Commedia

L'ULTIMA RUOTA DEL CARRO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/15/2013 - 17:03
Titolo Originale: L'ultima ruota del carro
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Giovanni veronesi
Sceneggiatura: Giovanni Veronesi, Ugo Chiti, Filippo Bologna, Ernesto Fioretti
Produzione: Fandango, Warner Bros Entertainment Italia
Durata: 113
Interpreti: Elio Germano, Ricky Memphis, Alessandra Mastronardi

Ernesto non completa gli studi perché il padre lo prende a lavorare con sè come tappezziere. Cresciuto, lascia il padre che non lo ha mai valorizzato per mettersi in proprio come autotrasportatore assieme al suo amico Giacinto. Ernesto si sposa con Angela, hanno un figlio e la loro vita scorre serena, mentre la storia d’Italia degli ultimi decenni scorre sul loro televisore di casa. Un affaticamento alla schiena lo costringe a lasciare la sua impresa per accettare un posto nell’amministrazione di un’azienda legata al Partito Socialista. Ma è il periodo di tangentopoli ed Ernesto sta firmando troppe carte compromettenti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un bel racconto di unità familiare dove una coppia sa restare sempre unita anche nei momenti più difficili
Pubblico 
Maggiorenni
Qualche sgradevole scena con riferimenti sessuali, una rapida scena di incontro sessuale, espressioni volgari
Giudizio Artistico 
 
Bravi tutti gli attori ma la sceneggiatura mostra alcune incongruenze e il racconto è più semplice e minimalista dell’impegno di critica sociale che il racconto sembrava promettere all’inizio
Testo Breve:

La  semplice vita di Ernesto e di sua moglie scorre serena mentre i grandi eventi degli ultimi quarant’anni della storia italiana si susseguono senza scalfire la loro onestà e fedeltà matrimoniale

Il film ha un obiettivo ambizioso: raccontare quarant’anni della recente storia italiana facendo perno su alcuni eventi-simbolo (la vincita al campionato di calcio del 1982, il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, le monetine lanciate a Craxi, l’ascesa di Berlusconi) attraverso lo scorrere parallelo della semplice vita di un uomo qualunque, spesso ingenuo ma sempre onesto.

Il film fallisce sia nel riscostruire la realtà socio-politica italiana che nel raccontare la cronaca familiare del tappezziere/trasportatore Ernesto Fioretti.

La cronaca degli anni ‘60-2010  scivola via  velocemente in un modo estremamente qualunquista (in questo simile al recente  Viva l’Italia!): ricorda l’esigenza inderogabile di farsi raccomandare per ottenere un lavoro al comune, la tangentopoli del periodo craxiano, le attenzioni di  Berlusconi per le giovani ragazze del suo partito. Tutto vero, ma il modo con cui il film accenna a questi eventi non genera nessuna positiva provocazione se non la banale conclusione che politica e corruzione sono la stessa cosa.  Non giova certo ricordare la miniserie TV La meglio gioventù, dove, indipendentemente dal giudizio che si vuol dare all’angolazione politica assunta dagli sceneggiatori Sandro Petraglia e Stefano Rulli, viene fatta un’analisi degli gli ultimi decenni della storia italiana con un ben diverso spessore.

La storia privata di Ernesto Fioretti ha anch’essa un punto debole: risente del problema che si trovano ad affrontare tutti i registi/sceneggiatori ogni volta che debbono tracciare la biografia di una persona a loro cara (basti ricordare come era stata idealizzata la figura di Mannina nel film Baaria di Giuseppe Tornatore, che raffigurava la madre del regista da giovane). Ernesto Fioretti non è un personaggio inventato ma uno reale e ben conosciuto dal regista Veronesi, perché è stato suo autista così come di molti altri registi e attori del cinema italiano. Questa figura di uomo semplice ma sempre onesto, spesso  ingenuo e impotente di fronte alle furbizie degli altri (un novello Candide o un Forrest Gump italiano) risulta talmente idealizzato che il film appare più che un racconto di fatti reali pubblici e privati, una apologo morale.

Peccato, perché gli attori sono molto bravi, la figura del pittore d’avanguardia interpretato da Alessandro  Haber è la più originale ma soprattutto, anno dopo anno, risalta la vera “ricchezza” del film: l’ amore immutato fra Ernesto e sua moglie Angela.

Un rapporto molto sbilanciato dalla parte di lei: se nelle relazioni esterne è Ernesto che riesce a tenere lontana la famiglia, con la sua correttezza e onestà, da ambienti inquinati, è sempre Angela che regala al marito la sua fiducia incondizionata ogni volta che Ernesto è costretto a iniziare una nuova attività.

La sceneggiatura risente di alcune incongruenze che indeboliscono ulteriormente il racconto: il padre di lui, esigente nei suoi confronti e molto presente nella prima parte, a un certo punto scompare; il timore per un ghepardo presente in un giardino che poi non si vede mai; l’incertezza sulla diagnosi di un presunto cancro ai polmoni del protagonista che forse è stata sbagliata (quindi lo sceneggiatore sembra aver voluto aggiungere il tema della malasanità)  oppure si è trattato di un pietosa bugia da parte del dottore.

Complessivamente un film minimalista con belle espressioni di unità familiare che ha più il tono di una favola che quella di una  denuncia sociale

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

COME TI SPACCIO LA FAMIGLIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/12/2013 - 10:57
Titolo Originale: We're the Millers
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Rawson Marshall Thurber
Sceneggiatura: John Morris (II) Sean Anders Steve Faber Bob Fisher
Produzione: BENDERSPINK, W LINE CINEMA, VINCENT NEWMAN ENTERTAINMENT
Durata: 110
Interpreti: Jason Sudeikis, Jennifer Aniston, Will Poulter, Emma Roberts

David, uno spacciatore di mezza tacca, finisce per venir rapinato dei ricavi della giornata e per pareggiare il debito con il suo boss deve accettare un incarico molto pericoloso: andare in Messico con un camper e ritornare attraversando la frontiera con un grosso carico di cocaina. Per passare inosservato, David non trova altra soluzione che far finta di essere il padre di una tranquilla famiglia in vacanza. Ha bisogno quindi di una donna che assuma il ruolo di moglie e di due adolescenti che simuleranno di essere suoi figli. La spogliarellista Rose, la ladruncola Casey e l’ingenuo Kenny finiscono per accettare ma non sanno a quali avventure andranno incontro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film vuole dimostrare, in forma paradossale, i valori insostituibili della famiglia ma lo fa attraverso un turpiloquio continuo e un atteggiamento troppo disinvolto nei confronti del traffico di stupefacenti
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio ininterrotto. Continue e pesanti allusioni sessuali. Atteggiamento disinvolto nei confronti dello spaccio di droga
Giudizio Artistico 
 
Il film è pieno di trovate divertenti, i personaggi sono tutti indovinati ma il dialogo è talmente sessuocentrico che finisce di appesantire invece che liberare la potenzialità comica della storia
Testo Breve:

La storia non molto originale di una finta famiglia che deve importare dal Messico una partita di droga. Racconto divertente ma appesantito da ininterrotte allusioni sessuali.

La famiglia non esiste più, ma della famiglia non si  può fare a meno e bisogna reinventarla.  Può essere questa  la conclusione  di un film che fa arrabbiare, come oramai lo fanno tutte le commedie d'oltre Atlantico: il linguaggio è ininterrottamente volgare con continui riferimenti sessuali ma la visione della  famiglia è complessivamente positiva. Sembra quasi di assistere a una inversione di logica: il pudore e il timore vengono percepiti in quelle brevi sequenze dove i protagonisti esprimono i loro affetti; per il resto della storia indossano l’abito di ogni giorno, quello della scurrilità.

Tutto il film (e la comicità che esprime) è improntato su questo cambio di prospettiva. I principali protagonisti hanno mestieri che ruotano intorno al sesso e alla droga, non per vocazione ma perché sembra questo l'unico modo accettabile oggi per sbarcare il lunario, anche  se tutti conservano in qualche anfratto del loro cuore un grammo di purezza incontaminata. David è uno spacciatore di droga al dettaglio, un amabile mestiere che gli consente di fare tante simpatiche conoscenze ma quando la sera si accorge che una ragazza sta per esser rapinata da dei teppisti, non esita ad intervenire. Rose è una spogliarellista, sa  come interessare i propri clienti ma si  licenzia appena il padrone del locale le chiede di accettare proposte di prestazioni sessuali a pagamento. I due adolescenti  che li accompagnano, Kenny e  Casey (quest’ultima vive di furti per strada) sembrano non avere alcuna famiglia alle spalle, concentrati solo sui loro problemi ma sapranno aiutarsi a vicenda nei momenti di difficoltà. Il linguaggio diretto e sessualmente disinibito di Casey (in particolare nella scena che si svolge sull’aereo) sembra essere, più che l’espressione di qualcosa di vissuto, un semplice “io sono in”.

Con queste premesse e con questi strani personaggi, il film inizia ad imbastire un racconto on the road, dove i rischi e gli  incidenti (si da il caso che trasportino sul loro camper tanta droga da saturare il mercato statunitense) che si susseguono costituiscono l’occasione per molte situazioni particolarmente divertenti. L’aspetto più originale della storia si trova però altrove,  nel flusso ininterrotto di parole che si scambiano i protagonisti, pronti ad ogni litigio a sciogliere la loro finta famiglia ma anche pronti a ritrovarsi, quasi che quella famiglia di facciata fosse invece reale (We’are the Millers è il titolo originale, molto più indovinato).

Anche se progressivamente il film si avvia verso il ristabilimento dell’ ordine costituito, non c’è da aspettarsi riferimenti a particolari  valori universali;  quando i componenti della famiglia Miller cercano di aiutarsi fra loro, il tema dominante continua ad essere unicamente la sessualità. Se Kenny non sa ancora baciare, ci penseranno Casey e Rose; se Casey si sceglie un ragazzo poco affidabile, ci penseranno la “mamma” Rose e il “fratello” Kenny.

L’incontro con una “famiglia perfetta” anch'essa in gita turistica con il camper (un padre una madre amorevolmente uniti, una figlia ubbidiente)  serve ancora una volta per mostrare quanto questo mito sia ormai lontano. Come scopriranno David e Rosie, questi simpatici coniugi “veri” hanno un unico, essenziale prolema: ritrovare l’affiatamento sessuale di una volta.

Il film è divertente, grazie a una sceneggiatura spumeggiante e piena di trovate, gli attori sono tutti bravi (un po’ sotto tono la Jennifer Aniston) ma il sessuocentrismo della storia finisce per imprigionare  il racconto sotto una cappa soffocante. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

L'INTREPIDO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/04/2013 - 06:47
Titolo Originale: L'intrepido
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Davide Lantieri
Produzione: PALOMAR CON RAI CINEMA
Durata: 104
Interpreti: Antonio Albanese, Livia Rossi, Gabriele Rendina, Alfonso Santagata, Sandra Ceccarelli

Milano. Il bonario Antonio Pane lavora come tappabuchi. Quando qualcuno ha bisogno di qualche ora o giornata libera ma non può prendersi ferie, Antonio – che è in grado di svolgere qualunque tipo di mansione – lo sostituisce. Un giorno operaio in un cantiere, il giorno dopo tramviere, il giorno dopo ancora fattorino per una pizzeria, Antonio fa quello che c’è da fare senza lamentarsi, raccontando solo parte della verità al sensibile figlio Ivo, sassofonista di talento ma altrettanto precario. Un giorno, partecipando a un concorso pubblico, Antonio incontra Lucia, una ragazza introversa con cui stringe amicizia, decidendo di condividere il suo segreto. Giorno dopo giorno, lavoro dopo lavoro, Antonio sembra stabile nel suo equilibrio ma si scontra con i drammi di una generazione, quella di suo figlio e di Lucia, che sembra meno attrezzata della sua a incassare le botte della vita.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film presenta un bel rapporto fra padre e figlio, ma chi è buono sembra soccombere rassegnato
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene drammatiche e deprimenti. Nudità sui alcuni manifesti
Giudizio Artistico 
 
Per chi ha amato i film precedenti di Gianni Amelio questo film delude, in una quasi totale assenza di trama: s’inerpica sull’accidentato sentiero delle metafore e asciuga la narrazione fino quasi a seccarla
Testo Breve:

Il bonario Antonio Pane lavora come tappabuchi sostituendo chi ha bisogno di qualche ora libera. Un film di Gianni Amelio deludente e senza trama. I buoni  soccombono rassegnati

È pervaso da un umore malinconico questo film che, sulle prime, sembra essere una risposta alla crisi in chiave di commedia surreale; poi, con sgomento, si apre al dramma personale e alla tragedia; infine, cerca di recuperare un equilibrio congedando lo spettatore con un sorriso di speranza. Per chi ha amato i film precedenti di Gianni Amelio, comunque, una piena delusione. È un brutto segno quando Amelio dà ai suoi personaggi nomi programmatici. Era già successo con il film La stella che non c’è il cui protagonista si chiamava Vincenzo Buonavolontà. Succede qui con l’intrepido Antonio Albanese, ribattezzato a scanso di equivoci Antonio Pane (nome che, ai fan di Totò, ricorda l’Antonio Bonocore della Banda degli onesti). È un brutto segno perché quando Amelio ricorre al nomen omen (proprio come nella Stella che non c’è), s’inerpica anche sull’accidentato sentiero delle metafore e asciuga la narrazione fino quasi a seccarla.

Da sempre Amelio ha fatto della sottrazione narrativa uno strumento per arrivare all’essenzialità delle emozioni ma la quasi totale assenza di trama, in questo caso, ha come unico effetto boomerang quello di disorientare. Non è neanche vero, nonostante le citazioni letterali, che il protagonista sia un personaggio chapliniano, à la Charlot, com’è stato detto e scritto. Non basta essere buoni come il pane per essere chapliniani: Charlot poteva anche finire sconfitto dalle avversità ma non prima di essersi battuto. L’intrepido del titolo, invece, nonostante la buona lena e lo spirito d’iniziativa, soccombe con rassegnazione e sguardo triste, qualunque cosa gli capiti. Mai era capitato a Charlot di restare senza argomenti di fronte alla protervia dei potenti. Se la storia è l’anima di ogni film, e il conflitto è l’anima di ogni storia, molto semplicemente all’autore, più che esplorare i possibili spunti narrativi innescabili da un conflitto, interessa elevare una voce flebile in difesa della dignità dei singoli, delle brave persone, dei padri che amano i figli.

Lo sguardo di Amelio si riconosce proprio (e soltanto) qui, nella descrizione delicata e sincera di un bel rapporto tra padre e figlio (un tema primario che attraversa le opere recenti della sua filmografia, come Le chiavi di casa e Il primo uomo). Nei volti giovani degli attori esordienti Gabriele Rendina e Livia Rossi, e nella caratterizzazione dei loro personaggi (il figlio sassofonista e la ragazza sfortunata), il film trova qualche scampolo di verità, anche se poi la sceneggiatura non vuole andare a fondo di nessuna questione. L’episodio che chiude il film, però, consegna una certezza: che si può cambiare mestiere tutti i giorni, anche più volte al giorno, ma ciò che rimane insostituibile è il ruolo di padre.

In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

PARENTAL GUIDANCE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/08/2013 - 15:38
 
Titolo Originale: Parental Guidance
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Andy Fickman
Sceneggiatura: Lisa Addario Joe Syracuse
Produzione: CHERNIN ENTERTAINMENT, WALDEN MEDIA
Interpreti: Billy Crystal, Bette Midler, Marisa Tomei, Tom Everett Scott

Artie non fa a tempo a riprendersi dalla umiliazione di esser stato licenziato come commentatore sportivo (il suo stile è ormai antiquato) che viene invitato assieme a sua moglie Diane ad accudire i loro tre nipotini per qualche giorno mentre la figlia Alice accompagna il marito Phil a una convention. L’impegno si mostra subito arduo, visto che la dodicenne Harper vuole andare a una festa dove c’è un ragazzo che le interessa, Turner di 8 è affetto da balbuzie mentre il piccolo Barker di 5 passa il tempo a parlare con un amico inesistente….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due nonni sanno prendersi cura dei loro nipoti e risolvere i loro problemi
Pubblico 
Tutti
Un casting di bravi attori rende brioso il racconto, ma c'è un eccesso di zucchero e di prevedibilità
Testo Breve:

Artie e Diane debbono fare da babysitter per qualche giorno ai nipoti che non vedono da quasi un anno. Un divertente family film che però  non mantiene tutte le promesse

Fino a che punto è giusto esercitare il mestiere dei nonni, sopratutto quando occorre accudire integralmente per qualche giorno i nipotini evitando  di  trattarli come piacerebbe  a loro ma secondo le direttive imposte loro dai  genitori?

Come si fa a ingraziarsi la simpatia dei nipoti, soprattutto quando sono quasi 10 mesi che non li vedono e sono molto più affezionati agli “altri” nonni?

Sono temi interessanti per molti di noi ed  è così che esordisce questo family film che affronta i problemi tipici del confronto di tre generazioni e dell’incompatibilità fra vecchi e nuovi metodi educativi.

In effetti i vincoli di comportamento che ricevono i nonni Artie e Diane nei confronti dei nipoti sono alquanto stringenti: non dar loro alcun cibo che contenga zucchero, non dire loro mai “no” ma “considera le conseguenze”; mai dire “non farlo” ma “forse dovresti provarlo”: non debbono assistere né partecipare ad alcuna forma di violenza neanche  verbale e se giocano a baseball bisogna essere sicuri che nessuno venga espulso né che qualcuno venga considerato il vincitore, per non creare atteggiamenti conflittuali. Come se non bastasse, all’interno di una maglia comportamentale così stretta, i nonni vorrebbero anche riuscire a farsi voler bene, perché sono ai loro occhi due persone assolutamente sconosciute.

E’ questa la parte iniziale del film che è forse la più interessante, perché i problemi che mettono in campo sono reali e condivisibili; purtroppo, nello sviluppo della storia, le conseguenze di tali difficili premesse, cioè le situazioni comiche in cui si va a cacciare Billy Cristal, sono tanto esagerate quanto irrimediabilmente prevedibili.

Alla fine, con i metodi più antichi di questo mondo, con una torta coperta di glassa, con l’acquisto di un vestito carino per la dodicenne che deve fare bella figura a una festa, con la minaccia di qualche sculacciata al pestifero Barker, lo svelamento di qualche trucco professionale del nonno, speaker di professione, al balbuziente Turner e infine giocando tutti insieme in giardino a prendere a calci un barattolo, i nonni riescono a conquistarsi i nipoti e a risolvere molti dei loro problemi. Resta ancora da convincere mamma Alice, affezionata ai suoi metodi didattici ma Artie, operando in lei un tuffo sentimentale nel suo passato da ragazzina, riesce a farle ricordare quanto non fosse molto diversa dai suoi bambini di oggi.

Le  moderne ma fredde teorie pedagogiche che cercano di costruire un mondo ideale che non esiste vengono alla fine sconfitti dal più antico dei metodi: crescere sentendosi amati e costruendosi una salda fiducia in se stessi, cercando di scoprire (realisticamente) le proprie capacità.

Si ride in questo film ma l’urgenza del lieto fine rende la confezione troppo zuccherosa. Il pregio maggiore e la rappresentazione di un genuino affiatamento fra nonni, genitori e nipoti.

Un film simile non va visto solo dai soli bambini né solo dagli adulti ma tutte e tre le generazioni insieme.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

QUESTI SONO I 40

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/03/2013 - 09:22
Titolo Originale: This is 40
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Judd Apatow
Sceneggiatura: Judd Apatow
Produzione: APATOW PRODUCTIONS, FORTY PRODUCTIONS
Durata: 134
Interpreti: Paul Rudd, Leslie Mann, John Lithgow, Megan Fox, Albert Brooks, Maude Apatow, Iris Apatow

Pete e Debbie sono sposati, hanno due simpatiche figlie adolescenti, vivono in una bella casa in un quartiere residenziale di Los Angeles ma il loro affari non stanno andando bene e, quel che è peggio, stanno per compiere quarant’anni. Per entrambi sembra un punto di svolta: Debbie ha deciso che tutta la famiglia deve vivere una vita più sana (cibi senza condimento) e più austera (niente iPhon, iPad, iPod, Wifi..); Pete dovrebbe smettere di fare il bambino mai cresciuto e prendersi delle responsabilità sul lavoro; alla fine la domanda cuciale sarà: ci amiamo ancora come una volta?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questa volta a fatica diamo una freccia positiva perché a dispetto di una comicità basata pesantemente e continuamente su allusioni sessuali, i film è una ottimo elogio all’amore coniugale
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo. Comicità basata su pesanti allusioni sessuali. Uso di stupefacenti. Nudità parziali o intraviste
Giudizio Artistico 
 
Il regista-sceneggiatore Judd Apatow ha i sui punti di forza nei dialoghi vivaci, spiritosi e nella guida degli attori. Tutti bravi sia i protagonisti che i comprimari. Ottima Leslie Mann
Testo Breve:

Una coppia sposata con due figlie adolescenti arriva alla soglia dei quarant’anni: tante cose sono cambiate ma l’amore resta. Una comicità scoppiettante ma con continue allusioni sessuali. La migliore opera di Judd Apatow.

I film di Judd Apatow fanno venire molta rabbia perché  si finisce per  odiarli ed amarli allo stesso tempo. Come era già accaduto in Molto incinta, anche questa commedia del regista-sceneggiatore avanza attraverso  una rigogliosa serie di battute incentrate (solo verbalmente, si intense) su una sessualità molto esplicita che sfocia nella coprolalia e a questa si aggiungono bambinesche battute su varie funzioni corporali. Nonostante la prevalenza ingombrante di questa tematica il film, in più di due ore, riesce, con  ritmo sostenuto a trabordare ironicamente sui serial Tv (amore appassionato per Lost, disprezzo per Mad Men), sugli ebrei, sul mito del Viagra, sull’influenza perniciosa degli psicologi, sui genitori anziani che alla loro età si prendono una seconda moglie e si debbono trastullare tre bambini gemelli avuti con la fecondazione artificiale. Judd Apatow è una versione più volgare di Woodi Allen ma è ugualmente arguto (in effetti entrambi sono di origine ebrea ed entrambi sembrano ispirarsi all’umorismo yiddish).

Superato l’ostacolo della forma, il messaggio è interessante e positivo. Il film è uno dei pochi  disponibili oggi sull’amore coniugale e lo descrive molto bene. Il tema del film non riguarda il primo incontro e l’innamoramento, la trama non si appoggia sui soliti triangoli amorosi, ma ci troviamo di fronte una coppia di mezza età, già con due figlie adolescenti, dove lui e lei sono molto diversi (lei è più propositiva e decisionista, lui è un bambinone inconcludente come era già accaduto in Molto incinta), con tante debolezze, sempre pronti a discutere e a confrontarsi animatamente su tutto. Ma poi, ogni volta che sembrano stiano per raggiungere il punto di non ritorno, scoprono che non possono fare a meno l’uno dell’altra: basta un week end passato insieme, lui e lei da soli e l’intesa si riconferma pienamente. Il confronto continuo è l’anima della loro relazione: se una giusta critica dell’altro all’inizio urta, sanno anche riconoscere subito dopo di aver sbagliato  e sono pronti a chiedersi reciprocamente perdono. Il film semba volerci dire che un rapporto che non si adagia sulla rassegnata accondiscendenza ai difetti dell’altro è molto più costruttivo e profondo. “Noi non siamo soci in affari, non siamo come fratello e sorella” esclama lei in un momento di crisi: Debbie pretende qualcosa di più e di esclusivo. La risposta si avrà nella sequenza finale, per la quale non riveliamo i dettagli ma quando Pete manifesta i tanti motivi profondi che hanno per stare insieme, conclude semplicemente: “perché sei mia moglie”.

Il film sembra avere molti spunti autobiografici ricavati dalla vita matrimoniale di Apatow (le figlie del protagonista sono realmente le figlie del regista e Leslie Mann è sua moglie e madre delle ragazze) e lo si vede dalla ricchezza con cui vengono tratteggiati i due protagonisti, complessi e contraddittori come si è in realtà: Debbie è tenera con i suoi figli ma sa essere inflessibile quando si costruisce un ideale di famiglia perfetta; disposta a fare lei in primo passo verso un padre che non vede da sette anni ma acida e vendicativa verso un tredicenne che ha osato parlar male di sua figlia su Facebook.  Anche Pete non è da meno e se è incapace di smettere di dare dei soldi per il sostentamento di suo padre nonostante i suoi affari vadano male, ogni tanto si immagina di riuscire ad uccidere la moglie perché sa che è lei che guida la famiglia.

Il film avanza in modo piacevolmente disordinato  privilegiando la parola sull’azione ed è proprio nei dialoghi che Apatow esprime tutto se stesso in questo film che è al momento il migliore della sua carriera. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

DREAM TEAM

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2013 - 15:27
 
Titolo Originale: Les Seigneurs
Paese: FRANCIA
Anno: 2012
Regia: Olivier Dahan
Sceneggiatura: Philippe de Chauveron, Marc de Chauveron
Produzione: VITO FILMS, IN COPRODUZIONE CON O.D. SHOTS, TF1 FILMS PRODUCTION
Durata: 97
Interpreti: José Garcia, Jean-Pierre Marielle, Franck Dubosc, Gad Elmaleh,Joey Starr

Patrick Orbéra è stato un glorioso giocatore che ha portato la Francia a vincere i mondiali di calcio ma ora, a cinquantanni, è un uomo alla deriva, alcoolizzato, collerico e che viene tenuto a distanza dalla sua stessa famiglia. Per trovare un lavoro stabile accetta di allenare la squadra di calcio di Molène, un’isola della Bretagna che vive di pesca ma la cui fabbrica rischia di chiudere se la squadra locale non riesce a conquistare un po’ di prestigio. Patrik si accorge che il team è alquanto malmesso e non gli resta che cercare di reclutare vecchie glorie decadute come lui…..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un gruppo di giocatori non più giovani che stanno andando alla deriva scoprono il valore della solidarietà e ritrovano fiducia in loro stessi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena sensuale. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Un film francese che non pretende altro se non divertire e che ci riesce, con l’aggiunta di un pizzico di buona morale
Testo Breve:

Ex giocatori un po’ sbandati si impegnano a salvare una piccola squadra di calcio. Ottimi attori comici realizzano un film corale senza molte pretese ma con messaggio di speranza

Ai tempi gloriosi della commedia all’italiana si organizzava un film con Aldo Fabrizi, Peppino de Filippo, Vittorio De Sica   ed altri nostri grandi attori comici e il successo era garantito. Sembrava quasi che la sceneggiatura venisse costruita o almeno “interpretata” sul momento, tanta era l’estrosa  l’inventiva di quegli istrioni dello spettacolo. Ora quell’epoca è definitivamente scomparsa (sorvoliamo sulla generazione successiva, quella dei “Natale a..”) mentre in Francia quel certo tipo di cinema popolare è ancora in auge.

Dream Team (in originale: les Seigneurs) è proprio un film che punta tutto sulla “squadra” non solo in termini calcistici ma anche nel senso di compagine di attori di tutto rispetto: Omar Sy ormai notissimo anche da noi per il film Quasi Amici, che accetta di giocare purchè non lo sappia la sua terribile moglie, preoccupata per il suo soffio al cuore; Franck Dubosc, da noi conosciuto tramite Benvenuti a bordo, che ha cercato di riciclarsi come attore ma inutilmente; Gad Elmaleh (Una top model nel mio letto, Train de vie) un nevrotico playstation-dipendente; Ramzy Bedia (Il concerto) che idolatra Che Guevara e sogna la rivoluzione del popolo. C’è anche una apparizione di Jean Renò nelle parti di se stesso, a dire il vero un po’ imbolsonito.

Molto meno definite le figure femminili: sono presenti o per la loro capacità seduttiva, come la ragazza interpretata da Frédérique Bel, che ha ricevuto il compito di convincere i giocatori, con la sua sola presenza,  che in fondo l’isola mostra qualche attrattiva oppure la ragazza tutto casa e famiglia che immancabilmente si innamora del calciatore che viene dal continente.

Fatta la squadra, il film procede seguendo binari ormai tracciati: i difficili allenamneti con giocatori così diversi  fa innescare  scintille di comicità  mentre la tranquilla vita della piccola isola genera nei nuovi arrivati crisi claustrofobiche. Non manca la suspence indotta dall’ansia di vincere le partite del campionato a tutti costi, mentre la fabbrica rischia di chiudere.

Bisogna riconoscere che il film scorre spumeggiante e con un buon ritmo; si potrebbe concludere che si tratta di un film popolare di buona fattura, senza molte pretese;  il finale è prevedibile e deve essere tale perché lavori come questi vengono realizzati per rassicurare,  non certo per turbare.

C’è però una piccola  anima segreta nel film che lo riscalda e che lo rende più interessante di quanto ci si possa aspettare: la solidarietà fra uomini che sanno di essere fragili, che sanno che riprendere in mano il pallone comporta per loro ricordare fallimenti passati ma che tuttavia vanno avanti perché quella piccola squadra per cui giocano li costringe a non pensare a loro stessi  e forse per la prima volta riescono ad essere altruisti.

Giorno dopo giorno, lo sforzo per restare uniti e affrontare una sfida che li accomuna sublima la loro soggettività e poco a poco li trasforma. Per alcuni sarà l’effetto di una stagione, forse finito il campionato torneranno alla vita scombinata di prima ma qualcosa di positivo è accaduto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

UNA RAGAZZA A LAS VEGAS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/11/2013 - 14:54
Titolo Originale: Lay The Favorite
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Stephen Frears
Sceneggiatura: D.V. DeVincentis
Produzione: EMMETT/FURLA FILMS, RANDOM HOUSE FILMS, LIKELY STORY, RUBY FILMS
Durata: 94
Interpreti: Rebecca Hall, Bruce Willis, Joshua Jackson, Catherine Zeta-Jones

Beth è una ragazza esuberante che fa la spogliarellista a domicilio; si sente insoddisfatta e decide di tentare la fortuna a Las Vegas. Per sua fortuna incontra Dink, un giocatore professionista che la assume nel suo ufficio dove si passa la giornata a scommettere su qualsiasi cosa. Nasce presto del tenero far loro ma la moglie di Dink è alquanto gelosa..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Solo valori falsi in questo film: quanto sia stimolante il mestiere della spogliarellista e di giocatrice d’azzardo
Pubblico 
Sconsigliato
Una scena di nudo parziale. Esaltazione del fascino del gioco d’azzardo Censura USA: PG 17
Giudizio Artistico 
 
Il film può vantare un regista di tutto rispetto e attori professionisti che recitano bene i propri ruoli. Peccato che la sceneggiatura abbia il suono di una moneta falsa
Testo Breve:

Un film fasullo e fuorviante su quanto sia divertente, per una ragazza, prima fare la spogliarellista e poi la professionista del gioco d’azzardo

Impieghiamo poche parole per chiarire perché riteniamo di sconsigliare questo film.

Non ci sono scene violente, né scene sensuali con l’eccezione di una sola sequenza con  nudi parziali. Il tono è di commedia ironica e non mancano i buoni sentimenti, come quando il protagonista decide di restare fedele a sua moglie, mettendo da parte l’interesse che in lui stava nascendo per Beth.

Quindi dov’è il problema?

Il  film si  ispira al libro autobiografico di Beth Raymer, una scrittrice che ha effettivamente vissuto le esperienze della protagonista, prima come spogliarellista a domicilio, poi come professionista del gioco d’azzardo.

Il problema sta proprio nel modo assolutamente fasullo con cui sono state  ritratte queste due realtà. Nel suo mestiere di spogliarellista Beth non fa che incontrare persone un po’ strane ma simpatiche, non c’è alcuna allusione alle prestazioni extra che certi signori finiscono per  richiedere né al racket che controlla questi servizi.

Anche il suo ingresso nel gamblig professionale è visto attraverso la lente deformata dell’inguaribile narcisismo della scrittrice: ciò che è posto in primo piano nel  film è la sua abilità matematica nel calcolo delle vincite e delle perdite e la crescita inarrestabile dei suoi guadagni, grazie al suo spostamento da Las Vegas, considerata una piazza troppo piccola,  a uno dei paradisi fiscali centroamericani. C’è molta benevolenza nel gioco illecito (ciò che è importante e non farsi "beccare"); in fondo si tratta di un ambiente frequentato da gente che sa aiutarsi a vicenda quando è necessario mentre della malavita non c’è nemmeno l’ombra.

Tutto appare falso e scintillante come le grandi sale da gioco di Las Vegas.

Alcune scene sono difficilmente digeribili: Beth confida al padre che vuole smettere di fare la spogliarellista per cercare di fare fortuna a las Vegas, magari come barista. Il padre cerca di dissuaderla perché in fondo con il mestiere che fa guadagna già abbastanza.

La moglie di Dink fa una scena di gelosia perché si accorge del suo interesse per Beth: alla fine giungono a un compromesso: Dink potrà continuare ad avere Beth nel suo ufficio se lei potrà avere i soldi necessari  per un ulteriore intervento di chirurgia estetica.

Come era già successo ne Il Lato positivo, anche per questo film sarà risolutiva la vincita  su una scommessa rischiosa. Sono ormai troppi i film che esaltano la piacevolezza del gioco d’azzardo, mettendo a tacere tutti i suoi risvolti drammatici.  Visto che la mania del gioco si sta diffondendo anche in Italia non è proprio il caso di favorire film di questo genere.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

QUANDO MENO TE LO ASPETTI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/03/2013 - 19:57
Titolo Originale: Au bout du conte
Paese: FRANCIA
Anno: 2013
Regia: Agnès Jaoui
Sceneggiatura: Agnès Jaoui, Jean-Pierre Bacri
Produzione: Les Films A4/ France 2 Cinéma/ Memento Films Production/ La Cinéfacture/ Hérodiade/ Canal +/ Ciné +/ France Télévisions/ Memento Films Distribution/ Memento Films International/ Cofimage 23/ Api 4
Durata: 112
Interpreti: Agnès Jaoui, Jean-Pierre Bacri, Agathe Bonitzer, Arthur Dupond, Benjamin Biolay, Clément Roussier

La bella Laura, unica erede di un ricco industriale, ha 24 anni, ma ancora attende il suo principe azzurro; quando ad un ballo incontra Sandro, un giovane musicista a corto di soldi, pensa di averlo trovato e in effetti tra i due scoppia l’amore. Poi, però, andando a trovare la zia Marianne, attrice fallita specializzata in spettacoli per bambini, Laura incontra l’affascinante e ambiguo Maxime Wolf, che le fa perdere la testa… Intanto lo scorbutico Pierre, padre di Sandro, rincontra l’indovina che quarant’anni prima gli aveva rivelato la data della sua morte. Il problema è che alla data mancano solo tre mesi e anche uno scettico inveterato come Pierre non può fare a meno di preoccuparsi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Le favole non sono una sorta di manuale di istruzioni pre-programmato per affrontare la vita e alla fine i giovani conquisteranno l’età adulta mettendosi di fronte alle proprie mancanze e ai propri errori mentre i non più giovani imparerano ad affrontare le proprie paure come quella per la morte. Non si può negare però che il contesto narrativo sia disinvolto( la protagonista dà per scontati i rapporti prematrimoniali) e di ispirazione atea (due genitori sono sollevati quando che la loro figlia non vuole più fare la prima comunione)
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene sensuali, presenza di rapporti prematrimoniali. Uso di stupefacenti nei festini
Giudizio Artistico 
 
Con un’inventiva e un gusto sopraffino, che suppliscono al piccolo budget, la coppia transalpina intreccia le vicende di molti personaggi che assumono di volta in volta i ruoli delle fiabe che tutti conosciamo, continuamente scombinando le aspettative del pubblico e costringendolo a un gioco di decostruzione che però fortunatamente non è mai solo compiacimento formale.
Testo Breve:

La coppia Jaoui-Bacri (autori e interpreti – e lei anche regista - di piccoli e brillanti capolavori) hanno costruito una vivace e brillante variazione sul tema delle favole e del ruolo che hanno nella vita delle persone. 

L’ultima fatica della coppia Jaoui-Bacri (autori e interpreti – e lei anche regista - di piccoli e brillanti capolavori come Il gusto degli altri e Così fan tutti, a suo tempo sceneggiatori anche del musicale Parole, parole, parole, oltre che di molti film purtroppo mai distribuiti in Italia) è una vivace e brillante variazione sul tema delle favole e del ruolo che hanno nella vita delle persone.

Con un’inventiva e un gusto sopraffino, che suppliscono al piccolo budget, la coppia transalpina intreccia come al solito le vicende di molti personaggi che assumono di volta in volta i ruoli delle fiabe che tutti conosciamo e che, volenti o nolenti, hanno contribuito a formare i nostri desideri e le nostre aspettative sulle vita.

Come nel caso della ricca Laura, che ha tutto dalla vita ma è pronta a credere a una pseudo-veggente che le promette l’arrivo del principe azzurro… che puntuale si presenta (proprio ad un ballo e opportunamente segnalato alla sua attenzione dal dito di una statua di angelo) nei panni di musicista povero che, novello Cenerentolo, perde una scarpa scappando per le scale.

I personaggi di Quando meno te lo aspetti, infatti, entrano ed escono dai ruoli delle fiabe, trasformandosi con disarmante leggerezza, continuamente scombinando le aspettative del pubblico e costringendolo a un gioco di decostruzione che però fortunatamente non è mai solo compiacimento formale.

Il messaggio della Jaoui (che qui si ritaglia il ruolo di Larianne, zia di Laura, un’attrice fallita, recentemente divorziata, alle prese con i tentativi di una vita indipendente e una figlia piccola che reagisce al trauma della separazione dei genitori rifugiandosi in una ricerca religiosa che lascia spiazzati gli ateissimi genitori) è volutamente decostruzionista e post-moderno. Le fiabe sono una bella cosa, soprattutto per i bambini, ma bisogna stare attenti a non lasciarsi passivamente influenzare, sperando che la vita riservi la felicità perfetta (il tradizionale “vissero felici e contenti”) e il destino sia sempre infallibilmente segnato. Insomma, non bisogna lasciare che questi racconti diventino una sorta di manuale di istruzioni pre-programmato per affrontare le paure della vita e mettersi ai ripari da errori e tradimenti.

Anche perché, come dimostra la facilità con cui Laura si innamora e disinnamora, si finisce spesso per passare da un principe azzurro a un lupo, cattivo sì, ma tanto più affascinante...

D’altra parte può capitare pure che una predizione vecchia di anni costringa a ripensamenti anche uno scettico e ateo inveterato come il burbero Pierre, che rifiuta di dare il bacio della buonanotte ai bambini e ci tiene a specificare che i morti rimangono al cimitero e non vanno né in cielo né in paradiso.

Alla fine, per lui come per Marianne, si tratta di affrontare le proprie paure (quella della morte come quella di guidare), mentre altri conquisteranno l’età adulta mettendosi di fronte alle proprie mancanze e ai propri errori. Così se forse quello del “principe azzurro” e dell’amore romantico è un mito, mentre anche un amico si può tradire, in nome del successo e in modo altrettanto doloroso anche un fidanzato, questo però non significa che non ci sia modo di essere felici in una maniera forse un po’ meno perfetta e “con qualche sbandamento”.

Una morale di sicuro attuale, che emerge leggera da questo gioco di destini incrociati, gestito con il solito immancabile brio dalla regista francese.

Dispiace, però, che finisca un po’ arbitrariamente tra i “miti consolatori” dei bambini, da superare con l’età, insieme alle fiabe e alle superstizioni, anche il senso religioso.

Quello che sembra sfuggire alla Jaoui, almeno in parte, è che se la trasformazione delle fiabe in racconti dal lieto fine fin troppo consolatorio è il prodotto di un certo tipo di cultura che detta modelli e ruoli e le sfrutta a fini consumistici, il bisogno di significato a cui anche queste narrazioni rispondono è qualcosa che nessuna sovrastruttura culturale può aver inculcato e che quindi tantomeno potrà eliminare.

Come diceva J.R.R. Tolkien nel suo saggio sulle fiabe, Albero e foglia, miti e fiabe sono la più autentica espressione dell’essere umano, animale “narrante” ancor prima che razionale, cui Dio stesso sceglie di comunicare la salvezza tramite una storia, cosicché proprio attraverso le storie che si raccontano gli uomini continuano a ripetere questo inesauribile desiderio di salvezza e di bene

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

20 ANNI DI MENO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/11/2013 - 21:45
Titolo Originale: 20 ans d’écart
Paese: FRANCIA
Anno: 2013
Regia: David Moreau
Sceneggiatura: David Moreau, Amro Hamzawi
Produzione: Echo Films/ Europacorp/ TF1 Films Production
Durata: 92
Interpreti: Virginie Efira, Pierre Niney, Gilles Cohen

Alice Lantins, 38 anni, un ex marito e una figlia piccola, vive per il suo lavoro di redattrice di una rivista di moda. Il suo capo, in partenza per gli Stati Uniti e in cerca di una sostituta, favorisce, però, una collega più brillante e disinibita… Sulla via del ritorno da un viaggio di lavoro in Brasile Alice conosce Balthazar, un simpatico ventenne studente di architettura. Complice un equivoco, i suoi colleghi credono che lei abbia una relazione con il ragazzo e, visto che la cosa sembra finalmente aprirle la strade per la promozione, Alice decide di continuare a fingere…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’etica appare ormai cosa superata e gettato al vento ogni scrupolo, anche solo di rispettabilità borghese, il discorso si sposta addirittura sulle tiranniche categorizzazioni amorose dettate ormai da certi siti Internet
Pubblico 
Maggiorenni
Scene sensuali e di nudo, turpiloquio, uso di droghe
Giudizio Artistico 
 
Come spesso accade oltralpe, una buona idea finisce per essere preda di un plot frenetico che vira volentieri nella farsa e nella macchietta, a discapito dell’approfondimento di temi e caratteri. Anche così 20 anni di meno resta un prodotto ben fatto
Testo Breve:

Complice un equivoco, i colleghi di ufficio di Alice, 38 anni, credono che lei abbia una relazione con il ragazzo di 18. Commedia francese leggera e amorale, dove i comportamenti vengono dettati dai siti Internet

Questa leggera commedia francese, ambientata nel mondo frivolo ma spietato del giornalismo di moda (c’è pure un direttore che sembra la caricatura di Yves Saint Laurent e una proprietaria che fa il verso sia alla direttrice di Vogue Anna Wintour che al suo avatar cinematografico Miranda Priestley de Il diavolo veste Prada) vive soprattutto della simpatia dei suoi due protagonisti, la bella “matura” Virginie Efira e il brillante e simpaticissimo Pierre Niney (che a breve incarnerà proprio Yves Saint Laurent in una biografia cinematografica).

Il tema, quello dell’improbabile relazione tra una donna quasi quarantenne (Alice, con un ex abbastanza odioso, ma sincero e una figlia decenne sovrappeso) ma ancora piacente e un uomo molto più giovane di lei (un ventenne studente di architettura) è ormai cinematograficamente e televisivamente sdoganato (ci hanno fatto pure una serie statunitense, Cougar Town) quasi quanto l’ormai superato cliché a sessi scambiati.

Gettato al vento ogni scrupolo, anche solo di rispettabilità borghese (perché il criterio morale rischierebbe di sembrare bigotto e obsoleto) qui il discorso, ad un certo punto, si sposta addirittura sulle tiranniche categorizzazioni dettate ormai da internet e nella fattispecie da certi siti Internet  diventati il galateo di un certo smaliziato modo di intendere le relazioni tra i sessi.

L’etica, appunto, appare ormai cosa superata, e al massimo si discetta su cosa “si porti di più” in termini di relazioni sentimentali (che, cela va sans dire, devono essere anche sessuali), e quanto possa giovare alla solitamente ingessata e super-efficiente Alice, abituata a sgobbare senza ottenere riconoscimenti, l’esibizione di un amante con i famosi “vent’anni di meno”.

Specie se si tratta di un giovanotto carino, amabile e così ben educato da alzarsi per soccorrere una modella inciampata a una sfilata e che, è vero, forse fa le tre di notte in discoteca, ma ha in testa soprattutto i suoi studi di architettura (per un appuntamento porta Alice a brindare in un edificio progettato da Niemeyer).

Detto fatto, l’accoppiata, frutto inizialmente di un equivoco (pure quello veicolato da Twitter), proseguita per finta e per ottenere l’agognata promozione, si trasforma in realtà, per poi complicarsi come tutti i rapporti reali, qualunque sia l’età dei personaggi coinvolti.

Vero è che nel mondo amorale e francamente detestabile della protagonista, la spontaneità e l’amore sincero del giovane Bathazar (che, sorpreso in casa dopo una notte d’amore, è disposto a fingersi uno stagista per non sconvolgere la figlia piccola di Alice) è una boccata d’ossigeno (e forse, aggiungiamo noi, anche un po’ un sogno ad occhi aperti). Così il pubblico ci mette poco a tifare perché la differenza d’età (derubricata a falso problema prodotto da una cultura che accetta senza problemi ricchi di mezza età con amanti poco più che maggiorenni) e qualche equivoco non siano d’ostacolo al grande amore.

In tutto questo si salta a piè pari l’eventuale disagio di una figlia piccola (eppure lo stesso Bathazar fa fatica ad accettare che la nuova fidanzata del padre sia una sua vecchia compagna di liceo) e il fatto che la prospettiva a lungo termine, qui gioiosamente accettata, potrebbe rivelarsi più complicata di quanto l’impeto della passione suggerisca. Perché il divario generazionale non è solamente questione di rughe intorno agli occhi o di fisico che non regge più, ma anche di progetti, necessità e desideri che cambiano ed evolvono.

Lo suggerisce il confronto con una commedia americana d’argomento affine, Prime, che la contraddizione del divario generazionale decideva invece di affrontarla sì con le risate, ma anche con un certa profondità.

Sarà che nella sofisticata Francia si teme di passare per bigotti a suggerire un po’ di buon senso o che, come spesso accade oltralpe, una buona idea finisce per essere preda di un plot  frenetico che vira volentieri nella farsa e nella macchietta, a discapito dell’approfondimento di temi e caratteri. Anche così 20 anni di meno resta un prodotto piacevole, ameno due spanne sopra, almeno per brillantezza e ritmo, ad equivalenti italiani tipo Viaggio sola.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

BENVENUTO PRESIDENTE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/21/2013 - 16:31
Titolo Originale: Benvenuto Presidente
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Riccardo Milani
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Produzione: INDIGO FILM CON RAI CINEMA, IN ASSOCIAZIONE CON MORATO PANE SPA, IN ASSOCIAZIONE CON BNL - GRUPPO BNP PARIBAS
Durata: 100
Interpreti: Claudio Bisio, Kasia Smutniak, Beppe Fiorello

Non riuscendo a mettersi d’accordo su chi votare come Presidente della Repubblica, tre capigruppo parlamentari – ognuno all’insaputa degli altri – decidono provocatoriamente di votare Giuseppe Garibaldi. Peccato che esista un cittadino italiano con tale nome che, ottenuta legalmente la maggioranza assoluta dei voti, possa effettivamente ricoprire l’incarico di Presidente. Per uscire dalla paradossale situazione creata da quest’equivoco, basterebbe che il neo eletto – un gioviale bibliotecario con l’hobby della pesca delle trote – rinunci ufficialmente alla carica. Giuseppe “Peppino” Garibaldi, però, una volta seduto sulla poltrona del Quirinale, cambia le carte in tavola.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un italiano qualunque ma onesto sa gestire l'Italia meglio di tanti politici corrotti. Buone le intenzioni ma si tratta di un troppo facile qualunquismo
Pubblico 
Adolescenti
Scene sensuali, a contenuto sessuale e di nudo parziale
Giudizio Artistico 
 
Il film barcolla tra indecisioni stilistiche e narrative, improvvisi cambi di marcia, un generale horror vacui che pervade la trama e le motivazioni dei personaggi
Testo Breve:

Un pescatore di trote del Nord Italia, bibliotecario precario totalmente digiuno di politica, potrebbe governare il Paese meglio di qualunque politico di professione. Deludente commedia all’italiana che si dimostra incapace di non degenerare nella farsa.

Deludente commedia all’italiana che, esaurito in poche gag il brillante spunto iniziale, si dimostra incapace di non degenerare nella farsa, con un accumulo disordinato di situazioni e siparietti comici, che solo il carisma e la simpatia del protagonista Claudio Bisio riescono a tenere in fila. Benvenuto Presidente! è un oggetto non difficile da decifrare ma complicato da definire: sembra che gli autori avessero qualcosa di importante da dire ma non siano riusciti a dare a questo “qualcosa” una forma compiuta. Non si può dire che il film sia un’opera riuscita, tra indecisioni stilistiche e narrative, improvvisi cambi di marcia, un generale horror vacui che pervade la trama e le motivazioni dei personaggi.

Forse Riccardo Milani non era la persona adatta a dirigere il film, giacché il suo curriculum è di un cineasta più a suo agio con i drammi e le commedie malinconiche e crepuscolari (poco c’entra, in questo caso, che abbia fatto da assistente di regia sul set de Il portaborse, rarissimo esempio di film “politico” italiano degli anni Novanta). Non lo stesso si può dire di Fabio Bonifacci, autore di soggetto e sceneggiatura, solitamente a suo agio con high concept come questo (per high concept, per usare un termine del gergo degli sceneggiatori americani, s’intende l’idea di un film il cui senso possa essere racchiuso in una frase di sicura presa ed effetto, densa di potenzialità drammaturgiche: “cosa succederebbe se l’unico italiano onesto, digiuno di politica, sedesse all’improvviso sulla poltrona del Quirinale?”). Forse però l’occupatissimo Bonifacci dovrebbe scrivere meno sceneggiature l’anno, dedicando più tempo ad approfondirle singolarmente. Non è un caso che dei quattro film del 2013 che portano la sua firma, usciti tutti tra gennaio e aprile, almeno due avrebbero avuto bisogno di maggiore sedimentazione (l’altro film non riuscito, a nostro parere, oltre a questo, è Il principe abusivo di Alessandro Siani). L’impressione, guardando il film, è quella di mangiare per fame una pietanza ancora cruda, perché è sufficiente a riempirsi da pancia.

Qualche altro salto in padella, insomma, avrebbe solo giovato, e invece la commedia è indecisa su che direzione prendere. In tutta la prima parte spira aria di “grillismo”, e quindi di populismo e demagogia. Un pescatore di trote del Nord Italia, bibliotecario precario totalmente digiuno di politica, potrebbe governare il Paese meglio di qualunque politico di professione. Basta mettere a capo della Nazione un uomo onesto, disinteressato al potere in quanto tale e senza scheletri nell’armadio, e le soluzioni per riportare a galla un’Italia sfasciata e delusa sarebbero facilmente alla portata. Il film lavora per oltre un’ora su queste sintesi, raccontando la buona volontà del Presidente Garibaldi, che rifiuta di raccomandare suo figlio, dona quasi tutto il suo stipendio ai poveri, trasforma i corridoi del Quirinale in un lazzaretto per accattoni e barboni, ascolta gli italiani andando a mangiare con loro in pizzeria, instaura una democrazia meritocratica sfruttando ciò che consente la Costituzione (senza far mancare, c’era da immaginarlo, solite frecciatine alla chiesa cattolica: “l’IMU devono pagarla tutti: signore, signori e… [dopo una pausa a effetto] monsignori”; “Monsignore, per caso lei conosce dei poveri?”).

Giuseppe “Peppino” Garibaldi, insomma, dimostra di essere in grado di risanare l’Italia non grazie a chissà quali ricette ma sfruttando la legge e le capacità degli italiani. Se l’Italia va male, è per colpa dei politici abbarbicati alle loro poltrone e alle fitte reti di clientelismi e corruzione che, per favorire pochi eletti, schiacciano la maggioranza dei cittadini riducendoli alla fame. Un uomo così è un danno per le oligarchie e i “poteri forti” interessati a tenere in pugno milioni d’italiani: Garibaldi, però, si dimostra più abile e più furbo dei suoi avversari, frustrando i tentativi dei tre disonestissimi politici (tre laidi uomini senza nome, che dovrebbero incarnare la “destra”, la “sinistra” e il “centro”, interpretati da Cesare Bocci, Beppe Fiorello e Massimo Popolizio) di disarcionarlo. Così anche sconfigge un inquietantissimo agente dei servizi segreti (Gianni Cavina), che cerca inutilmente di scoprire nel suo passato elementi per ricattarlo (e quindi controllarlo), al servizio dei “poteri forti” di cui sopra (interpretati, in una scena grottesca, quasi felliniana o à la Bellocchio, da due registi, Pupi Avati e Lina Wertmuller, uno storico del cinema, Gianni Rondolino, e un critico cinematografico, Stefano Della Casa).

Bonifacci e Milani sembrano indecisi se imparentarsi col qualunquismo di Tutto tutto niente niente di Antonio Albanese (con cui questo film verrà ricordato, tra qualche anno, come ritratto desolato, fatto dal cinema, della situazione politica attuale) o con l’ottimismo paradossale di Viva la libertà di Roberto Andò (Toni Servillo nel doppio ruolo di un grigio segretario di partito e del suo gemello più intelligente, che dona nuova linfa a un’intera classe politica: più o meno la storia di Dave. Presidente per un giorno con Kevin Cline). O ancora, fare un Mr. Smith va a Washington all’italiana, puntando sulla pars costruens, salvo poi pentirsi e ritrattare: per esempio si fanno tentare, ma solo per un istante, dal colpo di scena finale come in Train de vie. È solo una favola. O forse no. O forse sì… Insomma, un film che non sa dove andare, che punta in alto e quando sale troppo (o davvero si poteva fare il bis del Grande Dittatore di Chaplin?), decide di scendere in picchiata. Vorrei ma non posso, e allora la butto in farsa, che non sbaglio mai e comunque garantisco la cassetta.

Nel gioco dei se, abbiamo pensato a Benvenuto Presidente! con Totò nel ruolo del protagonista, ma abbiamo scoperto che il film assomiglia a uno di quei film di seconda fascia che il “principe della risata” interpretava, per motivi squisitamente alimentari, tra un film l’altro più riuscito, magari nello stesso anno (tra un film di Steno, uno di Monicelli e uno di Comencini, c’era sempre lo spazio di un film di Camillo Mastrocinque), perché poteva permetterselo e perché il pubblico non gli diceva mai di no. Nei sogni, questo spunto sarebbe stato sfruttato a meraviglia da Vincenzo Cerami alla sceneggiatura e Roberto Benigni alla regia e come interprete protagonista. Poteva uscirne una commedia davvero riuscita.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |