THE UNDOING - LE VERITA' NON DETTE

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Titolo Originale: The Ungoing
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura: David E. Kelley
Durata: 6 puntate di 5''
Interpreti: Nicole Kidman, Hugh Grant, Matilda De Angelis, Édgar Ramírez, Donald Sutherland, Noma Dumezweni

Jonathan e Grace formano una famiglia ricca e felice. Vivono in un duplex nell’Upper East di Manhattan, svolgono con competenza e successo le loro professioni (lui è oncologo pediatrico, lei è psicoterapeuta), partecipano agli eventi mondani della società che conta. La vita di coppia è piena di momenti di affettuosa serenità e hanno il piacere di prendersi cura del giudizioso Henry, il figlio tredicenne che frequenta l’esclusiva Reardon School. Franklin, il padre di Grace, non ha mai avuto simpatie per il genero ma ha finito per accettarlo per amore della figlia. Grace partecipa a una riunione di madri della Reardon per organizzare un pranzo di beneficenza a favore della scuola e in quell’occasione incontra Elena Alves una giovane pittrice ma, appena le due donne possono parlarsi da sole, le appare in uno stato di vistosa apprensione. Il giorno dopo Grace viene a sapere che Elena è stata brutalmente assassinata e che suo marito Jonathan  si è reso irreperibile…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il carico da 11 che viene dato al potere interpretativo della psicologia finisce per far vedere l’uomo come un meccanismo mosso dalle sue pulsioni, condizionato dalle esperienze passate, incapace di porsi in modo oggettivo di fronte alla realtà per decidere, semplicemente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio crudo. Una nudità femminile integrale, una scena di violenza protetta dalla penombra. Due pre-adolescenti sono costretti ad assistere e conoscere realtà troppo dolorose per loro
Giudizio Artistico 
 
Se Nicole Kidman è perfetta nella parte di signora dell’alta società, se bravo è anche Donald Sutherland, non si può dire lo stesso di Hugh Grant ingaggiato in un personaggio ambiguo che non gli si addice. La sceneggiatura ha degli snodi che prevedono rapporti fra i protagonisti, difficilmente giustificabili. Molto suggestiva l’ambientazione a Manhattan

Le credenziali di questo serial su SKY in 6 puntate sono di tutto rispetto: recitano attori del calibro di Nicole Kidman, Hugh Grant, Donald Sutherland ma anche la nostra Matilda De Angelis (che si è fatta apprezzare in Veloce come il vento). La regia è di Susanne Bier (premio Oscar 2011 con il film In un mondo migliore) mentre la sceneggiatura è di David E. Kelley che ha scritto la serie  Piccole Grandi Bugie dove si era già cimentato nella descrizione di intrighi di donne dell’alta società. Non basta: anche il direttore della fotografia,  Anthony Dod Mantle, ha vinto un Oscar nel 2009. Negli Stati Uniti, su HBO è diventata la miniserie più vista di recente e lo stesso è accaduto su SKY nel Regno Unito

Animati quindi da rispettosa referenza, iniziamo a vedere le puntate di questo thriller. Le riprese di New York, all’alba, al tramonto (quando accadono gli eventi-chiave) sono bellissime, abbinate a un po’ di promozione: Grace e il padre si incontrano spesso al Met e il serial non disdegna un po’ di product displacement: ogni tanto fa capolino il nome di qualche locale, fra i quali spunta un italianissimo Barbaresco. Nicole Kidman con il suo stile elegante, i modi raffinati da figlia viziata e coccolata, è perfetta per questa ambientazione. Le sue camminate veloci per le notti di New York, con il cappotto lungo all’ultima moda,  i riccioluti capelli leonini, sono l’immagine-simbolo che più resta impressa di questo serial.

In un simile ambiente la dissimulazione, il non dire ciò che è vero ma ciò che conviene sembra essere la prassi. Lo conferma l’avvocato Fitzgerald a Grace: “non sei sincera perché è quello che i ricchi e gli altolocati fanno se sono minacciati. Tengono nascoste scomode verità per proteggere se stessi. Le uniche verità sono la loro famiglia, il loro ruolo nella società, la loro immagine pubblica”. Le persone non sono mai realmente quelle che ci appaiono, sembra dirci l’autore. Scopriremo che tutti, proprio tutti i personaggi stanno nascondendo qualcosa di loro stessi, tranne uno che affermerà con orgoglio: “la mia mente è più forte del mio cuore”. Sarà proprio la scoperta tardiva delle cose non dette da parte di tutti i protagonisti a far avanzare lentamente il thriller perché i nudi fatti sono noti fin dall’inizio e non ce ne saranno altri. Lo stesso finale, che ovviamente non riveliamo, sembra far ritorcere su di noi la stessa disillusione: la nostra voglia di esercitare una rigorosa logica deduttiva è destinata al fallimento.

“Ci sono solo degli indizi, non ci sono testimoni diretti”: evidenzia l’avvocato della difesa e allora l’unico strumento di indagine è guardare in faccia le persone, resta la psicologia, usata a piene mani.

Grace stessa è una psicoterapeuta e la vediamo, in un paio di sedute di lavoro, dire ai suoi pazienti qual’ è quel meccanismo che lavora nel loro subconscio e che li spinge ad avere comportamenti che essi non osano ammettere. Ogni comportamento ha la sua definizione psicologica: per l’attrazione di Elena verso Jonathan si dirà che si tratta della sindrome dell’ “adorazione dell’eroe”, perché lui ha salvato suo figlio dal cancro; lo stesso avvocato d’ufficio inventa una sigla: TPT (trauma post tradimento) che darebbe ragione del comportamento di Grace. La dedizione speciale che rivela Jonathan nel suo lavoro di oncologo infantile è dettata, come scopriremo dopo, dal suo desiderio riparare a un errore commesso in gioventù e se Franklin il padre di Grace, non ha stima di Jonathan, è perché vede in lui gli stessi errori che ha commesso in gioventù. Sembra quasi che, più importante dello scoprire se è Jonathan l’assassino, sia capire se è uno psicopatico o un sociopatico. Resta pertanto sconsolante l’antropologia che sottende il racconto: l’uomo come un meccanismo mosso dalle sue pulsioni, condizionato dalle esperienze vissute, incapace di porsi in modo oggettivo di fronte alla realtà per decidere, semplicemente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Se guardare in volto una persona è ormai diventato l’unico criterio d’indagine, Fitzgerald, l’abile avvocatessa ingaggiata per la difesa di Jonathan, ha l’idea di organizzare un’intervista televisiva per far parlare il suo assistito in modo che possa esercitare il suo fascino, la sua capacità di incantare le persone e innescare così nel pubblico un pregiudizio d’innocenza. Era già stato un altro interessante film (Gone Girl – l’amore bugiardo) che aveva denunciato, quando certi eventi di cronaca diventano di dominio pubblico, l’ossessione contemporanea per l’esposizione mediatica del privato e il giudizio di colpevolezza o meno che viene data dal feeling del pubblico, in grado di influenzare inevitabilmente quello della giuria.

Se è Nicole Kidman a guidarci in questo mondo del dubbio e dell’incerto, anche gli altri attori sono tutti molto bravi ma una menzione speciale va fatta per Noma Dumezweni nella parte dell’avvocato Franklin, per la sua capacità di dare forma al suo impegno risoluto per disseminare dubbi sulle poche certezze di cui si dispone nel processo. Purtroppo non possiamo dire lo stesso per Hugh Grant che ha dovuto abbandonare il suo simpatico personaggio, goffo e impacciato, dotato di sottile ironia inglese per impegnarsi in una parte talmente doppia da risultare indecifrabile. Riguardo allo sviluppo della storia, non tutti gli snodi sono lineari e qualche comportamento è poco giustificabile.

Autore: Franco Olearo


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