IO SONO LEGGENDA

Il virus del morbillo, geneticamente modificato, sembrava essere la cura definitiva per il cancro. Invece, in pochi mesi, ha sterminato la stragrande maggioranza dell’umanità. Chi non è morto si è trasformato in un vampiro assetato di sangue. Solo un uomo è sopravvissuto, immune, al contagio. Il suo nome è Robert Neville, vive in una New York post-apocalittica e la sua unica ragione di vita è trovare la cura per il virus che ha infettato le torme di vampiri che gli danno la caccia.

Valori Educativi



Io sono leggenda parla della speranza,e della fede (esplicitamente religiosa) perché lei sola può “illuminare l’oscurità” e alimentare la fiducia in un nuovo inizio, in un altro futuro possibile.

Pubblico

14+

Molte scene cariche di tensione e violenza, alcune inquadrature disturbanti, ma mai gratuite e sempre nei confini del genere horror.

Giudizio Artistico



Il particolare fascino empatico dell’attore afroamericano e il suo sempre più raffinato talento ha permesso al film di attrarre l’interesse di un vasto pubblico

Cast & Crew

La Nostra Recensione

Al suo apparire nel 1954, il romanzo di Richard Matheson alla base di questo blockbuster interpretato da Will Smith aveva rivoluzionato il genere vampiresco: non più isolati conti Dracula o Nosferatu perseguitati da un cacciatore di vampiri in un mondo “normale”, bensì un intero mondo di vampiri che danno la caccia ad assediati sopravvissuti in fuga. Da quel momento quest’idea di Matheson (come accaduto a molte altre idee del geniale scrittore statunitense) fu saccheggiata da intere generazioni di registi e sceneggiatori horror (George Romero, con tutte le sue notti o giorni o albe o terre dei morti viventi ci ha costruito sopra un’intera carriera). Di adattamenti dichiarati del romanzo di Matheson ne esistevano già due – L’ultimo uomo della terra (del 1964, con Vincent Price, ambientato a Roma) e Occhi bianchi sul pianeta terra (The Omega man, del 1971, con Charlton Heston, ambientato a Los Angeles) – ma quest’ultimo, fin dal titolo, si candidava ad essere il più fedele.

Tuttavia gli sceneggiatori (Protosevich ha già firmato Poseidon, del 2006; Goldsman, uno degli sceneggiatori di riferimento ad Hollywood – a lui, amaro privilegio, sono stati non a caso affidati gli adattamenti dei danbrowniani Codice da Vinci e Angeli e Demoni – ha vinto l’Oscar per A Beautiful Mind e ha firmato alcuni dei maggiori successi degli ultimi anni, fra cui Il cliente e Io, robot, (quest’ultimo recensito in Scegliere un film 2005)hanno ripercorso alcune strategie di adattamento dei due precedenti film (l’ambientazione metropolitana invece che quella di un piccolo paese di provincia; un protagonista scienziato al posto di quello, nel romanzo, del tutto neofita di virologia e costretto a imparare dopo essere diventato l’ultimo uomo sulla terra) e hanno escogitato un finale molto diverso da quello scritto da Matheson, giudicato forse troppo amaramente paradossale per un film costato circa 150 milioni di dollari e costretto ad incassarne, come del resto sta facendo, almeno il triplo.

Il film – diretto da Francis Lawrence, precedentemente dietro la macchina da presa per quell’horror fantateologico che era Constantine (recensito in Scegliere un film 2005) – è un one-man horror: l’unico attore veramente in scena è Will Smith (Emma Thompson ha un semplice cammeo nei pandoriani panni della dottoressa Krippin, che voleva curare il cancro e invece darà il nome ad un morbo che rischierà di estinguere la specie umana, e il personaggio interpretato da Alice Braga è esclusivamente funzionale alla svolta finale del film). Il particolare fascino empatico dell’attore afroamericano (analogo a quello di Tom Hanks, che non a caso era già riuscito a cimentarsi con successo in un one-man film come Cast Away) e il suo sempre più raffinato talento (l’esperienza con il nostro Muccino in La ricerca della felicità, dell’anno scorso, gli ha per sua stessa ammissione fatto fare un bel salto qualitativo) ha permesso al film di attrarre l’interesse anche di un pubblico che avrebbe potuto tenersi alla larga da un film di soggetto vampiresco (ma il film resta comunque sconsigliabile a chi è impressionabile da situazioni o scene horror). Senza svelare il finale (del film: il libro, come detto, ha tutt’altra conclusione e dunque tutt’altra filosofia di fondo) si può dire che Io sono leggenda parla della speranza, parola che sta emergendo come sempre più nevralgica per i nostri tempi. Riflettendo alcune ansie tipicamente americane (ma ormai non solo) racconta un mondo in cui la civiltà è assediata dalla barbarie, dove il nemico non accetta la discussione ragionevole, dove solo la fede (esplicitamente religiosa) può “illuminare l’oscurità” e alimentare la fiducia in un nuovo inizio, in un altro futuro possibile.

Naturalmente, la teodicea e la visione provvidenziale articolate da Io sono leggenda sono semplicistiche, forse anche un po’ convenzionali, sicuramente su misura di un giocattolone adolescienziale da 150 milioni di dollari. Ma, sulle note di Bob Marley che invitano a non perdere la speranza (…Every little thing gonna be all right…) è commovente vedere Robert Neville che continua a credere che valga la pena continuare a “fare luce”.

Autore: Luisa Cotta Ramosino

Altre Informazioni

Titolo Originale I Am Legend
Paese USA
Etichetta
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