SETTE MINUTI DOPO LA MEZZANOTTE

 
Titolo Originale: Un monstruo viene a verme
Paese: Spagna, USA
Anno: 2016
Regia: Juan Antonio Bayona
Sceneggiatura: Patrick Ness
Produzione: APACHES ENTERTAINMENT, LA TRINI, RIVER ROAD ENTERTAINMENT, PARTICIPANT MEDIA
Durata: 108
Interpreti: Lewis MacDougall, Sigourney Weaver, Felicity Jones, Toby Kebbell, Liam Neeson

Conor è un ragazzo inglese di 12 anni E’ abituato a cucinare e a fare le pulizie di casa perché la madre, malata di cancro, passa lunghi periodi in completa inattività dopo i trattamenti chemioterapici. Il padre è lontano, vive negli Stati Uniti. Nelle giornate più critiche passa qualche giorno da loro la nonna materna ma Conor non la vede con simpatia, la considera troppo rigida e rifiuta ogni ipotesi di andare a vivere con lei. Il ragazzo non riesce ad avere momenti sereni neanche quando va a scuola. I professori sono gentili con lui conoscendo la sua situazione, ma alcuni suoi compagni lo tormentano con gesti di bullismo. Una notte gli sembra che il grande albero di tasso che si trova sulla collina davanti la sua casa si sia come svegliato e trasformato in un gigante che inizia a parlare con lui. Lo informa che da quella notte in poi, alla mezzanotte e sette minuti precisi, verrà da lui e gli racconterà tre storie. Alla quarta volta sarà il ragazzo stesso a dover raccontare la sua vera storia. La mattina dopo Conor non sa se ha sognato o se l’incontro è avvenuto realmente…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una madre e una nonna, dei bravi insegnanti, sanno stare vicino al ragazzo Conor in una stagione difficile della sua esistenza
Pubblico 
Adolescenti
Il film non è propriamente per tutti ma a partire da ragazzi di almeno 10-12 anni, non facilmente impressionabili. Il tono generale del film è melanconico (una madre, malata di cancro, deperisce progressivamente) e alcune scene potrebbero impressionare
Giudizio Tecnico 
 
Eccezionale la recitazione di Lewis MacDougall, il ragazzo della storia; molto belle le sequenze animate e molto curata la scenografia

Diciamo subito che il film è molto ben fatto. Lewis MacDougall, il ragazzo che recita la parte di Conor è semplicemente strepitoso nel trasmetterci un senso di vulnerabilità, profonda melanconia, come richiesto dal film. Le ambientazioni (la casa di Conor, posta ai piedi di una collina dove c’è solo la chiesa, il cimitero e un grande albero di tasso, o la stradina dove si affaccia la casa della nonna) sono squisitamente inglesi come ce li possiamo immaginare, ma al contempo sembrano uscite da un disegno di qualche libro di favole.

Le sequenze animate presenti nel film, realizzati secondo lo stile di un disegno ad acquerello, sono incantevoli. Solo il ritmo del film è insolito e potrebbe non piacere a tutti. Il racconto avanza non per l’accadimento di eventi, ma per il mutare progressivo delle emozioni che i protagonisti, soprattutto il ragazzo, percepiscono.

In una scena, che è determinante per il racconto, madre e figlia guardano alla televisione la sequenza finale del film King Kong, quando lo scimmione cade dall’Empire State Building, abbattuto dagli aerei. E’ il simbolo, usato nel film, per esprimere la presenza del dolore, anche quello ingiusto, come nel caso della malattia della madre.

Il film è un racconto di formazione per un ragazzo di dodici anni in un contesto difficile: la mamma è malata di cancro, ogni giorno a scuola subisce atti di bullismo. Quando il poderoso albero di tasso, che, in un certo senso, ha fatto parte della sua vita fin da quando era bambino, si è come risvegliato dal suo secolare torpore vegetale ed è venuto da lui per aiutarlo, raccontandogli tre storie, Conor non sa proprio cosa farsene della sua proposta. Le sue esigenze sono più radicali: chiede all’albero di far guarire sua madre, di non esser costretto ad andare ad abitare dalla nonna, di non dover più subire le angherie dei compagni di scuola. Ma l’albero ha un altro obiettivo: insegnargli a guardare in faccia la realtà, a fargli scoprire la verità, anche quella che non osa neanche confessare a se stesso.  I tre racconti, hanno un fondo di crudeltà come spesso succede per le favole. Il primo serve a dimostrare al ragazzo che non bisogna fermarsi alle apparenze e giudicare frettolosamente dove stia il bene e dove il male. Il secondo vuole fargli comprendere l’importanza di vivere una vita in modo coerente con la propria fede che non va mai tradita neanche nelle situazioni più difficili. Nel terzo incontro, non molto edificante, il ragazzo viene invitato a reagire con forza e decisione ai soprusi dei suoi compagni di scuola. Alla fine, la prova più ardua: Conor deve guardare dentro se stesso e scoprire cosa realmente attanaglia il suo cuore, oltre alla sofferenza che sente per il destino della madre.

Il regista è molto bravo (aveva esordito con The Orphanage, una sorta di thriller gotico ambientato  in un mondo di bambini) nel non cadere nel didattico in questa sorta di favola educativa con sottofondo di psicoanalisi. I momenti reali e quelli fantastici si alternano in modo naturale e sembrano fondersi progressivamente (in effetti l’albero buono che parla con il ragazzo ha un’origine che non possiamo rivelare). Solo le scene di bullismo a scuola non sembrano avere uno sviluppo coerente: non si comprende perché i compagni si accaniscano tanto contro Conor, se non per il fatto di essere un ragazzo sensibile e taciturno, quindi un diverso.

Autore: Franco Olearo


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