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QUELLO CHE SO SULL'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/09/2013 - 20:40
Titolo Originale: Playing for Keeps
Paese: USA, ITALIA
Anno: 2011
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Robbie Fox
Produzione: MISHER FILMS, YORK SQUARE PRODUCTIONS, ECLECTIC PICTURES, GERARD BUTLER ALAN SIEGEL ENTERTAINMENT, NU IMAGE FILMS IN ASSOCIAZIONE CON ANDREA LEONE FILMS
Durata: 100
Interpreti: Gerard Butler, Jessica Biel, Dennis Quaid, Uma Thurman, Catherine Zeta-Jones

George, ex calciatore scozzese di successo, per colpa dei suoi tradimenti ha perso la moglie Stacie e il figlio Lewis. Dopo aver cercato fortuna in Canada ed essere andato in bancarotta si trasferisce in Virginia dove vive l’ex moglie con il figlio, con cui è deciso a recuperare un rapporto. Per questa ragione accetta di diventare l’allenatore della squadra di calcio del bambino, ma questo suo nuovo ruolo attira l’attenzione delle mogli e madri benestanti ma insoddisfatte della provincia…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film evidenzia bene quella legge naturale secondo la quale una volta che si è costituita una famiglia con un uomo, una donna e il loro figlio, si stabilisce un legame che è difficile da spezzare a dispetto delle debolezze dei singoli
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena sensuale e di nudo parziale. Alcune mamme risutlano troppo disinvolte nella ricerca di passatempi extraconiugali
Giudizio Artistico 
 
Muccino conferma la sua professionalità come regista ma convince assai meno nella tenuta narrativa, a dispetto della simpatia del protagonista e dei comprimari
Testo Breve:

Il terzo film americano di Muccino è una commedia di “rimatrimonio”  che esalta la forza coesiva della famiglia con una regia professionale e protagonisti simpatici ma con alcune carenze nella tenuta narrativa

Il calcio in America se lo filano praticamente solo durante i Mondiali oppure quando si parla di Beckham e della sua famiglia glamour, ma in compenso questo sport ha avuto abbastanza successo tra i pargoli perché l’espressione soccer mom abbia finito per identificare le mamme del ceto medio con mariti ricchi a sufficienza perché loro possano dedicarsi a tempo pieno alle attività dei figli.

La tipologia abbonda nel suburbio americano dove si trasferisce George Dryer, ex calciatore scozzese ormai in declino (la carriera è stata stroncata da un incidente e gli investimenti immobiliari in Canada che dovevano garantirgli una pensione dorata sono falliti), con un passato da sciupafemmine che gli ha rovinato il matrimonio con la bella Stacie e gli ha fatto perdere di vista il figlio Lewis.

George, complice il fallimento economico, ha però deciso di cambiare e si impegna apertamente a riconquistare l’affetto del bambino (e un po’ meno apertamente quello della madre) fino ad accettare, in attesa di trovare un lavoro “vero” come commentatore televisivo,  di fare l’allenatore alla squadretta di calcio del figlio.

Da qui in poi le signore di cui sopra cominciano a buttarglisi addosso come mosche sul miele e anche a un uomo benintenzionato come George riesce difficile dire di no pure se il suo cuore batte ancora evidentemente per la moglie, che sfortunatamente sta per accasarsi di nuovo con un uomo ben più affidabile di lui,

Così tra un allenamento con i ragazzini (e ragazzine, in Usa il calcio infantile è unisex), un provino per la televisione, un giro in Ferrari e una festa elegante, George si trova fin troppo spesso con una donna tra le lenzuola (a volte senza nemmeno sapere in anticipo che la troverà lì). Pure se ha un passato da rubacuori, però, George ha davvero deciso di cambiare e ha pure i suoi standard morali. Così quando si trova nel letto la consorte del ricco Carl King, che entusiasta del nuovo mister gli ha pure prestato la sua Ferrari, dice un bel no. Il che ovviamente non gli impedirà di finire comunque nei guai…

Il terzo film americano di Muccino, nelle intenzioni del regista, come da titolo italiano, è il tentativo di raccontare la faticosa conquista della maturità da parte di un ex Peter Pan (di quelli che abbondano, per intenderci, nei film italiani di Muccino) in cerca di riscatto e di responsabilità, ma ancora un po’ arrugginito nel gestirle.

L’intenzione è buona e il cast, nutrito e di prestigio per una piccola commedia romantica (ma non ditelo a Muccino, che non vuole sentirla chiamare così, anche se a ben guardare si infila di diritto nel ricco e americanissimo filone di “commedie di rimatrimonio”), testimonia dell’interesse che il regista italiano ha riscosso in America con le sue prove precedenti.

Paradossalmente, però, lontano dalle sue prove drammatiche dalle due parti dell’Oceano, questo Muccino emotivo e “familiare” (le donne della provincia americana, anche quelle assatanate, non urlano come quelle de L’ultimo bacio e compagnia e più che di sesso sono a caccia di comprensione, compagnia e consolazione) convince assai meno se non nella regia, sempre professionale, certo nella tenuta narrativa, complice una sceneggiatura un po’ prevedibile.

Il regista, da dichiarazioni, avrebbe voluto un finale meno “happy” e più aperto di quello uscito al cinema e per una volta anche gli appassionati del lieto fine non gli possono dare del tutto torto: a volte il difficile cammino verso l’età adulta passa anche attraverso il riconoscimento di occasioni perdute e il sacrificio.

Qui, invece, complice una storia sul cui finale il pubblico è fin troppo certo fin dal primo minuto, c’è il rischio che, calcio a parte, si abbia l’impressione di trovarsi in una pellicola degli anni Ottanta, con il suo disperato ottimismo e una linearità di scrittura che finisce per essere più che prevedibile, difetti che solo in parte la simpatia del protagonista e dei comprimari e i lodevoli intenti iniziali riescono a ovviare. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PARTE DEGLI ANGELI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 12/15/2012 - 15:05
Titolo Originale: The Angels’ share
Paese: Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia
Anno: 2012
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Produzione: Sixteen Films/Why Not Productions/ Wild Bunch/ BFI/ Les Films du Fleuve/ Urania Pictures/France 2 Cinema/ Canal +/ Cinecinema/ Soficinema 8/ Le Pacte/ Cineart/ France Télévisions/ Canto Bros
Durata: 101
Interpreti: Paul Brannigan, Siobhan Reilly, John Henshaw, Gary Maitland, Roger Allam

Robbie, cresciuto da genitori delinquenti, ha passato l’adolescenza dentro e fuori dal riformatorio e l’ultima condanna l’ha scontata per aver picchiato un ragazzo fino a fargli perdere la vista da un occhio,. Ma ora la sua ragazza Leonie sta per partorire un bambino e lui ha deciso di rigare dritto. Per l’ultima intemperanza si becca 300 ore di servizi sociali, ore durante le quali incontra Rhino, Albert e Mo, sbandati come lui su cui nessuno punterebbe nulla. Nessuno tranne Henry, l’uomo che si occupa di loro e che fa conoscere a Robbie e agli altri il mondo del whiskey e delle distillerie… Robbie si scopre anche un certo palato per la bevanda ma l’occasione della vita potrebbe venire dall’asta di una botte pregiatissima. Peccato che l’idea di Robbie non sia propriamente legale…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sottolinea che anche i ragazzi più sbandati hanno bisogno di uno sguardo diverso su di loro, qualcuno disposto a dare una seconda (e magari anche terza e quarta) possibilità che li spinga a muoversi
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, una scena di violenza, uso di alcol e droga. Censura UK: VM15
Giudizio Artistico 
 
Ken Loach conferma la sua grande capacità di narrare e di delineare caratteri, questa volta con toni esilaranti e inattesi
Testo Breve:

Ken Loach ci propone, divertendoci, una storia di speranza, un invito a dare, anche ai ragazzi più sbandati, una possibilità di riscatto

Un padre e una madre spesso in galera e incapaci di crescerlo, un’adolescenza da senzatetto, drogato e piccolo delinquente, una certa tendenza a menare le mani. Sono questi gli handicap che sembrano condannare Robbie, agli occhi del mondo ma anche di se stesso, ad un destino da perdente e da nullità.

A cambiargli la vita, però, arriva la nascita di un figlio, che sembra insegnargli con la sua sola presenza un senso di responsabilità verso se stesso, ma anche verso gli altri, che non aveva mai posseduto e che gli infonde il desiderio di cambiare.

Anche questo però non sarebbe sufficiente se sulla strada di Robbie non arrivasse qualcuno pronto a dargli credito nonostante tutto, a credere in lui e nel suo desiderio di crescere. Henry, l’uomo che si occupa di uno scalcagnato gruppo di mezzi delinquenti e disperati destinati ai servizi sociali, è a sua volta un uomo solo e ferito dalla vita (si intuisce con discrezione una famiglia lontana, forse perduta con un divorzio) ma ancora capace di appassionarsi al destino di ragazzi su cui nessuno scommetterebbe nulla e di condividere con loro le sue passioni.

Prima di tutto quella per il whisky, che diventa una scuola di vita, oltre che di gusto, per ragazzi abituati a bere tanto e male, solo per stordirsi, e che imparano per prima cosa (almeno qualcuno di loro) il rispetto per una bevanda che richiede tempo e dedizione.

Da una visita a una distilleria e da una degustazione a Edimburgo nasce una passione condivisa e poi un piano folle e geniale per rubare un whisky che vale milioni di sterline. Un missione che unirà Robbie (che deve trovare un modo per sfuggire al suo destino già scritto e per dare un futuro anche a Leonie e al loro figlioletto) e i tre amici scalcinati quanto lui: la cleptomane Mo, lo spudorato Rhino e soprattutto Albert, che sembra vivere in un mondo tutto suo sospeso tra idiozia e genialità.

L’incontro tra i quattro delinquentelli e il mondo sofisticato dei collezionisti di whiskey è meno assurdo di quello che può sembrare e del resto quel che ha in mente Robbie non è una vita di crimine in scala più grande ma la terra promessa di un lavoro vero.

Quello che, secondo Loach (fedele in questo, seppure in una forma assai più positiva, umanistica e sorridente, al suo immancabile assunto marxista), risolverebbe tanti problemi della gioventù sbandata di oggi. Forse però quello di cui questi ragazzi hanno davvero bisogno è uno sguardo diverso su di loro, qualcuno disposto a dare una seconda (e magari anche terza e quarta) possibilità che li spinga a muoversi. Forse solo qualcuno troverà il modo di spendersi bene questa occasione e di non buttarla via in bottiglie da poco conto, ma ne sarà valsa la pena.

La “parte degli angeli” cui fa riferimento il titolo è la parte di whiskey che ogni anno evapora nell’aria e va apparentemente perduta. Ma forse no…come non vanno perduti gli atti di gentilezza e fiducia, che Robbie saprà premiare con un nettare che vale centinaia di migliaia di sterline anche se è nascosto nella bottiglia di una bibita da supermercato.

 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOONRISE KINGDOM - FUGA D'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/07/2012 - 23:01
Titolo Originale: Moonrise Kingdom
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Wes Anderson
Sceneggiatura: Wes Anderson, Roman Coppola
Produzione: Wes Anderson, Scott Rudin, Steven M. Rales, Jeremy Dawson per American Empirical Pictures, Indian Paintbrush, Moonrise, Scott Rudin Productions
Durata: 94
Interpreti: Jared Gilman, Kara Hayward, Edward Norton, Bruce Willis, Bill Murray, Frances McDormand, Tilda Swinton, Harvey Keitel, Bob Balaban.

La storia è ambientata su un isolotto del New England, nell’estate del 1965. Il dodicenne Sam (Jared Gilman), bambino problematico e orfano di entrambi i genitori, fugge dal campo scout “Ivanhoe”, eludendo la sorveglianza del timido capo Ward (Edward Norton). Sulle sue tracce, oltre ai compagni, si mette anche il solerte capitano di polizia Sharp (Bruce Willis), che rimane interdetto quando, al telefono, si sente dire dai genitori adottivi del ragazzo che non si disturbi a tornare a casa: ne hanno abbastanza dei guai che combina. Da casa Bishop, nel frattempo, è sparita anche Suzy (Kara Hayward), primogenita di Walter (Bill Murray) e Laura (Frances McDormand). Frugando tra le cose della ragazzina, i genitori scoprono che Sam e Suzy si sono conosciuti un anno prima, che hanno comunicato per mesi tramite lettere e biglietti, e che hanno pianificato questa fuga sin nei minimi dettagli.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una storia che vuole essere solo tenera e intraprendente, assurda eppure malinconica, come può esserlo il ricordo di un sogno fatto a dodici anni
Pubblico 
Pre-adolescenti
Elementi problematici per la visione: cenni di turpiloquio. Una rapida ma molto delicata scena sensuale fra i due ragazzi innamorati
Giudizio Artistico 
 
Il piacere di questi film è soprattutto intellettuale: Wes Anderson ama dipingere la tela cinematografica con colori sgargianti, tinte grottesche, sfumature intimistiche ma surreali
Testo Breve:

Il film tratteggia quell’età di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, un’età particolarmente ostica, in cui la crescita comporta problemi e difficoltà che paiono assurdamente insormontabili. Un gioco intellettuale e un divertimento soprattutto per gli adulti

Moonrise Kingdom non è una commedia tradizionale, né è un film per ragazzi, nonostante i protagonisti siano due preadolescenti. Wes Anderson, che ne è regista e sceneggiatore (insieme a Roman Coppola), è autore di film bizzarri e personalissimi come I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Il treno per Darjeeling e, forse il più geniale di tutti, Fantastic Mr. Fox. Chi ha visto anche solo uno di questi titoli, sa che non abbiamo a che fare con narrazioni classiche e con personaggi in cui è facile immedesimarsi. Il piacere di questi film è soprattutto intellettuale: Anderson è un genio matto e sprecone, che ama dipingere la tela cinematografica con colori sgargianti, tinte grottesche, sfumature intimistiche ma surreali. Quello che gli riesce in questo film – che, lo ripetiamo, è rivolto agli adulti – è un ritratto di quell’età di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, un’età particolarmente ostica, in cui la crescita comporta problemi e difficoltà che paiono assurdamente insormontabili.

Sam e Suzy hanno progettato una fuga? Per dove, non lo sanno neanche loro: l’importante è mettersi in marcia e allontanarsi da un contesto che non li accetta per come sono, e nel quale faticano a inserirsi ed esprimersi. Sam è orfano e alle spalle ha due genitori affidatari che non hanno particolare cura di lui. Suzy ha una famiglia normale, ma i genitori hanno perso da tempo la sintonia (si scoprirà che la mamma tradisce il marito con un poliziotto, amico di famiglia) e, anche per questo, crescono i figli con disattenzione. Il film celebra la “fuga” come via per affermare se stessi in un mondo che non ha tempo o voglia di ascoltare gli altri, i diversi. O, più semplicemente, è un film sull’adolescenza, sulla magia di un periodo in cui ogni cosa sembra possibile e ogni fuga nella fantasia sembra promettere un compimento di sé che la realtà impedisce. È un buffo, sofisticato omaggio a quella fase della vita, che è scelta anche come punto di vista: gli adulti sono persone tristi e i bambini più piccoli orribili egoisti. I coetanei, poi, se non sono amici, sono dichiaratamente nemici. Una fase, sembra dire il film, che poi passa: l’età dell’attesa di diventare grandi.

Il film non sembra voler dare risposte nette, non intende essere “educativo” e forse non è neanche lecito chiederglielo. Anderson affida alla sua tavolozza di colori e ai suoi personaggi suonati una storia che vuole essere solo tenera e intraprendente, assurda eppure malinconica, come può esserlo il ricordo di un sogno fatto a dodici anni. Se i ragazzi sono due “outsider”, che nelle loro solitudini si scoprono simili e poi esplorano il sentimento di amore che sta crescendo e che non riescono a controllare (“Tutto il resto l’avevamo pianificato – ammette il ragazzo – ma poi è successa una cosa che non avevamo previsto: ci siamo innamorati”), è nella descrizione del mondo adulto che il film perde un po’ di smalto.

I “grandi” sono per lo più degli inetti, anche se fanno di tutto (o quasi) per essere all’altezza della responsabilità loro richiesta. I genitori di Suzy, quando la ragazza scappa di casa, riconoscono le loro mancanze, però sembrano disarmati di fronte a un compito che sembra più gravoso di quello consentito dai loro limiti. Il poliziotto sa di aver fatto tanti sbagli e vive con il rimpianto di una vita che sarebbe potuta essere (e che non è migliorata neanche con la tresca con la moglie del suo amico). Troverà forse il coraggio di diventare uomo, prendendosi cura delle persone che deve proteggere, scoprendo anche la gioia e il significato della paternità. Il fragile capo scout, incapace di tenere a bada dei ragazzini, si renderà protagonista di un gesto eroico, che gli restituirà la dignità, innanzitutto agli occhi di se stesso.

Sono, queste, possibili tracce tematiche, che abbiamo desunto dal percorso dei personaggi del film, ma che non sono in cima alle preoccupazioni dell’autore del racconto. Il film, l’abbiamo detto, è un gioco intellettuale e un divertimento per adulti, che piacerà a qualche raffinato cultore della materia ma che ha troppe eccentricità per conquistare il grande pubblico. Per chi avrà voglia di vederlo, un consiglio: state attenti alla dimensione sonora e non andate via prima della fine dei titoli di coda. Il film, infatti, esordisce con l’ascolto di Young Person’s Guide to the Orchestra, un pezzo tradizionale di Benjamin Britten, usato per l’educazione musicale dei bambini, dove il musicista spiega il funzionamento di un’orchestra, prima creando variazioni individuali per ognuna delle famiglie degli strumenti (i fiati, gli archi, le percussioni…), poi riunendoli per una fuga (parola chiave del film), prima di riprendere il tema e concludere l’opera. Durante i titoli di coda, le voci narranti dei due giovani protagonisti spiegano come, analogamente, è stata composta la colonna sonora di Alexander Desplat. È lecito chiedersi se non sia stata composta così anche la sceneggiatura.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA FAMIGLIA PERFETTA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 12/01/2012 - 17:03
Titolo Originale: Una famiglia perfetta
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Luca Miniero, Marco Alessi e Paolo Genovese
Produzione: Marco Belardi per Lotus Production, Medusa Film
Durata: 120
Interpreti: Sergio Castellitto, Claudia Gerini, Francesca Neri, Marco Giallini, Carolina Crescentini, Ilaria Occhini.

Leone, un enigmatico lupo solitario sui cinquant’anni, ha pagato profumatamente gli attori squattrinati di una compagnia teatrale perché, il giorno della vigilia di Natale, facciano finta di essere i suoi familiari. La riunione è per il 24 mattina in un casale immerso nella campagna umbra, che Leone ha affittato come “teatro” della bizzarra recita. C’è addirittura una sceneggiatura già pronta, che gli attori hanno studiato, e una “backstory” – ossia il riassunto della vita passata – per ognuno dei personaggi: la nonna Rosa, la moglie Carmen, i figli Pietro, Luna, Daniele e Angelo, il fratello Fortunato con la moglie Sole: ognuno ha studiato bene la sua parte perché ogni particolare deve essere perfetto, pena il non pagamento del lauto compenso promesso. Sembrerebbe tutto facile, sennonché Leone ama improvvisare e, per un minimo dettaglio fuori posto, è capace di scenate d’ira che turbano non poco i pur bravi attori. Ma a che gioco stiamo giocando?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film non è ostile nei confronti della famiglia ma la veglia di Natale non è il centro della festività natalizia ma una convenzione borghese, uno stanco rituale da svolgere meccanicamente tutti insieme come se si affettasse un panettone e si giocasse a tombola.
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di sesso e di nudo, turpiloquio, una scena grottesca ambientata durante la messa di Natale. Una sgradevole gag intorno a un’ostia consacrata
Giudizio Artistico 
 
Il film è un congegno complesso, pirandelliano, a volte troppo cerebrale, che riflette sul rapporto tra vita e arte, realtà e finzione, con l’impressione di voler dire cose importanti ma senza riuscirci fino in fondo.
Testo Breve:

Leone, un enigmatico cinquantenne, ha pagato degli attori perché, il giorno della vigilia di Natale, facciano finta di essere i suoi familiari. Un racconto pirandelliano ben realizzato ma scettico sui valori religiosi del Natale

Orfano dopo decenni di  cinepanettone, il cinema italiano tenta di alzare l’asticella proponendo commedie natalizie meno volgari e più originali. Da una parte, c’è Il peggior Natale della mia vita, che aggiorna (male, a nostro avviso) un format televisivo inglese. Dall’altra, Una famiglia perfetta, rifacimento di un film spagnolo del 1996 (Familia, scritto e diretto da Fernando León de Aranoa). Prima osservazione: per proporre qualcosa di nuovo e di migliore rispetto allo zero assoluto, è necessario copiare per forza dall’estero (vedi anche Benvenuti al Nord)?

Non fosse per il trio di Aldo, Giovanni e Giacomo (i cui film migliori, però, ormai risalgono a dieci anni fa) e per la coppia formata da Gennaro Nunziante e Checco Zalone, si direbbe proprio di sì. Dal punto di vista tecnico, il film è ben fatto. È bravo Paolo Genovese, regista ben attrezzato per la commedia (sono suoi i due Immaturi e La banda dei babbi Natale) e i suoi sceneggiatori: alcune trovare sono brillanti (quella del bambino che corre al rallentatore è degna di un best-seller americano) e il film è dotato di un buon ritmo e di un’ottima tenuta. Il cast, poi, è in gran forma: più di Castellitto, sempre bravo, spicca Marco Giallini, sempre più stretto nel ruolo della spalla e ormai pronto a interpretare un film da protagonista.

Se si apre la confezione perfetta, il contenuto però delude. Riconosciamo al film almeno un tratto originale: a dispetto del titolo, che parrebbe nascondere una trappola, Una famiglia perfetta non è ostile nei confronti della famiglia. È passata, insomma, la moda dei “parenti serpenti”, e di quelle storie – che si piccavano di essere antiborghesi e anticonvenzionali – in cui famiglie apparentemente normali si riunivano attorno alla tavola il giorno di Natale (o di Pasqua, o la domenica), e, innescata la miccia (una qualsiasi), finivano per sgretolarsi alla fine del film, per rivelarsi nidi di vipere o di serpenti con indicibili scheletri negli armadi. Per onestà, non riveliamo qui il finale, che ci aiuterebbe a capire il senso di un film che comunque usa la grammatica dei soliti luoghi comuni (la coppia stanca che non fa più l’amore, il giardiniere omosessuale ammiccante, il sesso sicuro con i preservativi, l’amante tenuta al palo dal marito fedifrago ma vile, ecc…) senza l’intenzione di affrontarli sul serio.

Un dato emerge, positivo, ed è quello che riconosce l’incapacità di ciascuno di restare da solo. Leone è un eccentrico, nevrotico e misterioso personaggio che, dietro la sua richiesta assurda – pagare delle persone perché fingano di essere la sua famiglia – nasconde un aperto desiderio di bellezza che, il film lo fa intuire in più punti, egli ha volutamente e forzatamente respinto nel corso della sua vita.
In ballo c’è il concetto stesso di “famiglia” e un tema su cui la storia vorrebbe far riflettere riguarda la possibilità di essere felici, di stare bene insieme, nonostante gli errori e le incomprensioni. Leone, forse, ha dei rimpianti, dei ripensamenti, vuole guardare come in un esperimento come sarebbe stata la sua vita se avesse fatto scelte diverse. Con quale scopo? Forse per accettare meglio la sua solitudine? O per convincersi che, prendendo altre strade, sarebbe stato ugualmente infelice? Perché gioca così crudelmente con i sentimenti degli altri, provocandoli di continuo e mettendo a repentaglio il rapporto tra Carmen e Fortunato, che nella finzione sono sua moglie e suo fratello ma che nella realtà sono sposati? E perché, dopo aver costruito con così tanto scrupolo questa finzione, rischia di mandare a monte tutto egli stesso, insistendo nel voler ospitare una estranea (una donna che ha avuto un guasto al motore della macchina, soccorsa sulla strada), ovviamente ignara di tutto? La risposta è nel finale, ma basti qui dire che il protagonista è un uomo che nella sua vita ha evitato per vigliaccheria di prendersi dei rischi e ora ha disperatamente bisogno che “la realtà”, quella che egli ha sempre evitato, entri finalmente nella sua vita per salvarlo.

Non un film “a tesi”, insomma, ma un congegno complesso, pirandelliano, a volte troppo cerebrale, che riflette sul rapporto tra vita e arte, realtà e finzione, con l’impressione di voler dire cose importanti ma senza riuscirci fino in fondo. La felicità si può comprare o affittare? Cos’è la realtà per uno che di mestiere fa l’attore? Nel complesso, un film intrigante nelle premesse ma deludente nello scioglimento, che nel finale osa sì proporre una visione positiva della vita e della famiglia ma che per due ore gioca con i personaggi, in un crescendo di tensione e di angoscia, pigiando ogni tanto il pedale del sadismo. C’è anche una scena particolarmente grottesca ambientata durante la veglia di Natale: uno degli attori esulta, durante la messa, perché ha saputo che un concorrente del Grande Fratello ha bestemmiato in diretta TV e dovrà cedergli il posto all’interno della famigerata casa (da una finzione all’altra, dalla padella alla brace: che importa, la bestemmia di un altro è per lui il massimo della felicità); Leone balza sul pulpito prima della benedizione finale e prende la parola per scagliare un amaro rimprovero alla sua “famiglia”. La scena non è nuova nel cinema italiano (l’altare come palcoscenico, c’è addirittura un esempio “creativo” e “positivo” in Casomai di D’Alatri) ma qui è particolarmente sgradevole proprio per il tema del rapporto tra realtà e finzione: la veglia di Natale non è il centro della festività natalizia ma una convenzione borghese, uno stanco rituale da svolgere meccanicamente tutti insieme come se si affettasse un panettone e si giocasse a tombola. Addirittura, c’è una gag – che vede coinvolto l’antipatico membro più giovane del cast – con l’ostia consacrata. Da cartellino giallo, ma solo perché c’è di peggio. Gli autori potevano risparmiarsela.  

Non sarebbe compito del critico, ma diciamo anche questo: in una scena del film la bella Luna cerca di attizzare il fuoco del caminetto con un mantice, senza riuscirci. Pietro, per fare il ganzo, interviene e ravviva il fuoco con una bottiglia di alcool. Non fatelo a casa: rischiereste gravissime ustioni.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PEGGIOR NATALE DELLA MIA VITA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/23/2012 - 22:40
Titolo Originale: Il peggior Natale della mia vita
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Alessandro Genovesi, Fabio De Luigi
Produzione: Maurizio Totti e Alessandro Usai per Colorado Film in collaborazione con RTI e Film Commission Val D’Aosta
Durata: 93
Interpreti: Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi, Antonio Catania, Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Andrea Mingardi, Anna Bonaiuti, Dino Abbrescia, Ale & Franz.

Vacanze di Natale. A bordo di una city car elettrica perché privo di patente, l’impacciato Paolo (De Luigi) sta raggiungendo sua moglie Margherita (Capotondi), che è in dolce attesa e i suoceri Giorgio e Clara (Catania e Bonaiuti) tra le nevi valdostane. A ospitarli, durante il periodo natalizio, è Alberto Caccia (Diego Abatantuono), capo e miglior amico di Giorgio, che da poco vive in uno splendido castello con sua figlia Benedetta (Laura Chiatti), anche lei, come Margherita, incinta. Sorpreso da una tormenta di neve, Paolo avrà le sue difficoltà per raggiungere il maniero, riuscirà a distruggere il bar di un taciturno locandiere perché non ha messo le catene alla macchina, e innescherà così una catena di disastri senza fine.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Alcune belle scene di vita familiare ma il film non fa cenni di distinzione fra una maternità naturale ed una ottenuta tramite inseminazione artificiale
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, alcune scene sguaiate
Giudizio Artistico 
 
Un film svogliato, che non fa ridere e non cerca di nascondere i suoi intenti commerciali Manca una mano sicura nella regia.
Testo Breve:

L’idea degli autori è di fornire un’alternativa più garbata alle commedie scollacciate, cercando di far ridere con un umorismo meno becero ma ugualmente immediato. Il risultato però è modesto e  manca una mano sicura nella regia.

 

Sequel stanco de La peggior settimana della mia vita (2011), che era ispirato alla sitcom inglese The Worst Week of My Life. Esaurito lo spunto dell’originale (l’accumulo d’imbarazzanti gaffe di un uomo che riesce a farsi odiare dai quasi suoceri una settimana prima di sposarsi), gli autori cercano di misurarsi con l’istituzione nazionalpopolare del cinepanettone. Non sul terreno della volgarità e del cinismo per fortuna (il secondo è qui del tutto assente, la prima quasi del tutto…), ma su quello dell’ambientazione natalizia: la Val d’Aosta, la neve, l’albero, la slitta, il caminetto… L’idea degli autori è di fornire un’alternativa più garbata alle commedie scollacciate, cercando di far ridere con un umorismo meno becero ma ugualmente immediato (che pesca anche dalla serie Ti presento i miei con De Niro e Ben Stiller e che non risparmia facili gag con protagonisti uccellini nascosti nei pantaloni, pentole scambiate per water… non proprio il massimo della raffinatezza).

Sulla carta i presupposti per far bene ci sarebbero (il cast, la situazione “archetipica” del conflitto genero-suocero) ma qualcosa va storto. Non a caso, secondo noi, il regista Alessandro Genovesi nasce come scrittore (aveva scritto la commedia teatrale Happy Family e la sceneggiatura del film omonimo diretto da Gabriele Salvatores) e tale dovrebbe restare. La storia è esilissima ma così deve essere: ciò di cui si sente la mancanza, piuttosto, è una mano sicura alla regia, qualcuno che dia alla storia la verve e il ritmo necessari, che scandisca i tempi comici e diriga gli attori. Ci sembra che si pretenda qui di coniugare l’umorismo inglese, freddo e fondato sul “sottotesto”, con la comicità italiana, più esplosiva ed esplicita: non avremmo mai pensato, per dirne una, di vedere un Diego Abatantuono così sottotono, così fiacco. Per quello che riguarda la squadra degli attori, poi, rispetto al primo episodio, si sente la mancanza di Alessandro Siani ed è difficile per lo spettatore accettare che un anno prima Clara, la suocera di Paolo, fosse interpretata da Monica Guerritore e in questo film da Anna Bonaiuti.

Veniamo alla storia. La commedia dovrebbe far riflettere, con il sorriso, sul tempo che passa. L’anfitrione è un uomo che è diventato saggio dopo essere sfuggito per miracolo alle grinfie di una malattia grave. Non ha più paura di morire, dice, da quando ha rischiato davvero di farlo (compito involontario di Paolo sarà, con la sua sbadataggine, provare la tempra di quest’uomo, che più volte rischia di finire davvero al camposanto). Verso la fine del film, in una scena addirittura commovente, Margherita partorisce e contempla la sua bambina insieme al marito. È l’occasione, per Paolo, di riflettere sull’eccezionalità di ogni nascita, del diventare genitori, della bellezza della vita. Clara, infine, non è pronta a diventare nonna, uno spunto che – come molti altri – si perde sotterrato da gag che dovrebbero far ridere senza riuscirci: Margherita, che non riesce ad avere l’attenzione di sua madre, troppo concentrata sull’ossessione di diventare vecchia, un attimo prima di partorire le rompe il naso con un cazzotto. Forse ora le cose andranno meglio tra loro due… Mah! Così anche il rapporto tra Paolo e i suoi suoceri si risolve in facili gag “à la Zio Paperone”, in cui il suocero tenta di strozzare il genero.

Così procede il film, dove tutto, dalle battute alla recitazione, sembra finto. Molti passaggi, poi, girano a vuoto: la Capotondi e la Chiatti interpretano due amiche che in realtà non si sopportano, e che rappresentano due diversi tipi di maternità. La Capotondi è rimasta incinta dopo essersi sposata, la Chiatti si è fatta inseminare artificialmente a Londra. In nessun momento del film si sottolinea la differenza sostanziale tra queste due maternità: se con una mano si celebra la famiglia tradizionale, con l’altra si cerca di “sdoganare” altro. Il film fa il tifo per la famiglia ma lo fa con superficialità. A un certo punto entra in scena anche il padre di Paolo, accompagnato da una bambina che dice essere sua figlia. Paolo, però, non la conosce e non si sa fino alla fine chi sia la madre. Ha un senso nell’economia della narrazione? No, perché questi personaggi scompaiono estemporaneamente così come sono entrati in scena (come se provenissero da un altro film e fossero lì solo di passaggio).

Un pregio? A un certo punto alcuni personaggi intonano “Astro del ciel”, in italiano, canto popolare in cui il protagonista è il Festeggiato, di solito il Grande Assente nei film ambientati a Natale. Così anche è bello vedere nel finale di un film una famiglia radunarsi commossa attorno alla nascita di una bambina. Però il cinema non può essere strumentale a una singola scena: per quella sarebbe bastato girare uno spot televisivo. In conclusione, un film svogliato, che non fa ridere e non cerca di nascondere i suoi intenti commerciali (sforziamoci il minimo, tanto a portare la gente al cinema ci pensa il successo dell’episodio precedente). Alessandro Genovesi è rimandato al prossimo film. Da non credere: Carlo Vanzina, al confronto, pare un regista da Oscar.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN ANNO DA LEONI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 07/27/2012 - 19:05
 
Titolo Originale: The Big Year
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: David Frankel
Sceneggiatura: Howard Franklin
Produzione: RED HOUR FILMS, DEUCE THREE, SUNSWEPT ENTERTAINMENT, IN ASSOCIAZIONE CON DUNE ENTERTAINMENT, INGENIOUS MEDIA
Durata: 100
Interpreti: Jack Black, Owen Wilson, Steve Martin

Brad ha ormai 36 ma è divorziato ed è costretto a vivere ancora con i genitori; Sturad è un executive di successo ma vorrebbe fare uno stacco da una vita troppo intensa per dedicarsi alla famiglia. Entrambi decidono di partecipare a “The Big Year” una gara dove vince chi ha visto più uccelli nell’arco di un anno.
Ma debbono fare i conti con Kenny Bostick, che ha già vinto l’anno precedente e non vuole cedere la vittoria a nessuno…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film valorizza i rapporti familiari anche se poi giustifica questi concorrenti che abbandonano famiglia e lavoro per la passione per gli uccelli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
I tre comici americani Jack Black, Steve Martin e Owen Wilson fanno del loro meglio ma non si ride molto e la sceneggiatura è piatta
Testo Breve:

Il film può piacere a chi ha una vocazione naturalistica, in particolare ama gli uccelli; è inoltre pieno di buoni sentimenti ma non si ride molto e la sceneggiatura è piatta

Come giudichereste delle persone che per un anno intero smettono di lavorare, lasciano le loro famiglie, spendono un patrimonio in viaggi per correre da una parte all’altra degli Stati Uniti (inclusa una sperduta isola vicino all’Alaska) al solo scopo di cercar di diventare colui che è riuscito a vedere il maggior numero di uccelli? A questo occorre aggiungere che non è previsto alcun premio in denaro e che non è necessario fotografare gli uccelli: è sufficiente dichiarare di averli visti.

A parte congratularsi con gli americani per la loro onestà, viene da domandarsi cosa spinge queste persone a tanto impegno. E’ ciò che cerca di spiegarci questo film, che da una parte vuole trasferire  anche a noi la passione per l’osservazione degli uccelli, dall’altra segue da vicino i tre protagonisti per indagare sulle loro più intime motivazioni. Un impegno preso sul serio, visto che sono stati ingaggiati tre fra i migliori comici americani, Jack Black, Steve Martin e Owen Wilson, che in altre produzioni hanno assunto il ruolo di protagonisti assoluti.

Il film raggiunge in modo soddisfacente il primo obiettivo: durante lo sviluppo della storia abbiamo l’opportunità di conoscere i bellissimi parchi naturali degli Stati Uniti, poter sbirciare fra le fronde di un albero  uccelli rari, venire a conoscenza dei loro nomi e delle loro storie raccontate dai concorrenti nelle lunghe ore di appostamento. Brad ad esempio ama molto il piviere dorato americano: “ Si riproduce nella tundra artica, poi vola fino in Argentina e torna indietro nello stesso  anno. E’ stato visto in Guatemala, poi nell’Illinois: viaggia migliaia di miglia per tutta la sua vita. Nessun passaporto, libertà assoluta”.

E’ con questo continuo riflesso delle storie personali nelle abitudini dei pennuti si iniziano a mettere a fuoco le motivazioni dei bipedi umani: Brad ha ormai 36 anni, è divorziato, svolge un lavoro che non lo appassiona e vive ancora con i genitori. Ma conosce a memoria tutti i richiami degli uccelli e sente imperiosa la necessità di fare uno stacco nella sua vita, applicandosi nell’unica cosa che lo appassiona, nella speranza di poter trovare un nuovo punto di partenza.

Stu è invece un executive di successo che si iscrive al Big Year per cercare di trovare la forza di sganciarsi dal lavoro, andare in pensione e dedicarsi interamente, nelle vesti di nonno, alla famiglia.

Completamente diversa è la situazione di Bostick : già campione nell’anno precedente, si considera un uomo realizzato solo nella misura in cui continuerà ad essere primo. Sua moglie lo ama ma  Bostick non riesce a pensare ad altro se non la vittoria. Il presso da pagare sarà la solitudine.

Il lieto fine è dietro l’angolo: alla fine Brad telefona a Stu per congratularsi per la loro vittoria: hanno perso al Big Year ma hanno vinto nella vita.

Il film può piacere per chi ha una vocazione naturalistica, è inoltre pieno di buoni sentimenti e di sinceri affetti familiari ma soffre di una sceneggiatura piatta: si sviluppa esattamente nel modo in cui si deve sviluppare, avanza dritta verso la conclusione che si intravede già dall’inizio, non ci sono né varianti né sorprese.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUELL'IDIOTA DI NOSTRO FRATELLO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/11/2012 - 14:26
Titolo Originale: Our Idiot Brother
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Jesse Peretz
Sceneggiatura: Evgenia Peretz, David Schisgall
Produzione: LIKELY STORY, BIG BREACH
Durata: 90
Interpreti: Paul Rudd, Elizabeth Banks, Zooey Deschanel, Emily Mortimer ,Rashida Jones

Ned è un ingenuo allegro, perennemente fuori posto, senza casa e senza lavoro. Ha tre sorelle: una giornalista single in carriera; una bisessuale incerta sul suo orientamento, una madre e moglie frustata che fa finta di non sapere che suo marito la tradisce. Ci penserà Ned a complicare ulteriormente le cose…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film descrive in modo esplicito i tanti vizi di una certa società americana, ma questi sembrano più un pretesto per costruire situazioni comiche che prospettare comportamenti alternativi
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio esplicito in termini di sesso, una scena di amore a tre
Giudizio Artistico 
 
Il bravo Paul Rudd interagisce bene con una sceneggiatura brillante e corrosiva
Testo Breve:

Ned è un Candide posto a confronto con i tanti vizi di una certa società americana ma questi costituiscono solo un pretesto per creare situazioni comiche e non viene proposta nessuna realistica alternativa

“Quell’idiota di nostro fratello” è una commedia che punta tutto su un ottimo Paul Rudd, perfetto nella parte del candido ingenuo, allergico al lavoro,  incapace di mentire ma anche di percepire l’esistenza di qualunque regola di discrezione fra gli esseri umani. Ned ha tre sorelle che sono molto incasinate ma non lo sanno, finché non è proprio lui, che con la sua goffaggine,  finisce per rompere tutti i loro equilibri precari. Da questa rottura nasce  una nuova coscienza di se stesse  e un maggiore affiatamento nella famiglia.

Se Forrest Gump era molto più ambizioso, spaziando su trent’anni di storia americana vista con gli occhi di un semplice che proprio perché tale, si pone al di sopra di tutte le contraddizioni americane, anche questo film, nel suo piccolo,  è una critica di certi comportamenti privati e sul lavoro dell’America di oggi.

L’ansia da scoop per la quale i media non esitano a carpire con l’inganno confidenze intime a personaggi famosi; gli eterni percorsi in orizzontale nel mondo del cinema per le attrici che si vogliono

 affermare; il solito marito traditore intellettuale che costruisce frasi contorte e sofisticate per non confessare il suo tradimento;  teatrini off come sfogo per  frustrati e insoddisfatti; le abitudini licenziose di festivi dove il sesso finisce per essere l’unico diversivo di gente troppo sola. Non manca il rimedio del nostro tempo: il “life coaching”(già presentato nel film di Faenza “Questo dolore ti sarà utile”): qualcuno o un’organizzazione che ti aiuta a dar un senso alla tua vita. Non mancano le nuove forme di supponenza spregiativa: “quello lì non ha neanche l’assicurazione sanitaria”.

Alla fine, per il sempre più fuori posto Ned,  Willie Nelson, un golden retrieval, è l’unico  vero amico a cui  non può rinunciare.

Dal momento che le sorelle di Ned sono tre, in base alla regola del poitically correct, la sceneggiatura inserisce per una di esse un rapporto lesbico. Anche in questo caso il film inietta ironia ed ambiguità sulla solidità di questi orientamenti,  visto che una delle due non disdegna una relazione occasionale etero e resta incinta. Lo stesso Ned è talmente confuso sulle nuove regole di comportamento che siccome ha rifiutato una relazione omosessuale, si sente in colpa e si crede omofobico.

Se Forrest Gump alla fine riesce a far fortuna con la pesca dei gamberetti assieme al suo ex comandante Dan, Ned, più modestamente, comprende che è tempo di lasciare un po’ respirare le sue sorelle si inventa il riciclo delle candele consumate; lo fa con l’aiuto del nuovo amico Billy, un ragazzo sempliciotto come e più di lui.
Ma soprattutto riesce a recuperare il suo cane Willie Nelson.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BENVENUTI A BORDO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/14/2012 - 15:40
Titolo Originale: Bienvenuè à bord
Paese: Francia
Anno: 2011
Regia: Eric Lavaine
Sceneggiatura: Eric Lavaine, Héctor Cabello Reyes
Produzione: SAME PLAYER, PATHÉ, APPALOOSA FILMS, M6 FILMS
Durata: 102
Interpreti: Franck Dubosc, Luisa Ranieri, Valérie Lemercier, Gérard Darmon

Isabelle è la responsabile delle risorse umane di un'importante compagnia marittima. Per vendicarsi di essere stata lasciata dal suo capo, con cui ha avuto per anni una relazione, decide di assumere come animatore per la prossima crociera Rémy, che sembra essere un imbranato oltre che un perfetto cretino..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
E’ vero che in crociera ci si va per rilassarsi, ma lo sport dello scambio dei letti appare molto praticato
Pubblico 
Adolescenti
Qualche battuta e scena volgare
Giudizio Artistico 
 
Battute che dovrebbero far ridere ma non ci riescono, situazioni prevedibili, smaccata sponsorizzazione
Testo Breve:

Benvenuti a bordo ha l’obiettivo di essere un film popolare, semplice e adatto a tutti, si colloca invece sulla stessa scia del nostro filone “Natale a”, anche se meno pecoreccio e più demenziale

Recentemente abbiamo sottolineato che il film francese sta passando un periodo particolarmente fecondo e creativo. Anche limitandoci alle commedie e ai film comici, quest’anno abbiamo potuto apprezzare un capolavoro del livello di Quasi amici ma in precedenza anche i lavori arguti ed intelligenti di Francis  Veber, a incominciare da La cena dei cretini (1998) fino a l’apparenza inganna (2001), Sta zitto non rompere (2003), Una top model nel mio letto (2005). Dove si colloca in questo lussureggiante scenario, “Benvenuti a bordo?”

E’ sicuramente un film di genere, che si inserisce nel filone della commedia popolare,  non ha altre pretese se non quella di far ridere  giovani, meno giovani e ragazzi, puntando sul richiamo di volti noti (in questo caso noti in Francia, come i comici Franck  Dubosc e Gérard  Darmon ma molto meno da noi), usando comicità e battute facili facili, in modo da conseguire con il minimo rischio un buon risultato di botteghino. A questo punto l’accostamento alla nostra serie “Natale a..” è inevitabile e purtroppo si colloca di fatto allo stesso livello qualitativo con poca fantasia e varie volgarità, anche se i francesi risultano meno pecorecci ma più demenziali.

Altro elemento che unisce il filone francese con quello italiano è lo sfacciato
product displacement: in questo caso il film è un pretesto per girare in lungo e in largo per una nave di Costa Crociere ma nessuna allusione, neanche quando i due protagonisti sognano di affondare con i Titanic: il film è del 2011, quindi prima dell’ “incidente” all’isola del Giglio.

Isabelle (la brava Valérie Lemercier, già incontrata nel simpatico Il piccolo Nicolas e i suoi genitori ) è il responsabile delle risorse umane nonché l‘amante del direttore di una compagnia di navi da gran turismo che per vendicarsi di quest’ultimo decide di assoldare come animatore per la prossima crociera un certo Rémy che appare essere un perfetto cretino. In effetti nella prima parte del film dovremmo ridere (ma è molto difficile) dei guai che Rémy riesce a combinare caratterizzati dalla più completa assurdità, quasi fosse un adulto rimasto bambino (non sa cosa è un walkie talkie, non comprende come i ventriloqui fanno parlare dei pupazzi, si lamenta che dalla sua cabina non c’è vista mare, ma naturalmente la nave deve ancora salpare… e amenità del genere).

Poi nel film prende l’avvio il gioco delle coppie: molti si lasciano ma al contempo fanno nuovi incontri e alla fine sembrano tutti essere più felici di prima.

Molto simpatica è la parentesi inserita apposta per i più piccoli: Rémy riesce ad addomesticare una banda di ragazzi vivacissimi, coinvolgendoli in una recita e impegnandoli a realizzare i costumi e di fondali. Alla fine tutti si sentono più buoni.

Possiamo definire “benvenuti a bordo” un film per la famiglia? Direi di no. Accanto ad alcune sequenze realizzate appositamente per dei per ragazzi ci sono allusioni e scene volgari e la movimentazione dei letti appare troppo frenetica.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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100 METRI DAL PARADISO

Inviato da Anonymous il Sab, 05/12/2012 - 23:02
Titolo Originale: 100 metri dal paradiso
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Raffaele Verzillo
Sceneggiatura: Pier Francesco Corona, Salvatore De Mola, Raffaele Verzillo
Produzione: SCRIPTA SRL, RAI CINEMA
Durata: 95
Interpreti: Enzo Garinei, Gennaro Silvestro, Chiara Rosa,Humberto Josè Glaffo Miranda

La folle impresa di monsignor Angelo Paolini, profondamente convinto che la Chiesa debba 'aggiornare' il suo linguaggio per poter continuare a testimoniare la parola di Dio al mondo e del suo amico d'infanzia Mario Guarrazzi, un ex campione di atletica che nella vita ha ottenuto tanti successi tranne la vittoria alle Olimpiadi e che per questo cerca il proprio riscatto attraverso il figlio Tommaso. Per ragioni diverse e con mille difficoltà, i due decidono di mettere in piedi una Nazionale Olimpica del Vaticano per partecipare alle Olimpiadi di Londra 2012...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film riproduce in modo rispettoso la vita all’interno delle mura vaticane e manifesta sincero apprezzamento per le attività dei missionari impegnati in tante parti del mondo. Non si può dire lo stesso per le figure laiche perché per loro, quasi battezzati di serie B, è sufficiente una benevola comprensione delle loro debolezze, inclusa l'infedeltà coniugale
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il film è caratterizzato da un frequente turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Film con molti spunti comici con una regia lineare, quasi scolasticamente diligente: la guida della recitazione lascia qualche perplessità: gli attori sono impegnati a sottolineare i loro passaggi di umore caricando le espressioni facciali.
Testo Breve:

Film divertente che trasmette ammirazione per la missione di tanti sacerdoti, suore e frati impegnati in attività missionarie nel mondo. La visione del ruolo dei laici non è ugualmente coerente perché per loro, quasi battezzati di serie B,  e sufficiente una forma di benevola comprensione delle loro debolezze, inclusa l’infedeltà coniugale  

"Guarda la Coca-Cola: è nata cento anni fa e  ogni anno rinnova la sua immagine pubblicitaria,  ma la formula è rimasta sempre la stessa” . “Quindi secondo te la Chiesa e la Coca Cola sono la stessa cosa?”  “No, siamo più in ritardo; perché la Coca-Cola ha saputo rinnovare la sua comunicazione, la Chiesa no”.

E’ questo il dialogo che si svolge a metà film fra monsignor Angelo Paolini che  lavora all'interno del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali del Vaticano e sua sorella: tutto preso nell’impegno di ringiovanire l’immagine della Chiesa, don Angelo ha avuto un’idea folgorante: far partecipare alle Olimpiadi di Londra del 2012 una squadra atletica con i colori del Vaticano.

 L’idea è bislacca ma non  malvagia: non c’è mai stato conflitto fra orientare l’anima alla fede e  curare il proprio  corpo coinvolgendolo in  attività sportive. Don Angelo non manca di citare  una frase presa da un discorso di Giovanni Paolo II a favore dello sport e dell’atletica.

Il racconto, pur avviato con i toni scherzosi della commedia e svolgendosi per un terzo all’interno delle mura del Vaticano, è oltremodo rispettoso delle gerarchie ecclesiastiche. Quando don Angelo  inizia il suo tour in giro per il mondo  (deve andare a reclutare ex atleti che hanno poi seguito la loro vocazione sacerdotale) il regista non nasconde una sincera ammirazione per l’attività missionaria ed i benefici che questa porta alla gente del posto.  “Gli oratori li abbiamo inventati noi” esclama a un certo punto don Angelo, giustamente orgoglioso, parlando dell’impegno della Chiesa nei confronti dei giovani.

Unica nota stridente è il sotterfugio che don Angelo adotta per convincere il  recalcitrante vescovo, suo superiore, ad approvare l’idea. Forse gli sceneggiatori potevano trovare qualche idea più raffinata e simpatica per portare il vescovo sulle idee di don Angelo, piuttosto che ipotizzare un sacerdote impegnato in attività da falsario.

L’idea brillante di don Angelo è scaturita dalla necessità di risolvere il problema di un suo vecchio compagno di scuola, Marco, poi diventato un campione sportivo che si è dato molto da fare per allenare alla corsa veloce Tommaso, suo figlio diciottenne ma questi ora sente la vocazione per una vita claustrale.

Anche questo risvolto è interessante, perché consente di sottolineare il valore di una vocazione monastica, abbastanza raro da trovare al cinema.

La regia del film è lineare, quasi scolasticamente diligente: sviluppa l’evoluzione degli eventi in modo ordinato, senza troppe sorprese. La guida della recitazione lascia qualche perplessità: gli attori sono impegnati a sottolineare i loro passaggi di umore caricando le espressioni facciali.

Si tratta comunque di quasi due ore divertenti che conducono, com’era prevedibile, a un lieto fine.

Il punto delicato del film sta nel confronto fra gli uomini di Chiesa e i laici. C’ è una forma di contrapposizione quasi manichea fra i due mondi: i primi sono dediti alla fede, beneficiano di una vita serena e senza troppi affanni (la vita dei missionari impegnati in terre lontane è da cartolina dimenticando quante difficoltà debbono superare ogni giorno) mentre le figure  laiche presenti nel film, oltre a venir tipizzate tramite  un pesante turpiloquio,  non si occupano di Dio e sono immersi nella cruda realtà quotidiana, fatta spesso di lotte vane e  di compromessi . Manca totalmente la figura intermedia del  laico che crede e che si impegna a essere coerente con la propria fede.

Marco vive una crisi coniugale (il tema è trattato brevemente all’inizio del film ma poi non viene più ripreso;  la sorella di don Angelo si è lasciata con suo marito quasi subito dopo il matrimonio e viene ospitata dal fratello  perché è stata sfrattata e non riesce a trovare un lavoro. Alla fine si mette insieme a Marco incurante del fatto che sia sposato con un figlio. Don Angelo, suo fratello, sa tutto ma non parla: si limita ad abbracciarla. E’ questo un passaggio del film che nella migliore delle ipotesi  può essere accusato di leggerezza; diversamente può essere inteso come volontà di manifestare l’esistenza di due realtà: quella delle persone di Chiesa che perseguono un loro cammino di perfezione e i battezzati di serie B, i laici appunto, a cui tale perfezione non  può essere richiesta ma per loro è sufficiente una affettuosa comprensione delle loro debolezze.  

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Data Trasmissione: Domenica, 1. Gennaio 2012 - 1:00


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TO ROME WITH LOVE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/22/2012 - 17:17
Titolo Originale: To Rome with Love
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: MEDIAPRO, MEDUSA FILM
Durata: 105
Interpreti: Woody Allen, Alec Baldwin, Roberto Benigni, Penélope Cruz

Il film interseca storie diverse ambientate a Roma. Ci sono i tormenti amorosi di una coppia di studenti american. Il ragazzo, Jack, resta stregato dal fascino di un’amica della fidanzata, attrice volubile e seduttrice irrefrenabile, che prima gli promette amore eterno, poi, sul più bello, lo pianta in asso per girare un film. C’è un famoso architetto, ben remunerato costruttore di sofisticati centri commerciali. Da giovane passò un periodo a Roma, e quando casualmente incontra Jack, rivede se stesso spensierato a passeggio nelle stradine di Trastevere. Prova a dissuadere il ragazzo: sta correndo appresso alle gonne della donna sbagliata. Ma con poca fortuna. Ci sono una giovane americana, innamorata persa di un giovane italiano. Il padre del ragazzo ha un’impresa di pompe funebri e una voce da non temere confronti con quella di Pavarotti, che riesce però a sprigionare alla massima potenza solo sotto la doccia...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il solito Woody Allen fatalista da seduta psichiatrica
Pubblico 
Adolescenti
Poche volgarità e nessuna situazione imbarazzante, ma Woody Allen è sempre a favore dell'amore libero da ogni vincolo
Giudizio Artistico 
 
Un film brutto, inutile e noioso; una sceneggiatura scritta con i piedi, zeppa di situazioni e personaggi privi di credibilità, banale e stiracchiata.
Testo Breve:

Woody Allen continua la sua peregrinazione per le capitali europee e questa volta si sposta a Roma per realizzare un film inutile e noioso dove si sviluppano più storie in parallelo che risultano prive di credibilità, banali e stiracchiate con bravi attori assolutamente fuori ruolo

Era difficile realizzare un film così brutto, inutile e noioso. E invece Woody Allen ci è riuscito. Nella di grave, sin qui. Un film americano usa e getta. La questione però è un tantino più complicata, poiché “To Rome with Love” è tutt’altro fuorché un film americano. È un film italiano.
Nel senso che italiani sono buona parte degli attori. Italiane le maestranze. Italiana l’ambientazione nella città di Roma. Italiani parecchi capitali investiti. Woody Allen da qualche anno lavora in Europa. Ha girato vari film a Londra, poi a Barcellona e Parigi. Adesso è il turno della Città Eterna.
A Roma però ha rifilato l’opera peggiore. Sciatta, scritta con i piedi, zeppa di situazioni e personaggi privi di credibilità, banale e stiracchiata. Il settantasettenne regista (non dimentichiamolo, fra i maggiori talenti del cinema americano contemporaneo), ha così confezionato  l’ennesimo film per evitare il lettino dello psicanalista, e tenere lontani i pensieri sulla morte.
Eppure questo pastrocchio inspiegabile e sconsiderato, richiamerà in Italia, e in Europa (difficilmente lo stesso potrà accadere negli Stati Uniti), un pubblico numeroso (forse persino troppo numeroso) e festante. Stavolta la critica ha sparato a zero sul film. Così come aveva straveduto per il precedente “Midnight in Paris” (opera onesta e divertente, sulla quale era però difficile lasciarsi andare a giudizi entusiastici), adesso il coro ha cambiato decisamente registro, e in negativo. Dal sole splendente si è passati al temporale, all’acquazzone, alla tempesta.
Ormai Allen fa film decadenti per un’Europa decadente, la sola che riesca ad apprezzarli sino in fondo. Gli americani delle sue lagne tra l’ennesima paura di volare, l’ennesima citazione di Freud e l’ennesima battuta di Marx (naturalmente i comici fratelli Marx, non il filosofo tedesco), ne hanno le scatole piene. Gli europei, invece, hanno deciso di adottare Woody Allen, finanziandolo, incoronandolo artista e affollando le sale alla programmazione dei suoi film.
In “To Rome with Love”, nel tentativo di cavarsela, interseca storie diverse ambientate a Roma. Ci sono i tormenti amorosi di una coppia di studenti american. Il ragazzo, Jack (Jesse Eisenberg), resta stregato dal fascino di un’amica della fidanzata, attrice volubile e seduttrice irrefrenabile, che prima gli promette amore eterno, poi, sul più bello, lo pianta in asso per girare un film. C’è un famoso architetto (Alec Baldwin), ben remunerato costruttore di sofisticati centri commerciali. Da giovane passò un periodo a Roma, e quando casualmente incontra Jack, rivede se stesso spensierato a passeggio nelle stradine di Trastevere. Prova a dissuadere il ragazzo: sta correndo appresso alle gonne della donna sbagliata. Ma con poca fortuna. Ci sono una giovane americana, innamorata persa di un giovane italiano. Il padre del ragazzo ha un’impresa di pompe funebri e una voce da non temere confronti con quella di Pavarotti, che riesce però a sprigionare alla massima potenza solo sotto la doccia. Il padre della ragazza (Woody Allen) è un impresario e regista di opere liriche in pensione, sposato con una psicoanalista. C’è una coppia di giovani sposi provenienti da Pordenone, provinciali un po’ imbranati, stritolati e storditi dalla città. E, infine, c’è Leopoldo Pisanello (Roberto Benigni), anonimo impiegato che diventa, senza alcun motivo, una celebrità. Nel cast trovano spazio anche Penélope Cruz e Ellen Page, oltre a tanti, tantissimi attori italiani, giovani e meno giovani, da Claudio Scamarcio a Ornella Muti, da Antonio Albanese a Giuliano Gemma. Solo una conclusiva considerazione. Benigni nella mani di Woody Allen è la più totale delusione. Un talento esplosivo ingabbiato in un ruolo fiacco. Ma ne valeva la pena?   

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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