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QUALCOSA E' CAMBIATO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/25/2019 - 15:01
Titolo Originale: As Good as It Gets
Paese: USA
Anno: 1997
Regia: James L. Brooks
Sceneggiatura: Mark Andrus e James L. Brooks
Produzione: TRISTAR PICTURES, GRACIE FILMS
Durata: 139
Interpreti: Jack Nicholson, Helen Hunt, Greg Kinnear, Cuba Gooding Jr

New York negli anni ‘90. Melvin Udall è un affermato scrittore di romanzi rosa. Ama chiudersi in casa a doppia mandata per scrivere in pace ed esce solo per andare a mangiare nella locanda sotto casa usando posate di plastica ogni volta nuove, per evitare di contrarre germi. La sua vita da misogino è aggravata da suo atteggiamento irritante nei confronti dei vicini. Il suo dirimpettaio, un pittore che ha un certo successo, ha inclinazioni omosessuali e Melvin non manca di apostrofarlo né perde occasione per lanciare battute salaci all'indirizzo del suo gallerista di colore. Solo la cameriera Carol sembra sopportarlo e lui ha piacere di esser servito da lei ma un giorno Melvin fa una battuta inopportuna nei confronti di suo figlio (il bambino soffre di una pesante forma di asma) e Carol minaccia di non servirlo più. Melvin abbozza un goffa richiesta di perdono...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tre personaggi, ognuno con le proprie fragilità, riescono ad affrontare con serenità i propri problemi grazie al sostegno reciproco e alla salda amicizia che riescono a instaurare. Alcuni cenni ad incontri sessuali per una notte senza che di fatto si sviluppino
Pubblico 
Adolescenti
Una situazione, non sviluppata, di un uomo che vuol passare una notte con una donna. Prese in giro all'indirizzo di persone omosessuali e di colore con frasi esplicite. Nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
La forza del film sta in una brillante sceneggiatura, valorizzata dalla bravura dei tre protagonisti Due Oscar nel 1998 come miglior protagonista maschile e femminile, per Jack Nicholson e Helen Hunt
Testo Breve:

Uno scorbutico e misogino scrittore,  una donna che da sola si deve occupare del figlio malato, un pittore dai successi alterni malamente pestato da dei ladri: tre vite che si incontrano, raccontate da una superba  sceneggiatura

Questo film ebbe la sventura di uscire nelle sale lo stesso anno di Titanic (1997) ma riusci lo stesso a guadagnarsi due Oscar, quelli per il  miglior protagonista maschile e  la migliore protagonista femminile, un’accoppiata insolita, che non si è più ripetuta, segno che  l’affiatamento fra i due comprimari è stata una delle carte vincenti di questo film, che è stato posizionato al 140mo posto fra i 500 film più grandi di tutti i tempi dalla rivista Empire.

Il racconto presenta insolite stranezze. Come mai un uomo, il protagonista, affetto da disturbo  compulsivo-ossessivo, che ha seri problemi a relazionarsi con gli altri, riesce a scrivere novelle sentimentali ed ad avere tanto successo (lui lo spiega a modo suo, quando una delle sue fan gli chiede come fa a comprendere così bene le donne e  la sua risposta è degna di lui:”:penso a un uomo e poi gli sottraggo affidabilità e razionalità)? Come può lei, così premurosa con tutti e sempre desiderosa di una parola gentile, finisce per innamorarsi di  un uomo così scostante come Melvin? E Simon, sempre ben disposto con tutti, ma emotivamente fragile, con tanti problemi familiari e relazionali dovuti alla sua inclinazione,  si mostra così ponderato e saggio, quando deve dare buoni consigli a qualcuno?

Il miracolo che pone in atto questo film consiste proprio nel rendere i protagonisti particolarmente veri nella loro originalità, e a renderci palpabile l’affiatamento che si pone in atto fra di loro. Si può attribuire questo merito ai tre attori, certamente, ma il contributo risolutivo è della sceneggiatura. Parte da una tipizzazione dei loro caratteri, che può inizialmente apparire quasi macchiettistica, ma poi compie il miracolo di sviluppare un racconto convincente dove tre presone inizialmente così distanti per tipo di vita e per carattere, diventano veri amici e,  nel caso di Melvin e Carol, anche qualcosa in più. E’ un esempio positivo di solidarietà nella diversità, nello scoprirsi tutti bisognosi gli uni degli altri e nel saper trovare nell’altro quello che a noi manca.

Brillante e divertente è anche la fase, che si svolge durante una gita in macchina, nella quale  Melvin mette in piedi vari espedienti per conquistare Carol con soluzioni tecniche ( le canzoni giuste durante il viaggio, l’invito a cena in un locale rinomato) salvo poi uscirne sistematicamente sconfitto perché avrebbe dovuto preoccuparsi piuttosto di ascoltarla e conoscerla meglio.

La regia svolge il suo compito con mestiere, lasciando ampio spazio a quei primi piani che consentono ai tre protagonisti di sviluppare degli a solo. Resta troppo diluita la sequenza al ristorante.

Il film si mostra impegnato anche nel sociale, lanciando frecciate per la mancanza, negli Stati Uniti, di un servizo sanitario sociale, anzi sembra questo il vero ostacolo per tutti: il figlio di Carol  sta male proprio perché lei non può permettersi la spesa di un medico specialista; Simon,  vittima di una rapina dove è stato  pestato brutalmente, finisce sul lastrico perché non ha i soldi per pagare il pronto soccorso ricevuto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATTENTI A QUELLE DUE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/04/2019 - 21:35
Titolo Originale: ATTENTI A QUELLE DUE
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Chris Addison
Sceneggiatura: Jac Schaeffer, Stanley Shapiro, Paul Henning, Dale Launer;
Produzione: CAMP SUGAR, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM)
Durata: 94
Interpreti: Hathaway, Rebel Wilson, Tim Blake Nelson, Ingrid Oliver;

Josephine Chesterfield è una donna inglese affascinante e seducente, proprietaria di una lussuosa villa a Beaumont-sur-Mer e con un debole per le truffe compiute ai danni di uomini ricchi e ingenui. Un giorno, nella sua vita irrompe Penny Rust, una truffatrice australiana goffa e pasticciona. Le due donne si scontrano per il controllo di Beaumont-sur-Mer, mettendo a confronto i loro metodi e i loro trucchi, fino a decidere di sfidarsi per stabilire chi tra loro sia la più brava…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si cerca di ridere (poco) ma alla fine si tratta sempre di due truffatrici
Pubblico 
Adolescenti
Lessico volgare, frequenti allusioni sessuali
Giudizio Artistico 
 
Complessivamente, l’impressione è che Attenti a quelle due sia un’occasione persa, indebolita da due protagoniste agli estremi (troppo sboccata e volgare una, troppo legnosa e finta l’altra) e da una trama decisamente sbilanciata.
Testo Breve:

Josephine è una donna inglese affascinante e seducente, Penny Rust, una australiana goffa e pasticciona. Entrambe sono specializzate in truffe compiute ai danni di uomini ricchi e ingenui. Si ride poco a causa di una Hathaway fuori parte e una sceneggiatura scombinata

Remake al femminile di Due figli di…, commedia slapstick dell’88 diretta da Frank Oz e con Michael Caine e Steve Martin nei panni dei protagonisti, Attenti a quelle due fallisce proprio in quello che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe essere il suo punto di forza: realizzare una commedia divertente e accattivante con due donne a ricoprire un ruolo – quello delle maghe della truffa – tradizionalmente maschile. Purtroppo nessuna delle due attrici protagoniste sembra calzare a pennello la parte: se Rebel Wilson – comica australiana salita alla ribalta con film come Le amiche della sposa e Pitch Perfect – risulta “too much”, Anne Hathaway – vincitrice del premio Oscar per un ruolo drammatico, quello di Fantine in Les Misérables – appare decisamente fuori parte. Non che la Hathaway sia nuova a ruoli da protagonista all’interno di commedie – basti pensare all’impacciata e intraprendente Andy de Il diavolo veste Prada o alla business woman Jules Ostin nel dolce e delicato film con Robert De Niro Lo stagista inaspettato – ma in questo caso finisce per essere soffocata da un personaggio che non le si addice, trasformata in una sorta di femme fatale rigida e snob.

In generale, tutti i personaggi del film appaiono macchiettistici e stereotipati, schiacciati proprio da quelle caratteristiche che avrebbero il compito di definirli. Si avverte la mancanza di una certa tridimensionalità, di un motivo che spinga i personaggi ad agire in un determinato modo piuttosto che in un altro e che possa anche essere all’origine di un loro effettivo cambiamento nel corso del film. Josephine e Penny si incontrano e si scontrano rimanendo, sostanzialmente, sempre uguali a se stesse.

La mancanza di evoluzione delle due protagoniste non è l’unico elemento di debolezza del film, che presenta anche un evidente difetto di sceneggiatura. Il vero e proprio inizio della vicenda – vale a dire il momento in cui le due protagoniste decidono di sfidarsi per stabilire chi sia la truffatrice migliore e per costringere l’altra a lasciare la città – avviene molto in ritardo, all’incirca a metà film. Quello che c’è prima non è altro che un lunghissimo setup (francamente non necessario per dare avvio a una trama così semplice), costituito prevalentemente da una sequela di gag posizionate l’una dopo l’altra. L’effetto è una sovrastimolazione in negativo dello spettatore, che finisce per esserne infastidito. Un peccato, dal momento che, quando il film finalmente “inizia”, qualche sorriso riesce a strapparlo e risulta decisamente più coinvolgente.

Complessivamente, l’impressione è che Attenti a quelle due sia un’occasione persa, indebolita da due protagoniste agli estremi (troppo sboccata e volgare una, troppo legnosa e finta l’altra) e da una trama decisamente sbilanciata.

Autore: Cassandra Albani.
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CYRANO, MON AMOUR

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/02/2019 - 10:33
 
Titolo Originale: Edmond
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Alexis Michalik
Sceneggiatura: Alexis Michalik
Durata: 109
Interpreti: Thomas Solivérès, Olivier Gourmet, Mathilde Seigner, Alice de Lencquesaing

Parigi: sul finire dell’Ottocento, Edmond Rostand, giovane drammaturgo e talentuoso poeta, è reduce dall’insuccesso della sua ultima pièce e si trova praticamente sul lastrico. Quando ottiene un incontro con il divo Constan Couquelin, in declino e in difficoltà economiche, gli viene offerta una possibilità: l’attore gli commissiona una commedia eroica in versi per rilanciare la sua popolarità. Edmond non ha nulla in mano e ha solo tre settimane per scrivere quello che diverrà un capolavoro: il “Cyrano de Bergerac”.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Le potenza della rappresentazione teatrale, fatta di valori umani che trascendono i creatori per dare qualcosa al pubblico, alla realtà degli spettatori, ieri come oggi
Pubblico 
Adolescenti
Una breve scena di nudo
Giudizio Artistico 
 
La costruzione del noto capolavoro è raccontata attraverso una commedia divertente, con un buon ritmo e una cura dello stile linguistico, capace di far assaporare l’abilità del protagonista con la poesia. Ottima la cura nell’ambientazione
Testo Breve:

Il giovane drammaturgo Edmond Rostand ha solo tre settimane per scrivere il “Cyrano de Bergerac”. Una divertente ricostruzione della nascita di questo capolavoro e della capacità del teatro di sublimare la realtà.

Adattamento di una pièce di successo del 2016, scritta dallo stesso Alexis Michalik, regista del film, Cyrano, Mon Amour (in originale semplicemente Edmond), mette in scena la genesi di una delle opere più conosciute e di successo della storia del teatro francese.

Il giovane Rostand, poeta di talento ma poco fortunato, con una famiglia da mantenere nella città più costosa del mondo, ha l’occasione di scrivere una commedia per uno degli attori più conosciuti di Parigi. Ha solo tre settimane e nessuna idea, tranne un titolo: Cyrano de Bergerac. A salvarlo dal “terrore della pagina bianca” è ciò che gli accade intorno, a partire dall’innamoramento del suo amico Léo, attore bello ma poco eloquente, per una costumista, Jeanne, appassionata di poesia e ammiratrice dei versi di Rostand. Per aiutarlo a conquistarla, Edmond si improvvisa per lui suggeritore di poesie e da qui prende l’avvio la famosa storia di Cyrano. È infatti grazie al segreto scambio epistolare con la bella costumista, che diviene la musa di Edmond, che si dipana pian piano la trama della commedia, scritta e provata contemporaneamente dalla sgangherata compagnia teatrale messa in piedi da Coquelin.

E mentre la storia della finzione prende vita, la realtà di Edmond si complica, tra la crisi con la moglie, che si sente tradita dal non essere lei la musa, l’amicizia con Léo, a cui Edmond nasconde il carteggio con Jeanne, e l’ammirazione di Jeanne per Edmond, che viene scambiata ambiguamente per altro. Il tutto però si chiarisce quando Edmond comprende la natura di quel che sta scrivendo: Cyrano trascende e sublima la realtà di partenza, è tutto quello che Edmond non sarà mai: il coraggio, l’ironia, l’eroismo, l’amore. Ma sarà poi proprio attraverso il racconto dell’eroe che ognuno dei personaggi tornerà alla propria realtà con una nuova consapevolezza, e tutto quello che era in crisi ritrova il proprio ordine.

La costruzione del noto capolavoro è raccontata attraverso una commedia divertente, con un buon ritmo e una cura dello stile linguistico, capace di far assaporare l’abilità del protagonista con la poesia. La vita di Edmond, preso dai capricci di eccentrici produttori e attori, dalle difficoltà con la moglie, dal carteggio romantico con Jeanne e dai momenti di “blocco dello scrittore”, si alterna con lo svolgimento delle prove, fino alla messa in scena della prima, il 28 dicembre 1897, dove teatro e vita si fondono a tal punto che nella nota scena finale del Cyrano il palco sparisce per lasciare spazio ad un vero convento e ad una piena immedesimazione, come fosse la scena di un film.

Sorprende poi la cura nell’ambientazione, la Parigi di fine Ottocento, dove tra l’altro il teatro popolare si trova davanti alla neonata invenzione del cinema, con i primi spettacoli dei fratelli Lumière. E se quell’invenzione già era vista come preludio della fine per il teatro, il Cyrano de Bergerac, come suggerisce la voce narrante, ha travalicato l’istante di quella rappresentazione del 1897 per giungere fino a noi, attraverso innumerevoli rappresentazioni, con una storia universale, fatta di valori umani che trascendono i creatori per dare qualcosa al pubblico, alla realtà degli spettatori, ieri come oggi.

 

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE INVISIBILI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/20/2019 - 20:42
 
Titolo Originale: Les Invisibles
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Louis-Julien Petit
Sceneggiatura: Louis-Julien Petit, in collaborazione con Marion Doussot, Claire Lajeunie
Produzione: ELEMIAH
Durata: 98
Interpreti: Audrey Lamy, Corinne Masiero, Noémie Lvovsky, Sarah Suco, Déborah Lukumuena

Donne senza tetto si ritrovano ogni mattina pronte a vivere la loro giornata al centro diurno Envol. E se un giorno dovessero chiuderlo?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un centro sociale, alcune donne hanno fatto della loro esistenza una continua e ripetuta oblazione alle donne senza tetto di Parigi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Successo al box office in Francia, Le invisibili è una brillante commedia sociale. Si sorride, si ride e ci si commuove.
Testo Breve:

Le invisibili sono senza tetto, senza legami familiari e si ritrovano tutte ogni mattina in un centro sociale a Parigi. Un film sociale narrato con l’umanità di Ken Loach e con l’ironia di Quasi amici

Diversa è la loro religione, la loro storia, il loro carattere, il loro bagaglio professionale, ma uguale è la loro solitudine. Sono senza tetto, senza legami familiari e si ritrovano tutte ogni mattina nel piazzale antistante il centro Envol, lo spazio diurno che a Parigi ospita, prima che arrivi la notte, le clochard. Le accoglie offrendo loro doccia calda, colazione, biglietti dell’autobus e tutto ciò che potrebbe contribuire alla cura personale.

Le chiamano invisibili perché sono invisibili alla società e alla polizia, che costruisce ostacoli e distrugge tendopoli. Lo fa consapevolmente perché queste donne potrebbero usufruire di un centro notturno, ma non lo fanno perché lì non si sentono a casa. L’ispirazione del film di Louis-Julien Petit prende corpo da Sur la route des invisibles, il libro scritto da Claire Lajeunie, che è diventato poi (per la stessa regia di Lajeunie) il documentario Femmes Invisibles - Survivre à la rue).

Queste storie vere meritano, anche nella finzione, donne reali: tutte le clochard (tranne Sarah Suco) non sono professioniste del set, ma sono senza tetto che il regista ha voluto conoscere e incontrare frequentando per un anno diversi centri di accoglienza in Francia. Ha raccolto le loro storie e scelto poi le attrici.

Non sono però le uniche invisibili del lungometraggio. Invisibili infatti sono anche le dirigenti del centro Envol. Sono donne che hanno fatto della loro esistenza una continua e ripetuta oblazione alle clochard. Hanno, in alcuni casi, limitato la loro vita fuori dal lavoro o hanno, senza la necessaria condivisione, costretto i familiari a scegliere quello che volevano. Spesso non hanno nessuno al loro fianco o sono in crisi con il marito. All’inizio della storia tutta la loro vita sembra avere senso solo se si lavora al centro diurno. Quando un giorno il Comune di Parigi, che stanzia i fondi per le strutture di accoglienza, minaccia di chiudere Envol, una di loro, Audrey, ha un’idea.

Queste donne senza tetto avevano prima di perdere tutto, un lavoro, un’esperienza, una competenza. Non sarà perciò la via giusta quella di sostenerle, aiutarle, per far emergere la giusta grinta per ottenere un lavoro o una segnalazione in un’azienda?

Successo al box office in Francia, Le invisibili è una brillante commedia sociale. Si sorride, si ride e ci si commuove. Come nelle commedie americane di successo (a tratti ricorda il francese Quasi amici), che rassicurano e non fanno perdere la speranza anche quando c’è tensione, questo film è pieno di dettagli ironici. Le stesse donne senza dimora hanno, per presentarsi, nomi celebri di persone di successo come Edith Piaf e Brigitte Bardot, Lady D a Brigitte Macron. Volutamente, per sottolineare ancora di più la forza della commedia, non c’è come nei film d’autori europei, la costruzione di una messa in scena povera e trasandata. C’è però un sincero lavoro sulle dinamiche psicologiche di ogni personaggio uniti tutti da una condizione, fil rouge che accomuna senza tetto e assistenti sociali: la solitudine non appartiene alla condizione sociale, ma è uno stato che appesantisce l’esistenza quotidiana e che può essere superato solo quando lo sguardo verso l’altro diventa autentico.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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10 GIORNI SENZA MAMMA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/10/2019 - 21:54
 
Titolo Originale: 10 giorni senza mamma
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Alessandro Genovesi, Giovanni Bognetti
Produzione: COLORADO FILMS CON MEDUSA FILM
Durata: 100
Interpreti: Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Antonio Catania, Angelica Elli, Bianca Usai

Carlo e Giulia sono sposati da tredici anni. Lui lavora in una società che opera nel settore della distribuzione alimentare, lei ha deciso di abbandonare il mestiere di avvocato per dedicarsi ai loro tre figli: Camilla, di tredici anni, in piena ribellione adolescenziale; Tito di dieci, che ha il gusto di inventare, con i suoi amici, scherzi “sadici” e infine Bianca, di due anni, che parla poco ma combina tanti guai. C’è qualche problema aperto per entrambi: Carlo è stato affiancato in ufficio da un nuovo collega più giovane che ha tutta l’aria di volergli soffiare il posto; Giulia sente il bisogno, dopo tanti anni dedicati a figli, di cambiare capitolo. E’ esattamente ciò che fa: si organizza una vacanza di dieci giorni con sua sorella a Cuba e lascia Carlo a gestire casa e figli…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una coppia di sposi riesce a risolvere una serie di problemi familiari contando sull’affetto reciproco e far progredire il rapporto con i propri figli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Alessandro Genovesi riesce a confezionare un film che non tradisce le giuste esigenze di entertainment ma al contempo affronta temi non banali che riguardano i rapporti all’interno di una famiglia
Testo Breve:

La moglie decide di concedersi 10 giorni di vacanza mentre il marito deve occuparsi dei tre figli e dei non pochi problemi che ha sul lavoro. Un film che diverte ma che riesce anche ad affrontare con serietà temi sulla famiglia e sul mondo del lavoro

A leggere il titolo, un brivido di terrore scorre per la schiena: ancora un altro film che scherza sull’incapacità degli uomini di badare ai figli e di prendersi cura della casa? Film che esplorano l’anatomia della famiglia sono molto rari ma quando vengono prodotti, o hanno i toni della tragedia (genitori separati, figli drogati/alcoolizzati) oppure, nelle leggere vesti di una commedia per tutti, ecco che bambini pestiferi scatenano cataclismi inarrestabili di fronte a genitori impotenti. La geografia della famiglia è tutta qui? In effetti questo film di Alessandro Genovesi ha rischiato grosso: non ci sono genitori separati, non ci sono figli sulla via dell’autodistruzione ma una coppia che si vuol bene con tre figli da crescere e dove, addirittura, lei aveva deciso di lasciare il lavoro di avvocato per dedicarsi alla crescita dei figli e dopo tredici anni non era pentita di quel gesto.  E’ proprio questo il valore del film: esplora con grande realismo come una coppia che si vuol bene possa volerlo ancora di più con il trascorrere degli anni e migliorare il rapporto con dei figli che cambiano giorno dopo giorno sotto i loro occhi. Ovviamente le esigenze di entertainment vengono rispettate: ci sono gag, battute, scene, come quella finale, di una comicità irrefrenabile ma all’interno di questo involucro non ci sono personaggi-cliché ma persone vere e situazioni reali.

All’inizio del film c’è un colloquio fra Carlo e Giulia che da solo vale tutto il film. Finalmente da soli in camera da letto, lei dichiara di essere stanca: non si tratta di stanchezza fisica quanto psicologica: per troppo tempo ha preparato lei la colazione e tutti i pasti, portato e ripreso i bambini da scuola, li ha aiutati a fare i compiti. Quella mattina lui aveva declinato l’invito a preparare la colazione dichiarandosi inesperto e quanto era stato invitato a correggere i compiti dei figli, aveva avuto sempre in mano qualche carta più importante per l’ufficio.  Non si tratta di incapacità cronica dei maschi di svolgere questi compiti (il regista evita da subito di incanalarsi in questo troppo facile escamotage comico) ma di assuefazione alla specializzazione nei comportamenti di coppia. Succede, fra un uomo e una donna impegnati a gestire una famiglia, che qualcuno si manifesti più dotato dell’altro nel coprire una mansione e così uno si impegna e l’altro si atrofizza. Carlo si difende, facendo notare che in fondo anche lui è stanco dopo una giornata passata in ufficio e che in fondo lei ha dei momenti di tranquillità quando i ragazzi vanno a scuola ma in questo modo dimostra di non aver compreso l’essenza del contendere: lei sta rivendicando il diritto di vedere la famiglia e i figli in tre dimensioni e non dall’angolo angusto di una specializzazione di mansioni. Anche il tema delicato della nascita dei tre figli viene posto sotto analisi in questo colloquio.  Carlo cerca di dare una risposta razionale a quello che è successo: Tito sarebbe nato per dare un fratellino a Camilla; l’ultima nata, Bianca, sarebbe poi arrivata per non lasciare Tito solo nella sua crescita…Ancora una volta è lui a sbagliare: non c’è retorica nel film ma appare chiaro che una coppia affiatata come in fondo è la loro, non poteva non essere feconda. Altri temi seri vengono affrontati in questo film: il rapporto fra il padre e l’adolescente Camilla:  tenuti inizialmente a distanza  da grossolane ideologie (vecchi-che-non-capiscono/giovani-che-rinnovano-il-mondo),  alla fine sapranno esprimere affetto e aiuto reciproci.

Anche il mondo del lavoro non è trascurato.  Al di là della figura un capo paternalista troppo da caricatura e della classica contesa fra il giovane in carriera e il veterano troppo seduto sulla sua poltrona, vengono introdotti temi delicati come la responsabilità professionale e umana di chi si assume la responsabilità di  licenziare un  dipendente per mancanze trascurabili.

In complesso il film soddisfa in pieno la legge del “show don’t tell” perché evita ogni forma di retorica e riesce a trasmettere messaggi seri all’interno di una confezione leggera e divertente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'AMORE IL SOLE E LE ALTRE STELLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/17/2019 - 12:07
Titolo Originale: L'AMORE IL SOLE E LE ALTRE STELLE
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Fabrizio Costa.
Sceneggiatura: Marco Bonini, Edoardo Leo, Giacomo Bisanti e Matteo Visconti
Produzione: Pepito Production
Durata: 120 su RaiPlay
Interpreti: Vanessa Incontrada, Ricky Memphis, Marco Bonini, Chiara Ricci, Elisa Visari, Edoardo Pagliai

Primo e Michela sono due ragazzi quindicenni, amici da quando erano piccoli (i loro genitori si conoscono da anni). Una mattina a scuola scoprono una novità: la loro classe fruirà di un corso sperimentale di educazione sessuale ed è previsto anche il coinvolgimento dei genitori. Durante un pranzo con le due famiglie riunite, i ragazzi mostrano il questionario che debbono compilare assieme ai genitori. Parlare di un tema così delicato destabilizza ulteriormente Michele e Sabrina, i genitori di Michela che sono sull’orlo del divorzio per via dei continui tradimenti di lui ma anche Corinne e Pietro, i genitori di Primo, stanno vivendo un momento critico perché lei è insoddisfatta per le scarse attenzioni del marito. Michela comprende che i genitori stanno pensando soprattutto a loro stessi e provocatoriamente dichiara che lei e Primo hanno deciso di fare sesso insieme. La notizia si sparge presto anche fra i compagni di classe e adesso i due ragazzi hanno tutti gli occhi puntati su di loro…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta con serietà il tema dell’educazione sessuale che non può prescindere dall'educazione sentimentale ma certe conclusioni sono fataliste, soprattutto per quel che riguarda il divorzio
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di incontro sessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film sviluppa bene il tema proposto e gli attori si comportano secondo lo standard atteso da una commedia all’italiana
Testo Breve:

Nessuno dà molta retta, nemmeno i genitori, a due quindicenni che a questo punto dichiarano ufficialmente di voler fare sesso insieme. Uno spunto per trattare, con serietà il tema dell’educazione sentimentale

“Voi siete la prima generazione ad avere un accesso totale e gratuito alla pornografia” dichiara la professoressa alla sua prima lezione di educazione sessuale.  In effetti questo film TV, L’amore, il sole e le altre stelle” trasmesso su RaiUno all’interno della serie Purché finisca bene 3, ora disponibile su RaiPlay, tratta un tema di indubbia attualità.

E’ lo stesso tema che viene affrontato nella serie di Netflix  Sex Education ma in questo caso si tratta di una parodia sul tema, in una scuola dove ormai, o l’educazione non serve più perché i ragazzi praticano rapporti sessuali  da anni, nelle forme di un esercizio  sportivo  oppure c’è qualcuno, soprattutto fra i maschi, che ancora non ha varcato la fatidica soglia e allora la situazione è grave, bisogna ricorrere a un sessuoterapeuta.

Il film italiano affronta il tema con maggiore serietà e mostra come gli stessi ragazzi hanno compreso che più che di educazione sessuale c’è bisogno per loro di educazione all’affettività.

Nel film si alternano momenti trascorsi in aula dove si ascoltano le lezioni della professoressa ad altri dove possiamo seguire l’evolversi del rapporto fra i due ragazzi e dei genitori fra di loro, con frequenti rimandi fra ciò che viene dichiarato in teoria e ciò che si sviluppa realmente.

L’insegnante propone ai ragazzi principi molto validi, soprattutto quando sottolinea l’importanza del rispetto reciproco e del non fare niente senza comune accordo, ma poi non riesce ad andare oltre, al valore superiore della persona che esercita la propria sessualità e si ferma a osservazioni scientifiche sul comportamento degli animali ( è la femmina che sceglie il partner; il maschio è sempre tendenzialmente poligamo,….

Al contempo anche i genitori hanno poco da insegnare ai ragazzi, anzi sono proprio Primo e Daniela a sgridarli, perché percepiscono, più di loro, le istanze morali che vanno rispettate nel rapporto a due. Daniela rimprovera il padre che continua fare il farfallone con altre donne perché deve prima di tutto, al di là dei suoi desideri, rispettare sua madre. Primo fa riflettere suo padre, che ritiene giusto, per salvaguardare il matrimonio, rinunciare alle proprie passioni: “se tu ami una persona non voglio che tu rinunci a qualcosa perché più rinunci e meno sei te stesso”.

I due ragazzi restano quindi da soli a riflettere su un tema così impegnativo ma l’età li protegge ancora da un serio coinvolgimento emotivo e ormonale. E’ proprio Primo a dare alla professoressa la migliore risposta  sul tema della poligamia naturale: “l’amore ti fa essere fedele perché l’altro diventa, per te,   un essere speciale e se va con tutti vuol dire che io non valgo niente”

Alla fine le conclusioni degli autori, nonostante i buoni messaggi, sono alquanto fataliste: non c’è stabilità nei rapporti amorosi, per i grandi come per i giovani, ci si attrae e ci si respinge compulsivamente in uno stato di perenne instabilità. Negativa anche la conclusione sulla necessità del divorzio anche quando fra due persone che si  amano, sarebbe sufficiente un maggiore impegno per controllare le proprie debolezze.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GIU' LE MANI DALLE NOSTRE FIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/20/2018 - 08:36
Titolo Originale: Blockers
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Kay Cannon
Sceneggiatura: Jon Hurwitz, Brian Kehoe, Jim Kehoe, Eben Russell, Hayden Schlossberg
Produzione: POINT GREY PICTURES, DMG ENTERTAINMENT, GOOD UNIVERSE
Durata: 102
Interpreti: Leslie Mann, Ike Barinholtz, John Cena, Kathryn Newton, Geraldine Viswanathan, Gideon Adlon

Julie, Kayla e Sam sono amiche da sempre. Arrivate a diciott’anni, nel giorno del gran ballo della scuola, decidono di fare un patto tra loro: tutte e tre perderanno la verginità quella stessa notte. La madre di Julie e i padri di Kayla e Sam scoprono l’accordo e cercano in tutti i modi di sabotarlo…

 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte alla decisione di consumare la “prima volta”in modo concordato nella stessa serata da tre ragazze dicissettenni, i rispettivi genitori si preoccupano solo, egoisticamente, di dover restare presto soli, mentre qualcuno di loro finisce per auspicarlo, indicandola come conquista femminile. Le ragazze intanto non mostrano dubbi, paure e dilemmi nel prendere a freddo una decisione simile
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio, scene di sesso, uso di droghe, scene volgari, scene di nudo. Genitori irresponsabili
Giudizio Artistico 
 
Il film è infarcito di stereotipi, soprattutto sul rapporto genitori-figli e usa situazioni volgari per strappare qualche risata al pubblico
Testo Breve:

Tre ragazze diciassettenni hanno deciso di perdere la loro verginità durante la serata del ballo di fine corso. I genitori cercano di fermarle. Un film sguaiato e pieno di stereotipi

Giù le mani dalle nostre figlie potrebbe essere descritto come una sorta di American Pie al femminile, vissuto però dal punto di vista dei genitori. 

Lisa è una mamma single, che ha cresciuto da sola la sua Julie, con cui vive quasi in simbiosi. Quando però scopre che la figlia le ha tenuta segreta la sua iscrizione alla UCLA a Los Angeles, dopo averle promesso di studiare a Chicago, non troppo lontana da casa e quindi da lei, il suo mondo va in crisi. Mitchell, invece, è il padre di Kayla. È un omone sportivo e muscoloso (non a caso è interpretato dal wrestler John Cena) che però, a dispetto dell’apparenza, è molto sensibile e di lacrima facile e non accetta che la sua piccola si stia facendo donna. Hunter, infine, è il padre di Sam, ragazzina insicura e malinconica, che si scopre omosessuale. Hunter è divorziato: tutti, compresi Lisa e Mitchell, l’hanno allontanato da quando si è lasciato con la moglie e l’uomo cerca di recuperare il rapporto con la figlia, che si vergogna dei suoi modi stravaganti e sempre fuori dalle righe.  

Le tre amiche hanno motivazioni diverse per perdere la verginità: Julie ha un fidanzato e crede che sia “quello giusto”; Kayla ha deciso che è grande abbastanza e si sceglie, seduta stante, il “cavaliere” che la porterà al ballo e con cui consumerà la sua prima notte; Sam, infine, non vuole sentirsi diversa dalle amiche ed è intenzionata a fare sesso con un ragazzo per capire se è veramente omosessuale.

Il tema della verginità, unito a quello della “prima volta”, è trattato con enorme superficialità.  Non ci sono dubbi, paure e dilemmi, tanto che risulta poco credibile che le tre ragazze, qui raffigurate come delle adolescenti superficiali, volgari nel linguaggio e un po’ stupide, siano ancora vergini. Inoltre, è vero che i genitori sono preoccupati che le figlie compiano scelte azzardate, ma alla fine la loro vera paura è che le loro piccole crescano, diventino donne e di conseguenza li abbandonino. Un timore comprensibile, ma anche un po’ egoistico. L’unico che sembra avere un briciolo di razionalità e che si dimostra più sensibile nell’interpretare i comportamenti della figlia è proprio Hunter, all’apparenza il più sconclusionato, il padre che nessuno vorrebbe avere. 

Il film consegna allo spettatore una facile morale: è tempo per i genitori di farsi da parte, accettare le scelte dei propri figli e non aver paura che crescano perché, comunque vada la vita, li ameranno e saranno amati da loro per sempre.

Giù le mani dalle nostre figlie non resiste infine a imboccare un filone pseudo-femminista e di critica all’ipocrisia patriarcale. Mentre i genitori del fidanzato di Julie, si dilettano in giochi erotici di coppia che poi raccontano al figlio (tanto è un maschio), la mamma di Kayla, nonché moglie di Mitchell, difende la scelta della figlia di perdere la verginità, perché è ora che anche le ragazze raggiungano la parità sessuale. Poco importa se la figlia si stia per concedere a un perfetto sconosciuto, per di più spacciatore di droga.

Il film di Kay Cannon, sceneggiatrice, qui al suo esordio registico, è dimenticabile (tanto quanto il doppiaggio e la traduzione italiana dei dialoghi), ricco di allusioni sessuali e riferimenti volgari che puntano a suscitare la risata facile e gag infantili, caotiche e demenziali (tra tutte una scena in cui i personaggi si vomitano addosso a vicenda, a getto, dentro una limousine e una in cui John Cena assume dell’alcol per via rettale, in seguito a una scommessa con alcuni adolescenti).

Anche gli effetti speciali realizzati al computer, come le lacrime copiose di Lisa nel salutare la figlia Julie in partenza per il college, sono palesi e realizzati in modo grossolano e artefatto.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CONTROMANO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 16:31
Titolo Originale: Contromano
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Antonio Albanese
Sceneggiatura: Antonio Albanese, Andrea Salerno, Stefano Bises, Marco D'Ambrosio
Durata: 102
Interpreti: Antonio Albanese, Alex Fondja, Aude Legastelois

Mario Cavallaro si è sempre reputato un uomo per bene. Fiero proprietario di un negozio che vende calze di qualità in centro a Milano, fatica ad accettare i cambiamenti di una città sempre più multietnica. Gli affari non vanno molto bene e, a peggiorare la situazione, un ragazzo africano si mette a vendere calze ai passanti proprio di fronte al suo negozio. Esasperato dalla concorrenza di Oba – così si chiama il ragazzo – e da un mondo che non riconosce più, Mario elabora una teoria tanto assurda quanto concreta: se al problema dell’immigrazione molti rispondono con lo slogan “rimandiamoli a casa loro”, Mario ha intenzione di prendere la proposta sul serio e di riportare Oba a casa sua. In Senegal. Inizia così uno strano viaggio in macchina, a cui si aggiungerà anche l’affascinante sorella di Oba, Dalida …

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Albanese mette un punto a favore dell’integrazione con gli immigrati ma quello che manca è proprio un ritratto approfondito che rispetti, come persone, chi si trova in un paese che non è il suo
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni accenni di nudo. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
La storia assume i contorni di una favola, a tratti amara, che però - anziché optare per una chiave di racconto spiccatamente favolistica - oscilla tra realismo ed irrealismo, finendo per perdere del tutto credibilità agli occhi dello spettatore. Manca inoltre un approfondimento sui personaggi
Testo Breve:

Una sorta di favola comica sul tema dell’integrazione razziale. Ma un Antonio Albanese mattatore assoluto e i due fratelli di colore ridotti a puri accessori, smentiscono l’assunto di base

 

Con Contromano, Antonio Albanese torna dopo 16 anni dietro la macchina da presa. Del film non è, dunque, solo l’attore protagonista, ma anche regista e sceneggiatore. La storia raccontata è, di fatto, espressione (didascalica) di quello che è il suo punto di vista sul tema dell’immigrazione.

Lo spunto narrativo che vede il protagonista convincere un ragazzo africano emigrato illegalmente in Italia, a farsi riaccompagnare “a casa sua”, in Africa, è originale e sicuramente fonte di situazioni comiche. Il regista, però, spreca molte delle occasioni per generare nel pubblico una sana risata, optando per un tono da commedia agrodolce che rallenta molto il ritmo del racconto.

La storia assume i contorni di una favola, a tratti amara, che però - anziché optare per una chiave di racconto spiccatamente favolistica - oscilla tra realismo ed irrealismo, finendo per perdere del tutto credibilità agli occhi dello spettatore.

A questo si aggiunge la costante (e mai piacevole) sensazione che il film abbia intenzione di insegnare qualcosa al pubblico. Fin dalle prime immagini l’intento di parlare dell’incontro/scontro con “il diverso” è dichiarato ma, se nella prima parte il lungometraggio riesce abbastanza a tenere viva l’attenzione dello spettatore, nella seconda parte – o comunque dal momento in cui i protagonisti si mettono in viaggio – lo sviluppo  della storia non si dimostra all’altezza dell’idea di partenza.

Al di là dell’assoluta prevedibilità degli avvenimenti (che in una commedia si può perdonare), quello che manca è un approfondimento sui personaggi. Mario, anche se in modo piuttosto superficiale, vive un percorso personale in cui si mette in discussione, ma Oba e Dalida risultano completamente accessori. Delle loro paure e dei loro sogni… insomma del loro vero io ci viene detto pochissimo. Così le scelte che compiono – come quella per niente scontata di accettare il “passaggio” di Mario per l’Africa senza avere la certezza assoluta di riuscire a tornare eventualmente in Europa – appaiono poco motivate e comunque senza ricadute reali sulla loro vita. Tra far prendere ai propri protagonisti decisioni (importanti) alla leggera e raccontare situazioni anche complicate con una sana leggerezza c’è una grande differenza. Una differenza che in Contromano va, purtroppo, completamente persa.

Autore: Rachele Mocchetti
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IO C'E'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/02/2018 - 07:27
Titolo Originale: Io c'è
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessandro Aronadio
Sceneggiatura: Renato Sannio, Alessandro Aronadio, Edoardo Leo, Valerio Cilio
Produzione: VISION DISTRIBUTION
Durata: 110
Interpreti: Edoardo Leo, Margherita Buy, Giuseppe Battiston, Massimiliano Bruno, Giulia Michelin

Massimo (Edoardo Leo) è proprietario insieme alla sorella Adriana (Margherita Buy) di un bed&breakfast nel centro di Roma, ereditato dal ricchissimo padre. Purtroppo però, vuoi la crisi, vuoi una gestione non brillante della struttura, l’attività si ritrova sull’orlo del fallimento, anche a causa della concorrenza delle case di ospitalità religiose che hanno clienti tutto l’anno e non pagano le tasse. Da qui l’idea: trasformare il bed&breakfast in un luogo di culto, per attrarre nuovi avventori e far quadrare i conti. Preti, rabbini, imam e persino testimoni di Geova: nessuno però sembra voler aderire all’assurda iniziativa. E allora a Massimo, con l’aiuto della sorella commercialista e di uno scrittore fallito a fare da “teologo”(Giuseppe Battiston), non rimane altro che un’ultima disperata soluzione: fondare una religione tutta sua…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Scherzare sulla religione è sempre un azzardo, perché la fede è qualcosa di intimo, personale, che fa parte della sfera più profonda e identitaria di ognuno di noi, e questo film non tiene minimamente conto di questo aspetto, rivelando una certa mancanza di sensibilità da questo punto di vista. Inoltre la battuta scherzosa è fatta in modo non intelligente ma ignorante, perché non occorre approfondire ciò che è una favola, anche se milioni di persone la seguono.
Pubblico 
Sconsigliato
Per le tematiche affrontate, che necessitano di buone capacità citiche. Perchè suggerisce che la religione va contrastata senza sviluppare alcuna critica informata, ma è sufficiente un pregiudizio grossolano
Giudizio Artistico 
 
Il film ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte, ma la sceneggiatura è scorretta, per la pressoché totale mancanza di un reale contraddittorio, cioè di un punto di vista alternativo che sia portatore credibile del contro tema di fede che viene affrontato
Testo Breve:

Se i centri di accoglienza a carattere religioso sono esentasse, sarà sufficiente inventarsi una nuova religione per entrare nel business della ristorazione. Il film che gioca sulla comicità del paradosso ma manca di un reale contraddittorio sviluppando una tesi a senso unico

Dopo Che vuoi che sia, Alessandro Aronadio ed Edoardo Leo tornano a lavorare insieme in un’altra commedia, anche se stavolta tocca al primo mettersi dietro alla macchina da presa.

Lo spunto di partenza ha una sua originalità e un indubbio potenziale comico, avvalorato e sostanziato da un buon cast, costruito attorno al solito Leo, ormai quasi una maschera nell’essere sempre uguale a se stesso, ma proprio per questo una garanzia nell’interpretare ogni volta la parte del giovane spiantato e immaturo che combatte contro crisi e precarietà.

Questa volta però la storia travalica i confini del solito tema e il disagio sociale ed economico che affligge questa generazione è solo il pretesto per affrontare un altro ambito dell’esistenza umana: la religione.

Pur nei canoni della commedia dell’assurdo, un genere che può più o meno piacere (anche qui sono svariate le situazioni divertenti, a prescindere dai gusti in fatto di commedia), il film si fa prendere un po’ la mano saltando presto, molto presto, a conclusioni astruse, fondate su una visione molto personale della vita e di alcuni suoi importanti aspetti, come appunto la fede e la spiritualità in generale, infarcendo trama e dialoghi di luoghi comuni e discutibili preconcetti.

Il film d’altronde ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte, dove nel giro di poche scene si viene trascinati subito nel vivo della storia e del meccanismo comico che è anche il motore narrativo della vicenda, ma nonostante questo è alienante e disturbante – perché drammaturgicamente scorretta, oltre che tendenziosa - la pressoché totale mancanza all’interno della sceneggiatura di un reale contraddittorio, cioè di un punto di vista altro e alternativo che sia portatore credibile e plausibile del contro tema (chiamiamolo così), appartenente a chi la fede ce l’ha e in Dio crede per davvero.

Il doppio ribaltamento finale nelle vedute del protagonista sulla vita e in particolare sulla moralità delle sue scelte, sopperisce solo parzialmente al delirante percorso fatto da Massimo, e al generale andamento della trama del film che comunque, essendo una farsa costellata da personaggi e situazioni surreali, non si prende mai troppo sul serio, nonostante l’importanza del tema. Il problema vero però è che scherzare sulla religione è sempre un azzardo, perché la fede è qualcosa di intimo, personale, che fa parte della sfera più profonda e identitaria di ognuno di noi, e questo film non tiene minimamente conto di questo aspetto, rivelando una certa mancanza di sensibilità da questo punto di vista.

 

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PUOI BACIARE LO SPOSO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/04/2018 - 21:38
Titolo Originale: Puoi baciare lo sposo
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Giovanni Bognetti, Alessandro Genovesi
Produzione: COLORADO FILM in collaborazione con MEDUSA FILM
Durata: 90
Interpreti: Diego Abatantuono, Monica Guerritore, Cristiano Caccamo, Salvatore Esposito, Diana Del Bufalo, Enzo Miccio

Antonio e Paolo sono fidanzati, vivono a Berlino e hanno deciso di sposarsi. Convinti che le loro famiglie saranno felici della notizia, tornano in Italia per il lieto annuncio. Ma la loro felicità dovrà scontrarsi con le diverse reazioni, tra pregiudizi, moralismi e un vortice di opinioni contraddittorie che metterà alla prova l’amore tra i due ragazzi

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel tentativo di sdrammatizzare la tematica ancora spinosa delle unioni civili e, in generale, dell’omosessualità, il film va a screditare e banalizzare in primo luogo la Chiesa e troviamo un frate che decide di celebrare il matrimonio tra i due ragazzi, perché “per noi conta soltanto l’amore" e lo dice guardando un ritratto di Papa Francesco
Pubblico 
Sconsigliato
Per la banalizzazione al solo scopo di far ridere, di un tema sensibile che meriterebbe un ben maggiore approfondimento
Giudizio Artistico 
 
Il film mostra una narrazione estremamente frammentata e superficiale, che rende l’intero film mediocre. A fianco della buona interpretazione di Diego Abatantuono, ci sono tanti personaggi ridotti a macchiette, che ricalcano un ruolo statico e a volte decisamente sopra le righe
Testo Breve:

Il tema delle unioni civili è sicuramente attuale e si poteva anche trovare un modo per approfondirlo con qualche sorriso. Nulla di tutto ciò succede in questo film che banalizza il tema con personaggi-macchietta, gag sopra le righe  e deride l’atteggiamento della Chiesa

Puoi baciare lo sposo è una commedia che tratta – o vuole trattare – un tema molto attuale, quello delle unioni civili in Italia, con un tono leggero. Pur avendo una buona confezione, a partire dalla regia fino alla fotografia che regala uno scenario poetico e romantico grazie anche all’ambientazione del piccolo comune di Bagnoregio, la pellicola di Genovesi soffre però di una narrazione estremamente frammentata e superficiale, che rende l’intero film mediocre.

Sembra infatti che per dare una patina di comicità all’intera storia, si sia dimenticato l’approfondimento dei personaggi, oltre che del tema sì attuale ma anche delicato. Non si ha quindi la possibilità di raccontare l’amore tra Antonio e Paolo, o di approfondire – seppur in chiave leggera – la crisi che inevitabilmente li coinvolge, andando invece a preferire un susseguirsi di lunghi dialoghi, prevedibili e ricchi di frasi fatte, su cosa sia giusto pensare o cosa sia giusto fare nei confronti delle unioni civili.

Esempio di questa narrazione superficiale è la caratterizzazione del padre di Antonio, Roberto (interpretato da un Abatantuono che comunque non delude): l’uomo è il sindaco di Bagnoregio, e viene presentato come una persona aperta all’integrazione, tanto che si batte per far rimanere nel paese alcuni immigrati in cerca di lavoro. Viene quindi messo in atto il più classico dei cliché: è molto facile accettare e accogliere l’estraneo (in questo caso il profugo) quanto è difficile accettare e accogliere il vicino (in questo caso Antonio, suo figlio). A Roberto viene costantemente rinfacciato questo suo dualismo: da una parte pronto a battersi per i diritti degli emarginati, dall’altra totalmente chiuso di fronte alla diversità del figlio. È una tematica reale, che viene però banalizzata, senza andare a scavare realmente nelle motivazioni dei personaggi e quindi nel loro cambiamento.

Dispiace vedere come il teatro di personaggi attorno ai due protagonisti sia popolato di macchiette, che ricalcano un ruolo statico e a volte decisamente sopra le righe (come l’amica Benedetta che sembra non avere coscienza della realtà che la circonda, o la ex di Antonio che lo stalkera, o il nuovo inquilino a cui piace vestirsi da donna e che li segue come un’ombra perché ha paura di rimanere da solo).

Nel tentativo di sdrammatizzare la tematica ancora spinosa delle unioni civili e, in generale, dell’omosessualità, il film va a screditare e banalizzare in primo luogo la Chiesa. Ad esempio, troviamo un frate che decide di celebrare il matrimonio tra i due ragazzi, perché “per noi conta soltanto l’amore”, come dice mentre cerca consenso guardando una foto del Papa appesa alla parete. O ancora, Antonio – come ogni anno – impersona Gesù durante la via Crucis e viene frustato mentre porta la croce, subito dopo essere stato insultato dal padre per la sua omosessualità. Questi e altri episodi nel corso del film riportano un simbolismo sovraccaricato, che non lascia spazio all’esplorazione di un punto di vista diverso o a un dialogo effettivo sull’argomento che si vuole raccontare.

Alcune parti del film, grazie soprattutto alla presenza di Abatantuono, sono godibili nella loro leggerezza senza pretese, ma purtroppo non sono sufficienti a sostenere i novanta minuti di pellicola che, seppur pochi, alla fine stancano.

In conclusione, Puoi baciare lo sposo è un film che ha sacrificato la struttura narrativa a favore di una banale parodia su una tematica attuale, finendo, purtroppo, per svuotarla di ogni possibile significato.

Autore: Elena Santoro
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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