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OSAMA

Osama è il primo film prodotto in Afganistan dopo il crollo del regime talebano in seguito all’invasione americana dopo l’attentato alla Torri Gemelle. Prodotto con mezzi limitatissimi, è stato molto apprezzato dalla critica internazionale arrivando a vincere negli Stati Uniti il Golden Globe come miglior film in lingua straniera. Siddiq Barmak, che ha scritto, diretto e prodotto il film, dimostra il talento – analogo a quello dell’iraniano Abbas Kiarostami (Sotto gli ulivi, Il sapore della ciliegia) o del cinese Zhang Zimou (Lanterne rosse, Vivere, La strada verso casa) – di saper cogliere la valenza simbolica di gesti minimi e di oggetti quotidiani, raccontandoli con una poesia misurata e toccante. Gli attori, in modo particolare la giovane protagonista, sebbene non professionisti o addirittura all’esordio davanti alla macchina da presa, riescono a comunicare con intensità e senza retorica le angosce e le flebili speranze che animano i propri personaggi.

Il film, in modo pacato e sobrio, trasmette tuttavia un’angoscia soffocante. L’unico sollievo – quando iniziano a scorrere i titoli di coda – è il pensiero che il regime talebano sia ormai crollato. Le donne non sono più costrette a nascondersi dietro il burqua, possono studiare e lavorare e chiuderle a chiave in un harem è diventato un crimine. Ma poi, nello spettatore, sorge una domanda: chi erano questi famigerati talebani, da dove venivano e perché facevano tutto questo? Nel film di Barmak sembrano animati da una violenza cieca e sorda, emissari senza volto di un male assoluto e incomprensibile. Ne viene illustrata tutta la banale ipocrisia attraverso il contrasto fra la meticolosità dei loro rituali di purificazione e la noncurante spregiudicatezza con cui costringono una giovane adolescente ad un umiliante concubinato.

Il male che i talebani incarnano è così incondizionato da apparire una specie di forza astorica. La trama del film potrebbe essere ambientata in una qualsiasi epoca buia, lontana nel passato o nel futuro dell’umanità: al posto dei talebani potrebbe esserci un’imprecisata tribù barbara o un esercito di invasori venuti da un pianeta lontano. Questo il limite del film: favola nera o terribile incubo che afferra lo stomaco, ma che non aiuta minimamente a capire come e perché il popolo afgano, e soprattutto le donne afgane, l’abbiano vissuta. Non si vuole dire che il regista abbia costruito una cupa metafora estrema ed astratta (di fatto esso è ispirato ad una storia vera) e che non sia giusto, doveroso e meritevole denunciare ciò che è successo in Afganistan. Ma va rilevato che la storia della piccola Osama non può che suscitare negli spettatori un unico desiderio: imbracciare un arma per estirpare i talebani dalla storia. Detto in modo brutale, il film di Barmak – pur con tutto il valore della sua delicata poesia e la finezza della sua simbologia – sarebbe stato un’efficace documento di propaganda per l’intervento armato in Afganistan. I talebani sono presentati come quanto di più “altro” si possa immaginare. È esclusa a priori ogni possibilità di dialogo, di comprensione, di incontro. Non c’è alternativa allo scontro armato. Non a caso un critico ha assimilato il personaggio della piccola Osama alla Bess di Onde del destino e alla Selma di Dancer in the dark: il pessimismo dell’afgano Barmak richiama da vicino quello del danese Von Trier. A prescindere dal giudizio politico sulla storia recente dell’Afganistan, il film di Barmak si presenta dunque più come un amaro epitaffio su un passato – speriamo – ormai morto, piuttosto che la prima pietra del futuro Afganistan.

Il film non presenta scene di esplicita violenza, tuttavia la tensione di alcune situazioni e le cupe emozioni che nel suo complesso trasmette lo rendono adatto ad un pubblico maturo.

Per gentile concessione di: Studi Cattolici

Autore

Titolo Originale

OSAMA

Paese

Afghanistan/Giappone/Irlanda

Etichetta

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