Serial TV

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THE NEWSROOM

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/23/2013 - 11:21
 
Titolo Originale: The Newsroom
Paese: USA
Anno: 2012
Sceneggiatura: Aaron Sorkin, Scott Rudin
Produzione: HBO
Durata: 50' a puntata Prima televisiva USA 24 giugno 2012; in Italia su Rai3 dal 17 ottobre 2013
Interpreti: Jeff Daniels, Emily Mortimer, Sam Waterston, Alison Pill:

ACN (Atlantis Cable News) è un network televisivo di notizie via cavo. Il suo anchorman è Will McAvoy, che nel tornare dopo due settimane di vacanza, viene informato dal presidente della sua sezione informativa che il suo produttore esecutivo e buona parte dello staff hanno cambiato redazione, perché non tolleravano più il suo carattere troppo brusco. Il presidente tranquillizza Will: ha già trovato il nuovo produttore esecutivo: si tratta di MacKenzie McHale, una brava professionista che ha avuto con Will una relazione tre anni prima. Nonostante ci siano ancora dissapori fra loro, Will si fa convincere da lei a cambiare stIie redazionale: verranno fornite solo notizie la cui fonte verrà rigorosamente controllata senza essere accondiscendenti con nessuno: “non c’è niente di più importante in democrazia di un elettorato ben informato”.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial offre un ottimo esempio di impegno per una corretta etica della comunicazione
Pubblico 
Tutti
Niente da segnalare nelle prime tre puntate
Giudizio Artistico 
 
Lo sceneggiatore e produttore esecutivo Aaron Sorkin conferma le sue doti: abile nel costruire i dialoghi, capace di mantenere alta l’attenzione dello spettatore, per un serial TV che sviluppa temi forse troppo americani
Testo Breve:

In Newsroom partecipiamo con lo staff di una redazione televisiva all’ansia di imbastire ogni giorno, nel modo migliore, il notiziario serale. Un altro serial ben impostato di Aaron Sorkin ma molto americano come tematiche

Aaron Sorkin è tornato. Dopo il serial West Wing (l’altro serial, Studio 60 è stato poco seguito in Italia) e il film The Social Network, vincitore di tre Oscar nel 2011, torna sul piccolo schermo per farci partecipare, nei minimi dettagli, alla vita di una redazione televisiva: la raccolta delle notizie, la loro validazione, la quotidiana riunione redazionale fino al magico momento in cui tutti i giochi sono fatti e si va in onda.

Come nei precedenti lavori, Aaron conferma le sue doti: dialoghi brillanti e sofisticati, la costruzione, ad ogni puntata, di uno stato di tensione continua che sembra rendere incerta, fino all’ultimo secondo, la preparazione del notiziario serale. E’ evidente il suo interesse, qui come in West Wing, per le dinamiche che si sviluppano in comunità chiuse (là era il brain trust del Presidente U.S.A., qui lo staff di una redazione televisiva) dove tutti si sentono impegnati a collaborare per la migliore riuscita dei loro obiettivi e, quando capita, ad intrattenere anche relazioni affettive.

Nella maggior parte dei film o dei serial televisivi che ci capita di vedere, l’attenzione è focalizzata sui rapporti sentimentali dei protagonisti mentre la rappresentazione del loro ambiente di lavoro è sempre molto  generica. Non così nelle opere di Aaron Sorkin: le dinamiche lavorative sono la vita dei protagonisti e lo spettatore è inviato a seguirne in dettaglio tutti  i possibili risvolti in modo che possa apprezzare anche lui, quando ciò avviene, la soddisfazione per un lavoro ben fatto, frutto dell’intesa raggiunta fra i componenti del gruppo. A rendere più realistico questo approccio, ad ogni puntata di questa prima stagione la redazione deve occuparsi di fatti accaduti realmente nell’anno 2010. Questo tipo di impostazione non è semplicemente una scelta di stile dello sceneggiatore ma riflette una precisa visione antropologica: il lavoro costituisce l’interesse prevalente, il luogo primario dello sviluppo e dell’espressione della propria personalità (è facile vedere in questi telefilm gente che si attarda sul lavoro anche oltre l’orario di chiusura); una prevalenza solo parzialmete influenzata dai risvolti familiari. Il serial TV: ER si può considerare il pioniere di questo spostamento di attenzione. 

Oltre alle sue capacità tecniche Aaron va ammirato per il suo sguardo puro, le sue visioni ideali. In questo caso si tratta di  una tensione verso una corretta etica della comunicazione che si sposa in questo serial  con una sua visione “alta” della politica: indagare dietro la reale consistenza dei fatti, mantenere indipendenza di giudizio e promuovere una politica che si muova nella direzione di una vera uguaglianza i cittadini e che faccia grande la nazione (c’è molto patriottismo in questa serie). Il suo sguardo ottimista si rispecchia anche nei comportamenti dei protagonisti: ci sono molte discussioni animate in questo serial (è la specialità di Aaron) fra persone che la pensano diversamente ma proprio quando sembra che i rapporti stiano  per rompersi, interviene la ragionevolezza e ognuno riconosce la parte di verità presente nell’altro.

Nonostante tutti questi pregi, l’accoglienza del pubblico italiano potrà non essere elevata (come già stanno dimostrando le prime puntate) occorre riconoscere che le tematiche trattate sono molto americane soprattutto quando si affrontano temi politico (l’autore non nasconde le sue preoccupazioni per il successo del Tea Party).

Occorre anche aggiungere che a volte sembra che la capacità di Aaron di imbastire dialoghi diventi quasi un abuso: alcuni personaggi si confrontano abilmente difendendo le loro posizioni ma a volte sembra di assistere ad un esercizio di retorica, a scapito della profondità dell’analisi dei personaggi.

 Sarebbero stato  auspicabile ascoltare  discorsi meno programmatici ed assistere di più a fatti che realizzavano quegli ideali che venivano declamati..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE STRAORDINARIE AVVENTURE DI JULES VERNE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/30/2013 - 22:44
 
Titolo Originale: LE STRAORDINARIE AVVENTURE DI JULES VERNE
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Enrico Paolantonio
Sceneggiatura: Davide Aicardi, Stefano Ambrosio, Francesco Artibani, Lorenza Bernardi, Paolo Braga, Ceo&Pulin, Alessandro Ferrari, Tea Orsi, Francesca Romana Puggelli, Giorgio Salati
Produzione: Raidue, Lux Vide, Musicartoon
Durata: 26' sabato e domenica su Rai2 alle 8,10 dal 14 settembre 2013
Interpreti: Jules doppiato Francesco Pezzulli, Amelie da Domitilla D'Amico

Il giovane Jules Verne, studente di Giurisprudenza alla Sorbona ma desideroso di viaggiare e scrivere di viaggi, riesce a sventare un tentativo di rapina alla redazione del giornale di viaggi, Contes De Voyages, e pertanto viene invitato dalla redazione a partecipare ad una spedizione in Africa. Il gruppo composto da Artemius Lucas, direttore del giornale, sua figlia Amelie, coetanea di Jules, il contabile De L’Ennuì, la tata Esther e il cane Hatteras, ha come obiettivo la misurazione del ventiquattresimo meridiano. E’ questa la prima delle tante avvenure di Jules Verne e dei suoi amici, ostacolati dal misterioso Capitano Nemo

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Jules Verne e i suoi amici si trovano uniti e solidali ad affrontare sempre nuove avventure
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
In mezzo a tanti cartoni giapponesi o americani, è stata coraggiosa e importante la scelta di attingere alla letteratura europea (in questo caso Jules Verne) per far capire che anche la “civiltà europea” è interessante e divertente. Particolarmente felice la scelta di realizzare le animazioni nella poesia del 2D
Testo Breve:

La sorpresa e l’avventura sono garantiti nei romanzi di Jules Verne che ora sono  diventati un serial per ragazzi. Particolarmente felice è la scelta di realizzare le animazioni nella poesia del 2D

Segnaliamo sempre molto volentieri l’uscita di cartoni animati realizzati in Italia.

Dopo I gladiatori di Roma, con la regia di Igino Staffi, arrivano Le avventure straordinarie di Jules Verne, un serial televisivo in cartoni trasmesso su Raidue dal 14 settembre ogni sabato e domenica nella fascia dedicata ai ragazzi, a partire dalle alle 8,10. Si tratta in tutto di 26 episodi realizzati dalla Rai in collaborazione con Lux Vide e con  Musicartoon. 

L’idea che ha dato origine alla serie è  interessante: ad ogni puntata il giovane Jules, studente di legge, si trova coinvolto in una delle avventure che hanno dato vita alle pagine più affascinanti del famoso il romanziere francese, uno dei padri della moderna fantascienza. In una puntata si trova su di un’isola inesplorata, in un’altra viene proiettato al centro della terra; in un’altra si ritrova prigioniero nel Nautilus, il sottomarino progettato dal pericoloso capitano Nemo, nemico di tutta l’umanità. Alla fine di ogni puntata il giovaneJules consegna gli appunti del suo viaggio, che costituiranno la base  per un nuovo racconto (la firma che appone è la copia esatta di quella del vero  scrittore).

Jules, un ragazzo timido ma ingegnoso, non è certo solo quando affronta i suoi viaggi in giro per il mondo: al suo fianco c’è sempre la coetanea Amelie che secondo gli ultimi canoni femminili è molto atletica e coraggiosa: nessun pericolo  la ferma e ha un solo importante difetto: non corrisponde alle attenzioni che molto discretamente Jules le dedica. Artemius è il padre di Amelie: nel passato è stato un grande esploratore e ora che deve camminare aiutandosi con un bastone, si occupa di dirigere una rivista di viaggi. Completano il quadro il pignolo contabile De l’Ennui, la cuoca Esther, che distribuisce a tutti sorrisi e tanto ottimismo; infine due animali: un mastino e un lemure.

Con una brigata così assortita ogni puntata si arricchisce di una divertente dialettica fra caratteri molto diversi (ma la puntata di domenica 29 settembre, “Gibilterra”, a causa della presenza di scimmie ossesse e violente, è apparsa un po’ spaventosa per i più piccol).

Musicartoon è la società romana che ha curato l’animazione in 2D. Si tratta di una scelta molto indovinata; su Raidue vengono trasmessi altri serial per ragazzi in 3D ma niente può eguagliare la poesia del 2D.  Se andate sul sito del serial si può apprezzare una rassegna dei  fondali realizzati: si tratta di vere opere artistiche.

Ci si può domandare se avventure ambientate a fine ottocento potranno interessare gli smaliziati ragazzi dell’era digitale:  non ritengo ci sia molto da temere perché come si è potuto constatare ogni volta che ritorna sugli schermi un classico dell’ottocento (nella scorsa stagione sono stati ripresentati Anna Kaenina, Les Miserables, Grandi Speranze)  ciò che attrae il pubblico di ogni età è la bellezza della storia e la cura nella definizione dei personaggi. Se i romanzi di Jules Verne, hanno ormai perso la curiosità verso un futuro che si è ormai realizzato, resta il piacere dell’esplorazione dell’ignoto e della scoperta di mondo così diversi dal nostro.

Un effetto non secondario sarà quello di avvicinare i ragazzi alla lettura, una lettura assolutamente europea.

Peccato che la serie manchi di una sigla trainante e orecchiabile, non solo musicata ma anche cantata: sarebbe stato un modo per conquistare ulteriormente  i giovani spettatori.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PARENTHOOD - Prima stagione

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/24/2013 - 22:04
Titolo Originale: Parenthood
Paese: USA
Anno: 2010
Sceneggiatura: Jason Katims
Produzione: Imagine Television, Universal Media Studios
Durata: 54' a puntata
Interpreti: Craig T. Nelson, Lauren Graham, Peter Krause, Dax Shepard

Il nonno Zerek Bravermann e la moglie Camille accolgono in casa la figlia Sarah, divorziata dal marito con i suoi due figli (Amber, una adolescente irrequieta e Dew, un ragazzo silenzioso e melanconico).
Vicino a loro abita il figlio maggiore : Adam, che assieme alla moglie Kristina sono molto impegnati a seguire il loro piccolo Max, affetto da una forma di autismo mentre la figlia più grande Haddie, si sente trascurata dai genitori.
Zerek e Camille hanno altri due figli: Julia, una avvocatessa in carriera (per questo il marito Joel fa il casalingo in modo da potersi prendere cura della loro piccola Sydney) e Crosby, un giovane che lavora nel campo musicale e che è allergico al matrimonio, salvo scoprire di avere ora un figlio di 5 anni avuto da una precedente relazione con la ballerina Jasmine…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una famiglia di quattro figli ormai grandi sa essere sempre solidale con chi ha un problema. Un certa disinvoltura nei comportamenti sessuali
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune tematiche complesse come l’inseminazione artificiale
Giudizio Artistico 
 
Gli attori sono simpatici ma la sceneggiatura sembra soprattutto preoccupata di riempire le puntate di eventi che possano mantenere impegnati tutti i protagonisti
Testo Breve:

Due nonni, quattro figli e cinque nipoti. Ritratto di una famiglia affiatata e solidale. Una certa disinvoltura nei comportamenti sessuali

Ci siamo sempre interessati su Familycinematv dei serial Tv in formato  family drama e non potevamo quindi non recensire Parenthood, la serie ideata da Jason Katims e ispirata all'omonimo film del1989 diretto da Ron Howard.

La serie fu trasmessa in prima visione assoluta negli Stati Uniti da NBC nel  marzo 2010. In Italia, dopo aver esordito su Mediaset Premium   verrà  trasmessa  sul Canale Mya la quarta stagione  dal 23 settembre 2013 mentre nello stesso mese in U.S.A. inizierà la quinta stagione.

Una serie che ha successo quindi e come si può vedere già nella trama, si tratta di una grande famiglia: i due capostipiti hanno quattro figli e cinque nipoti. Qualcosa di simile si è visto in Brother & Sisters -  segreti di famiglia dove i figli erano cinque ma l’approccio alla famiglia era completamente diverso. Se in questo  serial di Jon Robin Baitz si è voluto costruire un campionario di “temi nuovi”, dai matrimoni gay  all’omogenitorialità, al l’inseminazione artificiale e alla maternità surrogata, al l’eutanasia e al fin di vita, Parenthood va più sul “classico”: tradimenti fra coniugi, “la prima volta” delle figlie adolescenti e uso di erba.

Parenthood dà inoltre molti punti a Brothers & Sisters in termini di solidarietà: di fronte ai maremoti, siano essi  di tipo affettivo, finanziario o educativo che sconvolgono ad ogni puntata uno o più dei componenti della famiglia, alla fine le onde tornano ad acquietarsi e tutto viene risolto grazie all’affetto e al sostegno che ognuno sa dare all’altro nel bisogno

In primo piano (in ciò bisogna dare atto dell’originalità della serie) ci sono i problemi educativi dei figli.  Adam e Kristina hanno un bambino che manifesta una forma di autismo; dopo un momento di scoraggiamento (“ti prego, non farmi affrontare questa cosa da solo”: chiede Kristine al marito) i padre e madre sono tutt’uno nell’affrontare questa nuova situazione. Anche mamma Sarah ha difficoltà nel gestire Dew  che soffre  per la separazione dei suoi genitori (“ti meriti un bravo padre e io non avrei dovuto sposarlo ma per quel che vale tu hai me…,io non vado da nessuna parte. E mi dispiace tanto ma ti dovrà bastare questo.”).

Anche Julia, la mamma manager deve conquistarsi l’affetto della figlia, che non la vede mai a casa ma dal marito avrà i giusti suggerimenti per il recupero delle sue attenzioni mentre Crosby che non pensa affatto a sposarsi, scopre di essere padre di un bimbo di 5 anni e saprà conquistarlo a poco a poco. In vari momenti si affaccia un conflitto famiglia-lavoro ma tutti i Bravermann hanno una sola risposta a questo problema: la priorità va alla famiglia. Non manca l’apprezzamento della virtù della fedeltà (nonno Zerek viene messo sotto accusa dai suoi stessi figli quando si scopre che non è stato fedele alla loro madre) e l’importanza, per le nipoti adolescenti, di ritardare il momento della “prima volta”.

Abbondanza di buoni sentimenti dunque, ma c’è qualcosa che non va nel racconto;  i protagonisti applicano una morale che potremmo chiamare una “morale sperimentale”. Loro agiscono sempre e comunque e da come si sentono “dopo” comprendono se hanno sbagliato o no: nel primo caso si pentono e molto urbanamente chiedono scusa. Succede alla divorziata Sarah che già al primo appuntamento con un suo ex di gioventù si unisce a lui salvo poi pentirsi dell’impossibilità di recuperare ciò che si è perso. Accade alla giovane Amber, che passa una notte con il ragazzo di sua cugina Haddie, salvo poi  pentirsi del terribile  tradimento. Perfino alla nonna Camille è sufficiente incontrare ad una mostra il suo vecchio insegnante di pittura per concedersi una vendetta nei confronti del marito.

Se i protagonisti manifestano buoni sentimenti, sembra quasi che ciò avvenga perché sono  dotati, quasi per  fortunata coincidenza, di un felice bagaglio di sentimenti, che come tali potrebbero anche non esserci e scomparire. Il giudizio etico non deriva da una motivazione convinta e razionale, che proprio perché basata sulla ragione, può essere condivisa da tutti, ma è condizionato dal proprio sentire che come tale è soggettivo e poco condivisibile.

Il serial beneficia di attori bravi e simpatici ma tutti insieme sembrano come tanta carne pronta per essere cotta: ciò che accade,  accade quasi per effetto di un certo horror vacui: appena viene risolto un problema bisogna star pur certi che ne sta per arrivare un altro, in modo che tutti i protagonisti a fine puntata possano timbrare il cartellino perché ognuno ha fatto il pieno di emozioni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNDER THE DOME

Inviato da Franco Olearo il Dom, 07/14/2013 - 22:11
Titolo Originale: Under the Dome
Paese: USA
Anno: 2013
Sceneggiatura: Brian K. Vaughan dal romanzo The Dome di Stephen King
Produzione: Stephen King, Steven Spielberg, Neal Baer, Jack Bender, Justin Falvey, Darryl Frank, Stacey Snider
Durata: 43' per 13 puntate su Rai2 dal 14 luglio 2013
Interpreti: Mike Vogel, Rachelle Lefevre, Natalie Martinez, Britt Robertson, Alexander Koch

Gli abitanti di Chester's Mill, una piccola cittadina del Maine, si ritrovano un giorno tagliati fuori dal resto del mondo a causa di un impenetrabile, misterioso e invisibile campo di forza a forma di cupola che sovrasta l’intera città. Non possono ricevere viveri né comunicare con l’esterno. All’interno di questa trappola non voluta e non prevista i comportamenti degli abitanti sono i più vari: Duke, il capo della polizia e Linda, il vice scheriffo, cercano di aiutare chi ne ha bisogno, invitandoli alla calma; “Big Jim”, l’’unico consigliere della città rimasto vivo, cerca di approfittare della situazione per espandere la sua influenza; Julia, giornalista del quotidiano locale, cerca di dare il miglior servizio informativo alla cittadinanza per riscattare un suo precedente fallimento; “Junior”, il figlio di Big Jim, è mentalmente disturbato e ossessivamente geloso. “Barbie”, un veterano dell’esercito arrivato in città, cerca di nascondere il vero motivo per cui si trova ora in città. La situazione si protrae e a molte persone stanno per saltare i nervi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il comportamento degli uomini di fronte a una situazione di emergenza è molto vario: vengono a galla gli aspetti migliori ma anche quelli peggiori. Ciò è soprattutto vero quando manca un leader positivo e il pastore del posto è implicato in loschi traffici
Pubblico 
Adolescenti
Vi sono alcune scene di braccia e gambe mozzate. Un breve scena sensuale nella prima puntata.
Giudizio Artistico 
 
Il serial beneficia dell’ottimo romanzo di Stephen King da cui è tratto e riesce a mantenerne, oltre al mistero, anche la complessità intrigante dei caratteri dei protagonisti
Testo Breve:

Una piccola cittadina del Maine resta isolata dal resto del mondo da una cupola misteriosa. Il romanzo omonimo di Stephen King è ora un serial TV che riesce a mantenerne, oltre al mistero, la complessità intrigante dei caratteri dei protagonisti

Gli sceneggiatori di Lost sono tornati. Brian K. Vaugham che ha contribuito alle ultime due stagioni di quell’epico serial , ha curato l’adattamento di Dome, il romanzo di Stephen King uscito nel 2009. Questa volta non si tratta di un gruppo di uomini e donne che debbono sopravvivere in un’isola deserta ma degli abitanti di un’intera cittadina del Maine che restano  intrappolati all’interno di una cupola che si è misteriosamente formata sopra e intorno a lei.

Che ci si trovi di fronte a una fiction di serie A lo si vede subito dalle prime puntate: la tensione che si determina fra gli abitanti è direttamente proporzionale al mistero che quel genio di Stephen King è riuscito a inventare. I personaggi non sono mai banali: ognuno si mostra agli altri per quello che dovrebbe essere ma al contempo sembra nascondere qualche segreto nelle pieghe del suo passato.

La  puntata pilota, trasmessa dalla CBS  il 24 giugno 2013, con i suoi 13,5 milioni di spettatori, è stata la prima di maggior successo in periodo estivo degli ultimi 20 anni. La gestazione del serial è stata sofferta: Steven Spielberg, già all’uscita del libro, quando era responsabile della Dream Works Television, aveva compreso le potenzialità del racconto e ne aveva comprato i diritti.  Dopo alcuni passaggi intermedi, i diritti sono approdati alla CBS che ne ha programmato l’uscita per l’estate 2013 dopo una vasta campagna promozionale iniziata in primavera. Steven Spielberg e lo stesso Stephen King ne sono rimasti produttori esecutivi.

Il serial non disdegna l’impiego di effetti speciali ma la componente fantascientifica non è prevalente se non  in un generale  stato psicologico, per tutti gli abitanti, di dover fronteggiare un mistero che non trova una risposta definitiva anche se gli autori hanno cercato, puntata dopo puntata, di alzare gradualmente il velo del mistero.

Ciò che prevale è la componente umana, la reazione dei vari protagonisti di fronte a questo evento straordinario. Non mancano i volgari profittatori ma l’animo dei più viene messo alla prova: ognuno si trova a gestire un difficile  equilibrio fra quello che è sempre stato, spesso con il peso di un doloroso passato e  la possibilità di cambiare o forse solo di mostrarsi diverso  di fronte agli altri.

Per interessare una audience la più vasta possibile, sono stati introdotti anche alcuni personaggi adolescenti: Joe è un simpatico ragazzo che impiega le sue competenze di fisica apprese a scuola per una indagine sistematica sulle caratteristiche della cupola;  molto timido, riesce a fare  amicizia con una adolescente di passaggio che ha due madri  lesbiche, introdotte per garantire un approccio  politically correct alla fiction.

E’ ancora presto per dire se le evoluzioni dei personaggi coinvolti riusciranno  a trasmetterci dei significati che trascendono la storia stessa, come era già successo in Lost.  Come ha detto quel furbo di King in una intervista alla CBS: “noi tutti siamo sotto una cupola. Perché per quanto ne sappiano, questo piccolo, fragile mondo è tutto quello che abbiamo”

Il serial viene trasmesso su Rai2 a partire dal 14 luglio 2013 e (per il momento) ne sono previste 13 puntate. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PRETTY LITTLE LIARS

Inviato da Franco Olearo il Dom, 07/14/2013 - 21:33
Titolo Originale: Pretty Little Liars
Paese: USA
Anno: 2010
Sceneggiatura: Marlene King, è basata sull'omonima serie di libri scritta da Sara Shepard pubblicata in Italia con il titolo di Giovani, carine e bugiarde
Produzione: ABC Family
Durata: 42' per stagioni 4 su Italia1 da giugno 2013
Interpreti: Troian Bellisario, Ashley Benson, Lucy Hale, Shay Mitchel

Quattro ragazze di sedici anni, Spencer, Hanna, Aria ed Emily studiano alla stessa high school nella cittadina di Rosewood. La loro quinta amica, Alison è scomparsa misteriosamente e solo un anno dopo è stata trovata uccisa nella sua stessa casa. La polizia riapre il caso e nel frattempo le ragazze ricevono misteriosi SMS da una persona che si firma come “A” e che mostra di conoscere molti particolari intimi della loro vita. Durante le esequie di Alison compare in chiesa anche Jenna, una loro coetanea non vedente. Le quattro ragazze e Jenna condividono un segreto che tutte hanno giurato di non svelare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial dà per scontati comportamenti disinvolti in tema di sessualità e inevitabili certe situazioni di tradimento matrimoniale
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Non ci sono né scene di violenza né nudità ma molta indifferenza nei comportamenti
Giudizio Artistico 
 
L’andamento della storia è lento, la recitazione è elementare e resta diluito al massimo quel poco di suspence che la storia riesce a fornire
Testo Breve:

Quattro ragazze frequentano la stessa high school ed hanno molti segreti da condividere. Un serial con una patina molto elegante per rivestire un poco stimolante meccanismo di suspence

Quando una serie televisiva viene confermata per il quarto anno consecutivo vuol dire che inizia a disporre di un pubblico affezionato. E’ quanto sta succedendo, per ora solo in USA, a Pretty Little Liars, un teen drama con una sfumatura di thriller che viene proposto dal network ABC  Family da giugno 2010. E’ stato in seguito presentato in Italia sul canale a pagamento Mya ed ora, da giugno 2013 vengono trasmesse in sequenza, in chiaro su Italia1, la prima e la seconda stagione.

Il fatto che sia un prodotto ABC Family (di proprietà della Walt Disney), che ha un target primario femminile  joung adult,  vuol già dire qualcosa: non compaiono scene di sesso né di violenza. Ciò non vuol dire affatto  che vengano proposti messaggi positivi. Il canale era stato già ampiamente criticato dalle associazioni dei genitori sopratutto a causa della fiction:  The Secret Life of the American Teenager (la storia di una ragazza di 15 anni che resta incinta) che ben poco aveva di quel che comunemente viene considerato espressione di una fiction familiare. La risposta del presidente del Disney-ABC Television Group a queste critiche è stata lapidaria: “il miglior modo di interagire con la propria audience è quello di essere “autentici”. Si è perpetuata in questo modo l’eterna ipocrisia di coloro che  producono programmi televisivi: dichiarano di limitarsi a prendere atto dell’evoluzione della società ma in realtà inseriscono elementi che risultano “pruriginosi” quanto basta per  attirare il pubblico. In questo modo sono loro che spostano in alto l’asticella di ciò che deve intendersi per “normale”, asticella che inevitabilmente, ad ogni nuovo serial dovranno spostare sempre più in alto.

Le quattro ragazze di Rosewood hanno 16 anni (le attrici che le interpretano ne hanno visibilmente di più) e tutte hanno rapporti con il loro ragazzo (Aria in particolare con un suo insegnante). Dal momento che le ragazze  sono quattro, in base a un criterio politically correct ormai consolidato al cinema come alla televisione, una di loro è lesbica. Fra i loro genitori c’è chi è già separato e chi tradisce di nascosto ma il comportamento più stupefacente è quello dei genitori di Spencer, che acconsentono a che loro figlia maggiore si organizzi una convivenza con il proprio ragazzo in un casolare situato nel giardino stesso della  casa.

Il tutto avviene nel  più naturale e urbano dei modi: la vita fluisce senza che nulla desti meraviglia ma anche senza passioni.

Il racconto è organizzato in modo che ad ogni puntata si faccia qualche piccolo passo avanti nella scoperta del misterioso mr/miss “a” che firma degli SMS minacciosi a tutte mentre si sviluppano le storie sentimentali  (inevitabilmente problematiche) delle quattro ragazze. Non manca qualche consumazione saltuaria di stupefacenti e, per passare un pomeriggio stimolante, Hanna  ed una sua amica non disdegnano di compiere furti di abbigliamento “carino” al centro commerciale. Il tutto avanza intervallato da riunioni riservate fra le quattro ragazze, il vero baricentro di ogni puntata,  bisognose di scambiarsi le ultime confidenze e di decidere il da farsi.

Ciò che colpisce di più in questo serial è l’artificiosità dell’ambientazione: abbiamo visto troppe fiction ambientate fra ragazzi della high school per non stupirci del  look delle ragazze da signora borghese e un trucco ogni volta impeccabile.  I rapporti fra loro, con i ragazzi, con i genitori, sono  assolutamente urbani anche in situazioni di tensione:. E’ come se tutto venisse raccontato nel salotto buono di una casa antica, dove la regola è mai alzare la voce.

La psicologia dei personaggi è poco o nulla approfondita e ogni comportamento è al servizio, in modo quasi meccanico, del mistero che deve restare tale, pena il far cadere in verticale l’interesse per questa storia.

La gamma espressiva delle ragazze non ha un’ampia escursione: si passa da un atteggiamento contrariato a uno sorpreso, senza mai troppo esagerare.

Resta da comprendere il perché del successo di questa serie. E’ indubbio che il racconto è predisposto per un pubblico femminile: lo è in quel modo di riunirsi fra amiche, parlare sottovoce facendosi confidenze e qualche pettegolezzo. Ci sono dei ragazzi nella storia ma ne restano al di fuori, sono dei “loro”, tutti troppo stupidamente carini. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN JERSEY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/30/2013 - 19:13
 
Titolo Originale: Made in Jersey
Paese: USA
Anno: 2012
Sceneggiatura: Dana Calvo
Produzione: FanFare Productions, Sony Pictures Television
Durata: 8 puntate di 42 minuti
Interpreti: Janet Montgomery, Kristoffer Polaha, Kyle MacLachlan, Megalyn Echikunwoke

Martina Garretti è una giovane donna del New Jersey di origine italiana che grazie alla sua tenacia e nonostante le origini modeste, è riuscita a farsi assumere in un importante studio legale di New York iniziando da subito a risolvere casi anche complessi. I suoi modi schietti ma sinceri riescono a far breccia nel nuovo ambiente di lavoro, formale è un po’ snob e destano simpatia le continue interruzioni sul lavoro che lei subisce da una famiglia numerosa e invadente.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista si fa notare per un comportamento onesto verso tutti i colleghi e l’attaccamento alla famiglia di origine
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche tematica per adulti
Giudizio Artistico 
 
La protagonista è molto simpatica, i casi legali sono ben sviluppati, ma non riescono a sottrarsi a una certa prevedibilità che fanno perdere la suspence per l’inatteso
Testo Breve:

Una giovane avvocatessa di origini italiane risolve complessi casi legali in uno studio di New York. Immagine positiva di immigrati italiani che si distinguono per il loro attaccamento alla famiglia

E’ pensiero comune ritenere, anche se probabilmente non è più vero, che nel New Jersey vivano molti americani di origine italiana. Il serial TV Made in Jersey, in onda  da aprile 2013 su Fox Life, già andato in onda in U.S.A. sulla rete CBS nel 2012, ha come protagonista Martina Garretti, una italoamericana.

Non possiamo che applaudire al fatto che finalmente essere italiani non è più sinonimo di mafioso (I Soprano insegna) ma Martina, cresciuta in una famiglia numerosa di semplici origini, è riuscita con la sua tenacia a diventare avvocato e nella prima puntata la vediamo entrare, come neo assunta, in un prestigioso studio legale di New York. Sono lontani da lei anche i comportamenti rozzi che hanno costituito il successo dei protagonisti di Jersey Shore, giovani cafoni e tamarri di quello stato.

Il suo look inoltre è assolutamente professionale e non tradisce nulla delle sue origini: tailleur d’ordinanaza, borsa business e gonna sopra il ginocchio, unica concessione alla sua giovane età. Dov’è allora la sua italianità, come si può impostare un serial  che possa diventare interessante proprio perché la protagonista è un’italiana?

La risposta è nella famiglia. Un italiano si identifica in U.S.A. (almeno lì, meno male) per una sana, antica consuetudine a mantenere saldi i rapporti con i genitori e i fratelli, a non perdere i legami con la famiglia di origine anche quando si è diventati adulti.

La Garretti è la più piccola di una famiglia numerosa, dove la componente femminile ha la maggioranza: due sorelle, una sposata e l’altra divorziata, un fratello perdigiorno, una madre onnipresente ed impicciona, un padre che a stento riesce a infilare una parola nelle loro conversazioni.

Ad ogni puntata viene presentato un micro evento della famiglia: se Bonnie, la sorella divorziata invita a pranzo il suo nuovo fidanzato, subito dopo si organizza una riunione di famiglia per giudicare se  è l’uomo più adatto; se il figlio della sorella maggiore ruba un giubbotto in un negozio e  il proprietario è deciso a sporgere denuncia, Martina riesce a dissuaderlo offrendogli in cambio assistenza legale gratuita per un suo contenzioso. Se Martina non ha ancora ricevuto la prima busta-paga dallo studio, l’intraprendente mamma va direttamente a parlare con Donovan Stark, il titolare dello studio.

L’italianità va ricercata anche nei modi estroversi, schietti e allegri della protagonista (interpretata in realtà da Janet Montgomery, un’attrice britannica) che fanno da contrasto con i modi distaccati e un po’ snob dell’ambiente dello studio.

Non è da escludere che sia stato costruito di proposito un confronto, puntata dopo puntata, fra i valori portanti dei due mondi: se Martina resta indignata dal comportamento della madre di un suo cliente che ha abbandonato il figlio all’età di otto anni e solidalizza con la sorella nel dissuadere la nipote adolescente dal farsi un tatuaggio, veniamo a sapere che due colleghi maschi dello studio sono riusciti ad ottenere l’adozione di un bambino coreano mentre una cliente altolocata dello studio, essendo sterile, è riuscita a trovare una madre surrogata.

Le parentesi private sono però molto brevi, perché il cuore di ogni puntata è costituito dalla risoluzione di un legal thriller. La perspicace e tenace Martina riesce ogni volta a risolvere un caso che si presenta più complesso del previsto, spesso in contrasto di altri suoi colleghi che si accontenterebbero di un compromesso legale.

Se i dettagli investigativi sono sviluppati con buone competenze legali, la serie si adagia sulla sicurezza di un meccanismo ben oliato, che alla fine rende tutto scontato: il caso viene risolto, Martina riceve l’apprezzamento del capo dello studio, le stesse colleghe, che all’inizio l’avevano ostacolata, finiscono per complimentarsi con lei e la puntata si conclude con il primo piano di  Martina che sorride radiosa, mentre i suoi occhi dicono:  “quanto sono stata brava”.

Il serial non non ha avuto successo, almeno in U.S.A e si è fermato all’ottava puntata. Progettato per un pubblico prevalentemente femminile, si è forse pensato che questo tipo di audience avrebbe gradito la valorizzazione della famiglia e un ambiente di lavoro dove prevale la collaborazione e un’onesta attribuzione di meriti. Forse l’errore è stato proprio qui: non c’è cattiveria nelle storie, non c’è sesso (Martina si occupa solo di lavoro e non ha un fidanzato) né violenza.
Indubbiamente non ha aiutato una certa ripetitività nei plot delle varie puntate che forse ha contribuito a far sì che  il “buono” diventasse “buonismo”. Probabilmente il “buono” deve nascere, per interessare, dal contrasto con il “cattivo”

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE NEW NORMAL

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/08/2013 - 10:11
Titolo Originale: The New Normal
Paese: USA
Anno: 2012
Sceneggiatura: Ryan Murphy, Allison Adler
Produzione: 20th Century Fox Television, Ryan Murphy Productions
Durata: 22 min a episodio
Interpreti: Justin Bartha, Andrew Rannells, Georgia King, Ellen Barkin

Justin è un ginecologo affermato, Bryan un costumista di Hollywood: beneficiano di un certo benessere e vivono assieme perché sono omosessuali. Un giorno Bryan vede un delizioso bambino in un centro commerciale e decide che sarebbe carino per lui e il suo compagno allevarne uno. Decidono quindi di rivolgersi ad una agenzia per il reperimento di una madre surrogata e trovano ciò che fa per loro in Goldie, una giovane donna con una bambina che si è separata da poco dal marito e che ha bisogno di soldi per rifarsi una vita…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial mostra, probabilmente in modo intenzionale, tutta l’ipocrisia della condizione di madre surrogata, puro strumento meccanico per la nascita di un figlio destinato ad altri. Non c’è generazione ma produzione; non paternità ma "acquisto" di un gradevole intrattenimento
Pubblico 
Maggiorenni
Il serial può essere utile agli studiosi del fenomeno gay, inteso come movimento d'opinione
Giudizio Artistico 
 
Ryan Murphy conferma, dopo Glee, tutte le sue capacità di mostrare con umorismo tagliente la sua visione della vita, che vede nella piena libertà dei rapporti la nuova normalità
Testo Breve:

La storia, giorno per giorno, di una coppia di omosessuali che decide di allevare un bambino grazie all’aiuto di una madre surrogata. Non c’è generazione ma produzione; non paternità ma acquisto di un gradevole intrattenimento

Ryan Murphy con questo New Normal cerca di bissare il successo che ha ottenuto nelle scorse stagioni con Glee. Fra i ragazzi della high school, così piacevolmente canterini da decretare il successo di questo serial-musical, la tematica omosessuale era stata già dominante (molto dominante: sei ragazzi su dodici ne erano coinvolti) ma ora Ryan Murphy, con il supporto di Allison Adler, già sua collaboratrice in Glee, ha deciso di fare il grande passo: in New Normal tutta l’attenzione è concentrata nel raccontare, quasi giorno per giorno, la vita di una coppia omosessuale che decide di avere un figlio tramite una madre surrogata e con l’occasione,  di sposarsi. In un certo senso il serial ufficializza il passaggio dalla generazione di un figlio alla sua “fabbricazione”, dalla paternità all’acquisto di un gradevole intrattenimento.

Se  Glee poteva vantare una confezione particolarmente gradevole grazie ad un ampio repertorio di canti e balli, in New Normal Ryan tenta la carta della commedia: le battute umoristiche dei protagonisti sono continue (a dire il vero molto collegate con la realtà americana), il racconto si mantiene costantemente sopra le righe e in certi momenti  sfiora il puro cinismo. A volte è difficile comprendere se Murphy stia adottando l’arma dell’ironia per non prendersi troppo sul serio o se stia cercando di dire con il sorriso cose terribilmente serie. Appare più probabile la seconda ipotesi.

Come si era potuto notare nel film  I figli stanno bene (la storia di una coppia lesbica che ha cresciuto due ragazzi i quali, una volta adolescenti, cercano di fare conoscenza con il loro padre biologico) gli  autori pro-gay hanno ormai superato la fase puramente difensiva, di denigrazione verso chi mostra di avere pareri contrari  e si stanno concentrando nel descrivere in dettaglio la vita all’interno di una famiglia gay: ne vengono mostrate gioie ma anche le tante difficoltà, proprio per  dimostrare che la vita vera all’interno di queste famiglie New Nornal  è del tutto assimilabile a quella di una tradizionale.

La storia ha inizio quando Bryan nota un delizioso bambino su di un passeggino ed esclama: “è  la cosa più carina che abbia mai visto: debbo assolutamente averla”.

La frase inquadra da subito quello che sarà l’atteggiamento della coppia: avere un figlio corrisponde all’acquisto di un gradevole, delizioso  diversivo per la propria vita. Il fatto che la  scena si svolga all’interno di un negozio, subito dopo che Bryan ha finito di selezionare con vanitoso puntiglio un appariscente capo di vestiario non fa che avvalorare questa ipotesi: è il primo esempio di come  Murphy fa dell’ironia dicendo cose molto serie.

Le reazioni a questa aspirazione di Bryan sono le più disparate: “lo sai che una volta comprato non si può più restituire” gli fa osservare Justin, poco convinto della proposta del suo compagno di diventare padre. Interessante è anche la reazione del resto della comunità omosessuale al quale i due appartengono: si sentono traditi dalla decisione di David e Bryan. Il fatto che nessuno di loro doveva fino a quel momento prendersi cura di una famiglia costituiva una forte motivazione per una  solidarietà esclusiva.

Lo “shopping” prosegue con la selezione meticolosa della ragazza che donerà l’ovulo e di quella che fungerà da madre surrogata (in California, dove si svoge il racconto, è permesso stipulare contratti di questo genere). Lo spiega molto bene il responsabile dell’agenzia che si occupa di trovare le ragazze:  la madre surrogata è “come un forno che però non ha nessun diritto legale sui suoi manicaretti”.

Goldie Forrest è la ragazza che viene scelta come madre surrogata: a lei fanno comodo i 35.000$ previsti per l’ingaggio,  visto che si è appena lasciata col marito. Quest’unico rappresentante di una famiglia tradizionale è ovviamente quanto di più insulso e infantile si possa immaginare. Per sottolineare ulteriormente  a quale disastro siano arrivate le coppie eterosessuali, scopriamo che Goldie è stata abbandonata dai suoi genitori appena nata e che  è stata allevata da sua nonna, una caricatura della Sarah Palin, razzìsta e omofobica (ma poi si convertirà).

Goldie non ha problemi a prestare il suo grembo a una coppia gay: “amore è amore e famiglia è famiglia”.

Come è noto per “fabbricare” un bambino ci vogliono nove mesi che ormai, per qualsiasi donna che attende un bimbo per sè o per conto terzi, sono nove mesi di  angosciosa e massiccia sequenza di analisi  che hanno un solo obiettivo: diagnosticare per tempo l’eventuale presenza di qualche “difetto” che avrebbe come conseguenza l’interruzione della gravidanza.

I due padri in trepida attesa raggiungono il culmine del kitsch dichiarandosi eterno amore davanti allo schermo dal quale per la prima volta riescono a vedere l’ecografia del “loro” bimbo: Goldie sta sul lettino in un angolo del laboratorio, semplice appendice di quell’apparecchio.

Come era già successo in Glee ,  Murphy non tralascia di dedicare un’intera puntata del serial ai rapporti con la fede, specificatamente quella cattolica. Questa volta però cambia tono, niente più note sarcastiche sull’insensibilità della Chiesa ma l’incontro fra Bryan, che ha avuto da giovane un’educazione cattolica (come in effetti  l’ha avuta Murphy) e un simpatico sacerdote. Questi gli ricorda che la Chiesa non è anti-gay: Cristo ha aperto le braccia a tutti, è stato un combattente che vedeva le ipocrisie dell’epoca e che riuscì a rivoluzionare la società. Anche Bryan deve lottare per la sua anima ed essere confidente che prima o poi le cose cambieranno (il Papa è visto come un vecchio zio che ogni tanto bisogna invitare ai barbeque di famiglia). Mentre parla di cambiamenti, il sacerdote guarda allusivamente ad una ragazza che si sta preparando a indossare l’abito da  chierichetto

Ryan Murphy è un propugnatore formidabile delle sue idee, lo fa impiegando le sue indubbie doti di ideatore di serial TV, avvantaggiandosi del fatto che trova il vuoto intorno a se: nessuno in grado di controbattere con le stesse armi le sue idee. In fondo il suo è un modo di riallacciarsi alle più antiche teorie dualiste: ciò che conta è lo spirito, sono i propri sentimenti; il corpo è un accessorio che va posto al servizio dello spirito. A dire il vero i manichei o i catari di un tempo disprezzavano il corpo, considerandolo una specie di prigione dell'anima; in questo dualismo moderno il corpo non viene disprezzato ma è materia inerte da impiegare in modo strumentale. 

Attraverso il filtro della sua tranciante ironia, Murphy non manca di esprimere delle riserve su certi comporamenti della condizione gay. Non si può negare che guardi con molta perplessità alla condizione di madre surrogata e che proponga piuttosto, visti i buoni rapporti che si sono instaurati fra i due padri e la madre naturale, la costituzione di una famiglia allargata.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TALENT HIGH SCHOOL - Il sogno di Sofia

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/10/2012 - 11:47
 
Titolo Originale: Talent High School- Il sogno di Sofia
Paese: Italia
Anno: 2012
Regia: Daniela Borsese
Sceneggiatura: Emanuela Canonico
Produzione: Lux Vide, DeAgostini
Durata: Sit com in onda dal lunedì al venerdì alle 19 su Super!, a partire dal 24 settembre 2012
Interpreti: Alice Bellagamba, Francesco Salvi, Gianmarco Pozzoli, Gianluca Vicari, Katsiaryna Shulha, Emanuela di Crosta

Sofia è una ragazza che sente di avere talento per il ballo e aspira ad iscriversi alla Talent High School, ma in realtà non dispone di nessun titolo (è una autodidatta) e per di più suo padre, che gestisce una officina meccanica, non apprezza il ballo e preferisce che lei frequenti una scuola più tradizionale. Alla fine Sofia realizza il suo progetto attuando uno scambio di persona ma sa che la sua posizione è in pericolo perché Bard, il suo un po’ presuntuoso compagno di classe, ha scoperto tutto..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un’allegria contagiosa viene trasmessa dai simpatici protagonsti della sit com
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
I protagonisti sono fortemente caratterizzati in modo da renderli apprezzabili da un pubblico più giovane. La mancanza di ricche coreografie riduce la spettacolarità della sit com
Testo Breve:

Il debutto della Lux Vide nel mondo dei serial per adolescenti si avvantaggia della simpatia dei protagonisti  e trasmette un senso di contagiosa allegria

 

E’ chiaro che i serial incentrati sulla combinazione scuola, canto e  ballo mostrano grande attrattiva per un pubblico giovanile.
High School Musical della Walt Disney, sia in versione televisiva che cinematografica ha fatto scuola. Le coreografie sono state indispensabili per attirare il pubblico teen ma in realtà si è trattata  di una strategia narrativa che è riuscita ad instaurare un rapporto empatico con il pubblico teen. L’obiettivo è stato quello di raccontare una storia di speranza per dei giovani agli ultimi anni di high school, prima di andare all’università o entrare nel mondo del lavoro.

“Glee” ha avuto  e sta avendo  ugualmente molto successo grazie al buon  livello delle parti cantate e ballate ma il tema dominante è molto diverso:  l’esternazione della propria libera sessualità, in qualsiasi direzione si orienti.

In Italia Canale 5 ha trasmesso “Non smettere di sognare”: a metà strada fra la serie Amici di Maria de Filippi e i film romantico-adolescenziali di Federico Moccia; un serial che ha puntato  sulla spettacolarità delle coreografie e su canzoni d’effetto, ma la trama punta tutto sulla complicazione di situazioni sentimentali già “televisionate” tante volte.

 “Talent High School “ costituisce il debutto della Lux Vide nel mondo dei serial televisivi per adolescenti e lo fa sul canale Super!, un canale di intrattenimento della De Agostini interamente dedicato ai ragazzi e ai giovani (sul Digitale terrestre sul canale 47 e sulla piattaforma Sky sul canale 625).

Anche il questo caso una scuola artistica è l’ambientazione in cui si incontrano e ballano  i giovani protagonisti di questa sit com.

C’è Sofia (Alice Bellagamba, che avevamo già incontrato in Non smettere di sognare e in Maria di Nazareth), una ragazza allegra e serena che vive con un padre bonario e affettuoso (Francesco Salvi) che pur di entrare nella Talent High School (è solo un’autodidatta) si finge un’altra persona e non svela la verità al padre.

Bart (Gianluca Vicari) è un bravo ballerino, figlio di un produttore discografico, che ha un sogno ben preciso: diventare un meccanico della Ferrari. Sofia lo aiuta presentandolo a suo padre che lo ingaggia come meccanico e si stabilisce in questo modo un do ut des fra i due giovani, sempre molto animato.

Greta (Emanuela Di Crosta) è invece una ragazza un po’ stranita ma simpatica, che crede avere il dono della veggenza mentre Marion (Katsiaryna Shulha) , in quanto figlia del preside della scuola ha un atteggiamento di insopportabile supponenza anche se nel suo intimo ha bisogno del calore di un'amicizia;  intanto schiavizza il povero Greg (Romolo Guerrieri), un ragazzo buono e remissivo, che ha l’aspirazione di diventare uno stilista.

Il professor De Blasi (Gianmarco Pozzoli) riesce a tirar fuori dai ragazzi il meglio di sé ma anche lui ha qualche stranezza: è smemorato in modo cronico e si scrive sempre degli appunti sulle mani.

Secondo la logica collaudata della sit com, on c’è una storia che si sviluppa trasversalmente alle puntate, non c’è una evoluzione dei personaggi ma una volta che questi sono stati delineati,  interagiscono fra loro in funzione delle circostanze che si vengono a creare ad ogni puntata che si chiude su se stessa.

Tutto si gioca sulla simpatia dei ragazzi e se si potrebbe commentare che nella definizione dei personaggi c’è una certa caratterizzazione macchiettistica, ciò è dovuto probabilmente al pubblico target che è quello della prima adolescenza, per il quale fa premio la solarità e una immediata  individuazione dei caratteri.

Le puntate giornaliere scorrono quindi allegre e serene, perfettamente adatte al pubblico per il quale sono state realizzate.

Un’unica osservazione: se fossero stati inseriti momenti coreografici più ricchi con il supporto di  belle canzoni si sarebbe concesso di più alla gradevolezza dello spettacolo. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BROTHERS & SISTERS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/26/2012 - 19:12
Titolo Originale: BROTHERS & SISTERS
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Jon Robin Baitz
Sceneggiatura: Jon Robin Baitz
Produzione: Touchstone Television
Durata: 45 minuti a episodio per 5 stagioni
Interpreti: Sally Field, Dave Annable, Calista Flockhart: Kathrine, Rachel, Griffiths, Balthazar Getty,Sarah Jane Morris

I Walker sono una famiglia agiata della California. William, il patriarca della famiglia, muore improvvisamente: la vedova Nora e i suoi cinque figli debbono riunirsi per far fronte ai numerosi problemi. Holly, l’amante del defunto Wiliam, cerca di accaparrarsi una fetta della società di famiglia. Nora resta l’unico riferimento per tutta la famiglia ma anche lei ha un passato da nascondere. La figlia Sarah dopo il divorzio si innamora di Luc, un affascinante pittore francese. Kitty, l’altra sorella resta vedova all’inizio della quinta stagione. Kevin Walker con un carattere irascibile e fiero della sua inclinazione omosessuale, si sposa con Scotty, più paziente ed affettuoso. Justin Walker il figlio minore, tornato dall’Afghanistan, si rifugia nella tossicodipendenza. Saul infine è il fratello maggiore di Nora. Rivela la sua omosessualità solo alla seconda stagione.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial cerca di promuovere una nuova visione della famiglia: ciò che solo conta in una coppia è l’affetto reciproco e non la complementarietà sessuale; nei confronti dei figli si passa da una logica procreativa a una produttiva, senza alcun diritto per i nascituri
Pubblico 
Sconsigliato
Il serial è sconsigliato come forma di intrattenimento; utile per chi vuole studiare i nuovi atteggiamenti nei confronti della famiglia
Giudizio Artistico 
 
Il serial è ben recitato e si appoggia a dialoghi ben costruiti; ha vinto per ben quattro volte il GLLAD Media Awards e l’attrice Sally Field per due volte è stata premiata come migliore attrice drammatica televisiva.
Testo Breve:

Una benestante famiglia americana costituita da una vedova e cinque figli si ritrova unita nonostante le peripezie dei singoli. Il serial misconosce completamente il significato coniugale del matrimonio e i diritti più elementari dei nascituri

 

Su Rai2 si sta completando la quinta ed ultima stagione di questo serial iniziato in USA sulla rete ABC nel 2006 e terminato nel 2011. Ideato da Jon Robin Baitz, è stato trasmesso in Italia prima su Fox Life e ora in chiaro su Rai2.

Il tema portante  è la famiglia. I Walker sono un'agiata famiglia californiana con una madre affettuosa ma invadente e cinque figli adulti con sufficienti problemi da alimentare le  puntate di cinque stagioni.
La serie conferma , sullo sfondo degli ultimi grandi eventi americani (l’11 settembre, le guerre in Irak ed Afghanistan) come i singoli, a volte feriti, a volte determinati, sempre fluttuanti nei loro sentimenti, solo nella famiglia possono ritrovare quella calda accoglienza e profonda comprensione che consente loro di andare avanti.
Ad ogni puntata accadono calamità esterne,  disaccordi interni, ma i Walker sono  dotati di buon senso e alla fine prevale l’armonia e l’accordo familiare perché tutti sono  coscienti che non esiste altro luogo dove trovare serenità e felicità. In effetti non sono rappresentati casi di convivenza, ma tutti si sposano (proprio tutti, anche chi è omosessuale: evidentemente queste unioni sono state celebrate prima che un referendum popolare dello stato della California le abolisse)  o desiderano sposarsi.

Ma di quale famiglia stiamo parlando? Da quali tipi di coppie sono costituite? Quali figli vengono allevati? Si tratta in effetti non di una famiglia classica ma di una “Modern family”, per citare un altro serial trasmesso di recente che presenta situazioni simili.

La rivista FilmTV (n. 27 del 2012), nell’elogiare  la qualità del serial, afferma: “l’attualità irrompe nelle vite dei Walker, portando con sé argomenti come i matrimoni gay e l’omogenitorialità, l’inseminazione artificiale e la maternità surrogata, l’eutanasia e il fin di vita. Temi bollati in Italia come eticamente sensibili che in Brothers & Sisters vengono affrontati apertamente, senza ipocrisie, moralismi né condizionamenti religiosi”.

L’osservazione è corretta. Il serial, che è di buona fattura e risulta essere, più che privo di  moralismi, senza morale  ed è totalmente privo di qualsiasi riferimento religioso.

“Non c’è destino per noi, l’universo è causale” sentenzia Nora alla 19ma puntata della quinta stagione (temo che abbia visto troppi film di Woody Allen). In effetti  la volontà di tutti i protagonisti fluttua liberamente, spesso in modo angoscioso, incerta di null’altro se non cercare di comprendere ciò  che può loro piacere, avendo come unica condizione esterna il non giudicare gli altri come loro non vogliono esser giudicati.

Anche il concetto di amore fra familiari è modificato: non è più il tradizionale “cercare il Bene dell’altro” ma dal momento che non esiste più ciò che è giusto o sbagliato, l’unica cosa che ha valore è aiutare il proprio familiare a comprendere cosa realmente egli desideri, qualunque cosa possa essere. Si tratta di una forma di maieutica ed in effetti nei dialoghi del serial c’è  sempre un alto tasso di psicoanalisi.

Quando si è legislatori e  giudici unici di se stessi, il primo fattore che salta è la coerenza perché si è sempre disposti a giudicare benevolmente il proprio passato.  Tutti i Walker appaiono seriamente intenzionati a cercare il vero amore, quello che dura tutta la  vita, ma poi diventa difficile comprendere come  il patriarca della famiglia, William Walker (che muore alla prima stagione) abbia avuto per lungo tempo  una amante mentre  sua  moglie Nora scopre, alla quinta stagione, che sua figlia Sarah è in realtà frutto di un  amore avuto in  gioventù. Lo stesso si può dire dei  figli Sarah e Justin che cercano l’amore ma hanno già un matrimonio fallito alle loro spalle.

Anche il tema della generazione è trattato con disinvoltura: Julia Walker, scoperta la sterilità di suo marito, ricorre alla fecondazione eterologa con il seme di Kevin e Justin. Pur di avere un figlio da educare, i due sposi Kevin e Scotty convincono una loro amica a fare da madre surrogata. La donazione del seme o dell’ovulo, il fare da madre surrogata sono visti come forme di moderna carità.

Ovviamente ci può essere chi è contrario a questo approccio e in alcune puntate si presentano alcuni personaggi  che contrastano i “principi Walker”  ma alla fine tutti “si convertono” alla nuova etica e l’armonia torna a regnare.

Due esempi sono molto significativi a questo riguardo.

Nella puntata 17/5 (La scelta di Olivia)i coniugi Kevin e Scott hanno fatto domanda per adottare una bambina orfana. La pratica è a buon punto quando arriva il fratello maggiore della bambina che reduce dall’Afghanistan, reclama il diritto naturale di poter prendersi cura di sua sorella.  Questo fratello è di origine sudamericana e quindi, anche se non detto esplicitamente, si comprende che è di fede cattolica. Quando le parti in causa si trovano davanti al giudice che deve decidere per l’adozione, il fratello, nel perorare la sua causa, dichiara che non ritiene adeguato che una coppia di omosessuali allevi sua figlia. Ciò fa scattare subito nei suoi confronti l’accusa di bigotto, di violazione delle leggi americane contro le discriminazioni sessuali e alla fine il giudice assegna l’adozione alla coppia omosessuale. Il fratello, all’inizio contrariato, riconosce di aver sbagliato e accetta di limitarsi ad andare a trovare di tanto in tanto sua sorella.

Nella puntata 20/5 (il padre sconosciuto), sempre la coppia Kevin e Scott scopre che Michelle, la ragazza alla quale avevano chiesto di svolgere la funzione di madre surrogata, ha  finto un aborto ma in realtà si è tenuta il bambino: evidentemente, dopo averlo avuto nel  grembo per nove mesi e averlo partorito, ha avuto la debolezza di affezionarsi . Ciò scatena l’ira dei due sposi  perché considerano questo bambino a tutti gli effetti loro figlio (“tu sei solo la gestatrice surrogata di nostro figlio” urla Kevin a Michelle in un momento d’ira) mentre Michelle vive nel terrore di venir denunciata alla polizia ( evidentemente non esiste più un diritto primordiale di maternità per la donna che ha dato alla luce un bambino) .
Alla fine anche Michelle si “converte”: consegna ai due il bambino e sparisce dalla loro vita. Ecco quindi che i due padri danno a turno, tutti contenti ,le pappine a questo bimbo appena svezzato che si guarda bene dal piangere, dal reclamare la mamma che fino a poco prima lo aveva allattato: anche a lui, nonostante i pochi mesi di vita, è ben chiaro chi sono i suoi “veri” genitori.

Con il loro atteggiamento molto poitically correct e presentando protagonisti  molto urbani e di buon senso, gli sceneggiatori mostrano in realtà cinismo e  indifferenza nei confronti dei diritti dei nascituri e dei bambini orfani, passano dal concetto di procreazione a quello di “fabbricazione” di un essere umano, manca loro qualsiasi sensibilità per una ’ “ecologia umana” e manca loro ovviamente il senso della creazione.

Il serial è ben recitato e si appoggia  a dialoghi ben costruiti; ha vinto per ben quattro volte il GLLAD Media Awards e l’attrice Sally Field per due volte è stata premiata  come migliore attrice drammatica televisiva.

Abbiamo giudicato questo serial sconsigliato da un punto di vista dell’intrattenimento ma utile per chi deve studiare le nuove tendenze sul tema della famiglia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARIA DI NAZARETH

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/04/2012 - 19:39
 
Titolo Originale: Maria di Nazareth
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Giacomo Campiotti
Sceneggiatura: Francesco Arlanch, Giacomo Campiotti
Produzione: Lux Vide, BetaFilm, Tellux, Bayerischer Rundfunk, Telecinco Cinema
Durata: 2 puntate di 100 minuti
Interpreti: Alissa Jung, Andreas Pietschmann, Paz Vega, Antonia Liskova, Marco Rulli

Giuseppe, che fa il carpentiere ed è arrivato da poco più di un anno a Nazareth, si reca nella casa di Maria, tornata da poco in seno alla sua famiglia dopo un lungo periodo di servizio al tempio per chiedere la sua mano. Maria accetta la proposta di questo giovane umile ed onesto ma un giorno, prima ancora delle nozze, riceve la visita dell’angelo Gabriele ...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La storia intima della Sacra Famiglia, carica di umanità e di visione soprannaturale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima sceneggiatura che eccelle nei colloqui intimi. Un po’ frettolosa la parte finale con la descrizione della Passione. Qualche fissità espressiva nel personaggio di Maria.
Testo Breve:

La storia di Gesù rivissuta nell’intimità di Maria e di Giuseppe. Un’opera che pur mantenendo lo stile di un racconto popolare, raggiunge alti livelli di profondità sia umana che spirituale.

 

Maria riceve l’annuncio dell’angelo Gabriele e al suo “avvenga di me ciò che hai detto” l’angelo si mette in ginocchio davanti a lei perché ora, da quel momento, la madre del  Messia  è diventata regina di tutte le creature, degli uomini come degli angeli.

E’ questo uno dei tanti segni della cura e attenzione con cui è stata realizzata questa miniserie su Maria di Nazareth, andata in onda su Rai Uno nelle serate del 1° e 2 aprile , all’inizio della Settimana Santa.

Il fascino, ma al contempo il mistero, di Maria è stato più volte riproposto sul grande e sul piccolo schermo; a volte come espressione di una sincera riflessione sul significato della sua figura, a volte come mezzo per convogliare idee personali sulla falsariga di una storia nota ai più.
Per limitarci alla produzione più recente, Nativity (2006) diretto dall’americana Catherine Hardwicke, ha raccontato la storia di Maria, dall’annuncio all’arrivo dei re magi,  quasi con i toni della favola natalizia; in Io sono con te (2010) il regista-sceneggiatore Guido Chiesa ha invece  profondamente trasformato il significato  dei Vangeli  per esprimere alcune idee personali  (una forma di spiritualismo naturalistico, una opposizione antistorica alle tradizioni del popolo ebraico).

In Maria di Nazareth gli sceneggiatori Francesco Arlanch e Giacomo Campiotti, hanno avuto un approccio più rigoroso: partendo dalle scarne notizie di cui disponiamo sulla Madre di Dio, hanno cercato di completare in modo verosimile il racconto con dialoghi ed eventi che hanno avuto il solo scopo di rendere più evidente lo spirito delle pagine del Vangelo.

I personaggi di Maria, Giuseppe e lo stesso Gesù risultano così ritratti in modo molto umano, ma al contempo pienamente coscienti della missione soprannaturale che è stata loro affidata.
“Potranno mai capire una famiglia come la nostra?” si domanda Giuseppe rivolto a Maria. “Si, lo capiranno”: è la risposta.

Tutti i passaggi principali della storia (l’annuncio dell’angelo , il matrimonio fra Giuseppe e Maria, la nascita di Gesù, la morte di Giuseppe, le nozze di Cana, l’inizio della predicazione) sono stati curati in tutti i risvolti umani che i protagonisti possono aver avuto e ne nascono colloqui intimi fra loro che costituiscono il grande valore della miniserie.

Maria è la donna della fede. E’ Gesù stesso che lo sottolinea, in un colloquio con lei prima della Passione: “stai vicino a Maddalena e a loro (i discepoli): avranno bisogno della tua fede”. Sarà proprio lei che rincuorerà Pietro dopo il triplice tradimento e sarà lei a sostenere la speranza dei discepoli nei giorni di incertezza prima della Resurrezione. Maria appare anche molto umana e dopo la previsione che le fa Simeone al tempio, pur nella salda fiducia in Colui che chiama “il mio Signore”, resta nell’intimo in uno stato di perenne, materna apprensione. Dopo il miracolo delle nozze di Cana si preoccupa di esser stata proprio lei ad invitarlo a esporsi davanti a tutti, forse prima del tempo dovuto. In cuor suo avrebbe preferito che fosse rimasto a fare il falegname o addirittura che fosse rimasto nel suo grembo per meglio proteggerlo. In un momento di preghiera chiede a Dio che possa lei soffrire al suo posto (durante la fustigazione il film suppone una com-passione mistica di Maria ai colpi inferti a Gesù).

Giuseppe è invece l’uomo della giustizia e dell’ umiltà. Alla scoperta che Maria è incinta per opera dello Spirito Santo, come lei stesa dichiara, lui risponde d’istinto: “Io ti credo Maria ma questo è troppo per me: io sono solo un uomo” . Al momento di morire gli sembra di non aver meritato di esser vissuto con il figlio dell’Altissimo e si domanda, lui che è sempre stato molto impegnato nel lavoro: “ a cosa sono servito io?”. E quando l‘ostilità e l’incomprensione nei confronti di Gesù cresce, è Maria che prega: “Signore ti ringrazio per Giuseppe. Fa che il nostro popolo capisca come aveva capito lui.”.

Anche il personaggio di Gesù , che ovviamente è il personaggio di riferimento ma che non è configurato come il  protagonista della storia, riflette bene la dignità che deriva dalla sua missione ma al contempo è umanissimo nell’affetto verso  la madre e il padre.

All’armonia, al flusso d’amore che si manifesta all’interno della Sacra Famiglia fa da contrasto il comportamento degli abitanti di Nazareth assurti a simbolo di chi pone a unica norma della propria esistenza l’osservanza formale della legge; significativa è la figura di Eleazar (il fratello di Giuseppe, che si prende cura di Maria) che è l’espressione tipica di una brava persona che però manifesta un buon senso di corto respiro, incapace di cogliere la grandezza della realtà rivoluzionaria che sta avvenendo davanti ai suoi occhi.

Le altre componenti della miniserie, come la storia di Maddalena, una storia di perdizione e conversione e gli intrighi di corte al palazzo di Erode costituiscono la parte più libera del racconto che resta pur sempre verosimile. In particolare Erodiade impersona la più fiera oppositrice al Messia ma è forse è qualcosa di più di un essere umano visto che ha del diabolico nel percepire prima degli altri le minaccia incombenti.

Nel complesso una miniserie destinata al pubblico più vasto, che non rinnega le regole dell’intrattenimento ma al contento manifesta grande impegno e profondità di analisi nel ricostruire gli aspetti più spirituali e umani del racconto. Solo verso la fine, a partire dalla domenica delle Palme, il racconto tende alla sintesi e l’aspetto più spettacolare  del racconto viene privilegiato a discapito di quello intimistico fino a quel momento prevalente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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