Drammatico

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WE WERE SOLDIERS FINO ALL'ULTIMO UOMO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/09/2010 - 10:33
Titolo Originale: WE WERE SOLDIERS
Paese: USA
Anno: 2002
Regia: Randall Wallace
Sceneggiatura: Randall Wallace
Durata: 138’
Interpreti: Mel Gibson (Ten. Coll. Hal Moore), Madeleine Stowe (Julia), Greg Kinnear (Magg. Bruce)

Ci sono stati il bello e atipico (anche se duro) Tigerland di Joel Schumacher (ambientato in un durissimo campo d’addestramento per le reclute destinate al Vietnam, capace di giocare con serietà con le convenzioni del genere) e lo strombazzato Black Hawk Down di Ridley Scott (molto più scontato nella sua “morale” anche se virtuosistico nella regia), e buona ultima arriva la seconda fatica alla regia di Randall Wallace, sceneggiatore del premio Oscar Braveheart e già regista de La maschera di ferro, oltre che sceneggiatore di Pearl Harbor (una pellicola che tuttavia considera meno sua, dal momento che regista e produttore hanno ampiamente modificato, e a sua detta impoverito, la storia che aveva scritto).

Valutazioni

We were soldiers, tratto dal volume –in Italia pubblicato da Piemme- We were soldiers once... and young di Hal Moore e Joe Galloway (il primo colonnello protagonista anche del film, il secondo reporter di guerra che lo ha aiutato a raccogliere le testimonianze dei fatti raccontati), è stato da più parti accusato di essere un film non solo e non tanto mal riuscito, ma soprattutto “fuori luogo”, nutrito di una retorica ormai vecchia e inaccettabile, contributo ormai tardivo e poco aggiornato alla riflessione che la settima arte ha dedicato al decennale impegno yankee nel sud est asiatico. È  curioso che sia stato avvertito come falso e stereotipato un film che racconta fedelmente la storia vera (forse nei titoli del film questo andava messo meglio in rilievo, soprattutto per il pubblico internazionale) di persone ancora oggi viventi, primo fra tutti il protagonista Moore, interpretato da Mel Gibson.

La pellicola, infatti, si confronta con la “sporca guerra”, il Vietnam, bestia nera della coscienza collettiva americana, letta talvolta dal cinema come epopea gloriosa e sfortunata (Berretti Verdi) e molto più spesso, a partire dalla metà degli anni ’70, come tragedia e sconfitta umana e sociale ancor più che militare (basti ricordare Il Cacciatore, Nato il 4 luglio e Platoon), ma il suo intento non è certo fatto per compiacere il gusto degli intellettuali pacifisti ad oltranza. Scopo dichiarato, infatti, è “rendere onore” ai soldati che combatterono il conflitto (ed in particolare la sua tragica battaglia inaugurale nella Valle della Morte)  con coraggio e onore, in primo luogo i giovani americani guidati da ufficiali severi ma paterni come il colonnello Moore, ma anche i soldati norvietnamiti, capaci di mettere in scacco, con la loro guerriglia imprevedibile, prima i Francesi e poi gli Americani .

La pace non è la virtù degli imbelli, ma quella dei soldati, perché possano combattere senza odio” . Questa frase di Emmanuel Mounier  sembra adatta ad esprimere con acutezza e provocatoria profondità lo spirito che anima la ricostruzione tentata da Wallace con uno stile che, a prescindere dalla regia della battaglia centrale del film (fortemente debitrice allo spielberghiano Salvate il soldato Ryan), risulta più simile, non solo visivamente, a quello dei classici hollywoodiani, molto lontana dal montaggio nervoso e spiazzante di Scott o dallo stile quasi documentaristico di Schumacher.

Per nulla tradizionale è, invece, la grande attenzione che il regista dedica al versante “domestico” della vicenda; mentre mostra l’addestramento dei reparti destinati ad aprire le danze con avversari nuovi ed imprevedibili, infatti, si prende il tempo di raccontare anche  la vita quotidiana di uomini che hanno scelto di “fare la guerra” per mestiere, cercando di farci sentire le loro ragioni, i loro dubbi, la sofferenza che provano allontanandosi (forse per sempre) dai propri cari. E il tentativo di quotidiana normalità delle loro mogli, abituate a spostarsi da una base all’altra come nomadi, ma così umanamente in difficoltà quando è il momento di dire addio al padre dei propri figli.

Così, mentre dobbiamo riconoscere che soprattutto in questa parte iniziale manca un autentico approfondimento su quelle che potevano essere le ragioni di un impegno americano nel Vietnam, è commovente e lodevole sentire come il protagonista del film (molto ben “vissuto” da Mel Gibson) cerca di conciliare non solo il suo essere soldato con il suo essere padre (è il contenuto della bella scena ambientata nella cappella tra il capitano Moore e uno dei suoi ufficiali che ha appena avuto una bambina, così come del dialogo tra Moore e la figlia minore che gli chiede che cosa sia la guerra), ma soprattutto con il suo essere credente. Moore è un cattolico padre di cinque figli, un uomo che prega il suo Dio, Dio di amore e di pace, perché lo sostenga nelle sue azioni e protegga i suoi uomini, e che non ha timore di chiedere la vittoria, perché chi combatte non può permettersi di essere politically correct, ma solo di rispettare il valore del nemico, e, sostenuto dalla convinzione di difendere  valori più alti, sperare, in ogni caso, di sopraffarlo.

Per lo sceneggiatore e regista, peraltro, è altrettanto importante raccontare il dramma delle mogli che restano a casa ad attendere un esito su cui non possono influire; in particolare la moglie di Moore che, mentre il marito si impegna a prendersi cura dei suoi uomini fino all’ultimo (e in questo film la massima “non lasciare nessuno indietro” è certamente molto più vissuta e interiorizzata che non nel meccanico slogan del film di Scott), si fa carico della consegna degli anonimi telegrammi che annunciano la morte di ogni uomo, vivendo e rivivendo l’angoscia di un campanello che può significare l’annientamento di una famiglia.

Gli uomini di Moore, del resto, sono l’avanguardia delle migliaia di soldati che per più di un decennio combatterono una guerra probabilmente insensata, ma che non per questo possono essere liquidati come assassini senza perdono. Proprio il fatto di cogliere il momento iniziale di quegli eventi ormai parte della memoria di tutti, facendo seguire allo spettatore le vicende di individui che non portano già il marchio di consapevoli “invasori”, voleva essere probabilmente l’occasione per ritrovare un impossibile “sguardo vergine” su un tema ormai archiviato come impopolare dal giudizio della storia.

Quello che molti dimenticano e che forse sarebbe stato giusto richiamare in questo film è che l’anno dell’inizio della guerra in Vietnam cade a non molta distanza dalla crisi di Cuba, in anni in cui la minaccia dell’Unione Sovietica, e quindi anche del dilagare nel mondo di regimi di stampo comunista, erano fortemente sentiti non solo dagli Stati Uniti, ma da tutto il blocco occidentale. Forse tenendo presente questo aspetto risulta più comprensibile (anche se ancora tutta da valutare) la decisione dell’amministrazione e dell’esercito americani di coinvolgersi in una guerra che fin dall’inizio appariva difficile e presto anche impopolare.

Lungi dal voler diffondere una propaganda di bassa lega a favore del grande Impero americano, poi, è chiaro che gli autori del film (il regista-sceneggiatore in primo luogo ma anche i due scrittori del libro di memorie) intendevano più di tutto tributare il giusto onore a uomini valorosi e fondamentalmente retti (più ambigui i loro superiori, colpevoli nel mandarli allo sbaraglio senza garantire un adeguato supporto, ma ancora di più nel non fornire loro reali e profonde ragioni per combattere), mostrando tutto il dolore e l’orrore (soprattutto nello sguardo sconvolto del reporter, un personaggio che giunge forse un po’ troppo tardi per inserirsi bene nella storia e fare da riferimento per il pubblico) di cui nessuno degli uomini, a battaglia conclusa, è in grado di dire nulla, purtroppo solo un tragico anticipo di future e ben più ampie carneficine.

A ben vedere, infatti, quello che avrebbe dovuto colpire i critici più severi  è ciò che  il film sembra in realtà suggerire nel commosso finale, qualcosa di sorprendente e provocatorio, detto non a caso per bocca del comandante delle forze nord vietnamite sconfitte: la vittoria conquistata a caro prezzo, grazie al coraggio e alla genialità sfoderate contro un nemico altrettanto coraggioso e perspicace, convinse l’America a fare di quell’angolo di mondo un “affare americano” e si rivelò quindi, a conti fatti, una ben più grave sconfitta perché il risultato finale era già segnato, solo che per arrivarci sarebbe stato necessario pagare un tributo di sangue molto più alto.

Un film dunque che sarebbe troppo facile e ingiusto liquidare come guerrafondaio e retorico (anche se indubbiamente un supplemento di riflessione nelle direzioni indicate sopra avrebbe permesso una maggiore problematizzazione di alcune istanze); un film che ricostruisce figure di militari, ma soprattutto di uomini, chiamati a confrontarsi con un dovere non sempre facile e che solo in parte può diventare oggetto di discussione; uomini che trovano la forza di affrontare il pericolo e spesso la morte grazie alla fede, all’esempio di superiori (così simili a padri) e agli affetti, affetti che si trovano naturalmente e spontaneamente ad estendere alla famiglia dei compagni d’arme; ed è solo per questo, infatti, che ha senso allontanarsi dalla propria famiglia, tornare indietro per non lasciare un uomo a morire da solo, rischiare di farsi uccidere per portare in salvo qualche ferito in più, disubbidire agli ordini quando dicono di lasciare il campo per salvarsi abbandonando chi dipende da noi, trovare il tempo, in mezzo al fuoco del nemico, per pregare sui cadaveri dei caduti. Nessuna retorica di patria e di onore sarebbe capace di spingere a tanto.

E sono queste scelte concrete ed autentiche, molto più del discorso alle truppe (forse davvero un po’ retorico nel celebrare l’unità multietnica della grande nazione americana), a rimanere nel cuore di chi assiste ad una storia amara e tutt’altro che gloriosa, ma in molti momenti capace di toccare corde inedite e di trasmettere le profonde convinzioni di chi ha realizzato questo film.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Domenica, 2. Aprile 2017 - 21:00


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L'UOMO DEL TRENO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/08/2010 - 18:33
Titolo Originale: L'homme du train
Paese: Francia
Anno: 2002
Regia: Patrice Leconte
Sceneggiatura: Claude Klotz
Durata: 90'
Interpreti: Jean Rochefort (Mannesquier), Johnny Hallyday (Milan)

Milan (ma scopriremo il nome di questo personaggio taciturno e riservato solo dai titoli di coda) scende dal treno in un paesino della provincia francese, simile all’eroe solitario di certi film di Sergio Leone, ma poco dopo lo vediamo, molto meno eroico, recarsi in una farmacia per comprare un’aspirina. Qui incontra Manesquier, logorroico insegnante in pensione, che lo invita a casa sua per prendere un bicchiere d’acqua dove sciogliere il medicinale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Jean Rochefort (Mannesquier), Johnny Hallyday (Milan)
Pubblico 
Adolescenti
Per il linguaggio e alcuni accenni ad atteggiamenti violenti
Giudizio Artistico 
 
-

È in questo inizio, che unisce in un sofisticato ma lieve gioco metacinematografico le atmosfere del polar di tradizione francese al tono surreale e demitizzante (ma carico di una prospettiva destinale) dell’incontro tra due personaggi, che troviamo l’impronta caratteristica di Patrice Leconte (La ragazza del ponte, L’amore che non muore); un regista che, al di là di alcuni alti e bassi (suo anche il più recente e meno esaltante Rue de Plaisir), fa dell’incontro tra umanità marginali, ma ben delineate, sempre ricche ed interessanti e spesso collocate in circostanze particolari nelle quali il tempo incalza verso un termine indefinito, ma inderogabile, il segno distintivo della sua produzione cinematografica.

In questo caso i due personaggi sono una coppia maschile la cui opposizione fisica e mentale non potrebbe essere più forte: da una parte lo Straniero dal passato tempestoso e il futuro incerto (è sceso in città per rapinare la banca con alcuni complici, benché ormai gli manchino la voglia e l’energia per farlo), dall’altra un vecchio borghese che tira avanti la sua vecchiaia in una casa abbandonata, tra lezioni a pupilli svogliati e frustranti relazioni con i negozianti locali, senza mai smettere di rimpiangere la vita che non ha mai vissuto.

Ed è proprio per questo, allora, che appare così giusto che l’espediente capace di unirli, anche se solo temporaneamente, abbia la leggerezza di un caso molto simile ad un destino, una sorte che offra un’ultima occasione, in modo da potenziare il senso di (pre)destinazione e di vicinanza tra i due protagonisti; a sottolinearlo anche il fatto che, durante il corso della storia, entrambi sono accompagnati da un tema musicale ben riconoscibile ed estremamente espressivo, note e melodia che raccontano l’intrecciarsi graduale delle due traiettorie esistenziali fino al finale sottilmente metafisico.

Quasi da subito, dunque, i due uomini, accomunati, a dispetto della differenza di età e di condizione sociale, da una sottile insoddisfazione (resa più acuta dall’approssimarsi di una scadenza presentita come “fatale”) si studiano scoprendo il fascino delle reciproche differenze, ma anche cogliendo, con divertita ironia, che ciò che disprezzano può essere apprezzato da uno sguardo estraneo; se il professore, dunque, prova il gusto trasgressivo di vestire i panni del suo ospite (ma scopre che la sua autorevolezza di insegnante può essere più efficace di una voce dura e di uno sguardo “criminale”) e di imparare a sparare, l’altro lascia trapelare un desiderio di normalità (quella “dolcezza delle cose” che è al centro di una delle poesie spiegate da Manesquier) che si traduce nell’apprendere l’arte di indossare le pantofole, ma pure nel gusto di impartire un’originale lezione di letteratura ad uno studente stupito.

In una pellicola in cui le interpretazioni dei due protagonisti (Jean Rochefort nei panni del professor Manesquier, e Johnny Hallyday, icona del rock francese che regala la sua fisicità un po’ rude allo straniero) sono decisive per la riuscita finale, il progredire della vicenda si gioca tutto sui toni di un umorismo raffinato, in dialoghi e immagini sempre efficaci che portano alla luce le anime dei personaggi attraverso la convivenza di pochi giorni. Il tempo, in effetti, è l’altro fattore decisivo in questa discreta, ma profonda riflessione sulla vecchiaia, età anagrafica, ma non solo, come dimostra la comunanza di destini tra i due, una condizione mentale che unisce chi è realmente anziano a chi ha consumato la propria vita in un continuo e inquieto vagare. Essa è vista come il momento in cui passato e futuro si fanno una cosa sola nel breve tempo presente che resta prima della morte. Un tempo che i due protagonisti si scambiano e si donano in una pudica messa in comune delle esperienze, dei desideri e dei rimpianti, nel fragile tentativo di recuperare quanto sembrava perduto. Proprio questo gratuito scambio di umanità, che raggiunge il suo vertice nel poetico e sorprendente finale, è ciò che può far superare l’amarezza di un destino a volte percepito come avaro e beffardo (perché non ha mantenuto le promesse della giovinezza e sembra aver bruciato ogni residuo desiderio di felicità) ma può anche diventare la ragione profonda di un piccolo gesto (quello che lo straniero compie nel giorno della fatale rapina alla banca) che, come una sorta di laica preghiera, è sufficiente a riscattare una vita perduta e a guadagnare le chiavi della soglia di un diverso passato.
 

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI2
Data Trasmissione: Venerdì, 25. Gennaio 2013 - 2:00


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UNITED 93

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/08/2010 - 18:24
 
Titolo Originale: UNITED 93
Paese: Gran Bretagna/USA
Anno: 2006
Regia: Paul Greengrass
Sceneggiatura: Paul Greengrass
Durata: 90'
Interpreti: Polly Adams, Omar Berdouni, Lewis Alsamari, Khalid Abdalla

Del film "Tora! Tora! Tora!" del 1970  veniva raccontato con dovizia di particolari come l'abile piano di attacco dell'ammiraglio Yamamoto, tutto giocato sul fattore sorpresa, riuscisse a assestare un duro colpo alla potente macchina da guerra americana. Con la spietata sincerità che contraddistingue tanto cinema (e giornalismo) americano, ci veniva presentata la incredibile sequenza di lentezze burocratiche, negligenze e valutazioni superficiali che portarono al pieno successo dell'attacco giapponese alla base militare di  Pearl Harbour nel giugno del '42.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un gruppo di passeggeri coinvolto in una trama più grande di loro, trova l'orgoglio per un riscatto finale
Pubblico 
Adolescenti
Per l'alta drammaticità delle scene
Giudizio Artistico 
 
Il film costituisce una buona testimonianza dei fatti accaduti ma l'approccio è troppo documentaristico e impersonale

In United 93, del regista e sceneggiatore inglese Paul Greengrass, buona metà del film è vissuta all'interno delle torri di controllo dei principali aeroporti coinvolti, nei centro operativi della FAA (Federal Aviation Administration) e in quello militare del NORAD.

Non è per pura ammirazione per la tecnologia che il regista ci fa partecipare alla decifrazione di quei simboli (uno per ogni aereo in volo) che appaiono in centinaia di monitor in queste sale affollate e che consentono di far volare senza incidenti in media 5.000 aerei  contemporaneamente nei cieli degli Stati Uniti.

Il vero shock del film sta proprio nel contrasto fra  l' "homo rationalis" che non si emoziona, che parla in termini professionali di "probabile dirottamento" e che attiva le procedure standard (individuazione di un'anomalia, segnalazione al superiore, individuazione di una controprova di controllo, richiesta di autorizzazione su come procedere ai gradi superiori,...) e la disarmante semplicità di uomini dotati di un semplice coltellino che, guidati da una strategia geniale quanto malefica, hanno saputo fare breccia nella fragilità strutturale del mondo occidentale.

Se la FAA si comportò alla fine in modo rigoroso (tutti gli aerei in volo vennero fatti atterrare e vennero chiusi i cieli nazionali a qualunque aereo in arrivo) non altrettanto si può dire delle forze militari: più volte ci vengono mostrati ufficiali che chiedono  insistentemente al telefono di conoscere le regole di ingaggio per ottenere l'autorizzazione ad abbattere gli aerei dirottati, ma il Presidente e il Vicepresidente risultarono in quei momenti irreperibili (si tratta di un vuoto decisionale in stridente contrasto con quanto avvenne nel '62 con la crisi di  Cuba così ben raccontato in Thirteen days - 2000: il presidente Kennedy durante l'embargo, entrò in contatto radio direttamente con alcuni comandanti delle navi coinvolte, per esser sicuro di mantenere il controllo della situazione).

Greengrass ha scelto la soluzione del Docu-fiction per raccontarci il tragico volo United 93 che partito alle 8.42 di quel fatidico 11 settembre da Newark e diretto a S. Francisco, verrà dirottato da 4 terroristi islamici, per dirigerlo verso Washington forse per farlo schiantare sulla Casa Bianca e che precipiterà invece alle 10,03 nella campagna della Pennsylavania. L'aereo era partito con 45 minuti di ritardo: sarà questa la casualità che consentirà ai passeggeri di venir informati via telefono dai loro familiari dell'attacco alle torri gemelle, di renderli pienamente coscienti delle intenzioni dei terroristi  e di decidere un eroico, quanto disperato tentativo di riappropriarsi dell'aereo.

Il film è frutto di una indagine approfondita realizzata sopratutto attraverso le interviste ai familiari dei passeggeri e agli operatori delle torri di controllo (alcuni hanno rappresentato nel film loro stessi). La sceneggiatura innesta molto bene i dati certi (ciò che è accaduto nelle torri di controllo, le registrazioni delle telefonate fatte in volo) con ciò che frutto di ragionevole fantasia (ciò che avvenne in quell'aereo in quell' unica ora di volo): la credibilità è ottenuta attraverso l'impiego della camera a mano e un realistico dialogo  spezzato e spesso concitato. 
Una dichiarazione appassionata di amore, la comunicazione della combinazione della cassetta di sicurezza dove è custodito il testamento, sono tutte telefonate realmente avvenute, mentre la lenta ma progressiva presa di coscienza nei passeggeri sulla ineluttabilità del loro destino è frutto del lavoro dello sceneggiatore-regista.  Il film è volutamente anti-divistico per rispettare in modo paritario tutte le vittime: perfino nei momenti prima della partenza, quando i passeggeri oziano in sala d'attesa ,  il regista non impiega il metodo classico di farli parlare fra loro per farceli conoscere e renderceli più intimi.

Si tratta di una decisione corretta ma che lascia un senso globale di freddezza al film. Greengrass non è nuovo alla tecnica della docu-fiction ma il suo Bloody Sunday - 2002 sull'uccisione di 13 manifestanti inermi  perpetrato dalle truppe inglesi nel '72 nella cittadina  irlandese di Derry innescava un maggior coinvolgimento nello spettatore proprio perchè i personaggi  erano stati meglio approfonditi.

Si può dire che il film fornisce un contributo onesto e professionale alla conoscenza di quel che è accaduto in quell' 11 settembre ma è ancora un piccolo tassello rispetto a quanto è ancora necessario per avere una comprensione approfondita non tanto su ciò che è accaduto ma su ciò che ha portato a quell' evento e che ha marcato così fortemente l'inizio del terzo millennio.

Lo stesso regista mette in rilievo, senza darcene una risposta, quello che è il cuore di tutte le domande: il film inizia con una splendida alba fra i grattacieli di New York. All'interno di una stanza di albergo, quattro giovani si inginocchiano in direzione della Mecca per le preghiere di rito. Sono giovani dalla faccia pulita, pregano Allah con fervore, sono quelli che potremmo definire dei "bravi ragazzi", sicuramente con una buona preparazione scolastica e professionale; non sono dei disperati che non hanno nulla da perdere.
Anche durante il volo, nei momenti più drammatici, continueranno ad invocare Allah perché li aiuti nella loro "santa missione". Il capo dei terroristi, nella sala di attesa dell'aeroporto, quando viene annunciata la partenza del volo, si concede una telefonata personale e dice semplicemente "ti amo". Avrà telefonato alla fidanzata? Avrà dato alla moglie un ultimo saluto? Si tratta di  un tocco di umanità che in questa persona  appare convivere con un profondo atteggiamento religioso, con la determinazione di compiere una missione che comporta la perdita della propria vita, con un odio sviscerato verso gli occidentali che gli consente di tagliar loro la gola senza troppi rimpianti.

Può convivere tutto questo in un essere umano? Perché? Come può accadere? E' questa la domanda che ancora non ha  una risposta cinematografica esauriente se non un primo, abbozzato tentativo in Paradise now .- 2005.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: sky cinema 2
Data Trasmissione: Mercoledì, 11. Settembre 2019 - 21:15


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LA VITA CHE VORREI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/08/2010 - 12:32
Titolo Originale: "LA VITA CHE VORREI"
Paese: Italia
Anno: 2004
Regia: Giuseppe Piccioni
Sceneggiatura: Giuseppe Piccioni, Linda Ferri, Gualtiero Rosella
Durata: 125'
Interpreti: Luigi Lo Cascio, Sandra Ceccarelli, Galatea Ranzi

Il regista Luca sta preparando un melodramma in costume, nuova versione della storia di Margherita Gautier.   Stefano è un attore affermato, serio e molto professionale; Laura, più intensa e passionale, è un'aspirante attrice che a trent'anni ancora non ha avuto una parte importante. Vengono messi insieme per fare un provino e Stefano, dapprima scettico, si sente incuriosito ed interessato a quella donna così diversa da lui....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Paradigma di un tipo di amore moderno, incapace di superare la barriera dell' orgoglio personale, della rivalità professionale, della mancanza del coraggio per darsi totalmente, sullo sfondo di un amore vero ma ormai relegato nel passato remoto
Pubblico 
Adulti
Alcune scene di incontri sessuali occasionali. Nudità parziali.
Giudizio Artistico 
 
Eccellente sceneggiatura. Accurata regia. Intensa recitazione della Ceccarelli. Non a suo agio Lo Cascio
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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Viaggio a Kandahar

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/08/2010 - 11:53
Titolo Originale: Safar é Ghandehar
Paese: Iran
Anno: 2001
Regia: Mohsen Makhmalbaf
Sceneggiatura: Mohsen MakhmalbafInterpreti:Niloufar Pariza (Nafas)
Durata: 85'
Interpreti: Niloufar Pazira(Nafas)

Una giornalista Canadese di origine Afgana torna nella sua terra natia in cerca di sua sorella, mutilata fin da bambina da una bomba,  nel timore che possa suicidarsi. Viaggio nell'Afghanistan dei Talibani

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Denuncia accorata delle libertà negate alle donne afgane e all'indottrinamento fanatico nelle scuole islamiche dei Talebani
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per la rappresentazione realistica di alcune persone mutilate
Giudizio Artistico 
 
Film pieno di impegno ma che indugia in compiacimenti onirici

Gli eventi dell'11 settembre hanno sinistramente polarizzato l'interesse verso questo film del regista iraniano. Mohsen Makhmalbaf. Già presentato all'ultimo festival di Cannes, il film parla del viaggio di una giornalista (Nafas) in terra afgana alla ricerca di sua sorella che le ha espresso in una lettera l'intenzione di suicidarsi all'arrivo dell'ultima eclisse del secondo millennio (avvenuta l'11 agosto 1999). La giornalista è anch'essa di origine afgana ma emigrata a 16 anni in Canada mentre sua sorella è rimasta in patria dopo che una bomba le aveva amputato entrambe le gambe. Il film è un pretesto del regista per farci viaggiare, non in senso geografico ma all'interno di tutte le principali categorie umane che condividono l'attuale dramma di questo popolo: sicuramente le donne in burqa, ma anche gli uomini mutilati, le bambine, i giovani studenti del Corano.

Il film è un documentario sull'umanità afgana dove ognuno è ritratto nella sua lotta giornaliera per la sopravvivenza: le donne, costrette a vivere sotto un mantello che le ricopre integralmente, non rinunciano a mettersi il rossetto e lo smalto sulle unghie anche se nessuno le potrà ammirare; i bambini che studiano il Corano ripetendo all'infinito i suoi versetti ed esaltando con frasi fatte il potere del Kalashnikov, arma di giustizia divina, poco si curano del lavaggio del cervello che stanno subendo: l'importante è avere la propria razione di pane a fine della giornata. Gli uomini, mutilati alle gambe ed alle braccia dalla guerra e dalle mine, si contendono le poche protesi che la Crocerossa internazionale riesce loro a fornire. Le bambine vengono addestrate a non essere bambine perché le bambole che trovano per terra e con la quale vorrebbero giocare, potrebbero in realtà essere delle mine anti-uomo.

Le storie narrate non sono frutto di indagini letterarie ma l'esperienza diretta del regista che è riuscito ad entrare clandestinamente in quel paese. Profondamente impressionato dalla loro sofferenza , egli sembra non puntare il dito sulla guerra e forse neanche direttamente contro i talebani ma cerca di rappresentarci tradizioni ed abitudini secolari, profondamente radicati nella tradizione di quelle regioni (anche nel vicino Pakistan). Il regista vuole farci capire che, anche quando Bill Aden sarà un ricordo ed il governo dei talebani sarà stato sconfitto, le donne continueranno in quelle terre a portare il burqa, perché così vogliono le loro tradizioni, più radicate di qualunque tipo di governo.
Significativo a questo proposito è un episodio raccontato nel film: un vecchio marito di tre mogli molto pio e benintenzionato, si presta ad aiutare la giornalista ad attraversare i confine dell'Afghanistan ma quando Nefas, ormai superato il pericolo, alza il suo velo scoprendo il suo  volto, il vecchio protesta sdegnato perché gli altri uomini la credono una  delle sue mogli e in questo modo egli ne resterebbe "disonorato".

Concordo con il giudizio di alcuni critici che hanno osservato che l'impegno polemico del regista si è come stemperato nella rappresentazioni di immagini oniriche, quasi felliniane (i burqa colorati che si gonfiano al vento, le protesi delle gambe che scendono dal cielo con un paracadute,..).

Si tratta comunque di un film che apre per noi occidentali una finestra su di un mondo che per troppo tempo abbiamo trascurato.

Il film è consigliabile a tutti con l'esclusione dei più piccoli, a causa della rappresentazione realistica di persone mutilate .

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: LA7
Data Trasmissione: Domenica, 10. Maggio 2015 - 1:30


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THREE DOLLARS

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/08/2010 - 10:48
Titolo Originale: Three dollars
Paese: Australia
Anno: 2005
Regia: Robert Connolly
Sceneggiatura: Robert Connolly, Elliot Perlman
Durata: 188'
Interpreti: David Wenham, Frances O'Connor, Sarah Wynter

Eddie è un uomo tranquillo e ama la sua famiglia costituita dalla moglie Tanya  e da Abby, la figlia di sei anni. E' un ingegnere chimico che lavora per un ente governativo che ha la responsabilità certificare l'idoneità  dei  terreni per la loro edificabilità. Eddie è anche onesto e l'aver rifiutato di firmare il falso su un suo  rapporto che avrebbe  favorito un costruttore disonesto gli causa la perdita del lavoro.
Contemporaneamente anche sua moglie, si vede togliere il lavoro precario che aveva presso l'Università  e la famiglia si  trova ad avere  in tutto con tre dollari in tasca....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo tranquillo non accetta compromessi nel suo lavoro e ne affronta serenamente le conseguenze
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida sequenza di incontro sessuale fra due conviventi che poi si sposeranno
Giudizio Artistico 
 
Bravi attori e buona sceneggiatura ma l'innesto di continui subplot distolgono l'attenzione dal racconto principale mettondo a dura prova lo spettatore

Il regista-sceneggiatore Robert Conolly , coadiuvato da Elliot Pelman, autore del romanzo da cui è tratto il film,  non ha fretta: il  racconto si dipana lentamente, muovendosi avanti e indietro per raccontarci la situazione attuale della famiglia di Eddie, ma anche facendoci conoscere la sua infanzia (durante la quale conobbe la piccola Amanda, che avrà poi una grande rilevanza nel prosieguo della storia) e mostrandoci i suoi primi incontri con  Tanya ai tempi dell'Università: lui prossimo ingegnere chimico e lei aspirante attrice, a cui ha fatto seguito una lunga convivenza  intervallata da crisi periodiche fino alla decisione di sposarsi.

Sebbene in tempi e in continenti diversi,  Eddie richiama  alla mente in qualche modo il Tom de L'uomo dal vestito grigio - 1956: in entrambi i casi ci troviamo di fronte a un uomo equilibrato che non perde la calma, che desidera solo una vita tranquilla da trascorrere con la propria famiglia ma è proprio la sua serenità che viene seriamente minacciata da fattori esterni. Nel racconto australiano a Eddie viene negato il piacere di una professione condotta onestamente e il suo rifiuto di scendere a compromessi per compiacere un costruttore disonesto lo costringe a dimettersi. E' questa la parte del film con il maggior taglio realistico, che mostra quanto fragile sia ai nostri giorni la situazione economica della classe medio-borghese non solo australiana ma anche nel resto del mondo occidentale: basta la concomitanza di un paio di circostanze negative (nel nostro caso anche a Tanya non viene rinnovato il suo lavoro precario - traducibile in italiano con il famigerato Co.Co.Pro) per scivolare nella fascia della vera povertà e non saper più come  pagare l'affitto e finire di litigare  per il semplice acquisto di un formaggio troppo costoso.

Nonostante quanto detto finora il film potrebbe apparire come appartenente al filone eroico con gloriosa vittoria finale, ma l'autore intende darci un messaggio esattamente opposto. Tutto il film è permeato da un senso di melanconica e impotente frustrazione che potrebbe esser così sintetizzato, secondo la canzone dei Beatles: : "la vita è ciò che accade mentre tu sei troppo impegnato a fare i tuoi piani". Quando sua figlia  viene ricoverata in ospedale per un attacco d'asma e Eddie si mette alla ricerca del dottore. che non arriva mai, un vecchietto in un letto di corsia lo trattiene perché nessuno lo va mai a trovare e gli chiede il favore di andargli a comperare qualcosa da mangiare; un'altra  volta Eddie deve affrettarsi per raggiungere  la sede di un colloquio di lavoro, ma una vecchietta si sente male e gli chiede il favore di cercare una farmacia per  comperarle un'aspirina;  quando le nozze con Tanya sono ormai prossime, ecco che per caso incontra dopo tanti anni Amanda, la fiamma della sua giovinezza, mettendo a dura prova i suoi sentimenti. Si tratta di un gioco delle casualità o delle occasioni, a seconda delle circostanze, che viene ripetuto più volte nel film e che costituisce il cuore del messaggio dell'autore ma il cui vero significato è incerto: è difficile capire se si viene presentato il gioco della pura casualità come era stato teorizzato da Woody Allen  in Match Point o se invece va intravista un'iniziativa provvidenziale nelle vicende umane, sopratutto nei confronti di  Eddie che abbandona spesso i suoi piani prioritari per prestare attenzione a chi gli chiede aiuto.

L'incertezza del messaggio e il continuo inserimento di subplot che cercano di ribadire la non pianificabilità della nostra esistenza, di fatto diluiscono la forza e la compattezza del racconto costringendo lo spettatore ad essere molto paziente.

Per il resto il film è molto ben recitato e la sceneggiatura si mostra molto naturale nei dialoghi anche se troppo ambiziosa nella costruzione.

Il personaggio di Eddie è alquanto atipico se ci riferiamo alle sceneggiature classiche, che vedono un protagonista evolvere da una situazione iniziale fino ad arrivare all'epilogo con un atteggiamento completamente trasformato: In questo caso Eddie è costante e fedele a se tesso mentre viene insidiato da circostanze avverse, una sorta di novello Giobbe la cui fedeltà ai buoni principi finisce per venite premiata.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA STANZA DEL FIGLIO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/05/2010 - 12:59
 
Titolo Originale: LA STANZA DEL FIGLIO
Paese: Italia
Anno: 2001
Regia: Nanni Moretti
Sceneggiatura: Nanni Moretti, Linda Ferri, Heidrun Schleef
Durata: 90'
Interpreti: Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Silvio Orlando, Stefano Accorsi, Giuseppe Sanfelice

Giovanni (Nanni Moretti) è uno psicanalista; Paola sua moglie (Laura Morante) lavora nell'editoria: hanno due ragazzi adolescenti Andrea di 17 e Irene di 14. Nonostante le turbolenze adolescenziali dei ragazzi, la famiglia è molto affiatata e Giovanni si occupa molto della formazione sopratutto del figlio. Poi la tragedia: Andrea muore durante una immersione subacquea. I componenti della famiglia cercano di ritornare alle loro attività normali ma nessuno ci riesce, anzi fra i due coniugi si creano situazioni di attrito  a causa delle reciproche accuse.Poi un giorno, arriva una ragazza che dice di aver conosciuto Andrea l'estate precedente in un campeggio...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il valore di una vita familiare, semplice e banale, che tiene uniti tutti i suoi componenti, anche in un momento tragico come la morte di uno di loro. Una visione, quella di Moretti, non cristiana ma molto umana
Pubblico 
Adolescenti
Per una scena di intimità coniugale
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione, sceneggiatura sobria e funzionale per ciò che vuole esprimere

Quasi sicuramente Nanni Moretti ha concepito questo film per poterci parlare della morte: la sua forza sconvolgente, la sua inspiegabilità. Quasi sicuramente , per meglio farcela conoscere, sentirla vicino alla realtà di ognuno di noi, ha pensato di presentarci una famiglia affiatata ed affettuosa, perché è proprio li, in mezzo alla normalità quotidiana che la morte (quella del figlio adolescente) assume le forme più strazianti e grida la sua incomprensibilità.

Ma mentre la morte resta per il padre, la madre, la sorella, una cupa angoscia senza parole e senza spiegazioni (le parole del sacerdote durante la messa di suffragio non appagano Gianni), ciò che mantiene il suo pieno significato, che vive, che palpita anche se ripiegata per il dolore  (anzi mostra la sua forza vitale proprio di fronte ad una prova come questa) è la famiglia, l' insieme dei legami che tiene uniti i protagonisti del film.
Il contenitore finisce per prendere il sopravvento sul contenuto; quel che ci resta impresso, quando si riaccendono le luci, è la rappresentazione di una vita familiare nella sua preziosissima e ricchissima banalità.
Nessuno dei componenti della famiglia attira l'attenzione più degli altri; nessun genitore vuole prevaricare sui figli e nessun figlio contesta. Cantano tutti "insieme a te non ci sto più " durante una gita in macchina, in un momento di serenità assoluta. Padre e madre aiutano la figlia a fare il compito di latino; tutti insieme vanno a vedere la partita di tennis del figlio o quella di pallavolo della figlia. Sono ricchi anche i rapporti a due a due: la madre che accompagna la figlia a fare acquisti, il padre che fa lo jogging domenicale con il figlio, il tenero rapporto amoroso fra i due coniugi (unica scena di intima sensualità del film e credo di tutta la filmografia morettiana; comunque funzionale al racconto). Poi, in questo microcosmo autosufficiente di affetti, si abbatte il maglio della morte; colpisce duro e scuote questi legami cosi stretti; si crea come una forza centrifuga dove ognuno riacquisisce se stesso e si isola, di fronte a questo muro che non si può abbattere: la madre urla solitaria sul letto; il padre scarica la rabbia roteando nelle gabbie del Luna Park; la figlia litiga e si accapiglia con le avversarie durante la partita di pallavolo. Poi, a poco a poco, la ricucitura: ritornano tutti e tre ad uscire in macchina con il pretesto di accompagnare la ex ragazzina del figlio alla frontiera francese per una vacanza. Si attardano, i tre, prima di risalire in macchina per ritornare a casa, a camminare sul litorale mentre il sole albeggia. Il dialogo riprende e si sorridono vicendevolmente, si sono ritrovati. La grande Morte non è stata ancora trovato il suo significato ma si è trovato l' antidoto.

Se per assurdo qualche associazione di genitori avesse voluto produrre un film sui valori familiari, non avrebbe potuto fare di meglio; vi è l'esaltazione, la scoperta del calore dei sentimenti vissuti giorno per giorno, di quel tessere con fili sottili una maglia che si rivela salda e robusta. In questo sta la rivoluzione del film di Moretti:  ha toccato valori universali, ha realizzato una tragedia classica attraverso la sublimazione del quotidiano, ancor più che con il tema della morte. Non è una visione cristiana, quella di Moretti (lo evidenzia in molti punti) ma sicuramente molto umana.
Siamo lontani mille miglia dallo squallore della famiglia rappresentata in American Beauty (Oscar 1999), semplice contenitore di cupi egoismi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Mercoledì, 1. Giugno 2011 - 21:00


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STAGE BEAUTY

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/05/2010 - 12:53
Titolo Originale: STAGE BEAUTY
Paese: USA
Anno: 2004
Regia: Richard Eyre
Sceneggiatura: Jeffrey Hatcher dal suo romanzo
Produzione: Robert De Niro, Jane Rosenthal e Hardy Justice per Icon e Tribeca
Durata: 110'
Interpreti: Billy Crudup, Claire Danes, Tom Wilkinson, Ben Chaplin, Rupert Everett

Sotto il regno del fatuo Carlo II si consuma un passaggio epocale per la scena inglese; per la prima volta dopo decenni alle donne è consentito tornare a recitare; per Ned Kenyston, raffinato interprete di ruoli femminili, è la fine di una carriera e il momento di rimettere in discussione un’intera vita; per la sua cameriera Maria, che da sempre sogna di recitare, l’inizio di una nuova esistenza. Ma per entrambi c’è qualcosa che è rimasto in sospeso e forse solo insieme potranno scoprirlo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Positiva storia di un percorso di guarigione e rinascita attraverso l’amore
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio talvolta allusivo o volgare; alcune scene moderatamente sensuali e di nudo, qualche gioco di confusione fra i sessi
Giudizio Artistico 
 
Ottima ricostruzione storica e ottime interpretazioni
Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE ROSE DEL DESERTO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/04/2010 - 10:16
Titolo Originale: LE ROSE DEL DESERTO
Paese: Italia
Anno: 2006
Regia: Mario Monicelli
Sceneggiatura: Mario Monicelli, Alessandro Bencivenni, Domenico saverni
Durata: 102'
Interpreti: Michele Placido, Sergio Pasotti, Giorgio Haber

Libia, 1940. la guerra è appena iniziata e un ospedale da campo dell'esercito italiano si organizza nei pressi di un'oasi. C'è la convinzione che la guerra finirà presto e c'è poco da fare. Poi l'attacco degli inglesi, i primi morti, l'arrivo di Rommel, l'inerzia dei generali italiani....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La bella figura di frate Simeone e la generosità dei soldati semplici attenua il cinismo e la vanagloria dei superiori
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Una operazione di recupero della commedia all'italiana mal riuscita, che risente anche della povertà dei mezzi impiegati
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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Ritorno a Cold Mountain

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/03/2010 - 16:41
Titolo Originale: Cold Mountain
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Anthony Minghella
Sceneggiatura: Anthony Minghella
Durata: 155
Interpreti: Nicole kidman(Ada), Jude Law(Inman), Renée Zellweger (Ruby)

Inmam, un giovane di Cold Mountaim, piccola cittadina fra i monti del North Carolina, conosce Ada, la figlia del reverendo  Monroe, da poco arrivato in paese. E' il 1861: lo stato decide la secessione dall'Unione e Inman  parte volontario per la guerra civile. Il loro incontro è stato breve ma intenso:  promettono di ricongiungersi appena possibile ma da quel momento per entrambi la vita sarà difficile: lei è rimasta in paese, sola e povera dopo la morte del padre; lui decide di disertare per tornare da lei..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La fuga dalla guerra si risolve in un individualismo fatalista
Pubblico 
Sconsigliato
Per le molte scene di violenza, torture ed atteggiamenti sessuali espliciti
Giudizio Artistico 
 
Film molto curato nella realizzazione ma con personaggi senza profondità
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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