JOAN OF ARCADIA

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Titolo Originale: JOAN OF ARCADIA
Paese: USA
Anno: 2006
Durata: Ogni venerdì su Rai4 dal 9/5/2014 alle 10,45
Interpreti: Amber Tamblyn, Joe Mantegna, , Mary Steenburgen, jason Ritter

Dio dice all’uomo: “Voglio che tu sia libero, seguendo la tua vera natura. Fidati! Anche se non saprai sempre perché ti chiedo certe cose, anche se non vedrai sempre gli effetti di quello che ti chiedo: persino un catalizzatore piccolo come te, infatti, è capace di scatenare una grande reazione a catena.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I fondamenti della fede cristiana raccontati con brio e intelligenza ad un pubblico adolescente
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Si tratta di una pop culture di rarissima fattura. La serie si mantiene su un millimetrico equilibrio per non scadere nel predicatorio, da un lato, e, dall’altro, nel fiabesco che scopiazza Frank Capra

"Vedi, io lavoro attraverso il libero arbitrio di ciascuno, attraverso lo stralcio di realtà che ne nasce, e la lego a quella degli altri, fino in fondo, sempre per il meglio. Stai tranquillo: il meglio è assicurato con me, un bene infinito in un universo infinito.”

E’ forse questa una citazione da SuperQuark? E’ forse il frammento di un servizio in cui Piero Angela, rinsavito dal suo proverbiale ateismo razionalista, cerca di recuperare il tempo perduto e di rendere in forma di dialogo una visione finalmente non materialistica del cosmo? No. 

Dice ancora Dio all’uomo: “Non sprecare il potenziale che ti ho dato, smettila di sottovalutarti, un po’ di orgoglio: l’umiltà non è davvero umiltà se non sei tanto bravo da saper essere umile”. E’ forse questa una sottolineatura sapienziale di Monsignor Ravasi durante una puntata del suo talk domenicale su Rete 4? No, la risposta è ancora no.

Il bello dei due stralci appena riportati sta nel fatto che non vengono da una trasmissione di approfondimento per pubblico d’età, ma da un telefilm americano per ragazzi, straordinario. In onda su Italia 1, tutti i pomeriggi alle 15.55 fino a tutta la prima decade di giugno, sarà senz’altro ritrasmesso nei prossimi mesi. Il titolo è Joan of Arcadia. Allude a Giovanna D’Arco e anticipa l’idea della storia: nella provincia Usa, Joan, una liceale un po’ ribelle, ha il privilegio di parlare con Dio e di riceverne spunti di condotta. A differenza della Pulzella d’Orléans, Joan non è chiamata alla grande impresa, ma è ogni volta stimolata dall’Altissimo a migliorarsi nella sua realtà di adolescente, figlia di un poliziotto e di un’impiegata, con un fratello minore patito delle scienze matematiche e un fratello maggiore alle prese con il trauma di un incidente stradale che lo ha reso paraplegico. Ora sotto le sembianze di un coetaneo in jeans e sneakers, ora sotto quelle di una bimba incontrata per caso al parco giochi, ora nei panni di un ufficiale di marina nero venuto a visitare la scuola, Dio provoca Joan con ironia, inducendola a cimentarsi in piccole grandi sfide che la fanno avanzare sulla strada della virtù e che si riflettono in modo inaspettato nel bene di familiari e amici.

Prodotta dalla CBS, Joan of Arcadia è una serie del tutto non convenzionale. E’ nata per rimpolpare di buon senso il mondo dei telefilm che in fatto di senno versa in condizioni da Biafra, sotto il segno di The OC e di Disperate Housewifes. Per intuibili ragioni di sensibilità interreligiosa – nonché commerciale – nei confronti della multietnica platea americana, l’Onnipotente che parla a Joan non è esplicitamente il Dio cristiano. Tuttavia, Barbara Hall, la creatrice della serie, anche grazie alla consulenza di Barbara Nicolosi, guru dello script writing a stelle e strisce, ha intessuto di sana teologia cattolica la morale del racconto che, a tratti, tocca vertici assoluti nella narrazione di edificazione cristiana: per intenderci, alcuni passaggi del telefilm raggiungono la quota delle lewisiane Lettere di Berlicche.  Quando le schermaglie verbali tra il Creatore e Joan coniugano il brio dell’adolescenza più sgamata con la fulminante argomentazione filosofica, senza astrarsi per nulla dalle storie di puntata, siamo in presenza di pop culture di rarissima fattura, difficilissima da scrivere. La serie si mantiene su un millimetrico equilibrio per non scadere nel predicatorio, da un lato, e, dall’altro, nel caprismo (cioè nel fiabesco che scopiazza Frank Capra).

Detection di introspezione non banale, confronti dialettici che applicano con disinvoltura la tecnica del doppio passo e del ribaltamento di frittata, sono un pregio di scrittura del telefilm tanto quanto lo è l’umanità dei personaggi. Anche da questo punto di vista, Joan of Arcadia va controcorrente, con la rappresentazione di una famiglia funzionale i cui membri sono mentalmente e moralmente normali. I signori Girardi, i genitori di Joan, sono dialoganti, ma anche compresi nella responsabilità di dover guidare e aver voce in capitolo nelle scelte dei figli; questi sono sì alle prese con le titubanze, l’esuberanza e gli slanci della gioventù, ma non sono disinteressati – come è purtroppo uso nel telefilm contemporaneo – al contributo di energie che loro si richiede perché una famiglia si possa definire tale e perché la casa non diventi un albergo. Gli autori hanno dedicato lungo lavoro alla rifinitura delle dinamiche relazionali tra i protagonisti, alla costruzione di caratteri attraverso cui regalare agli spettatori spunti di riflessione costruttiva. Hanno calibrato psicologie verosimili, certo emotivamente coinvolte nei passaggi critici che sono nell’esperienza di tutti, ma nei limiti di un equilibrio necessario ad affrontarle. Spicca in questo la figura paterna “forte” interpretata da un superbo Joe Mantegna, una caratterizzazione di padre fuori dagli schemi del racconto televisivo che invece vuole questo ruolo sempre più mollaccione. Più in generale, è apprezzabile l’attenzione partecipe degli sceneggiatori alla vita di coppia dei signori Girardi, con il giusto rilievo ai particolari minuti e importanti della loro storia. Coerentemente, attraverso Joan e i suoi fratelli, si delinea un quadro adolescenziale che non ignora la differenza  tra come sente la crescita un ragazzo e come, invece, una ragazza.

Per una volta, ci si può congratulare con un telefilm di gran tecnica e di verità antropologica: chapeau. A chi volesse approfondire i retroscena produttivi di questo piccolo capolavoro, apprendere dagli stessi autori come il progetto sia stato concepito e portato avanti nelle acque limacciose dell’entertainment americano, consigliamo la lettura di Cristiani a Hollywood, in uscita a settembre per le Edizioni Ares. Il libro raccoglie, oltre a quella di Barbara Hall, molte altre interessantissime testimonianze su come nello showbusiness più importante del mondo tanti professionisti di fede abbiano cominciato a rimboccarsi le maniche per dare nuova linfa non solo alla televisione, ma anche al cinema di qualità.  

Per gentile concessione di Studi Cattolici 

Autore: Paolo Braga


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