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BATMAN BEGINS (Luisa Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/06/2010 - 12:46
 
Titolo Originale: Batman Begins
Paese: USA
Anno: 2005
Regia: Christofer Nolan
Sceneggiatura: David S. Goyer, Christopher Nolan
Produzione: Warner Bros. Pictures
Durata: 140'
Interpreti: Christian Bale, Michael Cane, Morgan Freeman, Katie Holmes, Liam Neeson, Rutger Hauer

Thomas Wayne è un ricco benefattore della città di Gotham City e padre esemplare dell'unico figlio Bruce. Una sera escono dal teatro prima della fine dello spettacolo (il ragazzo aveva subito uno shock da piccolo e si era spaventato al vedere attori che assomigliavano a pipistrelli) e in una strada buia viene  freddato da un rapitore assieme a sua moglie. Gotham cade in mano alla criminalità organizzata e Bruce inizia a girare per il mondo per trovare dentro di sé la forza per combattere l'ingiustizia e la prevaricazione....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista apprende il legame profondo tra la paura e la vendetta e matura un concetto pieno di giustizia, di equità e di armonia
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza e forte tensione
Giudizio Artistico 
 
Pur non rinunciando al gusto scenografico degli effetti speciali, si lascia maggior spazio ad una dimensione più personale senza nulla togliere al gusto di uno spettacolo capace di conquistare un pubblico di tutte le età

Dopo che negli anni dei  meno riusciti sequel i villain di turno avevano sempre più spesso rubato alla scena all’uomo pipistrello, la vera novità di Batman Begins è proprio nell’assoluto protagonismo dell’eroe, che qui, anche nell’ottica di un restyling del marchio detenuto dalla Warner, vive un vero e proprio processo di rifondazione, alla ricerca delle radici esistenziali e morali della sua missione.

Ed è forse per questo che non è poi così strano che l’eroe mascherato entri in scena dopo un’ora abbondante di film, non per questo meno interessante e coinvolgente, ma certamente insolita per una pellicola tratta da un fumetto.

La chiave di (ri)lettura della storia, infatti, ha il suo senso profondo nel presentare un lungo e doloroso processo di trasformazione che è interiore prima ancora che esteriore o fisica (e infatti Batman, caso unico tra i supereroi, non ha superpoteri ma molti gadget e una mostruosa forza di volontà!).

L’intento del regista e sceneggiatore Nolan (sensibile interprete di dissidi interiori in Memento e Insomnia) e del suo coautore Goyer (che già si era occupato della serie di Blade, ma anche del cupo e profondo Dark City) sembra quello di ridare profondità e credibilità al loro personaggio scavandone le radici e collocandolo in un contesto che, se pure mantiene le semplificazioni tipiche del genere, appare al contempo più reale, meno artisticamente rimodellato. Non a caso la Gotham di Batman Begins, pur con i suoi treni sopraelevati che rimandano a tanti film di fantascienza, assomiglia molto di più ad una New York/Chicago (dove è stato in parte girato) attuale (e di nuovo il più naturale riferimento è Spiderman) rispetto alle città dipinte da Burton e Schumacher nei loro Batman.

In questa paradossale scelta di “realismo” gli autori del film si soffermano a lungo sul nodo fondamentale del personaggio, sul legame profondo tra la paura e la vendetta, il problema del male e il concetto di giustizia (equità, armonia, legge del taglione?), rendendo il tutto estremamente credibile attraverso una rete di personaggi che circondano il protagonista dandogli profondità.

Per la prima volta, per esempio, conosciamo meglio il padre di Bruce Wayne, medico filantropo che ha deciso di dividere la sua ricchezza con la città, affetto perduto, ma anche modello messo in discussione dal mentore ambiguo impersonato da Liam Neeson.

E il Batman  che nascerà dalle ceneri di un’infanzia segnata dalla violenza e da una giovinezza perduta nel desiderio confuso di una vendetta impossibile, ricava il suo spazio di azione e il suo ruolo di oscuro protettore di Gotham proprio nello spazio che passa tra il rigido Ducard (Neeson), deciso a buttare il bambino con l’acqua sporca (cioè a distruggere la decadente Gotham), e l’idealista inerme Wayne Sr., che sposa la non violenza e il mecenatismo in grande stile per ridare speranza ai suoi concittadini (uno dei quali, però, lo ucciderà…).

I dilemmi esistenziali e morali della pellicola sono abilmente mescolati ad una robusta dose di “divertimento” grazie soprattutto alla coppia di spalle di lusso, il maggiordomo Alfred (Caine) e l’inventore Fox (Freeman). Se il primo si preoccupa di sdrammatizzare gli eccessi di pathos con un humor di marca britannica, ma si fa anche portatore (molto meglio dell’integerrima Rachel Dawes - una dimenticabile Katie Holmes) della memoria familiare di Bruce, il secondo, nei panni di un inventore geniale e ironico (una sorta di Q di colore), fornisce il necessario apparato di tecnologia necessario a dare corpo al progetto del futuro supereroe, che comunque non sfugge nella sostanza alla scelta di realismo che pervade tutto il film.

Così, godendoci la “vera” storia di Batman non sentiamo così la mancanza di un cattivone che gigioneggi con i suoi drammi e i suoi piani criminali strabilianti togliendo la scena all’eroe (come accadeva con Joker-Nicholson, Pinguino-De Vito & C.); per questo ci sarà forse tempo nelle pellicole che indubbiamente continueranno a reinventare la figura dell’uomo pipistrello.

Per intanto resta il piacere di riscoprire le emozioni legate alle scelte dei personaggi (il ciò che si è mostrato da ciò che si fa) piuttosto che al gusto scenografico degli effetti speciali che qui, pur non venendo meno, lasciano spazio ad una dimensione più personale senza nulla togliere al gusto di uno spettacolo capace di conquistare un pubblico di tutte le età.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: 20
Data Trasmissione: Lunedì, 1. Ottobre 2018 - 21:00


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QUANTUM OF SOLACE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 11:24
Titolo Originale: Quantum of Solace
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2008
Regia: Marc Foster
Sceneggiatura: Paul Haggis, Neal Purvis e Robert Wade
Produzione: Eon Pruduction/Sony Pictures
Durata: 106'
Interpreti: Daniel Craig, Olga Kurylenko, Giancarlo Giannini

Ferito dal tradimento e dalla morte di Vesper Lynd, Bond è alla caccia dei capi dell’organizzazione che la ricattava, un’organizzazione che si rivela tanto potente da mettere a rischio perfino la vita di M. Seguendo una labile traccia Bond vola in Bolivia, dove, con l’aiuto della bella e misteriosa Camille – impegnata in una vendetta personale- tenta di contrastare i piani del misterioso Mr.Green. Ma il Quantum, oscura organizzazione a cui si riferisce Green, allunga i suoi tentacoli anche nei servizi segreti di molti Paesi e Bond dovrà rischiare più volte la sua vita per neutralizzare un colpo di Stato, eliminare, almeno provvisoriamente, i suoi avversari e ottenere la sua vendetta.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
l film resta avvitato intorno al tema della vendetta in un’ambiguità morale trattata con colpevole superficialità
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
I continui cambiamenti di location , le belle donne, la presenza di un attore di peso come Mathieu Amalric non riescono a compensare la carenza nell’approfondimento dei caratteri: resta solo un racconto meccanico e deludente

Con il precedente Casino Royale la serie spionistica più famosa del cinema era riuscita nella difficile impresa di rinnovarsi recuperando i punti forti del suo concept (un protagonista forte e spregiudicato, l’unione di azione e umorismo, location spettacolari) aggiungendo al contempo un approfondimento dei personaggi che rappresentava un notevole valore aggiunto alla pellicola.

Purtroppo, questo nuovo film, che di Casino Royale  rappresenterebbe un ideale seguito (una novità nel franchise di Bond) , nonostante porti ancora la firma di Paul Haggis (ottimo sceneggiatore di Million Dollar Baby, Nella valle di Elah e Crash) rappresenta un passo indietro.

Avvitato intorno al tema della vendetta, che per altro viene declinato attraverso dialoghi non ben amalgamati al racconto e il parallelo un po’ forzato con la vicenda della Bond girl Camille, il film si aggrappa per l’intreccio a multipli riferimenti ai tanti temi dolenti della contemporaneità (invadenza degli Usa nella politica mondiale, sfruttamento delle risorse energetiche, multinazionali che minacciano il pianeta) senza riuscire a costruire una linea di racconto veramente coinvolgente.

Non bastano i continui cambiamenti di location da una parte all’altra del globo, lo sfoggio di spietate azioni punitive e belle donne, la presenza di un attore di peso come Mathieu Amalric a compensare la carenza nell’approfondimento dei caratteri. Resta così solo un racconto meccanico e deludente, reso ancora più discutibile dall’indulgenza in un’ambiguità morale trattata con colpevole superficialità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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APPALOOSA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 12:25
 
Titolo Originale: APPALOOSA
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Ed Harris
Sceneggiatura: Ed Harris e Robert Knott dal romanzo di Robert Parker
Produzione: Ed Harris, Robert Knott e Gonger Sledge per Groundswell Producitions/Eight Gauge Productions/Axon Films
Durata: 116''
Interpreti: Ed Harris, Viggo Mortensen, Renée Zellweger, Jeremy Irons

Quando Virgil Cole (Harris), sceriffo itinerante, arriva nella cittadina di Appaloosa insieme al suo vice Everett Hitch (Mortensen) impone alcune semplici regole che gli hanno già molte volte permesso di ristabilire la legalità anche grazie alla sua autorevolezza e alla velocità della sua pistola. Quando però Cole arresta Randall Bragg (Irons), un prepotente proprietario terriero che ha ucciso il precedente sceriffo, la vita diventa più difficile, anche perché nel frattempo a incrinare la fermezza dello sceriffo ci si è messa la bella Allie, una vedova dagli affetti incostanti. Fortunatamente Cole può contare sull’amicizia di Hitch che non lo lascerà solo nemmeno quando la sfida di Bragg prenderà una forma ancora più subdola.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il regista-attore-sceneggiatore privilegia lo studio dei personaggi, l’approfondimento dei valori di un mondo al tramonto, la resa di un rapporto di amicizia virile come da tempo non se ne vedevano sul grande schermo
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Una storia semplice girata in modo semplice, che lascia allo spettatore il tempo di gustare l’umorismo che stempera la tensione delle situazioni ma patisce forse la mancanza di una linea narrativa forte

Un omaggio a un mondo lontano e affascinante e insieme ad un genere cinematografico che fa parte del DNA culturale dell’America. Questo l’intento del regista-attore-sceneggiatore Ed Harris nell’adattare il romanzo di Robert Parker per il grande schermo, privilegiando lo studio dei personaggi, l’approfondimento dei valori di un mondo al tramonto, la resa di un rapporto di amicizia virile come da tempo non se ne vedevano sul grande schermo. Una storia semplice girata in modo semplice, che lascia allo spettatore il tempo di gustare l’umorismo che stempera la tensione delle situazioni.

Nasce così un western dai tempi distesi, in cui i duelli con la pistola e il fucile sono costruiti non come estetizzanti esibizioni di violenza, ma come rapidi e necessari momenti di confronto tra i rappresentanti di una giustizia a volte brutale e delinquenti inclini a imporre il proprio arbitrio, un contesto destinato a mutare con l’arrivo della civiltà, lo stabilizzarsi e il moltiplicarsi delle istituzioni.

Le figure dei due pistoleri, Cole e Hitch, due uomini diversi, ma complementari, sono costruite volutamente l’una in rapporto all’altra: il più anziano e granitico Cole, che subisce però il fascino della vedova Allie e vorrebbe infine mettere radici, e il taciturno Hitch, soddisfatto di fare da secondo a un uomo che è già leggenda e leale fino al midollo, sono due uomini d’altri tempi, certi di poter contare l’uno sull’altro e comprensivi nei confronti dei rispettivi limiti.

All’altro estremo, più del cattivo di turno (un Jeremy Irons che sembra appartenere già ad un’epoca successiva, più complessa e spregiudicata), c’è il personaggio femminile interpretato da una non troppo convincente Renée Zellweger; una sopravvissuta, una donna che vuole solo trovare e conservare un posto sicuro e per farlo è disposta a cambiare fedeltà con grande disinvoltura. Nei suoi confronti, comunque, non è espressa una condanna senza appello, quanto piuttosto una rassegnata comprensione che non impedisce a Cole di prendersi cura di lei.

Il film di Harris patisce forse, a fronte di un ottimo approfondimento dei personaggi, la mancanza di una linea narrativa forte e una certa sovrapposizione di temi (lo slittamento verso un’epoca nuova, con nuove regole e nuovi mezzi per imporle, l’amicizia e l’onore, la malinconia della vecchiaia) che non riescono a trovare uno sbocco unitario.

Nonostante questo resta il piacere di una narrazione che rifiuta le trappole del politically correct, ma non cerca nemmeno di scioccare il pubblico con lo scorretto a tutti i costi; Cole e Hitch non sono cavalieri senza macchia, ma nemmeno farabutti elevati al rango di eroi, mentre alle atmosfere cupe del West sporco e cattivo di Eastwood (Gli spietati) Harris sembra preferire modelli classici come L’uomo che uccise Liberty Valance, pur senza disdegnare le sfumature morali portate dal western moderno di Leone (cita C’era una volta il West).

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Martedì, 13. Luglio 2021 - 15:45


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EAGLE EYE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 11:59
 
Titolo Originale: Eagle Eye
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: D.J. Caruso
Sceneggiatura: Dan McDermott, Eli Attie, Trevis Wright, Hillary Seitz, John Glenn
Produzione: Dreamworks SKG/Kurtzman/Orci
Durata: 118'
Interpreti: Shia LaBeouf, Michelle Monaghan, Rosario Dawson, Billy Bob Thorton, Michael Chiklis

In Afghanistan il comando americano decide, nonostante gli alti rischi evidenziati dal suo sofisticato sistema di rilevazione, di bombardare un villaggio credendo di eliminare un terrorista e causando invece una strage che scatena immediate rappresaglie nel mondo musulmano. Tre giorni dopo in America, Jerry Shaw, un giovane senza prospettive vissuto sempre all’ombra del fratello gemello di successo, e Rachel, mamma single che ha appena imbarcato il figlioletto su un treno in partenza per Washington, vengono catapultati da un misteriosa voce femminile in un intrigo molto più grande di loro…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In una società come la nostra, in cui il singolo si arroga il massimo dell’arbitrio nelle proprie scelte personali, declinando nello stesso tempo qualunque tipo di responsabilità collettiva, pare che solo in casi di emergenza possa riemergere il libero e responsabile arbitrio dell’essere umano (e del cittadino).
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per il linguaggio
Giudizio Artistico 
 
La pellicola riserva più efficaci scene d’azione che svolte sorprendenti e protagonisti piuttosto bidimensionali e non sempre coerenti

Un giovanotto che si è fatto sbattere fuori da un’università prestigiosa e tira a campare con lavoretti saltuari, non vota e non è patriottico; una madre single che si sbronza al bar con le amiche in stile Sex and the city ma adora il suo pargolo; un immigrato iraniano terrorizzato dalle politiche antiterrorismo. Tutti rappresentanti di  “minoranze” culturalmente e iconograficamente lontane dalla cultura tradizionale americana ufficiale: Dio, patria e famiglia attorno al tacchino del Thanksgiving. Sono questi gli improbabili agenti “attivati” per un misterioso piano terroristico destinato a colpire il cuore degli Stati Uniti.

Basterebbe la scelta dei protagonisti ad identificare lo spirito che pervade questa pellicola action che ha per protagonista il giovane Shia LaBeuf (diretto dallo stesso regista del suo precedente successo, Disturbia). Il film frulla suggestioni da 2001 Odissea nello spazio, Terminator e pellicole appartenenti al fecondo filone della “teoria del complotto” con annesso innocente contro il sistema. Un genere che negli ultimi anni ha avuto un discreto revival sulla scia delle polemiche suscitate in America dal Patriot Act, che permette al governo di “spiare” senza permesso gli affari dei suoi cittadini in nome della Sicurezza Nazionale.

Sotto accusa, qui come in altri film recenti (vedi Nessuna verità di Ridley Scott), c’è anche un sistema di difesa che si affida, colpevolmente, alla tecnologia superraffinata di cui dispone (e che gli  dà l’illusione del controllo totale) più che al buon senso e all’integrità dei suoi membri e che per questo commette errori madornali e si lascia sfuggire sotto il naso verità fin troppo ovvie. Come in ogni buon film d’azione, sarà il “fattore umano” a fare la differenza.

Qui, per altro, le cose vanno un po’ oltre, quando il grande occhio si trasforma in un grande cervello, in grado di decidere autonomamente quando è giunto il momento di punire in modo draconiano un’amministrazione guerrafondaia e irresponsabile che mette in pericolo il suo stesso paese. Per farlo arruola più o meno a forza i diseredati di cui sopra. 

La pellicola, per il resto, riserva più efficaci scene d’azione che svolte sorprendenti e protagonisti piuttosto bidimensionali e non sempre coerenti (il giovanotto conquista all’improvviso invidiabile senso di responsabilità e spirito di sacrificio), per non parlare dei comprimari (Billy Bob Thorton in un ruolo di agente FBI che è quasi la replica di quello di Tommy Lee Jones ne Il fuggitivo, e Rosario Dawson ufficiale dell’aeronautica, poco incisiva per copione).

Più interessanti, forse, da analizzare, le implicazioni sociologiche di questo genere di pellicole: in una società come la nostra, in cui mai come prima il singolo si arroga il massimo dell’arbitrio nelle proprie scelte personali, si tratti di vita affettiva, carriera lavorativa o simpatie politiche, declinando nello stesso tempo qualunque tipo di responsabilità per le suddette, riemerge potente l’ossessione di essere eterodiretti da un “grande fratello” (in questo caso una grande sorella) capace di prevedere le infinite variabili del nostro comportamento e direzionarlo a piacimento, di acquisire potere di vita o di morte su di noi e di rendere ininfluenti le nostre decisioni, in una parola, annullare il senso e il peso della parola chiave della nostra cultura, libertà.

Il rimedio, sembrerebbe, è una situazione di massima emergenza dove, contro ogni speranza, sembra poter riemergere e fare la differenza il libero e responsabile arbitrio dell’essere umano (e del cittadino).

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY HITS
Data Trasmissione: Lunedì, 7. Marzo 2011 - 21:10


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ANGELI E DEMONI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/17/2010 - 11:19
Titolo Originale: Angels & Demons
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: Akiva Goldsman e David Koepp dal romanzo di Dan Brown
Produzione: Brian Grazer, Ron Howard e John Calley per Columbia Pictures/Imagine Entertainment/Sony Pictures Entertainment
Durata: 138'
Interpreti: Tom Hanks, Ewan McGregor, Stellan Skarsgård, Pierfrancesco Favino

In Vaticano si riunisce il conclave per eleggere il nuovo papa mentre a Ginevra al Cern un esperimento produce per la prima volta particelle di antimateria. Ma qualcuno trama nell’ombra. Quattro cardinali favoriti per l’elezione vengono rapiti, un cilindro contenete l’antimateria sottratto e una minaccia terribile consegnata alla Chiesa di Roma: l’antica organizzazione segreta degli Illuminati ha intenzione di uccidere i cardinali e poi distruggere l’intero Vaticano.  A salvare la situazione viene convocato il professor Robert Langdon, esperto di simbologia religiosa, che, nonostante sia malvisto in Vaticano a causa delle sue precedenti “scoperte” potrebbe essere l’unico capace di sbrogliare l’enigma, salvando sia i cardinali che il Vaticano.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La Chiesa viene presentata come un luogo di potere da gestire, che in quanto tale è “cosa morta”, sempre a rischio di produrre fanatici più o meno ingegnosi. Approccio laicista e superficiale alla questione del rapporto tra fede e scienza
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza efferata. Occorre una certa maturità per analizzare criticamente le grossolane tesi dell'autore
Giudizio Artistico 
 
Regia iper-professionale ma i personaggi restano tutti egualmente piatti. Manca quel poco di ironia che avrebbe reso più godibile la storia

Quanto ha dichiarato (salvo subito ritrattare per ragioni di contratto), Stellan Skarsgård (che in Angeli e Demoni interpreta il rigido capitano delle Guardie Svizzere Richter) circa la scrittura di Dan Brown (sciatta, ma efficace, come noccioline cattive che si continuano a mangiare pur sapendo che faranno male), potrebbe essere facilmente applicato anche al film tratto (con gli opportuni aggiustamenti) dal primo dei romanzi che hanno per protagonista il simbolista Robert Langdon: un film sostanzialmente inutile, costruito come un’estenuante caccia al tesoro che farà ridere non solo chiunque conosca minimamente la Chiesa cattolica e i suoi riti, ma abbia un’esperienza anche solo turistica della Capitale, e annoia sulla distanza per la totale mancanza di ironia e le pretese pseudofilosofiche.

Rispetto al precedente Codice Da Vinci questa nuova pellicola fa la scelta ruffiana di non attaccare frontalmente la Chiesa Cattolica sui “fondamentali”, ed anzi si ingegna ad affrontare, in teoria con equanimità, di fatto con un approccio laicista e superficiale, la questione del rapporto tra fede e scienza.

In un contesto di svolta come quello del conclave, tuttavia, è evidente la distanza che separa gli autori della pellicola da una qualunque concreta esperienza di fede. La Chiesa viene comunque e sempre presentata come un’Istituzione (più o meno rigida,  più o meno caritatevole, più o meno tradizionalista o aperta poco importa), un luogo di potere da gestire, che in quanto tale è “cosa morta”, sempre a rischio di produrre fanatici più o meno ingegnosi.

Rispetto a questo fraintendimento di fondo (che è evidente in un ricorso posticcio al nome di Dio – mai quello di Cristo – che può essere indifferentemente collegato a qualunque religione) è inutile forse accanirsi sulle mille imprecisioni, gli errori più o meno consapevoli, le ingenuità (come la necessità di cercare in “segretissimi” archivi vaticani informazioni per cui non servirebbe nemmeno ricorrere a uno storico dell’arte, ma solo a Wikipedia) e la generale pesantezza di un intreccio largamente prevedibile.

Resta da dire che nonostante il cast di alto livello e la regia iper-professionale, i personaggi restano tutti egualmente piatti quando non caricaturali (in particolare il camerlengo interpretato da Ewan McGregor con fastidiosa e fasulla dolcezza), la già accennata mancanza di ironia (che fa invece la fortuna di prodotti per certi versi molto simili come la saga dei Misteri dei Templari interpretati da Nicholas Cage) penalizza il godimento di una pellicola che non dovrebbe avere altra pretesa che essere commerciale e invece si impantana più volte in spiegazioni pesanti ed inutili che allungano un brodo già di per sé poco saporito.

È probabile che le solite polemiche, orchestrate ad arte dai produttori che “innocentemente” si chiedevano come mai la Chiesa avesse negato l’accesso ai suoi palazzi, garantiranno probabilmente un certo successo al film che, ci scommettiamo, ha già comunque coperto i suoi costi grazie ad un massiccio product placement (dalle auto Lancia che sfrecciano per le strade ai mille prodotti Sony che compaiono ad ogni inquadratura...).

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I LOVE RADIO ROCK

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/16/2010 - 13:21
Titolo Originale: The boat that rocked
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2009
Regia: Richard Curtis
Sceneggiatura: Richard Curtis
Produzione: Films, Portobello Studios, Tightrope Pictures, Medienproduktion Prometheus Filmgesellshaft
Durata: 135'
Interpreti: Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy, Rhys Ifans

Inghilterra, 1967. Carl, appena espulso dalla sua scuola perché sorpreso a fumare, viene spedito dalla madre presso il padrino Quentin, il proprietario di una nave “pirata” che dalle sicure acque del Mare del Nord trasmette 24 ore al giorno la musica rock, molto mal vista dal governo britannico, che ne teme gli effetti corruttori e che cerca quindi di ogni modo di fermare l’attività. In un’atmosfera di amore libero e anarchia assoluta, Carl riceverà dall’eccentrico gruppo di DJ che guidano le trasmissioni molte lezioni sulla vita, troverà «amore» e forse anche il padre che non ha mai conosciuto. Ma le perfide manovre del ministro Dormandy incombono e l’avventura di Radio Rock rischia di finire in modo tragico...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’impressione che resta è di una soddisfazione animale un po’ generica e indifferente Il nichilismo come una posizione umana che Curtis vorrebbe presentarci come eroica ma che in definitiva resta solo velleitaria.
Pubblico 
Sconsigliato
Molte scene a contenuto sessuale e di nudo, linguaggio scurrile, uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
La storia, che ambiva forse ad essere una sorta di bildugsroman, finisce per rimanere sfilacciata e poco convincente,

Esplicitamente concepito dall’autore di Quattro matrimoni e un funerale  e Love Actually, come omaggio ad un’epoca pionieristica della musica rock e della radio in Gran Bretagna, legato alla giovinezza e in quanto tale ammantato del fascino del proibito e della nostalgia, l’ultimo film di Richard Curtis si dimostra assai meno riuscito delle sue opere precedenti forse proprio per questo eccesso di coinvolgimento.

I personaggi, a partire dal giovane protagonista Carl, figlio di una madre molto alternativa che non gli ha mai detto il nome di suo padre, timido e ancora sessualmente inesperto, sono una serie di figure icastiche ma poco approfondite: i dj della nave (il filosofico Conte, il misterioso Bob, l’ingenuo Simon, l’enigmatico Mark Mezzanotte, l’ironico e sovrappeso Dave, l’esuberante Gavin), la cuoca lesbica sfortunata in amore, lo stesso Quentin, la sua nipote carina e leggerotta, la madre alternativa di Carl, tutti finiscono per rimanere parte dello sfondo senza assumere il peso vero della storia.. L’unico serio tentativo di differenziarli, non solo fisicamente, l’uno dall’altro, è lo stile della loro attività sessuale, più o meno ricca, più o meno fortunata, più o meno promiscua, ma che rischia di diventare quasi l’unico elemento di reale caratterizzazione.

Forse perché il vero protagonista della pellicola è proprio il rock; sia i nostri “eroi” sia i loro avversari (il ministro del governo britannico Dormandy dai baffetti hitleriani e dalla vita famigliare squallida, con atteggiamenti fascistoidi e un aiutante con un nome che suona più o meno come «coglione») sembrano considerarlo soprattutto come un simbolo di una rivoluzione culturale, di cui l’aspetto più evidente è la liberazione sessuale ma che può anche estrinsecarsi nella libertà di dire parolacce proibite in una trasmissione pubblica (un’immagine un po’ bambinesca della libertà di espressione purtroppo ancora molto attuale). In soldoni, più o meno per tutti gli abitanti di Radio Rock, dal dj più strampalato alla cuoca lesbica, la musica è soprattutto un mezzo per rimorchiare a terra o sulla «nave dell’amore».

Già questa definizione rende evidente la voluta confusione tra sesso (presente in abbondanza) e sentimento (che scarseggia). Nella pellicola si parla di amori travolgenti e di innamoramenti a prima vista, ma che si tratti della «prima volta» di Carl o delle fan che a cadenza quindicinale visitano la nave, l’impressione che resta è di una soddisfazione animale un po’ generica e indifferente (tanto che si può pensare di «passarsi» le ragazze senza tanti problemi e il tradimento di un amico che ti ruba la donna finisce presto in caciara).

La scelta un po’ furbetta di rappresentare il nemico con figurette macchittistiche senza vere motivazioni se non l’esercizio arbitrario del potere e un generico ottuso tradizionalismo, alla fin fine nuoce alla riuscita dell’operazione perché, quando dopo tanta melina resa sopportabile dalla magnifica colonna sonora, entra in scena la tragedia (la nave costretta alla fuga, rischia un affondamento in stile Titanic e il perfido ministro nega gli aiuti) non riusciamo a prenderla davvero sul serio. Così la storia, che ambiva forse ad essere una sorta di bildugsroman, finisce per rimanere sfilacciata e poco convincente, anche per colpa delle tante sottotrame lanciate e perse per strada.

L’unico momento di (triste e forse non del tutto volontaria) verità, è quello del dialogo tra il giovane e ancora illuso Carl e il Conte, che sembra per un attimo divenire conscio dell’essenza effimera e in definitiva ingannevole di un modo di vita fatto tutto di esaltata autoaffermazione, ma privo di un vero futuro che non sia solo «decadenza». In quel momento scorgiamo il nichilismo in ultimo terribilmente doloroso di una posizione umana che Curtis vorrebbe presentarci come eroica ma che in definitiva resta solo velleitaria.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BARBAROSSA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 13:04
 
Titolo Originale: BARBAROSSA
Paese: Italia,
Anno: 2009
Regia: Enzo Martinelli
Sceneggiatura: Enzo Martinelli, Anna Samueli, Giorgio Shottler
Produzione: Renzo Martinelli Film Company, Rai Fiction, Na-COM, Rai Cinema
Durata: 139'
Interpreti: Rutger Hauger, Raz Degan, Murray Abraham, Kasia Smutniak, Cécile Cassel

In una foresta vicino Milano, dopo l'anno 1100. Il piccolo Alberto da Giussano, figlio di fabbro, si allena a tirare con l'arco mentre è in corso una battuta al cinghiale. Un cavaliere è stato disarcionato e sta per essere caricato dall'animale. Alberto scocca rapido la freccia e salva il cavaliere: questi altri non è che Federico I di Hohenstaufen, detto il Barbarossa che riconoscente gli regala un suo pugnale. Alberto intanto cresce e si innamora di una sua amica di infanzia, Eleonora, che ha fama di avere doti di veggente perché è stata risparmiata da un fulmine. Alberto avrà modo di incontrare  nuovamente l'imperatore durante l'assedio di Milano che comportò la completa distruzione della città.  Conscio del fatto che la sconfitta è stata causata dalle divisioni fra i comuni italiani, Alberto organizza la compagnia della morte: giovani di varie città della Lombardia pronti a ribellarsi al giogo tedesco...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è una ricostruzione sufficientemente attendibile del periodo delle lotte fra l'impero e i comuni italiani
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di battaglia con alcuni dettagli splatter
Giudizio Artistico 
 
Il regista ritiene che l'unico modo per realizzare un kolossal d'effetto sia impiegare un montaggio concitato, portare la colonna sonora al massimo e far gridare i personaggi

C'era una volta il film storico italiano: Scipone l'Africano (1937), Giuliano de Medici (1940), La corona di ferro (1941), I due Foscari (1942), Pia de' Tolomei (1941)  La cena delle beffe (1941), Il re d'Inghilterra non paga (1941), solo per citarne alcuni.

Dopo la guerra, se trascuriamo il filone dei film mitologici  degli anni '60 di puro intrattenimento  e senza ambizioni storiche   e pochi serial televisivi  come l'ottimo Marco Polo, la storia d'Italia antica e medioevale non è stata più rivisitata, forse nel timore che opere di questo genere possano venir scambiate per film di regime;  resta ormai solo History Channel a sfornare documentari sull'impero romano e sui fasti del nostro Rinascimento.
Ben vengano quindi film come questo che rievocano la gloriosa epoca dei comuni italiani (in queste pagine non sono di alcun interesse le motivazioni politiche che possono aver portato a realizzare questo film).
C'era anche la curiosità di vedere se questo prodotto italiano avrebbe abbracciato la nuova, nefasta tendenza dei film storici inaugurata da Ridley Scott  con Il gladiatore e Le crociate. Si tratta di film altamente spettacolari, secondo lo stile del regista americano, ma il contenuto è di pura fantasia, senza alcuna preoccupazione per la realtà storica. Le crociate in particolare sono state solo un pretesto per trasferirci  l'ideologia dell'autore, che vede nella religione l'origine di tutti i mali del Medio Oriente.

Venendo alBarbarossa, il film abbraccia un lungo arco di tempo che va dalla prima calata di Federico del 1154 a quella successiva che causò la distruzione di Milano nel 1160  e infine l'ultima del 1176 dove le truppe imperiali vennero sconfitte nella battaglia di  Legnano.  Bisogna dare atto a Enzo Martinelli, sia pur nell'ambito di un racconto romanzato, di aver rispettato sufficientemente la storia, anche se l'esser stati costretti a compattare tutto il materiale a disposizione in due ore e venti, ha fatto assumere al  film la veste di un bignamino in pellicola (è già pronta una versione più completa per il piccolo schermo).
Gli elementi essenziali ci sono tutti, anche se spesso appena accennati: l'astio dei comuni limitrofi nei confronti di Milano, che causò la prima discesa di Barbarossa; le difficoltà dell'imperatore nei confronti di suo cugino Enrico il Leone, l'incoronazione a imperatore a Roma da parte del papa Adriano IV (ma non si fa alcun accenno ad  Arnaldo da Brescia) , il giuramento di Pontida, il contributo determinante dell'Università di Bologna nel definire i diritti dell'imperatore. Per nulla trattata è invece l'importanza che ebbe Innocenzo III  nel supportare la  Lega Lombarda.

L'autore è riuscito a ben tratteggiare alcune figure femminili: Kasia Smutniak sta diventando sempre più brava ed espressiva (anche se è costretta in questo caso a fare spesso l'indemoniata) mentre  Cècile Cassel tratteggia  la giovane moglie di Federico, Beatrice di Borgogna, decisa quanto basta per assecondare le ambizioni universali del marito.

Rutger Hauger è appena adeguato nelle sue vesti di Federico I, ma ciò è dovuto a un difetto di sceneggiatura; Federico  ebbe una chiara visione del suo ruolo di imperatore universale  il cui destino gli era stato assegnato da Dio. Ben poco traspare di questa visione nel personaggio impersonato da Hauger, che vediamo spesso limitarsi a giocare di rimessa nei confronti delle intemperanze dei milanesi o lasciarsi  influenzare da i suoi consiglieri.

Detto questo, temo che abbiamo esaurito gli aspetti positivi del film: sicuramente è stato profuso molto impegno e molti soldi  nella realizzazione delle battaglie e nelle scene dell'assedio di Milano, ma il risultato è più enfatico che suggestivo; Milano sembra ricevere una quantità impressionante di palle infuocate, quasi si trattasse di un bombardamento aereo; la colonna musicale è  assordante e fastidiosa e nella battaglia di Legnano il regista cerca  di aumentare la tensione con una buona dose di immagini splatter.
I due personaggi chiave, Raz Degan (Alberto da Giussano) e Murray Abraham (il cattivo siniscalco di Milano) sono bloccati in una tipizzazione eccessiva dei loro personaggi il primo continua come un ossesso a  gridare "libertà!" , mentre il secondo è molto, molto cattivo.

E' mancata la capacità di sviluppare una bella e appassionante storia personale sullo sfondo degli avvenimenti storici.

Speriamo  che il filone del film storico italiano non si fermi a questo tentativo; lo stesso modesto livello della computer grafica adottata sta a dimostrare che  c'è bisogno di molti  altri film di questo tipo per acquisire l'esperienza necessaria per raggiungere il livello di altri paesi europei.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SHERLOCK HOLMES

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 12:03
 
Titolo Originale: Sherlock Holmes
Paese: Gran Bretagnav
Anno: 2009
Regia: Guy Ritchie
Sceneggiatura: Mike Johnson, Simon Kinberg, Anthony Peckham, Guy Ritchie
Produzione: Lin Pictures, Silver Pictures, Wigram Productions
Durata: 128'
Interpreti: Robert Downey Jr., Rachel Mcadams, Jude Law, Mark Strong, Kelly Reilly

Sherlock Holmes ed il suo assistente Dr Watson riescono ad arrivare in tempo per salvare una ragazza destinata ad essere vittima sacrificale di una messa nera organizzata da sir Blackwood. Arriva anche l'ispettore di Scotland Yard con i suoi uomini per arrestare il pluriomicida, che viene successivamente condannato ed impiccato . Pochi giorni dopo Holmes viene invitato dall'ispettore  al cimitero: la tomba di Sir Blackwood è stata aperta dall'interno e di lui non ci sono tracce. Holmes e Watson riprendono le indagini e non tardano a scoprire che una organizzazione segreta, forte dei poteri misteriosi di sir Blackwood, vuole  uccidere tutti i membri del parlamento inglese per assumere il controllo dell'impero.. ...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Holmes ed il suo assistente finiscono per sconfiggere i malvagi. Ambigua la figura di Holmes che cade in abulia (e qualche vizio) quando non ha da risolvere un caso degno della sua intelligenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Un rapido nudo maschile; scene continue di salti nel vuoto e pugni potrebbero frastornare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottima ambientazione nella Londra di fine ottocento; abile costruzione dei personaggi dei due protagonisti.

In una rocambolesca fuga che costituisce il gran finale del film, vediamo Holmes arrampicato sui tralicci del  Tower Bridge ancora in costruzione; ne dobbiamo dedurre, seguendo la logica ferrea del nostro detective, che la vicenda si sta svolgendo  poco prima del 1894, anno in cui il ponte viene terminato. Siamo nella fase finale del lungo periodo vittoriano e l'aspetto più bello del film è proprio la ricostruzione della Londra com'era, in tumultuosa trasformazione,  potente e orgogliosa capitale del più vasto impero del mondo. Ispirandosi a stampe dell'epoca,  vediamo il Tamigi  affollato ancora di barche a vela ma anche di  battelli a vapore fumeggianti, il traffico caotico a Piccadilly Circus, la poderosa mole del Parlamento  ma anche gli squallidi slums e gli operosi embarkment, da poco completati, pieni di merci che arrivano e partono per tutto il mondo (In Christmas Carol, ambientato nel 1843, le immagini dall'alto di Londra ci mostrano correttamente le sponde del Tamigi ancora senza sponde in muratura).  Il tutto con colori sfumati e virati al seppia, per dare un senso dell'antico ma anche per celare i trucchi della computer grafica.
La sceneggiatura si preoccupa anche di rivisitare lo spirito dell'epoca: viene mostrata grande fiducia nel progresso scientifico  (appaiono le prime applicazioni concrete dell'elettricità e della chimica) che convivono però sinistramente con la passione per la magia nera e il satanismo.

In questo contesto vengono inseriti uno Sherlock Holmes e un dottor Watson in una versione completamente rinnovata, se non nei metodi di indagine  sicuramente nella personalità.
Dobbiamo dimenticarci del flemmatico Holmes di Basil Rathbone con il cappello da caccia e la mantella a quadretti nei 14 film realizzati dal 1939 al 1946 o di Peter Cushing ne La furia dei Baskerville del 1959:  il nuovo Holmes scarica le sue energie celebrali  facendo pugilato a mani nude in locali per scommesse; si annoia se non trova qualche caso investigativo all'altezza della sua intelligenza e se non lo trova giace abulico e trasandato, la barba non fatta concedendosi qualche bicchiere (o polverina?)  di troppo in un appartamento dove nulla è in ordine. A suo opposto è il dottor Watson: dottore si , ma con esperienze militari, elegante e compassato, abile nel  combattimento corpo a corpo,  in grado di stare in questo alla pari con il suo più intelligente compagno d'avventura.
Con due personaggi di questo taglio il regista Guy Ritchie ha potuto dare pieno sfogo alla sua passione per l'action movie e sicuramente lo spettatore non ha un momento di tregua fra colpi di pugilato, fughe e rincorse fra i cantieri di  Londra o le strutture  del Tower Bridge. Qualche rivista ha detto che l'idea di un Holmes e un Watson atletici ed esperti in arti marziali provenga da una graphic novel dello stesso produttore; in realtà, come può esser meglio visto sulla rivista Bleedin Cool  , si tratta di immagini commissionate a un disegnatore di fumetti dallo stesso produttore esecutivo Lionel Wigram per trovare spunti utili per la realizzazione delle scenografie.
Se di pugni, i salti nel vuoto e poderose catene che stanno per travolgerci ne vediamo fin troppi, occorre riconoscere che la sceneggiatura ha costruito uno stimolante confronto fra i due protagonisti: condividono la  passione per l'avventura, mantengono una sincera lealtà reciproca ma, quando arriva la bonaccia, sono  pronti a battibeccarsi perché troppo diversi fra loro.
Watson ha una inclinazione borghese, vorrebbe sposarsi e metter su famiglia, mentre Holmes è tutto genio e sregolatezza; queste tendenze si riflettono nelle loro preferenze femminili: la Mary di Watson è concreta e positiva (Kelly Reilly in una parte modesta), mentre Holmes è stuzzicato da Irene Adler, l'unica che  come intelligenza e destrezza riesce a tenergli testa: ladra di mestiere e abile di coltello.
In conclusione un film di intrattenimento ben fatto che non pretende di essere niente di più.

Occorre inoltre dare atto ai produttori che nelle scene di combattimento corpo a corpo sono stati evitati dettagli splatter  e uccisioni cruente, in modo da rendere il film accessibile almeno a partire dagli  adolescenti. Solo i più piccoli potrebbero restar frastornati dal ritmo frenetico delle azioni, i salti nel vuoto a cui si aggiungono  un paio di scene sensuali

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: 20
Data Trasmissione: Martedì, 8. Giugno 2021 - 21:05


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GREEN ZONE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/09/2010 - 12:23
Titolo Originale: Green Zone
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Paul Greengrass
Sceneggiatura: Brian Helgeland dal volume Imperial Life in the emerald City di Rajiv Chandrasekaran
Produzione: Tim Bevan, Eric Fellner, Lloyd Levi e Paul Greengrass per Working Title Films/Relativity Media/Studio Canal
Durata: 136'
Interpreti: Matt Damon, Greg Kennear, Brendan Gleeson

Iraq, primavera 2003. Il capitano Roy Miller guida una delle squadre incaricate di rintracciare le armi di distruzione di massa che sono state il principale casus belli per l’attacco degli americani e dei loro alleati nel paese del Golfo. Dopo diverse operazioni andate a vuoto Miller, su segnalazione di un civile irakeno, si imbatte in una riunione segreta di alcuni ex pezzi grossi del regime, gli stessi a cui stanno dando la caccia sia la CIA che l’intelligence che dipende direttamente dal Governo. È così che Miller comincia a sospettare che ci sia qualcosa di poco chiaro nei rapporti che gli sono stati forniti e decide di andare a fondo alla questione. Ma c’è qualcuno che non ha nessun interesse a che la verità venga scoperta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due personaggi positivi, l’eroico soldato Damon e “Freddie”, l’irakeno che rigetta l’occupazione ma pure gli accordi con i sopravvissuti di un regime senza scrupoli, ci danno speranza che alla fine la verità trionferà
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza e tensione nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
La solidità delle interpretazioni e della regia fa di Green Zone un film godibile e interessante per la semplice efficacia nel raccontare eventi che continuano a pesare sulla cronaca dell’oggi.

Reduce dalla felice esperienza comune dei vari Bourne, Greengrass e Damon si ritrovano sullo schermo per raccontare una vicenda di intrighi internazionali e verità nascoste questa volta tragicamente autentica.

Attraverso gli occhi di un soldato convinto della necessità del suo “sporco lavoro” e lo sguardo nervoso della macchina da presa di Greengrass, lo spettatore viene guidato nelle pieghe degli interessi (e delle menzogne) che accompagnarono l’inizio della seconda guerra in Iraq. La connivenza (o per lo meno l’ingenuità colpevole) dei giornalisti assetati di scoop che assecondarono le forzature di chi spingeva per l’intervento armato mettendo da parte le vie diplomatiche è un aspetto interessante di un film in cui per una volta nemmeno la CIA ha il ruolo del “cattivo”.

Nel caos iracheno le caratterizzazioni non hanno a dire il vero troppe sfumature: il politico senza scrupoli con la faccetta innocua di Greg Kennear, l’agente CIA un po’ cinico di Brendan Gleeson, l’eroico soldato Damon, ma soprattutto “Freddie”, l’irakeno comune che rigetta l’occupazione, ma pure gli accordi con i sopravvissuti di un regime senza scrupoli.

Tutti i personaggi sono costruiti e posizionati nel racconto per guidare in modo forse un po’ didascalico (ma non per questo meno coinvolgente) in un percorso di rivelazioni che indica le diverse responsabilità, ma non dà facili soluzioni.

Anzi, indica chiaramente le drammatiche prospettive che la distanza dagli eventi narrati (dal 2003 ad oggi) ha reso evidenti. I progressi della situazione irakena (che persino gli osservatori più critici hanno notato negli ultimi mesi) non tolgono nulla al dramma di un paese che dopo anni sotto un regime terribile non ha certo abbracciato la democrazia obliterando il proprio passato di guerre tribali e conflitti religiosi (questi ultimi invece tragicamente peggiorati).

Detto questo, proprio l’evidenza dell’assunto – già ampiamente percorso dalla stampa e dalla televisione – rende per certi versi il film un po’ meno efficace se non altro per lo spettatore più informato che non affronti la visione come quella di un qualunque film action (magari anche sviato da una promozione sensazionalistica e un po’ miope). Quello che il coraggioso capitano Miller va a scoperchiare è un pozzo di cui si sa ormai un bel po’ e la concitazione dell’azione, che lascia poco spazio all’approfondimento dei personaggi, finisce per far puntare tutto su un intreccio in fondo anche prevedibile.

Detto questo la solidità delle interpretazioni e della regia fa di Green Zone un film godibile e interessante per la semplice efficacia nel raccontare eventi che continuano a pesare sulla cronaca dell’oggi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CINEMA 1
Data Trasmissione: Mercoledì, 9. Marzo 2011 - 21:10


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