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Titolo Originale: Mank
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: David Fincher
Sceneggiatura: Jack Fincher
Produzione: NETFLIX
Durata: 131
Interpreti: Gary Oldman, Amanda Seyfried, Arliss Howard

Nel 1940 una RKO ormai in crisi, decide di puntare tutto sul 24enne Orson Welles dandogli carta bianca per girare un film, libero di scegliere il soggetto e i collaboratori che vuole, senza il controllo finale della produzione. Per la sceneggiatura Orson sceglie Herman (Mank) Mankiewicz che ha a disposizione solo 60 giorni per finire il lavoro, rinchiuso in una casa in campagna, bloccato a letto con una gamba ingessata per un incidente, tenuto a distanza dalle sue amate bottiglie a causa dell’alcoolismo che gli ha ormai minato la salute. In un flashback sugli anni 30’, scopriamo che Mank era benvenuto nell’alta società che conta di Hollywood per via del suo parlare colto e arguto e non nascondeva le sue idee di sinistra ritenendo giusto aiutare chi era rimasto disoccupato dopo la crisi del ‘29. Per questo motivo finisce per scontrarsi con Mayer, direttore della MGM e con William Randolph Hearst, il magnate dell’editoria di quel tempo. E’ proprio dalla personalità di quest’ultimo che Mank prende spunto per disegnare il protagonista di Citizen Kane….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sono eroi in questo film ma il faticoso vivere in un mondo altamente competitivo che riesce nonostante tutto, a portare alla ribalda persone di talento.
Pubblico 
Adolescenti
La dipendenza dall’alcool del protagonista, la presenza di un suicidio, rendono il film non adatto ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Questo film si presenta con ben 10 candidature all’Oscar 2021

Quando si ritorna alla Hollywood degli Studios e a Quarto Potere (Citizen Kane) si sa già che ci si sta confrontando con un mito da maneggiare con cura. Considerato dai più come il miglior film di tutti i tempi, non fu, in realtà un film che fece fare un passo avanti nelle tecniche narrative su pellicola, come lo furono i lavori di David Wark Griffith ma si trattò di una incontenibile soggettività individuale, opera di un genio che aveva avuto carta libera per esprimersi, anche se gli incassi non superarono le spese e delle nove candidature all’Oscar che ricevette (fra la disapprovazione del pubblico ogni volta che il suo titolo veniva nominato durante la cerimonia) ne vinse solo una, per la sceneggiatura.

Anche RKO 291 – La vera storia di Quarto Potere aveva ricostruito la genesi di questo film ma si era concentrato sul conflitto fra Welles e Hearst, perché quest’ultimo aveva impiegato tutto il suo potere mediatico per evitare che il film venisse distribuito. Ora, con Mank, l’attenzione si sposta sulla fase precedente, quella della stesura della sceneggiatura (il film lascia intendere che il merito fu soprattutto di Herman, con ritocchi minori di Welles) e sul dipingere quell’epoca, dove la disoccupazione era ancora alta, coda lunga della crisi del ’29, l’avvento del sonoro aveva portato alla ribalta una nuova generazione di sceneggiatori  esperti nell’arte della parola e dove quei Tycoon che detenevano il potere sugli studios e sulla carta stampata avevano la capacità di portare l’opinione pubblica dove era loro maggiormente conveniente. E’ l’amara constatazione che fa  Mank a Irving Thalberg, della MGM, quando si accorge che lo studio  sta preparando falsi telegiornali  per denigrare il candidato democristiano, in aria di socialismo, alla carica di governatore della California: “Lei può convincere il mondo intero che King Kong è alto dieci piani e che Mary Pickford è vergine a 40 anni; figuriamoci se non può convincere gli elettori che sono alla fame, che un candidato socialista costituisca una minaccia per la California”. Si tratta di riflessioni sul Soft Power che hanno validità anche adesso.

Il film si dedica molto alla definizione del personaggio Mank, grazie anche alla bravura di Gary Oldman che sembra si sia specializzato, dopo aver impersonato Winston Churchill in L’ora più buia, in personaggi che hanno il dono della parola. Mank affronta ogni problema con una certa melanconica ironia ma a volte sferzante satira quando è necessario, sfoggiando una cultura che i suoi interlocutori, ricchi imprenditori o belle attrici, non hanno. Ne viene fuori un ritratto non certo ideale (la sua dipendenza dall’alcool lo porterà a una morte precoce, a 56 anni), abituato a non compromettersi troppo fra i potenti del tempo, per continuare a galleggiare anche quando la sua stella è ormai in fase calante. La sua umanità emerge con discrezione, nei rapporti con la moglie alla quale chiede più volte: “come fai a sopportarmi?” ma soprattutto con l’intesa platonica che stabilisce con Marion Davies, attrice e amante di Hearst. I dialoghi che i due hanno a tu per tu, distanti da occhi e orecchie indiscrete, sono i più belli del film e quell’uomo e quella donna (Amanda Seyfried è candidata all’Oscar come attrice non protagonista) riescono a essere pienamente se stessi, senza quella maschera che lo studio-system aveva loro imposto.

 

Autore: Franco Olearo


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