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10 GIORNI SENZA MAMMA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/10/2019 - 21:54
 
Titolo Originale: 10 giorni senza mamma
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Alessandro Genovesi, Giovanni Bognetti
Produzione: COLORADO FILMS CON MEDUSA FILM
Durata: 100
Interpreti: Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Antonio Catania, Angelica Elli, Bianca Usai

Carlo e Giulia sono sposati da tredici anni. Lui lavora in una società che opera nel settore della distribuzione alimentare, lei ha deciso di abbandonare il mestiere di avvocato per dedicarsi ai loro tre figli: Camilla, di tredici anni, in piena ribellione adolescenziale; Tito di dieci, che ha il gusto di inventare, con i suoi amici, scherzi “sadici” e infine Bianca, di due anni, che parla poco ma combina tanti guai. C’è qualche problema aperto per entrambi: Carlo è stato affiancato in ufficio da un nuovo collega più giovane che ha tutta l’aria di volergli soffiare il posto; Giulia sente il bisogno, dopo tanti anni dedicati a figli, di cambiare capitolo. E’ esattamente ciò che fa: si organizza una vacanza di dieci giorni con sua sorella a Cuba e lascia Carlo a gestire casa e figli…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una coppia di sposi riesce a risolvere una serie di problemi familiari contando sull’affetto reciproco e far progredire il rapporto con i propri figli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Alessandro Genovesi riesce a confezionare un film che non tradisce le giuste esigenze di entertainment ma al contempo affronta temi non banali che riguardano i rapporti all’interno di una famiglia
Testo Breve:

La moglie decide di concedersi 10 giorni di vacanza mentre il marito deve occuparsi dei tre figli e dei non pochi problemi che ha sul lavoro. Un film che diverte ma che riesce anche ad affrontare con serietà temi sulla famiglia e sul mondo del lavoro

A leggere il titolo, un brivido di terrore scorre per la schiena: ancora un altro film che scherza sull’incapacità degli uomini di badare ai figli e di prendersi cura della casa? Film che esplorano l’anatomia della famiglia sono molto rari ma quando vengono prodotti, o hanno i toni della tragedia (genitori separati, figli drogati/alcoolizzati) oppure, nelle leggere vesti di una commedia per tutti, ecco che bambini pestiferi scatenano cataclismi inarrestabili di fronte a genitori impotenti. La geografia della famiglia è tutta qui? In effetti questo film di Alessandro Genovesi ha rischiato grosso: non ci sono genitori separati, non ci sono figli sulla via dell’autodistruzione ma una coppia che si vuol bene con tre figli da crescere e dove, addirittura, lei aveva deciso di lasciare il lavoro di avvocato per dedicarsi alla crescita dei figli e dopo tredici anni non era pentita di quel gesto.  E’ proprio questo il valore del film: esplora con grande realismo come una coppia che si vuol bene possa volerlo ancora di più con il trascorrere degli anni e migliorare il rapporto con dei figli che cambiano giorno dopo giorno sotto i loro occhi. Ovviamente le esigenze di entertainment vengono rispettate: ci sono gag, battute, scene, come quella finale, di una comicità irrefrenabile ma all’interno di questo involucro non ci sono personaggi-cliché ma persone vere e situazioni reali.

All’inizio del film c’è un colloquio fra Carlo e Giulia che da solo vale tutto il film. Finalmente da soli in camera da letto, lei dichiara di essere stanca: non si tratta di stanchezza fisica quanto psicologica: per troppo tempo ha preparato lei la colazione e tutti i pasti, portato e ripreso i bambini da scuola, li ha aiutati a fare i compiti. Quella mattina lui aveva declinato l’invito a preparare la colazione dichiarandosi inesperto e quanto era stato invitato a correggere i compiti dei figli, aveva avuto sempre in mano qualche carta più importante per l’ufficio.  Non si tratta di incapacità cronica dei maschi di svolgere questi compiti (il regista evita da subito di incanalarsi in questo troppo facile escamotage comico) ma di assuefazione alla specializzazione nei comportamenti di coppia. Succede, fra un uomo e una donna impegnati a gestire una famiglia, che qualcuno si manifesti più dotato dell’altro nel coprire una mansione e così uno si impegna e l’altro si atrofizza. Carlo si difende, facendo notare che in fondo anche lui è stanco dopo una giornata passata in ufficio e che in fondo lei ha dei momenti di tranquillità quando i ragazzi vanno a scuola ma in questo modo dimostra di non aver compreso l’essenza del contendere: lei sta rivendicando il diritto di vedere la famiglia e i figli in tre dimensioni e non dall’angolo angusto di una specializzazione di mansioni. Anche il tema delicato della nascita dei tre figli viene posto sotto analisi in questo colloquio.  Carlo cerca di dare una risposta razionale a quello che è successo: Tito sarebbe nato per dare un fratellino a Camilla; l’ultima nata, Bianca, sarebbe poi arrivata per non lasciare Tito solo nella sua crescita…Ancora una volta è lui a sbagliare: non c’è retorica nel film ma appare chiaro che una coppia affiatata come in fondo è la loro, non poteva non essere feconda. Altri temi seri vengono affrontati in questo film: il rapporto fra il padre e l’adolescente Camilla:  tenuti inizialmente a distanza  da grossolane ideologie (vecchi-che-non-capiscono/giovani-che-rinnovano-il-mondo),  alla fine sapranno esprimere affetto e aiuto reciproci.

Anche il mondo del lavoro non è trascurato.  Al di là della figura un capo paternalista troppo da caricatura e della classica contesa fra il giovane in carriera e il veterano troppo seduto sulla sua poltrona, vengono introdotti temi delicati come la responsabilità professionale e umana di chi si assume la responsabilità di  licenziare un  dipendente per mancanze trascurabili.

In complesso il film soddisfa in pieno la legge del “show don’t tell” perché evita ogni forma di retorica e riesce a trasmettere messaggi seri all’interno di una confezione leggera e divertente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'AMORE IL SOLE E LE ALTRE STELLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/17/2019 - 12:07
Titolo Originale: L'AMORE IL SOLE E LE ALTRE STELLE
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Fabrizio Costa.
Sceneggiatura: Marco Bonini, Edoardo Leo, Giacomo Bisanti e Matteo Visconti
Produzione: Pepito Production
Durata: 120 su RaiPlay
Interpreti: Vanessa Incontrada, Ricky Memphis, Marco Bonini, Chiara Ricci, Elisa Visari, Edoardo Pagliai

Primo e Michela sono due ragazzi quindicenni, amici da quando erano piccoli (i loro genitori si conoscono da anni). Una mattina a scuola scoprono una novità: la loro classe fruirà di un corso sperimentale di educazione sessuale ed è previsto anche il coinvolgimento dei genitori. Durante un pranzo con le due famiglie riunite, i ragazzi mostrano il questionario che debbono compilare assieme ai genitori. Parlare di un tema così delicato destabilizza ulteriormente Michele e Sabrina, i genitori di Michela che sono sull’orlo del divorzio per via dei continui tradimenti di lui ma anche Corinne e Pietro, i genitori di Primo, stanno vivendo un momento critico perché lei è insoddisfatta per le scarse attenzioni del marito. Michela comprende che i genitori stanno pensando soprattutto a loro stessi e provocatoriamente dichiara che lei e Primo hanno deciso di fare sesso insieme. La notizia si sparge presto anche fra i compagni di classe e adesso i due ragazzi hanno tutti gli occhi puntati su di loro…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta con serietà il tema dell’educazione sessuale che non può prescindere dall'educazione sentimentale ma certe conclusioni sono fataliste, soprattutto per quel che riguarda il divorzio
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di incontro sessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film sviluppa bene il tema proposto e gli attori si comportano secondo lo standard atteso da una commedia all’italiana
Testo Breve:

Nessuno dà molta retta, nemmeno i genitori, a due quindicenni che a questo punto dichiarano ufficialmente di voler fare sesso insieme. Uno spunto per trattare, con serietà il tema dell’educazione sentimentale

“Voi siete la prima generazione ad avere un accesso totale e gratuito alla pornografia” dichiara la professoressa alla sua prima lezione di educazione sessuale.  In effetti questo film TV, L’amore, il sole e le altre stelle” trasmesso su RaiUno all’interno della serie Purché finisca bene 3, ora disponibile su RaiPlay, tratta un tema di indubbia attualità.

E’ lo stesso tema che viene affrontato nella serie di Netflix  Sex Education ma in questo caso si tratta di una parodia sul tema, in una scuola dove ormai, o l’educazione non serve più perché i ragazzi praticano rapporti sessuali  da anni, nelle forme di un esercizio  sportivo  oppure c’è qualcuno, soprattutto fra i maschi, che ancora non ha varcato la fatidica soglia e allora la situazione è grave, bisogna ricorrere a un sessuoterapeuta.

Il film italiano affronta il tema con maggiore serietà e mostra come gli stessi ragazzi hanno compreso che più che di educazione sessuale c’è bisogno per loro di educazione all’affettività.

Nel film si alternano momenti trascorsi in aula dove si ascoltano le lezioni della professoressa ad altri dove possiamo seguire l’evolversi del rapporto fra i due ragazzi e dei genitori fra di loro, con frequenti rimandi fra ciò che viene dichiarato in teoria e ciò che si sviluppa realmente.

L’insegnante propone ai ragazzi principi molto validi, soprattutto quando sottolinea l’importanza del rispetto reciproco e del non fare niente senza comune accordo, ma poi non riesce ad andare oltre, al valore superiore della persona che esercita la propria sessualità e si ferma a osservazioni scientifiche sul comportamento degli animali ( è la femmina che sceglie il partner; il maschio è sempre tendenzialmente poligamo,….

Al contempo anche i genitori hanno poco da insegnare ai ragazzi, anzi sono proprio Primo e Daniela a sgridarli, perché percepiscono, più di loro, le istanze morali che vanno rispettate nel rapporto a due. Daniela rimprovera il padre che continua fare il farfallone con altre donne perché deve prima di tutto, al di là dei suoi desideri, rispettare sua madre. Primo fa riflettere suo padre, che ritiene giusto, per salvaguardare il matrimonio, rinunciare alle proprie passioni: “se tu ami una persona non voglio che tu rinunci a qualcosa perché più rinunci e meno sei te stesso”.

I due ragazzi restano quindi da soli a riflettere su un tema così impegnativo ma l’età li protegge ancora da un serio coinvolgimento emotivo e ormonale. E’ proprio Primo a dare alla professoressa la migliore risposta  sul tema della poligamia naturale: “l’amore ti fa essere fedele perché l’altro diventa, per te,   un essere speciale e se va con tutti vuol dire che io non valgo niente”

Alla fine le conclusioni degli autori, nonostante i buoni messaggi, sono alquanto fataliste: non c’è stabilità nei rapporti amorosi, per i grandi come per i giovani, ci si attrae e ci si respinge compulsivamente in uno stato di perenne instabilità. Negativa anche la conclusione sulla necessità del divorzio anche quando fra due persone che si  amano, sarebbe sufficiente un maggiore impegno per controllare le proprie debolezze.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GIU' LE MANI DALLE NOSTRE FIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/20/2018 - 08:36
Titolo Originale: Blockers
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Kay Cannon
Sceneggiatura: Jon Hurwitz, Brian Kehoe, Jim Kehoe, Eben Russell, Hayden Schlossberg
Produzione: POINT GREY PICTURES, DMG ENTERTAINMENT, GOOD UNIVERSE
Durata: 102
Interpreti: Leslie Mann, Ike Barinholtz, John Cena, Kathryn Newton, Geraldine Viswanathan, Gideon Adlon

Julie, Kayla e Sam sono amiche da sempre. Arrivate a diciott’anni, nel giorno del gran ballo della scuola, decidono di fare un patto tra loro: tutte e tre perderanno la verginità quella stessa notte. La madre di Julie e i padri di Kayla e Sam scoprono l’accordo e cercano in tutti i modi di sabotarlo…

 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte alla decisione di consumare la “prima volta”in modo concordato nella stessa serata da tre ragazze dicissettenni, i rispettivi genitori si preoccupano solo, egoisticamente, di dover restare presto soli, mentre qualcuno di loro finisce per auspicarlo, indicandola come conquista femminile. Le ragazze intanto non mostrano dubbi, paure e dilemmi nel prendere a freddo una decisione simile
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio, scene di sesso, uso di droghe, scene volgari, scene di nudo. Genitori irresponsabili
Giudizio Artistico 
 
Il film è infarcito di stereotipi, soprattutto sul rapporto genitori-figli e usa situazioni volgari per strappare qualche risata al pubblico
Testo Breve:

Tre ragazze diciassettenni hanno deciso di perdere la loro verginità durante la serata del ballo di fine corso. I genitori cercano di fermarle. Un film sguaiato e pieno di stereotipi

Giù le mani dalle nostre figlie potrebbe essere descritto come una sorta di American Pie al femminile, vissuto però dal punto di vista dei genitori. 

Lisa è una mamma single, che ha cresciuto da sola la sua Julie, con cui vive quasi in simbiosi. Quando però scopre che la figlia le ha tenuta segreta la sua iscrizione alla UCLA a Los Angeles, dopo averle promesso di studiare a Chicago, non troppo lontana da casa e quindi da lei, il suo mondo va in crisi. Mitchell, invece, è il padre di Kayla. È un omone sportivo e muscoloso (non a caso è interpretato dal wrestler John Cena) che però, a dispetto dell’apparenza, è molto sensibile e di lacrima facile e non accetta che la sua piccola si stia facendo donna. Hunter, infine, è il padre di Sam, ragazzina insicura e malinconica, che si scopre omosessuale. Hunter è divorziato: tutti, compresi Lisa e Mitchell, l’hanno allontanato da quando si è lasciato con la moglie e l’uomo cerca di recuperare il rapporto con la figlia, che si vergogna dei suoi modi stravaganti e sempre fuori dalle righe.  

Le tre amiche hanno motivazioni diverse per perdere la verginità: Julie ha un fidanzato e crede che sia “quello giusto”; Kayla ha deciso che è grande abbastanza e si sceglie, seduta stante, il “cavaliere” che la porterà al ballo e con cui consumerà la sua prima notte; Sam, infine, non vuole sentirsi diversa dalle amiche ed è intenzionata a fare sesso con un ragazzo per capire se è veramente omosessuale.

Il tema della verginità, unito a quello della “prima volta”, è trattato con enorme superficialità.  Non ci sono dubbi, paure e dilemmi, tanto che risulta poco credibile che le tre ragazze, qui raffigurate come delle adolescenti superficiali, volgari nel linguaggio e un po’ stupide, siano ancora vergini. Inoltre, è vero che i genitori sono preoccupati che le figlie compiano scelte azzardate, ma alla fine la loro vera paura è che le loro piccole crescano, diventino donne e di conseguenza li abbandonino. Un timore comprensibile, ma anche un po’ egoistico. L’unico che sembra avere un briciolo di razionalità e che si dimostra più sensibile nell’interpretare i comportamenti della figlia è proprio Hunter, all’apparenza il più sconclusionato, il padre che nessuno vorrebbe avere. 

Il film consegna allo spettatore una facile morale: è tempo per i genitori di farsi da parte, accettare le scelte dei propri figli e non aver paura che crescano perché, comunque vada la vita, li ameranno e saranno amati da loro per sempre.

Giù le mani dalle nostre figlie non resiste infine a imboccare un filone pseudo-femminista e di critica all’ipocrisia patriarcale. Mentre i genitori del fidanzato di Julie, si dilettano in giochi erotici di coppia che poi raccontano al figlio (tanto è un maschio), la mamma di Kayla, nonché moglie di Mitchell, difende la scelta della figlia di perdere la verginità, perché è ora che anche le ragazze raggiungano la parità sessuale. Poco importa se la figlia si stia per concedere a un perfetto sconosciuto, per di più spacciatore di droga.

Il film di Kay Cannon, sceneggiatrice, qui al suo esordio registico, è dimenticabile (tanto quanto il doppiaggio e la traduzione italiana dei dialoghi), ricco di allusioni sessuali e riferimenti volgari che puntano a suscitare la risata facile e gag infantili, caotiche e demenziali (tra tutte una scena in cui i personaggi si vomitano addosso a vicenda, a getto, dentro una limousine e una in cui John Cena assume dell’alcol per via rettale, in seguito a una scommessa con alcuni adolescenti).

Anche gli effetti speciali realizzati al computer, come le lacrime copiose di Lisa nel salutare la figlia Julie in partenza per il college, sono palesi e realizzati in modo grossolano e artefatto.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CONTROMANO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 16:31
Titolo Originale: Contromano
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Antonio Albanese
Sceneggiatura: Antonio Albanese, Andrea Salerno, Stefano Bises, Marco D'Ambrosio
Durata: 102
Interpreti: Antonio Albanese, Alex Fondja, Aude Legastelois

Mario Cavallaro si è sempre reputato un uomo per bene. Fiero proprietario di un negozio che vende calze di qualità in centro a Milano, fatica ad accettare i cambiamenti di una città sempre più multietnica. Gli affari non vanno molto bene e, a peggiorare la situazione, un ragazzo africano si mette a vendere calze ai passanti proprio di fronte al suo negozio. Esasperato dalla concorrenza di Oba – così si chiama il ragazzo – e da un mondo che non riconosce più, Mario elabora una teoria tanto assurda quanto concreta: se al problema dell’immigrazione molti rispondono con lo slogan “rimandiamoli a casa loro”, Mario ha intenzione di prendere la proposta sul serio e di riportare Oba a casa sua. In Senegal. Inizia così uno strano viaggio in macchina, a cui si aggiungerà anche l’affascinante sorella di Oba, Dalida …

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Albanese mette un punto a favore dell’integrazione con gli immigrati ma quello che manca è proprio un ritratto approfondito che rispetti, come persone, chi si trova in un paese che non è il suo
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni accenni di nudo. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
La storia assume i contorni di una favola, a tratti amara, che però - anziché optare per una chiave di racconto spiccatamente favolistica - oscilla tra realismo ed irrealismo, finendo per perdere del tutto credibilità agli occhi dello spettatore. Manca inoltre un approfondimento sui personaggi
Testo Breve:

Una sorta di favola comica sul tema dell’integrazione razziale. Ma un Antonio Albanese mattatore assoluto e i due fratelli di colore ridotti a puri accessori, smentiscono l’assunto di base

 

Con Contromano, Antonio Albanese torna dopo 16 anni dietro la macchina da presa. Del film non è, dunque, solo l’attore protagonista, ma anche regista e sceneggiatore. La storia raccontata è, di fatto, espressione (didascalica) di quello che è il suo punto di vista sul tema dell’immigrazione.

Lo spunto narrativo che vede il protagonista convincere un ragazzo africano emigrato illegalmente in Italia, a farsi riaccompagnare “a casa sua”, in Africa, è originale e sicuramente fonte di situazioni comiche. Il regista, però, spreca molte delle occasioni per generare nel pubblico una sana risata, optando per un tono da commedia agrodolce che rallenta molto il ritmo del racconto.

La storia assume i contorni di una favola, a tratti amara, che però - anziché optare per una chiave di racconto spiccatamente favolistica - oscilla tra realismo ed irrealismo, finendo per perdere del tutto credibilità agli occhi dello spettatore.

A questo si aggiunge la costante (e mai piacevole) sensazione che il film abbia intenzione di insegnare qualcosa al pubblico. Fin dalle prime immagini l’intento di parlare dell’incontro/scontro con “il diverso” è dichiarato ma, se nella prima parte il lungometraggio riesce abbastanza a tenere viva l’attenzione dello spettatore, nella seconda parte – o comunque dal momento in cui i protagonisti si mettono in viaggio – lo sviluppo  della storia non si dimostra all’altezza dell’idea di partenza.

Al di là dell’assoluta prevedibilità degli avvenimenti (che in una commedia si può perdonare), quello che manca è un approfondimento sui personaggi. Mario, anche se in modo piuttosto superficiale, vive un percorso personale in cui si mette in discussione, ma Oba e Dalida risultano completamente accessori. Delle loro paure e dei loro sogni… insomma del loro vero io ci viene detto pochissimo. Così le scelte che compiono – come quella per niente scontata di accettare il “passaggio” di Mario per l’Africa senza avere la certezza assoluta di riuscire a tornare eventualmente in Europa – appaiono poco motivate e comunque senza ricadute reali sulla loro vita. Tra far prendere ai propri protagonisti decisioni (importanti) alla leggera e raccontare situazioni anche complicate con una sana leggerezza c’è una grande differenza. Una differenza che in Contromano va, purtroppo, completamente persa.

Autore: Rachele Mocchetti
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IO SONO TEMPESTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 10:04
Titolo Originale: Io sono Tempesta
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Giulia Calenda, Daniele Luchetti, Sandro Petraglia
Produzione: CATTLEYA, CON RAI CINEMA
Interpreti: Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco

Numa Tempesta è un finanziere iperattivo: appena sveglio, mentre fa jogging per i corridoi dell’albergo vuoto che ha appena comprato, telefona alle persone importanti che ha invitato a una cena d’affari per quella sera. Il sole si è appena alzato quando Numa si reca in aeroporto per raggiungere, con un aereo privato, il Kazakistan. Qui presenta alle persone influenti del paese il suo progetto per la costruzione dal nulla di una città intera. Al ritorno, viene informato che, a causa di una vecchia condanna per frode fiscale, dovrà scontare un anno di pena ai servizi sociali in un centro di accoglienza. Numa non si perde d’animo: pensa di riuscire a fare in modo che la pena si riduca a una pura formalità utilizzando i suoi soliti metodi ma si trova davanti Angela, la direttrice, che gli sequestra subito il cellulare e lo invita a utilizzare bene quell’anno per familiarizzare e rendersi utile ai tanti senza tetto che frequentano il centro…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nessun valore, tanto meno quello religioso, viene posto a contrasto di un finanziere che presume (non a torto) che tutti abbiano un prezzo
Pubblico 
Adolescenti
Alcune studentesse universitarie arrotondano le loro entrate facendo le escort. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura presenta delle debolezze nel profilare i personaggi; ottima, ancora una volta, l’interpretazione di Marco Giallini
Testo Breve:

Un finanziere miliardario è condannato a prestare servizio per un anno in un centro di accoglienza. Il contrasto ricchezza-povertà diventa uno spunto poco sfruttato e le conclusioni sono amare

Che lo spunto del film sia stato, per gli sceneggiatori, la condanna ai servizi sociali inflitta a Berlusconi, è evidente. Che il pubblico, andando a vedere il film, si aspettasse una conversione, una sorta di presa di coscienza, da parte dell’incallito finanziere, sul valore di tutte le persone, anche quelli posti ai margini della società, era facilmente prevedibile. Invece nulla di tutto ciò si compie. Presupposto indispensabile a uno sviluppo del genere doveva essere un forte contrasto fra due personalità: quella incallita e abituata alla corruzione di Numa e Angela, espressione di valori forti, acquisiti grazie a una vita passata al servizio degli altri.

E’ questa la prima, forte, delusione dello spettatore. Angela appare sostenuta da una fede un po’ esaltata, infarcita di slogan sull’amore e il “fare gruppo” e la scena dove invita tutti gli ospiti del centro a gridare assieme a lei: “il Signore ci salverà” è veramente sgradevole. Numa saprà approfittare dei suoi complessi di donna insoddisfatta e il peso di quel personaggio ai fini del racconto, finirà per ridursi a zero. Una sorte non molto diversa subiranno gli altri protagonisti, gli ospiti del centro. Sono in grado di dimostrare il loro valore umano, pur nella povertà, in contrasto con la spregiudicatezza del tycoon italiano? Niente di tutto questo: a loro interessa solo avere in tasca un po’ di soldi e sono subito pronti a seguire incondizionatamente Numa appena questi fa sventolare davanti ai loro occhi qualche pezzo da cento euro. Anche Bruno, interpretato da Elio Germano, non si discosta molto da questo profilo utilitaristico. La sceneggiatura non si preoccupa molto di caratterizzare gli ospiti del centro, con l’eccezione di Nicola, il figlio del senzatetto Bruno, che ha imparato la lezione meglio degli altri ed è l’unico a restituire a Numa pan per focaccia. Alla fine, protagonista indiscusso resta solo Numa (Marco Giallini), che sovrasta tutti non solo per la sua intraprendenza, ma anche perché riesce a diventare amico, senza problemi, di tutti questi poveri, non perché è avvenuta la conversione che ci si poteva aspettare, ma semplicemente perché mostra una gamma di comportamenti umani molto più ampia degli altri e riesce così a “vincere facile”, trovando anche il modo di sfruttare l’amicizia che si è creata, a proprio vantaggio. Solo alla fine si riesce a scoprire ciò che ha realmente interessato Daniele Lucchetti: nessun tono predicatorio al capitalismo d’assalto ma piuttosto parlare della corruzione che alligna nella politica italiana, tornando così a quei temi a lui cari, già espressi ne  Il Portaborse (1991)  che gli aveva fatto guadagnare due David di Donatello.

In conclusione un’occasione mancata, con non pochi buchi di sceneggiatura che lascia l’amaro in bocca perché tratteggia non tanto un’imprenditoria spregiudicata o una classe politica corrotta (temi facilmente prevedibili) ma uomini e donne qualunque, senza molti valori e facilmente condizionabili.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IO C'E'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/02/2018 - 07:27
Titolo Originale: Io c'è
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessandro Aronadio
Sceneggiatura: Renato Sannio, Alessandro Aronadio, Edoardo Leo, Valerio Cilio
Produzione: VISION DISTRIBUTION
Durata: 110
Interpreti: Edoardo Leo, Margherita Buy, Giuseppe Battiston, Massimiliano Bruno, Giulia Michelin

Massimo (Edoardo Leo) è proprietario insieme alla sorella Adriana (Margherita Buy) di un bed&breakfast nel centro di Roma, ereditato dal ricchissimo padre. Purtroppo però, vuoi la crisi, vuoi una gestione non brillante della struttura, l’attività si ritrova sull’orlo del fallimento, anche a causa della concorrenza delle case di ospitalità religiose che hanno clienti tutto l’anno e non pagano le tasse. Da qui l’idea: trasformare il bed&breakfast in un luogo di culto, per attrarre nuovi avventori e far quadrare i conti. Preti, rabbini, imam e persino testimoni di Geova: nessuno però sembra voler aderire all’assurda iniziativa. E allora a Massimo, con l’aiuto della sorella commercialista e di uno scrittore fallito a fare da “teologo”(Giuseppe Battiston), non rimane altro che un’ultima disperata soluzione: fondare una religione tutta sua…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Scherzare sulla religione è sempre un azzardo, perché la fede è qualcosa di intimo, personale, che fa parte della sfera più profonda e identitaria di ognuno di noi, e questo film non tiene minimamente conto di questo aspetto, rivelando una certa mancanza di sensibilità da questo punto di vista. Inoltre la battuta scherzosa è fatta in modo non intelligente ma ignorante, perché non occorre approfondire ciò che è una favola, anche se milioni di persone la seguono.
Pubblico 
Sconsigliato
Per le tematiche affrontate, che necessitano di buone capacità citiche. Perchè suggerisce che la religione va contrastata senza sviluppare alcuna critica informata, ma è sufficiente un pregiudizio grossolano
Giudizio Artistico 
 
Il film ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte, ma la sceneggiatura è scorretta, per la pressoché totale mancanza di un reale contraddittorio, cioè di un punto di vista alternativo che sia portatore credibile del contro tema di fede che viene affrontato
Testo Breve:

Se i centri di accoglienza a carattere religioso sono esentasse, sarà sufficiente inventarsi una nuova religione per entrare nel business della ristorazione. Il film che gioca sulla comicità del paradosso ma manca di un reale contraddittorio sviluppando una tesi a senso unico

Dopo Che vuoi che sia, Alessandro Aronadio ed Edoardo Leo tornano a lavorare insieme in un’altra commedia, anche se stavolta tocca al primo mettersi dietro alla macchina da presa.

Lo spunto di partenza ha una sua originalità e un indubbio potenziale comico, avvalorato e sostanziato da un buon cast, costruito attorno al solito Leo, ormai quasi una maschera nell’essere sempre uguale a se stesso, ma proprio per questo una garanzia nell’interpretare ogni volta la parte del giovane spiantato e immaturo che combatte contro crisi e precarietà.

Questa volta però la storia travalica i confini del solito tema e il disagio sociale ed economico che affligge questa generazione è solo il pretesto per affrontare un altro ambito dell’esistenza umana: la religione.

Pur nei canoni della commedia dell’assurdo, un genere che può più o meno piacere (anche qui sono svariate le situazioni divertenti, a prescindere dai gusti in fatto di commedia), il film si fa prendere un po’ la mano saltando presto, molto presto, a conclusioni astruse, fondate su una visione molto personale della vita e di alcuni suoi importanti aspetti, come appunto la fede e la spiritualità in generale, infarcendo trama e dialoghi di luoghi comuni e discutibili preconcetti.

Il film d’altronde ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte, dove nel giro di poche scene si viene trascinati subito nel vivo della storia e del meccanismo comico che è anche il motore narrativo della vicenda, ma nonostante questo è alienante e disturbante – perché drammaturgicamente scorretta, oltre che tendenziosa - la pressoché totale mancanza all’interno della sceneggiatura di un reale contraddittorio, cioè di un punto di vista altro e alternativo che sia portatore credibile e plausibile del contro tema (chiamiamolo così), appartenente a chi la fede ce l’ha e in Dio crede per davvero.

Il doppio ribaltamento finale nelle vedute del protagonista sulla vita e in particolare sulla moralità delle sue scelte, sopperisce solo parzialmente al delirante percorso fatto da Massimo, e al generale andamento della trama del film che comunque, essendo una farsa costellata da personaggi e situazioni surreali, non si prende mai troppo sul serio, nonostante l’importanza del tema. Il problema vero però è che scherzare sulla religione è sempre un azzardo, perché la fede è qualcosa di intimo, personale, che fa parte della sfera più profonda e identitaria di ognuno di noi, e questo film non tiene minimamente conto di questo aspetto, rivelando una certa mancanza di sensibilità da questo punto di vista.

 

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PUOI BACIARE LO SPOSO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/04/2018 - 21:38
Titolo Originale: Puoi baciare lo sposo
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Giovanni Bognetti, Alessandro Genovesi
Produzione: COLORADO FILM in collaborazione con MEDUSA FILM
Durata: 90
Interpreti: Diego Abatantuono, Monica Guerritore, Cristiano Caccamo, Salvatore Esposito, Diana Del Bufalo, Enzo Miccio

Antonio e Paolo sono fidanzati, vivono a Berlino e hanno deciso di sposarsi. Convinti che le loro famiglie saranno felici della notizia, tornano in Italia per il lieto annuncio. Ma la loro felicità dovrà scontrarsi con le diverse reazioni, tra pregiudizi, moralismi e un vortice di opinioni contraddittorie che metterà alla prova l’amore tra i due ragazzi

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel tentativo di sdrammatizzare la tematica ancora spinosa delle unioni civili e, in generale, dell’omosessualità, il film va a screditare e banalizzare in primo luogo la Chiesa e troviamo un frate che decide di celebrare il matrimonio tra i due ragazzi, perché “per noi conta soltanto l’amore" e lo dice guardando un ritratto di Papa Francesco
Pubblico 
Sconsigliato
Per la banalizzazione al solo scopo di far ridere, di un tema sensibile che meriterebbe un ben maggiore approfondimento
Giudizio Artistico 
 
Il film mostra una narrazione estremamente frammentata e superficiale, che rende l’intero film mediocre. A fianco della buona interpretazione di Diego Abatantuono, ci sono tanti personaggi ridotti a macchiette, che ricalcano un ruolo statico e a volte decisamente sopra le righe
Testo Breve:

Il tema delle unioni civili è sicuramente attuale e si poteva anche trovare un modo per approfondirlo con qualche sorriso. Nulla di tutto ciò succede in questo film che banalizza il tema con personaggi-macchietta, gag sopra le righe  e deride l’atteggiamento della Chiesa

Puoi baciare lo sposo è una commedia che tratta – o vuole trattare – un tema molto attuale, quello delle unioni civili in Italia, con un tono leggero. Pur avendo una buona confezione, a partire dalla regia fino alla fotografia che regala uno scenario poetico e romantico grazie anche all’ambientazione del piccolo comune di Bagnoregio, la pellicola di Genovesi soffre però di una narrazione estremamente frammentata e superficiale, che rende l’intero film mediocre.

Sembra infatti che per dare una patina di comicità all’intera storia, si sia dimenticato l’approfondimento dei personaggi, oltre che del tema sì attuale ma anche delicato. Non si ha quindi la possibilità di raccontare l’amore tra Antonio e Paolo, o di approfondire – seppur in chiave leggera – la crisi che inevitabilmente li coinvolge, andando invece a preferire un susseguirsi di lunghi dialoghi, prevedibili e ricchi di frasi fatte, su cosa sia giusto pensare o cosa sia giusto fare nei confronti delle unioni civili.

Esempio di questa narrazione superficiale è la caratterizzazione del padre di Antonio, Roberto (interpretato da un Abatantuono che comunque non delude): l’uomo è il sindaco di Bagnoregio, e viene presentato come una persona aperta all’integrazione, tanto che si batte per far rimanere nel paese alcuni immigrati in cerca di lavoro. Viene quindi messo in atto il più classico dei cliché: è molto facile accettare e accogliere l’estraneo (in questo caso il profugo) quanto è difficile accettare e accogliere il vicino (in questo caso Antonio, suo figlio). A Roberto viene costantemente rinfacciato questo suo dualismo: da una parte pronto a battersi per i diritti degli emarginati, dall’altra totalmente chiuso di fronte alla diversità del figlio. È una tematica reale, che viene però banalizzata, senza andare a scavare realmente nelle motivazioni dei personaggi e quindi nel loro cambiamento.

Dispiace vedere come il teatro di personaggi attorno ai due protagonisti sia popolato di macchiette, che ricalcano un ruolo statico e a volte decisamente sopra le righe (come l’amica Benedetta che sembra non avere coscienza della realtà che la circonda, o la ex di Antonio che lo stalkera, o il nuovo inquilino a cui piace vestirsi da donna e che li segue come un’ombra perché ha paura di rimanere da solo).

Nel tentativo di sdrammatizzare la tematica ancora spinosa delle unioni civili e, in generale, dell’omosessualità, il film va a screditare e banalizzare in primo luogo la Chiesa. Ad esempio, troviamo un frate che decide di celebrare il matrimonio tra i due ragazzi, perché “per noi conta soltanto l’amore”, come dice mentre cerca consenso guardando una foto del Papa appesa alla parete. O ancora, Antonio – come ogni anno – impersona Gesù durante la via Crucis e viene frustato mentre porta la croce, subito dopo essere stato insultato dal padre per la sua omosessualità. Questi e altri episodi nel corso del film riportano un simbolismo sovraccaricato, che non lascia spazio all’esplorazione di un punto di vista diverso o a un dialogo effettivo sull’argomento che si vuole raccontare.

Alcune parti del film, grazie soprattutto alla presenza di Abatantuono, sono godibili nella loro leggerezza senza pretese, ma purtroppo non sono sufficienti a sostenere i novanta minuti di pellicola che, seppur pochi, alla fine stancano.

In conclusione, Puoi baciare lo sposo è un film che ha sacrificato la struttura narrativa a favore di una banale parodia su una tematica attuale, finendo, purtroppo, per svuotarla di ogni possibile significato.

Autore: Elena Santoro
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SONO TORNATO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/05/2018 - 16:44
Titolo Originale: Sono tornato
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Luca Miniero
Sceneggiatura: Luca Miniero e Gianluca Guaglianone
Produzione: INDIANA PRODUCTION, VISION DISTRIBUTION
Durata: 100
Interpreti: con Massimo Popolizio, Frank Matano, Stafania Rocca, Gioele Dix

In un pomeriggio come tanti, un oggetto non identificato precipita dal cielo nel bel mezzo di piazza Vittorio, a Roma. Incredibile ma vero, si tratta di Benito Mussolini in persona, il volto tumefatto, la divisa dei bei tempi. Il dittatore, vagando senza meta in un Paese distante anni luce dal suo, così tecnologico e multiculturale, si imbatte nell’aspirante reporter e regista Andrea Canaletti, che scambiandolo per un attore comico (come tutti del resto), cerca di cavalcarne la verve e l’energia per girare un documentario sull’Italia di oggi. Di tutt’altro tipo sono invece le ambizioni del duce, che mira a guadagnare consensi per tornare al potere. E in effetti, a poco a poco, la popolarità dell’uomo cresce sempre di più, fino alle prime comparsate tv. Il folle piano del dittatore sembra così prendere forma…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una satira che correttamente punta il dito sui rapporti sempre fragili fra politica e media e la tentazione del popolo italiano (come di altri) di cedere agli estremismi
Pubblico 
Adolescenti
Una scena sensuale, violenza su un animale
Giudizio Artistico 
 
La sensazione è che, seppur il film sia tutto sommato piacevole e offra anche diversi spunti di riflessione, regia e sceneggiatura abbiano avuto il braccino corto, forse presi dalla paura di affondare il colpo e scendere veramente in profondità nelle diverse tematiche solamente accarezzate.
Testo Breve:

Dopo il successo del film tedesco Lui è tornato, ecco che ritorna nell’Italia di oggi anche Benito Mussolini, che scala rapidamente le vette del successo televisivo e si appresta a scalare il potere politico. Una satira divertente che avrebbe dovuto osare di più

Dopo Benvenuti al Sud (liberamente ispirato alla commedia francese Giù al nord), un altro remake in salsa europea per il regista Luca Miniero, con questa rivisitazione nostrana di Lui è tornato, film tedesco campione d’incassi (a sua volta tratto dall’omonimo best seller) che immagina l’improbabile ritorno di Adolf Hitler nella Germania dei nostri giorni.

Come nella pellicola tedesca, anche Sono tornato è un’occasione per raccontare il nostro Paese, con le sue bellezze e le sue contraddizioni, attraverso lo sguardo innamorato di un personaggio così controverso e ingombrante per la storia italiana. La cosa più divertente è rendersi conto che dalla bocca del Duce, sempre così alienato e fuori contesto, escono anche delle verità lucide e spesso condivisibili sulla nostra situazione culturale, politica ed economica. Il film non si risparmia nemmeno qualche frecciata sui rapporti tra televisione e potere, come si può capire dall’amara ma suggestiva sequenza finale in cui il dittatore e Katia Bellini (Stefania Rocca), direttrice di Mondo Tv, la rete per cui lavora l’impacciato Andrea, salgono a braccetto sul carro trionfale che attraversa le vie della Roma antica.

Proprio quella di presentare Mussolini come mentore positivo per il popolo italiano, dal pulpito dei salotti televisivi che lo accolgono a braccia aperte per la sua carica involontariamente comica, è la chiave più divertente e curiosa del film, almeno fino a quando non comincia a prendere corpo seriamente il suo piano di tornare al potere. Solo a quel punto qualcuno lo riconosce come “quello vero”, riportando alla mente dello spettatore tutto il male compiuto dal regime, a cominciare dalle leggi raziali e dai rastrellamenti nel ghetto ebraico. E allora il film cambia tono, non c’è più spazio per la commedia e la posta in gioco si alza drammaticamente.

Prima, il film è sicuramente più divertente e leggero, ma nel giudizio globale paga una sorta di ventre molle nella parte centrale, in cui il “camerata” Canaletti e il duce, per realizzare il loro documentario, si mettono a girare in lungo e in largo il Paese per tastare il polso al popolo italiano con improbabili interviste. Questa fase, anche se offre alcune situazioni decisamente simpatiche, ha una struttura un po’ troppo episodica e inevitabilmente rallenta la storia, che poi si riaccende verso il terzo atto, con la discesa in campo dell’aspirante capo di stato. La sensazione è che, seppur il film sia tutto sommato piacevole e offra anche diversi spunti di riflessione, regia e sceneggiatura abbiano avuto il braccino corto, forse presi dalla paura di affondare il colpo e scendere veramente in profondità nelle diverse tematiche solamente accarezzate.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NATALE DA CHEF

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/18/2017 - 15:36
Titolo Originale: Natale da chef
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Neri Parenti
Sceneggiatura: Alessandro Bencivenni, Gianluca Bomprezzi, Domenico Saverni, Neri Parenti
Produzione: MARI FILM, IDEACINEMA
Durata: 105
Interpreti: Massimo Boldi, Dario Bandiera, Enzo Salvi, Paolo Conticini, Biagio Izzo, Rocio Munoz Morales; Francesca Chillemi

Gualtiero Saporito è convinto di essere un grande cuoco. In realtà tra pentole e fornelli combina un disastro dopo l’altro, al punto da mettere in serio pericolo la sopravvivenza del ristorante gestito con la moglie Beata. La donna quindi, per il bene della famiglia, decide di “licenziare” il marito. Gualtiero però non demorde e, determinato ad avere la sua rivincita, cerca fortuna altrove. Sembra trovarla subito grazie a Furio Galli, un losco individuo che per ripianare i debiti della sua ditta di catering, deve perdere la gara d’appalto per il prossimo G7. Per raggiungere l’obiettivo nessuno è più adatto di Gualtiero, che sembra davvero il peggiore chef in circolazione. Al suo fianco, a completare la squadra di “invincibili”, un aiuto cuoco che ha perso il senso del gusto, un sommelier astemio e una sedicente pasticcera, la cui unica attitudine dolciaria è quella di uscire a sorpresa dalle torte…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Rispetto alle origini del genere, adesso i cinepanettoni sono tendenzialmente più “castigati”, nella rinuncia ad esibire nudità o scene di sessualità esplicita, ma la comicità è immancabilmente pruriginosa e fioccano ad ogni minutaggio e latitudine doppi sensi a sfondo sessuale
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, allusioni sessuali.
Giudizio Artistico 
 
La scrittura è efficace solo in rari sprazzi di comicità, il plot è scarno e i personaggi sono bidimensionali. La regia è ovviamente essenziale, statica e datata, ma d’altra parte ha il merito di valorizzare la libertà espressiva degli attori, vere e proprie maschere, che portano in scena gli eterni conflitti che contraddistinguono il nostro paese: nord contro sud, ricchi contro poveri, onesti contro disonesti.
Testo Breve:

Un film onesto che, come tutti i cinepanettoni, rispetta le aspettative (basse) del pubblico, e perché no, strappa anche qualche sorriso

Come si evince dal titolo, l’ambientazione culinaria di Natale da Chef è la ragion d’essere del film che per il resto presenta i più tradizionali, e per questo rassicuranti ingredienti che da decenni caratterizzano la ricetta dei cinepanettoni, per usare una quanto mai calzante metafora gastronomica.

Non è necessario essere cultori del genere per capire che anche questa non sia una scelta particolarmente originale (anche in A Natale mi sposo, sempre prodotto dalla Mari Film di Boldi, l’attore milanese interpretava un cuoco) ma d’altra parte si rivela un’esca efficace in un paese che negli ultimi anni, tra talent, reality e trasmissioni televisive, si è scoperto popolato da milioni di aspiranti cuochi.

Il risultato è un film onesto che, come tutti i cinepanettoni, rispetta le aspettative (basse) del pubblico, e perché no, strappa anche qualche sorriso. Ovviamente con un occhio sempre più rivolto al botteghino piuttosto che alla qualità, a cominciare dal solito cast allargato che, senza nulla togliere alla bravura degli attori, sembra studiato a tavolino per attirare il pubblico di ogni età, genere e provenienza geografica. E allora oltre ai soliti e consolidati Boldi, Salvi e Izzo, ormai una sorta di certificato di appartenenza al genere, troviamo l’immancabile quota rosa, con le televisive Rocio e Chillemi, e la sempre efficace Milena Vukotic, che fa da gancio alla tradizione della commedia italiana, interpretando una vedova sommessa e castigata che tanto ricorda l’indimenticabile Pina Fantozzi.

Per il resto, come dicevamo, la qualità è quella che è. La scrittura è efficace solo in rari sprazzi di comicità, il plot è scarno e i personaggi sono bidimensionali. La regia è ovviamente essenziale, statica e datata, ma d’altra parte ha il merito di valorizzare la libertà espressiva degli attori, vere e proprie maschere, che portano in scena gli eterni conflitti che contraddistinguono il nostro paese: nord contro sud, ricchi contro poveri, onesti contro disonesti.

Alla fine forse il punto di forza dei cinepanettoni sta proprio in questo, e cioè che sono sempre profondamente attuali nel loro raccontare mode, tendenze e personaggi protagonisti del proprio tempo (“indimenticabile” la scena in cui i potenti del G7 rigettano le pietanze cucinate da Gustavo), sempre con leggerezza (leggi superficialità) e un po’ di pepe. C’è da dire che rispetto alle origini del genere, adesso sono tendenzialmente più “castigati”, nella rinuncia ad esibire nudità o scene di sessualità esplicita, ma la comicità è immancabilmente pruriginosa e fioccano ad ogni minutaggio e latitudine doppi sensi a sfondo sessuale. Per questo, nonostante qualcuno abbia provato a sdoganarli, rimangono film poco adatti alle famiglie.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DUE SOTTO IL BURQA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/07/2017 - 16:08
Titolo Originale: Cherchez la femme!
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Sou Abadi
Sceneggiatura: Sou Abadi
Produzione: Durata 88' Colore C Genere COMMEDIA Produzione THE FILM, FRANCE 2 CINÉMA, MARS FILMS
Durata: 88
Interpreti: Félix Moati, Camélia Jordana, William Lebghil, Anne Alvaro

Leila e Armand studiano Scienze Politiche, si amano e sperano di vincere una borsa di studio come tirocinanti alle Nazioni Unite a New York. Ma poi il fratello di Leila, Mahmoud, ritorna dallo Yemen dove ha aderito al radicalismo islamico. Impedisce alla sorella di uscire di casa e di vedere altri uomini e cerca di indottrinare il fratello più piccolo Sinna. Armand, però, trova una soluzione per superare la sorveglianza: si copre con un velo integrale e si presenta come una pia studentessa, Sheherazade, cui Leila dovrebbe dare lezioni di francese. Mahmoud, però, si invaghisce della misteriosa ragazza velata…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La facilità con cui l’intreccio si risolve e perviene al lieto fine risulta quanto meno un po’ semplicistico rispetto alla realtà concretissima e drammatica del fondamentalismo islamico
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena di nudo parziale
Giudizio Artistico 
 
Per godersi l’umorismo intermittente di questa commedia farsesca bisogna mettere da parte l’incredulità e accettare le molte assurdità come di fronte a certe opere teatrali da cui evidentemente prende spunto
Testo Breve:

Se una sorella ha come fratello un radicalista islamico che non la lascia uscire, l’unica soluzione per il fidanzato di lei è indossare il burqa e fingersi una ragazza. Una commedia farsesca fin troppo superficiale per la realtà drammatica che vuole affrontare

Ambientato nella laicissima Francia dove in teoria burqa e chador sono proibiti dal 2011, il film di Sou Abadi, regista iraniana che viene dal documentario, prova a mettere in scena attraverso la commedia il problema (drammaticissimo) della radicalizzazione dei giovani musulmani delle periferie.

Figli di immigrati che in Francia hanno cercato libertà e integrazione, Leila e Mahmoud hanno scelto strade diverse per affrontare il proprio isolamento e la morte dei genitori: lei, laica e secolarizzata, coltiva il dubbio metodico, studia scienze politiche, sogna un futuro all’Onu e ha un fidanzato Armand, anche lui laicissimo, figlio di intellettuali iraniani sfuggiti alla rivoluzione Khomeinista.

Mahmoud, invece, dopo essersi fatto carico dei fratelli rinunciando agli studi, è partito per lo Yemen ed è ritornato con una barba da fondamentalista e idee molto chiare sul futuro suo e della famiglia.  Del resto la stessa cosa hanno fatto i suoi amici di quartiere, immigrati come lui, ma anche un francese, Fabrice, che adesso ci tiene molto a farsi chiamare Farid.

Il ritratto di questi fondamentalisti di periferia è amabile quanto superficiale (predicano la jihad ma alla prova dei fatti sono più pasticcioni che pericolosi), come una somma di clichè è la coppia di genitori di Armand: comunista lui, femminista lei, memori dei traumi del fondamentalismo nella patria perduta, ma borghesi fino al midollo nella nuova patria, a partire dalla scelta dell’arrondissement dove abitare.

Per godersi l’umorismo intermittente di questa commedia farsesca bisogna mettere da parte l’incredulità (di fronte alla prigionia di Leila in casa, che rischia di mettere in pericolo anche il suo futuro newyorkese, l’opzione polizia viene allegramente scartata) e accettare le molte assurdità come di fronte a certe opere teatrali da cui evidentemente prende spunto.

Al di là della citazione di A qualcuno piace caldo, infatti, i riferimenti più evidenti sono quelli della tradizione teatrale (da Shakespeare a Marivaux), dove il travestimento è un espediente comune del corteggiamento come dell’equivoco amoroso.

Perché anche qui Mahmoud si incapriccia della misteriosa donna velata interpretata da Armand, che da parte sua coglie l’occasione per insegnare al giovane fondamentalista un’interpretazione più aperta e umanizzata del Corano e dell’islam.

E nel frattempo, mentre si aggira mascherato per le vie di Parigi, si rende conto di quanto anche gli occidentali laici e avanzati possano essere crudeli con chi appare diverso e per questo pericoloso.

La facilità con cui l’intreccio si risolve, con una messa in scena che coinvolge tutti quanti e uno svelamento finale che sana tutte le ferite, anche se perfettamente in tono con il clima da palcoscenico tenuto fino a quel momento, risulta quanto meno un po’ semplicistico rispetto alla realtà concretissima e drammatica di cui si vorrebbe parlare.

Peccato questa superficialità in cui si perdono anche momenti di autentico sentimento (il fratellino di Leila che ricostruisce minuziosamente le fotografie di famiglia) che si rimpiange non riescano a diventare l’anima autentica della storia.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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