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REDEMPTION - IDENTITA' NASCOSTE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/27/2013 - 12:02
Titolo Originale: Redemption
Paese: USA, GRAN BRETAGNA
Anno: 2013
Regia: Steven Knight
Sceneggiatura: Steven Knight
Produzione: SHOEBOX FILMS
Durata: 100
Interpreti: Jason Statham, Agata Buzek, Vicky McClure, Benedict Wong

Joey Jones (così si fa chiamare) è un veterano della guerra in Afghanistan, ex-soldato delle forze speciali che ha commesso degli errori. E’ fuggito dal carcere militare prima di venir giudicato dalla corte marziale ed ora è uno dei tanti homeless di Londra. Viene assoldato dalla mafia cinese di Soho come gorilla perché ciò che sa fare è soprattutto picchiare duro.
Alla mensa dei poveri incontra suor Cristina: Joey è affascinato dalla sua dolcezza e sente la necessità di cambiare vita ma anche la suora finisce per svelargli il suo passato burrascoso…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ci sono valori solo falsati in questo film (redimersi vuol dire vendicarsi) e un eccesso di violenza compiaciuta
Pubblico 
Sconsigliato
Scene violente prolungate e dettagliate
Giudizio Artistico 
 
Steven Knight ha un sicuro talento cinematografico ma carica la storia di avvenimenti e di snodi narrativi, proteso più a tenere alto il ritmo che a esplorare l’evoluzione umana dei personaggi
Testo Breve:

Joey è un ex militare che vive in incognito come gorilla al soldo della mafia cinese ma il suo istinto violento si infrange contro la dolcezza di suor Cristina. Uno spunto interessate per un film eccessivo anche nella violenza 

Steven Knight, già sceneggiatore di La promessa dell'assassino e Piccoli affari sporchi, si cimenta per la seconda volta nella regia con questo film e bisogna riconoscere che è più bravo nel nuovo mestiere che non in quello di origine.

La Londra che ci ritrae, quasi sempre di notte, in una visione riflessiva dall’alto del Tamigi o nei vicoli malfrequentati di Soho, ma anche in momenti collettivi alla Royal Opera House è affascinante ma al contempo lascia trapelare una misteriosa, disturbante, anima inesplorata.

La sceneggiatura al contrario mostra tutti i suoi limiti: non ci può né si deve aspettare molto da un film di genere, soprattutto da un film-action duro come questo ma Steven Knight sembra realmente assillato da horror vacui.  Joey, con un passato da militare violento da dimenticare, sembra trovare prima un suo equilibrio sotto la falsa identità di un fotografo benestante ma poi si trasforma di nuovo, lavorando come gorilla della mafia cinese di Soho. Nel frattempo si trova a gestire tre donne: la sua ex moglie e la figlia, che ha abbandonato senza un soldo; Isabel, una ragazza con cui ha condiviso la sua vita da clochard e che ora è misteriosamente scomparsa; infine Cristina, una suora che ha incontrato alla mensa dei poveri. E’ questa la parte più interessante ed originale del film,  un confronto fra  chi sa dare solo dei pugni e una suora che ha imparato a vivere in totale dedizione agli altri.

Sarebbe stato sufficiente questo incontro-confronto per costruire un film ricco di umanià e di trasformazione interiore (la Redemption del titolo) ma ancora una volta Steven Knight non riesce a trattenersi: ecco che veniamo a scoprire che Cristina ha un passato di violenze subite, a causa delle quali ha dovuto abbandonare la sua vocazione per la danza ed è stata forzata dalla famiglia a diventare suora.   .

Il concetto stesso di redenzione, che dà il titolo al film,  finisce per essere quanto di più frainteso si possa immaginare: il nuovo programma del Joe  redento consiste nell’uccidere l’uomo che ha violentato Cristina, nel lasciare alla porta di casa di sua moglie i soldi che ha guadagnato picchiando gli esercenti inadempienti nei confronti della mafia (ma forse la figlia avrebbe preferito ritrovare un papà).

Il regista non si trattiene dall’aggiungere anche  spunti sociali (le immigrazioni  clandestine oltremanica su falsi camion da trasporto merci) e traborda sopratuto nelle  scene di violenza. Si tratta di lunghe sequenze   ricolme di dettagli raccapriccianti: allo spettatore non viene neanche risparmiata una lunga scena di violenza su di una donna.

Un vero peccato, perché questo regista ha talento ma non riesce ancora a contenerlo.

La colonna sonora è firmata dell'italiano Dario Marianelli, premio Oscar per Espiazione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOTTO ASSEDIO - White House Down

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/26/2013 - 18:21
Titolo Originale: White House Down
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Roland Emmerich
Sceneggiatura: James Vanderbilt
Produzione: Bradley J. Fisher, Harald Kloser, James Vanderbilt, Larry Franco, Laeta Kalogridis per Centropolis Entertainment, Iron Horse Entertainment, Mythology Entertainment
Durata: 130
Interpreti: Channing Tatum, Jamie Foxx, Maggie Gyllenhaal

Washington. Per non deludere la figlioletta, l’agente John Cale evita di confessarle che non ha superato il test per entrare nel selezionatissimo staff responsabile della sicurezza del presidente degli Stati Uniti. In attesa di trovare una scusa, decide farle visitare la Casa Bianca. Coincidenza vuole che, nella stessa giornata, un commando paramilitare faccia irruzione nella residenza più famosa e protetta d’America, scatenando un finimondo. Quale migliore occasione per John per dimostrare a sua figlia, a se stesso e al presidente di essere il più tosto degli eroi in circolazione? E quale migliore occasione per il presidente stesso per dimostrare al mondo di essere all’altezza della situazione? Che la festa cominci.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Gli Stati Uniti non debbono temere alcun pericolo finché anche l'uomo qualunque saprà trasformarsi in eroe in caso di minaccia
Pubblico 
Adolescenti
Scene di tensione e di violenza, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Il film è divertentissimo. Però è talmente anacronistico che vi sembrerà di averlo visto vent’anni fa
Testo Breve:

L’America ha decisamente e continuamente bisogno di eroi. Questo film rinverdisce il filone dei film catastrofici d’azione, presente sugli schermi dagli anni ’80 con Die Hard

Se avete l’impressione di aver già letto questa trama nella scheda di un altro film, non vi sbagliate: si tratta di una fotocopia del rutilante Olympus Has Fallen – Attacco al potere, film d’azione concepito attorno all’idea che una cellula di terroristi (lì erano coreani, qui autoctoni) prenda in ostaggio la Casa Bianca e i suoi abitanti. Corsi e ricorsi cinematografici. I titolisti italiani sono dovuti andare a recuperare il titolo originale di Trappola in alto mare (in realtà, appunto, Under Siege), che così fu chiamato per alludere a Trappola di cristallo (in realtà, Die Hard), mitico film d’azione di fine anni Ottanta che ha inaugurato il filone, sfruttato ormai oltremisura, dell’uno contro tutti in un luogo circoscritto. 

Quello che stupisce, e che stupiva anche del film Olympus Has Fallen un anno fa, è proprio il ripristino di un modello narrativo che sembrava ormai aver fatto il suo tempo. L’America ha bisogno di eroi? Cosa c’è di meglio di un presidente afroamericano democratico, pacifista e idealista che, alla bisogna, non disdegna di imbracciare un bazooka per difendere la libertà? Né di combattere spalla a spalla con l’uomo comune, l’americano medio, perdente nella vita di tutti i giorni ma vincente – quasi imbattibile – in una situazione di emergenza? Adesso che a sedere sulla plancia di comando della più grande superpotenza mondiale c’è Barack Obama (premiato con un preventivo Nobel per la pace ma anch’egli, come il personaggio del film, pronto a menar le mani quando serve), la forza centripeta dei vari action movie degli anni Ottanta e Novanta può penetrare agevolmente nelle stanze del potere. Anche oggi, come allora, il termometro del planisfero segna temperature da guerra fredda – ma a fare da grancassa ai nervosismi dello scacchiere politico internazionale ci aveva pensato, come detto, il film gemello di questo.

Sotto assedio, invece, preferisce sondare le tensioni interne che attraversano il Paese e Hollywood, ancora una volta, dà ampia eco a queste emozioni nazionali, intrighi di palazzo compresi, dirimendo le diatribe e sciogliendone le inquietudini con fragorosi fuochi artificiali. Cosa aggiunge questo film rispetto ai tanti che l’hanno preceduto, infatti, sono le molte scene spettacolari. Non potrebbe che essere così, giacché dietro la macchina da presa c’è il teutonico Roland Emmerich, che quasi vent’anni fa sbalordì gli spettatori di mezzo mondo – e in quel caso fu davvero un precursore – facendo esplodere per la prima volta al cinema la Casa Bianca in Independence Day e, da lì in poi, specializzandosi in crolli, devastazioni e catastrofi (Godzilla, The Day After Tomorrow e 2012).

Il film è noioso? Macché, è divertentissimo. Però è talmente anacronistico che vi sembrerà di averlo visto vent’anni fa.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FAST & FURIOUS 6

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/29/2013 - 17:58
Titolo Originale: FAST & FURIOUS 6
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Justin Lin
Sceneggiatura: Chris Morgan basata sui personaggi di Gary Scott Thompson
Produzione: Neal H. Moritz, Vin Diesel, Clayton Townsend per Original Film/One Race Films
Durata: 130
Interpreti: Vin Diesel, Paul Walker, Michelle Rodriguez, Dwayne Johnson, Luke Evans, Gina Carano, Tyrese Gibson

Mentre si gode alle Canarie i soldi “guadagnati” nell’ultima avventura in Brasile, Dom Toretto riceve la visita del granitico agente Hobbs (che prima gli aveva dato la caccia e poi aveva concluso con lui una tregua). Il super poliziotto ha bisogno del suo aiuto per catturare Show, un criminale crudele e imprendibile che usa sistemi simili a Toretto e che sta rubando i pezzi destinati a creare una potente arma. Dom vorrebbe tirarsi indietro, ma Hobbs gli svela che una rediviva Lettie (un tempo la donna di Dom, morta mentre svolgeva un’operazione sotto copertura) fa parte della banda di Show…Ce n’è abbastanza per rimettere in modo Dom, Brian e tutta la “famiglia” Toretto allargata.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Più che il ripristino della legge violata, c’è molta anarchia nel comportamento dei nostri eroi.
Pubblico 
Adolescenti
alcune scene di violenza e tensione, accenni di nudo.
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura si limita a costruire pretesti per realizzare inseguimenti spettacolari e scazzottate a ripetizione e procede su binari ampiamente prevedibili
Testo Breve:

Si riscontra un po’ di stanchezza nell’intreccio in questa sesta puntata della serie, che punta tutto su un pubblico di giovani maschi grazie a con macchine veloci e belle donne

Donne e motori, gioie e dolori. Un antico detto che, insieme a inseguimenti spettacolari e mozzafiato, scazzottate a ripetizione e sfondi internazionali potrebbe essere la sintesi di ciò che passa sullo schermo nelle oltre due ore di questo sesto capitolo della saga/franchise Fast & Furious. Una serie capace di sbancare i botteghini mirando senza se e senza ma al pubblico dei giovani maschi…che risponde in massa al richiamo delle macchine veloci e delle belle donne, che in queste vicende si dividono in due categorie: quelle che si esibiscono in balletti sensuali sulle macchine suddette e quelle che le danno (e le prendono) di santa ragione.

Insomma, non è difficile capire che in questo film il grosso della sceneggiatura è costituito dalle invenzioni che fanno da pretesto a corse lungo le diverse città del mondo (con ogni probabilità un riuscito location placement, che si accompagna a un nutritissimo, ma non troppo fastidioso product placement), dove Dom e la sua banda sono ora al servizio della legge, anche se a modo loro.

In realtà la trasgressione alla legge anarchica ma familista che domina la saga è più apparente che di sostanza, visto che è la speranza di ritrovare viva Lettie che spinge all’azione il gruppo. Del resto, a parte forse i primissimi capitoli, Fast & Furious si contraddistingue per la totale mancanza di scontri all’interno della parte dei buoni (le dinamiche conflittuali, affidate ai contrasti di temperamenti, sono a bassissima tensione e servono per lo più a creare alleggerimenti comici); questi delinquenti sono tutto sommato “bravi ragazzi”, che dicono la preghiera prima di mangiare, credono nella famiglia e nel sacrificio che ognuno farebbe per gli altri…un codice, il loro, che contrasta con quello del loro nuovo nemico (un testosteronico Luke Evans), cultore della precisione, che non ha nessun problema a cambiare compagni di malefatte come si cambiano i pezzi di un motore.

La pellicola procede su binari ampiamente prevedibili, snocciolando battute di memorabile sentenziosità (specie nel confronto tra Dom e Show…molto meglio quando passano ai pugni!), ma riservando un paio di buoni colpi di scena al finale. Sempre che di finale si possa parlare visto che in coda al film è già lanciato l’antagonista del prossimo capitolo (un altro divo del cinema d’azione, Jason Statham)…

Nonostante sia ad oggi il film della serie con l’incasso più alto, e benché l’aumentato budget abbia consentito di rendere ancora più spettacolari le sequenze d’azione, verrebbe da notare che si riscontra un po’ di stanchezza nell’intreccio, che non esita a “lucrare” sui numerosi riferimenti ai film precedenti, forse per dare un minimo di spessore emotivo a una storia che riserva davvero poche sorprese. Ma non è un caso, anzi; pare proprio che si tratti di una “missione compiuta” nell’assoluta convinzione che questi prodotti ad alto tasso adrenalinico e bassisimo impegno intellettuale siano il modo di vincere qualunque tipo di crisi negli incassi…

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATTACCO AL POTERE - OLYMPUS HAS FALLEN

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/20/2013 - 12:18
Titolo Originale: Olympus Has Fallen
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Antoine Fuqua
Sceneggiatura: Creighton Rothenberger e Katrin Benedikt
Produzione: Gerard Butler, Ed Cathell III, Mark Gill, Alan Siegel per Millennium Films, Nu Images/Millennium Films, West Coast Film Partners, Sony Pictures Entertainment
Durata: 120
Interpreti: Gerard Butler, Aaron Eckhart, Ashley Judd, Morgan Freeman, Angela Bassett, Dylan McDermott, Robert Foster, Radha Mitchell

Un commando di terroristi nordcoreani attacca e quasi rade al suolo la Casa Bianca, prende in ostaggio il Presidente e il suo staff e si asserraglia in un bunker sotterraneo, da dove pianifica un olocausto nucleare. Tutto facile per i cattivi? No, perché non hanno fatto i conti con una guardia del corpo del Presidente, dai drammatici trascorsi, che non aspettava che un’occasione simile per vincere i sensi di colpa e ristabilire l’onore perduto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La difesa dei valori familiari e democratici va da sé, ma la retorica patriottica è talmente plateale da creare straniamento
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza e di tensione psicologica, cenni di turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Il film regge da un punto di vista tecnico, anche se non tutti gli effetti digitali sono credibili alla stessa maniera, ma Antoine Fuqua è meno bravo di altri a costruire la suspense
Testo Breve:

Terroristi nordcoreani attaccano la Casa Bianca, da dove pianificano un olocausto nucleare. La retorica patriottica è talmente plateale da creare straniamento, ma esprime le paure e pericoli della contemporaneità

In principio ci fu Trappola di cristallo (1988), thriller d’azione che portava l’apocalisse urbana (e la violenza) del poliziesco Arma letale (1987) nel grattacielo di una multinazionale, applicando alla lettera le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione (giacché l’eroe aveva da sconfiggere dei cattivi e liberare degli ostaggi nel giro di una serata e senza poter/dover uscire dal luogo circoscritto del titolo). La formula ebbe tanto successo da essere replicata in molteplici modi – mai troppo diversi dall’originale, pena la non riconoscibilità – e spostata di volta in volta, affidata ai vari eroi muscolari di moda nel periodo, su una corazzata militare ormeggiata nel Pacifico (Trappola in alto mare, 1992), su un lussuoso treno lanciato a tutta velocità tra i canyon del Colorado (Trappola sulle montagne rocciose, 1995), in un palazzetto del ghiaccio durante la finale del campionato di hockey (A rischio della vita, 1996), nella prigione dismessa di Alcatraz (The Rock, 1996), su un affollatissimo Boeing 747 diretto a Washington (Decisione critica, 1996), sull’aereo presidenziale, di ritorno da Mosca (Air Force One, 1997).

La serie si è interrotta quando l’11 settembre 2001 la fantasia è stata raggiunta (ma non superata) dalla realtà, e gli Stati Uniti d’America sono stati davvero feriti da attentati terroristici di matrice islamica, come profetizzato, oltre che da Decisione critica, anche dal successivo Attacco al potere (1998), film omonimo di quello recensito solo per colpa della pigrizia dei titolisti italiani (il titolo originale infatti era The Siege, “l’assedio”). Dallo sconforto e dalla disillusione in cui era precipitato il cinema americano negli anni successivi, hanno provveduto a tirarlo fuori i supereroi. Grazie a Spider-Man, Iron-Man e Capitan America, infatti, l’eroismo è tornato di moda sul grande schermo e i nemici dell’America hanno potuto riprendere il loro posto. È così, forse, che è stato possibile ripresentare l’inflazionato format dopo quindici anni – come se niente fosse – in questo fragoroso e inverosimile action movie che trasuda nostalgia da ogni foro di proiettile.

Il film regge da un punto di vista tecnico, anche se non tutti gli effetti digitali sono credibili alla stessa maniera, ma Antoine Fuqua (che ai tempi di Training Day sembrava un regista più solido e meno rozzo) è meno bravo di altri a costruire la suspense. La difesa dei valori familiari e democratici, va da sé, non la mettiamo in discussione, ma la retorica patriottica è talmente plateale da creare straniamento. La trama è uguale a mille altre, e il divertimento non sta nel sorprendersi per qualcosa ma, esattamente al contrario, nel verificare che tutti gli stereotipi del genere funzionino secondo una tradizionale grammatica ben digerita (l’eroe con il senso di colpa, l’agente segreto fellone, il militare ottuso…). Da questo punto di vista in Olympus Has Fallen ci si diverte anche parecchio, ma solo grazie ai colpi bassi di quest’accorta e infallibile drammaturgia, che porta lo spettatore a esaltarsi se una spia americana (soprattutto se ha la faccia simpatica del duro Gerard Butler) fracassa il cranio a un terrorista coreano, usando come arma un pesantissimo busto di Abramo Lincoln. Eppure qualcosa da aggiungere c’è, o ci sarà: se questo film non fosse uscito in sinistra concomitanza con gli attentati dinamitardi alla Maratona di Boston (aprile 2013), e se la Corea del Nord non rappresentasse davvero le paure atomiche attuali dell’Occidente, potremmo concludere serenamente il discorso. Racconteremmo, per dovere critico, di una Hollywood con una ritrovata voglia di scherzare e di strizzare l’occhio, di spararla grossa e di esagerare, di girare un film che pare scritto negli anni Novanta come un omaggio al genere, esattamente come il francese The Artist (Oscar come miglior film nel 2012) lo fu del cinema muto degli anni Venti.

Invece no, nessuna voglia di scherzare (casomai, di prendersi terribilmente sul serio) per un cinema che, per quanto grezzo, non smette di essere tempestivo, se non profetico, nel mostrare paure e pericoli della contemporaneità. Non è un caso se, all’indomani degli attentati dell’11 settembre, furono convocati dall’Intelligence americana degli sceneggiatori hollywoodiani: quelli che potevano, meglio di altri, ipotizzare gli scenari futuri. Stiamo ancora parlando di cinema? Anche di quello, certo, e ci sarebbe solo da stare al gioco se non fosse in arrivo, tra qualche mese, un film “gemello”, un altro “Trappola di cristallo alla casa bianca” (titolo: White House Down), stavolta diretto dall’esperto di cataclismi Roland Emmerich (il primo, ai tempi di Independence Day, a mostrare agli americani la dimora del loro Presidente saltare in aria). Brutto segno quando il cinema inizia a essere troppo ripetitivo su certi temi, perché diventa lecito chiedersi: cosa ci riserva la realtà?

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DIE HARD -Un buon giorno per morire

Inviato da Franco Olearo il Ven, 02/15/2013 - 19:55
Titolo Originale: A Good Day to Die Hard
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: John Moore
Sceneggiatura: Skip Woods, Jason Keller
Produzione: DUNE ENTERTAINMENT, ORIGO FILM GROUP, TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION
Durata: 97
Interpreti: Bruce Willis, Jai Courtney, Mary Elizabeth Winstead

Precipitatosi a Mosca per aiutare suo figlio, che è in prigione perché coinvolto in una rete di omicidi legati a un potente uomo politico, il detective John McClane scopre che il suo rampollo è un agente della CIA e si trova coinvolto, suo malgrado, in un conflitto tra la mafia russa e degli affaristi senza scrupoli. Che finimondo!

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Se nei film precedenti John McClane tendenzialmente uccideva per legittima difesa, qui sembra schiavo del personaggio e lotta contro il male quasi per inerzia e con violenza gratuita
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza e di tensione, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Un buon prodotto d’intrattenimento, girato bene con tutti i crismi, per gli amanti del cinema d’azione ma che non dura nella mente dello spettatore più dei pop corn con cui viene consumato, a differenza degli storici episodi della serie che vorrebbe omaggiare
Testo Breve:

Torna il superpoliziotto John McClane, una delle più felici invenzioni del cinema d’azione degli anni Ottanta. Film girato bene con tutti i crismi, per gli amanti del cinema d’azione ma che non dura nella mente dello spettatore più dei pop corn con cui viene consumato. Presenza di violenza autompiaciuta

Torna il superpoliziotto John McClane, una delle più felici invenzioni del cinema d’azione degli anni Ottanta, per la quinta volta in pista a venticinque anni dal mitico e imitatissimo Trappola di cristallo (1988) diretto da John McTiernan. Quel film capostipite, insieme al coevo Arma letale (1987) di Richard Donner, contribuì a ridisegnare le geografie del genere poliziesco americano, ed ebbe dapprima due fortunati seguiti, 58 minuti per morire (1990) di Renny Harlin e Die Hard – Duri a morire (1995) ancora di John McTiernan. Il protagonista di questa serie d’azione era un personaggio atipico: l’attore che lo impersonava, Bruce Willis, portava nel corredo stilemi e motivi della commedia (avendo interpretato un telefilm giallo-rosa di grande successo, Moonlighting, che lo proiettò nel firmamento di Hollywood) che diventarono un punto di forza nell’intera serie.

Molti anni dopo la chiusura di quella mitica stagione (l’action-movie anni Ottanta e Novanta), il personaggio è stato ripreso e la saga, ancora molto amata dal pubblico, ha goduto di un quarto episodio, il mediocre Die Hard – Vivere o morire (2007), diretto da Len Wiseman. Pur senza raggiungere le vette di ridicolo involontario del quarto, anche questo quinto episodio non incide quanto vorrebbe: gli anni Ottanta rimangono un’età rimpianta, cinematograficamente, ma non ripetibile. Lo testimoniano tutti i fiacchi ritorni sul luogo del delitto dei vari Alien, Predator, Terminator, Indiana Jones, Rambo, Rocky, Conan, Atto di forza, eccetera…

L’intuizione del primo episodio – girare un film d’azione in un unico ambiente chiuso, un grattacielo – era stata abbandonata nei film successivi (ma copiata, più o meno bene, nei vari Trappola in alto mare, A rischio della vita, Trappola sulle montagne rocciose, Decisione critica, Air Force One…) per allargare le scorribande dell’eroe in contesti sempre più vasti: l’aeroporto di Washington nella seconda puntata; l’intera città di New York nella terza; gli Stati Uniti nella quarta (minacciati da un’apocalisse informatica). In questa quinta tappa gli autori non trovano di meglio che tornare sull’arrugginita rivalità tra Russia e America. Sarà la nostalgia – dicevamo – degli anni Ottanta e anche della guerra fredda (situazione politica dalle intrinseche potenzialità narrative inesplose e per questo veicolo formidabile e rinnovabile di storie). Sarà, forse, una paura più recente – motivata o meno – del ritorno della Russia come potenza economica. Non è un caso che, dopo la saga di Transformers, anche quella di Die Hard faccia tappa a Cernobyl (in un improbabile finale pirotecnico in cui Bruce Willis si protegge dalle radiazioni indossando la sola e immancabile canottiera).

Il regista, John Moore, ha il bernoccolo per le scene d’azione e bisogna ammettere che la sequenza dei titoli di testa immette con la giusta sbrigatività nella narrazione, e che il primo fragoroso inseguimento in cui viene distrutta mezza Mosca (ricostruita a Budapest), è una delle migliori sequenze di azione viste negli ultimi tempi (ma 007 che demolisce San Pietroburgo a bordo di un carrarmato, in Goldeneye, riusciva ad avere più ironia, oltre che naturalmente più classe). Delude la seconda parte, più prevedibile e inverosimile, che cerca di moltiplicare pistolettate ed esplosioni per supplire alle mancanze della trama.

Il sub-plot “familiare” vorrebbe sposare la causa della famiglia unita, in cui padre e figlio, che non si parlano da anni, si riconciliano dopo aver rischiato insieme la pelle (una sorta di Indiana Jones e l’ultima crociata con l’uranio di Cernobyl al posto del Santo Graal). Non funziona, però, e non basta all’intelaiatura fibrosa del film. Rispetto ai primi episodi della serie, infatti, mancano lo smalto e la freschezza e, cambiati i nomi dei protagonisti, questo poliziesco potrebbe essere scambiato tranquillamente per qualunque altro in circolazione. Anche il discorso sulla famiglia, quindi, vero e anche amabile refrain della serie (nei primi episodi l’eroe doveva riconciliarsi con la moglie, negli ultimi due con i figli) è di maniera, tanto quanto l’umorismo del McClane Senior e l’epica muscolare che dovrebbe caratterizzare il personaggio del McClane Junior.

In più, ci sembra che da poliziotto problematico e a suo modo fallibile, ironico ma anche autoironico, John McClane si sia trasformato negli anni – in questa puntata e nella precedente – in una banale macchina da guerra, solo più scomposta e disordinata di altre. Nei primi tre Die Hard, insomma, la situazione costringeva l’eroe a un percorso di risalita e l’eliminazione dei cattivi era funzionale al plot e alla posta in gioco in palio, che era sempre molto alta (di solito, la sopravvivenza di sé, dei propri cari e di decine di persone tenute in ostaggio). In questo film la violenza sembra più autocompiaciuta e anche l’esecuzione finale del malvagio di turno non ha niente di catartico, quanto piuttosto di gratuito.

In conclusione, un film che vorrebbe strizzare l’occhio al passato (con molte citazioni anche letterali da Trappola di cristallo) ma che dei film che si giravano vent’anni fa conserva solo l’estetica da pop corn senza preservarne l’anima onesta. Un buon prodotto d’intrattenimento, comunque, girato bene con tutti i crismi, per gli amanti del cinema d’azione. Per noi, che non certi film siamo cresciuti, rimane il rimpianto per una generazione di autori che avevano fatto grande Hollywood e che non esiste più. Alcuni attori attempati – che evidentemente non trovano cineasti altrettanto capaci nelle nuove leve – s’incaponiscono a rifare gli stessi film come se il tempo non fosse passato, scambiando l’autoreferenzialità per l’autoironia.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TAKEN - LA VENDETTA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/10/2012 - 20:38
Titolo Originale: Taken 2
Paese: Francia
Anno: 2012
Regia: Olivier Megaton
Sceneggiatura: Luc Besson, Robert Marck Kamen
Produzione: da Luc Besson per Europa Corp/ Grive Productions/ Canal +/ M6 Films/ Ciné +
Durata: 91
Interpreti: Liam Neeson, Famke Janssen, Maggie Grace, Rade Serbedzija

Bryan Mills, ex agente della CIA in pensione, dopo aver salvato la figlia Kim da un’organizzazione di tratta delle bianche, sta cercando di ricucire il rapporto con la ex moglie Lenore. Per questo invita lei e Kim a raggiungerlo a Istanbul, dove ha appena terminato un incarico. Bryan però non sa che Murad, il padre di uno degli uomini che ha eliminato durante il salvataggio di Kim, è deciso a vendicarsi e ha organizzato il rapimento di tutta la famiglia…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La morale assolutoria del film, il suo familismo di maniera, il suo patriottismo facile facile si accompagnano bene al popcorn, ma rischiano di fare altrettanto danno
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose e insistite scene di violenza brutale, tortura, qualche scena sensuale, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Il film sembra un aggiornamento, pure un po’ elementare e senza dimensione psicologica, delle vecchie pellicole di Stallone, Schwarzenegger e Seagal ,pure se Neeson ha decisamente più espressioni di tutti e tre messi insieme
Testo Breve:

Liam Neeson (alias Bryan Mills) aveva salvato nella precedente puntata sua  figlia Kim da un’organizzazione di tratta delle bianche ma ora c’è qualcuno che vuol rapire tutta la sua famiglia. Un action movie fracassone con un familismo di maniera 

Si può essere degli ottimi (seppure un po’ protettivi) padri di famiglia, e insieme delle macchine per uccidere che non guardano in faccia a nessuno. Questo assunto vale sia per il protagonista Bryan, ex agente CIA determinato e senza pietà quando si tratta di proteggere i suoi cari, quanto per il suo antagonista, un albanese musulmano che vuole vendicare la morte del figlio. E pazienza che il ragazzo, insieme alla sua combriccola di amici (pure loro eliminati senza tanti scrupoli dal nostro eroe nella pellicola precedente), stesse a capo di una banda che rapiva ragazzine ignare per rivenderle a lascivi e ricchissimi mediorientali. Come si sa i figli sono “piezz 'e core” e le loro attività, che si tratti di pomiciare con un fidanzatino misterioso o di darsi alla criminalità, non sono un buon motivo per un papà di non sentirsi responsabile.

C’è poco di diverso, se non l’ambientazione - là Parigi, qui Istanbul - nel nuovo capitolo (di sicuro non sarà l’ultimo) della saga action che ha rilanciato la carriera del sessantenne Liam Neeson. Dopo un prologo che promette ricostituzione del nucleo familiare- Kim è si ancora un po’ traumatizzata e non riesce a prendere la patente, ma il nuovo marito di sua madre Lenore si è gentilmente eclissato e lei è bisognosa di tutto l’affetto dell’ex Bryan- appena i cattivi entrano in azione è tutto un susseguirsi di scene di scontri e sparatorie più o meno improbabili nei vicoli e sui tetti della città turca (e nel finale Besson, qui sceneggiatore, cerca forse anche la citazione colta de La promessa dell’assassino con una scazzottata in un bagno turco).

Se Kim – sarà l’aria del Medio Oriente o la genetica che non mente – sembra acquisire nel giro di pochi minuti abilità simili a quelle paterne (lancia granate, cammina sui cornicioni, calcola distanze sulle mappe, anche se con la guida ancora un po’ tentenna) e diventa una valida aiutante, in realtà non si esce dalla logica della donna indifesa da salvare, anche se qui a fare la parte della vittima è la povera Lenore. Per fortuna (o sfortuna, dipende dai punti di vista), Bryan, come lui stesso si definisce, è un cane che non molla il suo osso (brutta e inquietantemente corretta metafora) e anche legato e con un cappuccio in testa già sta pianificando la reazione.

I cattivi sono eliminati uno dopo l’altro (o anche più d’uno in contemporanea) complice una certa dose di stupidità da parte loro, ma, nonostante il loro movente, in un certo senso, sia anche quello di costringere Bryan a vedere le sue precedenti vittime come fratelli, mariti e figli, e quindi persone reali, sullo schermo è come vedere cadere i birilli al bowling (e la stessa noncuranza, in una fuga in automobile, è applicata anche ai passanti locali).

All’esordio negli Stati Uniti la pellicola ha guadagnato il doppio del capitolo precedente e promette di fare sfracelli anche in giro per il mondo, ma non si può fare a meno di chiedersi come questo aggiornamento, pure un po’ elementare e senza dimensione psicologica, delle vecchie pellicole di Stallone, Schwarzenegger e Seagal (pure se Neeson ha decisamente più espressioni di tutti e tre messi insieme) riesca a toccare in modo così immediato almeno un certo pubblico.

Di sicuro la sua morale assolutoria (alla fine del gioco il conto delle vittime di Bryan si è notevolmente allungato e la sua proposta di tregua al nemico suona quantomeno fasulla), il suo familismo di maniera, il suo patriottismo facile facile si accompagnano bene al popcorn, ma rischiano di fare altrettanto danno. E il Bryan Mills di Liam Neeson diventa la versione più inquietante e totalmente priva di ironia del suocero di Ti presento i miei, che non riusciva a vedere nulla di buono fuori dal suo “cerchio della fiducia”. Solo che qui fuori dal cerchio c’è tutto il resto del mondo…

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CONTRABAND

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/09/2012 - 13:32
Titolo Originale: Contraband
Paese: USA, Gran Bretagna, Francia
Anno: 2012
Regia: Baltasar Kormákur
Sceneggiatura: Aaron Guzikowski
Produzione: WORKING TITLE FILMS, LEVERAGE MANAGEMENT, BLUEEYES PRODUCTIONS, CLOSEST TO THE HOLE PRODUCTIONS
Durata: 109
Interpreti: Mark Wahlberg, Kate Beckinsale, Ben Foster, Giovanni Ribisi

Chris è riuscito con fatica a lasciarsi alle spalle il mondo del narcotraffico, ha un lavoro onesto e si cura della sua famiglia. Il suo giovane cognato si imbarca in un'impresa più grande di lui e fa saltare un affare di droga organizzato dallo spietato Tim Briggs, Chris è costretto a rientrare in campo per rsaldare il debito: in poche ore e con l'aiuto del suo migliore amico Sebastian, dovrà mettere insieme una banda per far arrivare clandestinamente da Panama milioni di banconote contraffatte...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sembra compiacersi delle prodezze truffaldine del protagonista, senza esprimere alcun giudizio morale
Pubblico 
Maggiorenni
Abbondante turpiloquio, alcune scene violente
Giudizio Artistico 
 
Un film di serie B del genere action-thriller ben fatto, con personaggi ben caratterizzati
Testo Breve:

Chris ha messo la testa a posto,  ma non fa più il contrabbandiere, ed è interamente dedito alla famiglia. E’ costretto tuttavia a fare un ultimo “trasporto” per togliere dai guai  suo cognato e la cosa non sembra dispiacergli molto. Un action movie ben fatto ma discutibile

Contraband è un film di azione e da questo punto di vista è ben fatto. Nelle due ore in cui si svolge la storia non c’è  un momento di respiro e i colpi di scena si susseguono senza sosta. Occorre aggiungere che il film, ambientato fra il porto di New Orleans, gli interni di una nave portacontainer e il canale di Panama (viene fatto un ampio uso di panoramiche dall’alto) ricostruisce  bene la vita sul mare dei marinai delle navi mercantili, tutti ben caratterizzati. Ma trasporto vuol dire anche contrabbando e una serie di loschi figuri (che  invece restano sempre a terra) si aggirano famelici per scovare e portare a termine nuovi affari sporchi, pronti a corrompere chiunque sia necessario.

La storia però nel suo complesso non riesce a mantenersi  coerente e perde progressivamente di credibilità nelle sue due ore di sviluppo. L’inizio è classico: Mark  ha messo la testa a posto, non contrabbanda più e si dedica alla sua bella moglie e ai due figli con un onesto lavoro di installatore di allarmi.

Ma il giovane cognato si è messo nei guai: ha cercato di spacciare droga, ha dovuto buttare in acqua la merce all’arrivo dei doganieri ed ora la sua vita è minacciata dai suoi mandanti che pretendono un risarcimento.  Mark sa che anche la moglie e i figli sono in pericolo se il problema non verrà risolto, decide quindi di fare per l’ultima volta il  “vecchio mestiere” e si imbarca su una nave per Panama.

Da questo punto in poi la situazione non farà che complicarsi e il focus  del film  progressivamente si sposta: non interessa più come si comporterà il  “buono” nei confronti dei “cattivi” ma in che modo Mark saprà essere così abile da sostituirsi ai suoi persecutori nell’accaparrarsi alcuni lucrosi oggetti di contrabbando.  

Alla fine la storia del brava ragazzo che si è riscattato da un passato criminale si è dissolta nelle nebbie del porto: resta solo un simpatico contrabbandiere che si arricchisce con i suoi traffici e riesce anche a vendicarsi, tramite una denuncia ingiusta, di un capitano troppo sospettoso.

Ci sono nel film varie scene di violenza ma non sono dettagliate né sanguinose. Ciò che abbonda e traborda senza sponde è il turpiloquio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MISSION IMPOSSIBLE - PROTOCOLO FANTASMA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/06/2012 - 11:00
Titolo Originale: Mission Impossible – Ghost Protocol
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Brad Bird
Sceneggiatura: Josh Appelbaum e André Nemec ispirato alla serie televisiva di Bruce Geller
Produzione: J.J. Abrams, Tom Cruise, Bryan Burk per Bad Robot/Paramount Pictures/Skydance Productions/Stillking Films
Durata: 132
Interpreti: Tom Cruise, Jeremy Renner, Simon Pegg, Paula Patton

Evaso rocambolescamente da una prigione di Mosca, dove era rinchiuso per ragioni misteriose, Ethan Hunt è alle prese con una missione forse più “impossibile” del solito: sventare la guerra nucleare che il misterioso terrorista Cobalt sta cercando di provocare prima con una bomba al Cremlino (attentato di cui lo stesso Hunt è accusato) poi lanciando un missile nucleare su San Francisco. Rinnegato e braccato insieme alla sua squadra, Hunt dovrà viaggiare per mezzo mondo per riuscire a sventare la terribile minaccia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Film di genere dove i buoni vincono su i cattivi grazie aprodezze iperboliche
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza nei limiti del genere (nonostante i cinquant'anni di Tom Cruise).
Giudizio Artistico 
 
Tanto di cappello a Cruise (anche accorto produttore) che, pur senza perdere il ruolo di leader èpronto a “mettere in crisi” lo status del suo protagonista a favore di una vicenda dal ritmo incalzante e dalle trovate originali capace di regalare due ore di grande spettacolo.
Testo Breve:

In un panorama di blockbuster troppo spesso deludenti nonostante gli enormi capitali investiti, a Mission Impossible riesce un restyling non traumatico che, mutuando dai talenti del suo regista alcuni dei canoni dell’animazione “da grandi” , ha l’ambizione  di conquistare un pubblico vasto e trasversale.

 Scena d’apertura a suon di musica per un rientro in pompa magna del mitico agente Hunt. Poco importa se il tappeto rosso è cortino (di lì a poco l’intero MFI verrà smantellato lasciando i nostri abbandonati a se stessi -?!-) , perché è solo l’inizio di una rutilante serie di azioni in cui l’ormai quasi cinquantenne Cruise si destreggia tra i proverbiali virtuosismi del ruolo (nello specifico l’arrampicata del più alto grattacielo di Dubai) e dialoghi essenziali che contribuiscono a dare autorevolezza (ma anche un minimo di sana ironia) al personaggio.

C’è chi ci vedrà l’influsso dell’animazione da cui proviene il regista (Brad Bird ha firmato per Pixar Gli incredibili e Ratatouille), sta di fatto che, però, nonostante la profusione di effetti speciali digitali, si respira meno artificiosità che nell’ultimo capitolo firmato da J.J.Abrams.

Senza pretendere di raggiungere vette di profondità c’è però un tentativo di lavorare sulle dinamiche della squadra (Pegg, Renner e la Patton sostengono i loro ruoli con adeguata convinzione) ma anche di alleggerire il baraccone dell’azione con un minimo di umorismo “da spie” che non guasta finché non intacca il delicato equilibrio tra la minima plausibilità del plot e l’iperbole tipica di questo genere di film.

È interessante, poi, andare dietro al percorso di questo proficuo franchise che, un po’ come James Bond, segue la bussola del potere economico mondiale e, dopo essere passato per la Cina,  ora approda per una larga parte a Dubai (gli Emirati sono da tempo impegnati in un’operazione simpatia nonché nell’autopromozione  come località movie-friendly) e infine in India, altro punto nevralgico degli equilibri economici mondiali.

E tuttavia, sotto la crosta dell’ipertecnologico (che a volte dà forfait come i guanti per arrampicare sui grattacieli e l’apparecchio che fa le maschere) e degli spettacolari effetti digitali, la forza resta in un racconto con una moderata dose di complicazioni, un antagonista potente, ma “silenzioso” (a differenza di alcuni cattivi degli altri episodi della saga) e un comparto di coprotagonisti destinati a fare strada.

Anche perché il finale (forse l’unica scena veramente poco riuscita del film) potrebbe anche alludere a un passaggio di consegne…non fosse che Renner (in piena ascesa) ha già indossato i panni che furono di Matt Damon nel prossimo capitolo delle avventure di Jason Bourne.

In un panorama di blockbuster troppo spesso deludenti nonostante gli enormi capitali investiti, a Mission Impossible riesce un restyling non traumatico che, mutuando dai talenti del suo regista alcuni dei canoni (visivi e narrativi) dell’animazione “da grandi” , ha l’ambizione (realizzata, visti i lusinghieri risultati al boxoffice) di conquistare un pubblico vasto e trasversale.

Tanto di cappello a Cruise (anche accorto produttore) che, pur senza perdere il ruolo di leader, non monopolizza la scena e si riserva una parte fatta più di azioni che di parole, pronto a “mettere in crisi”  lo status del suo protagonista a favore di una vicenda dal ritmo incalzante e dalle trovate originali capace di regalare due ore di grande spettacolo.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RED

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/21/2011 - 16:32
 
Titolo Originale: RED
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Robert Schwentke
Sceneggiatura: Erich Hoeber, Jon Hoeber
Produzione: DI BONAVENTURA PICTURES, SUMMIT ENTERTAINMENT
Durata: 111
Interpreti: Bruce Willis, Mary-Louise Parker, John Malkovich, Helen Mirren

L’ex agente CIA Frank Moses (Bruce Willis) è ora un tranquillo pensionato, ha una «relazione telefonica» con un’impiegata dell’ufficio che ogni mese gli invia il meritato assegno, ma la CIA vuole eliminare Frank e la ricevente di quelle insistenti telefonate. Per fortuna Frank non è da solo. Basta un fischio, e i colleghi di un tempo rispondono all’appello. Finalmente si imbracciano di nuovo bombe e automatiche....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Film di intrattenimento senza particolari messaggi da raccogliere
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di combattimento senza dettagli violenti e turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
“Red” scorre davvero veloce, leggero, nonostante le tante primavere dei protagonisti. Mette buon umore, non è sguaiato, non deborda il sangue. È lieve, come il talento dei grandi.
Testo Breve:

Un cast di attori (della seconda età) davvero eccezionale per un film di action dove ex agenti della CIA debbono sventare un complotto politico e salvare la propria  pelle

Che fanno i servizi segreti? Tramano, naturalmente. E i vice-presidenti (e probabili futuri presidenti della repubblica)? Uccidono, imbrogliano, per i loro crimini si servono di servizi segreti pensando di farla franca. Tranquilli! Non è del cinema italiano che intendiamo parlare. Ma di quello americano. Noi potremmo mettere in campo Massimo Ciancimino. Ma equivarrebbe a dire: l’abbiamo buttata in commedia.
E forse non sarebbe un errore, perché proprio di commedia si deve parlare per l’ennesimo film americano con la CIA che invece di dare la caccia ai nemici intriga (nella realtà però alla fine ogni tanto arriva, come dimostra la caccia a Bin Laden), e con un possibile presidente degli Stati Uniti corrotto (gli agenti preposti alla sua sicurezza lo chiamano l’avvoltoio). Commedia di anzianotti, chi un buona chi in pessima forma (sullo schermo naturalmente, con uno di loro minato dal cancro).
“Red” di Robert Schwentke, nato a Stoccarda nel 1968, e alla sua prima vera prova del fuoco con un film certo di genere, ma comunque di difficile confezione, è uno dei tanti prodotti «nostalgia» del cinema hollywoodiano contemporaneo. Tutto nasce da una telefonata. Anzi, da una quarantina di telefonate. L’ex agente CIA (in attività davvero insuperabile) Frank Moses (Bruce Willis), ora tranquillo pensionato, ha una «relazione telefonica» con un’impiegata dell’ufficio che ogni mese gli invia il meritato assegno, più che sufficiente per garantirgli una vita tranquilla, serena, ordinaria. Curare il giardino, fare la spesa, un passeggiata, preparare e montare gli addobbi e le lucine natalizie. La ragazza, Sarah (Mary-Louise Parker), ha una bella voce, trova simpatico quel signore così gentile, magari potrebbe pure prenderci un caffè insieme. Non sa in che guaio si sta cacciando.
E, come da manuale, il guaio non è grosso: è grossissimo. La CIA vuole eliminare Frank e la ricevente di quelle insistenti telefonate. Eliminare Frank? Bruce Willis? Ve lo ricordate “L’inferno di cristallo”? 1974. Una bestia scatenata, in canottiera e piedi scalzi, sanzionante e coperto di schegge di vetro.
E sappiate che Frank non è da solo. Basta un fischio, e i colleghi di un tempo rispondono all’appello. Finalmente si imbracciano di nuovo bombe e automatiche. Eccoli i colleghi d’armi: lo svitato Marvin (John John Malkovich), il morente Joe (Morgan Freeman), la britannica aristocratica Victoria (Helen Mirren, che spara con ogni arma a canna lunga con la stessa sovrana eleganza con la quale la regina d’Inghilterra sorseggia il tè della cinque). Tutti “red”: non rossi, ma ritirati dal lavoro, in sonno, pensionati.
Un campionario straordinario di attori che da solo regge il copione, anche se ci sono sparatorie, incendi, esplosioni, inseguimenti, incidenti, ammazzamenti. E poi non dimentichiamo l’amore. Il cavaliere Willis deve proteggere l’indifesa telefonista Sarah. Chi le torce un capello è morto. L’amore compie miracoli. Anche l’ex nemico del KGB Brian Cox (pensionato pure lui, visto che la guerra fredda ormai c’è solo al cinema), imprevedibilmente si aggiunge alla squadra. Questioni di cuore.   Ha sempre amato Helen Mirren. La donna, un tempo, gli ha fornito anche una prova d’autentico amore, ficcandogli nella spalla alcune pallottole. Se non lo amava avrebbe alzato la mira, e addio. Quindi le cicatrici sono un prezioso ricordo sentimentale. Così la fiamma mai spenta torna ad accendersi, come i fuochi che il corpo speciale degli agenti pensionati dissemina ovunque passa. A tenere viva la memoria del cinema d’azione di ieri, ci sono anche due grandi: Ernest Borgnine (novantenne e in splendida forma) e Richard Dreyfuss.
“Red” scorre davvero veloce, leggero, nonostante le tante primavere dei protagonisti. Mette buon umore, non è sguaiato, non deborda il sangue. È lieve, come il talento dei grandi.      

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE MANS 66 - LA GRANDE SFIDA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/04/2019 - 18:06
 
Titolo Originale: Ford v Ferrari
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: Jez Butterworth, John-Henry Butterworth e Jason Keller
Produzione: 20th Century Fox, Chernin Entertainment
Durata: 152
Interpreti: Matt Damon e Christian Bale

Primi Anni ’60. La Ford, per rilanciarsi, decide di entrare nel mondo delle corse. L’idea è di sfidare nientemeno che la Ferrari e batterla nelle mitica 24 Ore di Le Mans, dove il Cavallino Rampante da lungo tempo è invincibile. Gli americani affidano l’impresa allo spregiudicato team manager Carroll Shelby (Damon), titolare di una scuderia minore, e al suo poco diplomatico pilota Ken Miles (Bale). I due amici tenteranno di mettere a punto una macchina in grado di fronteggiare i bolidi di Maranello. Scopriranno però che, per superare le macchine di Enzo Ferrari, dovranno prima scontrarsi con l’ostilità interna di un alto dirigente, consigliere dell’umorale patron Henry Ford II.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questo film c’è il piacere di stare con personaggi positivi che non si arrendono mai: l’amicizia virile tra i due eroi; gli affetti familiari di Miles, amato dalla moglie e dal figlio, suo primo tifoso.
Pubblico 
Tutti
Alcuni accenni di turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Sequenze indubbiamente spettacolari durante le gare automobilistiche ma la sceneggiatura mostra una contrapposizione buoni/cattivi netta, di facile presa: e la trama non nasconde lo sforzo degli autori per assicurarsi che il pubblico si carichi di benevolenza per i protagonist
Testo Breve:

Negli anni ’60 la Ford decide di cercar di battere l’invincibile Ferrari a Le Mans. Un film di facile impatto, con evidente contrapposizione buoni/cattivi

Solo spingendosi oltre il limite, l’essere umano può sperare in una risposta sul senso del suo destino. E’ il messaggio di un film di medio livello che pubblico e critica hanno accolto bene, ma che non regge il confronto con Rush, il capolavoro di pochi anni fa, meno fortunato al box office, sulla rivalità tra Lauda e Hunt in Formula 1.

Nella pellicola diretta da Mangold c’è il piacere di stare con personaggi positivi che non si arrendono mai: l’amicizia virile tra i due eroi; gli affetti familiari di Miles, amato da una moglie bella e di temperamento e dal figlio, suo primo tifoso.

C’è anche il gusto del fattore umano che conta più di quello tecnologico e più dei soldi. Per esempio, i nostri che, dove i calcolatori falliscono, riescono a risolvere un problema di aerodinamica con la soluzione da vecchia scuola dei nastri appiccicati alla carrozzeria. Per esempio, ancora, la gigantesca catena di montaggio della Ford, inutile se opposta alla sapienza artigianale della Ferrari.

C’è poi una contrapposizione buoni/cattivi netta, di facile presa: il manager meschino, l’uomo di apparato incapace di sognare, succube di aziendalistici criteri di immagine che non contemplano l’ingaggio di un pilota come Miles, rissoso e non raffinato.

Naturalmente, il film offre sequenze di gara spettacolari, che la storia prova a valorizzare anche dal punto di vista tematico: Carroll, per una patologia cardiaca, ha dovuto smettere di correre, così rivive per tramite dell’amico Miles il brivido di oltrepassare la soglia dei 7 mila giri, quando si accede ad una esperienza metafisica di speciale autoconsapevolezza.

Non mancano, però, i difetti. Le scene di corsa sono alla lunga un po’ ripetitive, e la questione esistenziale della ricerca del senso, lanciata all’inizio e recuperata in extremis alla fine, è per lungo tratto dimenticata. Né i personaggi sono plasmati per rappresentare ciascuno un punto di vista diverso sul tema, come avviene, invece, nei film davvero riusciti.

Lungo la trama, i palati più fini avvertiranno con fastidio lo sforzo degli autori per assicurarsi che il pubblico si carichi di benevolenza per i protagonisti. Una retorica un po’ ingenua che, a volte, manca il segno. Per esempio, quando Henry Ford II, già convinto dai nostri, non senza fatica, a puntare su di loro, ad un certo punto cambia idea, riportando indietro il plot su uno snodo che sembrava ormai acquisito. Per esempio, ancora, quando, durante la gara, Carroll ruba i cronometri dal box della Ferrari, e vi getta un bullone per suscitare confusione nei rivali, insinuando il dubbio di aver avvitato male qualcosa. Nonostante il primo piano celebrativo sullo sguardo furbo di Damon, vien da pensare che il gesto sia comunque una meschinità (i poveri meccanici Ferrari stavano tranquillamente facendo il loro lavoro…). Si può aggiungere che sono troppi i dialoghi tecnici in cui Miles sfoggia la sua capacità taumaturgica di sentire cosa non funziona nell’automobile.

Le pecche più gravi sono nel finale. La sceneggiatura, ligia al dato storico, fa fare una scelta a Miles, in dirittura di arrivo, che contraddice l’impostazione generale del film. Orientata tutta a premiare la grande impresa in contrapposizione alla logica del calcolo utilitaristico, la trama curva di colpo in questa seconda direzione. Il commento della moglie di Miles, che prova a spiegare al figlio come nella mossa del marito ci sia grandezza, suona come un puntello posticcio, inserito per scongiurare la delusione del pubblico.

D’altra parte, siccome il film, alcuni minuti dopo, si chiude senza dare risposte, cioé rinnovando la domanda di partenza sul senso del destino umano, davanti al sacrificio ultimo dell’eroe si resta un po’ con il dubbio che sì, ok il fascino del limite, ma un po’ più di prudenza non avrebbe guastato.

 

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: sky cinema 1
Data Trasmissione: Lunedì, 2. Novembre 2020 - 21:15


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