Commedia

BUONGIORNO PAPA'

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/16/2013 - 10:10
Titolo Originale: Buongiorno papà
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Edoardo Leo
Sceneggiatura: Herbert Simone Paragnani Massimiliano Bruno Edoardo Leo
Produzione: IIF ITALIAN INTERNATIONAL FILM IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM
Durata: 109
Interpreti: Raoul Bova, Marco Giallini, Edoardo Leo, Nicole Grimaudo, Rosabell Laurenti Sellers

Andrea, quarantenne in carriera, single, spensierato, amante delle belle donne e delle macchine sportive, si vede sconvolgere la vita da un’impensabile novità: in una mattina che sembra come tante altre, infatti, si presenta alla sua porta l’adolescente Layla con una notizia potente come una bomba atomica: “Ti ricordi quel fugace flirt al campeggio diciassette anni fa? Quella ragazza era mia madre, che ora è morta, e io sono tua figlia”. Bel grattacapo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Uno scapolo impenitente che non ha mai amato nessuno scopre la bellezza della paternità e impara ad assumersi le proprie responsabilità
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, alcuni atteggiamenti libertini del protagonista
Giudizio Artistico 
 
Commedia lieve, che ha il coraggio di puntare in alto, pur senza evitare qualche banalità. Raoul Bova bravo ma non bravissimo mentre è ottima la prova di Marco Giallini.
Testo Breve:

Andrea, quarantenne in carriera, scapolo impenitente, scopre di essere padre di una ragazza di 17. Dopo inutili tentativi di sfuggire al problema, scopre   la bellezza di ciò che vuol dire prendersi cura di qualcuno. Commedia lieve che ha il coraggio di puntare in altro

Commedia lieve, che ha il coraggio di puntare in alto, pur senza evitare qualche banalità e qualche impennata non richiesta del tasso di ruffianeria. I modelli che s’intrecciano – senza raggiungere nessuno dei due né per simpatia né per sottigliezza – sono il britannico About a Boy (film con Hugh Grant tratto dal best-seller di Nick Hornby) e l’italico Scialla!, scritto e diretto da Francesco Bruni. Se in About a Boy il motto del protagonista era “Ogni uomo è un’isola”, lo slogan preferito di Andrea, il quarantenne interpretato da Raoul Bova (bravo, non bravissimo a recitare), è “I am mine” (“Io sono mio”), che lampeggia su una luce al neon appesa su un muro di casa (una casa invasa da oggetti inutili, status symbol di una “singletudine” e di un giovanilismo di maniera, utili a seppellire solitudine e povertà interiore).

“Io sono mio” significa non appartenere a nessun altro, come pontificava la Audrey Hepburn di Colazione da Tiffany (altro personaggio cinematografico in cui il glamour e lo chic nascondevano disperazione ed egoismo), prima di essere redenta da un uomo che le insegnava che amare significa appartenere a qualcuno (anche, nei casi baciati dalla grazia, a Qualcuno con la lettera maiuscola). Qui la “redenzione” (o la trasformazione, per usare un gergo più da storyteller) avviene attraverso una figlia sconosciuta, un “imprevisto” che mette il protagonista davanti a un fatto. La realtà colpisce Andrea, lo ottunde, lo disarma. Lo costringe a fare i conti con le proprie azioni, le proprie scelte; ad assumersi responsabilità che non si è mai preso, neanche nei confronti dei suoi genitori o del suo miglior amico. Per il malcapitato Andrea si tratta di diventare padre a quarant’anni senza averlo mai fatto e, soprattutto, senza mai aver davvero amato qualcuno. Una strada in salita che non potrà che portare grandi frutti.

Un film positivo, insomma, più che sufficiente nel giudizio, cui si può perdonare la fattura non proprio di alto livello (montaggio, scenografia, fotografia, sono più da sitcom televisiva che da cinema) e qualche inverosimiglianza di troppo (la bella prof di educazione fisica ai cui piedi cadrà il protagonista sembra essere l’unica insegnante, e quindi al centro della didattica, di un’intera scuola). Insieme al regista Edoardo Leo – alla sua seconda prova come autore dopo Diciotto anni dopo (2010) – scrivono la sceneggiatura l’attivissimo Massimiliano Bruno (di cui sono usciti, nella stessa stagione, anche Viva l’Italia! e Tutti contro tutti) e Herbert Simone Paragnani (uno che ha nel curriculum anche qualche puntata di Don Matteo). Impossibile non segnalare, tra gli interpreti, un Marco Giallini in gran forma – il migliore del cast – nel ruolo di un nonno rockettaro, che fa da mentore e da guru di tutti gli altri (anche qui con qualche semplificazione di troppo, e con tutto un corredo proveniente dagli anni Sessanta-Settanta fatto di tatuaggi, spinelli e narghilè) e che sembra aver imparato, anche sulla propria pelle e non senza ferite e sofferenze, qualche segreto sull’educazione e sull’unità familiare da condividere e trasmettere al protagonista. Siamo anche contenti che dal film sia stata tagliata una scena – presente invece nel trailer – in cui il papà piacione chiedeva alla figlia un preservativo e lei tranquillamente glielo dava (!), scena che avrebbe svilito i personaggi (qualunque fosse stato il frangente della storia in cui la scena fosse stata ambientata) e vanificato lo sforzo di positività e di apertura alla vita che il film invece è capace di costruire.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMICHE DA MORIRE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/09/2013 - 08:46
Titolo Originale: Amiche da morire
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Giorgia Farina
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci e Giorgia Farina
Produzione: Andrea Leone e Raffaella Leone per Andrea Leone Films, in collaborazione con Rai Cinema
Durata: 103
Interpreti: Claudia Gerini, Cristiana Capotondi, Sabrina Impacciatore, Vinicio Marchioni

Subito dopo aver individuato i componenti di una banda di rapinatori tra i pescatori di tonni di un’isoletta del Sud Italia, un commissario di polizia registra l’inspiegabile sparizione del loro capobanda. S’insospettisce quando, andato a interrogare la giovane moglie Olivia di prima mattina, trova a farle compagnia Gilda, una nota prostituta del paese, e Crocetta, timida e scontrosa impiegata della tonnara. Mai queste tre donne erano state viste insieme. Come mai, proprio in concomitanza della sparizione del bandito, iniziano a fare sempre più spesso comunella? Ohibò, qui gatta ci cova.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film programmaticamente amorale ma che si mostra come tale . Almeno in questo è onesto
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, scene di sesso, allusioni sessuali, due scene di tensione.
Giudizio Artistico 
 
Una commedia nera confezionata con brio e spigliatezza puntando su un cast femminile molto ben affiatato
Testo Breve:

Tre amiche si coalizzano contro gli uomini questi  mascalzoni. Una commedia-noir  volutamente sopra le righe, ben realizzato e ben recitato, programmaticamente amorale ma che si mostra come tale. In questo è  onesto.  

Ilare commedia nera, volutamente sopra le righe e volutamente amorale, che l’esordiente regista Giorgia Farina ha confezionato con brio e spigliatezza puntando su un cast femminile molto ben affiatato. La trama un po’ strizza l’occhio e un po’ prende in giro il cinismo del poliziesco americano, usando le maschere della commedia dell’arte italiana e tutti i cliché possibili e immaginabili. La macchina narrativa non s’inceppa, merito delle tre attrici e soprattutto della sceneggiatura dell’indaffaratissimo Fabio Bonifacci (scrittore eclettico che nella stessa stagione cinematografica è passato da Il principe abusivo a Bianca come il latte, rossa come il sangue, passando per questo film).

Non è un caso che il film illustri una Sicilia, un po’ da cartolina un po’ da barzelletta, che in realtà è stata ricostruita in Puglia (con set a Monopoli, Polignano, Fasano e Massafra). Qui si gioca con gli stereotipi, senza volerli sovvertire o affrontare, semplicemente utilizzandoli come pezzi dell’ingranaggio del plot, con l’unico scopo di divertire lo spettatore (quindi anche con un Sud schematico e stilizzato come un fondale dipinto a mano, in cui una regione può valere un’altra: pazienza se si nota lontano un miglio la differenza. Benedice la Film Commission). Fa sorridere, piuttosto, che molte recensioni abbiano parlato di questo film come di un vessillo della battaglia femminile per la parità dei sessi, festeggiando l’uscita nelle sale per l’8 marzo come un segnale di presa di coscienza civile da parte di un qualche movimento femminista, come se fossimo ancora ai tempi di Divorzio all’italiana (1961) di Pietro Germi.

Donne umiliate di tutto il mondo: unitevi, imbracciate le armi e prendetevi ciò che vi spetta; se possibile, con gli interessi. Potrebbe essere questo il tema del film (o anche “Thelma & Louise incontrano Aldo, Giovanni e Giacomo”), che mette in scena tre donne che si ribellano ai pregiudizi, alle tradizioni, a un matriarcato soffocante e alle comari pettegole, ma che si fanno anche beffe di uno sbirro scaltro ma sfortunato e mettono al tappeto chi cerca di far loro del male senza alcun rigurgito di coscienza. Perché dovrebbero, visto che gli uomini sono tutti mascalzoni, a usare un eufemismo?

La regista e coautrice della sceneggiatura è una donna, è vero, ma non basta ad appioppare al film la patente di misandria e femminismo. Piuttosto, si tratta di un’escursione divertita e divertente oltre le regole del genere (la commedia all’italiana) alla ricerca d’ispirazione e di originalità in qualche prodotto cinematografico e televisivo d’oltreoceano: senza mai, però, prendersi veramente sul serio. Dall’ironia si passa facilmente al sarcasmo e la storia, che racconta di un delitto senza castigo né redenzione, è quanto di più sconsigliabile a chi cerca da un film occasione di approfondimento e riflessione sugli abissi d’immoralità cui può precipitare l’animo umano. Detto questo, nella sua ludica sincerità, che ammicca già dalla locandina, un film molto meno pericoloso di quelli che cercano di spacciare per buone morali cattive.    

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTI CONTRO TUTTI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/01/2013 - 23:05
Titolo Originale: Tutti contro tutti
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Rolando Ravello
Sceneggiatura: Massimiliano Bruno e Rolando Ravello
Produzione: Domenico Procacci per Fandango, in collaborazione con Warner Bros. Entertainment Italia
Durata: 100
Interpreti: Rolando Ravello, Kasia Smutniak, Marco Giallini, Stefano Altieri, Raffaele Iorio, Agnese Ghinassi

Periferia di Roma. Di ritorno dalla messa per la prima comunione del figlio piccolo, Agostino e la sua famiglia scoprono che, durante le poche ore di assenza, la loro casa è stata abusivamente occupata da un’altra famiglia. La polizia ha le mani legate perché si scopre che l’uomo a cui Agostino paga l’affitto non è il proprietario ma solo un faccendiere che gestisce traffici poco puliti. Due possibilità per il nostro eroe: o cercare una nuova casa o fare di tutto per riprendersi la propria. Idea: e se si occupasse abusivamente il pianerottolo?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha uno sguardo totalmente positivo nei confronti della famiglia ma è presente un stilettata gratuita e di cattivo gusto contro la chiesa cattolica
Pubblico 
Maggiorenni
turpiloquio, fumo di spinelli, scene di sesso e con allusioni sessuali
Giudizio Artistico 
 
La paradossalità della situazione e la resa grottesca di alcuni personaggi non si amalgamano per niente con gli slanci di crudo realismo e i toni da incubo kafkiano che regista e sceneggiatore tentano di tenere insieme con effetti a dir poco stranianti.
Testo Breve:

Alla periferia di Roma, il protagonista e la sua famiglia scoprono che la loro casa è stata abusivamente occupata da un’altra famiglia. Una storia in bilico fra commedia e dramma alla ricerca della giusta direzione

 

Rolando Rovello è l’ennesimo attore che ha deciso di debuttare dietro la macchina da presa per essere preso sul serio come “autore”. Lo spunto per questo film proviene dal monologo teatrale Agostino che Massimiliano Bruno giura di aver scritto partendo da fatti reali. L’idea dell’uomo schiacciato dall’ingiustizia che si ribella in modo imprevedibile poteva essere sfruttata decisamente meglio. L’occupazione del pianerottolo – con il nonno che si cucina gli spaghetti salutando i bengalesi che scendono le scale – è uno spunto narrativo che avrebbe potuto far sorgere una commedia davvero divertente: chissà Totò e Peppino De Filippo cosa avrebbero combinato al posto di Rolando Rovello e Marco Giallini.

Ne esce, invece, uno strano film, sospeso in equilibrio più che precario tra commedia e dramma (a un certo punto ci scappa anche il morto), alla ricerca dell’andazzo giusto – comune a molte commedie italiane di questa generazione –, attento cioè ai problemi e alle urgenze sociali di quest’Italia d’inizio secolo. La paradossalità della situazione e la resa grottesca di alcuni personaggi non si amalgamano per niente con gli slanci di crudo realismo e i toni da incubo kafkiano che regista e sceneggiatore tentano di tenere insieme con effetti a dir poco stranianti.

Bruno – noto al pubblico televisivo per aver interpretato Martellone nella serie Boris – è attivissimo come sceneggiatore (spesso in coppia con Fausto Brizzi, con cui ha concepito la saga Notte prima degli esami) e anche come regista (suoi sono Nessuno mi può giudicare e Viva l’Italia). Qui è co-sceneggiatore e si ritaglia il ruolo minore del poliziotto prima indifferente e poi comprensivo. Nei suoi film sembra esserci l’urgenza di mettere il dito nelle piaghe di una Nazione ridotta allo sfascio, qui rappresentata da una squallida periferia romana in cui coabitano piccole comunità appartenenti a diverse etnie, autarchiche e chiuse, dominate dal prepotente di turno. La microcriminalità dilaga (droga, prostituzione, incendi nei campi rom) e la legge è totalmente assente.

Non è chiaro che tipo di critica al razzismo vogliano fare gli autori: gruppuscoli umani di rumeni, egiziani e bengalesi sono tendenzialmente ostili tra di loro, e indifferenti ai problemi altrui. Quando il troppo è troppo, però, sanno mettere da parte gli egoismi e fare la scelta giusta. I cattivi, invece, sono tutti italiani e provenienti dal meridione (quasi tutti dalla Puglia): sia il boss locale che fa il bello e il cattivo tempo, sia gli “infami” che occupano la casa del protagonista, sia la cafona arricchita che tratta gli operai che le ristrutturano la villa come se fossero suoi schiavi. Anche nel razzismo, evidentemente, ci sono persone “più uguali delle altre”…

Non manca, ovviamente, la stilettata gratuita contro la Chiesa Cattolica: disperato, il protagonista va dal parroco a chiedergli cosa fare e il sacerdote, un bonario africano, gli dice che la cosa migliore che può fare è mettersi a pregare. Il protagonista, deluso, gli risponde che da piccolo pregava ma ha perso un familiare per malattia; ha continuato a pregare e ne ha perso un altro, così ha smesso di pregare perché gli sembrava che come risultato ottenesse solo quello di decimare la sua famiglia. Poi attacca una rancorosa filippica: “So che voi in Vaticano avete un sacco di case che affittate per pochi spiccioli a gente altolocata. Non ce ne sarebbe una anche per me? Anche piccola, mi accontento di un monolocale, di un box…”. Infine, senza neanche dare il tempo al sacerdote di rispondere, si toglie la collanina con il crocifisso che ha al collo e gliela consegna in mano, dicendo: “e questa può anche tenersela”. Dopodiché va via

Peccato trovare tanti brutti difetti in un film che ha uno sguardo totalmente positivo nei confronti della famiglia e descrive dei rapporti realistici e sinceri tra genitori e figli, tra marito e moglie, tra fratello e sorella. Uniti nelle difficoltà, i componenti di questo nucleo familiare – allargato ai solidali zii – dimostrano che l’amore e l’attenzione reciproci possono permettere di sopravvivere alle situazioni più brutte. C’è perfino una scena commovente in cui i genitori leggono un tema scritto a scuola dal figlio piccolo, in cui il bambino dice che ha nostalgia non della casa dove abitava ma proprio dello stare assieme e dei piccoli gesti quotidiani di normalità che facevano di loro una vera famiglia.

Anche il finale (che ovviamente non riveliamo) vorrebbe essere un colpo a sorpresa e insistere sulla satira sociale. Stride profondamente, invece, proprio se accostato a scene di grande tenerezza come quella appena descritta. Sembra, quindi, di assistere a due film in uno e a una modalità di scrivere una sceneggiatura per accumulo, che testimonia la persistenza di un equivoco: che cioè l’efficacia della fusione dei registri comico e tragico (come sapevano fare i giganti del nostro cinema in film come I soliti ignoti, La grande guerra, Tutti a casa) possa essere sostituita dall’alternanza dei registri grottesco e realistico. Se la rinascita della commedia italiana si basa su equivoci di questo tipo, c’è davvero poco da ridere.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GAMBIT

Inviato da Franco Olearo il Ven, 02/22/2013 - 16:49
Titolo Originale: Ganbit
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Michael Hoffman
Sceneggiatura: Joel Coen, Ethan Coen
Produzione: CRIME SCENE PICTURES, MICHAEL LOBELL PRODUCTIONS
Durata: 90
Interpreti: Colin Firth, Cameron Diaz, Alan Rickman

Vessato da un superiore arrogante e dispotico, un curatore di mostre londinese decide di giocargli un tiro mancino facendogli acquistare per dodici milioni di sterline un’imitazione dei Covoni di Monet. Sembra un colpo perfetto ma niente andrà secondo le previsioni.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una commedia leggera, senza pretese; peccato che ogni tanto cede alla volgarità
Pubblico 
Adolescenti
allusioni sessuali e scene di nudo parziale.
Giudizio Artistico 
 
I fratelli Coen, per una volta solo sceneggiatori, graffiano meno del previsto e sembrano più che altro in gita di piacere. Colin Firth è perfetto nel ruolo dell’inglese che non perde mai il suo aplomb mentre Cameron Diaz dimostra come sempre di saperci fare
Testo Breve:

Una commedia leggera, remake del Grande furto al Semiramis con i fratelli Coen in gita di piacere. Bravi Colin Firth e Cameron Diaz

Remake, di grana più grossa, del film Gambit – Grande furto al Semiramis (1966) con Michael Caine e Shirley MacLaine, rimpiazzati qui da Colin Firth e Cameron Diaz. C’è aria da anni Sessanta già dai titoli di testa, realizzati a cartoni animati come nei vecchi film della serie della Pantera rosa diretti da Blake Edwards e interpretati da Peter Sellers. C’è molto di entrambi – del grande regista di Hollywood Party e del suo attore-feticcio – in questa commedia frizzante. Peccato solo che qualche accenno di volgarità impedisca a questo film di diventare un passatempo godibile per tutta la famiglia, lì dove invece maestri come Blake Edwards e Billy Wilder, nell’epoca che il film cita, riuscivano a essere sottili senza essere impudenti. Altri tempi, altra classe.

La storia è quella di una stangata all’inglese: il compassato esperto d’arte Harry Deane (grande interpretazione di Colin Firth, in un ruolo in cui Peter Sellers avrebbe spadroneggiato) decide di vendicarsi delle prepotenze del suo capo, il magnate Lionel Shahbandar (un uomo meno orribile, comunque, di come Harry lo descrive) coinvolgendo in una truffa milionaria la cow-girl texana P.J. Puznowski (una bionda apparentemente tonta, che dimostrerà di avere molte frecce al suo arco). La ragazza dovrà far credere al riccone di volergli vendere una copia autentica dei Covoni di Monet (il pittore ne dipinse diversi), in suo possesso per averlo ereditato da un ufficiale dell’esercito americano, che lo aveva confiscato a un gerarca nazista durante la Seconda guerra mondiale. Il quadro, in realtà, è stato dipinto dal maggiore Wingate (Tom Courtney, visto recentemente in Quartet), vecchio amico di Harry, falsario eclettico che spazia da David a Pollock.
Nei primi minuti del film assistiamo al colpo perfetto, così come lo prefigura l’ottimista Harry in un flashforward (il contrario del flashback: una pre-visualizzazione di un evento futuro). Il resto del film non farà altro che giocare sulla discrepanza tra le rosee previsioni del truffatore dilettante e la dura realtà dei fatti, fatta di equivoci e complicazioni di ogni genere. Non solo – per dirne una – il riccone è tutt’altro che insensibile al ruspante fascino della ragazza, ma quest’ultima sembra non avere nulla in contrario all’essere sedotta, con scorno del timido Harry, che è già cotto di lei. Tutto il divertimento, al di là dell’intreccio giallo-rosa, nasce dal contrasto tra l’inappuntabilità di Colin Firth e la rumorosa concatenazione di disastri che lo avvolge, dall’inizio alla fine, senza fargli perdere l’aplomb. Si raggiunge l’acme nella scena ambientata al Savoy – lussuoso albergo di Londra in cui viene alloggiata la ragazza texana – teatro di riuscitissime gag che vedono coinvolti i “cospiratori”, la vittima del raggiro, gli incolpevoli clienti e gli allibiti concierge.
 
Una commedia leggera, senza pretese, che ogni tanto cede alla volgarità ma che riesce a far ridere di gusto grazie a un umorismo “di situazione”. Il regista Michael Hoffman non è un fuoriclasse ma sa tenere la rotta. Colin Firth è perfetto nel ruolo dell’inglese impettito che non si scompone davanti ai disastri più colossali. Cameron Diaz dimostra di saperci fare sempre e comunque. Alan Rickman è un cattivo di gran classe. I fratelli Coen, per una volta solo sceneggiatori, graffiano meno del previsto e sembrano più che altro in gita di piacere. Ogni tanto fa bene anche a loro.
Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VIVA LA LIBERTA'

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/14/2013 - 17:07
Titolo Originale: Viva la libertà
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Roberto Andò
Sceneggiatura: Roberto Andò, Angelo Pasquini
Produzione: BIBI FILM CON RAI CINEMA
Durata: 94
Interpreti: Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon

Enrico Oliveri, segretario del principale partito d'opposizione, guarda sgomento, durante un suo discorso in un teatro, una donna dalla platea che gli urla che se ne deve andare. Enrico sa che i sondaggi, poco prima del prossimo turno elettorale, danno in discesa il suo partito. Sgomento e depresso, lascia l’Italia senza informare nessuno e si reca a Parigi per ritrovare Danielle, una sua passione giovanile, ora sposata e impegnata come segretaria di produzione nel mondo del cinema. Andrea Bottini, il braccio destro dell'onorevole, non trova altra soluzione che invitare Giovanni Ernani, il fratello gemello di Enrico, appena uscito da una clinica per malati mentali, a prendere il suo posto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film vorrebbe fare la morale alla politica italiana ma di fatto non la fa, proponendo solo migliori capacità oratorie
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena con nudità femminile. Un episodio di disinvolto tradimento coniugale
Giudizio Artistico 
 
Il film diverte per il suo tono arguto e leggero con cui costruisce un apologo sulla politica italiana ma la costruzione è astratta ed intellettuale. Molto bravo Toni Servillo nel suo doppio ruolo.
Testo Breve:

Un politico depresso viene sostituito con pieno successo dal suo gemello, un po’ svitato ma più convincente. Un apologo per la stanca politica italiana che però mostra una costruzione eccessivamente intellettuale. Molto bravo Toni Servillo nel suo doppio ruolo.

Dai tempi in cui Alexandre Dumas (padre) aveva inventato il personaggio che si nasconde dietro una maschera di ferro nel romanzo Il visconte di Bragelonne, l’idea  dei  fratelli gemelli che si sostituiscono nei loro ruoli, ha sempre affascinato.

In questo film Roberto Andò, dopo 'Viaggio segreto', 'Sotto falso nome' e 'Il manoscritto del Principe', recupera la soluzione narrativa dello scambio delle parti fra due gemelli, complice un magnifico Toni Servillo, per costruire un apologo sulla politica italiana. Il film non si preoccupa di rappresentare con fatti la realtà di una politica stanca e corrotta, di elettori ormai disaffezionati e senza più entusiasmo:  tutto ciò viene detto a parole, mentre ciò che interessa al regista è interiorizzare il problema nelle figure dei due fratelli. Di come il primo, Enrico, depresso e sfiduciato, ritrovi se stesso nel recuperare i suoi amori giovanili: la francese Danielle, ormai sposata e la passione per il cinema, non disdegnando di fare l’attrezzista durante le riprese di un film. Intanto il gemello Giovanni, forte della sua ottima preparazione letteraria, filosofica e musicale, si diverte un mondo a recitare la parte del politico, ponendosi in presa diretta con gli elettori, iniettando buonumore, declamando frasi ad effetto prese da Brecht ('Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua') e  rivolgendo a tutti un invito a “non aver paura” di ispirazione woijtyliana.

Il film gioca intorno all’ambiguità delle situazioni che si vengono a creare e lo fa con tono leggero (il deputato gemello gioca a nascondino con il Presidente della Repubblica fra i mappamondi del Quirinale  o si scatena in un valzer con il primo ministro tedesco, una caricatura della Angela Merckel). Il film è quindi  godibile a vedersi ma è ambiguo nella sostanza. Anche Sorrentino ne “Il Divo” aveva fatto della satira politica surreale (in Cirino Pomicino che si divertiva a scivolare per i corridoi del Parlamento) così come Nanni Moretti ne  “Il Caimano” aveva costruito  la caricatura di Berlusconi ma entrambi avevano cercato  di arrivare a delle conclusioni che ritenevano giuste secondo il loro punto di vista.

Nel caso di “Viva la libertà” la cura proposta contro una politica malata sembra peggiore del male: il film lascia intendere che l’unico modo per recuperare il favore elettorale è essere brillanti nel parlare, manipolatori della folla, mettere in piedi una professione dell’apparire dietro la quale non si intravede nessuna sostanza, visto che il leader che si presenta come tale è un po' svampitello. 

In parole più dirette, se dietro l’espressione: “il principale partito all’opposizione” si intravede chiaramente il Partito Democratico (in un ufficio della loro sede è appesa una foto di Berlinguer), i metodi proposti come più efficaci, se non fosse per una certa velleità di fare un maggior sfoggio di cultura, sono proprio quelli del loro maggiore avversario.

E’ presente anche in questo film una certa deriva intellettuale, difficile da eliminare e troppo spesso presente nei film d’autore italiani, con una scarsa capacità di mordere la realtà.

Sul tema di quanto sia diventata sofisticata l’arte della retorica (o della manipolazione?) politica che mira a persuadere i potenziali sostenitori è uscito poco tempo fa “Le idi marzo” un film di George Clooney  molto rigoroso.

Da notare infine una curiosità: le figure femminili presenti nel film sembrano aderire con molta disinvoltura alla situazione ambigua che si è venuta a creare. Anna, la moglie di Enrico, non disdegna di trattare con affettuosità matrimoniale il gemello Giovanni, quasi a completare la sostituzione ormai in atto. Anche la francese Danielle, sposata con una figlia, di fronte al ritorno dopo 25 anni di Enrico, non tarda molto a dimenticare i suoi impegni coniugali.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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PAZZE DI ME

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/25/2013 - 13:41
Titolo Originale: Pazze di me
Paese: ITALIA
Anno: 202
Regia: Fausto Brizzi
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Federica Bosco
Produzione: WILDSIDE CON RAI CINEMA
Durata: 94
Interpreti: Francesco Mandelli, Loretta Goggi, Chiara Francini, Claudia Zanella,Marina Rocco,Lucia Poli

Il timido Andrea è l’unico maschio in una famiglia di sole donne. Suo papà, esasperato, se l’è data a gambe da un pezzo, quando Andrea era bambino. Tocca a lui adesso, in quanto “uomo di casa”, sopportare la mamma Vittoria, che esercita la maternità con piglio militaresco (tanto da meritare il soprannome di “Sergente Hartman” (dal celebre personaggio di Full Metal Jacket), la nonna Matilde, astrofisica in pensione del tutto rimbambita, l’indolentissima badante Bogdana, e le tre sorelle Beatrice, Federica e Veronica. Beatrice, innamorata di se stessa e della propria perfezione, ha subito uno smacco quando il fidanzato l’ha piantata sull’altare; Federica è una svaporata smorfiosa che consuma un fidanzato alla settimana; Veronica è una fondamentalista dell’emancipazione femminile e gira l’Italia tenendo conferenze motivazionali sulla “forza della donna”. Ogni ragazza che mette piede in questa gabbia di matte – povero Andrea – fugge terrorizzata. Se dovessi incontrare la donna della mia vita – medita il ragazzo – le racconterò che sono orfano e figlio unico. Sicuro che funzioni?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sembra scoccare più di una freccia contro la famiglia ma è anche vero che il protagonista cerca con tutte le sue forze di convincere le proprie sorelle che stanno commettendo degli errori
Pubblico 
Adolescenti
Cenni di turpiloquio, scene leggermente sensuali.
Giudizio Artistico 
 
Tentativo parzialmente riuscito di realizzare una commedia divertente, senza l’ausilio di volgarità e parolacce, che sfruttasse la verve dei nostri attori italiani
Testo Breve:

Il giovane Andrea è l’unico maschio in una famiglia di sole donne . Ogni ragazza che potrebbe diventare la sua fidanzata, fugge disperata. Un tentativo parzialmente riuscito di realizzare una commedia divertente, senza l’ausilio di volgarità e parolacce e con  attori tutti nella parte

Tentativo parzialmente riuscito di realizzare una commedia divertente, senza l’ausilio di volgarità e parolacce, che sfruttasse la verve dei nostri attori italiani, che spesso non riescono a esprimersi per colpa di copioni mediocri. Fausto Brizzi, prima di diventare regista con il celebre (ma sopravvalutato) Notte prima degli esami, è stato sceneggiatore dei cinepanettoni.
Qua e là, purtroppo, in una commedia che pure strappa qualche risata e non perde un colpo dal punto di vista del ritmo, si riconosce una certa mancanza di approfondimento su alcune questioni fondamentali quali il rapporto tra genitori e figli, la fiducia tra coniugi e tra fidanzati, su cui la sceneggiatura (che il regista scrive insieme a Marco Martani e Federica Bosco) avrebbe potuto dire cose più interessanti. Più che una commedia, un film comico, con gag molto fisiche, esagerazioni, punte di grottesco e tono perennemente sopra le righe.
Gli interpreti sono simpatici, si rivede con piacere qualche volto noto (Maurizio Micheli, Loretta Goggi, Gioele Dix) ma l’impressione generale è di una certa superficialità con cui si affrontano gli snodi cruciali della trama, alla ricerca della battuta e della risata facile. Brizzi ha già dato prova di non avere le idee molto chiare sull’amore e sul matrimonio (basti vedere
Maschi contro femmine ed Ex) ma l’idea è che, più che dal cinismo, sia guidato piuttosto da una certa faciloneria.

Il film, per esempio, sembra scoccare più di una freccia contro la famiglia (quella del protagonista è una gabbia di matti; quella della sua controparte femminile nasconde, dietro l’aspetto di rispettabilità borghese, i soliti scheletri nell’armadio). È anche vero che il protagonista cerca con tutte le sue forze di convincere le proprie sorelle che stanno commettendo degli errori (una di loro trova giusto e legittimo portare avanti una relazione con un uomo sposato, che tra l’altro è il padre della fidanzata del ragazzo; un’altra vede l’amore come puro atto consumistico).
Di fondo, se vogliamo, il film veicola l’idea che per rimediare alle nevrosi della vita moderna e all’instabilità sentimentale, quello di cui c’è più bisogno è un’altra persona che si prenda cura di te, di cui ti possa fidare e che non ti tradirà mai. Insomma, una storia che mescola molti luoghi comuni sull’amore e sulla famiglia, e che – non si sa quanto consapevolmente – riesce a essere positiva nel proporre un ideale di stabilità familiare basato sull’impegno e sulla fiducia. Il film, poi, non scommette sulla sua effettiva raggiungibilità – come si può vedere dalle gag sui titoli di coda che ribaltano alcune linee che sembravano essersi concluse – ma, per ora, è il massimo che si può chiedere a un autore come Brizzi.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUELLO CHE SO SULL'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/09/2013 - 20:40
Titolo Originale: Playing for Keeps
Paese: USA, ITALIA
Anno: 2011
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Robbie Fox
Produzione: MISHER FILMS, YORK SQUARE PRODUCTIONS, ECLECTIC PICTURES, GERARD BUTLER ALAN SIEGEL ENTERTAINMENT, NU IMAGE FILMS IN ASSOCIAZIONE CON ANDREA LEONE FILMS
Durata: 100
Interpreti: Gerard Butler, Jessica Biel, Dennis Quaid, Uma Thurman, Catherine Zeta-Jones

George, ex calciatore scozzese di successo, per colpa dei suoi tradimenti ha perso la moglie Stacie e il figlio Lewis. Dopo aver cercato fortuna in Canada ed essere andato in bancarotta si trasferisce in Virginia dove vive l’ex moglie con il figlio, con cui è deciso a recuperare un rapporto. Per questa ragione accetta di diventare l’allenatore della squadra di calcio del bambino, ma questo suo nuovo ruolo attira l’attenzione delle mogli e madri benestanti ma insoddisfatte della provincia…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film evidenzia bene quella legge naturale secondo la quale una volta che si è costituita una famiglia con un uomo, una donna e il loro figlio, si stabilisce un legame che è difficile da spezzare a dispetto delle debolezze dei singoli
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena sensuale e di nudo parziale. Alcune mamme risutlano troppo disinvolte nella ricerca di passatempi extraconiugali
Giudizio Artistico 
 
Muccino conferma la sua professionalità come regista ma convince assai meno nella tenuta narrativa, a dispetto della simpatia del protagonista e dei comprimari
Testo Breve:

Il terzo film americano di Muccino è una commedia di “rimatrimonio”  che esalta la forza coesiva della famiglia con una regia professionale e protagonisti simpatici ma con alcune carenze nella tenuta narrativa

Il calcio in America se lo filano praticamente solo durante i Mondiali oppure quando si parla di Beckham e della sua famiglia glamour, ma in compenso questo sport ha avuto abbastanza successo tra i pargoli perché l’espressione soccer mom abbia finito per identificare le mamme del ceto medio con mariti ricchi a sufficienza perché loro possano dedicarsi a tempo pieno alle attività dei figli.

La tipologia abbonda nel suburbio americano dove si trasferisce George Dryer, ex calciatore scozzese ormai in declino (la carriera è stata stroncata da un incidente e gli investimenti immobiliari in Canada che dovevano garantirgli una pensione dorata sono falliti), con un passato da sciupafemmine che gli ha rovinato il matrimonio con la bella Stacie e gli ha fatto perdere di vista il figlio Lewis.

George, complice il fallimento economico, ha però deciso di cambiare e si impegna apertamente a riconquistare l’affetto del bambino (e un po’ meno apertamente quello della madre) fino ad accettare, in attesa di trovare un lavoro “vero” come commentatore televisivo,  di fare l’allenatore alla squadretta di calcio del figlio.

Da qui in poi le signore di cui sopra cominciano a buttarglisi addosso come mosche sul miele e anche a un uomo benintenzionato come George riesce difficile dire di no pure se il suo cuore batte ancora evidentemente per la moglie, che sfortunatamente sta per accasarsi di nuovo con un uomo ben più affidabile di lui,

Così tra un allenamento con i ragazzini (e ragazzine, in Usa il calcio infantile è unisex), un provino per la televisione, un giro in Ferrari e una festa elegante, George si trova fin troppo spesso con una donna tra le lenzuola (a volte senza nemmeno sapere in anticipo che la troverà lì). Pure se ha un passato da rubacuori, però, George ha davvero deciso di cambiare e ha pure i suoi standard morali. Così quando si trova nel letto la consorte del ricco Carl King, che entusiasta del nuovo mister gli ha pure prestato la sua Ferrari, dice un bel no. Il che ovviamente non gli impedirà di finire comunque nei guai…

Il terzo film americano di Muccino, nelle intenzioni del regista, come da titolo italiano, è il tentativo di raccontare la faticosa conquista della maturità da parte di un ex Peter Pan (di quelli che abbondano, per intenderci, nei film italiani di Muccino) in cerca di riscatto e di responsabilità, ma ancora un po’ arrugginito nel gestirle.

L’intenzione è buona e il cast, nutrito e di prestigio per una piccola commedia romantica (ma non ditelo a Muccino, che non vuole sentirla chiamare così, anche se a ben guardare si infila di diritto nel ricco e americanissimo filone di “commedie di rimatrimonio”), testimonia dell’interesse che il regista italiano ha riscosso in America con le sue prove precedenti.

Paradossalmente, però, lontano dalle sue prove drammatiche dalle due parti dell’Oceano, questo Muccino emotivo e “familiare” (le donne della provincia americana, anche quelle assatanate, non urlano come quelle de L’ultimo bacio e compagnia e più che di sesso sono a caccia di comprensione, compagnia e consolazione) convince assai meno se non nella regia, sempre professionale, certo nella tenuta narrativa, complice una sceneggiatura un po’ prevedibile.

Il regista, da dichiarazioni, avrebbe voluto un finale meno “happy” e più aperto di quello uscito al cinema e per una volta anche gli appassionati del lieto fine non gli possono dare del tutto torto: a volte il difficile cammino verso l’età adulta passa anche attraverso il riconoscimento di occasioni perdute e il sacrificio.

Qui, invece, complice una storia sul cui finale il pubblico è fin troppo certo fin dal primo minuto, c’è il rischio che, calcio a parte, si abbia l’impressione di trovarsi in una pellicola degli anni Ottanta, con il suo disperato ottimismo e una linearità di scrittura che finisce per essere più che prevedibile, difetti che solo in parte la simpatia del protagonista e dei comprimari e i lodevoli intenti iniziali riescono a ovviare. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PARTE DEGLI ANGELI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 12/15/2012 - 15:05
Titolo Originale: The Angels’ share
Paese: Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia
Anno: 2012
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Produzione: Sixteen Films/Why Not Productions/ Wild Bunch/ BFI/ Les Films du Fleuve/ Urania Pictures/France 2 Cinema/ Canal +/ Cinecinema/ Soficinema 8/ Le Pacte/ Cineart/ France Télévisions/ Canto Bros
Durata: 101
Interpreti: Paul Brannigan, Siobhan Reilly, John Henshaw, Gary Maitland, Roger Allam

Robbie, cresciuto da genitori delinquenti, ha passato l’adolescenza dentro e fuori dal riformatorio e l’ultima condanna l’ha scontata per aver picchiato un ragazzo fino a fargli perdere la vista da un occhio,. Ma ora la sua ragazza Leonie sta per partorire un bambino e lui ha deciso di rigare dritto. Per l’ultima intemperanza si becca 300 ore di servizi sociali, ore durante le quali incontra Rhino, Albert e Mo, sbandati come lui su cui nessuno punterebbe nulla. Nessuno tranne Henry, l’uomo che si occupa di loro e che fa conoscere a Robbie e agli altri il mondo del whiskey e delle distillerie… Robbie si scopre anche un certo palato per la bevanda ma l’occasione della vita potrebbe venire dall’asta di una botte pregiatissima. Peccato che l’idea di Robbie non sia propriamente legale…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sottolinea che anche i ragazzi più sbandati hanno bisogno di uno sguardo diverso su di loro, qualcuno disposto a dare una seconda (e magari anche terza e quarta) possibilità che li spinga a muoversi
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, una scena di violenza, uso di alcol e droga. Censura UK: VM15
Giudizio Artistico 
 
Ken Loach conferma la sua grande capacità di narrare e di delineare caratteri, questa volta con toni esilaranti e inattesi
Testo Breve:

Ken Loach ci propone, divertendoci, una storia di speranza, un invito a dare, anche ai ragazzi più sbandati, una possibilità di riscatto

Un padre e una madre spesso in galera e incapaci di crescerlo, un’adolescenza da senzatetto, drogato e piccolo delinquente, una certa tendenza a menare le mani. Sono questi gli handicap che sembrano condannare Robbie, agli occhi del mondo ma anche di se stesso, ad un destino da perdente e da nullità.

A cambiargli la vita, però, arriva la nascita di un figlio, che sembra insegnargli con la sua sola presenza un senso di responsabilità verso se stesso, ma anche verso gli altri, che non aveva mai posseduto e che gli infonde il desiderio di cambiare.

Anche questo però non sarebbe sufficiente se sulla strada di Robbie non arrivasse qualcuno pronto a dargli credito nonostante tutto, a credere in lui e nel suo desiderio di crescere. Henry, l’uomo che si occupa di uno scalcagnato gruppo di mezzi delinquenti e disperati destinati ai servizi sociali, è a sua volta un uomo solo e ferito dalla vita (si intuisce con discrezione una famiglia lontana, forse perduta con un divorzio) ma ancora capace di appassionarsi al destino di ragazzi su cui nessuno scommetterebbe nulla e di condividere con loro le sue passioni.

Prima di tutto quella per il whisky, che diventa una scuola di vita, oltre che di gusto, per ragazzi abituati a bere tanto e male, solo per stordirsi, e che imparano per prima cosa (almeno qualcuno di loro) il rispetto per una bevanda che richiede tempo e dedizione.

Da una visita a una distilleria e da una degustazione a Edimburgo nasce una passione condivisa e poi un piano folle e geniale per rubare un whisky che vale milioni di sterline. Un missione che unirà Robbie (che deve trovare un modo per sfuggire al suo destino già scritto e per dare un futuro anche a Leonie e al loro figlioletto) e i tre amici scalcinati quanto lui: la cleptomane Mo, lo spudorato Rhino e soprattutto Albert, che sembra vivere in un mondo tutto suo sospeso tra idiozia e genialità.

L’incontro tra i quattro delinquentelli e il mondo sofisticato dei collezionisti di whiskey è meno assurdo di quello che può sembrare e del resto quel che ha in mente Robbie non è una vita di crimine in scala più grande ma la terra promessa di un lavoro vero.

Quello che, secondo Loach (fedele in questo, seppure in una forma assai più positiva, umanistica e sorridente, al suo immancabile assunto marxista), risolverebbe tanti problemi della gioventù sbandata di oggi. Forse però quello di cui questi ragazzi hanno davvero bisogno è uno sguardo diverso su di loro, qualcuno disposto a dare una seconda (e magari anche terza e quarta) possibilità che li spinga a muoversi. Forse solo qualcuno troverà il modo di spendersi bene questa occasione e di non buttarla via in bottiglie da poco conto, ma ne sarà valsa la pena.

La “parte degli angeli” cui fa riferimento il titolo è la parte di whiskey che ogni anno evapora nell’aria e va apparentemente perduta. Ma forse no…come non vanno perduti gli atti di gentilezza e fiducia, che Robbie saprà premiare con un nettare che vale centinaia di migliaia di sterline anche se è nascosto nella bottiglia di una bibita da supermercato.

 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOONRISE KINGDOM - FUGA D'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/07/2012 - 23:01
Titolo Originale: Moonrise Kingdom
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Wes Anderson
Sceneggiatura: Wes Anderson, Roman Coppola
Produzione: Wes Anderson, Scott Rudin, Steven M. Rales, Jeremy Dawson per American Empirical Pictures, Indian Paintbrush, Moonrise, Scott Rudin Productions
Durata: 94
Interpreti: Jared Gilman, Kara Hayward, Edward Norton, Bruce Willis, Bill Murray, Frances McDormand, Tilda Swinton, Harvey Keitel, Bob Balaban.

La storia è ambientata su un isolotto del New England, nell’estate del 1965. Il dodicenne Sam (Jared Gilman), bambino problematico e orfano di entrambi i genitori, fugge dal campo scout “Ivanhoe”, eludendo la sorveglianza del timido capo Ward (Edward Norton). Sulle sue tracce, oltre ai compagni, si mette anche il solerte capitano di polizia Sharp (Bruce Willis), che rimane interdetto quando, al telefono, si sente dire dai genitori adottivi del ragazzo che non si disturbi a tornare a casa: ne hanno abbastanza dei guai che combina. Da casa Bishop, nel frattempo, è sparita anche Suzy (Kara Hayward), primogenita di Walter (Bill Murray) e Laura (Frances McDormand). Frugando tra le cose della ragazzina, i genitori scoprono che Sam e Suzy si sono conosciuti un anno prima, che hanno comunicato per mesi tramite lettere e biglietti, e che hanno pianificato questa fuga sin nei minimi dettagli.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una storia che vuole essere solo tenera e intraprendente, assurda eppure malinconica, come può esserlo il ricordo di un sogno fatto a dodici anni
Pubblico 
Pre-adolescenti
Elementi problematici per la visione: cenni di turpiloquio. Una rapida ma molto delicata scena sensuale fra i due ragazzi innamorati
Giudizio Artistico 
 
Il piacere di questi film è soprattutto intellettuale: Wes Anderson ama dipingere la tela cinematografica con colori sgargianti, tinte grottesche, sfumature intimistiche ma surreali
Testo Breve:

Il film tratteggia quell’età di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, un’età particolarmente ostica, in cui la crescita comporta problemi e difficoltà che paiono assurdamente insormontabili. Un gioco intellettuale e un divertimento soprattutto per gli adulti

Moonrise Kingdom non è una commedia tradizionale, né è un film per ragazzi, nonostante i protagonisti siano due preadolescenti. Wes Anderson, che ne è regista e sceneggiatore (insieme a Roman Coppola), è autore di film bizzarri e personalissimi come I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Il treno per Darjeeling e, forse il più geniale di tutti, Fantastic Mr. Fox. Chi ha visto anche solo uno di questi titoli, sa che non abbiamo a che fare con narrazioni classiche e con personaggi in cui è facile immedesimarsi. Il piacere di questi film è soprattutto intellettuale: Anderson è un genio matto e sprecone, che ama dipingere la tela cinematografica con colori sgargianti, tinte grottesche, sfumature intimistiche ma surreali. Quello che gli riesce in questo film – che, lo ripetiamo, è rivolto agli adulti – è un ritratto di quell’età di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, un’età particolarmente ostica, in cui la crescita comporta problemi e difficoltà che paiono assurdamente insormontabili.

Sam e Suzy hanno progettato una fuga? Per dove, non lo sanno neanche loro: l’importante è mettersi in marcia e allontanarsi da un contesto che non li accetta per come sono, e nel quale faticano a inserirsi ed esprimersi. Sam è orfano e alle spalle ha due genitori affidatari che non hanno particolare cura di lui. Suzy ha una famiglia normale, ma i genitori hanno perso da tempo la sintonia (si scoprirà che la mamma tradisce il marito con un poliziotto, amico di famiglia) e, anche per questo, crescono i figli con disattenzione. Il film celebra la “fuga” come via per affermare se stessi in un mondo che non ha tempo o voglia di ascoltare gli altri, i diversi. O, più semplicemente, è un film sull’adolescenza, sulla magia di un periodo in cui ogni cosa sembra possibile e ogni fuga nella fantasia sembra promettere un compimento di sé che la realtà impedisce. È un buffo, sofisticato omaggio a quella fase della vita, che è scelta anche come punto di vista: gli adulti sono persone tristi e i bambini più piccoli orribili egoisti. I coetanei, poi, se non sono amici, sono dichiaratamente nemici. Una fase, sembra dire il film, che poi passa: l’età dell’attesa di diventare grandi.

Il film non sembra voler dare risposte nette, non intende essere “educativo” e forse non è neanche lecito chiederglielo. Anderson affida alla sua tavolozza di colori e ai suoi personaggi suonati una storia che vuole essere solo tenera e intraprendente, assurda eppure malinconica, come può esserlo il ricordo di un sogno fatto a dodici anni. Se i ragazzi sono due “outsider”, che nelle loro solitudini si scoprono simili e poi esplorano il sentimento di amore che sta crescendo e che non riescono a controllare (“Tutto il resto l’avevamo pianificato – ammette il ragazzo – ma poi è successa una cosa che non avevamo previsto: ci siamo innamorati”), è nella descrizione del mondo adulto che il film perde un po’ di smalto.

I “grandi” sono per lo più degli inetti, anche se fanno di tutto (o quasi) per essere all’altezza della responsabilità loro richiesta. I genitori di Suzy, quando la ragazza scappa di casa, riconoscono le loro mancanze, però sembrano disarmati di fronte a un compito che sembra più gravoso di quello consentito dai loro limiti. Il poliziotto sa di aver fatto tanti sbagli e vive con il rimpianto di una vita che sarebbe potuta essere (e che non è migliorata neanche con la tresca con la moglie del suo amico). Troverà forse il coraggio di diventare uomo, prendendosi cura delle persone che deve proteggere, scoprendo anche la gioia e il significato della paternità. Il fragile capo scout, incapace di tenere a bada dei ragazzini, si renderà protagonista di un gesto eroico, che gli restituirà la dignità, innanzitutto agli occhi di se stesso.

Sono, queste, possibili tracce tematiche, che abbiamo desunto dal percorso dei personaggi del film, ma che non sono in cima alle preoccupazioni dell’autore del racconto. Il film, l’abbiamo detto, è un gioco intellettuale e un divertimento per adulti, che piacerà a qualche raffinato cultore della materia ma che ha troppe eccentricità per conquistare il grande pubblico. Per chi avrà voglia di vederlo, un consiglio: state attenti alla dimensione sonora e non andate via prima della fine dei titoli di coda. Il film, infatti, esordisce con l’ascolto di Young Person’s Guide to the Orchestra, un pezzo tradizionale di Benjamin Britten, usato per l’educazione musicale dei bambini, dove il musicista spiega il funzionamento di un’orchestra, prima creando variazioni individuali per ognuna delle famiglie degli strumenti (i fiati, gli archi, le percussioni…), poi riunendoli per una fuga (parola chiave del film), prima di riprendere il tema e concludere l’opera. Durante i titoli di coda, le voci narranti dei due giovani protagonisti spiegano come, analogamente, è stata composta la colonna sonora di Alexander Desplat. È lecito chiedersi se non sia stata composta così anche la sceneggiatura.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA FAMIGLIA PERFETTA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 12/01/2012 - 17:03
Titolo Originale: Una famiglia perfetta
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Luca Miniero, Marco Alessi e Paolo Genovese
Produzione: Marco Belardi per Lotus Production, Medusa Film
Durata: 120
Interpreti: Sergio Castellitto, Claudia Gerini, Francesca Neri, Marco Giallini, Carolina Crescentini, Ilaria Occhini.

Leone, un enigmatico lupo solitario sui cinquant’anni, ha pagato profumatamente gli attori squattrinati di una compagnia teatrale perché, il giorno della vigilia di Natale, facciano finta di essere i suoi familiari. La riunione è per il 24 mattina in un casale immerso nella campagna umbra, che Leone ha affittato come “teatro” della bizzarra recita. C’è addirittura una sceneggiatura già pronta, che gli attori hanno studiato, e una “backstory” – ossia il riassunto della vita passata – per ognuno dei personaggi: la nonna Rosa, la moglie Carmen, i figli Pietro, Luna, Daniele e Angelo, il fratello Fortunato con la moglie Sole: ognuno ha studiato bene la sua parte perché ogni particolare deve essere perfetto, pena il non pagamento del lauto compenso promesso. Sembrerebbe tutto facile, sennonché Leone ama improvvisare e, per un minimo dettaglio fuori posto, è capace di scenate d’ira che turbano non poco i pur bravi attori. Ma a che gioco stiamo giocando?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film non è ostile nei confronti della famiglia ma la veglia di Natale non è il centro della festività natalizia ma una convenzione borghese, uno stanco rituale da svolgere meccanicamente tutti insieme come se si affettasse un panettone e si giocasse a tombola.
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di sesso e di nudo, turpiloquio, una scena grottesca ambientata durante la messa di Natale. Una sgradevole gag intorno a un’ostia consacrata
Giudizio Artistico 
 
Il film è un congegno complesso, pirandelliano, a volte troppo cerebrale, che riflette sul rapporto tra vita e arte, realtà e finzione, con l’impressione di voler dire cose importanti ma senza riuscirci fino in fondo.
Testo Breve:

Leone, un enigmatico cinquantenne, ha pagato degli attori perché, il giorno della vigilia di Natale, facciano finta di essere i suoi familiari. Un racconto pirandelliano ben realizzato ma scettico sui valori religiosi del Natale

Orfano dopo decenni di  cinepanettone, il cinema italiano tenta di alzare l’asticella proponendo commedie natalizie meno volgari e più originali. Da una parte, c’è Il peggior Natale della mia vita, che aggiorna (male, a nostro avviso) un format televisivo inglese. Dall’altra, Una famiglia perfetta, rifacimento di un film spagnolo del 1996 (Familia, scritto e diretto da Fernando León de Aranoa). Prima osservazione: per proporre qualcosa di nuovo e di migliore rispetto allo zero assoluto, è necessario copiare per forza dall’estero (vedi anche Benvenuti al Nord)?

Non fosse per il trio di Aldo, Giovanni e Giacomo (i cui film migliori, però, ormai risalgono a dieci anni fa) e per la coppia formata da Gennaro Nunziante e Checco Zalone, si direbbe proprio di sì. Dal punto di vista tecnico, il film è ben fatto. È bravo Paolo Genovese, regista ben attrezzato per la commedia (sono suoi i due Immaturi e La banda dei babbi Natale) e i suoi sceneggiatori: alcune trovare sono brillanti (quella del bambino che corre al rallentatore è degna di un best-seller americano) e il film è dotato di un buon ritmo e di un’ottima tenuta. Il cast, poi, è in gran forma: più di Castellitto, sempre bravo, spicca Marco Giallini, sempre più stretto nel ruolo della spalla e ormai pronto a interpretare un film da protagonista.

Se si apre la confezione perfetta, il contenuto però delude. Riconosciamo al film almeno un tratto originale: a dispetto del titolo, che parrebbe nascondere una trappola, Una famiglia perfetta non è ostile nei confronti della famiglia. È passata, insomma, la moda dei “parenti serpenti”, e di quelle storie – che si piccavano di essere antiborghesi e anticonvenzionali – in cui famiglie apparentemente normali si riunivano attorno alla tavola il giorno di Natale (o di Pasqua, o la domenica), e, innescata la miccia (una qualsiasi), finivano per sgretolarsi alla fine del film, per rivelarsi nidi di vipere o di serpenti con indicibili scheletri negli armadi. Per onestà, non riveliamo qui il finale, che ci aiuterebbe a capire il senso di un film che comunque usa la grammatica dei soliti luoghi comuni (la coppia stanca che non fa più l’amore, il giardiniere omosessuale ammiccante, il sesso sicuro con i preservativi, l’amante tenuta al palo dal marito fedifrago ma vile, ecc…) senza l’intenzione di affrontarli sul serio.

Un dato emerge, positivo, ed è quello che riconosce l’incapacità di ciascuno di restare da solo. Leone è un eccentrico, nevrotico e misterioso personaggio che, dietro la sua richiesta assurda – pagare delle persone perché fingano di essere la sua famiglia – nasconde un aperto desiderio di bellezza che, il film lo fa intuire in più punti, egli ha volutamente e forzatamente respinto nel corso della sua vita.
In ballo c’è il concetto stesso di “famiglia” e un tema su cui la storia vorrebbe far riflettere riguarda la possibilità di essere felici, di stare bene insieme, nonostante gli errori e le incomprensioni. Leone, forse, ha dei rimpianti, dei ripensamenti, vuole guardare come in un esperimento come sarebbe stata la sua vita se avesse fatto scelte diverse. Con quale scopo? Forse per accettare meglio la sua solitudine? O per convincersi che, prendendo altre strade, sarebbe stato ugualmente infelice? Perché gioca così crudelmente con i sentimenti degli altri, provocandoli di continuo e mettendo a repentaglio il rapporto tra Carmen e Fortunato, che nella finzione sono sua moglie e suo fratello ma che nella realtà sono sposati? E perché, dopo aver costruito con così tanto scrupolo questa finzione, rischia di mandare a monte tutto egli stesso, insistendo nel voler ospitare una estranea (una donna che ha avuto un guasto al motore della macchina, soccorsa sulla strada), ovviamente ignara di tutto? La risposta è nel finale, ma basti qui dire che il protagonista è un uomo che nella sua vita ha evitato per vigliaccheria di prendersi dei rischi e ora ha disperatamente bisogno che “la realtà”, quella che egli ha sempre evitato, entri finalmente nella sua vita per salvarlo.

Non un film “a tesi”, insomma, ma un congegno complesso, pirandelliano, a volte troppo cerebrale, che riflette sul rapporto tra vita e arte, realtà e finzione, con l’impressione di voler dire cose importanti ma senza riuscirci fino in fondo. La felicità si può comprare o affittare? Cos’è la realtà per uno che di mestiere fa l’attore? Nel complesso, un film intrigante nelle premesse ma deludente nello scioglimento, che nel finale osa sì proporre una visione positiva della vita e della famiglia ma che per due ore gioca con i personaggi, in un crescendo di tensione e di angoscia, pigiando ogni tanto il pedale del sadismo. C’è anche una scena particolarmente grottesca ambientata durante la veglia di Natale: uno degli attori esulta, durante la messa, perché ha saputo che un concorrente del Grande Fratello ha bestemmiato in diretta TV e dovrà cedergli il posto all’interno della famigerata casa (da una finzione all’altra, dalla padella alla brace: che importa, la bestemmia di un altro è per lui il massimo della felicità); Leone balza sul pulpito prima della benedizione finale e prende la parola per scagliare un amaro rimprovero alla sua “famiglia”. La scena non è nuova nel cinema italiano (l’altare come palcoscenico, c’è addirittura un esempio “creativo” e “positivo” in Casomai di D’Alatri) ma qui è particolarmente sgradevole proprio per il tema del rapporto tra realtà e finzione: la veglia di Natale non è il centro della festività natalizia ma una convenzione borghese, uno stanco rituale da svolgere meccanicamente tutti insieme come se si affettasse un panettone e si giocasse a tombola. Addirittura, c’è una gag – che vede coinvolto l’antipatico membro più giovane del cast – con l’ostia consacrata. Da cartellino giallo, ma solo perché c’è di peggio. Gli autori potevano risparmiarsela.  

Non sarebbe compito del critico, ma diciamo anche questo: in una scena del film la bella Luna cerca di attizzare il fuoco del caminetto con un mantice, senza riuscirci. Pietro, per fare il ganzo, interviene e ravviva il fuoco con una bottiglia di alcool. Non fatelo a casa: rischiereste gravissime ustioni.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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