I NOSTRI RAGAZZI
I NOSTRI RAGAZZI
Il padre Paolo, il padre di Michele, chirurgo pediatra, ha i turni di notte all’ospedale: mangia prima degli altri e poi se ne va. La madre, Clara, non vuole perdersi una sola puntata di “Chi l’ha visto?” ; si porta il piatto in salotto e cena davanti alla televisione. Il loro figlio adolescente è troppo impegnato con un video games: si fa portare dalla mamma la cena in camera. Anche la famiglia di Massimo, fratello di Paolo, non si trova in una situazione diversa: dopo la morte della prima moglie, si è risposato con Sofia e sua figlia Benedetta, della stessa età di Michele, si trova a vivere con un padre avvocato sempre troppo impegnato e una matrigna che si occupa soprattutto del suo figlio piccolo. Il regista Ivano De Matteo ci fa entrare nelle case di queste due famiglie medio-borghesi e ci fa comprendere come lo spirito di indipendenza dei due ragazzi, naturale alla loro età, si sia trasformato in completa libertà grazie all’atteggiamento dei genitori che tradisce scarsa attenzione alla coesione famigliare, ben celata dietro un falso atteggiamento di moderno rispetto della loro privacy.
La scoperta, a metà film, di chi sono veramente i loro figli, capaci di un’azione violenta e vigliacca, sconvolge gli equilibri di comodo che si erano costruiti. Paolo si chiude in un mutismo impotente, Clara sceglie la linea della difesa ad oltranza di suo figlio mentre Massimo è l’unico che cerca di razionalizzare la situazione. Da avvocato cerca la via legale più indolore per ridurre le conseguenze penali su i due ragazzi ma soprattutto cerca di andare a fondo sulle loro reali motivazioni. Parla con sua figlia e ne resta agghiacciato: non poteva immaginare, in due giovani un tale cinismo e indifferenza verso la vita umana.
Il film ci pone davanti a un tema particolarmente interessante: di fronte a una colpa grave del proprio figlio, come è giusto comportarsi? Sostenere una difesa ad oltranza del suo operato oppure la denuncia dell’accaduto potrà essere una salutare forma di educazione?. Purtroppo, nonostante la grande bravura di Alessandro Gassman e una regia molto curata, questa stimolante opportunità viene sprecata da una sceneggiatura che si occupa più di stupire con qualche colpo di scena che portare a maturazione il dramma psicologico dei protagonisti.
L’anomalia più vistosa è costituita da una distinzione manichea fra i genitori e figli. I primi si preoccupano, ragionano, soffrono mentre i ragazzi sono tratteggiati con le più comuni tipizzazioni dell’adolescenza: rispondono alle domande evasivamente, si rifugiano subito nelle loro camere, passano tutto il tempo a chattare con il cellulare quando non stanno davanti al computer. Michele, il più problematico, beve continuamente durante una festa e non c’è nessuna spiegazione a questo suo malessere.. Il loro sadico cinismo esplode non motivato: in fondo non vivono in famiglie disgregate, né i genitori soffrono di instabilità lavorativa. Se l’autore voleva sottolineare la noia e il vuoto di valori che ingenera il benessere, non ha portato a compimento il suo disegno. Gli stessi genitori non hanno quelle reazioni che ci si potrebbe aspettare da persone di coscienza: nessuno di loro riflette per comprendere in che cosa hanno sbagliato nell’educazione dei loro figli ma si limitano a restare storditi dalla frattura che si è creata fra le loro generazioni.
| Paese | iTALIA |
|---|---|
| Etichetta |














Salvatore Manzo
Bravo
Bravo