Drammatico

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RICOMINCIA DA OGGI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/03/2010 - 11:48
 
Titolo Originale: Ca commence aujourd’hui
Paese: Francia
Anno: 1999
Regia: Bertrand Tavernier
Sceneggiatura: Bertand Tavernier, Dominique Sampiero
Interpreti: Philippe Torreton (Daniel), Maria Pittaresi (Valeria) Montaggio: Sophie Brunet

Daniel è direttore di una scuola materna di Hernaing, presso Valenciennes, un paesino al nord della Francia, area depressa a causa della chiusura delle miniere che una volta ne costituivano la principale ricchezza.
Daniel non si limita a dirigere questa scuola che ha già tanti problemi a causa dei pochi fondi a disposizione ma si immedesima nelle situazioni delle povere famiglie che la frequentano: c'è chi resta senza luce e riscaldamento perché non paga le bollette; c’è il ragazzo che viene percosso dal patrigno; c’è chi non ha i soldi per pagare la mensa scolastica.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Per Daniel gli abitanti del paesino non sono degli "altri": i loro problemi sono i suoi e fa di tutto per risolverli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Grande abilità narrativa del regista che sa dare lo stesso valore ad una storia sentimentale come ad una pratica burocratica che non si risolve

Daniel se la prende con tutte le strutture sociali pubbliche che dovrebbero risolvere questi problemi: l’assistente sociale, l’unità sanitaria, tutti gli rispondono che hanno poco personale e poche risorse. Lo stesso sindaco socialista che lui va a trovare per ottenerne attenzione sui casi più disperati, non può che riconoscersi legato alle leggi economiche, incapace di dare più di quanto dispone. Daniel, osteggiato dalle autorità che lo emarginano, vorrebbe rinunciare a lottare, soprattutto quando una famiglia di cui si sta prendendo cura si fa vincere dalla disperazione. Ritroverà la forza, con l’aiuto della sua ragazza Valeria e la solidarietà dei genitori dei bambini, di continuare il suo impegno come insegnante e come uomo. La festa finale nella scuola, con la banda, le rappresentazioni dei bambini e l’applauso compiaciuto dei genitori ripagano Daniel della sua dedizione.

Betrand Tavernier esprime in questo film il suo impegno sociale parlandoci di uomini e di donne che non vivono solo dei loro affetti privati, come ci viene descritto nella maggior parte dei film, ma che si realizzano e si esprimono anche nel contesto del proprio lavoro e dei loro impegni civili. La storia d’amore del protagonista con la bella Valeria ed i difficili rapporti che lui ha con il figlio di lei avuto da una relazione precedente, hanno la stessa importanza narrativa di una riunione di insegnanti, di un corso di approfondimento per professori o di una conferenza stampa del sindaco. Il tutto immerso nella prosaica quotidianeità del modulo da compilare che non si trova, degli auguri di compleanno da fare all’insegnante, dei colloqui con i genitori. Tutta questa realtà multiforme portata in primo piano non appiattisce la prospettiva ma al contrario esalta l’eroismo del protagonista.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RAY

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/03/2010 - 09:43
Titolo Originale: RAY
Paese: USA
Anno: 2004
Regia: Taylor Hackford
Sceneggiatura: James L. White
Produzione: Anvin Films / Baldwin Entertainment / Bristol Bay Productions
Durata: 152'
Interpreti: Jamie Foxx, Kerry Washington, Regina King, Clifton Powell, Aunjanue Ellis

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima e se un film biografico deve riuscire a restituire allo spettatore l’anima del personaggio alla cui vita si ispira, allora possiamo dire che Ray non è riuscito a svelarci cosa si nascondeva dietro quegli occhiali scuri che fanno parte della famosissima icona di Ray Charles.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tema della droga e dell'infedeltà sono trattati senza compiacimento. Grande sostegno a Ray nei momenti difficili, prima dalla madre e poi dalla moglie
Pubblico 
Adolescenti
Il protagonista e altri personaggi sono mostrati usare droga e abusare di alcool. Alcune scene ed allusioni sessuali.
Giudizio Artistico 
 
Le interpretazioni sono davvero tutte memorabili, in particolare quella di Jamie Foxx (premio Oscar). La sceneggiatura non riesce a farci conoscere il vero animo di Ra

Il film è fatto con impegno, amore e dedizione.

e interpretazioni sono davvero tutte memorabili, da quella del protagonista (un Jamie Foxx davvero virtuosistico, giustamente premiato con l’Oscar come miglior attore protagonista) a quelle di ogni singolo caratterista.

La colonna sonora, incisa dallo stesso Ray Charles, è splendida.

La regia è riuscita a ricreare con maestria le atmosfere degli anni ’50, ’60 e ’70: le baraccopoli per gente di colore nel sud degli Stati Uniti, i sobborghi delle grandi città, i fumosi locali notturni, le praterie percorse dai bus sgangherati dei complessini jazz in tournée, le ville di Los Angeles, gli studi di incisione.

Ma, a differenza di altri più riusciti film su grandi musicisti come Amadeus e Shine, Ray non riesce – se non attraverso qualche estemporanea intuizione registica o drammatica – a collegare ciò che sentiamo con le orecchie (la musica di Ray Charles) a ciò che sentiamo col cuore (le emozioni dei drammi del personaggio interpretato da Jamie Foxx). Quando, in Amadeus, ascoltiamo le note di una composizione del giovane Mozart, le avvertiamo sempre come un dono di Dio che alimenta la gelosia del povero Salieri. Quando, in Shine, ascoltiamo le note del terzo concerto di Rachmaninov, le percepiamo come l’eco della lotta titanica fra il talentuoso David e il padre autoritario. Invece Hackford e White (rispettivamente, regista e sceneggiatore di Ray) non sono riusciti a rendere eloquenti per il cuore le musiche di Ray Charles, non ci fanno partecipare delle ragioni esistenziali profonde che si nascondono dietro una particolare creazione musicale.

La fine del film, gravemente posticcia, è un chiaro segnale della mancanza di una chiave di sintesi che individui il personaggio. Un altro segnale della non perfetta calibratura della storia e dell’articolazione delle emozioni, è l’uso del ghost del personaggio. Il ghost – tecnicamente – è l’esperienza scioccante vissuta dal protagonista (generalmente nella sua infanzia) che ne ha determinato la ferita interiore che solo il lungo viaggio della storia potrà lenire. Lo sceneggiatore ha caratterizzato il protagonista con un ghost che ne alimenta un tormentoso senso di colpa. Ma tale esperienza scioccante e gli effetti conseguenti (la dipendenza dalla droga), interferiscono con l’asse principale della storia (un uomo cieco che diventa una star della musica) e vengono risolti con un finale troppo sbrigativo per essere significativo.

Molto interessanti e ben tratteggiati sono i personaggi della moglie, grazie alla quale Ray supera indenne una lunga stagione di degrado umano e fisico, e quello della madre, che trasmette al figlio carattere e orgoglio, insegnandogli a non smarrirsi nell’autocompatimento che gli avrebbe impedito di realizzare ciò per cui milioni di persone gli sono grate.

Autore: Francesco Arlanch
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RETE4
Data Trasmissione: Domenica, 13. Luglio 2014 - 23:45


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QUO VADIS BABY?

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/02/2010 - 17:25
Titolo Originale: QUO VADIS BABY?
Paese: Italia
Anno: 2005
Regia: Gabriele Salvatores
Sceneggiatura: Gabriele Salvatores, Fabio Scamoni
Produzione: Maurizio Totti per Colorado Film, Medusa
Durata: 108'
Interpreti: Angela Baraldi, Gigio Alberti, Claudia Zanella, Luigi Maria Burruano

Giorgia, quarantenne single, vive  fotografando i tradimenti di mogli o mariti bolognesi presso l'agenzia investigativa di suo padre.  Una mattina riceve da un amico  un pacco pieno di videocassette di conversazioni solitarie di sua sorella Ada, partita per Roma per cercar di diventare attrice e morta suicida sedici anni prima. Giorgia, dapprima riluttante e contro il parere del padre che non  vuole  tornare  a rivivere un passato che entrambi dovrebbero solo dimenticare, inizia una indagine per scoprire cosa realmente era accaduto quella notte...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Rapporti familiari tesi e non risolti. Grigie vite solitarie che si sono rassegnate a vivere senza un orizzonte di speranza
Pubblico 
Maggiorenni
Un rapporto amoroso esplicito con nudità integrale. Turpiloquio pesante. Uso di spinelli e di molto alcool.
Giudizio Artistico 
 
Gabriele Salvatores si è concesso una parentesi di libertà sperimentale con qualcosa che non è esattamente un noir né un melodramma ma un elogio al cinema per il cinema

"Quo vadis, baby?" E' la domanda che Marlon Brando rivolge a Maria Schneider in  Ultimo tango a Parigi ed è anche la frase chiave che consente a Giorgia di scoprire il misterioso uomo che sua sorella ha conosciuto prima di morire. Giorgia ha incontri occasionali con un professore universitario di nome Andrea  e discutendo  sulla morte di sua sorella, è curiosa di sapere se lui crede  in una nostra vita ultraterrena. Andrea risponde negativamente: l'unica cosa certa è che un giorno dovremo morire e non sappiamo neanche quando.

"La nostra condizione quindi è peggiore dei replicanti di Blade Runner (che come è noto morivano secondo una data preimpostata). Ho riportato questi due esempi per sottolineare l'alto tasso di cinefilia necessario per seguire l'ultimo lavoro di Gabriele Salvatores dopo il bellissimo Io non ho paura. L'elevato substrato intellettuale che sottende  la storia è il vero male che affligge questo film, non certo il tanto sottolineato approccio sperimentale adottato per la sua realizzazione (le riprese sono effettuate con la tecnica digitale; la protagonista principale, una cantante,  è al suo esordio cinematografico. Sono due elementi che al contrario  hanno dato un buon sostegno al film).

Si tratta di una malattia che colpisce in particolare il personaggio di  Ada, sorella di Giorgia, che non vediamo mai recitare dal vivo ma sempre attraverso il filtro di un registrato VHS e che si esprime con le battute tipiche di uno sceneggiatore in vena di fare un po' di letteratura. Un altro difetto del racconto è il suo oscillare fra noir e melodramma, senza che l'atmosfera dell'uno prenda la prevalenza sull'altro. E' noir quando assiemea Giorgia scopriamo progressivamente pezzi di verità sugli ultimi giorni di sua sorella, ma manca la volontà del regista di coinvolgere lo spettatore in un gioco di graduale e rigoroso  rilascio degli indizi; le rilevazioni sono ondivaghe e buona parte del mistero resta non svelato. Ha i toni del melodramma quando ci accorgiamo che per conoscere la verità sulla morte della sorella dobbiamo scavare lontano, nei drammatici rapporti fra i suoi genitori; manca però il classico momento catartico di questo genere, il confronto/scontro fra i componenti della famiglia,  che è reso volutamente sottotono, attraverso le inquadrature tagliate  di una telecamera nascosta.

tempo di parlare dei pregi del film: ben resa è l'ambientazione in una Bologna fatta di  cupi porticati perennemente sotto la pioggia e di stanze disordinate tipiche di chi è abituato a vivere da solo: se in  Io non ho paura si restava quasi accecati dall'oro dei campi di grano sotto il sole estivo, quasi una promozione di qualche pellicola a colori, la resa quasi monocromatica tipica della tecnica digitale ben rende l'ambientazione densa di cupo mistero delle notti bolognesi, una esplicita rievocazione della Dusseldorf del film "M" di Fritz Lang. Ben costruito è il personaggio di Giorgia  da parte di Angela Baraldi: una insolita  quarantenne single, ruvida nei modi, disordinata nell'aspetto, non bella, abituata a passare le sue serate con il conforto di una bottiglia e qualche spinello. Se è capace ancora di appassionarsi alla dolorosa vicenda di sua sorella, il suo cuore si è indurito nell'attendere un amore che non è mai arrivato: gli inviti occasionali che lei riceve e i rapporti fugaci che vengono consumati subito dopo sono visti  come un modo diverso per passare una serata; domani tornerà ad essere un giorno simile ai  mille già passati. Se il film è pieno di riferimenti ai classici del cinema  (per  "M" di Fritz Lang ce ne viene addirittura proposta una ampia sintesi da un Salvatores con vocazione didattica), paradossalmente i  riferimenti che vengono alla mente sono altri: il personaggio di Giorgia è molto vicino a Maggie, la ragazza di Million Dollar Baby,  che nasconde la sua femminilità dietro una ruvida scorza e scarica la sua tensione riempiendo di pugni un sacco da box  (Giorgia è coinvolta in una scena molto simile ) e le sequenze  in esterni di Bologna, sempre buie e piovose  ricordano l'Hong Kong descritta da Wong Kar-Wai in In the mood for  love.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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Quando sei nato non puoi più nasconderti

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/02/2010 - 16:08
 
Titolo Originale: Quando sei nato non puoi più nasconderti
Paese: Italia
Anno: 2005
Regia: Marco Tullio Giordana
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli e Marco Tullio Giordana dall’omonimo romanzo di Maria Pace Ottieri
Produzione: Cattleya e Rai Cinema
Durata: 115'
Interpreti: Alessio Boni, Michela Cescon, Rodolfo Corsato, Matteo Gadola, Ester Hazan, Vlad Alexandru Toma

Il piccolo Sandro è il figlio amato di Bruno e Lucia, una coppia bresciana benestante. La presenza, in città e nella fabbrica messa in piedi dal padre, di moltissimi immigrati fa sorgere nel ragazzo molte domande. Quando poi, durante una vacanza in barca nel mare della Grecia, Sandro cade in mare e rischia di morire, a soccorrerlo è Radu, un ragazzo rumeno che sta cercando di raggiungere l’Italia con altri disperati (tra cui la sorella Alina) a bordo di un barcone guidato da due meschini scafisti. Recuperato in un centro di accoglienza dai genitori, Sandro convince i suoi a prendersi a cuore la vicenda di Radu e Alina; ma le cose si complicheranno costringendo il ragazzo e i suoi a confrontarsi con una realtà dolorosa e complessa.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo benestante ma sensibile scopre il mondo di coloro che non hanno nulla nulla. Descrizione di una famiglia imperfetta, ma unita e rinsaldata da un intenso affetto
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena di forte tensione emotiva. Un caso di prostituzione minorile
Giudizio Artistico 
 
Bel film di formazione di un ragazzo vicino all'adolescenza, anche se emoziona solo a tratti perché lascia trasparire una certa esemplifazione ideologica

Difficile restare lontani dalle semplificazioni un po’ ideologiche quando si tratta un argomento delicato e complesso come quello dell’immigrazione clandestina in un paese come il nostro che per mantenere un minimo controllo finisce quasi sempre per “pagare” ai vicini un sistema di monitoraggio delle coste e che raramente si mette a riflettere davvero sull’invito, mai scontato e mai ingenuo, espresso anche da Papa Giovanni Paolo II, ad una vera accoglienza nei confronti di chi si lascia spesso alle spalle miseria e persecuzione.

Marco Tullio Giordana, che in passato ha raccontato le gioie e le miserie della meglio gioventù di sinistra, prova a parlare di immigrazione partendo dalla semplicità delle relazioni interpersonali, che precedono e preparano l’irrompere del dramma dei barconi e degli scafisti.

E se la Brescia descritta dal regista a partire da un romanzo di Maria Pace Ottieri (e con il supporto rodato di Rulli e Petraglia) è costruita forse fin troppo al millimetro in modo da racchiudere tutti i possibili riflessi della presenza straniera in Italia (dal primo uomo di colore che strilla le parole del titolo in una lingua sconosciuta, fino al compagno di nuoto che “ha più voglia di lottare”, dagli operai della fabbrichetta alle signore dagli abiti sgargianti sull’autobus), è nella scelta del punto di vista che Giordana centra almeno in parte la sua scommessa.

Seguendo la pista della storia di formazione, infatti, la vicenda di Sandro “salvato dalle acque” convince di più proprio nella sua prospettiva di ragazzino a un passo dall’adolescenza, pieno di domande e di slanci (come quello che gli fa dire, di fronte ai rumeni che gli hanno salvato la vita, “perché non li adottiamo noi?”), costretto a guardare con occhi diversi la sua casa piena di tutto dopo aver visto il niente di altri….

Quella di Sandro, grazie al cielo, non è una conversione da cuore sacro, ma un viaggio in una realtà che conosciamo attraverso i notiziari dei telegiornali ormai tutti uguali, e che, anche quando viene toccata nella singolarità di mille drammi personali, non si lascia rispondere né con il puro dare (né i soldi né il telefonino danno la felicità) né con il buonismo d’accatto che colpevolizza chi si domanda i termini di una possibile convivenza…

Azzeccando un cast che ci convince soprattutto della verità delle relazioni familiari (a parte il giovane protagonista Matteo Gadola, sono da apprezzare Alessio Boni e Michela Cescon che soprattutto in alcuni momenti rendono credibile e non caricaturale una famiglia imperfetta, ma unita e riscaldata da un affetto vero) Giordana si dimostra come sempre più bravo quando meno è impegnato a stare dietro alla sua “tesi”.

Se è vero, infatti, che si è cercato di non etichettare buoni e cattivi, i limiti dell’esperienza narrata rendono più significativo valutare la portata delle reazioni dei singoli personaggi piuttosto che valorizzare un giudizio complessivo su un fenomeno troppo ampio per essere esaurito sull’onda dell’emotività cinematografica, che pure forse riesce a spezzare l’abitudine dei nostri sensi ormai anestetizzati da troppe immagini di dolore.

Il cambiamento del piccolo Matteo, bambino molto amato e naturalmente anche un po’ viziato, è il frutto di un incontro che presto condivide con i suoi genitori, anche loro chiamati a porsi domande nuove prima di tutto su se stessi e sul loro essere padre e madre (”Perché non abbiamo avuto un altro figlio?” si chiede la madre, “Morto lui, morti noi”, afferma con radicale semplicità Bruno prima un po’ spaccone). Ed è in queste scene che la storia acquista un’identità e una forza che non ti aspetti.

Il difetto del film di Giordana, che emoziona e coinvolge però solo a tratti, sta probabilmente, nel voler mettere tutto, forse troppo nella storia (anche il prete naturalmente burbero e un po’ meschino a dirigere il campo di accoglienza) e nel lavorare poi per sottrazione nello sviluppo per non cadere nel documentaristico o nel politicamente corretto.

E se è giusto sottolineare che “una volta nati non possiamo più nasconderci”, cioè una volta visto non possiamo più passare a fianco e ignorare, viene da pensare che questo venire allo scoperto sta prima di tutto nel riconoscere il legittimo desiderio di felicità dell’altro che arriva per mare prima ancora che nel vagheggiare (come fa Giordana, più nelle interviste che nel film, è da ammettere) una confusa integrazione senza indagarne a fondo le condizioni.

Il percorso di Matteo, di nuovo solo, si interrompe tra le lacrime alle porte della “Corea” milanese (una fabbrica dismessa e abitata da decine di immigrati clandestini dove, ovviamente, occhieggiano “crudeli” i manifesti di Forza Italia!) di fronte al tradimento del sogno della giovane Alina.

Cosa verrà dopo Giordana non sa o non vuole dire, ed è un peccato, perché è solo rischiando una risposta che dopo essere usciti dal nascondiglio si può cominciare veramente a giocare la partita della vita.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Domenica, 2. Febbraio 2014 - 12:55


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PROVA A PRENDERMI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/02/2010 - 15:27
Titolo Originale: Catch me if you can
Paese: USA
Anno: 2002
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: eff Nathanson
Durata: 141'
Interpreti: Leonardo Di Caprio, Tom Hanks, Christopher Walken, Martin Sheen, Nathalie Baye.

Prova a prendermi  racconta la storia vera di un geniale bugiardo. Frank Abagnale Jr., prima di compiere 19 anni, riuscì a volare gratis per più di due milioni di miglia spacciandosi per pilota della Pan Am, a lavorare come primario di pediatria millantando studi ad Harvard, a praticare in un importante studio legale della Louisiana accampando una fittizia laurea a Berkeley, a guadagnare circa 4 milioni di dollari falsificando un numero imprecisato di assegni, a diventare uno dei principali ricercati dall’FBI, avendo violato la legge in 26 diversi stati americani.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutto è bene quel che finisce bene; diventato falsario per aiutare suo padre a sollevarsi da una bancarotta e da una crisi familiare, Frank metterà la testa a posto
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene a sfondo sessuale ed il linguaggio
Giudizio Artistico 
 
Spielberg è sempre attento ai dettagli, alla caratterizzazione dei personaggi, a mantenere un ritmo brioso anche per una storia semplice come questa

Basandosi sulla biografia scritta dallo stesso Abagnale e da Stan Redding, lo sceneggiatore Jeff Nathanson (Speed 2), racconta come la frenesia mistificatrice che ha animato il giovane Abagnale sia nata dall’aver assistito alla rovina del matrimonio fra i genitori (Christopher Walken e Nathalie Baye) in seguito ad un tracollo economico del padre. Per fuggire dall’incubo di una famiglia frantumata e per cercare aiutare il padre a ricomporne i cocci, Frank fugge di casa e incomincia a dare vita ad un vortice di inganni.

Frank è un Mozart della dissimulazione. Uno degli insegnamenti che il padre con più insistenza gli ripeteva era che gli Yankees vincono sempre perché gli avversari sono troppo occupati a fissare le righine della loro divisa. Questo sarà il segreto di Frank: distrarre l’attenzione della vittima

Quando un direttore di banca esita a cambiare un assegno non fidandosi della credibilità di un ragazzino, Frank si presenta con una divisa da pilota della Pan Am: il direttore nemmeno lo riconosce, ogni sospetto è dissipato, l’assegno subito accettato. Quando Hanratty (Tom Hanks), l’agente dell’FBI che gli dà la caccia, lo sorprende in una camera d’albergo, Frank, senza battere ciglio, si presenta come un agente della CIA: è stato solo un colpo di fortuna se ha preceduto il “collega” e ha già proceduto all’arresto del ricercato. Quando un intero aeroporto è presidiato da agenti che lo stanno aspettando per arrestarlo, Frank recluta una decina di avvenenti studentesse offrendo un praticantato da hostess per la prestigiosa Pan Am: come potrete immaginare gli agenti hanno preferito notare le nuove giovani hostess piuttosto che il pilota sospetto che le sta accompagnando…

Dopo essersi misurato con i temi complessi e ambiziosi diA.I. (2001) e Minority report (2002), i suoi più recenti tentativi di scrollarsi di dosso l’immagine di regista commerciale, Steven Spielberg con Prova a prendermi è tornato a raccontare una storia semplice e briosa. Avrebbe voluto occuparsene solo come produttore, attraverso la sua Dreamworks, ma i ritardi dell’inizio delle riprese dovuto ai prolungati impegni di Leonardo di Caprio sul set di Gangs of New York, hanno compromesso la possibilità che i registi prescelti (Gore Verbinski, David Fincher, Cameron Crowe, Lasse Hallström) potessero occuparsi del progetto.

La mano di Spielberg si nota soprattutto nell’attenzione con cui le rocambolesche avventure del giovane Abagnale sono viste come il disperato tentativo di un bambino di recuperare un eden famigliare ormai perduto. Frank è scappato da casa perché non ci viveva più una famiglia.

Come in numerosi film basati su un conflitto “gatto-topo” (Il fuggitivo, Il negoziatore) il peggior nemico del protagonista diventa il suo migliore amico. In Prova a prendermi, infatti,l’agente Hanratty, che insegue Frank Abagnale attraverso gli USA fino a catturalo in Francia, si assume poi la responsabilità di offrirgli un posto nell’FBI come esperto di frodi bancarie. Una scritta in chiusura del film ci informa che oggi Abagnale è uno dei più pagati consulenti del Federal Bureau of Investigation e delle maggiori banche d’America. Vive con la moglie e tre figli: Frank è tornato a casa.

La versione italiana del DVD contiene alcuni extra molto interessanti: il dietro le quinte delle riprese del film, le registrazioni dei provini e i documentari sul rapporto fra il film e la vera vita di Frank Abagnale e sulla prospettiva dell’FBI sull’intera vicenda.

Autore: Francesco Arlanch
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: PREMIUM EMOTION
Data Trasmissione: Mercoledì, 13. Maggio 2015 - 21:15


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Placido Rizzotto

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/02/2010 - 12:39
Titolo Originale: "Placido Rizzotto"
Paese: Italia
Anno: 2000
Regia: Pasquale Scimera
Sceneggiatura: Pasquale Scimera
Durata: 110'
Interpreti: Marcello Mazzarella (Placido Rizzotto), Lo sciancato (Marcello Albanese), Lia (Gioa Spaziani)

Il film inizia facendoci  vedere,con rapide pennellate, la formazione umana di Placido: da ragazzo, pastorello di montagna, assiste all'arresto di suo padre accusato di collusione mafiosa; da giovane durante la guerra, approda ad un  impegno diretto nella resistenza. Tornato a casa (il paese di Corleone) Rizzotto si impegna nell' attività politica e diventa segretario della Camera del Lavoro.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La figura eroica di Placido che affronta quasi da solo i poteri mafiosi e latifondisti
Pubblico 
Adulti
Per alcune scene di violenza su persone indifese
Giudizio Artistico 
 
Ottima la scenografia e la fotografia, così come la recitazione di Mazzarella. Più incerta la regia
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PICCOLA LOLA (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/02/2010 - 11:44
 
Titolo Originale: Holy Lola
Paese: Francia
Anno: 2004
Regia: Bertrand Tavernier
Sceneggiatura: Tiffany Tavernier, Dominique Sampero, Bertrand Tavenier
Durata: 128'
Interpreti: Jacques Gamblin, Isabelle Carrè

I coniugi Seyssac vivono fra i monti dell'Alvernia (lui è un medico condotto) ma non hanno figli. Decidono di impegnare i  loro non molti risparmi per sostenere le spese del  viaggio e di una permanenza di molti mesi in Cambogia dove pare sia più facile adottare un bambino....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Pierre e Géraldine rifiutano di "comperare" l'adozione di una bambina di famiglia povera. I due coniugi riescono a sostenersi l'un l'altra anche nei momenti di maggior sconforto
Pubblico 
Maggiorenni
Ripetute scene di affettuosità coniugale con nudi femminili
Giudizio Artistico 
 
Tavernier si conferma molto bravo nel combinare il rigore del documentario con il dramma umano dei protagonisti. Questa volta però non ha saputo contenere il materiale narrativo e il film risulta inutilmente lungo

Tavernier ha sempre inquadrato le sue storie in contesti molto realistici; è troppo convinto che la realtà nuda e cruda sia più avvincente di qualunque  finzione sopratutto per chi, come lui,sa vedere le cose con una forte tensione civica e morale. E successo con Ricomincio da oggi sull'impegno di un di un direttore didattico che si prodiga per risolvere i tanti casi umani dei suoi alunni , in Legge 621 sul problema della droga in Francia  ; in La vita e nient'altro  contro la retorica militare.

Ora Tavernier affronta con coraggio e determinazione un tema attuale e scottante ma forse sospettato di esser poco cinematografico: quello delle adozioni internazionali. Il fatto che questo film abbia suscitato un'ampia discussione in Francia e che infine abbia contribuito alla decisione di apportare semplificazioni sulla legge per le adozioni, costituisce il primo vero pregio del film, al di là del giudizio artistico che gli si possa dare.

Attraverso gli occhi di Pierre e Gèraldine viviamo un viaggio attraverso un inferno di umiliazioni,   di senso d'impotenza, di alternanza tumultuosa dei sentimenti, della necessità di avere tanti soldi e tanto, tanto tempo.

Il fatto stesso di decidersi a partire per un paese così lontano e stare fuori patria per un numero imprecisato di mesi rischiando la stessa continuità professionale, costituisce di per se una prova forte di fiducia e di speranza nella capacità dei due coniugi di mettere in gioco tutto loro stessi. Appena arrivati nella caotica  Phnom-Pehn in piena stagione dei monsoni, il loro entusiasmo si infrange di fronte ad un muro di burocrazia indifferente, lenta e interessata. L'approvazione di ogni singolo documento deve venir adeguatamente "oliato" e perché questo concetto sia chiaro,  i vari capi ufficio li fanno attendere una, due, tre settimane; quando tutto sembra a posto, un cavillo li costringe a iniziare da capo. Gèraldine desidera ardentemente questo figlio ed è sottoposta  a terribili sbalzi emotivi  quando gli viene presentato un bambino che riesce a tenere un momento fra le braccia salvo poi venir informata che l'orfano è stato già assegnato: scoprirà più tardi che le coppie statunitensi e canadesi  pagando anche 20.000 dollari per un'adozione, riescono ad ottenere ciò che anche lei desidera in pochi giorni. I Seyssac sono una coppia affiatata e alla fine di ogni giornata piena di frustrazioni riescono a trovare nel loro amore la forza per proseguire. Il momento della prova maggiore arriva quando, dopo un viaggio in un paesino fino ai confini del Vietnam, Gèraldine si ritrova sul sedile dell'auto, accanto a se, una culla con una tenera bambina. Può essere sua pagando il pattuito alla madre che è troppo povera per mantenerla. Lo scontro è fortissimo fra Gèraldine che ormai si vorrebbe arrendere al compromesso e Pierre che vuole proseguire per l'incerta strada di un'adozione regolare. La  loro stessa unione rischia di spezzarsi.

La piccola Lola è un film difficilmente classificabile: si pone al confine  fra il dramma ed il genere documentario. Se altre volte Tavernier ha avuto successo nell'impiegare dettagli anche minuti della prosaica quotidianeità  per rendere la tensione che la pura realtà riesce a esprimere, forse questa volta ci ha voluto raccontare troppo e una certa ripetitività delle situazioni rischia di annoiare.
Pierre e Gèraldine sono un bell' esempio di marito e moglie capaci di aiutarsi l'un l'altra sopratutto quando uno dei due si lascia sopraffare dallo scoraggiamento. Tavernier li ritrae  nella tenerezza della loro intimità notturna e se questa decisione è comprensibile per sottolineare l'armonia della loro unione, anche in questo caso il regista opta per una   ripetitività non sempre giustificabile, che ha suggerito di proporre questo film a partire dai maggiorenni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PIANISTA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/02/2010 - 11:25
 
Titolo Originale: The Pianist
Paese: Fra/Germ/It/Pol
Anno: 2002
Regia: Roman Polansky
Sceneggiatura: R.Polansky,R. Harwood
Durata: 2
Interpreti: A. Brody (Szpillman)

Steven Spielberg propose a Roman Polansky di fare la regia di "Shindler's list", ma lui rifiutò.
La proposta di Spielberg era ben motivata: quale regista, meglio di Roman, poteva descrivere le atrocità del ghetto di Varsavia, proprio lui che a 10 anni era lì (in realtà si trovava nel ghetto di Cracovia) a osservare il resto della sua famiglia mentre veniva deportata nei campi di concentramento?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Dal fondo dell'orrore, si è rigenerata la speranza verso l' uomo ed il suo futuro
Pubblico 
Adolescenti
Scene esplicite di violenza gratuita su adulti , bambini e su vecchi malati
Giudizio Artistico 
 
Il tempo intercorso dai fatti narrati ha ormai decantato la sofferenza a vantaggio di un lirismo, di una capacità di guardare dall'alto, che ha consentito a Polansky, regista e sceneggiatore, di filtrare le sue emozioni attraverso una narrazione nitida e controllata
Testo Breve:

IRoman Polansky filtra i suoi ricordi di ragazzo ebreo ai tempi dell'occupazione nazista regalandoci dandoci un'opera di grande lirismo e speranza per il futuro

Roman è sicuramente "esperto della materia" ma probabilmente rifiutò l'offerta perché aveva capito che il suo modo di sentire la tragedia dell'Olocausto differiva da quello del grande regista americano. Spielberg ha realizzato un film corale, un film su di una moltitudine di uomini e donne che riescono a passare oltre quel guado così oscuro della nostra storia grazie alla generosità di pochi eroi.

Polansky invece ha voluto narrare, in modo quasi documentaristico, la progressiva discesa all'inferno di una famiglia borghese di origine ebrea (quanta autobiografica tenerezza nel presentare il forte legame che tiene unita questa famiglia di quattro figli!) , la quale passa da una dignitosa casa borghese, ai letti a castello di un monolocale all'interno del ghetto, fino al grande piazzale antistante la stazione in attesa, assieme a tante altre famiglie, di venir caricati sui treni che li porteranno ai campi di concentramento.

La vita del ghetto è narrata nei minimi particolari, attraverso la gente che si accalca nelle strade per cercare di vendere qualche oggetto personale che gli consenta di mangiare per ancora un'altro giorno o nel semplice stare in un bar a sentire della buona musica che faccia dimenticare per un momento il loro destino. Tanti dettagli finirebbero per limitare il film nell'ambito di un arido documentarismo, ma questo non accade perché lo sguardo del regista è coinvolto ma distaccato al contempo; il tempo intercorso dai fatti narrati ha ormai decantato la sofferenza a vantaggio di un lirismo, di una capacità di guardare dall'alto, che ha rigenerato il lui, nonostante tutto, la speranza verso l' uomo ed il suo futuro. Polansky affida la sua visione all'attore protagonista che impersona un pianista ebreo-polacco realmente esistito: Wladyslaw Szpilman. Un'anima serena, abituata a carpire le alte vette dell'armonia, che si muove prima incredulo al precipitare della situazione, poi, riuscito a scappare dalla stazione dove il suo destino sembrava ormai segnato e rimasto a Praga come clandestino, pensa solo a vivere, anzi a sopravvivere accettando gli aiuti che a lui, polacco famoso, concedono molti suoi compatrioti.
Wladyslaw è un vigliacco? Ci si potrebbe domandare e lui stesso se lo domanda, quando guarda dalla finestra del suo rifugio la disperata rivolta del ghetto contro le truppe tedesche. Lui in realtà sta' respingendo mentalmente quegli avvenimenti che stanno passando davanti ai suoi occhi perché per lui semplicemente non sono credibili, sono eventi senza senso per chi come lui crede e comunica con gli altri solo attraverso l'armonia della musica.

Il suo credo viene premiato quando, all'epilogo della storia e quando la disfatta degli invasori è ormai prossima, un ufficiale tedesco, scovatolo nel suo nascondiglio, non lo uccide ma resta ad ascoltarlo mentre suona il piano. E' l'inizio della fine: l'umanità, impersonificata dall'ufficiale, ha ritrovato se stessa.

Ecco perché "Shindler's list" e "Il pianista" sono così profondamente diversi: eroico e corale il primo, individualista ed intimista il secondo.
In una delle scene finali Szpilman, nel tentativo di ritrovare l'ufficiale che lo ha salvato, trova, al posto di quello che prima era un campo prigionieri russo, nient'altro che un terreno coperto di fango su cui campeggia un pallido sole ormai al tramonto.
Il regista si attarda a riprendere questa scena: lì Polansky riesce a ritrovarsi in tutta la sua lirica malinconia.

Alcune scene di violenza gratuita da parte dei nazisti consigliano la visione del film solo ai ragazzi più grandi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Mercoledì, 28. Gennaio 2015 - 21:00


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UOMINI DI DIO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/31/2010 - 11:04
 
Titolo Originale: des hommes et des dieux
Paese: Francia
Anno: 2010
Regia: Xavier Beauvois
Sceneggiatura: Etienne Comar, Xavier Beauvois
Produzione: Why Not Productions, Armada Films, France 3 Cinéma
Durata: 120'
Interpreti: Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Philippe Laudenbach, Jacques Herlin, Loic Pichon

Nel 1938 viene completata l'erezione del monastero cistercense di Notre-Dame de l'Atlas a Thbhirine nella regione Medea, in  Algeria. Da allora i monaci  del monastero hanno vissuto pacificamente con la popolazione del villaggio vicino, costituito interamente dai mussulmani, fino al 1996. In quell'anno gli otto monaci che sono presenti nel monastero continuano a vivere in povertà ed in preghiera, al servizio della popolazione ma Ia notizia dell'uccisione di alcuni lavoratori stranieri che operano nella zona da parte di un gruppo di fondamentalisti islamici dà  ai monaci la precisa sensazione che la loro vita è in pericolo.  Christian, il superiore del monastero propone agli altri monaci di non partire...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La fede rende nobili e coraggiosi degli uomini semplici e desiderosi di vivere come qualsiasi altro uomo
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il tema trattato è molto nobile anche se può esser ben compreso a partire da adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Un film intenso e asciutto, con poca concessione allo spettacolo, tutto giocato sui tormenti interiori e i dubbi (ma anche la fede) dei protagonisti
Testo Breve:

L'ultimo anno di vita degli otto monaci uccisi in Algeria nel 1996. La fede ha trasformato questi semplici uomini in eroici martiri

E' un vero piacere  vedere film come questo.  Non è tanto interessante il racconto dei fatti realmente accaduti nel 1996 a cui si ispira il film, noti ai più, ma ciò che affascina è il modo con cui il regista è riuscito a scavare nell'intimo di animi nobili come quelli degli otto frati di Thbhirine, uomini semplici abituati a vivere con semplicità, impegnati di colpo a trovare, o meglio a ritrovare il senso più profondo della loro esistenza e, con tutti i timori e le paure di qualsiasi essere umano in simili circostanze, costretti a fronteggiare l'ipotesi concreta del martirio.

Il film inizia con il racconto di come trascorre una giornata ordinaria di questi monaci:  all'interno della loro comunità, fatta di momenti di preghiera e di lavoro nei loro campi ma anche quella passata al servizio degli abitanti del paese limitrofo : visite mediche (padre Luc è un dottore), aiuto a chi non sa leggere e scrivere ma anche vendita al mercato del miele da loro stessi prodotto  allestendo una bancarella in mezzo a tante altre.
I monaci si incontrano periodicamente con i notabili del paese per discutere temi di interesse comune o per partecipare alle ricorrenze del paese; in queste e in altre occasioni il priore non manca di mostrare la sua profonda conoscenza del Corano ricordando la saggezza che traspare da  tante sue pagine.

La seconda parte del film inizia con una tragedia (l'uccisione di alcuni lavoratori croati da parte di terroristi islamici ostili al governo) e  appare chiaro che gli otto monaci corrono un pericolo reale.

Da questo momento il regista inizia ad approfondire la psicologia, i pensieri, i dubbi degli otto uomini. E' la parte più bella del film, dove ci viene mostrato la profondità e al contempo l' altezza a cui l'animo uomano può arrivare. Essi ci appaiono fragili e pieni di timori (il più giovane di loro si sente addosso, la paura fisica che lo attanaglia) ma al contempo cercano continuamente di ritrovare il significato più profondo della loro presenza in quel paese.
Hanno una decisione da prendere e lo fanno da uomini di Dio:  pregano nella loro piccola cappella ma spesso meditano all'aperto, a contatto con la natura; si riuniscono per discutere o parlano privatamente con il priore, aprendo senza reticenze il loro cuore.

Quando  alla fine, pur con motivazioni diverse, tutti concordano con la decisione di restare, ormai hanno vinto, perché la vittoria è dentro di loro.

Molto giustamente il regista narra sbrigativamente la terza fase, quella della loro cattura e prigionia evitandoci  qualsiasi dettaglio violento. La vera storia, quella della tempesta nell'animo degli otto frati si era già  conclusa in precedenza, celebrata con una strana festa organizzata nel loro refettorio intorno a un bicchiere di vino buono e come sottofondo la musica del Il lago dei cigni di Čajkovskij  proveniente da una vecchia radio.  

 Il film apre la strada a molte discussioni, come ogni film che sa scavare seriamente intorno a dei fatti realmente accaduti.
 Era giusto restare o  sarebbe stato più corretto preservare la propria vita e proseguire l'attività in un'altra zona meno rischiosa?
 Per dei monaci benedettini è corretto l'atteggiamento di stabilire una presenza pacifica in mezzo a un territorio mussulmano senza fare apostolato o deve sempre venir mantenuto l'obiettivo prioritario della  diffusione del Vangelo?
 Sono risposte difficili da dare e in questo si è condizionati dalla rappresentazione dei fatti che ci è stata presentata dall'autore.
 Il terrorista Ali Fayattia che uccide gli operai croati ma poi stranamente si dimostra rispettoso dei frati e della loro fede sembra essere stato introdotto dall'autore per indurre lo spettatore ad assumere una posizione baricentrica fra i rivoltosi e i governativi algerini. Xavier Beauvois che si definisce un ateo sembra guardare la fede cristiana e quella musulmana con equidistanza, proprio per sottolineare l'importanza di una convivenza pacifica.
 La risposta va ricercata probabilmente nelle prime immagini del film, nella perfetta simbiosi fra il monastero e il villaggio.
 "Il pastore non abbandona il suo gregge nel momento in cui arriva il lupo"-commenta un frate. "Partire è morire" commenta  Luc, il frate medico.
 Al più giovane di loro, il più timoroso di perder la vita, il priore ricorda che "la tua vita tu l'hai già donata, per seguire Cristo, quando hai deciso di abbandonare tutto" e ancora: "si è martiri per amore. La nostra missione qui è di essere fratelli di tutti. L'amore supera tutto, sopporta tutto".
 Ecco allora il significato del restare: restare per testimoniare senza tentennamenti che ciò per cui hanno dedicato un'intera vita è ciò per cui sono disposti anche a morire.
 Nel suo testamento spirituale, letto in voce-off alla fine del film, Christian non dimentica di perdonare chi lo ha ucciso: "..anche per te amico dell'ultimo minuto che non sapevi quello che facevi, anche per te voglio che questo grazie e questo a-Dio comprendano anche te e che ci sia permesso di ritrovarci. "ladroni felici", in paradiso. A Dio piacendo a nostro padre, padre di entrambi".  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: rai5
Data Trasmissione: Domenica, 29. Gennaio 2017 - 22:55


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L' ORA DI RELIGIONE IL SORRISO DI MIA MADRE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/29/2010 - 12:02
Titolo Originale: L' ORA DI RELIGIONE IL SORRISO DI MIA MADRE
Paese: Italia
Anno: 2002
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Marco Bellocchio
Interpreti: Sergio Castellitto, Jacqueline Lusting, Chiara Conti, Piera degli Espositi

Ernesto, un pittore affermato che vive a Roma, riceve un giorno nel suo studio una visita inaspettata: un monsignore, segretario del cardinal Piumini, lo ha convocato come testimone al processo di beatificazione di sua madre, uccisa anni addietro da un altro dei suoi figli, da tempo recluso in un ospedale psichiatrico. La notizia sorprende e sconvolge Ernesto: la causa è in corso già da tre anni ma i suoi parenti non l'hanno mai informato; inoltre questo evento, il ricordare, il dare testimonianza, lo riporta indietro verso un passato da cui credeva di essersi liberato. Ernesto partecipa,con fastidio crescente, agli appuntamenti che si rendono necessari per il processo di beatificazione assieme agli altri componenti della sua famiglia. Un incontro con sua zia gli fa chiaramente capire come tutti i suoi familiari stiano cercando spudoratamente di trarre vantaggio dalla situazione che è stata anzi da loro voluta e promossa di proposito. Ernesto se ne distacca definitivamente (rinuncia all'udienza con il Papa), rifugiandosi nell'affetto di suo figlio ed inseguendo una fugace storia d'amore con un bella e giovane insegnante della sua scuola.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un falso difensore dello spirito laicale è in realtà un anarchico individualista che rinnega il valori della famiglia, l'importanza dell'impegno civile e che non rispetta chi manifesta una fede sincera
Pubblico 
Sconsigliato
Per le idee nichiliste del protagonista e la bestemmia pronunciata
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Sergio Castellitto. lucido sviluppo del racconto che devia spesso verso la satira grottesca

 

Cosa ci vuole dire Bellocchio, regista ed al contempo sceneggiatore del film?
Ci può sembrare, in un primo momento, che con il personaggio di Ernesto abbia voluto giustamente fustigare certi opportunisti del sacro, sempre pronti a ricavarne  vantaggi personali; ma il protagonista del film è un ateo convinto, non ha alcuna velleità moralizzatrice; il suo sorriso, ironico ed amaro al contempo, segna il suo distacco dalle parole e dagli atti di chi invece crede. Ne potremmo dedurre allora ( e molti sono arrivati a questa conclusione) che Enesto è il portabandiera di un atteggiamento rigorosamente laicale (con il significato giornalistico che comunemente viene dato a questa parola: anti-clericale ed anti-dogmatico).

A mio avviso neanche questa ipotesi è vera; egli sorride ironicamente anche verso coloro che manifestano un impegno politico, sia pur ridicolizzato con toni caricaturali; sogna di veder crollare il Vittoriale , non solo per la sua ingombrante magniloquenza (nel qual caso saremmo tutti d'accordo ), ma come simbolo della patria e di tanti altri valori civili che costituiscono proprio la base del sentirsi "laici".
Ernesto quindi è solo un rigoroso individualista che ha rimosso da sé ogni valore condivisibile con i suoi simili.
Ma allora, svuotato di tutto, in cosa crede Ernesto? Gli restano da coltivare i suoi istinti naturali: la tenerezza verso suo figlio, il suo piccolo cucciolo e l'attrazione verso una dolce ragazza che incontra occasionalmente.
Crede nell'Amore , ha commentato qualche critico, ma l'amore è scelta, coerenza, progetto, mentre nel caso di Ernesto si tratta di una infatuazione, una naturale accelerazione del battito del cuore che tutti noi maschi subiamo quando ci trovano a parlare a tu per tu con una bella ragazza.
Certo, si trova bene con suo figlio, parla e discute con lui di tante cose, peccato però che il ragazzo vuol bene anche alla madre: gli fa piacere vedere i suoi genitori che insieme lo vengono a prendere a scuola.
Ernesto invece è troppo impegnato a disimpegnarsi anche dai doveri che ha con suo figlio e si sta allontanando dalla famiglia proprio per rincorrere il suo presunto diritto di innamorarsi.
Ritengo di sconsigliare questo film, non per la bestemmia che viene pronunciata, per la quale è sufficiente il divieto ai minori, non per le idee che il regista ha supposto di rappresentare, ma per la mancanza di un vero coinvolgimento dello spettatore: in questo film i cattivi sono troppo stupidamente cattivi e i buoni lo sono per mancanza di concorrenti. Bellocchio presume troppo e finisce per indisporre lo spettatore proprio per la sua presunzione.
Per sintetizzare il tutto con un espressione romama, a Bellocchio "gli rode" e ce lo manifesta tutto.

 

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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