QUELLO CHE TU NON VEDI

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Titolo Originale: Words On Bathroom Walls
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Thor Freudenthal
Sceneggiatura: Nick Naveda
Produzione: Leone Film Group, LD Entertainment, Kick he Habit Productions
Durata: 111
Interpreti: Charlie Plummer, Andy Garcia, Taylor Russell

Adam è un ragazzo introverso, coltiva la passione della cucina e vuole diventare chef. A metà dell’ultimo anno viene espulso dalla sua scuola per un incidente causato durane un esperimento di chimica: incidente causato da alcune visioni e voci che lo accompagnano nei momenti meno opportuni della sua vita. Il protagonista, infatti, è schizofrenico. La madre decide di iscriverlo ad una scuola privata cattolica per permettergli di conseguire il diploma e quindi realizzare il suo sogno. Unitamente al cambio della scuola, Adam viene preso in cura da uno psichiatra che attraverso i medicinali gli permette di condurre una vita migliore. Nella nuova scuola si innamora di Maya, la ragazza più intelligente dell’istituto. Si trova, però, costretto a decidere se continuare a tenere segreta la sua malattia oppure rivelarla e farsi aiutare anche da lei per affrontarla…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo riesce a convivere con le allucinazioni della sua mente schizofrenica grazie a una calda amicizia (che diventerà poi amore), il sostegno dei genitori e saggi e comprensivi insegnanti. Un accenno discreto al valore della fede e della preghiera
Pubblico 
Adolescenti
Il linguaggio abbastanza volgare e alcune scene dai toni un po’ troppo paurosi, rendono il film adatto a partire dagli adolescenti.
Giudizio Artistico 
 
Il film si avvantaggia dell’ottima interpretazione di Charlie Plummer nelle vesti del protagonista Adam e la regia riesce, con alcune originali soluzioni, a far coinvolgere lo spettatore nelle allucinazioni di una mente schizofrenica

“Se sei un ragazzo col tumore, le persone non vedono l’ora di venirti in soccorso, sono tutti ansiosi di esaudire qualsiasi desiderio tu abbia, ma quando sei schizofrenico non vedono l’ora di farti diventare il problema di qualcun altro ed è per questo che poi finiamo per strada urlando al niente, aspettando la morte: nessuno vuole esaudire i nostri desideri”. Questo breve monologo riesce ad esprimere molto bene la differenza che c’è tra questo film e tra le tante pellicole apparentemente omologhe del genere sick-lit (ovvero lungometraggi dove il plot è dettato dal decorso di una malattia): Colpa delle stelle, A un metro da te, I passi dell’amore, …

Diversa malattia e diverso modo di trattarla (cinematograficamente parlando). La sceneggiatura, infatti, riesce ad equilibrare molto bene diverse componenti: alcuni tratti umoristici, altri seri, alcuni momenti romantici e altri drammatici. Il tutto con grande delicatezza.

Numerosi messaggi positivi vengono lanciati al pubblico.

In primo luogo, mostra come il curare qualcuno non sia solamente somministrare dei medicinali. Anche gli affetti sono un elemento essenziale, l’amore può essere terapeutico soprattutto con patologie di questo tipo. Più volte, inoltre, viene ripetuto che le persone non sono le loro malattie. Quanto Adam arriverà a dire di sé stesso (“Adam è Adam, non è la sua schizofrenia”) è una verità valida non solo per lui, ma per chiunque si trovi in una situazione di sofferenza fisica e mentale. Infine, Adam capisce che da solo e con i soli medicinali non può farcela, ha bisogno della sua famiglia e di chi gli vuole bene. L’isolamento, il tenere nascoste le cose, la vergogna di fronte alla sofferenza rendono solo più grande il dolore e più drammatica da affrontare la situazione.

L’interpretazione dei protagonisti è particolarmente convincente: primo fra tutti Charlie Plummer (Adam), capace di servirsi di registri di humor nero, romantico, drammatico… senza mai essere sopra le righe e senza mai cercare la commozione o la pietà del pubblico. Anche la co-protagonista, Taylor Russell racconta bene la sua battaglia: ragazza intelligente ma di famiglia povera, deve inventarsi mille lavoretti (leciti o illeciti) per mantenere la sua iscrizione in una high school privata.

Una menzione significativa, tra i personaggi, la merita Andy Garcia che interpreta padre Patrick, il prete della scuola cattolica dove Adam e Maya sono iscritti.  Adam ama accostarsi al confessionale, non perché sia credente ma perché riesce in questo modo a chiedere consigli su come comportarsi, in modo discreto. Don Patrick è molto bravo in questo: non forza il ragazzo ad ascoltare un indottrinamento religioso che risulterebbe fuori luogo ma cerca di avvicinarsi a lui e ai suoi problemi con comprensione e calda umanità. Meno bene vengono presentate le suore che gestiscono la strutta educativa: nel consueto cliché di anziane rigide e intransigenti.

Per far partecipare anche il pubblico della malattia mentale di Adam, alcune scelte registiche e di effetti speciali colgono il segno: la voce molto grave e la nebbia nera che avvolge ogni cosa, trasmettono l’angoscia vissuta dal protagonista in alcuni momenti. Anche la personificazione dei tre stati d’animo (la rabbia, le pulsioni sessuali, la riflessività), senza mai scadere nella banalità, rende partecipe il pubblico del mondo interiore di Adam e del modo in cui questo influenza o disturba la sua vita. La scelta, infine, degli sguardi diretti in camera da parte del protagonista quando va alle sedute dello psicologo, rafforzano il coinvolgimento di chi guarda, senza però metterlo a disagio.

Autore: Francesco Marini


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