante è il VM18 attribuito a quest’opera.  In fondo il film riproduce fatti dolorosi ma realmente accaduti. E’ bene quindi non dimenticare ciò che potrebbe accadere di nuovo. Noi seguiamo spesso durante l’anno il principio di “ricordare per non dimenticare”: l’impegno più importante è quello di non dimenticare l’orrore dell’olocausto e in quelle occasioni intere scolaresche vengono portate a cinema per vedere documentari dove si vedono cadaveri ridotti a scheletro interrati in fosse comuni. Quindi, in questo caso, dove sta il problema? Il problema, cercando di sintetizzare, sta nello “sguardo”. Bisogna mostrare immagini, vere o di finzione,  che ricordino quei fatti ma bisogna anche conservare quel distacco che consenta allo spettatore di indignarsi per riconoscere esattamente dove sta il bene e dove sta il male. E’ in fondo il principio della catarsi di Aristotele secondo il quale, anche se allo spettatore viene rappresentato il male, non ne è direttamente coinvolto e così può riflettere più serenamente su quanto ha visto. Un esempio positivo è il recente: Sulla mia pelle (2018) un film di denuncia sulla tragica morte di Stefano Cucchi. Il film ricostruisce con rigore il calvario di questo ragazzo, il suo passaggio da diverse carceri all’ospedale, sempre guardato con quel minimo di frettolosa attenzione che viene data a chi è pur sempre un delinquente. Ma, significativamente, il momento più delicato del racconto, il pestaggio compiuto dai carabinieri, non viene rappresentato. Avrebbe con la sua crudezza, sbilanciato l’attenzione dello spettatore. Esempi negativi sono stati il film Student Services (2010) dove, con il pretesto di denunciare un fenomeno sociale, quello delle studentesse francesi che per pagarsi la retta all’università di prostituiscono, di fatto è stato imbastito un film in stile pornografico. Oppure Mignonnes  (2020) dove per denunciare la ipersessualizzazione delle pre-adolescenti, di fatto si mostrano balletti provocanti di queste ragazze, per la gioia dei pedofili.

In questo La Scuola cattolica, dove nell’ultima mezzora ci viene raccontato, con dovizia di particolari, cosa avvenne in quella notte in quella casa al Circeo, lo sguardo è proprio quello degli aguzzini, non dell’autore che ci vuole invitare a riflettere.

“Pezzi di carne erano e pezzi di carne sono rimaste” dice Izzo mentre i tre stanno tornando in macchina a Roma con nel bagagliaio le due donne. Ed è proprio così .che queste ragazze ci vengono  mostrate. Integralmente nude, restano in balia dei loro piaceri e poi del loro gusto di imprimere loro continue, ininterrotte sevizie, fino alla morte di una di loro. Oggetti da consumare e poi da buttare via.

Ho visto personalmente, durante lo spettacolo, signore che si coprivano gli occhi per non vedere.

Come se non bastasse anche gli episodi mi ori collaterali  raccontati in questo film, non si curano di dare un minimo di dignità alle figure femminili.

Un’ adolescente, com’è naturale a quell’età, mostra di essersi presa una cotta per il bello della comitiva. Alla fine si incontrano: ma non ci sono tenerezze: solo uno sbrigativo atto sessuale consumato durante una festa. La ragazza si accorge in seguito che lui ha una un’altra fidanzatina ma appena lui la invita a salire in camera sua, finisce per accettare, totalmente passiva e soggiogata dai suoi stessi desideri.

Complessivamente questo film è una cronaca non solo di un delitto ma di una disumanità generalizzata. In questa prospettiva il VM18 non solo non è sbagliato ma diventa una benedizione perché evita a tanti spettatori giovani , ragazzi e ragazze,  che credono ancora nell’amore, di interpretare la realtà con lo sguardo marcio di Izzo e dei suoi compagni.

Autore: Franco Olearo


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