Serial TV

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JAMS (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/20/2020 - 12:13
Titolo Originale: Jams - S1
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Alessandro Cell
Sceneggiatura: Simona Ercolani, Angelo Pastore, Mariano Di Nardo e Josella Porto
Produzione: Stand by Me e Rai Ragazzi
Durata: 10 puntate di 2'' su RaiPlay
Interpreti: Sonia Battisti, Giulia Cragnotti, Andrea Dolcini, Luca Edoardo Varone

Joy, Alice e Max si conoscono dalle elementari e ora, a undici anni, frequentano insieme la prima media. Mantengono l’abitudine di ritrovarsi tutti e tre nel pomeriggio al parco per chiacchierare del più e del meno ed è in uno di questi pomeriggi che conoscono Stefano, un nuovo compagno di scuola arrivato da poco in Italia perché il padre, per il suo lavoro, cambia spesso città e paese. Al primo giorno di scuola vengono invitati dai professori a partecipare a un contest di cucina, organizzato a squadre. Joy è felicissima di questa iniziativa perché è da sempre appassionata di cucina e invita i suoi due amici a costituire una squadra; invita anche Stefano a unirsi a loro: verso questo ragazzo inizia a nutrire una certa simpatia. La squadra si chiamerà JAMS, dalle iniziali dei loro nomi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Amicizia, spirito di solidarietà, l’affetto dei genitori: sono i valori che consentono di superare i momenti drammatici presentati nella fiction
Pubblico 
Adolescenti
Per il tema trattato occorre che siano i genitori a decidere se sia opportuno che i loro figli vedano questa fiction oppure no
Giudizio Artistico 
 
Il serial si muove bene nel mondo dei ragazzi di 11 anni ma è palese il movente educativo del racconto
Testo Breve:

Due ragazzi e due ragazze della prima media fanno squadra per partecipare a una gara culinaria organizzata dalla scuola. Amicizia, primi amori, fanno da contorno a un obiettivo programmatico: spiegare come vigilare e come reagire alle molestie sessuali sui minori

“Questa storia parla di squadra, di grandi amicizie e di primi amori. Ma anche di segreti, di gesti a cui bisogna dire no. Dopo la visione, se vuoi, parlane con i tuoi genitori o con un adulto a te vicino”. Questa scritta appare a ogni inizio di puntata e negli ultimi tempi messaggi di questo genere accompagnano abbastanza spesso i serial destinati agli adolescenti. La tendenza delle ultime produzioni non è raccontare storie allegre, spensierate, adatte a quella fascia di età ma trattare temi forti, che potrebbero non essere sostenuti dai ragazzi da soli. Emblematici sono stati Thirteen, sulla tendenza al suicidio ai tempi dell’high school ed Euphoria dove c’è un po’ di tutto: droga, pornografia, prostituzione giovanile. Entrambi i serial chiudevano ogni puntata con un numero di telefono a cui potevano rivolgersi quei ragazzi e quelle ragazze che erano rimaste turbate dalla visione. Anche questo serial in dieci puntate prodotto da Rai Ragazzi e Stand By Me tratta un tema delicato, quello delle molestie sessuali sui minori ma occorre fare subito dei distinguo. Thirteen ed Euphoria.  hanno caricato il racconto di scene shock e il messaggio posto alla fine  sembra più una foglia di fico che tardivamente cerca di coprire ciò che invece è servito ad attirare il pubblico target. La produzione italiana si pone in una prospettiva diversa: evita innanzitutto qualsiasi tipo di scena forte (si allude ma non si mostra) e il modo in cui gli amici, i genitori si stringono intorno alla ragazza ferita cercando di comprendere, con sensibilità, anche ciò che non viene detto, diventa di fatto una guida al giusto comportamento in queste situazioni (il serial si avvale della consulenza scientifica dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù).

Anche se fin dalle prime puntate comprendiamo qual è il tema principale del racconto, assistiamo alle giornate semplici e tranquille di questi ragazzi: questa volta non si usa l’espediente classico, nelle storie teen americane, di riunire i ragazzi intorno all’impegno di una recita o un canto ma piuttosto di un contest culinario; è comunque presente, anche nel serial italiano, la cattiva di turno. Intorno a questo evento aggregante si sviluppano i primi amori, si generano conflitti, tradimenti ma su tutto prevale l’amicizia e la legge della solidarietà. A di là del lodevole impegno dei giovani protagonisti, è forse questo un limite costruttivo della storia. Si tratta di ragazzi di 11 anni e sono tutti adorabili, sensibili, controllati (e tutti con il cellulare) . Sarebbe magnifico incontrare sempre ragazzi di questo tipo ma in realtà a quell’età si fanno e si dicono tante sciocchezze, si attuano comportamenti un po’ stupidi e quasi tutti i maschi di quell’età pensano più a giocare a pallone che trovarsi la fidanzatina, mentre questa serie sembra sviluppata in modo preponderante in un’ottica femminile. Non aiuta il continuo commentare ciò che sta accadendo da parte di Alice che si rivolge allo spettatore, soluzione  che finisce per rinforzare la veste dimostrativa che si vuol dare alla fiction.

La serie è visibile su RaiPlay e ora è iniziata la seconda stagione, che si concentra sul fenomeno del bullismo e del cyber-bullismo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'IMPERO OTTOMANO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/11/2020 - 20:23
 
Titolo Originale: Rise of Empires: Ottoman
Paese: Turchia
Anno: 2020
Regia: Emre Şahin
Sceneggiatura: Kelly McPherson
Produzione: Karga Seven Pictures STX Television
Durata: 6 puntate su Netflix
Interpreti: Charles Dance,Cem Yiğit Üzümoğlu,Tuba Büyüküstün

Nel 1451 Maometto II, a soli 19 anni, diventa sultano dell’Impero Ottomano. Giovane e ambizioso, desidera abbinare il suo nome alla conquista di Costantinopoli dopo che 23 eserciti, prima di lui, hanno fallito nell’impresa. Ha dalla sua un esercito numericamente superiore, cannoni mai visti prima, lunghi 8 metri per demolire le difese della città ma i cristiani sono protetti dalle mura formidabili fatte costruire dall’imperatore Teodosio e da una guida audace ed esperta: il mercenario genovese Giovanni Giustiniani…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ricostruzione attendibile dell’assedio e della caduta di Costantinopoli anche se viene approfondito di più il punto di vista degli ottomani
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di battaglie violente
Giudizio Artistico 
 
Ottima ricostruzione delle scene di combattimento ma poco sviluppata la psicologia dei personaggi
Testo Breve:

I due mesi dell’assedio e poi la caduta di Costantinopoli raccontati con dovizia di mezzi e accuratezza nei particolari nel format di una docu-fiction con un buon valore didattico

Con la caduta di Costantinopoli nel 1453, terminò anche, dopo 1058 anni, l’impero Romano d’Oriente. Un evento epocale che segnò i destini dell’Europa e del Medioriente, troppo presto dimenticato.  Questa produzione turca distribuita da Netflix cerca di sopperire a questa lacuna e si presenta con il format di una docu-fiction: ricostruzioni romanzate delle varie fasi del combattimento e dei principali protagonisti si alternano ai commenti di esperti della storia di quel tempo. Si tratta di un format che ha i suoi rischi soprattutto per il modo con cui gli studiosi interrompono continuamente la narrazione ma dall’altra siamo guidati lungo una ricostruzione che ha la garanzia di una buona adesione ai fatti, così come sono realmente accaduti. In sei puntate assistiamo alle vicende alterne dei due mesi di assedio e il serial ricostruisce molto bene lo sforzo poderoso ed estenuante che fu necessario, per gli ottomani, per raggiungere l’obiettivo con esiti alterni, nonostante la loro chiara superiorità numerica, contrastata dal valore dei difensori. 
All’inizio dell’assedio i turchi dispongono di  una manifesta superiorità tattica : hanno acquisito cannoni lunghi otto metri, mai visti prima, in grado di danneggiare le poderose mura della città (una superiorità che ritroveremo a parti invertite nel 1683  quando il campo delle truppe  turche che avevano assediato Vienna  fu devastato dai colpi dei cannoni cristiani, episodio raccontato in  11 settembre 1683 di Renzo Martinelli) . Ma la lega con cui erano stati costruiti era fragile e ogni tanto scoppiavano. Seguono i vari tentativi di assalto alla città anche dal lato del mare (molto ben realizzata la ricostruzione delle battaglie navali e le piantine dall’alto) che culmina nell’episodio del trasporto di 70 navi mussulmane via terra, aggirando la colonia genovese Galata, per penetrare di sorpresa nel Corno d’Oro. Si tratta di continui attacchi, riti

rate, iniziative sempre più temerarie dove risaltano l’astuzia e la determinazione del sultano, il coraggio disperato delle truppe cristiane di Giovanni Giustinani, l’ambiguità dei genovesi che da una parte non voglio

no disattendere i lucrosi accordi commerciali con Maometto II ma dall’altra inviano alla popolazione assediata navi con viveri e truppe fresche.

Dice un proverbio del profeta Maometto “sicuramente tu, nazione islamica, conquisterai Costantinopoli e quanto magnifico sarà il comandante di quella nazione e quanto meraviglioso sarà l’esercito di quella nazione” E’ quanto anima il giovane sultano ed è indubbio che la fiction si ponga dalla parte dei turchi anche se riconosce il valore degli assediati. Il protagonista principale resta il sultano, ossessionato dall’obiettivo di dare vita a un grande impero e partecipiamo poco alle ansie dei cristiani che vedono cadere un mondo che era rimasto stabile per mille anni. Non c’è alcun accenno all’ultima messa celebrata nella basilica di Santa Sofia proprio quando arrivavano gli assalitori e si sorvola sul saccheggio e le violenze perpetrate quando gli ottomani riescono a entrare in città.  Manca inoltre un inquadramento storico della situazione dell’Impero Romano d’Oriente prima dell’assedio, che evidenziasse come questo si era molto ridotto come estensione territoriale e come fonti di guadagno.  Un limite è anche il modo con cui sono stati ritratti i protagonisti, ingabbiati nelle loro caratterizzazioni.

Il serial si fa apprezzare per la chiarezza con cui narra l’evolversi dell’assedio, supportato sia da un’ottima CG che dalla possibilità di fare riprese direttamente nei luoghi di Istanbul che videro quelle vicende. Si può dire che pur nella sua parzialità, ha un indiscutibile valore didattico.

Disponibile su Netflix in lingua italiana

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CRASH LANDING ON YOU

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/07/2020 - 12:39
 
Titolo Originale: Sarangui bulsichak
Paese: Corea del Sud
Anno: 2019
Regia: Lee Jeong-hyo
Sceneggiatura: Park Ji-eun
Produzione: Studio Dragon, Culture Depot
Durata: 16 puntate di 60' su Netflix
Interpreti: Hyun Bin: Ri, Son Ye-jin

Yoon Seri è una giovane donna manager della Corea del Sud, che ha fondato la propria azienda di abbigliamento e skincare ed è anche la migliore venditrice dei suoi prodotti perché si fa  fotografare assieme ai suoi famosi, presunti, fidanzati con abiti e orecchini appena lanciati. Proprio per lanciare una nuova tuta sportiva, si fa riprendere mentre si esibisce in un paragliding ma un vento imprevisto la fa atterrare, incolume, fra i boschi della Corea del Nord. Viene scoperta e aiutata dal capitano Rie on-hyuk . Il capitano dovrebbe arrestarla perché potrebbe essere una spia ma alla fine accetta di tenerla in segreto nella sua casa in un villaggio di confine, in attesa di trovare il momento più opportuno per farla tornare in patria…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La fiction trasmette un chiaro messaggio a favore della speranza per una prossima riunificazione delle due Coree
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La fiction si fa apprezzare per la grande professionalità nella composizione del racconto e la simpatia di tutti i personaggi
Testo Breve:

Lei e una ricca imprenditrice sudcoreana, lui un capitano dell’esercito della Corea del Nord. Cosa succederà se lei per sbaglio si ritrova oltre il confine? Verrà denunciata o salvata dal capitano? Su queste premesse si sviluppa un serial di qualità di grande successo

Bisogna dire che è un momento d’oro per il cinema e la televisione sud coreane: dopo la conquista dell’oscar 2020 con Parasite, ecco che arriva in Italia, trasmesso da Netflix, la fiction: Crash Landing on You trasmesso nel 2019 da Tvn, la Hbo coreana, che è per loro una delle serie più viste di sempre  E’ stato molto apprezzato anche nel resto dell’Asia e l’hashtag #CrashLandingOnYou è diventato il primo su Twitter.

Si tratta di un successo pienamente meritato. Fra i due protagonisti, lei, interpretata da Son Ye-jin, gioiosa e comunicativa, lui, interpretato da  Hyun Bin, tutto d’un pezzo, poco socievole ma di solidi principi, si sviluppa una dialettica di  contrasto-attrazione ben costruito. Le puntate sono organizzate in modo che nuovi personaggi, ulteriori approfondimenti sulla vita passata dei protagonisti, vengano rilasciate gradualmente, alimentando continue sorprese a ogni puntata. Noi europei dobbiamo solamente abituarci a vedere un serial secondo il formato K-drama che vuol dire, in questo caso specifico, 16 puntate di un’ora ciascuno. Ci eravamo già abituati a vedere una Corea del Sud che beneficia di florida ricchezze in perfetto stile occidentale (Parasite, Burning- l’amore brucia) e di forti contrasti sociali ma sicuramente sapevamo ben poco della vita quotidiana della Corea del Nord. La sorpresa è che si è trattata di una sorpresa anche per i sudcoreani, perché per la prima volta gli abitanti che abitano a nord del 38mo parallelo non sono mostrati come dei cattivi ma cordiali contadini o simpatici soldati, immischiati anche loro in problemi di corruzione. Dei nordcoreani talmente “normali” da scatenare le reazioni del Partito Cristiano Liberale che ha protestato per la troppa simpatia mostrata verso una nazione da considerare nemica. In realtà è proprio questa la sfida vinta da questa fiction: mostrare che al di qua e al di là delle barriere di confine esiste un solo popolo che  deve tornare a riunirsi. Da tanti dettagli si percepisce che è stato fatto un lavoro altamente professionale per ricostruire la vita in un villaggio nordcoreano: la luce viene staccata durante la notte, in mancanza di frigorifero la carne viene conservata in barattoli di sale e si preparano tante conserve; i bambini si organizzano in plotoni per marciare, la mattina, verso la scuola, cantando inni patriottici; i prodotti di consumo sudcoreani, importati clandestinamente, vanno a ruba.

Ma l’aspetto che forse è stato risolutivo per il successo di questa serie è proprio la tonalità narrativa adottata: un tono scherzoso ma non leggero, che non sfocia mai nella commedia perché i temi trattati sono spesso seri ma si tratta di pennellate di sorriso che servono a rendere scorrevole il racconto e che si avvale, oltre ai due protagonisti, di due irresistibili gruppi di personaggi secondari: i simpatici  e pasticcioni soldati al servizio del capitano Ri e le comari curiose e pettegole del piccolo villaggio.

Disponibile su Netflix in lingua originale con sottotitoli

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'AMICA GENIALE (Stagione 2)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/19/2020 - 21:15
Titolo Originale: L'amica geniale
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Saverio Costanzo, Alba Rohrwacher
Sceneggiatura: Elena Ferrante, Francesco Piccolo, Laura Paolucci, Saverio Costanzo
Produzione: Wildside, Fandango, Umedia, The Apartment (stagione 2), Mowe (stagione 2), Rai Fiction, HBO
Durata: 10 puntate di 50' su RaiUno e RaiPlay
Interpreti: Gaia Girace, Margherita Mazzucco, Alessio Gallo, Giovanni Amura, Christian Giroso

Un borgo di Napoli, anni ’60. Lila e Lenù hanno ormai diciassette anni e Lila è diventata la signora Carracci. Durante il viaggio di nozze ad Amalfi organizzato senza badare a spese da suo marito Stefano, le cose non vanno affatto come dovrebbero. Lila, che si è sentita tradita dopo che ha saputo che suo marito ha trovato un accordo di convenianza con i Solara, gli rifiuta la prima notte di nozze provocando la violenta reazione del marito. Lenù, che si sente in perenne competizione con l’amica, vuole anche lei emanciparsi e si concede ad Antonio che è sinceramente innamorato di lei e vorrebbe sposarla. Anche Lenù inizia a pensare, come Lila, che occorre trovare una soluzione pratica per la propria vita e che non val la pena impegnarsi nello studio...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Le due ragazze che crescono sono impegnate sopratutto a realizzare se stesse e se cercano di reagire a un ambiente che li vede solo come corpi, loro reagiscono proprio usando i loro corpi, Lila in preda a un feroce spirito di vendetta, e anche Lenù si comporta immoralmente, divorata dalla sua ansia di competizione nei confronti dell'amica
Pubblico 
Sconsigliato
Alcune scene forti di litigi e violenze familiari. Squallido comportamento delle due protagoniste
Giudizio Artistico 
 
La regia segue con sensibilità la solida scrittura su cui si appoggia e sia le due protagoniste che il casting di contorno sono pienamente nella parte
Testo Breve:

Anche nella seconda stagione le due protagoniste cercano di emergere dal contesto degradato in cui vivono e dal maschilismo a cui sono soggette ma finiscono per impiegare gli stessi metodi che intendono condannare, divorate una, da  spirito di vendetta, l'altra dall'ansia di  competere con l'amica/nemica

Dopo il successo della prima, arriva la seconda stagione della serie televisiva ricavata dall’omonima quadrilogia di Elena Ferrante. Un successo pienamente confermato: i sei milioni e 854 mila spettatori alla prima serata corrispondono al 29,3% dello share.

L’asse portante del racconto, la componente più originale, è il continuo confronto fra le due ragazze Lila e Lenù, così diverse, in perenne competizione fra loro ma alleate nella loro estraneità al mondo in cui si trovano a vivere. E’ proprio questo “mondo” apparentente limitato a svolgere la sola funzione di sfondo, che è invece determinante per la storia. Quello che è ufficialmente un rione di Napoli è in realtà un “non luogo” chiuso in se stesso, ricostruito in studio (in modo abbastanza evidente) dove circolano molte macchine d’epoca, uomini che tirano carretti, ma non si vede mai, fra la folla, un carabiniere, un sacerdote nè viene colta, fra la gente, la presenza di qualche pia devozione che invece era ancora viva nell’immediato dopoguerra (come ci ricordano tanti film del neorealismo o della commedia italiana di quegli anni).  Quel rione diventa quindi una sorta di villaggio del Far West, sperduto nella prateria, dove, liberi da qualsiasi sovrastruttura statale o religiosa, gli uomini si organizzano per clan che hanno il potere di dare o togliere il lavoro e commettere tutti i soprusi che a loro aggradano.

Le due ragazze vogliono contrastare questa realtà di cui colgono tutte le ingiustizie che genera, soprattutto nei confronti delle donne ma mancano di principi solidi a cui appoggiarsi (il serial sottolinea la supina adesione alle logiche dei clan delle loro famiglie). Non ci sono eroi in questo far west, non c’è un prode sceriffo che a mezzogiorno affronta i cattivi o un cavallere solitario che viene a ripristinare la giustizia. Né Lila né Lenù sono una santa Rita da Cascia che riesca a perdonare e a conciliare le parti avverse: sono anche loro impastate di quello stesso tessuto sociale che vorrebbero contrastare e finiscono per reagire in modo maldestro quanto sterile (ameno nelle prime puntate) finendo per comportarsi in quello stesso modo che biasimano negli altri.

La ribellione che Lenù sviluppa nei confronti di suo marito, reo di essersi alleato con i Solara, è motivata dalla sua incomprensione della logica dei clan, che si contrastano e si alleano solo in base a criteri di convenienza (la stessa Lila confessa: “in fondo, fra Marcello e Stefano, che differenza c’è?) e sarà poi lei stessa a sfruttare la sua condizione di moglie Carracci per chiedere ai Solara un favore per la sua amica. Anche Lenù, che a differenza di Lila, non contrasta ma scivola sulla realtà come un’anguilla, mostra di non comprendere i meccanismi della società da cui vorrebbe liberarsi. Accetta, sia pur di malavoglia, che Lila interceda presso i Solara in modo che Antonio non sia chiamato al servizio militare e non si accorge del danno che sta arrecando: Antonio perderà la faccia se si verrà a scoprire che è stato chiesta per lui l’intercessione dei Solara. In fondo, la decisione di Lenù di concedersi ad Antonio (forse l’unica persona onesta, tutta di un pezzo, del serial) non è forse anche da parte sua un modo di sfruttare gli altri (Antonio è sinceramente innamorato di lei) solo per poter dire a Lila “anch’io sono diventata donna, non riuscirai a lasciarmi indietro”?.

La stagione due sembra attribuire alle due ragazze una forma di proto-femminismo: Lenù, osserva, in una lunga sequenza, i volti in strada di donne che badano ai loro figli, che vendono al mercato, e comprende la posizione di Lila: "Non voleva diventare come le nostre madri, le vicine di casa, le parenti che parevano aver perso i connotati femminili. Erano state mangiate dal corpo dei mariti, dei padri, dei fratelli, a cui finivano per assomigliare. Cominciava con le gradivanze questa trasformazione, con il lavoro domestico, con le mazzate. Dal viso delicato di Lila sarebbe schizzato fuori suo padre e dal mio corpo sarebbero emersi i miei genitori”. Si tratta, in realtà, di un femminismo che partendo da motivazioni serie si trasforma in ideologia, non lontana da una forma di maschiofobia, che rinnega le stesse basi della femminilità: il potere di generare un figlio. Lila, più che una proto-femminista, ha tutte le caratteristiche di un mostro: un mostro che lei stessa ha creato nella sua sterile lotta contro tutti, non ha altra arma da usare che negare se stessa. Di fronte alle continue pretese del marito, finisce per commentare: “a me, solo l’idea di rimanere incinta mi fa schifo!  E quando, una volta rimasta realmente incinta, subisce un aborto spontaneo, proclama la novità, tutta felice.

C’è un ultimo tema da affrontare: come era già accaduto nella prima stagione, ci sono delle sequenze forti di violenza sulle donne. Anche nella nuova stagione la Rai, che rende disponibile il serial su Raiplay, senza segnalare nulla, mentre in tutti gli altri paesi (per ora abbiamo informazioni sulla prima stagione) la serie è stata preceduta da un divieto che oscilla da 10 a 16 anni nei vari paesi europei e americani (arriva a VM17 in USA perché l’atto di violenza su Lenù alla fine della prima stagione è stato trasmesso in forma integrale).

Il serial beneficia di una solida scrittura, di una regia molto attenta all’evoluzione psicologica dei personaggi e all’ottima interpretazione delle due protagoniste, senza contare la riuscita operazione di casting per ricostruire i volti di una Napoli anni ’50.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MESSIAH (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/01/2020 - 16:34
Titolo Originale: Messiah
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: James McTeigue, Kate Woods
Sceneggiatura: Michael Petroni
Produzione: Industry Entertainment, Lightworkers Media
Durata: 10 puntate su Netflix
Interpreti: Michelle Monaghan, Mehdi Dehbi, John Ortiz, Tomer Sisley, Melinda Page Hamilton

Nel 2019 l’Isis ha ripreso potere e si appresta a occupare Damasco. La popolazione è terrorizzata ma un giovane predicatore sostiene che non hanno nulla da temere e che la città sarà salva, per volere di Dio. In effetti si forma subito dopo una tempesta di sabbia che tiene bloccate le forze dell’Isis per lungo tempo finché decidono di ritirarsi . Molte persone si convincono di trovarsi di fronte a un nuovo messia e duemila di loro, profughi palestinesi, lo seguono fino al confine con Israele, chiedendo di poter entrare in quella che considerano anche la loro terra. Tempo dopo troviamo il messia nel Texas dove riesce a salvare il pastore Felix, sua moglie e sua figlia da un terribile tornado e l’unico edificio a restare in piedi è proprio la sua chiesa. Anche negli U.S.A. grazie alle notizie apparse sui giornali e alla televisione, si diffonde l’idea che ci si trovi di fronte a un nuovo messia e si forma un vasto gruppo di seguaci, disposto a seguirlo ovunque. In effetti si forma una lunga carovana di macchine diretta, con lui in testa, verso Washington. Questo evolversi della situazione desta i sospetti di Eva Geller, agente della CIA, che inizia a indagare sul passato di questo personaggio misterioso, forse un sobillatore e un terrorista. Anche il Mossad si è insospettito e l'agente israeliano Aviram si è posto sulle sue tracce...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial non fornisce soluzioni ma stimola lo spettatore a porsi delle domande sul significato di una fede soprannaturale
Pubblico 
Adolescenti
Alcune minacce di torture a degli adolescenti, un rapporto amoroso con parziale nudità. Netflix: VM14
Giudizio Artistico 
 
Lo sceneggiatore Michael Petroni (la ladra di libri) è molto bravo nel calibrare, lungo le dieci puntate, colpi di scena e nuovi interrogativi. La messa in scena, in luoghi e popoli così diversi come nel Medioriente e negli Stati Uniti, è particolarmente efficace
Testo Breve:

Un giovane viene chiamato il messia perché gli viene attribuito l’arrivo di una  tempesta di sabbia che ha sventato un’attacco delle truppe dell’ISIS a Damasco. Un figura piena di mistero ma di fascino che inquieta intere popolazioni. Un serial che fa riflettere

Sono molti i film che hanno ipotizzato che Gesù, il Messia cristiano, tornasse ai giorni nostri, per immaginarsi cosa avrebbe detto alle persone smaliziate e indifferenti del mondo d’oggi. Nonostante le apparenze, non è questo il tema di Messiah, il serial disponibile su Netflix. Colui che si fa nominare in questo modo resta, fino alla fine, un personaggio misterioso e i suoi poteri taumaturgici appaiono volutamente ambigui. I suoi proclami al mondo sono pochi, se non un generico ascoltare Dio e prepararsi perché non c’è più tempo e a chi gli fa delle domande dirette, lui non dà risposte ma riesce comunque a mettere in imbarazzo l’interlocutore facendolo riflettere sul suo destino. Il tutto in un contesto moderno, dove chi detiene il potere dei media ha la capacità di modificare le opinioni che si stanno formando su di lui e dove il numero di  like su Instagram ha il suo valore anche per le foto che riguardano il messia.

Il suo volto è iconizzato in una espressione sempre uguale e non lo si vede mai pregare. Non è specificato a quale Dio faccia riferimento:  il suo non coincide con il Dio di nessuna delle tre religioni monoteiste, appare piuttosto espressione di un sincretismo fra le tre fedi; sicuramente  un Dio della pace, rivolto a tutti gli uomini della terra. Ma l’attenzione del serial va in tutt’altra direzione:  esplora l’animo dei vari personaggi presenti per indagare su come reagiscono di fronte a una persona che ha buone credenziali per esser creduto un messia.

Succede in Medioriente, dove la componente fanatico-religiosa è molto forte; accade negli Stati Uniti dove qualunque persona che si senta ispirata può attirare a se' un nugolo di seguaci, dando inizio a una nuova religione. Accade in singole persone, come la madre con la figlia malata di cancro che spera in una guarigione miracolosa, come la ragazza disillusa di tutto che cerca una nuova speranza a cui appellarsi, come Felix, il pastore protestante che trova finalmente un motivo per attirare fedeli nella sua chiesa. Ma sopratutto il serial interpella lo spettatore stesso, lo scuote di fronte a certi accadimenti molto simili a quelli che stanno avvenendo nel nostro instabile mondo  e lo invita a domandarsi: “hai bisogno anche tu in un messia che ti guidi nelle scelte della tua vita? Credi che tutto sia scritto nel libro divino e noi dobbiamo solo riconoscere e seguire il volere di Dio?".

A chi si sta illudendo nell’arrivo di un nuovo messia, si oppongono non coloro che si affidano al rigore della ragione (forse solo l’agente Eva si può inquadrare in questa caregoria) , ma piuttosto chi persegue una brutale ragion di stato, finendo per contrapporre alla predicazione del messia solo un altro credo, particolarmente brutale. Solo in questo contesto si può trovare una forma di analogia con il vero Messia di 2000 anni fa: chi agita le acque, chi raccoglie attorno a se’ seguaci fiduciosi in un nuovo destino, finisce per innescare reazioni violente in chi vuole conservare lo status quo non solo da parte di chi detiene il potere politico ma anche di chi ha la responsabilità di  capo religioso.

Il serial è ben realizzato anche se forse troppo ambizioso per tutta la carne che ha messo sul fuoco: ogni puntata ha la sua giusta dose di suspence e di imprevisti, le ambientazioni in Medioriente e negli Stati Uniti sono molto ben ricostruite (incluso un lodevole lavoro di casting),  i dialoghi in arabo e in ebraico sono riprodotti nella lingua originale con sottotitoli, per conferire maggiore realismo.

Il serial ha suscitato alcune  reazioni negative da parte dell’ambiente mussulmano. In particolare  la Royal Film Commission Giordana  ha richiesto di sospendere la distribuzione della serie nel paese. L’accusa è di offesa alla santità della religione, in particolare per i suoi riferimenti ad Al-Masih ad-Dajjal, corrispondente all’anticristo cristiano.

Anche alcuni siti cristiani americani si sono domandati se questo serial sia da considerarsi blasfemo (Christianity Today, Christianpost) e hanno percepito l’eco di Matteo 24, 6-13, quando dice, riguardo alla fine dei tempi  che “ molti verranno nel mio nome, dicendo: "Io sono il Cristo". E ne sedurranno molti” ma sostanzialmente non commentano negativamente il serial perché quel “messia” che compare è troppo diverso da Gesù Cristo.

Resta comunque un’opera di particolare significato perché esplora quella parte dell’uomo che potremmo chiamare “ragione non ragionata” , cioè quelle prese di posizione che assumono gli uomini non perché hanno sviluppato un ragionamento rigoroso ma perché hanno “percepito” con tutta la loro persona (cuore, mente, volontà) che un certo impegno sia degno di essere vissuto. Come diceva Pascal: "Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce". Una “ragione” che può muovere interi popoli ancora oggi, con la consapevolezza che la fede senza ragione genera fanatismo e la ragione senza fede genera ideologie.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DON MATTEO 12

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/26/2020 - 10:49
 
Titolo Originale: Don Matteo 12
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Raffaele Androsiglio (Ep. 1-5) and Cosimo Alemà (Ep. 6-10)
Sceneggiatura: Umberto Gnoli, Mario Ruggeri
Produzione: Lux Vide, Rai Cinema
Durata: 10 puntate di 120' su RaiUno e RaiPlay
Interpreti: Terence Hill, Nino Frassica, Maria Chiara Giannetta, Maurizio Lastrico, Nathalie Guetta, Pamela Villoresi, Maria Sole Pollio

A Spoleto ritroviamo i nostri amici: Don Matteo, che ospita in canonica la perpetua Natalina e il sacrestano Pippo ma anche la giovane orfana Sofia. Anche presso gli uffici dei carabinieri non ci sono grosse novità: ritroviamo Il Capitano Anna Olivieri, il maresciallo Nino Cecchini e il Pubblico Ministero Marco Nardi. Nella prima puntata è presente anche lo youtuber Fabio Rovazzi. Il tempo di ogni episodio è stato raddoppiato (due ore) e c’è sempre qualche indagine da compiere dopo che qualcuno è stato gravemente ferito.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I valori familiari, l’amore per sempre vengono tenuti al primo posto e il perdono, il recupero delle persone più difficili o fragili viene sempre compiuto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Terence Hill e Nino Frassica tengono sempre banco ma anche gli altri protagonisti sanno star loro alla pari. La sceneggiatura riesce ad essere avvincente e divertente anche se dopo il raddoppio della durata degli episodi, si crea un sovraccarico di sotto-trame
Testo Breve:

I carabinieri  indagano su un crimine compiuto ma non bisogna preoccuparsi perché sarà don Matteo a risolverlo impiegando un metodo di indagine infallibile: guardare dentro i cuori

Prolungare la serie Don Matteo comporta spargere sangue umano. E’ proprio così, perché per innescare nuove storie amorose questa volta è toccato alla moglie del maresciallo Cecchini morire, così come in un paio di stagioni precedenti era già morta Patrizia, la figlia del maresciallo che si era sposata con il capitano Tommasi perché era stato giudicato opportuno che Tommasi iniziasse una nuova relazione.

Scherzi a parte, il 31,6% di share alla prima puntata e la stabilità dell’indice di ascolto anche nelle successive (26,75% nella terza puntata) conferma il successo ininterrotto di questa serie. Qual è il segreto dell’eternità? Sicuramente la simpatia dei due protagonisti, Terence Hill e Nino Frassica, il mescolare risvolti romantici con tono di commedia con l’avanzare delle indagini alla scoperta del vero colpevole del misfatto di turno, il distribuire i personaggi fra le diverse età (i piccoli, i giovani, gli adulti, gli anziani), il trattare a ogni puntata situazioni che rispecchiano temi di attualità ma tutto e tutti si appoggiano all’àncora sicura di don Matteo, che tutto interpreta alla luce del Vangelo, con grande cura proprio verso chi ha sbagliato e deve scontare la sua pena.. Le novità strutturali della dodicesima serie sono soprattutto due: il raddoppio della durata degli episodi che arrivano a circa 120 minuti e il dedicare ogni puntata allo sviluppo di uno dei dieci comandamenti.

La prima novità comporta la moltiplicazione, a volte eccessiva, a giudicare dalle prime puntate, di sotto-trame che si intersecano fra loro: non è più sufficiente lo sviluppo di un’indagine poliziesca ma ne occorrono almeno due. La seconda, molto più interessante, alza il tono, il significato di ciò che viene raccontato, spostando l’attenzione dello spettatore dal puro entertainment al riflettere sugli accadimenti anche prosaici della vita quotidiana, guardandoli alla luce di una visione soprannaturale. Nella primo episodio, intitolato Non avrai altro Dio all’infuori di me, un medico chirurgo si ritiene, con la sue capacità professionali, l’unico responsabile delle sorti di suo figlio, malato di cuore. E si dispera quando sembra non aver avuto successo: “Io debbo fare di più, io debbo salvarlo”.  La risposta di Don Matteo è l’invito alla pace alla serenità del sapere che non siamo Dio ma che c’è un Padre che ci ama e si prenderà sempre cura di noi qualsiasi cosa succeda: “Non è tutto nelle nostre mani.” Lo stesso don Matteo si accorge di aver commesso un errore nel passato e si angustia per questo; sarà Natalina a ricordargli che noi siamo figli, non Padri. .Nel secondo episodio intitolato Non nominare Il nome di Dio invano, il collegamento è più incerto ma di fronte a un ragazzo che se la prende con Dio per la sua sorte infelice, don Matteo lo tranquillizza, dicendo che gli è capitato di incontrare:  “Bestemmiatori che erano innamorati di Dio ma anche tanta gente che prega ma il loro cuore è lontano”. Anche nel terzo episodio “ricordati di santificare le feste”, l’accostamento del riposo di Dio nel settimo giorno della creazione, ai problemi di perdita di memoria del capitano Tommasi ha bisogno di una nostra generosa comprensione.

Bisogna riconoscere, in questo don Matteo 12, così come nelle stagioni precedenti, qualcosa di più profondo, che colpisce lo spettatore, al di là dell’intrattenimento divertente, degli intrighi polizieschi, della bravura dei personaggi. Sappiamo che don Matteo risolve i casi non certo seguendo degli indizi ma indagando nel cuore delle persone, cogliendo ciò che ognuno ama, ciò che desidera e anche le sue pene segrete. Questa capacità di penetrazione nei cuori, questa “marcia in più” di cui dispone è strettamente legata alla sua fede: lui può guardare in profondità proprio perché vede tutto alla luce di una visione trascendente che coglie l’azione provvidenziale divina anche nei casi più disperati.  Quando arriva, sempre verso la fine dell’episodio, il momento di citare il Vangelo, di fare il predicozzo finale, le sue parole non cadono dall’alto ma sono in armoniosa coerenza con lo suo sguardo penetrante con il quale Don Matteo osserva tutto e tutti senza filtri personali.  La sua visione soprannaturale non lo porta ad estraniarsi dalla realtà: al contrario la coglie nella sua vera essenza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PICCOLI GENI (S1)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/10/2020 - 19:45
 
Titolo Originale: Brainchild
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Adam 'Tex' Davis
Sceneggiatura: Adam 'Tex' Davis
Produzione: Atomic Entertainment
Durata: 13 episodi di 25' su Netflix
Interpreti: Sahana Srinivasan, Alie Ward

Fin dove c’è la vita in fondo all’oceano? Ci sono dei pianeti che potrebbero ospitare esseri simili a noi? L’immagine dei più importanti influencer dei social media, è reale o costruita? Siamo noi che controlliamo le emozioni? A queste e ad altre domande è pronta a rispondere Piccoli Geni, serie tv originale Netflix per bambini e adolescenti. Piccoli Geni, Brainchild in lingua originale, è una serie che presenta la scienza ai ragazzi spiegandola attraverso episodi della vita di tutti i giorni, in modo semplice e familiare

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si tratta di una buona forma di istruzione per quel che riguarda le materie scientifiche ma nelle lezioni dove vengono analizzati aspetti del comportamento, l’uomo viene analizzato come se fosse un puro meccanismo, quindi senza alcun impegno a formarsi un carattere e a coltivare le virtù
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una rapida sequenza di un uomo nudo nella puntata sui sogni, che ha generato una serie di commenti negativi da parte di alcuni genitori americani
Giudizio Artistico 
 
Un format molto indovinato, divertente e stimolante, rivolto a ragazzi delle elementari e delle medie. Buone le lezioni sulla scienza, meno quelle sulla psicologia
Testo Breve:

Se avete delle curiosità sulla profondità dello spazio e dell’oceano, sulle forze gravitazionali e magnetiche, questa serie di lezioni risulta particolarmente divertente e stimolante per ragazzi delle elementari e del liceo. Meno efficaci le lezioni sulla psicologia umana.

Sappiamo che Netflix ha puntato molto, negli ultimi tempi, a realizzare serial rivolti agli adolescenti ed ora sembra aprirsi anche alla categoria dei ragazzi nella fascia scuole elementari e medie (forse si prepara a rispondere alla Disney che sta per lanciare Disney Plus,  la sua piattaforma streaming).

Piccoli geni (in originale Brainchild) è un contenitore che si annuncia molto aperto (nella prima stagione, in 13 episodi, parla molto di scienza della natura, ma anche di comportamenti umani e perfino di sociologia).

Il suo format è molto accattivante e particolarmente adatto all’audience target: cerca di stupire e divertire, coinvolgendo spesso dei ragazzi in  esperimenti  che assumono l’aspetto di un gioco. Gli stessi spettatori vengono stimolati con dei quiz ai quali  bisogna rispondere in pochi secondi. Contribuiscono alla scorrevolezza del programma due donne (questa scelta è stata applaudita da molti critici, perché spesso si presuppone che per  la scienza ci sia un interesse preminentemente maschile)  particolarmente frizzanti: la conduttrice  Sahana Srinivasan di 22  anni e Alie Ward, definita nella serie “l’amica della scienza”.

Un altro aspetto di contorno ma non da trascurare è che nel progranma vengono coinvolti  ragazzi e ragazze di tutte le razze.  La serie eccelle, a nostro avviso, nei capitoli scientifici: in quello sullo spazio, rende bene il senso della sue  dimensione (è inclusa una simpatica intervista agli astronauti che stanno ruotando intorno alla terra sulla piattaforma spaziale) e quello sugli oceani dove si spiega molto bene come vivano  specie di pesci che hanno saputo adattarsi a un ambiente sempre più ostile man mano che si va  in profondità. Interessante anche quello sui germi ma quando spiega che a ogni stretta di mano ci scambiamo milioni di germi o che alla fine è meglio mangiare su una tazza del water piuttosto che sul tagliere di cucina o sullo schermo del nostro tablet, perchè è più libera da germi, temo che si finisca, più che educare, spaventare i più piccoli sulla onnipresenza di questi esserini. Dobbiamo porre qualche riserva  in altri capitoli più complessi come quello delle forze nascoste (gravità, magnetismo, elettricità) perchè se vengono resi bene, attraverso degli esercizi pratici, i loro effetti, l’amica della scienza, al momento di dare spiegazioni più scientifiche di questi fenomeni, presume delle conoscenze che non state date, come l’elettrone o l’atomo.

Il discorso cambia quando la serie affronta tematiche relative al comportamento umano (emozioni, creatività, motivazioni): in queste viene data prevalenza agli aspetti più fisici del nostro cervello (la sua struttura, la sua reazione a particolari stimoli) e si rischia di far prevalere la visione riduttiva  dell’uomo visto come una macchina. Viene meno il riconoscimento della complessità del nostro comportamento, la capacità di agire in base alle nostre più profonde convinzioni  maturate nell’arco della nostrra esistenza,  espressione della visione che abbiamo del mondo e di noi stessi.

Nel capitolo sulla creatività scopriamo che essa aumenta se noi muoviamo  velocemente gli occhi da destra a sinistra o se  ci scateniamo preliminarmente un in veloce ballo rap. Si tratta quindi di modesti trucchi per una creatività sulle piccole cose,  non si tratta della creatività di Leonardo da Vinci che deve comprendere come rendere il sorriso della Gioconda.

Sul tema delle motivazioni ancora una volta vengono presi ad esempio situazioni non complesse, in linea con l’età del potenziale spettatore: trovare la voglia di studiare, mettere a posto la propria stanza, recuperare punti in una partita di football. In questo caso le soluzioni non sono particolarmente innovative: trovare gli aspetti divertenti di ciò che si deve fare e puntare sulla buona retorica del coach per galvanizzare i componeneti della squadra. Risulta inoltre fuorviante e sgradevole la sequenza dove della ragazze e un loro genitore vengono ipnotizzati in modo che si possa far fare loro tutto quello che si vuole.

Potenzialmente interessante è anche il primo episodio dedicato ai socialmedia, con saggi consigli sull’importanza di considerarli separati dalla  vita reale e usarli solo come mezzi per restare informati. Anche in questo caso il tema viene troppo banalizzato quando mostra situazioni dove vuole dimostrare che molti appongono dei like  per puro”spirito del gregge”. E’ vero che spesso molti si adeguano alle preferenze della maggioranza ma ancora una volta questo succedere su temi poco rilevanti: è meglio ricordare ai ragazzi che ognuno di loro deve saper prendere posizione in modo autonomo e responsabile quando si tratta di scelte importanti.

In conclusione il format è particolarmente indovinato e accattivante per ragazzi e adolescenti per quel che riguarda tematiche scientifiche; è preferibile invece trascurare quegli episodi che trattano temi che toccano la psiciologia e la sociologia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATYPICAL (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/01/2020 - 18:29
Titolo Originale: Atypical
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Seth Gordon
Sceneggiatura: Robia Rashid
Produzione: Exhibit A, Weird Brain, Inc., Sony Pictures Television
Durata: 8 episodi di 26 minuti
Interpreti: Keir Gilchrist, Brigette Lundy-Paine, Jennifer Jason Leigh, Michael Rapapor

Sam frequenta il penultimo anno del liceo e ha la sindrome di Asperger: ha un buon rendimento scolastico ma ha problemi a relazionarsi con gli altri. Deve sempre chiedere delle spiegazioni perché non comprende come si debbano sviluppare le relazioni umane, anche se sente il desiderio di avere anche lui una ragazza. Si incontra settimanalmente con la psichiatra Julia e beneficia delle amorevoli attenzioni, anche se un po’ apprensive, della madre Elsa e del radioso ottimismo del padre Doug ma soprattutto ha il sostegno della sorella Casey che lo tratta per quello che è, un ragazzo fra gli altri.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una famiglia resta unita e solidale nonostante le debolezze dei singoli che sono sempre pronti a chiedere perdono. Alcuni comportamenti leggeri in termini di sessualità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Linguaggio esplicito su tematiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Ottima costruzione dei caratteri dei componenti di una famiglia che interagiscono fra loro litigando, chiedendo perdono, manifestando affetto reciproco
Testo Breve:

Una famiglia che include un adolescente con la sindrome di Asperger affronta i problemi di ogni giorno, mai classificabili come normali, con solidarietà e qualche sbandamento

Nei film che pongono come protagonisti ragazzi o ragazze con delle particolarità, si sviluppano sempre due racconti in parallelo: quello del protagonista, che si impegna ad adeguarsi alla “normalità” e quello degli altri personaggi normodotati che si muovono intorno a lui.

Se in Ognuno è perfetto, recensito di recente, disponibile su Rayplay, i protagonisti sono realmente delle persone con la sindrome di Down, qui, a interpretare Sam è un attore (la stessa scelta adottata dal primissimo film sull’autismo, Rain Man del 1988, con un insuperabile Dustin Hoffman) e se nel film italiano le storie di contorno sono approssimative, il punto di forza di questo Atypical sta proprio nel modo con cui sono stati disegnati i personaggi, soprattutto i suoi familiari,  che si muovono intorno a Sam.

La madre Elsa ha abbandonato il mestiere di parrucchiera per dedicarsi al figlio e alla casa: prepara sempre squisiti pranzetti perché ama sentirsi apprezzata per questo; ama la stabilità e non gradisce i cambiamenti che avvengono intorno a lei, come la crescita dei figli che si stanno costruendo una vita fuori dalla famiglia e rischiano di svuotare il suo ruolo. Il padre è la roccia della casa (a parte un periodo di crisi, poi superato, quando era venuto a conoscenza della sindrome del figlio): di fronte ai problemi riesce sempre a trasmettere speranza e sicurezza e sa ascoltare tutti. C’è poi l’altra figlia Casey, anch’essa adolescente: il personaggio più riuscito, che da sola giustifica la visione della fiction. Con il suo atteggiamento ruvido e il look semplice tradisce la schiettezza dei propri sentimenti e il pudore di manifestarli. Stravede per suo fratello che tratta con simpatica ruvidezza ma è sempre al suo fianco per controllare che non venga mai ferito e non esita a dare un pugno a una collega che deride una compagna di scuola troppo grassa. Inizia a frequentare un ragazzo ma non ha fretta di compiere passi che non abbiano una piena motivazione. L’unità della famiglia è il valore a cui si appoggia e ci resta male quando il padre si è allontanato per sei mesi da casa e ancor più quando scoprirà che la madre si sta concedendo una distrazione.  

Riguardo a Sam è lui la voce narrante perché l’ideatrice Robia Rashid ha desiderato che noi spettatori ci mettessimo nella sua prospettiva. Scopriamo così il suo amore per l’Antartide: sa tutto sui pinguini, tanto che nelle situazioni di stress per calmarsi ripete i nomi delle quattro specie principali; va a scuola con le cuffie perché gli dà   fastidio il frastuono, è sempre sincero in modo disarmante e ciò non fa che creare continui problemi di relazione con gli altri. Alcuni recensori hanno criticato la scelta dell’autrice di aver impiegato per la figura di Sam un attore e non un ragazzo che avesse realmente la sindrome di Asperger: il problema è stato risolto nella seconda stagione, dove Sam si incontrerà con altri ragazzi (realmente) affetti da autismo.

A mio avviso però la figura di Sam ha un diverso movente letterario: lui ha tutto da imparare su come ci si comporta nel mondo: accetta continui consigli dal suo amico e mentore Zahid e dalla terapeuta Julia. Sam deve imparare come si approcciano le ragazze, quali sono le loro virtù che vanno cercate, quando si è sicuri di essersi innamorati, come vanno espresse le proprie affettuosità e ciò comporta l’impegno, da parte di Robia Rashid, di stilare, nelle risposte che danno le persone che gli stanno intorno, un breviario di filosofia di vita, un ABC dell’amore e delle relazioni umane. Una sorta di Candide di Voltaire per spiegare a un ragazzo che vive ottimisticamente della pura logica della sua mente, che le cose del mondo sono un po’ più complesse di quanto gli possano apparire.

Dopo tante teencom e teendrama recenti dove i genitori sono totalmente assenti, qui assistiamo a una madre che sollecita la figlia a tenere sempre la porta aperta quando ospita in camera il suo ragazzo e quando anche lei commetterà una debolezza, saprà accorgersi, sia pure in ritardo, che le persone non possono essere ingannate, né suo marito ma neanche il giovane che ha conosciuto e che vorrebbe una relazione più seria. Per converso il tema della sessualità degli adolescenti, visto dal fronte dei genitori, rientra nello standard seguito da tutti i prodotti narrativi mediatici di oggi: non ci sono collegamenti con la stabilità del matrimonio ma solo di “farlo nel momento in cui ci si sente pronti”.

La serie è disponibile su Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNUNO E' PERFETTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/31/2019 - 15:06
Titolo Originale: Ognuno è perfetto
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Giacomo Campiotti
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Produzione: Rai Fiction, Viola Film
Durata: 6 episodi di 50' su RaiPlay
Interpreti: Edoardo Leo, Cristiana Capotondi, Nicole Grimaudo, Gabriele Di Bello, Alice De Carlo, Lele Vannoli, Aldo Arturo Pavesi, Valentina Venturin, Matteo Dall'Armi, Piera Degli Esposti

Rick è un ragazzo con la sindrome di Down, che beneficia delle cure amorose della madre Alessia e del padre Ivan. Rick si annoia a fare quei finti tirocini che vengono tipicamente assegnati a una persona non normodotata e vuole un lavoro vero. Tramite un amico conosce Miriam, la proprietaria della rinomata fabbrica di cioccolato Antica Cioccolateria Abrate, che lo assume per lavorare nel reparto che confeziona scatole di cioccolatini. Questo reparto è costituito prevalentemente da persone con la sindrome di Down: la proprietaria dopo la morte di sua figlia, affetta dalla stessa sindrome, ha considerato come sua missione il prendersi cura di queste persone. Ivan accetta con un poco di apprensione questa nuova situazione, sia perché ora è solo a prendersi cura di Rick (la moglie Alessia, con la quale sta per separarsi, è partita per un viaggio con il suo nuovo fidanzato), sia perché il figlio gli ha comunicato che si è innamorato di Tina, che lavora nello stesso reparto e che hanno intenzione di sposarsi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ha il merito di rendere protagonisti e di far divertire un gruppo di ragazzi e ragazze con la sindrome di Down ma altri temi che riguardano gli adulti normodotati, in particolare il tema della fedeltà coniugale sono affrontati con superficialità secondo i più comuni stereotipi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il film affronta aspetti della sessualità in condizioni particolari che i più piccoli non potrebbero capire
Giudizio Artistico 
 
Molto convincente la recitazione di Edoardo Leo e dei ragazzi speciali. La sceneggiatura si carica troppo di sottotrame poco verosimili
Testo Breve:

Nick ha 24 anni, la sindrome di Down, molta voglia di lavorare e di sposarsi. La storia divertente di un gruppo di ragazzi particolari e di un genitore che cerca affannosamente di mettersi sulla loro lunghezza d’onda

Bisogna riconoscere che non sono pochi i film che hanno come coprotagonisti persone con la sindrome di Down o comunque non normodotati. Solo per citare gli ultimi, l’italiano Dafne ci presenta una vulcanica ragazza con questa sindrome che, rimasta da sola con il padre anziano, riesce a dargli l’energia necessaria per andare avanti insieme.

Oppure lo spagnolo Non ci resta che vincere, dove partecipaiamo a uno scambio di doni fra una squadra di ragazzi con disabilità mentali, che trovano un padre nel loro allenatore e l’allenatore stesso che scopre la bellezza del dedicarsi generosamente a loro.

In questo serial trasmesso su RaiUno e ora disponibile su Raiplay, la crescita umana è del padre di Rick, che scopre che i problemi non si risolvono cercando di essere sempre prudenti e ragionevoli ma dando tutto se stesso, senza riserve, fino a entrare in quel mondo particolare in cui vive suo figlio. Rick e gli altri ragazzi raggiungono un altro tipo di conquista: quello di sentirsi utili socialmente e anche di poter esprimere i propri sentimenti, come il desiderio di sposarsi. Non vengono neanche trascurati nel serial tematiche concrete, come la gestione della sessualità e il desiderio di vivere in coppia. Se le scena baricentrica è proprio quella del matrimonio fra Rick e Tina, si mostra altrettanto chiaramente che i due possono vivere in una casa dove è presente sempre l’occhio vigile di un genitore (nel 2014 vi è svolto in Italia il matrimonio fra Mauro e Marta, il primo fra due persone con la sindrome di Down, regolarmente riconosciuto).

In genere, in questo tipo di film, è sempre in agguato il rischio dell’eccesso di cautela nei confronti di queste persone ritenute fragili: In Ognuno è perfetto succede il contrario:  la carta vincente sta proprio nel racconto delle avventure della squadra dei colleghi di lavoro di Nick, tutti ben caratterizzati (Christian, il gigante buono, Cedrini il caporeparto, Django, il pigro e svogliato, Giulia la romantica,) e sembra proprio che il film sia  stato fatto per loro, per farli divertire in questa storia fantasiosa e ricca di colpi di scena (incluso un avventuroso viaggio in Albania). Al contrario, riguardo alle vicende degli adulti normodotati, troviamo poca originalità e molte forzature. All’inizio della storia scopriamo che Ivan e Alessia stanno per divorziare ma il tema non viene approfondito: non si comprende come l’impegno a prendersi cura del loro figlio non li abbia portati a sentirsi indispensabili l’uno per l’altra. Appare eccessivo che Ivan venda la sua azienda per dedicarsi interamente al figlio; fumettistiche le vicende della madre di Tina, invischiata nei traffici della mafia del suo paese; troppo semplicistica la contrapposizione fra chi vuole salvare il reparto di packaging gestito da ragazzi non normodotati e chi vuole vendere la fabbrica a una società francese.

Ivan, in un momento di confidenza con suo figlio, che gli ha chiesto perché si vuole separare dalla mamma, sentenzia che “l’amore inizia e finisce quando lo vuole lui: non c’è una ragione”. Si tratta di una pessima definizione, in aperta contraddizione con un altro amore, quello che lui stesso riesce a esprimere nei confronti del figlio: in questo tutta la sua persona è fattivamente coinvolta (volontà, intelligenza, determinazione) in quello, secondo la sua ipotesi,  si è passivamente in balia di un sentimento che, come è arrivato, se ne può andare. “Ma allora è un capo!” commenta Rick che ha colto ironicamente l’assurdità della risposta.

Si può dire che alla fine, la reazione dello spettatore sia un po’ insolita: è contento che questi ragazzi e ragazze particolari abbiamo potuto esprimersi e divertirsi in questa specie di parco di divertimenti che è questo serial (succede un po’ di tutto) ma non è molto sicuro che, tra un sub-plot e l’altro, le problematiche di questi ragazzi siano emerse con adeguato realismo.

Il serial è disponibile su Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN ITALY (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/02/2019 - 15:19
Titolo Originale: Made in Italy
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Luisa Cotta Ramosino, Laura Cotta Ramosino, Paolo Marchesini, Mara Perbellini, Mauro Spinelli, Lea Marina Tafuri
Durata: 8 episodi di 45 minuti su Amazon Prime Video
Interpreti: Greta Ferro, Margherita Buy, Fiammetta Cicogna, Maurizio Lastrico, Sergio Albelli

Milano, 1974. Irene è figlia di immigrati meridionali (il padre lavora in fabbrica) e per mantenersi agli studi (la sua aspirazione è diventare giornalista) entra a far parte dello staff di Appeal, una rivista di moda. Gli anni ’70 sono un’epoca di grandi mutamenti:, stilisti ora diventati famosi stavano facendo i loro primi passi convergendo su Milano. La ragazza viene subito apprezzata per le sue iniziative: per lei la nuova moda è espressione di emancipazione femminile e anche la sua vita privata subisce uno scossone. Lascia il suo fidanzato storico e si immerge, ormai libera, nello scintillante mondo del fashion…:

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben riuscita la figura dell'editore della rivista di moda, che sa conciliare le esigenze del lavoro con la comprensione dei problemi umani dei suoi collaboratori. La protagonista, se da una parte si impegna ad affermarsi nel suo lavoro, dall'altra coglie troppo bene lo spirito contestatore degli anni '70, perseguendo una libertà sessuale senza vincoli
Pubblico 
Adolescenti
Una situazione di dipendenza dalla droga. Non ci sono nudità ma alcuni disinvolti comportamenti sessuali, sia etero che omosessuali
Giudizio Artistico 
 
La fiction svolge molto bene il compito divulgativo di fare conoscere al grande pubblico l’entusiasmante storia della moda italiana, i personaggi principali sono ben delineati con alcune eccezioni
Testo Breve:

Negli anni ’70 nasceva a Milano la moda italiana che oggi conosciamo. La storia appassionante di quei grandi stilisti si incrocia con le vicende personali dei redattori di una rivista di moda, alcune ben tratteggiate, altre di meno. Ora su Canale 5

Walter Albini (ripreso a villa Necchi,  la più bella villa Liberty di Milano): ha portato la moda a Milano e si può considerare il padre del prêt à porter italiano.
Mariuccia Mandelli (Krizia): non c’è provocazione che abbia lanciato né materiali che non abbia sperimentato. 
Ottavio Missoni: con la moglie Rosita nei loro impianti a Sumirago creano i famosi maglioni – patchwork usando colori che ricordano Lorenzo Balla. 
Il curielino: è l’abito delle signore-bene  milanesi dagli anni sessanta, creato da Raffella Curiel, emblema di via Motenapoleone. 
Giorgio Armani: lontano da qualsiasi eccesso ma con molto stile ha eliminato la rigidità dell’imbottitura e delle contro fodere: i suoi vestiti cadono sul corpo senza imprigionarlo
Giuseppe Modenese:
promotore dell’industria tessile (lo incontriamo a palazzo Castiglioni, emblema dell’Art Nouveau milanese), organizza un convegno di stilisti e di imprenditori del tessuto a Villa Erba di Como e  fa scoprire alla stampa internazionale che la moda italiana non è seconda a nessuno. 
Giovanni Versace è ancora un giovane alle sue prime armi, arrivato a Milano dalla Calabria, dove ha imparato tante cose dalla sua mamma sarta. 
Elio Fiorucci: opera una risolutiva democratizzazione della moda e si può considerare un filosofo della bellezza, noto per i suoi jeans attillati in denim tanto quanto per i suoi poster.

Sono questi gli "eroi" della magnifica saga della nascita della moda itaiana, apprezzata in tutto il mondo e che questo serial ha voluto celebrare.

Quando si inizia a vedere questa fiction su Amazon Prime Video, ci si domanda come mai in precedenza non era venuto in mente a nessuno di ricostruire gli anni d’oro della nascita della moda italiana.

Il settore dell’abbigliamento è il secondo in Italia in termini di occupazione e il primo in Europa in termini di valore aggiunto ma è soprattutto espressione dell’amore per il bello di tanti intraprendenti stilisti.

Si sono visti dei commenti non sempre positivi su questo serial, in particolare da parte di riviste del settore, che hanno sottolineato come sarebbe stato necessario approfondire la vita di alcuni stilisti, in particolare Walter Albini ma mi sento di osservare che queste critiche non ci sarebbero state se questo serial non fosse stato prodotto. Ben vengano prossimi lavori dedicati a uno solo per volta di questi sarti famosi ma intanto Made in Italy ha portato a termine un pregevole compito divulgativo che avvicinerà la moda italiana a chi non è strettamente impegnato nel settore.

Ovviamente una fiction non è un documentario (ogni puntata include comunque una scheda sintetica di uno stilista) ed è stata sviluppata una narrazione che raccordasse questa parata di maestri della moda. Lo si è realizzato attraverso la figura di Irene, ragazza alla soglia della laurea che entrando a far parte della rivista Appeal conosce progressivamente i personaggi chiave di questa esplosione di talenti.

In linea teorica si sarebbe potuto sviluppare un fiction di contesto, scelta fatta da alcuni serial americani più recenti (E.R.,  The News Room, The West Wing, House of Cards) dove ciò che prevale è la descrizione minuziosa delle dinamiche dell’ambiente di lavoro, lasciando in secondo piano le storie personali. In questo Made in Italy si è preferita una soluzione classica, forse più consona al pubblico italiano, dove si stabilisce un intreccio fra le vicende private dei protagonisti e le sorti della rivista.

Si tratta di un impegno ambizioso perché si è cercato di fare una fotografia di quei tumultuosi anni ’70, rischiando di mettere molta carne al fuoco.  Era l’epoca delle Brigate Rosse e la redattrice Rita Pasini (Margherita Buy) è angosciata per il figlio che ha scelto la via della lotta armata; l’omosessualità era perseguita (vediamo la polizia che fa irruzione nel locale Macondo, famoso all’epoca) e assistiamo alla relazione tormentata fra Filippo (Maurizio Lastrico) e Flavio (Saul Nanni), un giovane tossico dipendente. Era l’epoca dell’emancipazione femminile e Monica, la collega di Irene, si mostra molto libera (organizza anche incontri con due uomini, anche se  il suo comportamento sarebbe causato da una infanzia senza affetti).

In questo quadro complesso ci sono dei chiaro-scuri: molto bella l’amicizia fra Irene, Filippo e Monica, sempre pronti ad aiutarsi nel lavoro come nella vita privata; ben riuscita è la figura dell’editore di Appeal, Armando (Giuseppe Cederna) che sa conciliare le esigenze del lavoro con la comprensione dei problemi umani dei suoi collaboratori. Anche la figura di Rita (Margherita Buy) è ben riuscita nella sua continua pena segreta per il figlio così come la  tragica vicenda che lega Filippo a Nanni..

Stranamente il personaggio che appare più incoerente è proprio la protagonista Rita (Greta Ferro) non certo nella sua ascesa nella redazione della rivista ma nelle sue vicende personali. Di origine meridionale, con un’educazione impostata su solide tradizioni, dimostra un comportamento sgradevole nei confronti del suo fidanzato storico, rifiutando l’anello di fidanzamento di fronte agli stessi genitori. Se era stato il suo fidanzato per molti anni, ci si sarebbe aspettata maggiore delicatezza.  In seguito accetterà molto rapidamente e senza crisi di coscienza il suo nuovo ruolo di donna libera, non limitandosi ad avventure di un solo giorno ma finendo per entrare nell’intimità di un uomo già sposato con un figlio. Il bell'esempio di famiglia unita offerta dai suoi genitori avrebbe potuto svolgere un ruolo maggiore.

L’ultima puntata lascia alcune evoluzioni del racconto non risolte, segno che c’è da attendersi una nuova stagione.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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