STILL ALICE

201499 min10+  

Alice ha 50 anni, svolge una professione che le dà piena soddisfazione (è professoressa di Linguistica presso la Columbia University) e vive in una famiglia a cui dà e riceve molto affetto (è sposata con tre figli ormai grandi). Dopo alcune analisi le viene diagnosticato il morbo di Alzheimer. I suoi familiari la colmano di attenzioni ma Alice ha davanti a se un lungo cammino in discesa: dovrà abbandonare la sua professione e alla fine non sarà più in grado di riconoscere chi le sta davanti…

Alice ha cinquant’anni ed è afflitta da una forma precoce del morbo di Alzheimer. Gli effetti della malattia vengono analizzati giorno per giorno grazie all’interpretazione eccezionale di Julianne Moore ma lo stile narrativo adottato risulta poco coinvolgente 


Valori Educativi



Alice, afflitta dal morbo di Alzheimer, è sostenuta dai suoi familiari e la tentazione dell’eutanasia viene superata

Pubblico

10+

Non ci sono scene particolari da segnalare ma l’argomento non sembra adatto ai più piccoli

Giudizio Artistico



Julianne Moore ci offre un’interpretazione eccezionale ma sono poco approfondite le personalità dei familiari che si muovono intorno a lei

Cast & Crew

La Nostra Recensione

Nel recente La teoria del tutto abbiamo visto come la malattia, gravemente limitante nel fisico, di Stephen Hawking, il celebre scienziato inglese, sia stata combattuta e gestita nel migliore dei modi. Il suo libro più famoso fu scritto proprio quando lui ormai poteva muovere un solo dito.

Per l’Alzheimer, la malattia che ha colpito Alice in modo precoce a cinquant’anni, la situazione è in qualche modo più drammatica: il fisico non viene intaccato ma è la mente che perde progressivamente le sue capacità cognitive e la persona colpita, finché riesce ad essere cosciente a se stessa, si accorge del suo inesorabile procedere verso l’inutilità e del peso crescente  che arreca alle persone che le stanno intorno.

Questo film è un modo di vivere “dentro” la malattia: è la cronaca, mese per mese di ciò che accade ad Alice, visto con i suoi stessi occhi. Le sue visite al dottore, i suoi piccoli trucchi per mantenere sempre attiva la memoria. Nella prima fase Alice si rivela ancora combattiva e accetta la sfida di parlare a una conferenza sulla sua malattia. Intorno a lei tutti si comportano come ci si dovrebbe aspettare. Il marito è premuroso, anche se, per i suoi numerosi impegni di lavoro, finirà per ingaggiare una badante che possa stare in casa con Alice nei periodi in cui lui è via. Delle figlie, solo la più piccola si mostra più premurosa. Senza impegni sentimentali e con un lavoro precario (sta cercando di affermarsi come attrice di teatro) passa più tempo con lei, a volte  litigando, poi chiedendo scusa oppure leggendole qualche brano di drammaturgia.

Lo sconforto non viene mai a galla in modo palese ma prende la via di azioni concrete. In due momenti viene presa in considerazione l’eutanasia. Alice registra sul suo PC un promemoria per se stessa indicando dove ha nascosto in casa certe pillole letali. Il progetto non avrà seguito per l’incapacità cronica di Alice, mesi dopo, di seguire quelle semplici istruzioni. Il marito, in un momento in cui si trova da solo con Alice, le chiede se si è stancata di quella vita. Alice non comprende la domanda e il marito non insiste.

Il film cerca di distinguersi dai tanti già realizzati su questa malattia cercando di coinvolgere lo spettatore in questo progressivo viaggio verso il vuoto. E’ un intento riuscito solo in parte. Il film può contare sulla recitazione strabiliante di Julianne Moore, che ha la capacità di trasferire sul suo volto la progressiva invasività della malattia. Meno curata invece l’interazione fra lei e gli altri componenti della famiglia.  La figura del marito è la meno sviluppata (eppure si tratta di Alec  Baldwin), preso in conflitto irrisolto fra l’attenzione verso la moglie e la necessità di non ridurre i suoi impegni di lavoro.  Lo stile narrativo è complessivamente discreto, quasi pudico e ci mostra un lento avanzare, senza strappi, verso ciò che deve inesorabilmente accadere. Ma Alice sembra più circondata di gentilezza che di affetto. E’ vero che l’ultima parola che Alice riesce a proferire coscientemente è “amore” rivolta a Lydia (Kristen  Stewart), cato ma è la mente che perde progressivamente le sue capacità cognitive e la persona colpita, finché riesce ad essere cosciente a se stessa, si accorge del suo inesorabile procedere verso l’inutilità e del peso crescente  che arreca alle persone che le stanno intorno.

Questo film è un modo di vivere “dentro” la malattia: è la cronaca, mese per mese di ciò che accade ad Alice, visto con i suoi stessi occhi. Le sue visite al dottore, i suoi piccoli trucchi per mantenere sempre attiva la memoria. Nella prima fase Alice si rivela ancora combattiva e accetta la sfida di parlare a una conferenza sulla sua malattia. Intorno a lei tutti si cl’unica figlia che l’ha realmente accudita, a sottolineare la vittoria del prendersi cura rispetto ad altre soluzioni più sbrigative ed egoiste, ma sembra quasi che ogni familiare abbia fatto, per Alice, quello che era giusto aspettarsi da loro, evitando accuratamente di venir coinvolti emotivamente. Sorgono inoltre dei dubbi sulla rappresentazione di un decorso così progressivo e “dolce” della malattia. In altri film, come Una sconfinata giovinezza del nostro Pupi Avati, è stato ricordato come sia possibile aspettarsi, dal malato, anche fasi di reazione violenta.

Autore: Franco Olearo

Altre Informazioni

Titolo Originale Still Alice
Paese USA
Etichetta
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