Drammatico

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MARIA FULL OF GRACE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/26/2010 - 12:11
Titolo Originale: Maria, llena eres de gracia
Paese: COLOMBIA/USA
Anno: 2003
Regia: Joshua Marston
Sceneggiatura: Joshua Marston
Durata: 101'
Interpreti: Catalina Sandino Moreno, Yenny Paola Vega, Guilied Lopez

Maria ha 17 anni e vive in un piccolo paese della Colombia; lavora nell'unica fabbrica che c'é perché deve aiutare la sua famiglia a tirare  avanti. Rimasta senza lavoro  e scopertasi incinta, le viene proposto di fare la mula, di esportare cioè clandestinamente droga negli Stati Uniti ingerendo capsule piene di eroina..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un'attribuzione globale dei valori espressi è complessa. Se il regista individua chiaramente il male nei trafficanti di droga, la protagonista Maria, pur costretta dalla necessità, accetta il mestiere di "mula" senza molto considerare il bimbo che ha in grembo e il potenziale di morte che sta trasportando.
Pubblico 
Adulti
Nessuna scena esplicita di violenza nè scene sensuali ma molta violenza psicologica sui poveri. Dettagli minuti sulla preparazione dell'esportazione clandestina di droga. Per la crudezza delle situazioni, film non è raccomandabile agli adulti più sensibili
Giudizio Artistico 
 
Il regista riesce a coinvolgere molto bene lo spettatore nel suo racconto-viaggio dal paesino della Colombia alla metropoli americana. Ottima interpretazione di Catalina Sandino Moreno
Testo Breve:

Maria full of grace è un film forte ma riproduce con rigore documentaristico la triste realtà delle mulas colombiane,ragazze che trasportano eroina negli Stati Uniti 

 

Maria sta lavorando a cottimo in una fabbrica di  confezionamento di  mazzi di rose, l'unica esistente nel suo paese, situato nella zona rurale di Cundinamarca, non molto lontano da Bogotà. Alza la mano per chiedere il permesso di andare in bagno. Il capo sala le risponde di no; c'è già andata una volta nella stessa giornata. Maria non riesce più a trattenersi e vomita sui fiori (ancora non sa di essere incinta). Il capo  si arrabbia: detrarrà i fiori rovinati dalla sua busta paga pur continuando a non permetterle di allontanarsi dal posto di lavoro. In una ambientazione di proto-capitalismo, senza diritti per i lavoratori, sembra  che la violenza che viene esercitata sui poveri sia sempre la stessa: quella ufficiale e "regolare" del datore di lavoro che sa che la perdita del posto  può comportare la fame e quella del boss del traffico di droga che di lì a poco incontrerà Maria. Entrambi hanno delle regole dai imporre: le regole spietate di un guadagno-idolo, di cui, se ti comporterai bene, ne avrai una fetta. Maria decide di uscire dal primo sistema per entrare nell'altro, troppo orgogliosa per  chiedere scusa al padrone che ha insultato o per  accettare un matrimonio riparatore dal ragazzo che è padre del figlio che sta aspettando. Eccola quindi di fronte a nuove regole: una volta che ha accettato di fare la "mula" non potrà più tornare indietro e se  cercherà di scappare, la rappresaglia sui parenti rimasti in Colombia sarà terribile. Il suo stomaco diventa un contenitore di capsule di cocaina  (basta che una sola si rompa per causarle una morte e certa); quante? 30, 40, tante quante ne riesce a contenere.  Il regista ci  racconta tutto con un realismo documentarista molto accurato, accentuato dall'uso continuo della telecamera a mano. Se quanto detto finora è la parte più dura del racconto,  Joshua Marston sa anche presentarci con affetto la vita semplice della gente del villaggio, dove  i legami familiari contano molto,  c'è solidarietà fra di loro e si vive come si può sotto lo stesso tetto (fino a dieci persone per casa, compresi i giovani appena sposati). Maria e l'amica che l'accompagna nell'avventura non sono avide di denaro ("con i soldi che ci danno per un  "viaggio" potremo comperare una casa per la nostra famiglia" ): stanno piuttosto cercando confusamente, disperatamente di uscire da un "sistema" degradato ed opprimente per andare verso il mitico Nord America dove "tutto funziona" e la legge rispetta e protegge l'individuo. Certo, anche se la comprensione è massima verso l'agire di Maria, ci si domanda se altre soluzioni  potevano essere possibili: confidarsi con qualcuno della famiglia; trovare un don  Fernardo (il sacerdote che negli Stati Uniti aiuta Maria a chiudere i conti con la malavita) non a New York ma nel suo paese e se lui avesse potuto dirle  qualche parola utile a farle ritrovare la serenità. Inoltre il confronto fra la Colombia intesa come disordine selvaggio e gli Stati Uniti come legge ed ordine appare un po' schematico. E' inutile comunque parlare di un film diverso da quello che è stato fatto, il quale  ha indubbiamente il valore forte di una denuncia di qualcosa che sta ancora accadendo.

Ultima annotazione: la figura di don Ferdinando adombra un personaggio reale, Orlando Tobòn, una guida per la comunità colombiana di New York che ha il triste primato di aver fatto rimpatriare finora i corpi di  400 "mulas" .

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Raimovie
Data Trasmissione: Lunedì, 4. Luglio 2011 - 22:50


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MARE DENTRO (L. Cotta Ramosino, A. Fumagalli

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/26/2010 - 12:06
Titolo Originale: Mar Adentro
Paese: Spagna
Anno: 2004
Regia: Alejandro Amenabar
Sceneggiatura: Alejandro Amenabar, Mateo Gil
Produzione: Himenóptero/Sogecine, UGC Images, Eyescreen, TVE Canal +, TVG, Filmanova Invest, Eurimages/ICAA
Durata: 125'
Interpreti: Javier Bardem, Lola Duenas, Belén Rueda

Ramón Sampedro, paralizzato da quasi trent’anni in seguito ad un tuffo andato male, rivendica il suo diritto a darsi la morte. Intorno a lui c’è chi lo sostiene della sua battaglia –un’avvocatessa malata, i membri di un’associazione pro eutanasia- e chi cerca di convincerlo che la vita vale la pena di essere vissuta.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Film fortemente parziale intorno a una tesi preconfezionata. Modo offensivamente caricaturale in cui viene trattato l’intervento di un sacerdote cattolico, così diverso da come avvenne nella realtà
Pubblico 
Sconsigliato
Film fortemente parziale intorno a una tesi preconfezionata. Modo offensivamente caricaturale in cui viene trattato l’intervento di un sacerdote cattolico, così diverso da come avvenne nella realtà
Giudizio Artistico 
 
Il film è scritto, girato e recitato straordinariamente bene. La varietà dei personaggi, la qualità della recitazione, la bellezza delle immagini e della musica riescono a convincere e a commuovere lo spettatore

Il film di Amenábar, che già con i suoi lavori precedenti (The Others e Apri gli occhi) aveva dimostrato di avere una visione del mondo e della vita tutt’altro che positiva (nel migliore dei casi la realtà è una menzogna e l’uomo può solo (di)sperare di accorgersene), ha conquistato prima il Leone d’Argento e poi l’Oscar 2005 come miglior film straniero, portando da Venezia in tutto il mondo lo scottante argomento dell’eutanasia.

Mar Adentro(in italiano Mare dentro, che ribalta il senso del titolo originale – “in alto mare” -, come in una delle strazianti poesie del protagonista), a parole dichiara di non essere un film costruito per “far giurisdizione”.

Ché, anzi, Ramón, il protagonista in cerca della morte (Javier Bardem, anche lui premiato a Venezia come miglior attore), non si stanca di rivendicare la singolarità del suo caso e della sua richiesta. Dichiara di non permettersi di giudicare gli altri (tetraplegici o meno), ma per questo pretende di non essere giudicato da nessuno. Trascorre le sue giornate in una frustrante immobilità talora interrotta da momenti onirici che gli permettono di cancellare, in un attimo, i quasi trent’anni trascorsi dall’incidente che lo ha reso invalido. Non sappiamo in che momento della sua esistenza Ramón abbia deciso di farla finita, ma ora questa volontà di morte, come dice in un’altra poesia, è il suo primo pensiero da quando si sveglia.

Se a questo punto in scena entrano tribunali ed avvocati (più o meno personalmente coinvolti nella questione), dunque, è solo per evitare a chi decidesse di aiutare Ramón una possibile condanna per omicidio nel nome di quelle che uno degli avvocati definisce “credenze metafisiche”, che nulla hanno a che fare con uno Stato laico.

Se non ci fosse questo “intoppo”, sembra dirci il film, tutto potrebbe essere risolto come una “faccenda personale”, come la gestione non discutibile di una “proprietà privata” (la vita, per l’appunto) in cui lo Stato non dovrebbe mettere becco.

Ramón Sampedro era un tempo un affascinante giramondo, ma da 26 anni è immobilizzato da uno sfortunato tuffo nell’acqua bassa: vediamo la sua vita fatta delle cure quotidiane garantite dall’amorevole cognata (ma anche dal nipote adolescente, dal fratello taciturno e dal vecchio padre, che –con sfumature diverse- non condividono e non capiscono la volontà di Ramón di morire). Quella vita che è una semplice proprietà a cui Ramon, come ciascuno, dovrebbe avere il diritto di rinunciare qualora non soddisfi più le sue aspettative.

Al di là di tutte le discussioni, obiezioni e prese di posizione, accuratamente e anche poeticamente drammatizzate nella pellicola attraverso il ventaglio di personaggi secondari, il nodo si stringe di fatto intorno a questo giudizio ultimamente negativo che nella testarda costanza di Ramón percorre sotterraneo l’intero film, annichilendo ogni alternativa e senza lasciare quasi vie d’uscita allo spettatore.

Il film è scritto, girato e recitato straordinariamente bene. La varietà dei personaggi, la qualità della recitazione, la bellezza delle immagini e della musica (composta dallo stesso regista) riescono a convincere e a commuovere lo spettatore, al servizio però –in modo non smaccato, ma sottile, intelligente e per questo molto più efficace- di una tesi preconfezionata e tutta da discutere.

Quello che rimane non spiegato –se alla fine del film ci si pone con libertà qualche domanda- è da dove viene la così pervicace volontà di morte di Ramón. Da dove viene, per esempio, la sua decisione – mai messa in discussione nel film- di limitarsi a vivere nel proprio letto, di non uscire mai dalla sua stanza, quando ci sono persone in condizioni peggiori delle sue, che riescono a muoversi, a svolgere attività lavorative; secondo un altro tetraplegico a cui accenneremo fra poco, Ramón, col tipo di lesione che aveva, sarebbe stato per es. in grado di arrivare, con un po’ di esercizio, a guidare un modello apposito di automobile. Il film invece prende come un dato di fatto sin dall’inizio –senza discuterla, se non in modo del tutto superficiale- la volontà di morire di Ramón, quindi senza indagarla davvero, senza sforzarsi di spiegarla: se si fosse fatta questa domanda, il film sarebbe stato molto utile a tutti noi, anche ai malati come Ramón, che invece trovano qui una soluzione bell’e pronta ai loro problemi e ai problemi di chi li assiste: farsi eliminare. Nei vari dibattiti nati a partire dal film vengono infatti riportati casi di malati che hanno preso esempio dal film decidendo di finire la loro vita. E giova ricordare che un caso come quello di Ramón fosse unico proprio per la pervicace volontà di morire del malato: la grandissima maggioranza delle persone nelle sue condizioni si impegnano invece a “risalire”, a lavorare, a cercare di avere una vita il più normale possibile. Era stata proprio l’inspiegabile -ed eccezionale- volontà di morte di Ramón a renderlo ideale per sollevare, ben prima del film di Amenábar, un “caso” politico, portato dall’associazione pro-eutanasia che lo sosteneva, come bandiera per la legalizzazione della “morte dolce”.

Almeno tre spie indicano la forte – ma ben nascosta- parzialità del film. La prima è non voler dar spazio ai motivi per cui Julia, l’avvocatessa con malattia degenerativa che diventa amica di Ramón e a un certo punto aveva deciso di morire con lui, cambia idea e sceglie la vita. Capiamo che ha cambiato idea, ma nel film non ci viene detto perché.

La seconda è il modo offensivamente caricaturale in cui viene trattato l’intervento di un sacerdote cattolico che cerca di dissuadere Ramón dai suoi propositi suicidi. Non solo –diversamente da tutti gli altri personaggi- non viene visto con un minimo di partecipazione. Non solo gli si fa dire una frase mal riuscita e antipatica, ma lo si fa accompagnare da due giovincelli rappresentati come insicuri e un po’ deficienti, e la scena in cui lui vorrebbe raggiungere Ramón per parlare con lui, ma non riesce a causa della sedia a rotelle troppo ingombrante, è trattata con un’ironia distanziante davvero fastidiosa. L’episodio riprende una relazione che in realtà fu quasi solo epistolare con un sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei, don Luis De Moya, paralizzato in modo ancora più grave di Ramón (lesione C4 mentre Ramón aveva una C7), che pregò per lui e cercò di convincerlo che valeva la pena continuare a vivere. Don Luis, che oggi si muove su una sedia a rotelle automatizzata e svolge il suo ministero sacerdotale di cappellano universitario con una certa normalità, ha raccontato la sua esperienza in un bel libro uscito anche in Italia (Sobre la marcha, trad. it. Strada facendo, edizioni Cercate, Verona ; molte informazioni sul caso Sanpedro sono anche sui siti internet www.luisdemoya.org e www.muertedigna.org ).

Quanto al film, si potrebbe continuare con altri dettagli per nulla innocenti. Per es. il più fiero oppositore all’eutanasia è il fratello di Ramón, che è rappresentato come una persona “antica”, retrograda, che non sa dire altro che “Io sono il tuo fratello maggiore” e “Finché ci sono io in questa casa non si uccide nessuno”. I membri dell’associazione pro-eutanasia sono invece tutti simpatici, cordiali, affettuosi, equilibrati: addirittura una ragazza partorisce un bel bambino nel corso del film.

L’altra dimensione su cui il film tace è il carico di sofferenze e –a giudicare dalle dichiarazioni degli interessati, anche di ostilità e di odio- che queste scelte portano con sé. Qualche mese dopo l’uscita del film, Ramona Maniero (che nella pellicola diventa “Rosa”) ha dichiarato –nel momento in cui il reato veniva prescritto- che è stata lei a versare il cianuro e ad aiutare Ramón a morire. Questa dichiarazione ha portato a una replica piena di ostilità, per non dire –purtroppo- di odio, da parte della cognata di Ramón, Manuela, che ha dichiarato senza mezzi termini che Ramona è un’assassina e che, se potesse vederla impiccata, lo farebbe oggi stesso. “Non la perdonerò mai” ha dichiarato ai giornali spagnoli, aggiungendo che questa donna aveva trattato malissimo Ramón, lasciandolo pieno di piaghe, quando a casa sua invece era stato sempre bene. La donna ha inoltre ipotizzato che questa dichiarazione sia stata fatta per denaro, dato che Ramona non ha un lavoro e vive ora con un uomo anch’esso senza lavoro.

La realtà è quindi ben più complessa e più amara delle immagini idilliache finali del film, con mare e spiaggia su cui si libra l’anima (ma non aveva negato di credere all’aldilà?) del povero Ramón.

Certo, la questione dell’eutanasia, quando prende la forma del diritto al suicidio, è una di quelle in cui emerge più chiaramente come la discriminante finale sia fra chi crede che Dio sia un Padre e abbia Lui nelle mani la nostra vita e chi pensa che invece tutto finisca qui. Ma anche nel trattare le dimensioni solo umane del problema, una maggior completezza  e onestà di questo film che ha –purtroppo, occorre dire, perché è al servizio di una tesi assai pericolosa- una fattura così ben elaborata, sarebbe stata del tutto auspicabile. Di fatto questo film diventa istigazione al suicidio per chi è malato, e –come iniziano a testimoniare alcuni tetraplegici- fa venire voglia di dire a chi li vede: perché, visto che soffri tanto, non la fai finita?

Rendendo esemplare il caso di Ramón Sampedro, Amenábar non ha fatto né a loro né a noi un bel servizio.

Luisa Cotta Ramosino e Armando Fumagalli

Per gentile concessione di: Studi Cattolici

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Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARE DENTRO (di J. R. Martin)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/26/2010 - 11:59
Titolo Originale: Mar Adentro
Paese: Spagna
Anno: 2004
Regia: Alejandro Amenabar
Sceneggiatura: Alejandro Amenabar, Mateo Gil
Durata: 125'
Interpreti: Javier Bardem, Lola Duenas,Belén Rueda

Dopo il successo nazionale e internazionale di Tesis, Apri gli occhi e The Others, in Mare dentro il regista spagnolo Alejandro Amenábar ricrea in chiave agiografica la fase terminale della vita del tetraplegico Ramón Sampedro, suicidatosi nel 1998, dopo aver difeso davanti ai tribunali, per diversi anni, un presunto diritto a morire. Questo film premiato con il Leone d’argento e il gran premio speciale della giuria al miglior attore alla Mostra del Cinema di Venezia, pretende enfatizzare il dibattito sull’eutanasia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'uomo, padrone incontrastato della sua vita, decide se val la pena di viverla o no
Pubblico 
Sconsigliato
Per le teorie promosse dal regista
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Javier Bardem. Ridicola scena del protagonista che vola

Ramón Sampedro, nato in Spagna nel 1943, in un paesino della Galizia, dopo un passato da marinaio giramondo, a 26 anni divenne tetraplegico per un incidente in spiaggia. Paralizzato dal collo in giù, curato dal fratello e dalla famiglia, Sampedro si autorecluse volontariamente nel letto di camera sua perché, a differenza degli altri tetraplegici, rifiutava l’uso della sedia a rotelle. Per altri 29 anni,  è vissuto leggendo, ascoltando musica, scrivendo, parlando con molta gente, cercando di ottenere senza successo,  dallo Stato, un diritto al suicidio. Infatti,  considerava la sua vita indegna di essere vissuta. Negli anni Novanta, il suo caso ha attratto l’attenzione dei mezzi di comunicazione, arrivando in tribunale e suscitando un certo dibattito sociale. Nel 1996, Sampedro ha pubblicato l’autobiografia intitolata: Lettere dall’ inferno. Il 12 gennaio 1998, finì suicida, con la complicità di diversi parenti e amici, mai incriminati perchè lui stesso aveva elaborato un sofisticato piano a loro tutela.

 

Dopo la morte, l’erede ha cercato di tenere aperto il caso Sampedro e ha querelato lo Stato spagnolo, davanti al Tribunale di Strasburgo, per “lesione del diritto alla vita privata”. Ma Il Tribunale ha dichiarato innammisibile la querela. Successivamente, l’erede ha portato il caso davanti al Comitato dei Diritti Umani dell’ONU, che a marzo ha però confermato l’inamissibilità del ricorso.

 

La prima cosa che impressiona, nel film, è la notevole regia di Alejandro Amenábar. Girate in ordine cronologico, quasi tutte le interpretazioni risultano di gran valore. Forse quella di Javier Bardem (premio Coppa Volpi al miglior attore) sorprende meno di quella di Belén Rueda –magnifica nel suo complesso personaggio- o di Lola Dueñas e Mabel Rivera, che incarnano i personaggi più autentici del film.

 

D’altra parte, Amenábar coinvolge emotivamente lo spettatore anche grazie ad un allestimento molto curato, per lo più  realista, senza rinunciare a diversi inserti onirici, alcuni davvero suggestivi. In questi e altri passaggi, la pianificazione dell’insieme e il montaggio risultano sempre di gran spessore, esaltati dalla bella fotografia di Javier Aguirresarobe e dalla coinvolgente colonna sonora, opera dello stesso Amenábar, sempre efficace, anche se talvolta troppo enfatica. Una menzione a parte merita il prezioso tema di musica celtica, ricorrente nelle fasi culminanti (c’è la collaborazione di Carlos Núñez),  come pure la maestrìa di trucco di Jo Allen, capace di cambiare connotati a Javier Bardem.

 

Tale spettacolare dimostrazione dell’espressione audiovisiva, si fonda su una trama brillante, emotiva e al contempo perfino divertente,  che descrive i rapporti familiari e di amicizia di Sampedro. Tuttavia, appare molto ideologico, talvolta anche spudoratamente sentimentale nell’apologia dell’eutanasia. Al riguardo, i passaggi più sgradevoli sono relativi alla comparsa di Sampedro davanti ai tribunali -di fronte a giudici caricati a tinte fosche-, nonché la visita a Sampedro di un gesuita, tetraplegico come lui, totalmente gratuita e inventata, sviluppata in modo così paradossale e crudele, da svelarne la settaria prospettiva anti -cattolica.

Tale deriva ideologica si vede anche negli idillici profili esistenziali dello stesso Sampedro, il cui fulgido esempio di santitá laica, si incrina in due sole manifestazioni dove prevale il cattivo umore. Anche i due rappresentanti dell’associazione pro-eutanasia DMD (Diritto a Morire con Dignità) esibiscono un equilibrio psicologico esemplare, una serenità intelligente e pure divertente. Anzi,  si ergono a difensori della natalità in un’apposita scena carica di sentimentalismo, ma incoerente con l’insistenza di Sampedro a togliersi la vita.

Simili spunti sentimentali affiorano anche nelle due storie d’amore che il copione inserisce intorno a Ramón Sampedro. In una, la protagonista è Julia (Belén Rueda), l’avvocatessa che lo assiste nella lotta legale, a sua volta affetta da una malattia degenerativa. Nell’altra è Rosa (Lola Dueñas), povera ragazza di paese, maltrattata dagli uomini, che trova in Sampedro un’inattesa ancora di salvezza. Tali vicende secondarie, introdotte da Amenábar, ci impediscono di chiarire quale sia la logica di Sampedro. Infatti, nonostante le numerose ragioni per vivere, che tali intermezzi sentimentali inducono a supporre, il protagonsista insiste nel voler morire, ribadendo macchinalmente l’unico messaggio: “Non mi giudicate. Se mi volete veramente bene, rispettate la mia libertà e aiutatemi a morire”.

In realtà, il film difende un concetto di libertà inteso come autonomia personale, quasi priva di confini, morali e legali, controllata soltanto dalla soggettività assoluta della coscienza. Lo ha sintetizzato molto bene lo stesso Bardem quando ha così definito il suo film: “È la storia di una persona il cui unico Dio è la propria coscienza, che rende l’uomo più libero e più umano”. Ma non si comprende perché tale elogio della coscienza non dovrebbe riguardare, allora, anche un kamikaze o un seguace di una setta, che si suicida per ottenere un’ipotetica vita migliore nell’aldilà. Infatti, la convinzione più profonda può in tal caso essere compatibile con la mancanza di autocritica.

È chiaro che, per non turbare tale illimitata autonomia, non si riflette sulle possibili deformazioni della coscienza. Si elude anche la possibile componente patologica dell’ossessione di Ramon Sampedro di voler morire, sorvolando sul difficile problema delle ripercussioni negative del suo atteggiamento su altri tetraplegici e malati gravi. In breve, l’argomento principale consiste nel giudicare indegna la vita da tetraplegico.

Proprio sulla questione del senso dell’amore e della sofferenza, si vede in modo lampante la debolezza dell’antropologia e della morale su cui poggia la decisione di Sampedro, condivisa dal film. Così come viene descritto, il protagonista parte da un concetto di felicità materialista e individualista: quando si scontra con la menomazione fisica, è incapace di dar senso alla vita e all’amore, perché entrambi risulteranno marcati per sempre dalla sofferenza. Questa impostazione di Sampedro è smentita ogni giorno da migliaia di persone in tutto il mondo, totalmente dipendenti da altre e assai  menomate fisicamente, che non hanno tuttavia perso la gioia di vivere e lottare, né la capacità di lavoro, né il senso della solidarietà, che arricchisce e perfino santifica il proprio dolore.

In definitiva, tutto questo insieme di conflitti, basati su tesi apparentemente ovvie, deformati o irrisolti, non fa che penalizzare la qualità formale e interpretativa del film,  inducendo a inquisire sulla reale autenticità dei personaggi e sulla vera entità drammatica ed etica dei loro conflitti. Inoltre, fa scalpore che si parli con tale superficialità e leggerezza di “vite che non meritano di essere vissute”. Fino ad oggi soltanto certi filosofi del III Reich hanno teorizzato sulle “vite umane prive di valore vitale” (“das lebensunwerte Leben”): vittime, più tardi, degli stessi programmi nazisti di eutanasia ed eugenetica. Dimentichiamo troppo facilmente il passato.

Autore: Jerónimo José Martín
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARE DENTRO (di J.M. De Prada)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/26/2010 - 11:48
Titolo Originale: Mar Adentro
Paese: Spagna
Anno: 2004
Regia: Alejandro Amenabar
Sceneggiatura: Alejandro Amenabar, Mateo Gil
Durata: 125'
Interpreti: Javier Bardem, Lola Duenas,Belén Rueda

Dopo aver letto innumerevoli interviste ad Alejandro Amenàbar e recensioni critiche sul film (non si erano mai visti gli ingranaggi della propaganda così ben ingrassati) si arriva alla conclusione che Mare dentro non si limita a  sviluppare una tesi, ma pretende di essere una rivendicazione sulla libertà dell'uomo di governare il proprio destino.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un tetraplegico, che ha intorno a se la famiglia di suo fratello interamente dedicata ad aiutarlo, che ha ben due donne innamorate di lui, che ha ancora la caparbietà di scrivere un libro, è egoisticamente incapace di ricambiare il loro amore e preferisce andarsene
Pubblico 
Sconsigliato
Per le teorie promosse dal regista
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Javier Bardem. Il film risente di una narrazione asservita aduna impostazione ideologica
Autore: Juan Manuel De Prada
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MERCANTE DI VENEZIA (S. Mastrobuoni)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/26/2010 - 10:45
 
Titolo Originale: The Merchant of Venice
Paese: GB/Italia/Lux/USA
Anno: 2004
Regia: Michael Radford
Sceneggiatura: Michael Radford
Durata: 124''
Interpreti: Al Pacino,Lynn Collins, Jeremy Irons,Charlie Cox, Joseph Fiennes, Zuleika Robison

Il giovane Bassanio, che vuole corteggiare la bella Porzia, ereditiera di Belmonte, chiede aiuto al suo amico Antonio, il mercante di Venezia,che ha appena investito tutte le sue ricchezze in una spedizione commerciale. I due si rivolgono allora a un noto usuraio, l’ebreo Shylock  che concede il prestito con la clausola che se al tempo stabilito non fosse ripagato il debito, Antonio avrebbe perso una libbra della carne del suo corpo. Il bel Bassanio parte quindi per raggiungere Porzia, ma la fortuna di Antonio volge al peggio e Shylock pretende il pagamento del debito...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La tragedia viene rappresentata di rado per il suo antisemitismo medioevale, ma il prologo del film ambientato nel ghetto, ci suggerisce un atteggiamento di comprensione verso gli ebrei perennemente umiliati e perseguitatati.
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune nudità
Giudizio Artistico 
 
Buona regia di M. Radford ed ottima recitazione di Al Pacino. Una Venezia medioevale molto ben costruita

“Il mercante di Venezia” non è probabilmente una delle opere più riuscite di Shakespeare perché tutto sommato la vicenda narrata è un po' triste e nemmeno il grande poeta inglese riesce ad uscire dallo stereotipo dell’ebreo usuraio e infingardo. Shylock, magistralmente interpretato da Al Pacino, è l’ usuraio, nella Venezia del 1600, insultato e schernito da Antonio (Jeremy Irons) e dai veneziani, che condannavano l’usura e discriminavano il popolo ebraico (dal veneziano, l’origine della parola “ghetto”). Tuttavia nel momento della necessità Antonio ricorre a lui vestendo gli abiti dell’amicizia. Shylock, pieno di rancore, concede il prestito ma pone una condizione disumana, come disumano è stato il trattamento che egli ha ricevuto per lungo tempo da Antonio. Di tutt’altra natura è il sentimento che lega Antonio a Bassanio (Joseph Fiennes) e che trascendendo dal testo shakesperiano diventa quasi un’attrattiva omosessuale: difatti Antonio è pronto a correre il rischio solo per giovare al giovane Bassanio che con i quattrini avuti da Shylock (e nave e piccola corte al seguito) spera di conquistare la bella Porzia (Lynn Collins). Come in altre opere di Shakespeare anche qui si svolgono due vicende parallele che sul finire confluiscono:   c’è il corteggiamento della ricca, bella e intrigante  Porzia che si concederà solo a chi saprà risolvere l’enigma dei 3 forzieri, che svela il cuore e le aspettative dei pretendenti; questo costituisce l’espediente per stuzzicare lo spettatore con la genialità e arguzia del poeta inglese. Mentre l’amore di Porzia e Bassanio raggiunge l’apice, a Venezia si consuma il doppio dramma umano: Antonio che perde tutto in mare e viene arrestato dai creditori e Shylock che, persa la figlia scappata da un padre possessivo per godere della vita, si rivale con rinnovato rancore su Antonio. Si giunge così al processo, dove, nonostante la legge a favore di Shylock, con nuovi espedienti, ragionamenti, cavilli e travestimenti (con cui Porzia interviene in favore dell’amato e del suo amico), la sorte si rivolta contro l’ebreo che perde definitivamente tutto. I buoni, bravi e belli finiscono ancora una volta per vincere mentre l’ebreo è sempre più emarginato e reietto.  

Buona la regia di Michael Radford che trasporta sullo schermo un testo teatrale conservando le caratteristiche del palco (scene ristrette, dialoghi in primo piano...). Sempre magistrale la recitazione di Al Pacino, buone anche le recitazioni di Jeremy Irons, Lynn Collins, Joseph Fiennes; molte buone le recitazioni dei personaggi minori che però nei testi di Shakespeare hanno sempre una loro “utilità” e un loro carattere (Kris Marshall, Zuleikha Robinson...). Molto bella la scenografia ricostruita tra le acque della laguna di Venezia, le calli e i ponti, senza dimenticare la nebbia e l’atmosfera rarefatta.

Autore: Stefano Mastrobuoni
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MEGLIO GIOVENTU' Parte I e Parte II

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 12:07
Titolo Originale: " LA MEGLIO GIOVENTU' " Parte I e Parte II
Paese: Italia
Anno: 2003
Regia: Marco Tullio Giordana
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Interpreti: Luigi Lo Cascio (Nicola Carati), Alessio Boni (Matteo Carati), Adriana Asti (Adriana Carati), Sonia Bergamasco (Giulia Monfalco), Maya Sansa (Mirella Utano), Fabrizio Gifuni (Carlo Tommasi

Parlare del film "la meglio gioventù": lo èè difficile per la durata (sei ore di proiezione  divise in due parti); lo è per l'ambizione di voler raccontare, attraverso i destini dei componenti di una famiglia italiana, le vicende italiane degli ultimi quarant'anni (l'esser giovani nel '66 andando  alla scoperta del mito  Scandinavo; l'alluvione di Firenze, la partita Italia -Corea del '66 e Italia-Germania del '70; la lotta alla mafia, l'autunno caldo  ed il terrorismo; tangentopoli e l'inquinamento industriale; la crisi della FIAT ed infine il tempo del benessere con relativo casale da ristrutturare).

Valutazioni
Giudizio Artistico 
 

E' impegnativo sopratutto perché tante cose ti restano dentro e non riesci a capire come mai sei ore ti sono parse  poche e vorresti stare ancora insieme a Nicola, Matteo, Giulia, Adriana, Mirella, Carlo,...  una sensazione sicuramente presente  in coloro che  quel periodo lo hanno vissuto ma anche, ne sono convinto, nei più giovani.

Il motivo è presto detto: noi non abbiamo assistito ad un sunto degli ultimi decenni della storia d'Italia  dove le vite private di una famiglia fungono  da puro collante e da specchio su cui tali vicende si riflettono, ma  è vero il contrario: ci siamo trovati di fronte a personaggi veri (come non lo sono stati da molto tempo nei film italiani) che ci appassionano e ci coinvolgono. Potremmo arrivare a dire che  è la vicenda umana e sentimentale dei protagonisti a costituire il cuore pulsante del film e che questa potrebbe benissimo essere la ragion d'essere dell'opera,  senza il necessario riferimento alla cronaca Italiana, se  non in una funzione  puramente strumentale per scandire il  tempo che passa.
Anche questa conclusione è errata. In realtà (ecco, ora ci stiamo avvicinando all'essenza del film) l'umanità che ci propone Marco Tullio Giordana è una umanità per così dire "applicata". In diversi ambiti e con diverse aspirazioni, ogni personaggio ha la sua ragion d'essere nel mestiere che svolge , costituisce il suo modo di intervenire sulla società per trasformarla.
Lo psichiatra Nicola cerca, come seguace di Franco Basaglia, di far chiudere i manicomi, segno di violenza e discriminazione; suo fratello Matteo  cerca quelle "regole che non trova" nel mestiere di poliziotto;  la loro sorella, come  magistrato, è impegnata a contrastare la mafia siciliana. A modo suo c'è anche  Giulia, che sceglie  la scorciatoia della rivoluzione armata e  l'amico Carlo, che con una brillante carriera in  Banca d'Italia, cerca di conciliare il progresso economico con quello civile.  Nell'arco del film i  protagonisti sono spesso ritratti nel compiere con convinzione il proprio lavoro,  in felice contrasto con tanti film privatissimi  (si pensi agli ultimi film di Muccino: "l'ultimo bacio" e "Ricordati di me", dove la preoccupazione principale è quella di alimentare il proprio egocentrismo insicuro a dispetto degli altri).
Allo stesso modo , per tutti i protagonisti,  è importante la famiglia, alla quale  dedicano il giusto tempo ed affetto. Tullio Giordana dedica tanto temo a raccontarci in dettaglio come la famiglia riunita al gran completo si diverta al  gioco del "mercante in fiera" la sera di Natale , quanto a descriverci la strage di Capaci.

Questo non vuol dire che tutti  trovano quel che cercano, ma lo cercano senza sosta. Da questo punto di vista la figura più tragica è quella di Matteo, brillante universitario che vorrebbe intorno a sé un mondo giusto ed ordinato (per questo sceglie il mestiere del poliziotto)  ma il mondo non è né giusto né ordinato e lui, non potendo o non volendo aprirsi alla comprensione dell'umanità misera e dolente che sta intorno a  lui,  non trova altra soluzione che cercare un ordine puramente formale, rispettato con  violenza, verso gli altri e verso sé stesso.

Nicola parte da una visione opposta: è convinto che l'umanità vada cambiata dal di dentro: con  pazienza e comprensione, come quando cerca di per riportare equilibrio e serenità in quei  malati di mente  che sono stati affidati alle sue cure.
La sua coerenza etica si manifesta in pieno quando non abbandona  Giulia, la donna che ha amato e dalla quale ha avuto una figlia, ormai in carcere perché condannata come terrorista. In un drammatico incontro nel parlatorio, a lei, riluttante e chiusa in sé stessa, Nicola  chiede, solo allora, in quelle condizioni, quello che fino a quel momento  per le loro convenzioni sessantottine era stato un tabù: di sigillare il loro legame con il matrimonio.  
Non c'è alcun riferimento religioso nel film, il matrimonio di Gifuni è celebrato in municipio, ognuno appare arbitro diretto del proprio destino (in una sequenza memorabile che è quasi il baricentro del film,  Nicola, colpito dalla doppia sventura del fratello e di Giulia, ha un momento di umano sconforto e si chiede se non ha sbagliato tutto con le persone che ha amato) ma c'è un Fato che agisce sopra tutto e tutti  e che alla fine, complice il tempo, permetterà che chi ha amato e creduto nella solidarietà degli uomini, trovi la giusta pace.

Un' ultimo accenno alla madre, interpretata mirabilmente da Adriana Asti. Una madre apparentemente in secondo piano, dolce e serena ma in realtà la vera spina dorsale della famiglia.  I figli, ormai grandi, ricordano ancora i suoi insegnamenti (Adriana è un'insegnante di scuola media) che hanno forgiato la loro cultura ma sopratutto ha impresso in loro quel loro modo di vivere la vita con impegno. Essa è anche vera mater dolorosa (in una scena mirabile), quando il lutto colpisce la famiglia e i figli la circondano di affetto accorato.

Tullio Giordana ha diretto magistralmente gli attori, tutti bravissimi, ottima la fotografia, piena di suggestioni la colonna sonora. Imponente la sceneggiatura di Rulli e Petraglia che solo qualche volta cede in ovvietà quando è costretta a spiegare il contesto storico. La seconda parte non porta grandi novità rispetto alla prima , dove tutti i personaggi ed i principali avvenimenti sono stati impostati. Ma tutto questo può venir trascurato; possiamo senz'altro pronunciare la parola fatidica: si tratta di un capolavoro.

Un' ultima annotazione, tutta personale: grazie, Tullio Giordana, per aver reso di nuovo affascinanti i personaggi positivi.

I temi trattati sono senz'altro orientati a persone adulte. Dato il sostanziale impegno etico del film e la mancanza di sostanziali controindicazioni, il genitore può giudicare se possa essere proposto anche ad un'adolescente.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LETTERE DA IWO JIMA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 11:43
Titolo Originale: Letters From Iwo Jima
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Iris Yamashita
Durata: 150'
Interpreti: Ken Watanabe, Kazunari Ninomiya, Tsuyoshi Ihara

Il generale Tadamichi Kuribayashi ha accettato l'incarico di comandare i soldati che dovranno  difendere l'isola di Iwo Jima dal  assalto degli americani ormai prossimo. La flotta giapponese è stata distrutta, gli ultimi aerei sono partiti per difendere la madrepatria: i difensori non avranno alcun soccorso e dovranno combattere fino all'ultimo uomo. Molti sono pronti a compiere il loro dovere; pochi pensano di arrendersi, altri, come il panettiere Saigo cerca di tornare sano e salvo dalla sua giovane moglie...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ogni popolo ha le sue specifiche tradizioni, più o meno sbagliate, ma i singoli individui sanno alla fine compiere il proprio dovere
Pubblico 
Adolescenti
Alcune violenti scene di battaglia. Sia giapponesi che americani infieriscono sui prigionieri inermi
Giudizio Artistico 
 
La regia asciutta e rigorosa di Clint Eastwood sa dare corpo a un film ricco di contenuti senza molte concessioni allo spettacolo

Il generale Tadamichi Kuribayashi  è gravemente ferito; in base a quel che gli detta il suo onore di ufficiale giapponese, deve fare karachiri. Si rivolge al soldato che gli sta accanto e gli chiede: “questo terreno è ancora giapponese?” Si riferisce al piccolo spiazzo davanti al mare verso il quale si è faticosamente trascinato: l’isola è ormai in mano agli americani ma il generale sa che l' ultimo atto della sua vita può essere compiuto solo sul suolo sacro giapponese.

Clint Eastwood ha avuto con questo film l’incredibile capacità, aiutato dalla sceneggiatrice nippo-americana Iris Yamasita, di diventare giapponese fra i giapponesi, di calasi nella mentalità  di quei soldati e ufficiali che più di 60 anni fa difesero l’isola di Iwo Jima, territorio giapponese a tutti gli effetti, sicuri che il loro unico destino era la morte con onore perché la madre patria non aveva più una flotta né un’aviazione da mandare in soccorso.

Il film vuole essere la guerra vista dai vinti, l’esatto simmetrico del suo precedente Flags of Our Fathers. Le differenze sono però sostanziali: il primo era un film di guerra classico, con sbarchi, navi, bombardamenti; nella battaglia vista dai giapponesi la vita si svolge in prevalenza nel sottosuolo e nei bunker scavati dai difensori; si grida raramente perché i protagonisti parlano sottovoce per non esser individuati dai nemici. Nella versione della battaglia vista dagli americani la vicenda si spostava  frequentemente in madrepatria anche allo scopo di allentare la tensione drammatica, mentre in Letters from Iwo Jima i ricordi della vita in  Giappone prima della partenza per la guerra sono rari e si svolgono in interni o nel buio della sera. Nelle scene sull'isola il colore è stato denaturato fin quasi al bianco e nero per avvicinarsi di più al colore della cenere che ricopre quest’arida terra vulcanica. I personaggi parlano in lingua originale con sottotitoli per tutta la durata del film, di  due ore e venti minuti. Tutti questi elementi orientano lo spettatore ad assistere a un film di contenuti,  senza molte concessioni allo spettacolo.

Ciò che resta uguale in queste ultime due opere del regista  è l'impianto narrativo: in entrambe un pugno di  uomini reagiscono in modo diverso a ciò che dall'alto viene loro imposto: nella versione americana si tratta del dovere di partecipare alla propaganda bellica anche quando eroi non lo si è mai stati (i veri eroi sono morti); in quella giapponese la patria ordina a 20.000 giapponesi di resistere a 100.000 americani fino all'estremo sacrificio. Il tenente Ito non sopporta di doversi porre sulla difensiva e desidera solo morire con onore combattendo contro gli americani; il fornaio Saigo, che ha lasciato in patria la giovane moglie in attesa, cerca di compiere il suo dovere ma fa di tutto per salvare la pelle; Shizumu, diventato soldato semplice dopo esser stato espulso dall'accademia militare perché poco bellicoso, non riesce più a trovare un suo posto nella rigida classificazione di ruoli che la società gli impone e cerca di arrendersi agli americani.  Solo il generale Tadamichi Kuribayashi è l'eroe perfetto: cosciente del proprio destino, organizza una efficace strategia difensiva che renderà estremamente ardua la conquista dell'isola e che eviterà che si compia un sacrificio fanatico quanto inutile dei suoi uomini.
Perché anche questo film di Clint Eastwood ha il respiro di una grandiosa opera  di respiro universale? Non certo per le sue doti tecniche (la sua regia è senz'altro classica) ma forse perché negli ultimi lavori ha deciso di puntare tutto sull'uomo, sul rappresentare quel drammatico destino che unisce uomini di latitudini diverse, piccoli soldati o grandi generali. Di scoprirli per quel che sono, fragili esseri aggrappati ai loro affetti, spesso pieni di difetti ma capaci, di fronte a un tragico destino che li sovrasta, di conservare o ritrovare la propria dignità di uomini.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Giovedì, 17. Novembre 2016 - 23:55


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LA LETTERA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 11:33
 
Titolo Originale: LA LETTERA
Paese: Portogallo/Francia/Spagna
Anno: 1999
Regia: Manoel De Oliveira
Sceneggiatura: Manoel De Oliveira
Durata: 107'
Interpreti: Chiara Mastroianni (Madame de Clèves), Pedro Abrunhosa (Il cantante)

Si riesce a trasportare ai giorni nostri un romanzo come "la principessa di Clèves" di Madame de la Fayette, scritta a metà del '600 alla corte del Re Sole? In parte: si possono accettare le strade piene di automobili e gli abiti moderni, ma non si può non ambientare la storia in una società elitaria e d'alto rango. Non si giustificherebbe diversamente la prima parte del dramma: la ricca mademoiselle di Chartres sposa un suo pari, il dottore Jacques de Clèves, attratta dalla sua gentilezza d'animo più che spinta da passione amorosa.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La sincerità e l'onestà della protagonista che è tentata di tradire il marito la fanno pervenire a vette più alte di altruismo
Pubblico 
Pre-adolescenti
I più piccoli saranno poco interessati a questa sofisticata storia di sentimenti
Giudizio Artistico 
 
Una bellissima storia dell'animo umano, anche se appare poco credibile la trasposizione della vicenda ai nostri giorni

Ella scopre ben presto di sentire dell'interesse per il famoso cantante Abrunhosa, incontrato occasionalmente ad un concerto, da cui sa di essere ricambiata. Sua madre, sul letto di morte, riesce a farle confessare i suoi sentimenti e le suggerisce di non vederlo più per evitare che quel loro incuriosito avvicinarsi non vada al di là del punto di non controllo. In effetti la signora di Clèves si sottrarrà ad ogni ulteriore incontro: saranno decisivi il timore per il suo onore pubblico ed il desiderio di rispettare il marito. In cerca di conforto, ella va spesso a trovare una sua amica suora, alla quale confida tutte le sue pene.
Alla fine,  decide di essere pienamente onesta con suo marito: in un colloquio intenso che è la parte più bella del film, ella gli confessa il suo interesse per Abrunhosa, ma al contempo gli garantisce la sua completa lealtà. Il marito apprezza la virtù della moglie ma non può non soffrire nel non sentirsi ricambiato; la morte lo raggiungerà presto.

La signora De Sèvres è ora libera per sposare il suo cantante? La stessa amica suora le ricorda che adesso nessun vincolo la trattiene. Ancora una volta però la sua decisione sarà controcorrente: la vicinanza con suo marito, sia pur nella sofferenza, è stata più vera e più forte di una passione solo immaginata.

Occorre premettere che la trasposizione ai tempi moderni del romanzo di Madame de la Fayette non è riuscito; il nobile intento di dimostrare il valore perenne di certi sentimenti non ha trovato la sua giusta messa in scena: l'immagine del marito che poco a poco muore di mal d'amore, poco si concilia con il consumismo sentimentale della sensibilità moderna. A questo occorre aggiungere la legnosa recitazione di Chiara Mastroianni.

Fatta questa necessaria premessa, traspare nel film tutta una bellissima analisi dell'intimo umano, in perenne conflitto fra la geometria dei ragionamenti ed il magma incandescente dei sentimenti. Se di etica si parla, prevale tuttavia un'etica ragionata, non mossa dall'amore; non a caso nel film vi sono ripetuti riferimenti al Giansenismo.
L'imprevedibilità del nostro animo ancora inesplorato (allora come oggi) rende quasi vano, sembra dire Madame De la Fayette, l'appiglio alla nostra ragione: la signora ritiene di essere nel giusto quando racconta tutta la verità al marito, ma ciò non impedisce che il marito soffra per l'esclusione dai suoi affetti, finendo così per ferire mortalmente proprio chi voleva salvare.
Da vedova, ella acquisisce il diritto legittimo di rivolgersi finalmente dove la sua passione la vorrebbe portare, ma questo non le basta più: il suo cuore ha ormai superato, una volta scoperta la nobiltà dei sentimenti provati per suo marito, l'interesse per gli affetti privati ed è ora pronta a dedicarsi interamente agli altri.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LUTHER RIBELLE,GENIO,LIBERATORE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 11:26
Titolo Originale: Luther
Paese: Germania
Anno: 2003
Regia: Eric Till
Sceneggiatura: Bart Gavigan, Camille Thomasson
Produzione: Eikon Film/NFP Teleart/Thrivent Financial for Lutherans
Durata: 121''
Interpreti: Eikon Film/NFP Teleart/Thrivent Financial for Lutherans

Il giovane Martin Luther è un religioso fervente anche se interiormente tormentato da un forte senso del peccato. Nel 1517, sconvolto dalla corruzione della Chiesa e dallo scandalo della vendita delle indulgenze, pubblica le famose 95 tesi. È l’inizio di una battaglia che lo contrapporrà ai prelati di Roma, in un crescendo di coinvolgimento politico. Fino alla proclamazione di Augusta che segna la sua vittoria.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'intento apologetico del film enfatizza l'aspetto etico della riforma luterana ma trascura la disputa religiosa che lacerò il mondo cristiano
Pubblico 
Adolescenti
Per la complessità delle tematiche storiche ed alcune scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Fastosa ricostruzione storica e messa in scena efficace

Potrebbe forse sembrare eccessivo definire questo film un’opera di apologetica della Riforma protestante, potrebbe sembrare eccessivo, ma è difficile nutrire dubbi sulle intenzioni dei produttori di questa biografia più che romanzata di Martin Lutero (tra i quali, non a caso, figura anche il Thrivel Financial for Lutherans). Attraverso una fastosa ricostruzione storica e una messa in scena drammaticamente molto efficace, infatti, la figura di Lutero emerge come quella di un grande eroe del pensiero, un puro in un mondo di corrotti, un uomo capace di cambiare il mondo grazie ad una visione nuova del Cristianesimo (“one man had a vision that changed the world” recita il trailer originale).

Il riformatore ha l’aspetto giovanile e cool del Joseph Fiennes di Shakespeare in Love (così non c’è da stupirsi, quando lo sorprendiamo a mordicchiare la sua penna d’oca, incerto su un passo sulla traduzione tedesca della Bibbia) e appare fin dall’inizio lacerato tra il senso dell’incapacità umana di superare il peccato e mosso dal desiderio di una religione basata sull’amore e sulla misericordia anziché su un’impossibile richiesta di perfezione, che sfocia spesso nella superstizione.

Ciò che dà il via al suo percorso drammatico è il pellegrinaggio a Roma, che gli fa scoprire la corruzione della Chiesa, cui segue lo scontro con il domenicano Johann Tetzel, incaricato della vendita delle indulgenze per il finanziamento della basilica di San Pietro. Anche i suoi avversari della prima ora, i colleghi dell’università e, soprattutto, il principe elettore Federico di Sassonia, vengono vinti dalla potenza dell’entusiasmo di Lutero e persino il tentativo di processarlo da parte dei prelati cattolici fallisce di fronte alla forza disarmate delle sue argomentazioni.

Lutero supera la crisi di fronte alla tragica repressione armata della rivolta di contadini grazie all’amore di una ex suora, Caterina von Bora, e la proclamazione del cuius regio eius religio imposta a Carlo V dalla coraggiosa resistenza dei principi tedeschi segna l’inizio di una nuova era di libertà.

Questo finale in stile L’attimo fuggente (anche se i principi non salgono sui banchi ma offrono la loro testa in difesa della Riforma), è estremamente esemplificativo del modo estremamente abile con cui la pellicola manipola gli eventi storici, trasformando in una grande vittoria della libertà religiosa l’affermazione del principio del cuius regio eius religio proclamato con la pace di Augusta, quando invece esso fu soprattutto un affermazione del primato della forza della politica e delle armi su quella della Fede, il primo passo verso l’indipendenza dei principi tedeschi dall’imperatore Carlo V. Un discorso analogo si potrebbe fare per la fin troppo frettolosa liquidazione dell’assenso dato da Lutero alla feroce repressione da parte dei principi suoi sostenitori delle rivolte contadine che la sua stessa predicazione aveva provocato.

Meno grave, da questo punto di vista, anche se talvolta imbarazzante (“tieni la teologia fuori dal nostro letto”?!), è l’inserimento decisamente pretestuoso dell’elemento romantico della storia d’amore con Caterina von Bora, che serve a completare il ritratto da eroe romantico del protagonista.

Tipica di una certa incomprensione del cinema contemporaneo per la specificità della questione religiosa, e non solo di questa pellicola, è la riduzione della “rivoluzione luterana” ad un conflitto etico-morale oppure a dramma psicologico (in alcune sequenze le crisi di Lutero sembrano i deliri di un malato di mente e la soluzione proposta dal suo padre spirituale una specie di mantra più che una dichiarazione di fede).

Una questione teologica di fondamentale importanza per la Riforma quale quella della presenza reale di Cristo nell’eucaristia, poi, è solo accennata all’inizio del film e poi totalmente dimenticata, con il risultato di ridurre la riforma luterana ad un rinnovamento etico del Cristianesimo (quale fu poi operato anche in seno alla Riforma cattolica) e trascurando lo spessore teologico del conflitto che oppose Lutero e gli altri riformatori a Roma.

 

Elementi problematici per la visione: nessuno, ma per la complessità delle tematiche storiche affrontate il film è più adatto ai ragazzi di età superiore ai 12/14 anni.

Laura Cotta Ramosino

(La recensione è tratta  dal libro "Film di valore" di prossima pubblicazione presso le edizioni ARES, a cura di A. Fumagalli e L. Cotta Ramosino).

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA LUNGA DOMENICA DI PASSIONI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/25/2010 - 11:19
Titolo Originale: Un long dimance de fiancailles - A very long engagement
Paese: Francia/USA
Anno: 2004
Regia: Jean-Pierre Jeunet
Sceneggiatura: ean-Pierre Jeunet, Guillaume Laurant
Durata: 133'
Interpreti: Andrey Tautou, Gaspard Ulliel, Jean-Pierre Becker, Jodie Foster,Stefanie Gesnel

Mathilde, ragazza orfana che che vive in un paesino sulla costa bretone, ha perso il suo ragazzo e compagno d'infanzia Manech nella prima guerra mondiale. Il conflitto è appena terminato ma lei non si dà per vinta: Manech forse è vivo e decide impegnare   l'eredità ricevuta per ingaggiare un investigatore privato  se stessa a ritrovare gli altri 4 commilitoni che assieme a Manech erano stati condannati a morte per autolesionismo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'amore uomo-donna viene visto con un approccio "naturalistico" senza coinvolgere le profondità dell'animo
Pubblico 
Adulti
Per molte scene di sesso esplicito, le impressionanti ferite prodotte dalla guerra e per atti di violenza autolesionista
Giudizio Artistico 
 
Ottima padronanza da parte del regista di un film complesso, stupenda la scenografia e la fotografia. Ma lo spettacolo finisce per prevalere sulla storia

Bisogna fare i complimenti al cinema francese: probabilmente grazie al  generoso contributo di un finanziamento pubblico, riesce a  realizzare film blockbuster che nulla hanno da invidiare a quelli Hollywoodiani.
Una lunga domenica di passioni ha il grande respiro di un'epopea: ambientato in Francia fra il '19 e il '20 ricostruisce con abbondanza di mezzi gli assalti alla baionetta dei fanti francesi contro le mitragliatrici tedeschi nei campi devastati della Somme, la vita poco più che bestiale nelle trincee invase dal fango,  la serenità della vita di campagna in  una fattoria ai bordi della spumeggiante costa bretone, la Parigi di inizio secolo  ricostruita  con grande sfoggio di computer grafica (altra orgogliosa esibizione di tecnologia interamente  francese). Campi lunghi ci mostrano Place dell'Operà invasa di macchine d'epoca, la Gare  d'Orsay movimentata da treni che partono ed arrivano, senza il classico sotterfugio di qualche  più economica inquadratura parziale.  Il regista Jean-Pierre Jeunet che da tempo sognava di portare sullo schermo il romanzo omonimo di Bastiene Japrisot, ha  ricostruito con puntigliosa meticolosità il mondo d'inizio secolo, con particolare attenzione agli  oggetti e ai meccanismi (i telefoni, le motociclette, i treni,..) e per farcelo sembrare più "vero" , o meglio come  "appare vero" al nostro immaginario collettivo, ha desaturato i colori conferendo alle immagini una tonalità color seppia e  impostato le inquadrature come se fossero tante cartoline d'epoca.
Il film ben merita la candidatura all'Oscar 2004 per la fotografia e la scenografia.

Protagonista assoluta è Andrey Tautou, l'attrice preferita di Jeunet sopratutto dopo il successo del loro sodalizio ne Il favoloso mondo di  Amelie (2000). In effetti, pur trasferiti in una dimensione epica, ritornano gli ingredienti che già conosciamo: una certa visione fantastica e sognante della realtà, che contrasta in questo caso con la cruda realtà  della guerra; una miriade di personaggi secondari caratterizzati con rapide pennellate impressioniste.
Si tratta di una love story incastonata in una war story ma ciò che prevale su tutto è la  detective story: lo spettatore è attirato nel gioco del  progressivo disvelamento di frammenti di verità intorno al fatidico giorno nel quale  si è persa ogni traccia di Manech. La stesso procedere del regista per rapidi bozzetti  riesce  a concentrare  in poco più di due ore di spettacolo tanti plot e subplot  e tanti piccoli personaggi che appaiono e subito scompaiono, da lasciarci a volte smarriti.

Occorre riconoscere però che la feconda, esuberante fantasia di Jeunet riesce a trasformare artisticamente  questo abbondante materiale umano e visivo in modo mai banale o prevedibile  (come si è potuto inventare la sequenza di un ospedale improvvisato in un hangar per dirigibili, con l'immancabile esplosione di tutto l'idrogeno di cui era riempito?).

E la storia sentimentale? Mathilde e Manech si sono conosciuti sui banchi di scuola del loro paesino bretone, hanno trovato spesso rifugio e dato libero sfogo ai loro sogni in cima al faro sulla scogliera. Dal momento del distacco, tutto il film si concentra  nel raccontarci gli sforzi di Mathilde per ritrovare il suo amato: non ci sono sviluppi nella loro storia amorosa, né  i personaggi subiscono delle trasformazioni interiori. Una bella storia quindi a due dimensioni che manca di penetrare nella profondità dell'animo dei protagonisti. Non si tratta di una carenza della sceneggiatura, ma un limite della visione antropologica  del regista, già apparsa evidente in Il favoloso mondo di  Amelie.  
Se in questo film ci sono  esplicite scene di rapporti sessuali, sia pur rapide e senza compiacenti dettagli, esse tradiscono la visione  di uomini e donne che si piacciono fisicamente e si mettono assieme, restando anche fedeli l'uno all'altra ma il loro legame sembra  quasi  ubbidire ad una legge della natura, senza coinvolgere la profondità delle loro anime.  

Diventa quasi inevitabile il confronto con The Aviator: anche nel film di Scorsese abbiamo visto un film-spettacolo di grande perfezione stilistica che però finisce per soffocare lo sviluppo dei personaggi e l'intensità della storia umana.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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