Commedia

GIU' LE MANI DALLE NOSTRE FIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/20/2018 - 08:36
Titolo Originale: Blockers
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Kay Cannon
Sceneggiatura: Jon Hurwitz, Brian Kehoe, Jim Kehoe, Eben Russell, Hayden Schlossberg
Produzione: POINT GREY PICTURES, DMG ENTERTAINMENT, GOOD UNIVERSE
Durata: 102
Interpreti: Leslie Mann, Ike Barinholtz, John Cena, Kathryn Newton, Geraldine Viswanathan, Gideon Adlon

Julie, Kayla e Sam sono amiche da sempre. Arrivate a diciott’anni, nel giorno del gran ballo della scuola, decidono di fare un patto tra loro: tutte e tre perderanno la verginità quella stessa notte. La madre di Julie e i padri di Kayla e Sam scoprono l’accordo e cercano in tutti i modi di sabotarlo…

 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Di fronte alla decisione di consumare la “prima volta”in modo concordato nella stessa serata da tre ragazze dicissettenni, i rispettivi genitori si preoccupano solo, egoisticamente, di dover restare presto soli, mentre qualcuno di loro finisce per auspicarlo, indicandola come conquista femminile. Le ragazze intanto non mostrano dubbi, paure e dilemmi nel prendere a freddo una decisione simile
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio, scene di sesso, uso di droghe, scene volgari, scene di nudo. Genitori irresponsabili
Giudizio Artistico 
 
Il film è infarcito di stereotipi, soprattutto sul rapporto genitori-figli e usa situazioni volgari per strappare qualche risata al pubblico
Testo Breve:

Tre ragazze diciassettenni hanno deciso di perdere la loro verginità durante la serata del ballo di fine corso. I genitori cercano di fermarle. Un film sguaiato e pieno di stereotipi

Giù le mani dalle nostre figlie potrebbe essere descritto come una sorta di American Pie al femminile, vissuto però dal punto di vista dei genitori. 

Lisa è una mamma single, che ha cresciuto da sola la sua Julie, con cui vive quasi in simbiosi. Quando però scopre che la figlia le ha tenuta segreta la sua iscrizione alla UCLA a Los Angeles, dopo averle promesso di studiare a Chicago, non troppo lontana da casa e quindi da lei, il suo mondo va in crisi. Mitchell, invece, è il padre di Kayla. È un omone sportivo e muscoloso (non a caso è interpretato dal wrestler John Cena) che però, a dispetto dell’apparenza, è molto sensibile e di lacrima facile e non accetta che la sua piccola si stia facendo donna. Hunter, infine, è il padre di Sam, ragazzina insicura e malinconica, che si scopre omosessuale. Hunter è divorziato: tutti, compresi Lisa e Mitchell, l’hanno allontanato da quando si è lasciato con la moglie e l’uomo cerca di recuperare il rapporto con la figlia, che si vergogna dei suoi modi stravaganti e sempre fuori dalle righe.  

Le tre amiche hanno motivazioni diverse per perdere la verginità: Julie ha un fidanzato e crede che sia “quello giusto”; Kayla ha deciso che è grande abbastanza e si sceglie, seduta stante, il “cavaliere” che la porterà al ballo e con cui consumerà la sua prima notte; Sam, infine, non vuole sentirsi diversa dalle amiche ed è intenzionata a fare sesso con un ragazzo per capire se è veramente omosessuale.

Il tema della verginità, unito a quello della “prima volta”, è trattato con enorme superficialità.  Non ci sono dubbi, paure e dilemmi, tanto che risulta poco credibile che le tre ragazze, qui raffigurate come delle adolescenti superficiali, volgari nel linguaggio e un po’ stupide, siano ancora vergini. Inoltre, è vero che i genitori sono preoccupati che le figlie compiano scelte azzardate, ma alla fine la loro vera paura è che le loro piccole crescano, diventino donne e di conseguenza li abbandonino. Un timore comprensibile, ma anche un po’ egoistico. L’unico che sembra avere un briciolo di razionalità e che si dimostra più sensibile nell’interpretare i comportamenti della figlia è proprio Hunter, all’apparenza il più sconclusionato, il padre che nessuno vorrebbe avere. 

Il film consegna allo spettatore una facile morale: è tempo per i genitori di farsi da parte, accettare le scelte dei propri figli e non aver paura che crescano perché, comunque vada la vita, li ameranno e saranno amati da loro per sempre.

Giù le mani dalle nostre figlie non resiste infine a imboccare un filone pseudo-femminista e di critica all’ipocrisia patriarcale. Mentre i genitori del fidanzato di Julie, si dilettano in giochi erotici di coppia che poi raccontano al figlio (tanto è un maschio), la mamma di Kayla, nonché moglie di Mitchell, difende la scelta della figlia di perdere la verginità, perché è ora che anche le ragazze raggiungano la parità sessuale. Poco importa se la figlia si stia per concedere a un perfetto sconosciuto, per di più spacciatore di droga.

Il film di Kay Cannon, sceneggiatrice, qui al suo esordio registico, è dimenticabile (tanto quanto il doppiaggio e la traduzione italiana dei dialoghi), ricco di allusioni sessuali e riferimenti volgari che puntano a suscitare la risata facile e gag infantili, caotiche e demenziali (tra tutte una scena in cui i personaggi si vomitano addosso a vicenda, a getto, dentro una limousine e una in cui John Cena assume dell’alcol per via rettale, in seguito a una scommessa con alcuni adolescenti).

Anche gli effetti speciali realizzati al computer, come le lacrime copiose di Lisa nel salutare la figlia Julie in partenza per il college, sono palesi e realizzati in modo grossolano e artefatto.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CONTROMANO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 16:31
Titolo Originale: Contromano
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Antonio Albanese
Sceneggiatura: Antonio Albanese, Andrea Salerno, Stefano Bises, Marco D'Ambrosio
Durata: 102
Interpreti: Antonio Albanese, Alex Fondja, Aude Legastelois

Mario Cavallaro si è sempre reputato un uomo per bene. Fiero proprietario di un negozio che vende calze di qualità in centro a Milano, fatica ad accettare i cambiamenti di una città sempre più multietnica. Gli affari non vanno molto bene e, a peggiorare la situazione, un ragazzo africano si mette a vendere calze ai passanti proprio di fronte al suo negozio. Esasperato dalla concorrenza di Oba – così si chiama il ragazzo – e da un mondo che non riconosce più, Mario elabora una teoria tanto assurda quanto concreta: se al problema dell’immigrazione molti rispondono con lo slogan “rimandiamoli a casa loro”, Mario ha intenzione di prendere la proposta sul serio e di riportare Oba a casa sua. In Senegal. Inizia così uno strano viaggio in macchina, a cui si aggiungerà anche l’affascinante sorella di Oba, Dalida …

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Albanese mette un punto a favore dell’integrazione con gli immigrati ma quello che manca è proprio un ritratto approfondito che rispetti, come persone, chi si trova in un paese che non è il suo
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni accenni di nudo. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
La storia assume i contorni di una favola, a tratti amara, che però - anziché optare per una chiave di racconto spiccatamente favolistica - oscilla tra realismo ed irrealismo, finendo per perdere del tutto credibilità agli occhi dello spettatore. Manca inoltre un approfondimento sui personaggi
Testo Breve:

Una sorta di favola comica sul tema dell’integrazione razziale. Ma un Antonio Albanese mattatore assoluto e i due fratelli di colore ridotti a puri accessori, smentiscono l’assunto di base

 

Con Contromano, Antonio Albanese torna dopo 16 anni dietro la macchina da presa. Del film non è, dunque, solo l’attore protagonista, ma anche regista e sceneggiatore. La storia raccontata è, di fatto, espressione (didascalica) di quello che è il suo punto di vista sul tema dell’immigrazione.

Lo spunto narrativo che vede il protagonista convincere un ragazzo africano emigrato illegalmente in Italia, a farsi riaccompagnare “a casa sua”, in Africa, è originale e sicuramente fonte di situazioni comiche. Il regista, però, spreca molte delle occasioni per generare nel pubblico una sana risata, optando per un tono da commedia agrodolce che rallenta molto il ritmo del racconto.

La storia assume i contorni di una favola, a tratti amara, che però - anziché optare per una chiave di racconto spiccatamente favolistica - oscilla tra realismo ed irrealismo, finendo per perdere del tutto credibilità agli occhi dello spettatore.

A questo si aggiunge la costante (e mai piacevole) sensazione che il film abbia intenzione di insegnare qualcosa al pubblico. Fin dalle prime immagini l’intento di parlare dell’incontro/scontro con “il diverso” è dichiarato ma, se nella prima parte il lungometraggio riesce abbastanza a tenere viva l’attenzione dello spettatore, nella seconda parte – o comunque dal momento in cui i protagonisti si mettono in viaggio – lo sviluppo  della storia non si dimostra all’altezza dell’idea di partenza.

Al di là dell’assoluta prevedibilità degli avvenimenti (che in una commedia si può perdonare), quello che manca è un approfondimento sui personaggi. Mario, anche se in modo piuttosto superficiale, vive un percorso personale in cui si mette in discussione, ma Oba e Dalida risultano completamente accessori. Delle loro paure e dei loro sogni… insomma del loro vero io ci viene detto pochissimo. Così le scelte che compiono – come quella per niente scontata di accettare il “passaggio” di Mario per l’Africa senza avere la certezza assoluta di riuscire a tornare eventualmente in Europa – appaiono poco motivate e comunque senza ricadute reali sulla loro vita. Tra far prendere ai propri protagonisti decisioni (importanti) alla leggera e raccontare situazioni anche complicate con una sana leggerezza c’è una grande differenza. Una differenza che in Contromano va, purtroppo, completamente persa.

Autore: Rachele Mocchetti
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IO SONO TEMPESTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 10:04
Titolo Originale: Io sono Tempesta
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Giulia Calenda, Daniele Luchetti, Sandro Petraglia
Produzione: CATTLEYA, CON RAI CINEMA
Interpreti: Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco

Numa Tempesta è un finanziere iperattivo: appena sveglio, mentre fa jogging per i corridoi dell’albergo vuoto che ha appena comprato, telefona alle persone importanti che ha invitato a una cena d’affari per quella sera. Il sole si è appena alzato quando Numa si reca in aeroporto per raggiungere, con un aereo privato, il Kazakistan. Qui presenta alle persone influenti del paese il suo progetto per la costruzione dal nulla di una città intera. Al ritorno, viene informato che, a causa di una vecchia condanna per frode fiscale, dovrà scontare un anno di pena ai servizi sociali in un centro di accoglienza. Numa non si perde d’animo: pensa di riuscire a fare in modo che la pena si riduca a una pura formalità utilizzando i suoi soliti metodi ma si trova davanti Angela, la direttrice, che gli sequestra subito il cellulare e lo invita a utilizzare bene quell’anno per familiarizzare e rendersi utile ai tanti senza tetto che frequentano il centro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nessun valore, tanto meno quello religioso, viene posto a contrasto di un finanziere che presume (non a torto) che tutti abbiano un prezzo
Pubblico 
Adolescenti
Alcune studentesse universitarie arrotondano le loro entrate facendo le escort. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura presenta delle debolezze nel profilare i personaggi; ottima, ancora una volta, l’interpretazione di Marco Giallini
Testo Breve:

Un finanziere miliardario è condannato a prestare servizio per un anno in un centro di accoglienza. Il contrasto ricchezza-povertà diventa uno spunto poco sfruttato e le conclusioni sono amare

Che lo spunto del film sia stato, per gli sceneggiatori, la condanna ai servizi sociali inflitta a Berlusconi, è evidente. Che il pubblico, andando a vedere il film, si aspettasse una conversione, una sorta di presa di coscienza, da parte dell’incallito finanziere, sul valore di tutte le persone, anche quelli posti ai margini della società, era facilmente prevedibile. Invece nulla di tutto ciò si compie. Presupposto indispensabile a uno sviluppo del genere doveva essere un forte contrasto fra due personalità: quella incallita e abituata alla corruzione di Numa e Angela, espressione di valori forti, acquisiti grazie a una vita passata al servizio degli altri.

E’ questa la prima, forte, delusione dello spettatore. Angela appare sostenuta da una fede un po’ esaltata, infarcita di slogan sull’amore e il “fare gruppo” e la scena dove invita tutti gli ospiti del centro a gridare assieme a lei: “il Signore ci salverà” è veramente sgradevole. Numa saprà approfittare dei suoi complessi di donna insoddisfatta e il peso di quel personaggio ai fini del racconto, finirà per ridursi a zero. Una sorte non molto diversa subiranno gli altri protagonisti, gli ospiti del centro. Sono in grado di dimostrare il loro valore umano, pur nella povertà, in contrasto con la spregiudicatezza del tycoon italiano? Niente di tutto questo: a loro interessa solo avere in tasca un po’ di soldi e sono subito pronti a seguire incondizionatamente Numa appena questi fa sventolare davanti ai loro occhi qualche pezzo da cento euro. Anche Bruno, interpretato da Elio Germano, non si discosta molto da questo profilo utilitaristico. La sceneggiatura non si preoccupa molto di caratterizzare gli ospiti del centro, con l’eccezione di Nicola, il figlio del senzatetto Bruno, che ha imparato la lezione meglio degli altri ed è l’unico a restituire a Numa pan per focaccia. Alla fine, protagonista indiscusso resta solo Numa (Marco Giallini), che sovrasta tutti non solo per la sua intraprendenza, ma anche perché riesce a diventare amico, senza problemi, di tutti questi poveri, non perché è avvenuta la conversione che ci si poteva aspettare, ma semplicemente perché mostra una gamma di comportamenti umani molto più ampia degli altri e riesce così a “vincere facile”, trovando anche il modo di sfruttare l’amicizia che si è creata, a proprio vantaggio. Solo alla fine si riesce a scoprire ciò che ha realmente interessato Daniele Lucchetti: nessun tono predicatorio al capitalismo d’assalto ma piuttosto parlare della corruzione che alligna nella politica italiana, tornando così a quei temi a lui cari, già espressi ne  Il Portaborse (1991)  che gli aveva fatto guadagnare due David di Donatello.

In conclusione un’occasione mancata, con non pochi buchi di sceneggiatura che lascia l’amaro in bocca perché tratteggia non tanto un’imprenditoria spregiudicata o una classe politica corrotta (temi facilmente prevedibili) ma uomini e donne qualunque, senza molti valori e facilmente condizionabili.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IO C'E'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/02/2018 - 07:27
Titolo Originale: Io c'è
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessandro Aronadio
Sceneggiatura: Renato Sannio, Alessandro Aronadio, Edoardo Leo, Valerio Cilio
Produzione: VISION DISTRIBUTION
Durata: 110
Interpreti: Edoardo Leo, Margherita Buy, Giuseppe Battiston, Massimiliano Bruno, Giulia Michelin

Massimo (Edoardo Leo) è proprietario insieme alla sorella Adriana (Margherita Buy) di un bed&breakfast nel centro di Roma, ereditato dal ricchissimo padre. Purtroppo però, vuoi la crisi, vuoi una gestione non brillante della struttura, l’attività si ritrova sull’orlo del fallimento, anche a causa della concorrenza delle case di ospitalità religiose che hanno clienti tutto l’anno e non pagano le tasse. Da qui l’idea: trasformare il bed&breakfast in un luogo di culto, per attrarre nuovi avventori e far quadrare i conti. Preti, rabbini, imam e persino testimoni di Geova: nessuno però sembra voler aderire all’assurda iniziativa. E allora a Massimo, con l’aiuto della sorella commercialista e di uno scrittore fallito a fare da “teologo”(Giuseppe Battiston), non rimane altro che un’ultima disperata soluzione: fondare una religione tutta sua…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Scherzare sulla religione è sempre un azzardo, perché la fede è qualcosa di intimo, personale, che fa parte della sfera più profonda e identitaria di ognuno di noi, e questo film non tiene minimamente conto di questo aspetto, rivelando una certa mancanza di sensibilità da questo punto di vista. Inoltre la battuta scherzosa è fatta in modo non intelligente ma ignorante, perché non occorre approfondire ciò che è una favola, anche se milioni di persone la seguono.
Pubblico 
Sconsigliato
Per le tematiche affrontate, che necessitano di buone capacità citiche. Perchè suggerisce che la religione va contrastata senza sviluppare alcuna critica informata, ma è sufficiente un pregiudizio grossolano
Giudizio Artistico 
 
Il film ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte, ma la sceneggiatura è scorretta, per la pressoché totale mancanza di un reale contraddittorio, cioè di un punto di vista alternativo che sia portatore credibile del contro tema di fede che viene affrontato
Testo Breve:

Se i centri di accoglienza a carattere religioso sono esentasse, sarà sufficiente inventarsi una nuova religione per entrare nel business della ristorazione. Il film che gioca sulla comicità del paradosso ma manca di un reale contraddittorio sviluppando una tesi a senso unico

Dopo Che vuoi che sia, Alessandro Aronadio ed Edoardo Leo tornano a lavorare insieme in un’altra commedia, anche se stavolta tocca al primo mettersi dietro alla macchina da presa.

Lo spunto di partenza ha una sua originalità e un indubbio potenziale comico, avvalorato e sostanziato da un buon cast, costruito attorno al solito Leo, ormai quasi una maschera nell’essere sempre uguale a se stesso, ma proprio per questo una garanzia nell’interpretare ogni volta la parte del giovane spiantato e immaturo che combatte contro crisi e precarietà.

Questa volta però la storia travalica i confini del solito tema e il disagio sociale ed economico che affligge questa generazione è solo il pretesto per affrontare un altro ambito dell’esistenza umana: la religione.

Pur nei canoni della commedia dell’assurdo, un genere che può più o meno piacere (anche qui sono svariate le situazioni divertenti, a prescindere dai gusti in fatto di commedia), il film si fa prendere un po’ la mano saltando presto, molto presto, a conclusioni astruse, fondate su una visione molto personale della vita e di alcuni suoi importanti aspetti, come appunto la fede e la spiritualità in generale, infarcendo trama e dialoghi di luoghi comuni e discutibili preconcetti.

Il film d’altronde ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte, dove nel giro di poche scene si viene trascinati subito nel vivo della storia e del meccanismo comico che è anche il motore narrativo della vicenda, ma nonostante questo è alienante e disturbante – perché drammaturgicamente scorretta, oltre che tendenziosa - la pressoché totale mancanza all’interno della sceneggiatura di un reale contraddittorio, cioè di un punto di vista altro e alternativo che sia portatore credibile e plausibile del contro tema (chiamiamolo così), appartenente a chi la fede ce l’ha e in Dio crede per davvero.

Il doppio ribaltamento finale nelle vedute del protagonista sulla vita e in particolare sulla moralità delle sue scelte, sopperisce solo parzialmente al delirante percorso fatto da Massimo, e al generale andamento della trama del film che comunque, essendo una farsa costellata da personaggi e situazioni surreali, non si prende mai troppo sul serio, nonostante l’importanza del tema. Il problema vero però è che scherzare sulla religione è sempre un azzardo, perché la fede è qualcosa di intimo, personale, che fa parte della sfera più profonda e identitaria di ognuno di noi, e questo film non tiene minimamente conto di questo aspetto, rivelando una certa mancanza di sensibilità da questo punto di vista.

 

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PUOI BACIARE LO SPOSO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/04/2018 - 21:38
Titolo Originale: Puoi baciare lo sposo
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Giovanni Bognetti, Alessandro Genovesi
Produzione: COLORADO FILM in collaborazione con MEDUSA FILM
Durata: 90
Interpreti: Diego Abatantuono, Monica Guerritore, Cristiano Caccamo, Salvatore Esposito, Diana Del Bufalo, Enzo Miccio

Antonio e Paolo sono fidanzati, vivono a Berlino e hanno deciso di sposarsi. Convinti che le loro famiglie saranno felici della notizia, tornano in Italia per il lieto annuncio. Ma la loro felicità dovrà scontrarsi con le diverse reazioni, tra pregiudizi, moralismi e un vortice di opinioni contraddittorie che metterà alla prova l’amore tra i due ragazzi

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nel tentativo di sdrammatizzare la tematica ancora spinosa delle unioni civili e, in generale, dell’omosessualità, il film va a screditare e banalizzare in primo luogo la Chiesa e troviamo un frate che decide di celebrare il matrimonio tra i due ragazzi, perché “per noi conta soltanto l’amore" e lo dice guardando un ritratto di Papa Francesco
Pubblico 
Sconsigliato
Per la banalizzazione al solo scopo di far ridere, di un tema sensibile che meriterebbe un ben maggiore approfondimento
Giudizio Artistico 
 
Il film mostra una narrazione estremamente frammentata e superficiale, che rende l’intero film mediocre. A fianco della buona interpretazione di Diego Abatantuono, ci sono tanti personaggi ridotti a macchiette, che ricalcano un ruolo statico e a volte decisamente sopra le righe
Testo Breve:

Il tema delle unioni civili è sicuramente attuale e si poteva anche trovare un modo per approfondirlo con qualche sorriso. Nulla di tutto ciò succede in questo film che banalizza il tema con personaggi-macchietta, gag sopra le righe  e deride l’atteggiamento della Chiesa

Puoi baciare lo sposo è una commedia che tratta – o vuole trattare – un tema molto attuale, quello delle unioni civili in Italia, con un tono leggero. Pur avendo una buona confezione, a partire dalla regia fino alla fotografia che regala uno scenario poetico e romantico grazie anche all’ambientazione del piccolo comune di Bagnoregio, la pellicola di Genovesi soffre però di una narrazione estremamente frammentata e superficiale, che rende l’intero film mediocre.

Sembra infatti che per dare una patina di comicità all’intera storia, si sia dimenticato l’approfondimento dei personaggi, oltre che del tema sì attuale ma anche delicato. Non si ha quindi la possibilità di raccontare l’amore tra Antonio e Paolo, o di approfondire – seppur in chiave leggera – la crisi che inevitabilmente li coinvolge, andando invece a preferire un susseguirsi di lunghi dialoghi, prevedibili e ricchi di frasi fatte, su cosa sia giusto pensare o cosa sia giusto fare nei confronti delle unioni civili.

Esempio di questa narrazione superficiale è la caratterizzazione del padre di Antonio, Roberto (interpretato da un Abatantuono che comunque non delude): l’uomo è il sindaco di Bagnoregio, e viene presentato come una persona aperta all’integrazione, tanto che si batte per far rimanere nel paese alcuni immigrati in cerca di lavoro. Viene quindi messo in atto il più classico dei cliché: è molto facile accettare e accogliere l’estraneo (in questo caso il profugo) quanto è difficile accettare e accogliere il vicino (in questo caso Antonio, suo figlio). A Roberto viene costantemente rinfacciato questo suo dualismo: da una parte pronto a battersi per i diritti degli emarginati, dall’altra totalmente chiuso di fronte alla diversità del figlio. È una tematica reale, che viene però banalizzata, senza andare a scavare realmente nelle motivazioni dei personaggi e quindi nel loro cambiamento.

Dispiace vedere come il teatro di personaggi attorno ai due protagonisti sia popolato di macchiette, che ricalcano un ruolo statico e a volte decisamente sopra le righe (come l’amica Benedetta che sembra non avere coscienza della realtà che la circonda, o la ex di Antonio che lo stalkera, o il nuovo inquilino a cui piace vestirsi da donna e che li segue come un’ombra perché ha paura di rimanere da solo).

Nel tentativo di sdrammatizzare la tematica ancora spinosa delle unioni civili e, in generale, dell’omosessualità, il film va a screditare e banalizzare in primo luogo la Chiesa. Ad esempio, troviamo un frate che decide di celebrare il matrimonio tra i due ragazzi, perché “per noi conta soltanto l’amore”, come dice mentre cerca consenso guardando una foto del Papa appesa alla parete. O ancora, Antonio – come ogni anno – impersona Gesù durante la via Crucis e viene frustato mentre porta la croce, subito dopo essere stato insultato dal padre per la sua omosessualità. Questi e altri episodi nel corso del film riportano un simbolismo sovraccaricato, che non lascia spazio all’esplorazione di un punto di vista diverso o a un dialogo effettivo sull’argomento che si vuole raccontare.

Alcune parti del film, grazie soprattutto alla presenza di Abatantuono, sono godibili nella loro leggerezza senza pretese, ma purtroppo non sono sufficienti a sostenere i novanta minuti di pellicola che, seppur pochi, alla fine stancano.

In conclusione, Puoi baciare lo sposo è un film che ha sacrificato la struttura narrativa a favore di una banale parodia su una tematica attuale, finendo, purtroppo, per svuotarla di ogni possibile significato.

Autore: Elena Santoro
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SONO TORNATO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/05/2018 - 16:44
Titolo Originale: Sono tornato
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Luca Miniero
Sceneggiatura: Luca Miniero e Gianluca Guaglianone
Produzione: INDIANA PRODUCTION, VISION DISTRIBUTION
Durata: 100
Interpreti: con Massimo Popolizio, Frank Matano, Stafania Rocca, Gioele Dix

In un pomeriggio come tanti, un oggetto non identificato precipita dal cielo nel bel mezzo di piazza Vittorio, a Roma. Incredibile ma vero, si tratta di Benito Mussolini in persona, il volto tumefatto, la divisa dei bei tempi. Il dittatore, vagando senza meta in un Paese distante anni luce dal suo, così tecnologico e multiculturale, si imbatte nell’aspirante reporter e regista Andrea Canaletti, che scambiandolo per un attore comico (come tutti del resto), cerca di cavalcarne la verve e l’energia per girare un documentario sull’Italia di oggi. Di tutt’altro tipo sono invece le ambizioni del duce, che mira a guadagnare consensi per tornare al potere. E in effetti, a poco a poco, la popolarità dell’uomo cresce sempre di più, fino alle prime comparsate tv. Il folle piano del dittatore sembra così prendere forma…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una satira che correttamente punta il dito sui rapporti sempre fragili fra politica e media e la tentazione del popolo italiano (come di altri) di cedere agli estremismi
Pubblico 
Adolescenti
Una scena sensuale, violenza su un animale
Giudizio Artistico 
 
La sensazione è che, seppur il film sia tutto sommato piacevole e offra anche diversi spunti di riflessione, regia e sceneggiatura abbiano avuto il braccino corto, forse presi dalla paura di affondare il colpo e scendere veramente in profondità nelle diverse tematiche solamente accarezzate.
Testo Breve:

Dopo il successo del film tedesco Lui è tornato, ecco che ritorna nell’Italia di oggi anche Benito Mussolini, che scala rapidamente le vette del successo televisivo e si appresta a scalare il potere politico. Una satira divertente che avrebbe dovuto osare di più

Dopo Benvenuti al Sud (liberamente ispirato alla commedia francese Giù al nord), un altro remake in salsa europea per il regista Luca Miniero, con questa rivisitazione nostrana di Lui è tornato, film tedesco campione d’incassi (a sua volta tratto dall’omonimo best seller) che immagina l’improbabile ritorno di Adolf Hitler nella Germania dei nostri giorni.

Come nella pellicola tedesca, anche Sono tornato è un’occasione per raccontare il nostro Paese, con le sue bellezze e le sue contraddizioni, attraverso lo sguardo innamorato di un personaggio così controverso e ingombrante per la storia italiana. La cosa più divertente è rendersi conto che dalla bocca del Duce, sempre così alienato e fuori contesto, escono anche delle verità lucide e spesso condivisibili sulla nostra situazione culturale, politica ed economica. Il film non si risparmia nemmeno qualche frecciata sui rapporti tra televisione e potere, come si può capire dall’amara ma suggestiva sequenza finale in cui il dittatore e Katia Bellini (Stefania Rocca), direttrice di Mondo Tv, la rete per cui lavora l’impacciato Andrea, salgono a braccetto sul carro trionfale che attraversa le vie della Roma antica.

Proprio quella di presentare Mussolini come mentore positivo per il popolo italiano, dal pulpito dei salotti televisivi che lo accolgono a braccia aperte per la sua carica involontariamente comica, è la chiave più divertente e curiosa del film, almeno fino a quando non comincia a prendere corpo seriamente il suo piano di tornare al potere. Solo a quel punto qualcuno lo riconosce come “quello vero”, riportando alla mente dello spettatore tutto il male compiuto dal regime, a cominciare dalle leggi raziali e dai rastrellamenti nel ghetto ebraico. E allora il film cambia tono, non c’è più spazio per la commedia e la posta in gioco si alza drammaticamente.

Prima, il film è sicuramente più divertente e leggero, ma nel giudizio globale paga una sorta di ventre molle nella parte centrale, in cui il “camerata” Canaletti e il duce, per realizzare il loro documentario, si mettono a girare in lungo e in largo il Paese per tastare il polso al popolo italiano con improbabili interviste. Questa fase, anche se offre alcune situazioni decisamente simpatiche, ha una struttura un po’ troppo episodica e inevitabilmente rallenta la storia, che poi si riaccende verso il terzo atto, con la discesa in campo dell’aspirante capo di stato. La sensazione è che, seppur il film sia tutto sommato piacevole e offra anche diversi spunti di riflessione, regia e sceneggiatura abbiano avuto il braccino corto, forse presi dalla paura di affondare il colpo e scendere veramente in profondità nelle diverse tematiche solamente accarezzate.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NATALE DA CHEF

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/18/2017 - 15:36
Titolo Originale: Natale da chef
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Neri Parenti
Sceneggiatura: Alessandro Bencivenni, Gianluca Bomprezzi, Domenico Saverni, Neri Parenti
Produzione: MARI FILM, IDEACINEMA
Durata: 105
Interpreti: Massimo Boldi, Dario Bandiera, Enzo Salvi, Paolo Conticini, Biagio Izzo, Rocio Munoz Morales; Francesca Chillemi

Gualtiero Saporito è convinto di essere un grande cuoco. In realtà tra pentole e fornelli combina un disastro dopo l’altro, al punto da mettere in serio pericolo la sopravvivenza del ristorante gestito con la moglie Beata. La donna quindi, per il bene della famiglia, decide di “licenziare” il marito. Gualtiero però non demorde e, determinato ad avere la sua rivincita, cerca fortuna altrove. Sembra trovarla subito grazie a Furio Galli, un losco individuo che per ripianare i debiti della sua ditta di catering, deve perdere la gara d’appalto per il prossimo G7. Per raggiungere l’obiettivo nessuno è più adatto di Gualtiero, che sembra davvero il peggiore chef in circolazione. Al suo fianco, a completare la squadra di “invincibili”, un aiuto cuoco che ha perso il senso del gusto, un sommelier astemio e una sedicente pasticcera, la cui unica attitudine dolciaria è quella di uscire a sorpresa dalle torte…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Rispetto alle origini del genere, adesso i cinepanettoni sono tendenzialmente più “castigati”, nella rinuncia ad esibire nudità o scene di sessualità esplicita, ma la comicità è immancabilmente pruriginosa e fioccano ad ogni minutaggio e latitudine doppi sensi a sfondo sessuale
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, allusioni sessuali.
Giudizio Artistico 
 
La scrittura è efficace solo in rari sprazzi di comicità, il plot è scarno e i personaggi sono bidimensionali. La regia è ovviamente essenziale, statica e datata, ma d’altra parte ha il merito di valorizzare la libertà espressiva degli attori, vere e proprie maschere, che portano in scena gli eterni conflitti che contraddistinguono il nostro paese: nord contro sud, ricchi contro poveri, onesti contro disonesti.
Testo Breve:

Un film onesto che, come tutti i cinepanettoni, rispetta le aspettative (basse) del pubblico, e perché no, strappa anche qualche sorriso

Come si evince dal titolo, l’ambientazione culinaria di Natale da Chef è la ragion d’essere del film che per il resto presenta i più tradizionali, e per questo rassicuranti ingredienti che da decenni caratterizzano la ricetta dei cinepanettoni, per usare una quanto mai calzante metafora gastronomica.

Non è necessario essere cultori del genere per capire che anche questa non sia una scelta particolarmente originale (anche in A Natale mi sposo, sempre prodotto dalla Mari Film di Boldi, l’attore milanese interpretava un cuoco) ma d’altra parte si rivela un’esca efficace in un paese che negli ultimi anni, tra talent, reality e trasmissioni televisive, si è scoperto popolato da milioni di aspiranti cuochi.

Il risultato è un film onesto che, come tutti i cinepanettoni, rispetta le aspettative (basse) del pubblico, e perché no, strappa anche qualche sorriso. Ovviamente con un occhio sempre più rivolto al botteghino piuttosto che alla qualità, a cominciare dal solito cast allargato che, senza nulla togliere alla bravura degli attori, sembra studiato a tavolino per attirare il pubblico di ogni età, genere e provenienza geografica. E allora oltre ai soliti e consolidati Boldi, Salvi e Izzo, ormai una sorta di certificato di appartenenza al genere, troviamo l’immancabile quota rosa, con le televisive Rocio e Chillemi, e la sempre efficace Milena Vukotic, che fa da gancio alla tradizione della commedia italiana, interpretando una vedova sommessa e castigata che tanto ricorda l’indimenticabile Pina Fantozzi.

Per il resto, come dicevamo, la qualità è quella che è. La scrittura è efficace solo in rari sprazzi di comicità, il plot è scarno e i personaggi sono bidimensionali. La regia è ovviamente essenziale, statica e datata, ma d’altra parte ha il merito di valorizzare la libertà espressiva degli attori, vere e proprie maschere, che portano in scena gli eterni conflitti che contraddistinguono il nostro paese: nord contro sud, ricchi contro poveri, onesti contro disonesti.

Alla fine forse il punto di forza dei cinepanettoni sta proprio in questo, e cioè che sono sempre profondamente attuali nel loro raccontare mode, tendenze e personaggi protagonisti del proprio tempo (“indimenticabile” la scena in cui i potenti del G7 rigettano le pietanze cucinate da Gustavo), sempre con leggerezza (leggi superficialità) e un po’ di pepe. C’è da dire che rispetto alle origini del genere, adesso sono tendenzialmente più “castigati”, nella rinuncia ad esibire nudità o scene di sessualità esplicita, ma la comicità è immancabilmente pruriginosa e fioccano ad ogni minutaggio e latitudine doppi sensi a sfondo sessuale. Per questo, nonostante qualcuno abbia provato a sdoganarli, rimangono film poco adatti alle famiglie.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DUE SOTTO IL BURQA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/07/2017 - 16:08
Titolo Originale: Cherchez la femme!
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Sou Abadi
Sceneggiatura: Sou Abadi
Produzione: Durata 88' Colore C Genere COMMEDIA Produzione THE FILM, FRANCE 2 CINÉMA, MARS FILMS
Durata: 88
Interpreti: Félix Moati, Camélia Jordana, William Lebghil, Anne Alvaro

Leila e Armand studiano Scienze Politiche, si amano e sperano di vincere una borsa di studio come tirocinanti alle Nazioni Unite a New York. Ma poi il fratello di Leila, Mahmoud, ritorna dallo Yemen dove ha aderito al radicalismo islamico. Impedisce alla sorella di uscire di casa e di vedere altri uomini e cerca di indottrinare il fratello più piccolo Sinna. Armand, però, trova una soluzione per superare la sorveglianza: si copre con un velo integrale e si presenta come una pia studentessa, Sheherazade, cui Leila dovrebbe dare lezioni di francese. Mahmoud, però, si invaghisce della misteriosa ragazza velata…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La facilità con cui l’intreccio si risolve e perviene al lieto fine risulta quanto meno un po’ semplicistico rispetto alla realtà concretissima e drammatica del fondamentalismo islamico
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena di nudo parziale
Giudizio Artistico 
 
Per godersi l’umorismo intermittente di questa commedia farsesca bisogna mettere da parte l’incredulità e accettare le molte assurdità come di fronte a certe opere teatrali da cui evidentemente prende spunto
Testo Breve:

Se una sorella ha come fratello un radicalista islamico che non la lascia uscire, l’unica soluzione per il fidanzato di lei è indossare il burqa e fingersi una ragazza. Una commedia farsesca fin troppo superficiale per la realtà drammatica che vuole affrontare

Ambientato nella laicissima Francia dove in teoria burqa e chador sono proibiti dal 2011, il film di Sou Abadi, regista iraniana che viene dal documentario, prova a mettere in scena attraverso la commedia il problema (drammaticissimo) della radicalizzazione dei giovani musulmani delle periferie.

Figli di immigrati che in Francia hanno cercato libertà e integrazione, Leila e Mahmoud hanno scelto strade diverse per affrontare il proprio isolamento e la morte dei genitori: lei, laica e secolarizzata, coltiva il dubbio metodico, studia scienze politiche, sogna un futuro all’Onu e ha un fidanzato Armand, anche lui laicissimo, figlio di intellettuali iraniani sfuggiti alla rivoluzione Khomeinista.

Mahmoud, invece, dopo essersi fatto carico dei fratelli rinunciando agli studi, è partito per lo Yemen ed è ritornato con una barba da fondamentalista e idee molto chiare sul futuro suo e della famiglia.  Del resto la stessa cosa hanno fatto i suoi amici di quartiere, immigrati come lui, ma anche un francese, Fabrice, che adesso ci tiene molto a farsi chiamare Farid.

Il ritratto di questi fondamentalisti di periferia è amabile quanto superficiale (predicano la jihad ma alla prova dei fatti sono più pasticcioni che pericolosi), come una somma di clichè è la coppia di genitori di Armand: comunista lui, femminista lei, memori dei traumi del fondamentalismo nella patria perduta, ma borghesi fino al midollo nella nuova patria, a partire dalla scelta dell’arrondissement dove abitare.

Per godersi l’umorismo intermittente di questa commedia farsesca bisogna mettere da parte l’incredulità (di fronte alla prigionia di Leila in casa, che rischia di mettere in pericolo anche il suo futuro newyorkese, l’opzione polizia viene allegramente scartata) e accettare le molte assurdità come di fronte a certe opere teatrali da cui evidentemente prende spunto.

Al di là della citazione di A qualcuno piace caldo, infatti, i riferimenti più evidenti sono quelli della tradizione teatrale (da Shakespeare a Marivaux), dove il travestimento è un espediente comune del corteggiamento come dell’equivoco amoroso.

Perché anche qui Mahmoud si incapriccia della misteriosa donna velata interpretata da Armand, che da parte sua coglie l’occasione per insegnare al giovane fondamentalista un’interpretazione più aperta e umanizzata del Corano e dell’islam.

E nel frattempo, mentre si aggira mascherato per le vie di Parigi, si rende conto di quanto anche gli occidentali laici e avanzati possano essere crudeli con chi appare diverso e per questo pericoloso.

La facilità con cui l’intreccio si risolve, con una messa in scena che coinvolge tutti quanti e uno svelamento finale che sana tutte le ferite, anche se perfettamente in tono con il clima da palcoscenico tenuto fino a quel momento, risulta quanto meno un po’ semplicistico rispetto alla realtà concretissima e drammatica di cui si vorrebbe parlare.

Peccato questa superficialità in cui si perdono anche momenti di autentico sentimento (il fratellino di Leila che ricostruisce minuziosamente le fotografie di famiglia) che si rimpiange non riescano a diventare l’anima autentica della storia.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CACCIA AL TESORO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/27/2017 - 21:43
Titolo Originale: Caccia al tesoro
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Carlo Vanzina
Sceneggiatura: Enrico e Carlo Vanzina
Produzione: : Medusa Film, realizzato da International Video 80, in collaborazione con SKY Cinema HD
Durata: 90
Interpreti: Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Christiane Filangieri, Max Tortora, Serena Rossi

Napoli. Capocomico di una compagnia teatrale votata alla fame, Domenico Greco deve trovare i soldi per una costosissima operazione chirurgica per il nipotino malato di cuore. Inginocchiato davanti alla statua di San Gennaro per chiedere una grazia, crede di sentire la voce del santo che lo autorizza a rubare la preziosa mitra, tempestata di gemme, conservata nella cripta della chiesa insieme al resto del tesoro. Inginocchiato nella panca di fianco, lo spiantato Ferdinando – che ha origliato tutto – si propone come complice del furto, per il semplice fatto di aver bisogno anch’egli di denaro e di aver sentito ugualmente la voce del santo (“e quindi – dichiara – potrebbe essere che si rivolgesse a me”). Senza pensarci troppo, i due si lanciano nell’impresa. D’altra parte, se il fine è buono e il santo è d’accordo, cosa può andare storto?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film evita accuratamente la volgarità (salvo qualche innocua parolaccia), cita espressamente un cinema che si faceva prima dello sdoganamento di tanti tabù e non si vergogna quindi di celebrare quei “buoni sentimenti” che – proprio in sede critica – vengono sempre citati in senso dispregiativo
Pubblico 
Pre-adolescenti
Cenni di turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Un film gentile questo che i Vanzina, i fratelli terribili del cinema italiano propongono agli spettatori del 2017, perché sembra provenire proprio dagli anni Cinquanta (il decennio d’oro di Steno, loro padre) per la programmatica inverosimiglianza, per il canovaccio esilissimo – che serve solo come pretesto per le performances dei mattatori – ma anche per il garbo e la delicatezza
Testo Breve:

I fratelli Varzina, gli inventori della serie Vacanze di Natale, firmano un film che è un omaggio dei tempi d’oro della commedia italiana anni ’50, di cui loro padre, Steno, è stato un maestro

Sia per gli autori del film, sia per il protagonista Vincenzo Salemme, Caccia al tesoro è l’occasione per fare i conti con la propria eredità. Per Carlo ed Enrico Vanzina, infatti, sembra arrivato il momento (in realtà già da qualche anno) di ricordarsi di essere i figli di quello Steno (nome d’arte di Stefano Vanzina) regista e sceneggiatore di decine di film comici prodotti dagli anni Quaranta agli anni Ottanta e ricordato come “genio gentile” (così il titolo di un documentario su di lui proiettato alla Festa del Cinema di Roma del 2008). Ed è proprio un film gentile questo che i fratelli terribili del cinema italiano propongono agli spettatori del 2017, perché sembra provenire proprio dagli anni Cinquanta (il decennio d’oro di Steno) per la programmatica inverosimiglianza, per il canovaccio esilissimo – che serve solo come pretesto per le performances dei mattatori – ma anche per il garbo e la delicatezza.

A realizzare un film così sono proprio gli inventori di formule, come quelle delle famigerate Vacanze di Natale, che tanto hanno nuociuto al cinema italiano e ai suoi spettatori, eppure Caccia al tesoro evita accuratamente la volgarità (salvo qualche innocua parolaccia), cita espressamente un cinema che si faceva prima dello sdoganamento di tanti tabù e non si vergogna quindi di celebrare quei “buoni sentimenti” che – proprio in sede critica – vengono sempre citati in senso dispregiativo. Lungi da noi, dunque, infierire su film pensato per un pubblico di una certa età, non ancora o non per forza drogato dalla “qualità”, dal ritmo e dalla complicazione narrativa delle serie televisive che spopolano ormai dappertutto (anzi, nel celebrare la bellezza di Napoli e dei napoletani il film vuole essere una sorta di “anti-Gomorra”). 

Divertente il film lo è in senso molto generico, perché – come in tutta la filmografia dei Vanzina – si ride il minimo indispensabile per poter definire il film “comico” e l’unica vera ragion d’essere è mostrare Salemme e il sodale storico Buccirosso prodursi in duetti chiaramente ispirati a quelli di Totò e Peppino (ma tutta la napoletanità viene esaltata, in un centone in cui possono convivere le canzoni di Pino Daniele, il teatro di Scarpetta e “o’traditore” Gonzalo Higuaín). La trama non ha bisogno di tante precisazioni, con la “banda degli onesti” che insegue il tesoro di San Gennaro da Napoli a Torino fino a Cannes, incrociando la strada con altri ladri imbranati, una banda di ladri professionisti, camorristi dal cuore d’oro e un contorno variopinto di macchiette e gag dagli esiti assolutamente prevedibili.

Gli attori sono bravi e simpatici ma per il salto di qualità (e quindi per la sufficienza) manca la disinvoltura necessaria, per cui – per fare un esempio – i Vanzina si sentono in dovere di citare espressamente nei dialoghi sia Operazione San Gennaro di Dino Risi (irresistibile commedia sul furto del tesoro del santo, di cui Caccia al tesoro non vuole essere un remake ma solo un omaggio) sia il fatto che Buccirosso abbia recitato in un film diretto da Paolo Sorrentino, che nel film è il sogno del personaggio interpretato da Salemme. 

Non che Caccia al tesoro abbia reali ambizioni cinematografiche né tantomeno metatestuali. Però anche Vincenzo Salemme, nato artisticamente come attore nella compagnia teatrale di Eduardo De Filippo, approfitta per celebrare i propri nobili trascorsi: proprio due famose opere di Eduardo, Natale in casa Cupiello e Le voci di dentro, vengono citate in apertura e in chiusura del film, incorniciando nostalgicamente la vicenda nel mondo della vita che imita il teatro perché – questa la morale che sembra venirci consegnata – per chi si spende anima e corpo nella prima come nel secondo, ci sarà sempre poco da mangiare ma molto da divertirsi. E sempre, in qualche modo, qualcosa da guadagnare. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NOVE LUNE E MEZZA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/16/2017 - 14:53
Titolo Originale: Nove Lune e Mezza
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Michela Andreozzi
Sceneggiatura: Michela Andreozzi, Alessia Crocini, Fabio Morici
Produzione: PACO CINEMATOGRAFICA, NEO ART PRODUCCIONES IN COLLABORAZIONE CON VISION DISTRIBUTION
Durata: 100
Interpreti: Claudia Gerini, Michela Andreozzi, Pasquale Petrolo, Giorgio Pasotti, Stefano Fresi

Tina e Livia sono due sorelle profondamente legate nonostante i caratteri opposti: Tina, infatti, è una poliziotta timida e impacciata, legata sentimentalmente ad un collega ma divorata da un fortissimo desiderio di maternità, mentre Livia è una musicista decisa e indipendente, pienamente appagata dalla sua vita di coppia senza figli. Quando quest'ultima va dal ginecologo per sbarazzarsi definitivamente dal rischio di una maternità, lui le propone inaspettatamente di portare per nove mesi il figlio che sua sorella altrimenti non potrà mai avere...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
"Donare l'utero, non è come donare il rene?" .."La famiglia è dove ci si ama e sostiene, anche senza prosecuzione della specie". "Per la coppia omosessuale ho creato due omoni maschi innamorati con figli, come ce ne sono tanti". La regista conferma in un'intervista quanto viene rappresentato nel film. Il film travisa completamente il concetto di amore, che viene considerato una realizzazione egocentrica di se stessi, da cui scaturisce la pretesa di certi "diritti", invece di essere servizio e donazione di se' verso i nuovi nati, che hanno diritto di esser concepiti per amore dal proprio padre e dalla propria madre, di crescere nel grembo della propria madre ed essere allevati con continuità dai propri genitori grazie a un matrimonio stabile
Pubblico 
Sconsigliato
Per la trasmissione di messaggi sbagliati
Giudizio Artistico 
 
Michela Andreozzi e Claudia Gerini sono due divertenti personaggi tratteggiati a tutto tondo (ma i ruoli maschili lo sono molto meno). Il film regge bene come commedia, molto meno come lavoro impegnato
Testo Breve:

Questo film tutto al femminile (le figure maschili non ci fanno una buona figura) costituisce una rivendicazione sindacale sulla libertà delle donne di non essere madri o di esserlo (tramite l'utero in affitto), di convivere senza sposarsi mentre   famiglie che vivono il matrimonio con fede (pentacostali, in questo caso) sono solo troppo serie e bigotte

Michela Andreozzi veste per la prima volta i panni di regista (pur senza togliersi quelli di attrice) per raccontare una commedia all'italiana moderna, che tocca molte delle sfaccettature più attuali e scottanti del tema della maternità. In primo luogo, certamente, quella dell'utero in affitto, su cui si regge tutta la storia delle due sorelle, ma è lasciato spazio anche al problema dei figli per le coppie omosessuali, dal momento che il ginecologo che dirige tutta l'operazione ha un compagno e due bambini (e sotto tanti aspetti appaiono, seguendo un cliché oggi di moda, come la famiglia più "normale" sullo schermo).

Tina e Livia, ben interpretate da Michela Andreozzi e Claudia Gerini, sono gli unici personaggi con una personalità a tutto tondo ed è grazie a loro se l'interesse per la storia si mantiene alto fino alla fine. Sono molto toccanti le scene iniziali che mostrano il desiderio di maternità di Tina, che arriva a "rapire" una bambina creduta abbandonata, nella speranza di poterla tenere con sé. Ed è interessante il percorso di crescita che entrambe compiono, unite nell'assurda complicità di dover nascondere la gravidanza di Livia e fingere quella di Tina, anche davanti alla loro famiglia d'origine.

Livia, in particolare, è un personaggio che guadagna spessore e complessità man mano, soprattutto dal momento in cui si rende conto di come la sua generosità nell'aiutare la sorella potrebbe non essere stata dettata solo dal profondo legame di affetto, ma anche dal suo perenne senso di superiorità.

Gli altri personaggi sono fondamentalmente macchiette che riescono a strappare tanti sorrisi, ma poche risate. Viene spontaneo domandarsi se, per affrontare temi simili, forse non valesse la pena un po' di profondità psicologica in più.

Fabio (il compagno di Livia) e Gianni (quello di Tina) sono travolti dall'evento della maternità, ma mai veramente chiamati in causa: la responsabilità se la assumono totalmente le loro donne. I loro deboli tentativi di ribellione li porteranno a un cambiamento, ma non hanno lo spessore umano per vivere lo stesso viaggio emotivo delle loro compagne: in generale, l'immagine che arriva è quella di una maternità che cambia le donne, più che l'intera famiglia.

Pieni di limiti e insicurezze, tutti gli uomini vengono guardati con una sorta di tenerezza accondiscendente, tranne uno: il fratello neocatecumenale di Tina e Livia. Sposato e con quattro figlie femmine, anche lui potrebbe rappresentare una forma alternativa di famiglia, ma viene invece relegato a un ruolo anacronistico e oscurantista, senza possibilità di redenzione, che non riesce nemmeno a fare ridere.

In un film che esplora minuziosamente le conseguenze della maternità, all'interno di famiglie tutt'altro che tradizionali, è curioso che non si parli mai esplicitamente del bene del bambino. Al centro dell'attenzione ci sono sempre gli adulti e la loro tardiva "maturazione", che sicuramente questo nuovo arrivo rende più urgente che mai. Ma è giusto pensare alla gravidanza solo come a un bisogno dei genitori? E al bambino come un collante per tenere insieme famiglie scompaginate?

L'argomento non viene affrontato esplicitamente, ma in un film di questo tipo anche il fatto che sia taciuto può dire molto.

Autore: Giulia Cavazza
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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