Film Verdi

Film d'evasione o con contenuti educativi adatti per tutta la famiglia

SHAZAM!

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/11/2019 - 19:00
 
Titolo Originale: Shazam!
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: David F. Sandberg
Sceneggiatura: Henry Gayden
Produzione: DC Comics, Warner Bros, New Line Cinema
Durata: 132
Interpreti: Zachary Levi, Asher Angel, Djimon Hounsou

Billy, un ragazzo come tanti diventa improvvisamente un supereroe; avrà bisogno dell’aiuto dei suoi amici per imparare a diventare il nuovo eroe di Filadelfia. Il film giusto per chi, stanco di supereroi “seriosi” voglia riscoprire il lato prettamente gioioso dell’immedesimarsi in qualcosa di straordinario.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Famiglia, amicizia, sacrificio e coraggio sono gli elementi predominanti durante tutto il film. Molto forte il messaggio “l’unione fa la forza” contro il bullismo
Pubblico 
Pre-adolescenti
La presenza dei mostri, realizzati con effetti speciali davvero all’avanguardia, potrebbe spaventare un pubblico troppo giovane
Giudizio Artistico 
 
Il cast non è composto da attori particolarmente degni di nota ma, la sceneggiatura ha saputo costruire un fatasy spiritoso e gli effetti speciali funzionano, garantendo allo spettatore una visione piacevole sopratutto per i ragazzi
Testo Breve:

Un ragazzino di 14 anni, per gentile concessione di un anziano mago, diventa adulto e acquista superpoteri ma resta bambino nell’animo. Un divertente film per la famiglia, troppo lungo

Billy Batson, giovane orfano e solitario, vive nella città simbolo di Rocky Balboa dove è da sempre alla disperata ricerca della madre biologica.

Il ragazzo passa da una famiglia affidataria ad un’altra, scappando di continuo, convinto che i suoi genitori lo stiano ancora cercando dopo averlo perso in un Luna Park all’età di soli tre anni.

Quando viene affidato ai coniugi Vasquez, il ragazzo trova una situazione più stabile dove finalmente poter mettere radici.

Tra i vari orfani che ospitano la casa, Freddy, adolescente disabile, ha la passione per i superpoteri, colleziona gadget incredibilmente rari e chiacchiera così tanto che è impossibile non affezionarsi a lui. Purtroppo Freddy, per via della sua condizione gracile, è il perfetto bersaglio di alcuni bulli e viene preso di mira anche il primo giorno di scuola di Billy che, essendo cresciuto per strada, non ha paura di affrontarli e prendersi gioco di loro davanti tutto l’Istituto riuscendo così a salvare quello che è da poco diventato il suo migliore amico.

Per questo enorme atto di coraggio, Billy viene notato dal potente mago Shazam che da secoli è alla ricerca di qualcuno così valoroso da prendere il suo posto. Il compito dello stregone è quello di proteggere l’unica arma capace di sconfiggere il perfido Thaddeus Silvana che ha liberato i sette peccati capitali, demoni immortali che vogliono da sempre portare disordine e distruggere l’intera umanità.

Nonostante non si senta pronto per una tale responsabilità, Billy accetta il potere: gli basta pronunciare la parola “Shazam” per trasformarsi immediatamente in un adulto muscoloso dagli straordinari poteri.

Sebbene ne abbia le sembianze, Shazam non è capace di gestire i poteri di un vero supereroe ed è per questo che si confiderà con Freddy che lo aiuterà a scoprire pian piano le sue capacità.

Il protagonista ha tutti i requisiti per essere un supereroe: affronta il male, è incredibilmente forte ma è anche una parodia del genere sovrannaturale. Un superman ingenuo e ironico, imbranato e combina guai ma eccezionalmente buffo, che piacerà a tutta la famiglia.

Come in Big (1988) dove Tom Hanks, ritrovandosi all’improvviso in un corpo adulto realizza tutto ciò che desiderava fare da bambino, anche Billy si trasforma scoprendo che le responsabilità del suo nuovo stato sono difficili da sostenere, a maggior ragione se sei un semidio.

Ed è così che la vita tra banchi di scuola, bulli da affrontare e famiglia da sopportare nonostante le differenze, diventa improvvisamente meno scontata ed è il tesoro più prezioso da proteggere.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA SAPIENZA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/10/2019 - 21:22
 
Titolo Originale: La Sapienza
Paese: Italia, Francia
Anno: 2014
Regia: Eugène Green
Sceneggiatura: Eugène Green
Produzione: LA SARRAZ PICTURES, MACT PRODUCTIONS, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
Durata: 105
Interpreti: Fabrizio Rongione, Christelle Prot, Ludovico Succio, Arianna Nastro

A 50 anni, Alexandre Schmidt è un architetto francese ormai affermato che però decide di rinunciare a un prestigioso progetto perché si rifiuta di dar seguito alle richieste della committenza: radere al suolo ciò che prima era stato costruito. Alexandre decide che il modo migliore per impiegare il tempo che ora si trova a disposizione sia andare a Stresa e poi a Roma per scrivere un saggio sulle opere del Borromini. Sarà l’occasione per rinnovare su prospettive diverse a sua passione di costruttore, da tempo affievolita. La moglie Alienor decide di accompagnarlo: fra di loro è rimasto solo un civile rispetto, dopo un tragico evento che ha messo alla prova la loro unità coniugale. A Stresa incontrano due giovani fratelli, Goffredo e Lavinia; il primo prossimo agli studi di architettura, la seconda afflitta da una strana malattia nervosa che la costringe a restare spesso a letto. Alienor decide di recuperare il suo senso materno ormai affievolito restando a Stresa con Lavinia, mentre Goffredo accompagnerà Alexandre in Italia alla scoperta del Borromini....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un architetto che inizialmente si dichiara un materialista, scopre che la sua ispirazione resta incompleta se non inserisce la forza di una luce soprannaturale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Eugène Green si avventura su temi alti, difficili da esprimere cinematograficamente. Un esercizio interessante ma riuscito a metà
Testo Breve:

Raiplay ha compiuto questo interessante recupero di La sapienza, sulla storia di un architetto che cerca la sua ispirazione professionale e la trova nelle forme spirituali del Borromini. Un film non per tutti i palati riuscito a metà

Alexandre, durante un discorso di ringraziamento in occasione di un premio ricevuto come riconoscimento alla sua opera, si era dichiarato un materialista, impegnato nei valori della laicità francese.    Si era sempre rifiutato di erigere delle chiese di qualsiasi religione; sono le fabbriche – a suo dire - le cattedrali del mondo moderno. Si tratta però di un’auto etichettatura che non rispecchia appieno il suo sentire: ne è una riprova l’ammirazione che Alexandre dice di nutrire per l’architetto Borromini e in particolare per come ha realizzato la chiesa di sant’Ivo alla Sapienza a Roma. Si tratta di uno spazio spirituale, come lui stesso lo descrive, che punta verso l’assoluto, attraverso una progressione che percorre prima lo spazio dimora degli angeli e infine si protende verso lo spazio divino, verso la sorgente della luce.

Alexandre ammira anche il Bernini, di cui apprezza quello stile particolare che gli consente sempre di imbrigliare forme dinamiche all’interno di figure geometriche, secondo una razionalità che sente in sintonia con una sensibilità francese e lui stesso si dichiara un Berniniano, ma non può fare a meno di riconoscere che il Borromini riesce a trasmettere qualcosa di più profondo anche se non è in grado di cogliere l’essenza della sua aspirazione.

Il suo giovane amico, aspirante architetto, ha invece le idee molto chiare: essere architetti vuol dire creare spazi da riempire di gente e di luce. La luce deve costituire una “presenza”, una presenza divina che può essere percepita da chi è credente ma anche da chi non lo è. Un’opera architettonica deve diventare “un tempio per tutte le religioni”.

Come si può vedere da questi brevi cenni della trama e delle conversazioni, il regista e sceneggiatore Eugène Green “punta in alto, affronta tematiche intellettuali impegnative che necessitano di una forma narrativa adeguata, un modo per riuscire a raccontare cinematograficamente non in prosa ma in poesia questa ricerca della sapienza e della bellezza. Ecco che il parlare dei protagonisti ha una cadenza lenta e solenne, guardando direttamente verso la telecamera. C’è abbondanza di piani fissi, gesti ieratici e lente carrellate lungo le pareti di diverse opere del barocco italiano per riuscire a coglierne la dinamica delle forme ma anche la serenità e la solarità delle sponde del lago Maggiore.

Si tratta quindi di un film non per tutti i palati ma interessante, a nostro avviso almeno nel  modo con cui il protagonista lotta interiormente nel dover scegliere fra un armonico e chiuso razionalismo (in termini architettonici: il cerchio e l’ellissi) e altre forme che esprimono una spinta verso l’alto, verso il trascendente.

E’ sintomatico il transito di Alexandre e di Goffredo per Torino e la loro analisi della Sindone; Anche se  riferisce a Goffredo che in base ad alcune analisi effettuate, il tessuto va datato intorno al  XII secolo, Alexandre si dichiara sinceramente turbato, come uomo e come architetto, da quel volto e da quei segni di sofferenza che provengono da un lontano  passato. Solo dopo una prolungata vicinanza con Goffredo, che non è appesantito, come lui, dalla sfiducia e dalla sofferenza che gli hanno procurato alcune vicende personali, comprende perché l’architettura del Borromini attrae tanto il suo animo: l’architetto ticinese  sembra aver trovato una perfetta armonia fra la sapienza  e la spinta verso l’infinito. Sembra forse pronto a concludere che fra i due elementi non c’è alcuna contraddizione, ma che la Sapienza è esattamente espressione del Divino, come viene ricordato fin all’inizio del film, citando La Bibbia:

La sapienza ..è  un riflesso della luce perenne (Sapienza 7,26)

L’obiettivo del regista è stato sicuramente ambizioso, un obiettivo raggiunto a metà, non solo per la forma narrativa scelta ma per certe libertà autoriali che si è concesso: una parentesi comica fuori luogo e un po’ razzista (ai danni di un turista australiano); il cameo interpretato dal regista stesso nei panni di un rifugiato caldeo, una rapida incursione nella  psicologia con l’inspiegabile malattia debilitante di Lavinia.

Il film è disponibile sulla piattaforma Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PETERLOO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/25/2019 - 12:43
 
Titolo Originale: Peterloo
Paese: GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 2018
Regia: Mike Leigh
Sceneggiatura: Mike Leigh
Produzione: BFI FILM FUND, FILM4, THIN MAN FILMS
Durata: 154
Interpreti: Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, Karl Johnson, Robert Wilfort

Nel 1819 le guerre napoleoniche erano finalmente terminate ma i veterani di guerra inglesi, tornati alle loro case, trovarono una situazione economica deteriorata. Le Corn Laws, leggi protezioniste a favore dei proprietari terrieri, avevano fatto lievitare il prezzo del pane; la rivoluzione industriale faceva sentire i suoi effetti nelle fabbriche tessili delll’area di Manchester, richiedendo sempre meno manodopera. Su questo malumore fece presa il movimento dei radicali, capeggiato da Henry Hunt, che tento di portare avanti alcune riforme elettorali volte a migliorare la rappresentanza in parlamento delle zone rurali ma il ricordo della rivoluzione francese era ancora vivido. Il 16 agosto 1819, in località St. Peter’s Field, a Manchester, si radunarono pacificamente circa 60.000 persone, incluse donne e bambini ma la magistratura locale, ordinò alle autorità militari di disperdere la folla. La cavalleria caricò con le spade sguainate e sul campo restarono almeno 15 morti, compreso un bambino e delle donne, oltre a 700 feriti. Il principe reggente (il re Giorgio III era insano di mente) applaudì alla fermezza delle forze dell’ordine ma i giornali del tempo parlarono apertamente di massacro....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una forte tensione morale spinge l’autore a ricostruire l’indifferenza dei rappresentanti della classe privilegiata del tempo nei confronti dei lavoratori e che portò al massacro di Peterloo
Pubblico 
Adolescenti
Una scena violenta in carcere e alcuni dettagli cruenti durante il massacro, anche se mai raccapriccianti
Giudizio Artistico 
 
Il regista inglese Mike Leight ricostruisce con grande rigore storico una pagina dolorosa della storia inglese fincheggiato da ottimi professionisti riguardo al casting, alla fotografia, ai costumi, alla scenografia
Testo Breve:

Il regista Mike Leight racconta con rigore storico ma anche con alta tensione morale, il  triste episodio dell’uccisione, nel 1819 a Manchester,  di pacifici dimostranti che si erano radunati per ottenere una maggiore rappresentanza parlamentare

Fin dalle prime sequenze cogliamo qualcosa in questo film, che non verrà mai meno nelle sue oltre due ore di durata: la percezione che qualcosa di reale sta accadendo e noi ne siamo testimoni. Sono molti i fattori che che ci portano a questa sensazione: l’ambientazione e i costumi pressoché perfetti ma sopratutto il casting: i popolani che parlano in dialetto, con i volti e il corpo segnati dalla consuetudine  ai lavori manuali e che indossano  i vestiti dismessi  della settimana oppure quelli puliti tenuti da parte per le grandi occasioni, come in quel fatidico 16 agosto 1819; gli uomini aristocratici, impeccabili nel loro tight neri, che si esprimono con frasi ben costruite, anche quando debbono esprimere giudizi violenti.  Mike Leigh si dilunga in alcune sequenze, sopratutto in quelle che descrivono il giorno del massacro, rischiando di mettere a repentaglio la tensione drammaturgica del film, proprio per darci il senso della presa su qualcosa che sta accadendo in quel momento. Il regista si è attenuto in modo estrememente rigoroso ai personaggi e ai fatti reali, così come risulta dai documenti storici e se alcuni critici hanno commentato il film negativamente, perché lo sviluppo della storia appare piatto, evita di alzare i toni proprio nelle sequenze più drammatiche, a nostro avviso ciò è dovuto al fatto che Mike Leigh ha privilegiato, la nuda cronaca rispetto all’ interpretazione della cronaca  e come succede nei fatti reali, ci si accorge dopo, quando gli eventi sono compiuti, del loro vero significato. In una delle sequenze finali, i cronisti dei vari giornali inglesi del tempo, presenti a quel raduno, si interrogano su come commentare l’accaduto e concludono che si è trattato di una carneficina. In quell’ora buia della democrazia  inglese, solo la libertà di stampa ne  usciva indenne, a indicare che non tutto era perduto.

Il racconto di Mike Leigh è tanto più mordace e accusatorio, quanto non traccia caricature dei responsabili ma li ritrae nella quotidità della loro insensibilità.

Ecco che i magistrati del tempo possono definire la pena di un cittadino a loro discrezione e condannare alla forca un uomo solo perchè ha rubato un cappotto; per lord Sidmouth, home secretary, è sufficiente una patata lanciata contro la carrozza del principe reggente per dichiarare sospeso l’habeat corpus (il caposaldo della diritto anglosassone che proclama l'inviolabilità personale, e il conseguente diritto dell'arrestato di venir giudicato da un magistrato). In quel fatidico 16 agosto, i magistrati si erano radunati in una sala prospicente la piazza per decidere sul da farsi.  La scena che segue è un capolavoro di ipocrisia: i magistrati conoscono la legge ma debbono trovare il modo di superarla, spinti dall’idea, radicata a quel tempo, che i lavoratori sono una classe inferiore e che va solo ben guidata. Alla fine tutto sfocia nel ridicolo: il capo della magistratura locale proclama a gran voce dalla finestra il Rioct Act , come prescritto dalla legge (ma nessuno, in quella piazza, può sentirlo) e in questo modo si sente autorizzato a consegnare allo squadrone di cavalleria l’ordine di dispredere la folla. L’insensibilità è annche la caratteristica  del generale John Bying, comandante dell’esercito del Nord d’Inghilterra, che ritiene più importante per lui, in quel giorno, esser presente all’evento mondano delle corse ippiche a York. Così anche lo sbrigativo giudizio del principe reggente sull’accaduto, che invia  un elogio ai magistrati di Manchester.

Il giovane trombettiere, reduce della battaglia di Waterloo,  che conosciamo nella primissima sequenza del film e che finisce infilzato dalla cavalleria in quel 16 agosto (il fatto è realmente accaduto), diviene il simbolo di quella tragedia, raccontato da Mike Leight con alto senso morale. Purtroppo non sempre si fa tesoro del passato: un altro film, Bloody Sunday, ha raccontato un evento che ha molte somiglianze con Peterloo: nella  domenica del 30 gennaio 1972, tredici uomini disarmati vennero uccisi dai soldati inglesi durante una pacifica manifestazione lungo le strade della cittadina nordirlandese di Derry. Gli ufficiali ricevettero un’orificenza dalla regina.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE STORY OF GOD CON MORGAN FREEMAN (Serie 1)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/13/2019 - 21:15
 
Titolo Originale: The Story of God with Morgan Freeman
Paese: USA
Anno: 2016
Produzione: National Geographic Channe, Revelation Entertainment
Durata: 2 serie per un totale di 9 puntate

Morgan Freeman ci fa da guida in varie parti del globo alla scoperta, assieme a noi, del senso di Dio nelle varie civiltà del mondo, sia quelle vive ancora oggi che quelle del passato

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questa serie di documentari sulle domande di fondo che l’uomo si pone nei confronti di Dio, non prende posizione ma mostra quanto l’anelito al soprannaturale sia molto vivo in tante parti del mondo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Morgan Freeman mette la sua simpatia al servizio di un’indagine che spazia per tutto il mondo cercando testimonianze utili all’indagine. Non sempre le interviste sono di valore, ma appaiono come pure curiosità, in forma di diversivo
Testo Breve:

Morgan Freeman gira per il mondo per scoprire come le varie civiltà attuali e del passato, siano andate alla ricerca di Dio. Non si favorisce nessuna risposta ma ci mostra come tutti gli uomini siano uguali in questa ricerca

Il simpatico attore afroamericano Morgan Freeman, premio Oscar nel 2005 per Million Dollar Baby, alla tenera età di 81 anni, ha deciso di girare il mondo per togliersi (e togliere anche a noi) una interessante curiosità: come rispondono e hanno risposto  in passato gli uomini alla domanda: c’è Dio? E se c’è, chi  è? Quali sono le principali conseguenze per la nostra vita se Dio esiste?

La serie di documentari, prodotta dalla rete televisiva National Geographic è arrivata alla terza stagione, che sarà disponibile nel 2019 su Sky/National Geographic . Le prime due sono ora disponibili su Netflix ma anche, parzialmente su Youtube, in lingua italiana.

Ogni puntata è come divisa in tre parti ed è proprio l’attore che ci fa da guida nel passato, nel presente e nel prossimo futuro. Freeman esplora le antiche civiltà con l’aiuto di archeologi (antichi egiziani, i Maja, Stonehenge, antica Roma, ..) ma interroga anche rappresentanti  delle attuali maggiori religioni (ebraismo, islamismo, cristianesimo, induismo, buddismo,..). Infine si rivolge ad alcuni scienziati che stanno facendo esperimenti per scoprire da dove proviene il nostro “senso di Dio”.

I temi che affronta, puntata dopo puntata, non sono di poco conto: cosa succede dopo la morte? Chi è Dio? C’è stata una creazione? Perché esiste il male? Sono avvenuti dei miracoli? Ovviamente non vuole rispondere a queste domande in termini filosofici ma cerca, attraverso una numerosa serie di interviste, di cogliere testimonianze dal vivo di chi crede in questi valori.

Quale sensazione complessiva possiamo ricavare da questi documentari? Indubbiamente la grande utilità di questo lavoro è dimostrare che domande di questo tipo sono attualissime, essenziali per la nostra vita e milioni di persone, in varie parti della terra, a dispetto di un generale disinteresse da parte dei media, se le stanno ancora ponendo. Per converso vedere risposte così diverse a quelle domande, in giro per il mondo, può generare una certa confusione oppure scetticismo riguardo alla speranza di avere una risposta univoca.

Morgan Freeman conduce bene questo interessante progetto (è produttore esecutivo) e sta bene attento, con simpatia, a non prendere le parti di nessuna delle varie tesi che gli vengono esposte dai testimoni. Ogni tanto, dalle sue frasi, sembra trasparire una certa preferenza per il sincretismo, quando dice che tutti veneriamo un unico dio, ma per fortuna non ne fa la bandiera del programma. Dispiace fra l’altro, che il cristianesimo sia la religione più trascurata; forse perché sa che il programma verrà visto soprattutto in Occidente, dove il cristianesimo è prevalente. La parte più debole di ogni programma è proprio l’ultima, dove si cerca di dare una risposta scientifica alle nostre domande di fondo, come quando lo stesso Freeman viene sottoposto a una TAC per scoprire quali lobi del cervello si attivano quando pensa a Dio.

Resta comunque il grande pregio di un programma che apre la mente, un invito al rispetto di tutti, di fronte a delle domande che ci accomunano in una tensione verso il trascendente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DRAGON TRAINER 3

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/08/2019 - 16:28
 
Titolo Originale: How to Train your Dragon: The Hidden world
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Dean DeBlois
Sceneggiatura: Dean DeBlois
Produzione: Dreamworks Animation/Mad Hatter Entertainment
Durata: 104

L’adolescente vichingo Hiccup vive sull’isola di Berk dove combattere i draghi è uno stile di vita. A differenza di suo padre Stoick l’Immenso, capo della tribù, il giovane ha idee progressiste e non crede che i draghi siano creature malvage. Quando Hic viene incluso nel “corso anti-drago” con gli altri giovani vichinghi Astrid, Moccicoso, Gambe di pesce, e i due gemelli Testa Bruta e Testa di Tufo, egli vede la possibilità di dimostrare il suo valore e di poter diventare un vero combattente. Quando incontra un drago ferito, una Furia Buia che soprannomina Sdentato, ne diventa amico. Ciò che inizialmente sembrava un’opportunità per dimostrare le sue qualità si trasformerà in un’occasione che segnerà il cambiamento per il suo popolo e le generazioni a venire.L’ultimo capitolo di una delle trilogie d’animazione più amate di tutti i tempi. I draghi buoni che affascinano e divertono grandi e piccoli sono tornati per un ultimo indimenticabile viaggio.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Anche questo capitolo, come i due precedenti, affronta i temi dell’amicizia e dell’amore in modo semplice e genuino. Inoltre viene introdotto il tema della crescita personale, del senso del sacrificio, dell’altruismo e della rinuncia a ciò che teniamo per il bene di chi amiamo.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Le sequenze dedicate all’innamoramento di Sdentato sono piccole pillole di risate contagiose che insegnano ai bambini il lato divertente dell’amore.
Testo Breve:

Al terzo film della serie, l'adolescente vichingo Hiccup è ormai cresciuto, è pronto per una grande impresa che porterà la pace nella sua isola ed è pronto anche..per l'amore 

Giunge al termine la straordinaria avventura di Hiccup e dei suoi amici. L’ultima parte della trilogia, iniziata nell’anno 2010 e tratta dai 12 libri di Cressida Cowel, soddisfa le aspettative regalando una storia che oltre al fantasy, racconta quanto sia difficile diventare adulti.

È trascorso un anno da quando il giovane Hiccup è divenuto capo di Berk realizzando finalmente il suo sogno: creare una città dove umani e draghi vivano pacificamente. Anzi, ora Berk è anche troppo popolata grazie al giovane re dopo le sue continue missioni di salvataggio dei draghi, sempre in sella al suo fidato Sdentato accompagnato dalla ritrovata madre e dai suoi migliori amici.

Ma quando si imbatte in una meravigliosa rarità di drago, la Furia Bianca, il destino di Hiccup e del suo amato destriero cambierà per sempre: il loro rapporto verrà messo in discussione ed il giovane capo comprenderà il peso delle responsabilità superando il contrasto con il padre, ricordandolo con nostalgia e facendo tesoro della sua saggezza.

Proprio per questo Hiccup si dedicherà alla ricerca del Mondo nascosto per salvare il suo popolo e proteggerlo dai pericoli che incombono; perfino le amicizie più profonde sono destinate a cambiare e talvolta ci si separa con la consapevolezza che il bene resta per sempre.

Anche in questo episodio ritroviamo gli amici affezionati che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare, nonostante le loro stravaganze: Gambe di pesce Ingerman, Moccioso Jorgenson ed i buffi gemelli combina guai, Testa di Tufo e Testa bruta Thortson.

Se i personaggi che fanno da contorno restano più o meno collocati nella stessa dimensione dei film precedenti, Hiccup è cresciuto. Nonostante l’handicap fisico (il ragazzo senza una gamba e il drago mancante di una parte dell’ala) entrambi capovolgono la propria situazione diventando ambedue leader man mano con il progredire della narrazione. Hiccup si dimostra intelligente e scaltro, rispetto al nemico (seppur più abile di quelli precedenti) ma soprattutto dimostra coraggio e umiltà chiedendo aiuto a chi lo circonda.

La lotta contro il male rappresentato da Grimmel il Grifagno, perfido cacciatore di draghi, in questo capitolo è quasi marginale, ciò che emerge è ben altro.

La paura di non essere all’altezza del padre, re Stoick, fa tentennare il giovane capo ma è qui che subentra l’amore, capace di consigliare senza mai scavalcare, e testimonia la crescita del personaggio di Astrid che dimostra di esser diventata la futura moglie perfetta per un giovane capo incoraggiandolo e facendogli ritrovare fiducia in sé stesso.

È così che l’amore rappresenta in questo epilogo la risposta tanto cercata. Astrid e la Furia Bianca segnano l’evoluzione, la fine di un’epoca ma, al tempo stesso, la crescita e il cambiamento.

Divertente e tenero il corteggiamento del drago Sdentato, più goffo che mai, alla ricerca dei consigli di Hic suo mentore ed amico. Straordinaria la sequenza del Mondo nascosto, residenza di nascita dei draghi fino a quel momento solo raccontata come leggenda, con una quantità di colori pastello e fluo arricchiti da magnifici dettagli che incantano e lasciano a bocca aperta.

Il tutto accompagnato dalla bellissima colonna sonora di John Powell, già compositore delle musiche dei primi due film per il quale aveva ricevuto la candidatura all’Oscar nel 2010.

Per i più affezionati alla saga, su Boomerang si può trovare la quinta stagione della serie ispirata ai film intitolata 'Dragons: oltre i confini di Berk'.

Il film si conclude facendoci emozionare e trasmette un chiaro messaggio: non sempre ciò che desideriamo e ciò che è giusto combaciano. Talvolta, nonostante la dedizione e l’impegno, siamo costretti a lasciare andare ciò che ci sta più a cuore.

È solo nel vero amore che risiede il motore per il miglioramento di sé.

 

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAPTAIN MARVEL

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/07/2019 - 22:54
 
Titolo Originale: Captain Marvel
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Anna Boden e Ryan Fleck
Sceneggiatura: Anna Boden, Liz Flahive, Ryan Fleck, Meg LeFauve, Carly Mensch, Nicole Perlman, Geneva Robertson-Dworet
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 124
Interpreti: Brie Larson, Samuel L. Jackson, Ben Mendelsohn, Judd Law Clark Gregg

Vers è uno dei guerrieri della Starforce dei Kree, in lotta con gli alieni mutaforme Skrull. Quando viene presa prigioniera e giunge sulla terra, però, scopre che i suoi pochi ricordi vengono proprio da lì. Solo unendo le forze con Nick Fury e il neonato Shield potrà forse trovare la spiegazione di chi è veramente…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La nostra eroina è una donna concreta, che usa i suoi superpoteri con compassione per proteggere i più deboli.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Tra guerre interstellari e ricerche di fonti di energia potentissime, alieni che sembrano terroristi ma forse sono soltanto profughi in cerca di una casa, la storia di Carol/Vers è una scoperta di se stessa, che passa attraverso la riconquista del passato e la demolizione di alcune verità date troppo facilmente per scontate,
Testo Breve:

Marvel lancia il messaggio contro una cultura maschilista e che è giunto il momento per le ragazze di non farsi più dire dagli altri cosa fare e come lo devono fare, solo così potranno usare fino in fondo il potere che è già in loro.

Capitolo XXI della lunga saga che compone l’universo supereroistico della Marvel, Captain Marvel è anche il primo della serie che ha come protagonista assoluta una donna e un tassello imprescindibile sul percorso che terminerà a maggio con Avengers End Game. In questo senso il film gioca un ruolo simile a quello di Balck Panther lo scorso anno.

Proprio il confronto con quel film, uno dei migliori dell’universo Marvel a parere di chi scrive, è illuminante per capire la genesi e l’identità di Captain Marvel. Se Black Panther era pensato ed è compiutamente riuscito ad essere, non solo un blockbaster dai grandi effetti speciali, ma anche un evento culturalmente rilevante per il pubblico di colore, che finalmente trovava un eroe e un mondo con cui identificarsi, Carol Danvers, alias Captain Marvel, mira consapevolmente alla platea di ragazzine stufe di farsi dire che non possono fare certe cose.

Carol Danvers, lo scopriamo a poco a poco attraverso i ricordi che gli Skrull, catturandola, le fanno emergere, è stata una bambina testarda, amante della velocità e sprezzante del pericolo, un pilota coraggioso e audace (un po’ nello stile delle reclute di Top Gun), costretta a lottare con un mondo ancora molto maschilista deciso a metterla al suo posto.

Le cose non sono molto diverse tra i Kree, dove il suo comandante e mentore Yon Rogg (Jude Law) le ricorda sempre di tenere a bada i sentimenti che rischiano di offuscare la ragione e le impediscono di utilizzare al meglio i suoi poteri. È interessante da questo punto di vista il confronto con l’apprezzamento dimostrato da Nick Fury (un Samuel L. Jackson ringiovanito dal computer e membro di un ancora giovane Shild) per un giovane sottoposto che trova nell’istinto giusto la ragione per non obbedire agli ordini.

Quello che vuole dirci la Marvel (e lo fa, ammettiamolo, con una convinzione un po’ ridondante), è che è giunto il momento per le ragazze di non farsi più dire dagli altri cosa fare e come lo devono fare, solo così potranno usare fino in fondo il potere che è già in loro.

Tra guerre interstellari e ricerche di fonti di energia potentissime (risalta fuori il Tesseract, una delle gemme dell’infinito che ha attraversato vari film Marvel), alieni che sembrano terroristi ma forse sono soltanto profughi in cerca di una casa (ogni riferimento all’attualità è certamente voluto), la storia di Carol/Vers è una scoperta di se stessa, che passa attraverso la riconquista del passato e la demolizione di alcune verità date troppo facilmente per scontate, anche attraverso il confronto con l’antagonista skrull Talos.

Se la Marvel arriva seconda a mettere al centro di un film una supereroina (lo ha fatto prima la DC Comics con Wonder Woman), lo fa con una “agenda” assai più pronunciata, tanto che talvolta si è tentati di suggerire agli autori di andarci un po’ più leggeri.

In fondo la vera scoperta di Carol è quella di una forza che non sta in una intelligenza staccata dai sentimenti, ma nel riscoprirsi umana, e per questo fatta più di aspirazioni e desideri (Più lontano, più veloce, più in alto!) che di perfezione raggiunta. E questo è qualcosa che può valere per tutti.

Ad alleggerire il tutto, per fortuna, ci pensano i soliti siparietti comici della Marvel, l’ultimo cameo del defunto Stan Lee e una gatta rossa che è molto più di quello che sembra e che svolgerà un ruolo inaspettato nella storia.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALITA - L'ANGELO DELLA BATTAGLIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/28/2019 - 16:24
 
Titolo Originale: Alita: Battle Angel
Paese: USA, Canada, Argentina
Anno: 2019
Regia: Robert Rodriguez
Sceneggiatura: James Cameron, Laeta Kalogridis
Produzione: Twenty Century Fox, Lightstorm Entertainment
Durata: 120

La giovane Alita si sveglia senza ricordi. Scoprirà il suo passato da combattente, con l’aiuto del Dott. Dyson, pronta a proteggere chi ama quando i padroni di Iron City le daranno la caccia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Seppur un cyborg guerriero Alita è un’adolescente alla scoperta del mondo, delle sue gioie e dei suoi pericoli ma resta un animo buono, dove gli ideali e le sue intenzioni sono sempre ben chiare.
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza dovute allo scontro tra cyborg (anche un cane resta coinvolto) ma il tutto è reso fruibile e chiaramente appartenente ad un mondo fantastico.
Giudizio Artistico 
 
Un capolavoro di effetti speciali. Ma la sceneggiatura è un collage di racconti fantastici già visti
Testo Breve:

Il regista James Cameron (Titanic), in attesa di realizzare il sequel di Avatar, mette in pellicola il manga di Alita, una cyber-adolescente superdotata.  Eccezionale qualità di immagini per una storia poco interessante

Nell’ anno 2563 il pianeta Terra paga ancora le conseguenze dell'ultima grande guerra combattuta più di 300 anni prima.

L’unica a non averne risentito è Zalem, ultima delle città sospese ricca e prospera a discapito della sottostante “città di ferro” usata soprattutto come discarica dei rifiuti. È qui che il Dott. Dyson ritrova la testa di un cyborg, stranamente in ottime condizioni, gli dona un nuovo corpo e se ne prende cura come fosse una figlia.

Mentre cerca di ricordare il suo passato, Alita esplora la città in compagnia di Hugo, patito di Motorball, uno sport adrenalinico molto amato seppur pericoloso ma che rappresenta tra i giovani l'unica porta d'accesso per entrare a Zalem. È così che Alita scopre e fa scoprire le sue capacità nascoste poiché i ricordi affiorano ogni volta che combatte i pericoli incontrati per strada e riacquista la memoria ritornando ad essere una vera guerriera andando incontro al proprio destino.

Alita, adattamento del manga degli anni novanta,  come tutte le protagoniste dei cartoni orientali, ha occhi grandi ed espressivi resi scintillanti, sognanti, pieni di vita dalla tecnologia utilizzata ed è stato girato con la stessa combinazione di riprese dal vivo e CGI  e facial motion capture usata in Avatar.

In attesa del grande di ritorno di Avatar per fine 2020, Cameron produce un nuovo lungometraggio capace di stimolare l’immaginazione, come solo lui sa fare, di ragazzi e adulti affidando la regia al creatore di Sin City, Robert Rodriguez.

Il creatore di Terminator non poteva che innamorarsi del progetto, scritturato già 20 anni fa.

Il manga da cui è tratto il film, ha catturato l’attenzione di milioni di adolescenti in tutto il mondo forse perché è facile immedesimarsi nella protagonista, paragonabile ad una bambina che si ritrova improvvisamente in un corpo da ragazza, alla ricerca di sé stessa, una metafora sempre attuale.

Alita ci tiene sempre al suo fianco mentre pian piano scopre la città intorno a sé facendoci immergere in un viaggio alla scoperta delle cose belle che può offrire il mondo. Se il suo creatore, Yukito Kishiro, l’aveva immaginata in un contesto post apocalittico e oscuro, il film rende il personaggio coraggioso, elegante facendoci scordare che  si tratta di un cyborg.

I movimenti sinuosi, le animazioni perfette regalano allo spettatore scene d’azione ben riuscite e coreografate oltre a degli effetti speciali clamorosi.

Per chi sa cogliere qualcosa in più oltre la sinossi, Alita – L’angelo della Battaglia racconta ben altro. Perché ci ritroviamo adolescenti nel riscoprire la gioia dei sapori provati per la prima volta come accade a lei in compagnia di Hugo, dei giri in moto insieme e l’incertezza dello scoprirsi innamorati. Quando si mette alla prova sui roller, quando viene sfidata e derisa, quando ha paura e si sente persa ma soprattutto quando comprende di essere abile nel Panzer Kuntz, un’arte marziale dimenticata e invincibile.

Come tutte le eroine, Alita sconfigge il male anche se questo significa far preoccupare i suoi cari.

Zalem non viene mai svelata né ai personaggi né allo spettatore lasciandoci curiosi di vedere nel prossimo film cosa nasconde e creando ancora più empatia con la protagonista, tifando per lei dall’inizio alla fine.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COPPERMAN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/14/2019 - 16:57
 
Titolo Originale: Copperman
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Eros Puglielli
Sceneggiatura: Riccardo Irrera, Paolo Logli, Alessandro Pondi, Mauro Graiani
Produzione: ELIOFILM CON RAI CINEMA, IN ASSOCIAZIONE CON NOTORIOUS PICTURES
Durata: 94
Interpreti: Luca Argentero, Antonia Truppo, Galatea Ranzi

Anselmo è un ragazzino con un leggero ritardo cognitivo, che vive con la madre Gianna in un paesino della campagna italiana. Emarginato a scuola, fa amicizia con Titti, una bambina orfana di madre, che vive in una sorta di catapecchia insieme al padre violento. Anselmo cresce con l’idea che suo padre, che se n’è andato di casa prima della sua nascita, sia un supereroe e così, una volta adulto, assume l’identità segreta di Copperman, l’uomo di rame che combatte il crimine e corre in soccorso dei più deboli. Con l’aiuto di un burbero fabbro e di una banda di amici squinternati, Anselmo si ergerà a paladino della sua cittadina e proverà a conquistare finalmente Titti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista, leggermente ritardato, mantiene anche da adulto, la purezza e la semplicità di sguardo di un bambino, che riesce a trasfigurare le cattiverie di chi gli sta intorno
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche accenno di violenza, ma quasi sempre fuori campo e poco insistito.
Giudizio Artistico 
 
Efficace l’effetto fiabesco del film, ottenuto con una scenografia un po’ retrò, fatta di colori pastello e di forme geometriche, ma, con l’esclusione del protagonista interpretato da Luca Argentero, gli altri personaggi sono delineati meno bene e sono più “tipi”, che “caratteri”.
Testo Breve:

Anselmo, un giovane con un leggero ritardo cognitivo, si costruisce un mondo tutto suo e diventa Copperman, che corre in soccorso dei più deboli. Una favola fuori dal tempo e più per adulti che per ragazzi

Il film di Eros Puglielli è una favola fuori dal tempo e dallo spazio. Girato in Umbria, a Spoleto, non fornisce in realtà allo spettatore alcuna coordinata specifica. A questo effetto fiabesco concorrono una scenografia un po’ retrò, fatta di colori pastello e di forme geometriche, e una galleria di personaggi che sembrano tutto fuorché moderni. La scelta della palette cromatica e l’insistenza sulla figura del cerchio non sono casuali, ma riflettono la forma mentis di Anselmo che, anche da adulto, mantiene la purezza e la semplicità di sguardo (e di cuore) di un bambino. Non a caso, le atmosfere rarefatte e quasi surreali del film hanno spinto molti a paragonare, pur con le relative differenze, Copperman a Il Favoloso Mondo di Amélie di Jeunet.

Argentero si cala abbastanza bene nel difficile ruolo del Forrest Gump italiano, che deve suscitare simpatia senza risultare ridicolo e senza generare nello spettatore quella sorta di distacco pietoso che un protagonista ritardato rischia di provocare. Gli altri personaggi sono delineati meno bene e risultano, quindi, un po’ schematici. Più “tipi”, insomma, che “caratteri” veri e propri. Basti pensare al fabbro del paesino che costruisce l’armatura di Copperman e che, in realtà, è un uomo in fuga dopo aver ucciso gli assassini della moglie; alla madre di Anselmo, la dolce proprietaria di una piccola libreria; oppure ancora al padre di Titti, un alcolizzato violento, che va in giro su un’auto sgangherata e spara a salve contro chiunque osi contraddirlo. Per quanto riguarda il casting, risulta particolarmente interessante la scelta di Antonia Truppo, che veste i panni di Titti adulta, mettendo in scena una sorta di “donna angelo” alternativa, sottomessa al padre ma, allo stesso tempo, affascinata da Anselmo e incapace di stargli lontana. Meno azzeccata è invece la scrittura degli amici di Anselmo, un gruppetto di persone affette da vari disturbi psichici e della personalità, ma talmente calcati nelle loro manie da riuscire a strappare soltanto qualche risata a denti stretti e, questa volta sì, totalmente distaccata.

Copperman è, innanzitutto, una commedia, venata di ironia e con qualche punta drammatica. Cade totalmente in errore chi vi si accosta sperando di trovare un film di supereroi (un altro  Lo chiamavano Jeeg Robot, per intenderci). Niente di più diverso. In questo caso, infatti, Copperman non è altro che il personaggio che Anselmo si inventa per relazionarsi alla realtà. Non è dunque dotato di alcun potere speciale, ma soltanto di un pesante costume in rame, una manciata di gadget “alternativi” e tanto coraggio. Per questo motivo, Copperman rimane un film per adulti, che difficilmente può essere apprezzato e compreso dai ragazzi più giovani. Ma va comunque riconosciuto come un tentativo apprezzabile di svecchiare e innovare il cinema italiano.

Autore: Cassandra Albani
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DERRY GIRLS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/05/2019 - 22:32
 
Titolo Originale: Derry Girls
Paese: United Kindom
Anno: 2018
Regia: Michael Lennox
Sceneggiatura: Lisa McGee
Produzione: Hat Trick Productions
Durata: sei ountate di 22' su Netflix
Interpreti: Saoirse-Monica Jackson, Nicola Coughlan, Louisa Harland , Jamie-Lee O'Donnell, Dylan Llewellyn

Erin è una ragazza di 16 anni che negli anni ’90 vive a Derry, nel Nord dell’Irlanda e frequenta assieme a sua cugina Orla un liceo retto da suore cattoliche. E’ il primo giorno di scuola e l’amica Michelle presenta loro suo cugino James, appena arrivato dall’Inghilterra che frequenterà, unico maschio, il oro collegio femminile, per evitare problemi con altri ragazzi irlandesi. Al gruppo si unisce anche Clare, che sta digiunando tutto il giorno in segno di solidarietà con i poveri bambini dell’Africa. La giornata inizia con un’ottima notizia: nella notte c’è stato un attentato sul ponte che porta in città è c’è una seria possibilità che lo scuolabus non possa arrivare a destinazione....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Delle brave insegnanti suore e dei simpatici genitori sanno tenere a bada quattro ragazze un po’ irrequiete
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio sboccato
Giudizio Artistico 
 
Le sei puntate scivolano veloci, sostenute da un fuoco d’artificio di battute, malintesi, imprevisti
Testo Breve:

Nella cattolica Derry durante il confitto nordirlandese quattro ragazze trascorrono la loro adolescenza con un po’ di incoscienza ma tanta allegria e sempre con grande spirito di solidarietà fra di loro

“Il mio nome è Erin Quinn, ho sedici anni e vengo da un posto chiamato Derry o Londonderry, dipende dalle vostre convinzioni; un angolino problematico del nordovest dell’Irlanda. E’ giusto dire che ho un rapporto piuttsto complicato con la mia città natale. Vedete, il problema di vivere a Derry è che non c’è un posto dove nascondersi. Tutti conoscono tutti e conoscono tutto di tutti”. E’ questo il commento di sottofondo con cui inizia questa fiction in sei puntate disponibile su Netflix, mentre scorrono le immagini dall’alto di Derry e di camionette dell’esercito inglese che percorrono le sue strade.

Continua la nostra indagine sui serial TV del 2018 che descrivono il mondo degli adolescenti ma è meglio chiarire subito che questa fiction inglese ha una particolarità: fa morire dal ridere. L’autrice, Lisa McGee ha realmente vissuto la sua adolescenza a Derry negli anni ’90, cioè ai tempi del cosidetto The Troubles (il conflitto nordirlandese) e ricostruisce il suo passato con il filtro dell’affetto che ha conservato per le sue compagne, per le suore del collegio, la sua famiglia. Anche le tensioni del conflitto sono state rilette alla luce dello spirito goliardico di una ragazza che a quel tempo aveva sedici anni: un attentato al ponte viene subito visto come occasione per evitare di andare a scuola e i posti di blocco dei soldati inglesi sono pretesti fra le compagne per discutere su quale soldato sia il più carino.

Il serial ha una struttura a Sit Com, ogni puntata è di venti munuti e le le battute fra i protagonisti costituiscono un fuoco di artificio che porta avanti con brio la spirale di pasticci che le ragazze riescono a combinare (sono dei Gianburrasca in gonnella). Sembra ogni volta che la situazione sia andata completamente fuori controllo ma alla fine grazie anche alla burbera suor Michael, che sembra essere l’unica che abbia la testa a posto e conosca le sue ragazze, tutto si sistema. C’è in effetti da sperare poco di buono da una ragazza come Michelle, sempre pronta a lanciarsi con irruenza in una nuova avventura mentre Erin proclama con forza i suoi diritti di adolescente davanti a sua madre salvo poi tornare subito indietro (“oggi giorno anche i figli possono divorziare dai propri genitori!”). Clare, spaventata sempre di tutto, finisce per venir inesorabilmente trascinata dalle altre mentre James ha problemi più prosaici: nel college non c’è una toilette per i maschi. Le quattro ragazze hanno un linguaggio sboccato che serve loro per lasciare intendere che sono esperte del mondo ma in realtà i loro amori sono solo frutto di fantasia e di sospiri per il ragazzo della porta accanto.

Ma il serial vuole raccontare qualcosa di più che le avventure di quattro adolescenti un po’ irrequiete: ogni puntata mette in luce temi dolorosi che sono ancora attuali e li affronta con un’ironia dissacratoria che non vuol sottovalutare certi problemi ma sembra piuttosto volerli, porre nella giusta dimensione, dal momento che ciò che conta realmente è l’amicizia, gli affetti familiari e la solidarietà sociale.

Ecco quindi che forse non è umano dividersi per dei conflitti religiosi, scegliere la soluzione della resistenza terroristica, proclamare subito un miracolo perché una statuetta sembra lacrimare, perdere un’amica perché ha inclinazioni omosessuali.

Il serial è disponibile sulla piattaforma Netfix in lingua inglese con sottotitoli in italiano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MIA E IL LEONE BIANCO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/24/2019 - 19:08
 
Titolo Originale: Mia et le lion blanc
Paese: Francia, Sudafrica e Germania
Anno: 2019
Regia: Gilles de Maistre
Sceneggiatura: Prune de Maistre e William Davies
Produzione: FILM AFRIKA WORLDWIDE
Durata: 98
Interpreti: Daniah De Villiers, Mélanie Laurent e Langley Kirkwood

Mia si è da poco trasferita in Sudafrica, dove suo padre porta avanti un allevamento di leoni e sta per aprire un Bed & Breakfast. Ma alla ragazzina mancano la sua scuola e gli amici londinesi e fa fatica ad adattarsi alla sua nuova vita. Non sembra cambiare nulla neppure quando, una mattina di Natale, il padre di Mia si presenta con un cucciolo di leone bianco: è un evento molto raro, ma Mia non ha intenzione di condividere la gioia del resto della famiglia. Il cucciolo, però, pian piano abbatte le difese della ragazzina e tra Charlie – così viene chiamato il leone – e Mia nasce un’amicizia intensa. Il tempo trascorre finalmente felice, ma Charlie cresce e i genitori di Mia sono sempre più preoccupati del rapporto ormai molto stretto che la ragazzina ha con il leone adulto. Presto Mia sarà messa di fronte a delle verità scomode che le erano state taciute, e dovrà decidere fin dove è disposta ad arrivare per salvare un amico …

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una ragazza di 14 anni di fronte al crollo del mito dell’eroe paterno, sa diventare lei stessa l’eroina della sua storia e a prendersi la responsabilità di fare la scelta giusta.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film beneficia di splendide riprese tra gli animali delle pianure africane e la storia, anche se priva di originalità, appare abbastanza ben costruita.
Testo Breve:

Una bambina cresce assieme a un cucciolo di leone e diventano molto amici. Una storia ben raccontata che pone l’accento sul tema, molto attuale, della salvaguardia degli animali selvatici

Dalla Francia (con la partecipazione di Sudafrica e Germania) arriva un nuovo film formato famiglia che si inserisce nella lunga tradizione di storie di amicizia tra bambini e animali adattate al grande schermo. Al posto di cani, cavalli o lupi, però, la protagonista qui fa amicizia con un leone. Di conseguenza, Mia e il leone bianco non si limita a raccontare l’evoluzione del rapporto sempre più stretto tra bambina e predatore, ma offre anche tutta una serie di spunti tematici circa l’allevamento in cattività di animali selvatici e la salvaguardia della loro specie. Da questo punto di vista, il film è sorprendentemente equilibrato nel dosare l’approccio animalista alla storia: lo spettatore viene, sì, invitato a riflettere sulle conseguenze della caccia legalizzata, ma non si ha mai l’impressione che questa sia la sola preoccupazione del regista o degli sceneggiatori.

La storia raccontata, di per sé, è estremamente lineare e – anche se priva di originalità – appare abbastanza ben costruita. La prima parte forse manca un po’ di ritmo, poiché viene dato fin troppo spazio al racconto della “fase ribelle” di Mia e gli eventi cardine della storia si scatenano un po’ a rilento. Tuttavia, nella seconda metà il film si riprende, mettendo la protagonista in viaggio e virando un poco di più sul genere dell’avventura.

Per quanto concerne i personaggi, è un peccato che venga poco approfondito il rapporto tra Mia e il fratello Mick, che ha problemi di ansia e attacchi di panico seguiti a un episodio del passato. Interessante è, invece, il conflitto crescente che si crea con il padre. Mia, infatti, va gradualmente incontro ad un tipo di trauma – seppure naturale e sano – che ogni spettatore ha sperimentato nella sua vita: la scoperta che anche i genitori sono fallibili. Il crollo dell’eroe paterno e la delusione nello scoprire i suoi sbagli spingono, però, Mia a diventare lei stessa l’eroina della sua storia e a prendersi la responsabilità di fare la scelta giusta. Mia e il leone bianco è, dunque, uno di quei film che – anche per le splendide riprese tra gli animali delle pianure africane – piacerà facilmente ai bambini e magari pure a qualche genitore.

Autore: Rachele Mocchetti
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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