Drammatico

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MONSOON WEDDING

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/28/2010 - 09:47
 
Titolo Originale: MONSOON WEDDING
Paese: India
Anno: 2001
Regia: Mira Nair
Sceneggiatura: Sabrina Dhawan
Durata: 114'
Interpreti: Littete Dubey, Shefali Shetty,Vijay Raaz

Vincitrice del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2001, con un buon successo al botteghino da imputarsi al passaparola degli spettatori, questa pellicola è una delle poche produzioni dell’enorme mercato indiano (detto Bollywood, dal momento che per numero di film, destinati quasi esclusivamente ad un pubblico “nazionale”, eguaglia gli Usa) capace di ritagliarsi spazio e attenzione nell’affollato panorama del cinema attuale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La famiglia è ancora la struttura portante della società indiana
Pubblico 
Adolescenti
Per il linguaggio ed un riferimento alla pedofilia
Giudizio Artistico 
 
Un ricco affresco della società alta indiana, gioioso e ben caratterizzato

Lo si deve probabilmente alla sensibilità della regista, ormai da anni inserita in un circuito internazionale (suoi sono anche Mississipi Masala e Salaam Bombay), abile nel creare un miscuglio di temi e strategie narrative che si differenzia sia dalle grandi produzioni americane che dal cinema d’autore europeo, come pure dalle tipologie di cinematografie altre (iraniana, russa, cinese...) che riscuotono successo nei festival internazionali e in limitati circoli intellettuali.

La storia è quella di un matrimonio combinato nell’upper class di Delhi, un evento che si svolge su più giorni e coinvolge un numero esorbitante di parenti e amici provenienti da varie parti del mondo, portando alla luce segreti e sentimenti, desideri e speranze in un susseguirsi di colpi di scena e rivelazioni scanditi dai colori, dai riti e dalla musica, di cui il film trabocca .

Proprio l’andamento vicino al musical (il genere principe della cinematografia popolare indiana) così come il curioso miscuglio di modernità e tradizioni (matrimoni combinati, organizzati, però, da un wedding planner metodicamente pasticcione, ma romantico – tanto da corteggiare e impalmare con grande semplicità la cameriera della famiglia protagonista - forti legami familiari, drammi legati alle molestie sui minori, e molto altro…) fanno di questa pellicola uno spettacolo piacevole, capace di mettere a fuoco in modo originale, ma anche autentico e profondo, temi come la ricerca della felicità e della propria strada nel mondo, la necessità di affrontare il passato per poter vivere il futuro, la responsabilità dei genitori nei confronti dei figli, il tutto all’interno di un mondo che ci è solo in parte estraneo.

La vicenda centrale del film, infatti, ruota intorno alla scelta, per certi versi provocatoria e sconcertante, della giovane protagonista (farsi trovare un marito dai genitori), che in verità si configura come rinuncia alla scelta, sospesa tra gli estremi di una relazione senza futuro con un uomo sposato e l’accettazione di una tradizione che appare probabilmente più insolita ai nostri occhi che a quelli degli indiani.

I genitori di lei, brave persone che immaginiamo “accoppiate” grazie al medesimo sistema, sono animati da un genuino desiderio di fare il bene dei propri figli e dunque scelgono uno sposo che possa renderla felice (il figlio ingegnere di amici emigrati in Texas); disposti ad indebitarsi per offrire alla ragazza tutto quello che possono, cercano di organizzarle un matrimonio con i fiocchi, riportando all’ovile parenti da tutto il mondo.

Quella che incontriamo in queste scene di preparazione e attesa (l’acquisto del corredo, il fidanzamento, la “festa delle donne” con canto rituale, l’allestimento del giardino per la cerimonia), è un’India che, pur non nascondendo lo squallore e la miseria di alcuni paesaggi cittadini, è piena di colori e di suoni, sospesa tra tradizioni millenarie e divisioni di casta (basti vedere la differenza tra le due cerimonie di nozze, che pure suggerisce una comunanza di fondo basata sull’amore), ma anche capace di una vitalità e di un rinnovamento che cozza con la tipica immagine del paese meraviglioso, ma arretrato a cui siamo stati abituati.

Il percorso che Aditi, la protagonista, compie nel corso del film, tuttavia, pur svolgendosi all’interno di convenzioni che possono apparirci lontane, ha un significato che oltrepassa i confini culturali e nazionali. Dopo un rifiuto istintivo e immaturo della propria libertà (probabilmente generata dalla triste consapevolezza che la relazione con il collega sposato non la porterà mai alla felicità), infatti, la fanciulla, mentre sembra “subire” i vari momenti del matrimonio, impara la necessità di una chiarezza su se stessa e con gli altri: quel matrimonio sarebbe sbagliato non tanto perché combinato (quello dei suoi genitori, nato allo stesso modo, è un esempio di riuscita), ma perché basato su una menzogna.

La confessione al futuro sposo, lo stupore di fronte alla comprensione che lui le dimostra, la speranza di un nuovo inizio, riescono finalmente a muovere la libertà di Aditi; ora la giovane è pronta ad affrontare un passo che, come le dice anche il futuro marito, racchiude sempre , in misura più o meno grande, un margine di rischio e di incertezza e richiede, quindi, la volontà di impegnarsi totalmente perché la vita insieme funzioni.

                                   Luisa Cotta Ramosino

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La famiglia Verma è proprio una famiglia allargata: una vera tribù di zii, nipoti, fratelli, nonne, suoceri in un intreccio di sangue , di interessi e di solidarietà; tutti stanno convergendo dai quattro punti cardinali (chi viene dagli Stati Uniti, chi dall'Australia,..) per celebrare il matrimonio della loro figlia maggiore .

Sembrerà strano, per noi occidentali abituati alle immagini oleografiche di un'India misera e fuori dal tempo, scoprire l'esistenza di una ricca borghesia che vive in ville con giardino, che fa uso intenso di cellulari e di potenti fuoristrada usate come automobili. Superata la sorpresa iniziale, ci troviamo all'interno di un intreccio di storie d'amore e di cronaca familiare dove il vecchio, il nuovo e l'eterno si intrecciano; mentre la giovane si deve sposare con un ragazzo che non ha mai conosciuto ("però in fondo è carino.."), i genitori sono alle prese con un figlio quattordicenne ribelle che pensa solo a cantare e ballare. Intanto il titolare della ditta incaricata organizzare la festa, scapolo da troppo tempo (come dice sua madre), insegue con lo sguardo una fantesca molto giovane e romantica...

l film trasmette giovinezza e gioia di vivere e mostra quanto importanti siano anche in questo lontano paese i valori familiari (rappresentati soprattutto dalla coppia dei genitori che riescono a risolvere con l'affetto e la coesione interna, problemi anche gravi) nonché il valore dell'onestà e della sincerità anche dolorosa (la giovane confessa al suo promesso sposo di avere un'amante al quale si sente ancora legata). La regista non cerca però di presentarci un quadro zuccheroso e di maniera: non tralascia di presentarci il rovescio della grande famiglia, pur continuando a crederci: la permanenza dei matrimoni combinati, l'invadenza di uno zio protettore, generoso in modo troppo interessato. Sarà poi l'inizio della cerimonia nuziale, sotto una torrenziale pioggia monsonica, quasi un battesimo purificatorio, che farà ricompaginare tutti i componenti della famiglia, orgogliosa di perpetuare le proprie antiche tradizioni.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: La7D
Data Trasmissione: Sabato, 7. Maggio 2011 - 21:10


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Mona Lisa Smile

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/28/2010 - 09:35
Titolo Originale: Mona Lisa Smile
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Mike Newell
Sceneggiatura: Lawrence Konner, Mark Rosenthal
Durata: 110
Interpreti: Julia Roberts (katherine Watson), Kirsten Dust (Betty Warren), Julia Stiles(Joan Bandwin)

 Nell'autunno del 1953 la giovane insegnante di arte Katherine Watson lascia la California ed il suo fidanzato per il New England, assunta al prestigioso Wellesley College, dove vengono educate le figlie delle più ricche famiglie dell'East Coast. Vi arriva piena di entusiasmo, desiderosa di insegnare  un'arte non ricavata dai libri ma dalle emozioni che scaturiscono da una  presa diretta con i capolavori. Vuole anche esser  paladina di una figura di donna che cerca di realizzarsi nel lavoro  professionale , oltre che essere moglie e madre.
Katherine capisce subito che entrambe le battaglie risulteranno molto difficili, a meno che lei riesca ad attirarsi la simpatia di qualche studentessa o di qualche collega....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una società d'elite, formalmente perbenista, non riesce a trasmettere valori alle nuove generazioni
Pubblico 
Adolescenti
Per conversazioni esplicite a sfondo sessuale
Giudizio Artistico 
 
Perfetta la ricostruzione degli anni '50 . Ottima la recitazione. Non convince lo sviluppo della storia
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA NINA SANTA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/27/2010 - 13:19
Titolo Originale: La nina santa
Paese: Italia/Argentina/Olanda/ Spagna
Anno: 2004
Regia: Lucrecia Martel
Sceneggiatura: Lucrecia Martel
Produzione: Lita Stantic/ El Deseo/ La Pasionaria /R & C, Produzioni/Teodora Cinema/ Fondazione Montecinema verità/ Hubert Bals Fund
Durata: 106'
Interpreti: Mercedes Moran, Carlos Belloso, Maria Alche,

Amalia, adolescente argentina in preda ai primi turbamenti sessuali e a confuse domande sulla sua vocazione suggerite dalle lezioni di catechismo, identifica la sua missione nella redenzione del Dott. Jano, un medico ospite di un convegno nell’albergo gestito dalla madre di lei, Helena,  sposato ma propenso a molestare le ragazzine. Anche Melena, divorziata insoddisfatta con problemi di udito, ha da parte sua messo gli occhi sul Dott. Jano. Slanci di corpo e spirito finiscono per mescolarsi causando non pochi problemi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’ostilità ad un certo tipo di educazione, non soltanto cattolica, quanto religiosa in senso lato, l’attenzione insistita al dettaglio corporale, la confusione (voluta) tra aspirazioni spirituali e pulsioni sessuali e terrene.
Pubblico 
Adulti
Film fortemente sconsigliato ad un pubblico adolescente per la presenza di diverse scene sensuali e di nudo e una scena di masturbazione esplicita.
Giudizio Artistico 
 
Film manifesta lo stile personalissimo dell'autrice: la storia di fatto si tronca senza giungere ad una vera e propria conclusione; in numerosi tratti risulta statico. Il film è tutto giocato sui toni spenti del grigio e del marrone e volutamente coperto da una patina un po’ vecchiotta

Il film scritto e diretto da Lucrecia Martel è stato prodotto da Almodovar e la cosa è evidente sin dalle prime inquadrature: pur non aderendo all’estetica esuberante del regista spagnolo (il film è tutto giocato sui toni spenti del grigio e del marrone e volutamente coperto da una patina un po’ vecchiotta che ci farebbe volentieri spostare l’azione negli anni Sessanta), La nina santa riprende molti dei temi portanti della sua cinematografia recente. L’ostilità ad un certo tipo di educazione, qui nemmeno e soltanto cattolica, quanto religiosa in senso lato, l’attenzione insistita (si sarebbe tentati di definire perversa, ma diciamo pure iperrealistica) al dettaglio corporale, la confusione (voluta) tra aspirazioni spirituali e pulsioni sessuali e terrene.

Con il corollario non esplicito ma inevitabile che le prime non sono che la rappresentazione confusa e sublimata delle seconde e in quanto tali l’unico loro esito possibile o ragionevole è fondersi in esse. In effetti, mentre, forse a torto, l’ultima opera di Almodovar è stata letta come un atto d’accusa alla mala educacíon della Chiesa, va notato che nel film della Martel non compare nemmeno un prete o un crocefisso, anche se le litanie mariane recitate, con la stessa intensità e mancanza di coscienza di un mantra o di un training autogeno, dalla giovane protagonista e dalla sua amica sono un’evidente stoccata anticlericale. L’unica voce, assai poco autorevole, anche se esteticamente suggestiva, del punto di vista spirituale, è quella di una giovane insegnante (catechista? non è chiaro nemmeno quello) che sentiamo cantare, incerta ma con grande commozione, i versi dell’inno Vuestra soy come introduzione ad un incontro di spiritualità per adolescenti tutto incentrato sul tema della vocazione. Che tanta commozione debba essere provocata, più che da mistica devozione, da turbamenti ben più carnali, è il suggerimento che offre immediatamente Josephina, amica del cuore di Amalia, che ha già risolto a modo suo i contrasti tra i precetti religiosi in materia di sesso prematrimoniale e le sue “simpatie” per un giovane cugino.

Di fatto la meditazione comunitaria parrebbe risolversi nella discussione di materiali fotocopiati dalle fonti più varie, dalla mistica alla superstizione popolare, in un pot pourry folkloristico ma decisamente poco razionale, che nulla sembra avere a che fare con la reale esperienza delle ragazzine.

Così, mentre l’inno di Santa Teresa d’Avila definisce la vocazione come una disponibilità semplice ed appassionata di fronte ad una presenza così concreta ed umana da poter essere chiamata come uno sposo terreno, le ragazzine si perdono a domandarsi se la chiamata di Dio si presenti come una voce notturna o un bel segnale luminoso.

Salvo poi concretizzarsi, per la confusissima Amalaia, nelle avances stradali di un molestatore, a cui bisogna salvare l’anima, anche se non si capisce bene come. La missione della ragazzina si attua infatti in una sorta di reiterata offerta del proprio corpo e in un generico appello alla bontà (“Tu sei buono” sussurra in un orecchio Amalia al dottore, nella cui camera si è insinuata per l’ennesima volta).

Chi sente delle voci, però, (e l’ironico richiamo a Giovanna d’Arco, vista la giovane età della protagonista, non sembra casuale) farebbe meglio a considerarle il fastidioso risultato di troppi tuffi in piscina, come suggerisce il dott. Jano alla madre di Amalia, in un estemporaneo consulto audiometrico.

Altrimenti il rischio è di scambiare le “sane” pulsioni dell’età con altre cose, “orribili”, le definisce la madre di Josephina, “sciocchezze”, con più condiscendenza, quella di Amalia, tutte due, per altro, piuttosto disattente a quello che le rispettive figlie fanno del loro tempo libero.

La Martel ci descrive, con una certa abile finzione di realismo, un panorama umano squallido e vuoto di significato (la storia di fatto si tronca senza giungere ad una vera e propria conclusione e far esplodere tutti i propri conflitti). Un’impressione di desolazione esistenziale probabilmente non del tutto voluta dall’autrice, ma che è, almeno in parte, l’inevitabile risultato della negazione ostinata della specificità e irriducibilità della dimensione religiosa e spirituale dell’essere umano che è il presupposto della pellicola.

La recensione farà inserita  nel libro di prossima pubblicazione:

Scegliere un film 2005

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NEL MIO AMORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/27/2010 - 11:21
 
Titolo Originale: "NEL MIO AMORE"
Paese: Italia
Anno: 2003
Regia: Susanna Tamaro
Sceneggiatura: Susanna Tamaro e Roberta Mazzoni
Produzione: Fulvio Lucisano per Italian International Film
Durata: 2
Interpreti: Licia Maglietta, Urbano Barberini

Molto interessante questo film d’esordio di Susanna Tamaro, la ben nota scrittrice che ha raggiunto un grande notorietà a partire dal suo bel romanzo di dieci anni fa, Va’ dove ti porta il cuore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si parla di fede e di amore, di colpa e di perdono, dell’inferno e del paradiso, di una vita spesa solo a cercare il benessere e il successo e dell’apertura agli altri nella condivisione e nel voler bene. E presente però un certo manicheismo nel tratteggiare personaggi tutti cattivi o tutti buoni
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene di forte tensione drammatica in famiglia; una scena lievemente sensuale
Giudizio Artistico 
 
Regia molto curata, stupendi paesaggi montani grazie alla fotografia di Giuseppe Lanci, ottime interpretazioni degli attori. Alcuni passaggi narrativi appaiono un po' rigidi e non pienamente giustificati.

Il suo primo lungometraggio, Nel mio amore, prodotto da Fulvio Lucisano, nelle sale italiane dal 23 settembre, ha per protagonista Stella (una intensa e bravissima Licia Maglietta), che ritorna dopo anni nella casa natale. Poco a poco veniamo a scoprire il suo passato: un rapporto difficile con il marito (Urbano Barberini) che esaspera il figlio fino a renderlo ribelle, e un rapporto altrettanto difficile con la figlia, hanno chiuso ormai il cuore di questa donna, che grazie all’amicizia con un personaggio un po’ misterioso –che era stato anche amico di suo figlio, morto tragicamente in un incidente- che abita fra queste montagne, ripercorre il suo passato fino a intravedere una speranza di cambiamento.

Nel mio amore è un film coraggioso, che ha l’ardire di incamminarsi su sentieri nuovi e molto alti, assai diversi da quelli di gran parte del cinema italiano. E’ anche un film girato assai bene, che mostra una connaturalità della Tamaro con il linguaggio delle immagini, i silenzi, la valorizzazione degli oggetti e dei paesaggi, che forse sorprenderanno più di uno spettatore. La scrittrice triestina, in effetti, si era diplomata in regia presso la Scuola Nazionale di Cinema, e prima di dedicarsi solo alla scrittura aveva lavorato come assistente di alcuni registi e come autrice di documentari. Le location scelte sono inusuali e bellissime: stupendi paesaggi di montagna che la regista ha trovato in Slovenia. Le immagini sono quindi molto espressive, valorizzate da una splendida fotografia di Giuseppe Lanci, uno dei maestri italiani di questa arte, che aveva lavorato anche per Tarkovskij. In effetti la Tamaro richiama il regista russo in numerose scelte stilistiche e anche nella sensibilità per un tipo di cinema che valorizza molto tanto la cura dell’immagine quanto l’interiorità dei personaggi.

I temi, come dicevamo, sono molto coraggiosi: Susanna Tamaro e la sua co-sceneggiatrice, Roberta Mazzoni (La settima stanza, Matrimoni), non hanno paura di parlare molto apertamente di fede e di amore, di colpa e di perdono, dell’inferno e del paradiso, di una vita spesa solo a cercare il benessere e il successo e dell’apertura agli altri nella condivisione e nel voler bene. Sono temi talmente alti e forti che a volte forse si avverte che non sono completamente “avvolti” nella storia, ma emergono un po’ al di fuori di essa. Il personaggio del marito, per esempio, forse è un po’ eccessivo in una sua cattiveria e grettezza non ben spiegata nel corso del film. Può darsi che la limitatezza del budget a disposizione (che peraltro lo spettatore non nota, grazie all’eccellente lavoro di messa in scena realizzato) abbia portato a dover sacrificare alcune parti della storia che forse avrebbero giustificato meglio alcuni passaggi narrativi che sullo schermo appaiono un po’ rigidi.

Ci troviamo quindi con un film che dice cose giuste e profonde, forse in un modo che da qualche spettatore sarà avvertito come un po’ spigoloso; un film che potrà piacere a molti, non solo a un pubblico adulto e sensibile, ma anche, per esempio, ad adolescenti alla ricerca di risposte chiare e radicali sul senso dell’esistenza. L’ottimo lavoro degli attori supporta bene la credibilità dei personaggi. Un esordio, quindi, davvero interessante, che fa ben sperare anche per i successivi film di questa neonata regista, così fuori dal coro di un cinema italiano che invece ben difficilmente esce dai soliti cliché.

Autore: Armando Fumagalli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARIA FULL OF GRACE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/26/2010 - 13:11
Titolo Originale: Maria, llena eres de gracia
Paese: COLOMBIA/USA
Anno: 2003
Regia: Joshua Marston
Sceneggiatura: Joshua Marston
Durata: 101'
Interpreti: Catalina Sandino Moreno, Yenny Paola Vega, Guilied Lopez

Maria ha 17 anni e vive in un piccolo paese della Colombia; lavora nell'unica fabbrica che c'é perché deve aiutare la sua famiglia a tirare  avanti. Rimasta senza lavoro  e scopertasi incinta, le viene proposto di fare la mula, di esportare cioè clandestinamente droga negli Stati Uniti ingerendo capsule piene di eroina..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un'attribuzione globale dei valori espressi è complessa. Se il regista individua chiaramente il male nei trafficanti di droga, la protagonista Maria, pur costretta dalla necessità, accetta il mestiere di "mula" senza molto considerare il bimbo che ha in grembo e il potenziale di morte che sta trasportando.
Pubblico 
Adulti
Nessuna scena esplicita di violenza nè scene sensuali ma molta violenza psicologica sui poveri. Dettagli minuti sulla preparazione dell'esportazione clandestina di droga. Per la crudezza delle situazioni, film non è raccomandabile agli adulti più sensibili
Giudizio Artistico 
 
Il regista riesce a coinvolgere molto bene lo spettatore nel suo racconto-viaggio dal paesino della Colombia alla metropoli americana. Ottima interpretazione di Catalina Sandino Moreno
Testo Breve:

Maria full of grace è un film forte ma riproduce con rigore documentaristico la triste realtà delle mulas colombiane,ragazze che trasportano eroina negli Stati Uniti 

 

Maria sta lavorando a cottimo in una fabbrica di  confezionamento di  mazzi di rose, l'unica esistente nel suo paese, situato nella zona rurale di Cundinamarca, non molto lontano da Bogotà. Alza la mano per chiedere il permesso di andare in bagno. Il capo sala le risponde di no; c'è già andata una volta nella stessa giornata. Maria non riesce più a trattenersi e vomita sui fiori (ancora non sa di essere incinta). Il capo  si arrabbia: detrarrà i fiori rovinati dalla sua busta paga pur continuando a non permetterle di allontanarsi dal posto di lavoro. In una ambientazione di proto-capitalismo, senza diritti per i lavoratori, sembra  che la violenza che viene esercitata sui poveri sia sempre la stessa: quella ufficiale e "regolare" del datore di lavoro che sa che la perdita del posto  può comportare la fame e quella del boss del traffico di droga che di lì a poco incontrerà Maria. Entrambi hanno delle regole dai imporre: le regole spietate di un guadagno-idolo, di cui, se ti comporterai bene, ne avrai una fetta. Maria decide di uscire dal primo sistema per entrare nell'altro, troppo orgogliosa per  chiedere scusa al padrone che ha insultato o per  accettare un matrimonio riparatore dal ragazzo che è padre del figlio che sta aspettando. Eccola quindi di fronte a nuove regole: una volta che ha accettato di fare la "mula" non potrà più tornare indietro e se  cercherà di scappare, la rappresaglia sui parenti rimasti in Colombia sarà terribile. Il suo stomaco diventa un contenitore di capsule di cocaina  (basta che una sola si rompa per causarle una morte e certa); quante? 30, 40, tante quante ne riesce a contenere.  Il regista ci  racconta tutto con un realismo documentarista molto accurato, accentuato dall'uso continuo della telecamera a mano. Se quanto detto finora è la parte più dura del racconto,  Joshua Marston sa anche presentarci con affetto la vita semplice della gente del villaggio, dove  i legami familiari contano molto,  c'è solidarietà fra di loro e si vive come si può sotto lo stesso tetto (fino a dieci persone per casa, compresi i giovani appena sposati). Maria e l'amica che l'accompagna nell'avventura non sono avide di denaro ("con i soldi che ci danno per un  "viaggio" potremo comperare una casa per la nostra famiglia" ): stanno piuttosto cercando confusamente, disperatamente di uscire da un "sistema" degradato ed opprimente per andare verso il mitico Nord America dove "tutto funziona" e la legge rispetta e protegge l'individuo. Certo, anche se la comprensione è massima verso l'agire di Maria, ci si domanda se altre soluzioni  potevano essere possibili: confidarsi con qualcuno della famiglia; trovare un don  Fernardo (il sacerdote che negli Stati Uniti aiuta Maria a chiudere i conti con la malavita) non a New York ma nel suo paese e se lui avesse potuto dirle  qualche parola utile a farle ritrovare la serenità. Inoltre il confronto fra la Colombia intesa come disordine selvaggio e gli Stati Uniti come legge ed ordine appare un po' schematico. E' inutile comunque parlare di un film diverso da quello che è stato fatto, il quale  ha indubbiamente il valore forte di una denuncia di qualcosa che sta ancora accadendo.

Ultima annotazione: la figura di don Ferdinando adombra un personaggio reale, Orlando Tobòn, una guida per la comunità colombiana di New York che ha il triste primato di aver fatto rimpatriare finora i corpi di  400 "mulas" .

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Raimovie
Data Trasmissione: Lunedì, 4. Luglio 2011 - 22:50


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MARE DENTRO (L. Cotta Ramosino, A. Fumagalli

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/26/2010 - 13:06
Titolo Originale: Mar Adentro
Paese: Spagna
Anno: 2004
Regia: Alejandro Amenabar
Sceneggiatura: Alejandro Amenabar, Mateo Gil
Produzione: Himenóptero/Sogecine, UGC Images, Eyescreen, TVE Canal +, TVG, Filmanova Invest, Eurimages/ICAA
Durata: 125'
Interpreti: Javier Bardem, Lola Duenas, Belén Rueda

Ramón Sampedro, paralizzato da quasi trent’anni in seguito ad un tuffo andato male, rivendica il suo diritto a darsi la morte. Intorno a lui c’è chi lo sostiene della sua battaglia –un’avvocatessa malata, i membri di un’associazione pro eutanasia- e chi cerca di convincerlo che la vita vale la pena di essere vissuta.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Film fortemente parziale intorno a una tesi preconfezionata. Modo offensivamente caricaturale in cui viene trattato l’intervento di un sacerdote cattolico, così diverso da come avvenne nella realtà
Pubblico 
Sconsigliato
Film fortemente parziale intorno a una tesi preconfezionata. Modo offensivamente caricaturale in cui viene trattato l’intervento di un sacerdote cattolico, così diverso da come avvenne nella realtà
Giudizio Artistico 
 
Il film è scritto, girato e recitato straordinariamente bene. La varietà dei personaggi, la qualità della recitazione, la bellezza delle immagini e della musica riescono a convincere e a commuovere lo spettatore

Il film di Amenábar, che già con i suoi lavori precedenti (The Others e Apri gli occhi) aveva dimostrato di avere una visione del mondo e della vita tutt’altro che positiva (nel migliore dei casi la realtà è una menzogna e l’uomo può solo (di)sperare di accorgersene), ha conquistato prima il Leone d’Argento e poi l’Oscar 2005 come miglior film straniero, portando da Venezia in tutto il mondo lo scottante argomento dell’eutanasia.

Mar Adentro(in italiano Mare dentro, che ribalta il senso del titolo originale – “in alto mare” -, come in una delle strazianti poesie del protagonista), a parole dichiara di non essere un film costruito per “far giurisdizione”.

Ché, anzi, Ramón, il protagonista in cerca della morte (Javier Bardem, anche lui premiato a Venezia come miglior attore), non si stanca di rivendicare la singolarità del suo caso e della sua richiesta. Dichiara di non permettersi di giudicare gli altri (tetraplegici o meno), ma per questo pretende di non essere giudicato da nessuno. Trascorre le sue giornate in una frustrante immobilità talora interrotta da momenti onirici che gli permettono di cancellare, in un attimo, i quasi trent’anni trascorsi dall’incidente che lo ha reso invalido. Non sappiamo in che momento della sua esistenza Ramón abbia deciso di farla finita, ma ora questa volontà di morte, come dice in un’altra poesia, è il suo primo pensiero da quando si sveglia.

Se a questo punto in scena entrano tribunali ed avvocati (più o meno personalmente coinvolti nella questione), dunque, è solo per evitare a chi decidesse di aiutare Ramón una possibile condanna per omicidio nel nome di quelle che uno degli avvocati definisce “credenze metafisiche”, che nulla hanno a che fare con uno Stato laico.

Se non ci fosse questo “intoppo”, sembra dirci il film, tutto potrebbe essere risolto come una “faccenda personale”, come la gestione non discutibile di una “proprietà privata” (la vita, per l’appunto) in cui lo Stato non dovrebbe mettere becco.

Ramón Sampedro era un tempo un affascinante giramondo, ma da 26 anni è immobilizzato da uno sfortunato tuffo nell’acqua bassa: vediamo la sua vita fatta delle cure quotidiane garantite dall’amorevole cognata (ma anche dal nipote adolescente, dal fratello taciturno e dal vecchio padre, che –con sfumature diverse- non condividono e non capiscono la volontà di Ramón di morire). Quella vita che è una semplice proprietà a cui Ramon, come ciascuno, dovrebbe avere il diritto di rinunciare qualora non soddisfi più le sue aspettative.

Al di là di tutte le discussioni, obiezioni e prese di posizione, accuratamente e anche poeticamente drammatizzate nella pellicola attraverso il ventaglio di personaggi secondari, il nodo si stringe di fatto intorno a questo giudizio ultimamente negativo che nella testarda costanza di Ramón percorre sotterraneo l’intero film, annichilendo ogni alternativa e senza lasciare quasi vie d’uscita allo spettatore.

Il film è scritto, girato e recitato straordinariamente bene. La varietà dei personaggi, la qualità della recitazione, la bellezza delle immagini e della musica (composta dallo stesso regista) riescono a convincere e a commuovere lo spettatore, al servizio però –in modo non smaccato, ma sottile, intelligente e per questo molto più efficace- di una tesi preconfezionata e tutta da discutere.

Quello che rimane non spiegato –se alla fine del film ci si pone con libertà qualche domanda- è da dove viene la così pervicace volontà di morte di Ramón. Da dove viene, per esempio, la sua decisione – mai messa in discussione nel film- di limitarsi a vivere nel proprio letto, di non uscire mai dalla sua stanza, quando ci sono persone in condizioni peggiori delle sue, che riescono a muoversi, a svolgere attività lavorative; secondo un altro tetraplegico a cui accenneremo fra poco, Ramón, col tipo di lesione che aveva, sarebbe stato per es. in grado di arrivare, con un po’ di esercizio, a guidare un modello apposito di automobile. Il film invece prende come un dato di fatto sin dall’inizio –senza discuterla, se non in modo del tutto superficiale- la volontà di morire di Ramón, quindi senza indagarla davvero, senza sforzarsi di spiegarla: se si fosse fatta questa domanda, il film sarebbe stato molto utile a tutti noi, anche ai malati come Ramón, che invece trovano qui una soluzione bell’e pronta ai loro problemi e ai problemi di chi li assiste: farsi eliminare. Nei vari dibattiti nati a partire dal film vengono infatti riportati casi di malati che hanno preso esempio dal film decidendo di finire la loro vita. E giova ricordare che un caso come quello di Ramón fosse unico proprio per la pervicace volontà di morire del malato: la grandissima maggioranza delle persone nelle sue condizioni si impegnano invece a “risalire”, a lavorare, a cercare di avere una vita il più normale possibile. Era stata proprio l’inspiegabile -ed eccezionale- volontà di morte di Ramón a renderlo ideale per sollevare, ben prima del film di Amenábar, un “caso” politico, portato dall’associazione pro-eutanasia che lo sosteneva, come bandiera per la legalizzazione della “morte dolce”.

Almeno tre spie indicano la forte – ma ben nascosta- parzialità del film. La prima è non voler dar spazio ai motivi per cui Julia, l’avvocatessa con malattia degenerativa che diventa amica di Ramón e a un certo punto aveva deciso di morire con lui, cambia idea e sceglie la vita. Capiamo che ha cambiato idea, ma nel film non ci viene detto perché.

La seconda è il modo offensivamente caricaturale in cui viene trattato l’intervento di un sacerdote cattolico che cerca di dissuadere Ramón dai suoi propositi suicidi. Non solo –diversamente da tutti gli altri personaggi- non viene visto con un minimo di partecipazione. Non solo gli si fa dire una frase mal riuscita e antipatica, ma lo si fa accompagnare da due giovincelli rappresentati come insicuri e un po’ deficienti, e la scena in cui lui vorrebbe raggiungere Ramón per parlare con lui, ma non riesce a causa della sedia a rotelle troppo ingombrante, è trattata con un’ironia distanziante davvero fastidiosa. L’episodio riprende una relazione che in realtà fu quasi solo epistolare con un sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei, don Luis De Moya, paralizzato in modo ancora più grave di Ramón (lesione C4 mentre Ramón aveva una C7), che pregò per lui e cercò di convincerlo che valeva la pena continuare a vivere. Don Luis, che oggi si muove su una sedia a rotelle automatizzata e svolge il suo ministero sacerdotale di cappellano universitario con una certa normalità, ha raccontato la sua esperienza in un bel libro uscito anche in Italia (Sobre la marcha, trad. it. Strada facendo, edizioni Cercate, Verona ; molte informazioni sul caso Sanpedro sono anche sui siti internet www.luisdemoya.org e www.muertedigna.org ).

Quanto al film, si potrebbe continuare con altri dettagli per nulla innocenti. Per es. il più fiero oppositore all’eutanasia è il fratello di Ramón, che è rappresentato come una persona “antica”, retrograda, che non sa dire altro che “Io sono il tuo fratello maggiore” e “Finché ci sono io in questa casa non si uccide nessuno”. I membri dell’associazione pro-eutanasia sono invece tutti simpatici, cordiali, affettuosi, equilibrati: addirittura una ragazza partorisce un bel bambino nel corso del film.

L’altra dimensione su cui il film tace è il carico di sofferenze e –a giudicare dalle dichiarazioni degli interessati, anche di ostilità e di odio- che queste scelte portano con sé. Qualche mese dopo l’uscita del film, Ramona Maniero (che nella pellicola diventa “Rosa”) ha dichiarato –nel momento in cui il reato veniva prescritto- che è stata lei a versare il cianuro e ad aiutare Ramón a morire. Questa dichiarazione ha portato a una replica piena di ostilità, per non dire –purtroppo- di odio, da parte della cognata di Ramón, Manuela, che ha dichiarato senza mezzi termini che Ramona è un’assassina e che, se potesse vederla impiccata, lo farebbe oggi stesso. “Non la perdonerò mai” ha dichiarato ai giornali spagnoli, aggiungendo che questa donna aveva trattato malissimo Ramón, lasciandolo pieno di piaghe, quando a casa sua invece era stato sempre bene. La donna ha inoltre ipotizzato che questa dichiarazione sia stata fatta per denaro, dato che Ramona non ha un lavoro e vive ora con un uomo anch’esso senza lavoro.

La realtà è quindi ben più complessa e più amara delle immagini idilliache finali del film, con mare e spiaggia su cui si libra l’anima (ma non aveva negato di credere all’aldilà?) del povero Ramón.

Certo, la questione dell’eutanasia, quando prende la forma del diritto al suicidio, è una di quelle in cui emerge più chiaramente come la discriminante finale sia fra chi crede che Dio sia un Padre e abbia Lui nelle mani la nostra vita e chi pensa che invece tutto finisca qui. Ma anche nel trattare le dimensioni solo umane del problema, una maggior completezza  e onestà di questo film che ha –purtroppo, occorre dire, perché è al servizio di una tesi assai pericolosa- una fattura così ben elaborata, sarebbe stata del tutto auspicabile. Di fatto questo film diventa istigazione al suicidio per chi è malato, e –come iniziano a testimoniare alcuni tetraplegici- fa venire voglia di dire a chi li vede: perché, visto che soffri tanto, non la fai finita?

Rendendo esemplare il caso di Ramón Sampedro, Amenábar non ha fatto né a loro né a noi un bel servizio.

Luisa Cotta Ramosino e Armando Fumagalli

Per gentile concessione di: Studi Cattolici

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Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARE DENTRO (di J. R. Martin)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/26/2010 - 12:59
Titolo Originale: Mar Adentro
Paese: Spagna
Anno: 2004
Regia: Alejandro Amenabar
Sceneggiatura: Alejandro Amenabar, Mateo Gil
Durata: 125'
Interpreti: Javier Bardem, Lola Duenas,Belén Rueda

Dopo il successo nazionale e internazionale di Tesis, Apri gli occhi e The Others, in Mare dentro il regista spagnolo Alejandro Amenábar ricrea in chiave agiografica la fase terminale della vita del tetraplegico Ramón Sampedro, suicidatosi nel 1998, dopo aver difeso davanti ai tribunali, per diversi anni, un presunto diritto a morire. Questo film premiato con il Leone d’argento e il gran premio speciale della giuria al miglior attore alla Mostra del Cinema di Venezia, pretende enfatizzare il dibattito sull’eutanasia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'uomo, padrone incontrastato della sua vita, decide se val la pena di viverla o no
Pubblico 
Sconsigliato
Per le teorie promosse dal regista
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Javier Bardem. Ridicola scena del protagonista che vola

Ramón Sampedro, nato in Spagna nel 1943, in un paesino della Galizia, dopo un passato da marinaio giramondo, a 26 anni divenne tetraplegico per un incidente in spiaggia. Paralizzato dal collo in giù, curato dal fratello e dalla famiglia, Sampedro si autorecluse volontariamente nel letto di camera sua perché, a differenza degli altri tetraplegici, rifiutava l’uso della sedia a rotelle. Per altri 29 anni,  è vissuto leggendo, ascoltando musica, scrivendo, parlando con molta gente, cercando di ottenere senza successo,  dallo Stato, un diritto al suicidio. Infatti,  considerava la sua vita indegna di essere vissuta. Negli anni Novanta, il suo caso ha attratto l’attenzione dei mezzi di comunicazione, arrivando in tribunale e suscitando un certo dibattito sociale. Nel 1996, Sampedro ha pubblicato l’autobiografia intitolata: Lettere dall’ inferno. Il 12 gennaio 1998, finì suicida, con la complicità di diversi parenti e amici, mai incriminati perchè lui stesso aveva elaborato un sofisticato piano a loro tutela.

 

Dopo la morte, l’erede ha cercato di tenere aperto il caso Sampedro e ha querelato lo Stato spagnolo, davanti al Tribunale di Strasburgo, per “lesione del diritto alla vita privata”. Ma Il Tribunale ha dichiarato innammisibile la querela. Successivamente, l’erede ha portato il caso davanti al Comitato dei Diritti Umani dell’ONU, che a marzo ha però confermato l’inamissibilità del ricorso.

 

La prima cosa che impressiona, nel film, è la notevole regia di Alejandro Amenábar. Girate in ordine cronologico, quasi tutte le interpretazioni risultano di gran valore. Forse quella di Javier Bardem (premio Coppa Volpi al miglior attore) sorprende meno di quella di Belén Rueda –magnifica nel suo complesso personaggio- o di Lola Dueñas e Mabel Rivera, che incarnano i personaggi più autentici del film.

 

D’altra parte, Amenábar coinvolge emotivamente lo spettatore anche grazie ad un allestimento molto curato, per lo più  realista, senza rinunciare a diversi inserti onirici, alcuni davvero suggestivi. In questi e altri passaggi, la pianificazione dell’insieme e il montaggio risultano sempre di gran spessore, esaltati dalla bella fotografia di Javier Aguirresarobe e dalla coinvolgente colonna sonora, opera dello stesso Amenábar, sempre efficace, anche se talvolta troppo enfatica. Una menzione a parte merita il prezioso tema di musica celtica, ricorrente nelle fasi culminanti (c’è la collaborazione di Carlos Núñez),  come pure la maestrìa di trucco di Jo Allen, capace di cambiare connotati a Javier Bardem.

 

Tale spettacolare dimostrazione dell’espressione audiovisiva, si fonda su una trama brillante, emotiva e al contempo perfino divertente,  che descrive i rapporti familiari e di amicizia di Sampedro. Tuttavia, appare molto ideologico, talvolta anche spudoratamente sentimentale nell’apologia dell’eutanasia. Al riguardo, i passaggi più sgradevoli sono relativi alla comparsa di Sampedro davanti ai tribunali -di fronte a giudici caricati a tinte fosche-, nonché la visita a Sampedro di un gesuita, tetraplegico come lui, totalmente gratuita e inventata, sviluppata in modo così paradossale e crudele, da svelarne la settaria prospettiva anti -cattolica.

Tale deriva ideologica si vede anche negli idillici profili esistenziali dello stesso Sampedro, il cui fulgido esempio di santitá laica, si incrina in due sole manifestazioni dove prevale il cattivo umore. Anche i due rappresentanti dell’associazione pro-eutanasia DMD (Diritto a Morire con Dignità) esibiscono un equilibrio psicologico esemplare, una serenità intelligente e pure divertente. Anzi,  si ergono a difensori della natalità in un’apposita scena carica di sentimentalismo, ma incoerente con l’insistenza di Sampedro a togliersi la vita.

Simili spunti sentimentali affiorano anche nelle due storie d’amore che il copione inserisce intorno a Ramón Sampedro. In una, la protagonista è Julia (Belén Rueda), l’avvocatessa che lo assiste nella lotta legale, a sua volta affetta da una malattia degenerativa. Nell’altra è Rosa (Lola Dueñas), povera ragazza di paese, maltrattata dagli uomini, che trova in Sampedro un’inattesa ancora di salvezza. Tali vicende secondarie, introdotte da Amenábar, ci impediscono di chiarire quale sia la logica di Sampedro. Infatti, nonostante le numerose ragioni per vivere, che tali intermezzi sentimentali inducono a supporre, il protagonsista insiste nel voler morire, ribadendo macchinalmente l’unico messaggio: “Non mi giudicate. Se mi volete veramente bene, rispettate la mia libertà e aiutatemi a morire”.

In realtà, il film difende un concetto di libertà inteso come autonomia personale, quasi priva di confini, morali e legali, controllata soltanto dalla soggettività assoluta della coscienza. Lo ha sintetizzato molto bene lo stesso Bardem quando ha così definito il suo film: “È la storia di una persona il cui unico Dio è la propria coscienza, che rende l’uomo più libero e più umano”. Ma non si comprende perché tale elogio della coscienza non dovrebbe riguardare, allora, anche un kamikaze o un seguace di una setta, che si suicida per ottenere un’ipotetica vita migliore nell’aldilà. Infatti, la convinzione più profonda può in tal caso essere compatibile con la mancanza di autocritica.

È chiaro che, per non turbare tale illimitata autonomia, non si riflette sulle possibili deformazioni della coscienza. Si elude anche la possibile componente patologica dell’ossessione di Ramon Sampedro di voler morire, sorvolando sul difficile problema delle ripercussioni negative del suo atteggiamento su altri tetraplegici e malati gravi. In breve, l’argomento principale consiste nel giudicare indegna la vita da tetraplegico.

Proprio sulla questione del senso dell’amore e della sofferenza, si vede in modo lampante la debolezza dell’antropologia e della morale su cui poggia la decisione di Sampedro, condivisa dal film. Così come viene descritto, il protagonista parte da un concetto di felicità materialista e individualista: quando si scontra con la menomazione fisica, è incapace di dar senso alla vita e all’amore, perché entrambi risulteranno marcati per sempre dalla sofferenza. Questa impostazione di Sampedro è smentita ogni giorno da migliaia di persone in tutto il mondo, totalmente dipendenti da altre e assai  menomate fisicamente, che non hanno tuttavia perso la gioia di vivere e lottare, né la capacità di lavoro, né il senso della solidarietà, che arricchisce e perfino santifica il proprio dolore.

In definitiva, tutto questo insieme di conflitti, basati su tesi apparentemente ovvie, deformati o irrisolti, non fa che penalizzare la qualità formale e interpretativa del film,  inducendo a inquisire sulla reale autenticità dei personaggi e sulla vera entità drammatica ed etica dei loro conflitti. Inoltre, fa scalpore che si parli con tale superficialità e leggerezza di “vite che non meritano di essere vissute”. Fino ad oggi soltanto certi filosofi del III Reich hanno teorizzato sulle “vite umane prive di valore vitale” (“das lebensunwerte Leben”): vittime, più tardi, degli stessi programmi nazisti di eutanasia ed eugenetica. Dimentichiamo troppo facilmente il passato.

Autore: Jerónimo José Martín
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARE DENTRO (di J.M. De Prada)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/26/2010 - 12:48
Titolo Originale: Mar Adentro
Paese: Spagna
Anno: 2004
Regia: Alejandro Amenabar
Sceneggiatura: Alejandro Amenabar, Mateo Gil
Durata: 125'
Interpreti: Javier Bardem, Lola Duenas,Belén Rueda

Dopo aver letto innumerevoli interviste ad Alejandro Amenàbar e recensioni critiche sul film (non si erano mai visti gli ingranaggi della propaganda così ben ingrassati) si arriva alla conclusione che Mare dentro non si limita a  sviluppare una tesi, ma pretende di essere una rivendicazione sulla libertà dell'uomo di governare il proprio destino.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un tetraplegico, che ha intorno a se la famiglia di suo fratello interamente dedicata ad aiutarlo, che ha ben due donne innamorate di lui, che ha ancora la caparbietà di scrivere un libro, è egoisticamente incapace di ricambiare il loro amore e preferisce andarsene
Pubblico 
Sconsigliato
Per le teorie promosse dal regista
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Javier Bardem. Il film risente di una narrazione asservita aduna impostazione ideologica
Autore: Juan Manuel De Prada
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MERCANTE DI VENEZIA (S. Mastrobuoni)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/26/2010 - 11:45
 
Titolo Originale: The Merchant of Venice
Paese: GB/Italia/Lux/USA
Anno: 2004
Regia: Michael Radford
Sceneggiatura: Michael Radford
Durata: 124''
Interpreti: Al Pacino,Lynn Collins, Jeremy Irons,Charlie Cox, Joseph Fiennes, Zuleika Robison

Il giovane Bassanio, che vuole corteggiare la bella Porzia, ereditiera di Belmonte, chiede aiuto al suo amico Antonio, il mercante di Venezia,che ha appena investito tutte le sue ricchezze in una spedizione commerciale. I due si rivolgono allora a un noto usuraio, l’ebreo Shylock  che concede il prestito con la clausola che se al tempo stabilito non fosse ripagato il debito, Antonio avrebbe perso una libbra della carne del suo corpo. Il bel Bassanio parte quindi per raggiungere Porzia, ma la fortuna di Antonio volge al peggio e Shylock pretende il pagamento del debito...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La tragedia viene rappresentata di rado per il suo antisemitismo medioevale, ma il prologo del film ambientato nel ghetto, ci suggerisce un atteggiamento di comprensione verso gli ebrei perennemente umiliati e perseguitatati.
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune nudità
Giudizio Artistico 
 
Buona regia di M. Radford ed ottima recitazione di Al Pacino. Una Venezia medioevale molto ben costruita

“Il mercante di Venezia” non è probabilmente una delle opere più riuscite di Shakespeare perché tutto sommato la vicenda narrata è un po' triste e nemmeno il grande poeta inglese riesce ad uscire dallo stereotipo dell’ebreo usuraio e infingardo. Shylock, magistralmente interpretato da Al Pacino, è l’ usuraio, nella Venezia del 1600, insultato e schernito da Antonio (Jeremy Irons) e dai veneziani, che condannavano l’usura e discriminavano il popolo ebraico (dal veneziano, l’origine della parola “ghetto”). Tuttavia nel momento della necessità Antonio ricorre a lui vestendo gli abiti dell’amicizia. Shylock, pieno di rancore, concede il prestito ma pone una condizione disumana, come disumano è stato il trattamento che egli ha ricevuto per lungo tempo da Antonio. Di tutt’altra natura è il sentimento che lega Antonio a Bassanio (Joseph Fiennes) e che trascendendo dal testo shakesperiano diventa quasi un’attrattiva omosessuale: difatti Antonio è pronto a correre il rischio solo per giovare al giovane Bassanio che con i quattrini avuti da Shylock (e nave e piccola corte al seguito) spera di conquistare la bella Porzia (Lynn Collins). Come in altre opere di Shakespeare anche qui si svolgono due vicende parallele che sul finire confluiscono:   c’è il corteggiamento della ricca, bella e intrigante  Porzia che si concederà solo a chi saprà risolvere l’enigma dei 3 forzieri, che svela il cuore e le aspettative dei pretendenti; questo costituisce l’espediente per stuzzicare lo spettatore con la genialità e arguzia del poeta inglese. Mentre l’amore di Porzia e Bassanio raggiunge l’apice, a Venezia si consuma il doppio dramma umano: Antonio che perde tutto in mare e viene arrestato dai creditori e Shylock che, persa la figlia scappata da un padre possessivo per godere della vita, si rivale con rinnovato rancore su Antonio. Si giunge così al processo, dove, nonostante la legge a favore di Shylock, con nuovi espedienti, ragionamenti, cavilli e travestimenti (con cui Porzia interviene in favore dell’amato e del suo amico), la sorte si rivolta contro l’ebreo che perde definitivamente tutto. I buoni, bravi e belli finiscono ancora una volta per vincere mentre l’ebreo è sempre più emarginato e reietto.  

Buona la regia di Michael Radford che trasporta sullo schermo un testo teatrale conservando le caratteristiche del palco (scene ristrette, dialoghi in primo piano...). Sempre magistrale la recitazione di Al Pacino, buone anche le recitazioni di Jeremy Irons, Lynn Collins, Joseph Fiennes; molte buone le recitazioni dei personaggi minori che però nei testi di Shakespeare hanno sempre una loro “utilità” e un loro carattere (Kris Marshall, Zuleikha Robinson...). Molto bella la scenografia ricostruita tra le acque della laguna di Venezia, le calli e i ponti, senza dimenticare la nebbia e l’atmosfera rarefatta.

Autore: Stefano Mastrobuoni
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MEGLIO GIOVENTU' Parte I e Parte II (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 13:07
Titolo Originale: " LA MEGLIO GIOVENTU' " Parte I e Parte II
Paese: Italia
Anno: 2003
Regia: Marco Tullio Giordana
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Interpreti: Luigi Lo Cascio (Nicola Carati), Alessio Boni (Matteo Carati), Adriana Asti (Adriana Carati), Sonia Bergamasco (Giulia Monfalco), Maya Sansa (Mirella Utano), Fabrizio Gifuni (Carlo Tommasi

Il film  racconta, attraverso i destini dei componenti di una famiglia, le vicende italiane degli ultimi quarant'anni: l'esser giovani nel '66 andando  alla scoperta del mito  Scandinavo; l'alluvione di Firenze, la partita Italia -Corea del '66 e Italia-Germania del '70; la lotta alla mafia, l'autunno caldo  ed il terrorismo; tangentopoli e l'inquinamento industriale; la crisi della FIAT ed infine il tempo del benessere con relativo casale da ristrutturare

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non c'è alcun riferimento religioso nel film, il matrimonio di Gifuni è celebrato in municipio, ognuno appare arbitro diretto del proprio destino ma c'è un Fato che agisce sopra tutto e tutti e che alla fine, complice il tempo, permetterà che chi ha amato e creduto nella solidarietà degli uomini, trovi la giusta pace.
Pubblico 
Adolescenti
I temi trattati sono senz'altro orientati a persone adulte. Dato il sostanziale impegno etico del film e la mancanza di sostanziali controindicazioni, il genitore può giudicare se possa essere proposto anche ad un adolescente.
Giudizio Artistico 
 
Tullio Giordana ha diretto magistralmente gli attori, tutti bravissimi, ottima la fotografia, piena di suggestioni la colonna sonora. Imponente la sceneggiatura di Rulli e Petraglia che solo qualche volta cede in ovvietà quando è costretta a spiegare il contesto storico.
Testo Breve:

Nel vasto scenario degli ultimi decenni della storia d'Italia Marco Tullio Giordana ci mostra  una umanità per così dire "applicata", dove ogni personaggio ha la sua ragion d'essere nel mestiere che svolge , esprime il suo modo di intervenire sulla società per trasformarla.

Parlare del film "la meglio gioventù": è difficile per la durata (sei ore di proiezione  divise in due parti);  per l'ambizione di voler raccontare, attraverso i destini dei componenti di una  italiana, le vicende italiane degli ultimi quarant'anni. E' impegnativo sopratutto perché tante cose ti restano dentro e non riesci a capire come mai sei ore ti sono parse  poche e vorresti stare ancora insieme a Nicola, Matteo, Giulia, Adriana, Mirella, Carlo,...  una sensazione sicuramente presente  in coloro che  quel periodo lo hanno vissuto ma anche, ne sono convinto, nei più giovani.

Il motivo è presto detto: noi non abbiamo assistito ad un sunto degli ultimi decenni della storia d'Italia  dove le vite private di una famiglia fungono  da puro collante e da specchio su cui tali vicende si riflettono, ma  è vero il contrario: ci siamo trovati di fronte a personaggi veri (come non lo sono stati da molto tempo nei film italiani) che ci appassionano e ci coinvolgono. Potremmo arrivare a dire che  è la vicenda umana e sentimentale dei protagonisti a costituire il cuore pulsante del film e che questa potrebbe benissimo essere la ragion d'essere dell'opera,  senza il necessario riferimento alla cronaca Italiana, se  non in una funzione  puramente strumentale per scandire il  tempo che passa.
Anche questa conclusione è errata. In realtà (ecco, ora ci stiamo avvicinando all'essenza del film) l'umanità che ci propone Marco Tullio Giordana è una umanità per così dire "applicata". In diversi ambiti e con diverse aspirazioni, ogni personaggio ha la sua ragion d'essere nel mestiere che svolge , costituisce il suo modo di intervenire sulla società per trasformarla.
Lo psichiatra Nicola cerca, come seguace di Franco Basaglia, di far chiudere i manicomi, segno di violenza e discriminazione; suo fratello Matteo  cerca quelle "regole che non trova" nel mestiere di poliziotto;  la loro sorella, come  magistrato, è impegnata a contrastare la mafia siciliana. A modo suo c'è anche  Giulia, che sceglie  la scorciatoia della rivoluzione armata e  l'amico Carlo, che con una brillante carriera in  Banca d'Italia, cerca di conciliare il progresso economico con quello civile.  Nell'arco del film i  protagonisti sono spesso ritratti nel compiere con convinzione il proprio lavoro,  in felice contrasto con tanti film privatissimi  (si pensi agli ultimi film di Muccino: "l'ultimo bacio" e "Ricordati di me", dove la preoccupazione principale è quella di alimentare il proprio egocentrismo insicuro a dispetto degli altri).
Allo stesso modo , per tutti i protagonisti,  è importante la famiglia, alla quale  dedicano il giusto tempo ed affetto. Tullio Giordana dedica il  tempo necessario per raccontarci in dettaglio come la famiglia riunita al gran completo si diverta al  gioco del "mercante in fiera" la sera di Natale , quanto a descriverci la strage di Capaci.

Questo non vuol dire che tutti  trovano quel che cercano, ma lo cercano senza sosta. Da questo punto di vista la figura più tragica è quella di Matteo, brillante universitario che vorrebbe intorno a sé un mondo giusto ed ordinato (per questo sceglie il mestiere del poliziotto)  ma il mondo non è né giusto né ordinato e lui, non potendo o non volendo aprirsi alla comprensione dell'umanità misera e dolente che sta intorno a  lui,  non trova altra soluzione che cercare un ordine puramente formale, rispettato con  violenza, verso gli altri e verso sé stesso.

Nicola parte da una visione opposta: è convinto che l'umanità vada cambiata dal di dentro: con  pazienza e comprensione, come quando cerca di per riportare equilibrio e serenità in quei  malati di mente  che sono stati affidati alle sue cure.
La sua coerenza etica si manifesta in pieno quando non abbandona  Giulia, la donna che ha amato e dalla quale ha avuto una figlia, ormai in carcere perché condannata come terrorista. In un drammatico incontro nel parlatorio, a lei, riluttante e chiusa in sé stessa, Nicola  chiede, solo allora, in quelle condizioni, quello che fino a quel momento  per le loro convenzioni sessantottine era stato un tabù: di sigillare il loro legame con il matrimonio.  
Non c'è alcun riferimento religioso nel film, il matrimonio di Gifuni è celebrato in municipio, ognuno appare arbitro diretto del proprio destino (in una sequenza memorabile che è quasi il baricentro del film,  Nicola, colpito dalla doppia sventura del fratello e di Giulia, ha un momento di umano sconforto e si chiede se non ha sbagliato tutto con le persone che ha amato) ma c'è un Fato che agisce sopra tutto e tutti  e che alla fine, complice il tempo, permetterà che chi ha amato e creduto nella solidarietà degli uomini, trovi la giusta pace.

Un' ultimo accenno alla madre, interpretata mirabilmente da Adriana Asti. Una madre apparentemente in secondo piano, dolce e serena ma in realtà la vera spina dorsale della famiglia.  I figli, ormai grandi, ricordano ancora i suoi insegnamenti (Adriana è un'insegnante di scuola media) che hanno forgiato la loro cultura ma sopratutto ha impresso in loro quel loro modo di vivere la vita con impegno. Essa è anche vera mater dolorosa (in una scena mirabile), quando il lutto colpisce la famiglia e i figli la circondano di affetto accorato.

Tullio Giordana ha diretto magistralmente gli attori, tutti bravissimi, ottima la fotografia, piena di suggestioni la colonna sonora. Imponente la sceneggiatura di Rulli e Petraglia che solo qualche volta cede in ovvietà quando è costretta a spiegare il contesto storico. La seconda parte non porta grandi novità rispetto alla prima , dove tutti i personaggi ed i principali avvenimenti sono stati impostati. Ma tutto questo può venir trascurato; possiamo senz'altro pronunciare la parola fatidica: si tratta di un capolavoro.

I temi trattati sono senz'altro orientati a persone adulte. Dato il sostanziale impegno etico del film e la mancanza di sostanziali controindicazioni, il genitore può giudicare se possa essere proposto anche ad un adolescente.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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