Drammatico

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L'ARTE DI VINCERE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/28/2012 - 14:57
Titolo Originale: Moneyball
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Bennett Miller
Sceneggiatura: Steven Zaillian e Aaron Sorkin dal libro di Michael Lewis Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game
Produzione: Michael De Luca, Rachael Horovitz e Brad Pitt
Durata: 133
Interpreti: Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Kerris Dorsey

Campionato americano di baseball. Fine della stagione 2001. L’Oakland, una squadra di seconda fila, non può competere con le offerte economiche dei team più forti: come ogni anno sarà costretta a vendere i suoi migliori giocatori e a ricominciare tutto da capo. Ma Billy Beane, il direttore sportivo della società, un ex giocatore oppresso dal rimpianto per la carriera andata male e per un matrimonio finito, decide che questa volta le cose andranno diversamente. Con l’aiuto di un assistente esperto di “sabermetrica” – la statistica applicata al baseball – il manager allestirà una formazione fatta di rincalzi messi in condizione di rendere al meglio. Smentendo lo scetticismo di tutti, nella stagione seguente l’Oakland sarà capace di un’incredibile striscia: 20 vittorie consecutive. Per Beane, un invito a riconciliarsi con il suo destino: dovrà scegliere se accoglierlo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La vita è fatta di scelte da cui non si può tornare indietro, bisogna imparare ad essere felici anche quando poi le cose vanno diversamente da come si sarebbe voluto
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e dialogo grossolano. La religiosità di un giocatore viene trattata in modo sarcastico.
Giudizio Artistico 
 
Un film sportivo umanamente profondo, che mescola divertimento e malinconia grazie alla mano sapiente dello sceneggiatore Steven Zaillian e agli ottimi dialoghi di Aaron Sorkin.
Testo Breve:

Un film sportivo umanamente profondo, che mescola divertimento e malinconia, anche grazie alla regia di Bennett Miller che ha il gusto del cinema indipendente

 La vita è fatta di scelte da cui non si può tornare indietro, bisogna imparare ad essere felici anche quando poi le cose vanno diversamente da come si sarebbe voluto. È il messaggio di un film sportivo umanamente profondo, che mescola divertimento e malinconia, anche grazie alla regia di Bennett Miller che ha il gusto del cinema indipendente. Chi ha amato Jerry Maguire, amerà anche L’arte di vincere.

Ispirandosi alla storia vera di Billy Beane raccontata in un libro da Michael Lewis (già autore della biografia sportiva all’origine di The Blind Side), regista e sceneggiatori (i pesi massimi Steven Zaillian e Aaron Sorkin) hanno costruito una trama di redenzione sensibile e virile. “Arrivi a una certa età, e ti chiedi: è davvero questa la vita che volevi? E se fossi stato fatto per qualcosa di diverso? Come faccio ad uscirne?”. Il protagonista interpretato da Brad Pitt (bello e bravo) incarna queste domande esistenziali. La sua crisi è quella che, quando se ne esce, porta chi l’ha vissuta a trovare la sintonia con il proprio mondo. Come Dorothy in Il Mago di Oz, dice il regista Martin.    

La sceneggiatura sviluppa il tema calando il protagonista in una serie di contrappassi.

Da ragazzo, Beane è stato convinto dagli osservatori di una società di baseball a lasciare una prestigiosa borsa di studio universitaria per imboccare la strada dello sport professionistico; ma la giovane promessa non è mai sbocciata, così, anni dopo, si ritrova a lavorare proprio al fianco di coloro che ritiene colpevoli di averlo illuso – gli osservatori – dentro un meccanismo che lo condanna a perdere – vincono sempre e solo le squadre ricche –.

Per far saltare questo meccanismo fondato sul primato dei soldi, Beane si affida ad una strategia che seleziona i giocatori sulla base di dati misurabili e calcoli statistici; ma per implementare il metodo deve licenziare alcuni giocatori, cioè scartarli come lui stesso è stato a suo tempo (Beane insegna al delicato assistente a licenziare nel modo più diretto, perché più indolore).

Quando infine il metodo ha successo, più che la vittoria, a Beane arriva una gigantesca offerta in denaro dai Red Sox, la squadra più forte e ricca: come a dire che il sistema sa assimilare anche il corpo più estraneo alle sue leggi.

In questo continuo ritrarsi della realtà da ciò che si vorrebbe che fosse, la mano sapiente dello sceneggiatore Zaillian.

Da attribuire al cosceneggiatore Sorkin i dialoghi. Si deve alla loro brillantezza se le questioni tecniche che innervano la vicenda non ostacolano il coinvolgimento del pubblico. Percentuali, tabelle, trattative per lo scambio di giocatori in funzione del ruolo che ricoprono: roba che in mani meno capaci avrebbe ucciso la pazienza del pubblico. Qui, invece, le questioni da addetti non ostano, perché condite di battute o trattate a rimorchio di altri elementi più apertamente conflittuali e comprensibili. Per esempio, la scena della riunione con gli osservatori che discutono di baseball vive della tensione comica dovuta alla presenza del timido neoassistente di Beane, catapultato nella fossa dei leoni.        

Ci sono i tipici ganci emotivi da film sportivo: l’underdog che sfata i pronostici, il coach (qui il team manager) che sa strigliare e motivare gli uomini. Il film, però, non approda al lieto fine in gloria, l’epilogo più ricorrente in questo genere cinematografico. Nell’ultima scena, la commozione di Beane, solo con se stesso mentre ascolta la canzone dedicatagli dalla figlia, dice che in lui si è sciolta la resistenza ad accettare ciò che ha. Nel pianto dell’uomo, però, c’è anche tutta la consapevolezza dei desideri irrealizzati.

La vita dà, la vita toglie. That’s life. Nonostante questo – o, forse, proprio per questo – come invitano le parole della canzone, enjoy the show.

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ARTIST (Laura Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/28/2012 - 13:16
Titolo Originale: The Artist
Paese: FRANCIA
Anno: 2011
Regia: Michel Hazanavicious
Sceneggiatura: Michel Hazanavicious
Produzione: La Pétite Reine/Studio 37/ La Classe Américaine/ JD Prod/ France3 Cinéma/ Jouror Production/ UFilms
Durata: 100
Interpreti: Jean Dujardin, Bérénice Béjo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller

Fine anni Venti, George Valentin è una star del cinema muto: avventuriero, spia, affascinante gentiluomo, sempre accompagnato dal fido cagnolino Uggie, ha conquistato i cuori delle platee americane e anche di Peppy Miller, una giovane fan con cui si scontra per caso. Uno scontro che sarà per lei l’inizio di una brillante carriera nel cinema, proprio quando, con l’avvento del sonoro, le fortune di George di capovolgono. Dopo un tentativo fallito con un’altra pellicola muta che, insieme alla crisi del Ventinove, ne prosciuga gli averi, George, abbandonato da tutti, cade nella depressione. Ma Peppy, ora una star, non ha dimenticato quell’uomo gentile che le ha dato la prima possibilità, ed è decisa a salvarlo a tutti i costi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una storia di caduta e redenzione attraverso l’amore, che è una di quelle che lasciano il cuore contento.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
The artist è un film che riporta lo spettatore a un’esperienza visiva apparentemente perduta: l’assenza dei dialoghi e del suono lo spinge a cercare nell' immagine in movimento, nella gestione dello spazio, gli indizi per cogliere quello che sta accadendo
Testo Breve:

The artist è  un film che riporta lo spettatore a un’esperienza visiva apparentemente perduta: l’assenza dei dialoghi e del suono lo spinge a cercare nell' immagine  in movimento, nella gestione dello spazio, gli indizi per cogliere quello che sta accadendo

 Se qualcuno, nel 2011, con le platee ormai da anni drogate dal 3D e dagli effetti speciali, avesse previsto che un film muto e in bianco e nero potesse avere successo oltre il ristretto ambito dei festival (già a Cannes lo straordinario interprete Jean Dujardin, un sorriso che letteralmente “buca lo schermo”, aveva vinto un premio per l’interpretazione) e della critica (il film si è aggiudicato vari premi al Golden Globes ed è un serissimo candidato per gli Oscar), sarebbe stato preso per matto.

Più o meno la reazione che molti dei divi del muto ebbero, probabilmente, di fronte ai primi esempi di “cinema parlato”, una rivoluzione tecnica che avrebbe cambiato per sempre l’industria cinematografica, ma anche il mostro modo di “guardare” le pellicole.

Sì, perché al di là di una storia semplice, sfacciatamente ottimista (ma non superficiale) e godibilissima come solo quelle di una volta sapevano essere (il film cita apertamente Cantando sotto la pioggia), The artist è anche un film che riporta lo spettatore a un’esperienza visiva apparentemente perduta e in realtà imperdibile: l’assenza dei dialoghi e del suono così come siamo abituati a fruirli al cinema, paradossalmente come accade a suoni e sapori per i ciechi, esalta l’atto stesso del vedere, libera lo spettatore e lo spinge a cercare nell’immagine in movimento, nell’inquadratura, nel particolare dello sfondo, nella gestione dello spazio, gli indizi per cogliere quello che sta accadendo. Insomma gli fa riscoprire molte di quelle cose cui spesso si dimentica di guardare e che per alcuni fanno del cinema muto il “vero” cinema; del resto, anche un maestro come Hitchcock diffidava dell’eccesso di fiducia nei dialoghi che faceva perdere l’essenza del cinema, la storia raccontata con “immagini in movimento”.

Con grande astuzia il regista Hazanavicius ha riservato a due attori bravissimi, ma relativamente sconosciuti, le due parti principali, regalando invece i volti memorabili di John Goodman e di James Cromwell al produttore Zimmer (trasparente trasposizione del grande Zukor, di cui cita anche il titolo di un memoir, “Il pubblico non ha mai torto”) e all’autista fedele.

Attraverso molti primi piani espressivi di questo grande cast, indizi disseminati ad arte nelle inquadrature (geniale quella del dialogo sulle scale tra George, ormai in declino, e Peppy, in vorticosa scalata verso il successo), un uso calcolatissimo dei pochi suoni presenti nel film, seguiamo una storia di caduta e redenzione attraverso l’amore, che è una di quelle che lasciano il cuore contento.

Il Valentin dell’inizio, la star incontrastata, mescola le debolezze dell’uomo di successo (un rapporto usurato e stanco con la moglie che lo accusa di “non parlarle”) con la generosità di chi è felice e spesso non si rende conto di quanto abbia da perdere. La Peppy Miller di Bérénice Béjo è un’adorabile stella in carriera senza un briciolo di falsità (se non per il neo di bellezza che George le disegna e che sarà la prima chiave del suo successo) e la sua testarda riconoscenza e l’amore per Valentin, accanto alla fedeltà del piccolo terrier e dell’autista, saranno la chiave del sospirato happy end.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY ARTE
Data Trasmissione: Domenica, 2. Dicembre 2018 - 21:15


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LE IDI DI MARZO (P. Braga)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/28/2012 - 12:31
Titolo Originale: The Ides of March
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: George Clooney
Sceneggiatura: George Clooney, Grant Heslov e Beau Willimon dalla pièce di Beau Willimon Farragut North
Produzione: SMOKE HOUSE, APPIAN WAY, CROSS CREEK PICTURES, EXCLUSIVE MEDIA GROUP, CRYSTAL CITY
Durata: 101
Interpreti: Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood

Ohio, primarie del Partito Democratico. Stephen Meyers (Gosling), consulente politico scafatissimo nonostante la giovane età, si spende nello staff elettorale del governatore Morris (Clooney). Finalmente, crede Stephen, un candidato all’altezza dei suoi ideali: far vincere Morris vorrà dire, per una volta, far vincere davvero la causa giusta. Stephen non può immaginare che la campagna verso il voto del 15 marzo (riferimento shakespeariano esplicitato nel titolo del film) ribalterà il suo senso della fedeltà alla causa democratica. Prima infatti, con l’avance di un collega a passare nello staff del candidato rivale, la scoperta che il governatore Morris non è così forte come sembrava. Poi, soprattutto, con la rivelazione di una stagista, la scoperta che Morris non è così irreprensibile come sembrava. In un gioco sporco in cui nessuno dei partecipanti esita a tradire, Stephen finirà per imparare un’amara lezione: la lealtà non esiste, la legge per cui il fine giustifica i mezzi non conosce eccezioni.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ci sono compromessi letali per la coscienza, che rendono infelici, anche nella vittoria.
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Una storia non bella di amori troppo facili e di gravidanze scomode
Giudizio Artistico 
 
Un thriller scritto bene e ancor meglio interpretato La sceneggiatura è ciò che rende questo film il migliore in circolazione sul rapporto tra politica e mass media.
Testo Breve:

Dire che la politica è l’arte del compromesso è oggi un eufemismo. Il film racconta la dissoluzione morale di un personaggio valente inghiottito in un mondo politico corrotto

 Oggi in modo particolare, dire che la politica è l’arte del compromesso è un eufemismo. Questo il messaggio di un thriller scritto bene e ancor meglio interpretato. George Clooney e Grant Heslov vi adattano per lo schermo un  copione teatrale firmato da Beau Willimon, che nel 2003 lavorò nello staff dell’allora candidato democratico alle primarie Howard Dean.

Come in Il Padrino – opera che Heslov dichiara di aver tenuto molto presente – la trama racconta la dissoluzione morale di un personaggio valente inghiottito in un mondo corrotto. Il finale tragico, per quanto duro, chiude il senso della vicenda in modo soddisfacente, non scontato. L’epilogo appaga perché, coerente con l’involuzione morale del protagonista, consegna allo spettatore un messaggio veritiero sull’importanza dei valori: ci sono compromessi letali per la coscienza, che rendono infelici, anche nella vittoria.   

Alcune forzature alla verosimiglianza. Su tutte, la stagista che, negli stessi giorni in cui è incinta del governatore e cerca i soldi per abortire, si diverte a portare a letto il protagonista: per quanto possano essere disinibite le diciottenni americane, una ragazza in quella condizione sarebbe probabilmente più presa dal suo dramma che dai piaceri dell’alcova. Date le idee liberal del personaggio e la parabola discendente che lo interessa, colpisce meno il fatto che Stephen, senza considerare alternative, si adoperi subito per aiutare la stagista ad abortire.

Nel complesso, tuttavia, il dramma tiene bene. Conta molto il cambiamento apportato sull’originale teatrale nella riscrittura per il cinema. A teatro il personaggio del governatore non è parte della vicenda: ad avere una relazione con la stessa stagista sono Stephen e il suo capo staff, cioè il personaggio interpretato nel film da Seymour Hoffman. Al cinema invece il triangolo fa sponda sul governatore, con conseguente, apprezzabile innalzamento della posta in palio. E la figura del candidato, che prima di rivelarsi nella sua negatività mostra tratti di leadership ideale, diventa decisiva ai fini della totale disillusione voluta dagli autori per il personaggio principale. Nel finale, infatti, il governatore, con prova di hybris , continuerà a sostenere una facciata encomiabile: ciò offrirà massimo approdo alla rovina interiore del protagonista che dell’ipocrisia del leader accetterà di essere complice e artefice. Proprio per questo, il senso di rovina interiore instillato nello spettatore sarà la risposta all’interrogativo morale che Clooney dichiara di aver voluto esplorare: “fin dove ci si può spingere a sostegno di una causa giusta? Fino a che punto si può appoggiare un politico che, pur contraddicendoli in segreto, è tuttavia il più utile ai fini degli ideali da promuovere?”.   

All’esperienza professionale dell’autore della pièce di partenza, ma anche alle ricerche fatte per realizzare K Street – una serie tv sui lobbisti di Washington che Clooney produsse qualche anno fa – Le idi di marzo deve la sua competenza sulla macchina elettorale Usa. Questa competenza è la chiave di dialoghi serrati, ruvidi e attendibili nel rendere mentalità e spregiudicatezza di chi lavora all’immagine dei politici, nonché dei giornalisti che la divulgano. 

È uno dei maggiori punti di forza della sceneggiatura. Ciò che rende questo film il migliore in circolazione sul rapporto tra politica e mass media.

 

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Mercoledì, 4. Ottobre 2017 - 23:50


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THIS MUST BE THE PLACE (Paolo Braga)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/25/2011 - 16:27
Titolo Originale: This must be the place
Paese: ITALIA, FRANCIA, IRLANDA
Anno: 2011
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino e Umberto Contarello
Produzione: Nicola Giuliano, Francesca Cima, Andrea Occhipinti, Michèle Petin, Laurent Petin, Ed Guiney, Andrew Lowe per Medusa Film/Indigo Film/Lucky Red/ARP Sélection/Element Pictures
Durata: 118
Interpreti: Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Judd Hirsch

Una ex rockstar scopre che il padre, ebreo reduce da un campo di concentramento, fino alla morte aveva dato la caccia all’ufficiale nazista che lo aveva umiliato durante la prigionia. Il cantante decide allora di continuare la ricerca, attraversando gli Stati Uniti. Sarà un viaggio che lo aiuterà a ritrovarsi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La ex rockstar nasconde però una pasta buona, infantile, naïf: come Forrest Gump, guarda il mondo con occhi vergini, ascolta tutti, soffre per chi soffre, aiuta il prossimo a curare le sue ferite esistenziali. Non per nulla, nel finale, Cheyenne è colui che sa descrivere, sia pure a modo suo, il volto di Dio.
Pubblico 
Adolescenti
una scena di sesso; turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Il film è barocco, generoso di immagini spiazzanti e di spunti disparati Come tale, è un film adattissimo a quei cineforum in cui ci si scervella sul senso dei simbolismi reconditi e delle inquadrature.

Dublino. Cheyenne, cinquantenne, vive schiavo del passato. Il rossetto, la cipria, l’esuberante chioma corvina, lo smalto sulle unghie… anche se non ha più l’età, l’uomo continua a truccarsi, ostentando la maschera da cantante maledetto dei giorni andati. Il tempo scorre in uno stato di accidiosa, catatonica alienazione. Non paiono scalfirla la compagnia della moglie, una donna di spirito che fa il pompiere, né quella di una giovane fan il cui fratello è scappato di casa, gettando lei e la madre nella depressione.

Sembra che il malessere della ex rockstar dipenda da un tragico evento che la trama più avanti rivelerà: anni prima, il suicidio di due ragazzi, ispirati dai  brani trasgressivi del cantante. Finché un fatto improvviso – la morte del padre, con cui il protagonista aveva troncato i rapporti fin dall’adolescenza –  porta tutto in una nuova direzione. Recatosi, infatti, a New York per le esequie del genitore, Cheyenne ne scopre l’ossessione vendicativa. Per darle soddisfazione, il cantante si addentra così nell’America più profonda, si imbatte in personaggi curiosi e in casi umani imparentati con il nazista latitante, alla fine fa la pace con la memoria del padre e con se stesso.    

“Il dolore non è la destinazione finale”. In questa battuta, pronunciata dalla giovane fan di Cheyenne, è il messaggio di un road movie alla Sorrentino. Film squilibrato nella struttura, sovraccarico, sovversivo del senso comune (sia pure con qualche cautela retorica, per non condannare la costosa coproduzione internazionale ad un pubblico troppo di nicchia).

Il protagonista è grottesco, borderline, disturbante, secondo lo stile del regista di L’amico di famiglia e Il divo. Cheyenne è un personaggio annoiato, sentenzioso, un uomo con una sviluppata componente femminile (oltre al trucco, la moglie pompiere cui l’ex cantante regala sesso da favola), intollerante (buca la confezione del latte nel carrello delle casalinghe benpensanti che al supermercato manifestano sconcerto per il suo look).

La ex rockstar nasconde però una pasta buona, infantile, naïf: come Forrest Gump, guarda il mondo con occhi vergini, ascolta tutti, soffre per chi soffre, aiuta il prossimo a curare le sue ferite esistenziali. Non per nulla, nel finale, Cheyenne è colui che sa descrivere, sia pure a modo suo, il volto di Dio.

Il film sta in piedi grazie a questi elementi positivi – piuttosto tradizionali –. La pellicola, infatti, sconta, soprattutto nella prima parte, un gusto eccessivo per la stranezza gratuita (ancora, ovviamente, la moglie pompiere, che su una parete della cucina ha messo la scritta “cucina”; lei che fa il tai chi; l’amico che si vanta di esser riuscito a fare l'amore con una donna nonostante questa avesse la gamba ingessata…). Anche mettendo sul conto che le rockstar di solito hanno uno stile di vita eccentrico e si accompagnano a persone eccentriche, l’impressione è che chi ha scritto il film fosse preoccupato di fare l’originale a tutti i costi.     

Gli autori dichiarano di essersi presi la libertà di articolare la storia in due atti, cosa rara al cinema. Bene. Però la trama si accende tardi. E, quando lo fa, sembra prendere una direzione non pertinente con quanto aveva raccontato fin lì. Prima, infatti, lo spettatore si fa l’idea che la storia sia quella di una celebrità nostalgica con delle colpe. Poi, dopo quaranta minuti, il pubblico realizza che, invece, la storia aveva solo preso la questione molto alla larga, essendo l’argomento del film un altro: un rapporto difficile tra padre e figlio.

Gli autori dichiarano anche di aver voluto metter dentro la pellicola tutto quello che a loro piaceva (la musica di David Byrne, il titolo del film ripreso da quello di una sua hit, i video clip, i ricordi dell’adolescenza…). Dicono di non amare i film che dall’inizio alla fine battono su un punto solo.

In effetti, This Must Be The Place è barocco, generoso di immagini spiazzanti e di spunti disparati (l’indiano che non dice una parola, il bufalo che si affaccia alla finestra, un pupazzo a forma di pagliaccio…). Come tale, è un film adattissimo a quei cineforum in cui ci si scervella sul senso dei simbolismi reconditi e delle inquadrature.

Posto sempre che un senso ci sia davvero.  

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL VILLAGGIO DI CARTONE (Claudio Siniscalchi)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/08/2011 - 16:42
Titolo Originale: IL VILLAGGIO DI CARTONE
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Produzione: Cinema Undici, Raicinema
Durata: 87
Interpreti: Michael Lonsdale, Rutger Hauer, Alessandro Haber

Un povero e vecchio parroco assiste impotente alla spoliazione degli arredi sacri della sua chiesa. I fedeli che un tempo gremivano lo spazio sacro sono svaniti. Quindi si chiudono i battenti. Il grande crocifisso posto in alto, al di sopra dell’altare, viene fatto scendere in terra, impacchettato e riposto in una cassa, da accatastare nel magazzino polveroso del passato. Ma nella chiesa spogliata dei sacri arredi trova immediatamente riparo un nutrito gruppo di clandestini, arrivati dopo un viaggio in mare periglioso e in transito verso la Francia. Inaspettatamente il vecchio sacerdote scopre il significato autentico del sacerdozio (fino ad ora mai provato), e apprende anche quanto il mondo sia diventato ingiusto e vigliacco, poiché scaglia leggi odiose, rifiuto, disprezzo e persecuzione contro i poveri fuggitivi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Olmi non ha dubbi: più delle fede può il bene e ha dichiarato «Non bisogna inginocchiarsi davanti al crocifisso, che è solo un simulacro di cartone, ma verso chi soffre come gli extracomunitari».
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
L’incipit è sconvolgente ma una premessa così forte avrebbe meritato bel altro svolgimento e conclusione e il film si trasforma in una sorta di teatro brechtiano, con il bene e il male separati con l’accetta

“Il villaggio di cartone” di Ermanno Olmi ha un’apertura lucida quanto inquietante, come il precedente film “Centochiodi” (2007).
Quest’ultimo prendeva avvio con la disturbante crocifissione dei preziosi volumi di una biblioteca gestita da un vecchio religioso. A metterli in croce era stato un giovane sacerdote molto moderno: fine intellettuale, ben vestito, curato nell’aspetto, auto sportiva, carta di credito. D’un tratto gettava nella spazzatura l’insieme della modernità, per mescolarsi con un drappello di poveri, accasatisi sul greto del fiume, in una baraccopoli autosufficiente, popolata da esseri felici, certo un po’ fuori moda nell’aspetto fisico ma perfetti in quello morale.
Ovviamente questa piccola porzione paradisiaca terrestre, era combattuta delle forze del maligno: il capitalismo selvaggio, che per bassi fini distrugge, se ne ha bisogno, anche del poco che garantisce la felicità. Il mai troppo rimpianto don Gianni Baget Bozzo assestò all’indirizzo di “Centochiodi” una delle sue micidiali stilettate, accusando Olmi di esprimere una visione religiosa gnostica.
Don Gianni si fermava ai libri inchiodati, scrutandovi, a ragione, una metafora gnostica. Così facendo però vedeva la polpa autentica di una sola metà della mela marcia, tralasciando di scrutare nell’altra metà. Olmi, con ritardo davvero imperdonabile, si faceva interprete (volontariamente o non poco importa) della «priorità dei poveri» che aveva dato vita alla «teologia della liberazione», alla quale anche don Gianni era stato attratto. Dai semplici ma puri di “Centochiodi” siamo così passati ai migrati derelitti dalla pelle scura di “Il villaggio di cartone”.

L’incipit, anche stavolta, è sconvolgente. Un povero e vecchio parroco assiste impotente alla spoliazione degli arredi sacri della sua chiesa. I fedeli che un tempo gremivano lo spazio sacro sono svaniti. Quindi si chiudono i battenti. Il grande crocifisso posto in alto, al di sopra dell’altare, viene fatto scendere in terra, impacchettato e riposto in una cassa, da accatastare nel magazzino polveroso del passato. La messa è davvero finita.
Sul vecchio sacerdote cala all’improvviso la disperazione. Avverte vivissima e bruciante l’approssimarsi della fine. Dolore, disperazione, impotenza. Splendida visualizzazione di una condizione temporale. Il tempo della desertificazione dello spazio religioso, che sta riempiendo di metastasi, almeno dalla seconda metà degli anni Sessanta del secolo passato, il corpo del cristianesimo occidentale.
Una premessa così forte avrebbe meritato bel altro svolgimento e conclusione. Nella chiesa spogliata dei sacri arredi trova immediatamente riparo un nutrito gruppo di clandestini, arrivati dopo un viaggio in mare periglioso e in transito verso la Francia. Inaspettatamente il vecchio sacerdote scopre il significato autentico del sacerdozio (fino ad ora mai provato), e apprende anche quanto il mondo sia diventato ingiusto e vigliacco, poiché scaglia leggi odiose, rifiuto, disprezzo e persecuzione contro i poveri fuggitivi.
Nelle ormai inutili mura di recinzione di una brutta chiesa di cemento, sorge il villaggio di cartoni. Da questo punto il film si trasforma in una sorta di teatro brechtiano, con il bene e il male separati con l’accetta. Fuori sono raffiche di mitra, elicotteri in volo, sirene spiegate, movimenti e luci di segugi armati e grida di aiuto. La Legge dei forti sta assediando i deboli al riparo nella casa di Dio. Anche fra i buoni c’è di tutto: prostitute dal cuore grande, fanatici della religione, kamikaze, saggi e colti, padri di famiglia, atei e devoti, sciacalli che approfittano delle debolezze dei propri fratelli. C’è chi ama l’intera umanità e chi invece ne disprezza una parte accusandola di avergli rubato il presente.
Il vecchio sacerdote è il solo a difendere il branco dei disperati. Lo ha persino tradito, come Caino, il vecchio sacrestano. I medici dell’ospedale sono delatori. Meglio rivolgersi allora al medico del luogo, scampato da bambino al campo di sterminio. Lui cura i bisognosi e non bada al colore della pelle o alla condizione di clandestinità.

Olmi non ha dubbi: più delle fede può il bene. Conclude il film una riflessione sulla necessità che gli uomini debbano cambiare il corso della Storia altrimenti sarà la Storia a cambiare gli uomini. Del film il cardinale Gianfranco Ravasi (amico e consulente di Olmi per il film insieme a Claudio Magris) ha detto: «È una forte ed emozionante parabola con una netta impronta umana e civile ma anche con iridescenze cristologiche (…) ogni film di Olmi e ogni sua ricerca sono simili a una spada di luce che trapassa l’epidermide della storia per coglierne la carne e scendere fino al midollo delle ossa» (“L’Osservatore Romano”, 24 luglio 2011).
E il regista ha dichiarato «Non bisogna inginocchiarsi davanti al crocifisso, che è solo un simulacro di cartone, ma verso chi soffre come gli extracomunitari». Nel suo film Olmi non si pone il problema di come mai il parroco abbia perso il gregge. Riduce una crisi epocale e drammatica - la secolarizzazione dell’Occidente cristiano - alla contingenza dei flussi migratori. Quando cinquant’anni fa le chiese cristiane (e non solo cattoliche) del Canada e dell’Inghilterra cominciavano a svuotarsi, la povertà nel frattempo stava scemando verticalmente (il meraviglioso boom economico) e l’immigrazione non esisteva.
La «teologia della liberazione», con la quale Joseph Ratzinger si scontrò, aveva lo scopo di scardinare la Chiesa come istituzione, per andare incontro alla realtà, scegliendo l’opzione dei poveri e degli ultimi, preferendo il bene alla fede, esattamente come il vecchio parroco, incarnazione di una visione della religione come pura immanenza terrena (i poveri, oggi sostituti da una nuova categoria sociologica, i migranti). La liberazione del mondo non può essere ridotta alla mera liberazione dalla povertà o dall’immigrazione: la vera liberazione è dal peccato. Anche il vecchio Olmi vuole scardinare l’istituzione ecclesiastica (custode della fede) per cercare la salvezza nella barca spezzata e alla deriva dei fuggitivi. Oggi alla deriva è la barca di Pietro. Pensandoci bene, in conclusione, don Gianni aveva ragione. L’ultimo cinema di Ermanno Olmi è gnostico. 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CARNAGE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 09/17/2011 - 10:40
Titolo Originale: CARNAGE
Paese: Francia, Germania, Polonia, Spagna
Anno: 2011
Regia: Roman Polanski
Sceneggiatura: Roman Polanski, Yasmina Reza
Produzione: CONSTANTIN FILM, SBS PRODUCTIONS, SPI POLAND
Durata: 79
Interpreti: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly

Due ragazzini si azzuffano in un giardino e i rispettivi genitori decidono di incontrarsi per appianare i rancori in modo civile. Ben presto, però, i quattro tireranno fuori le proprie contraddizioni più profonde fino alla massacrante resa dei conti, in cui ognuno si rivelerà per quello che è veramente...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il cinema cosmopolita di Roman Polansky ha ancora una volta il volto del relativismo e del nichilismo.
Pubblico 
Adolescenti
Un litigio fra quattro adulti scade in elevata violenza verbale
Giudizio Artistico 
 
È un film perfetto, di rara difficoltà stilistica. Molto bravi Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John Reilly
Testo Breve:

Due coppie di genitori si  incontrano per trovare un modo politically correct di riconciliarsi dopo che i loro figli si sono azzuffati. Non ci vuole molto perché calinio giù la maschera e l'incontro si trasformi in una carneficina verbale 

“Carnage” di Roman Polansky ha una doppia natura. Una superficiale e l’altra assai più complessa.
Partiamo dall’impressione immediata che se ne ricava durante la visione. È un film perfetto, di rara difficoltà stilistica, poiché girato integralmente in un appartamento. Ecco l’inizio della storia, mostrata da lontano, priva di parole. Vediamo un gruppo di ragazzini intenti a giocare. Poi due di loro cominciano a discutere, spintonandosi. All’improvviso uno dei due sferra un colpo con un bastone sul volto dell’altro, atterrandolo. Stacco. Ci troviamo in un elegante appartamento newyorkese, a Brooklyn. I genitori dell’aggressore si sono recati a casa dei genitori dell’aggredito per appianare, con civiltà e buona educazione, l’incresciosa situazione.
Il ragazzo colpito ha avuto un trauma, e rischia di perdere due denti. Ma in definitiva non è così grave. Le due famiglie sono benestanti. I padroni di casa Longstreet (Jodie Foster e John Reilly) vogliono più che altro un risarcimento morale, visto che i danni materiali sono coperti dall’assicurazione. Si sentono offesi dall’oltraggioso gesto. I genitori dell’aggressore, i Cowan, coppia economicamente e culturalmente più elevata (Kate Winslet e Christoph Waltz), sulla difensiva, cercano di venire incontro alle richieste della parte offesa
Si intuisce che non desideravano proprio avere quell’incontro.
Ma le regole della corretta convivenza, e soprattutto il sentirsi comunque responsabili del gesto sbagliato compiuto dal loro ragazzo, li ha spinti al gesto conciliante. Sarebbe stato meglio staccare un assegno, e chiuderla lì. Ma un atto così materiale avrebbe irritato non poco i Longstreet. Quindi obbligo di parlare, smussare gli angoli, prendere un caffè e un pezzo di torta, fingere cortesia. Questo teatrino del “politicamente corretto”, parola dopo parola, caffè dopo caffè, bicchiere di whiskey dopo bicchiere di whiskey, è destinato a saltare fragorosamente. Inizia così, lentamente e inesorabilmente, un gioco al massacro. Prende corpo la carneficina (nutrita di sole parole, scaricate come pallottole) del titolo.
Gli uomini sono quello che sono, anche se hanno case, auto, vestititi, status sociali, diversi dalla loro autentica natura. A rompere il clima non idilliaco, pur se cortese, dell’incontro, serviva un fatto banale. Ed arriva: la signora Cowan ha un improvviso quanto incontenibile conato di vomito, che finisce per depositarsi sul tavolo dove la signora Longstreet tiene alcuni bei libri d’arte, impiastricciandoli di residui maleodoranti. La bomba è esplosa, con precisione chirurgica (non solo narrativa, ma anche valoriale) e da quel momento l’incendio delle recriminazioni (sociali, sessuali, professionali, ideologiche, caratteriali) divampa.
Saltano maschere, buone maniere, abiti indossati per nascondere tormenti e debolezze, frustrazioni e insoddisfazioni.

Roman Polanski ha trasportato sullo schermo il testo teatrale della franco-iraniana Yasmine Reza, lasciando Parigi per rifugiarsi nella più adatta New York.  Se rimanessimo alla superficie estetica poco o nulla ci sarebbe da aggiungere. Del resto quando sulla scena ci sono attori come Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John Reilly (solo quest’ultimo non ha vinto ancora un premio Oscar, e per puro caso), e dietro la macchina da presa c’è Roman Polansky, è quasi impossibile sbagliare.

Dovremmo però rimanere alla superficie. Se invece scaviamo un po’ più a fondo, allora emerge in maniera limpida la vera natura del film. “Carnage” è il ritratto spietato di falsità, ipocrisia, corruzione, ferocia, della borghesia, ben nascosta a due passi da Manhattan.
È questa l’America? È così mal ridotto il sogno americano? Si tratta dell’ennesima incomprensione degli europei per l’America, cominciata nei primi due decenni del secolo passato, quando i francesi colti denunciavano il cancro americano. Il cancro ce l’avevano a casa (fascismo e comunismo) ma non lo vedevano. E il cancro oggi ha il volto del relativismo e del nichilismo, metastasi annidate da sempre nel cinema cosmopolita di Roman Polansky. 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CULT
Data Trasmissione: Domenica, 21. Ottobre 2012 - 21:10


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THE FIGHTER (Luisa Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/17/2011 - 07:20
Titolo Originale: THE FIGHTER
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: David O.Russell
Sceneggiatura: Scott Silver, Paul Tamasy, Eric Johnson
Produzione: Mark Wahlberg, Dorothy Aufiero, David Hoberman, Ryan Kavanaugh, Todd Lieberman e Paul Tamasy per Mandeville Films/Relativity Media/Closest To The Hole Productions
Durata: 118
Interpreti: Mark Wahlberg, Christian Bale, Melissa Leo, Amy Adams

Dicky Eklund è stato una promessa della boxe, ma si è perso nella droga e nella piccola criminalità finendo più volte in prigione. Anche il suo fratellastro Micky Ward è un pugile, ma nonostante il grande talento non riesce a sfondare, anche a causa delle scelte imprudenti della madre-manager Alice e dello stesso Dicky, che gli fa da allenatore. L’incontro con la barista Charlene spinge Micky a cambiare rotta e quando Dicky si inguaia nuovamente con la polizia per Micky è l’occasione di tagliare i ponti con il passato. Ma per affrontare l’incontro più importante della sua vita, quello per il titolo mondiale, Micky avrà bisogno anche della sua famiglia…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una pellicola capace di emozionare senza trionfalismi, di mettere in scena la miseria umana, ma anche la speranza del cambiamento attraverso la forza di legami affettivi che possono ferire, ma anche dare la forza di ricominciare.
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza e a contenuto sensuale, un accenno di nudo. Uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
The Fighter trova la sua ragion d’essere nell’equilibrio tra il racconto di un riscatto personale e l’affermazione, non priva di tormenti, della necessità di una ricomposizione familiare. Due premi oscar agli attori non protagonisti
Testo Breve:

Il pugile Micky Ward, con un percorso non proprio lineare, dalla depressa cittadina di Lowell arriva a combattere per il titolo mondiale riscattando con la sua vittoria una vita irta di ostacoli ed errori, personali e sul ring. Un bel film intenso sul valore di una famiglia l'unica che da una speranza di cambiamento attraverso la forza di legami affettivi che possono ferire, ma anche dare la forza di ricominciare.

Non è un caso se il film di David O.Russell (l’insolita pellicola di guerra Three Kings  è il pezzo forte del  suo curriculum) si è portato a casa entrambi i premi Oscar per gli attori non protagonisti (Christian Bale e Melissa Leo, tutti e due impressionanti nel ritrarre personaggi eccessivi e disfunzionali), considerato che nella stessa categoria era candidata anche Amy Adams.

L’aspetto più curioso della pellicola è infartti il rilievo che le figure “secondarie” hanno rispetto al teorico protagonista della storia, il pugile Micky Ward, che dalla depressa cittadina di Lowell, con un percorso non proprio lineare, arriva a combattere per il titolo mondiale, riscattando con la sua vittoria una vita irta di ostacoli ed errori, personali e sul ring, ma dando anche un senso all’influenza esercitata su di lui negli anni dal fratellastro, dalla madre, dalle sorelle e in una certa misura anche dalla nuova fidanzata Charlene.

La passività che è l’arma segreta di Micky sul ring (avvio lento, ma un gancio micidiale che sulla lunga distanza gli permette di arrivare al KO) più che di una strategia sembra il frutto di anni di convivenza con personalità molto più forti  e aggressive della sua, che il regista ritrae con impietosa efficacia.

Per lunga parte del film, infatti, in primo piano è la personalità ingombrante, tragica e a tratti comica, di Dicky, che non accetta il suo destino di perdente e continua a illudersi che il documentario che la HBO sta girando su di lui sia dedicato ad un suo improbabile ritorno sul ring, mentre è destinato ad esporre la sua dipendenza dalla droga.

Un film nel film che esalta l’approccio quasi documentaristico della regia di Russell, che si sofferma sugli sproloqui di Dicky così come sui silenzi pensosi di Micky, passando per le sparate ricattatorie di Alice e lo sguardo ferito, ma determinato di Charlene, componendo un affresco di periferia che sa di verità nel ritrarre una fetta di società americana sospesa tra miseria e successo, ben rappresentata dalla cittadina di Lowell, ex polo industriale in declino.

Non è un caso nemmeno se lo snodo fondamentale della pellicola arriva quando ognuno dei protagonisti è costretto a guardare, dal proprio particolare punto di vista, il documentario su Dicky, confrontandosi in modo più o meno onesto con le proprie scelte prima di poter fare il passo successivo.

Senza rinunciare ai topoi dei racconti cinematografici di boxe (allenamenti nella palestra e per le strade, pesate, confronti a distanza con l’avversario e conferenze stampa), The Fighter trova la sua ragion d’essere nell’equilibrio tra il racconto di un riscatto personale e l’affermazione, non priva di tormenti, della necessità di una ricomposizione familiare.

Micky, che fin quasi alla fine appare trascinato nelle sue decisioni da chi lo circonda, riesce infatti alla fine a costringere tutti quelli che gli vogliono bene (a prescindere dai loro errori e dai loro limiti) a stringersi intorno a lui, accettando una convivenza magari non pacifica, ma civile, contribuendo ognuno a sostenerlo nella sua “impossibile” impresa.

Ed è forse più questa la vittoria che conta (in un finale che forse qualcuno definirebbe conciliatorio, ma che invece per una volta corrisponde solo alla realtà dei fatti…), più ancora di quella sul ring, dove la violenza della “nobile arte”  è resa con implicabile crudezza.

I volti dei veri Dicky e Micky, straordinariamente corrispondenti non tanto nei tratti quanto nell’atteggiamento alla loro versione “di finzione”, sono l’appropriato sigillo a una pellicola capace di emozionare senza trionfalismi, di mettere in scena la miseria umana, ma anche la speranza del cambiamento attraverso la forza di legami affettivi che possono ferire, ma anche dare la forza di ricominciare.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Lunedì, 19. Giugno 2017 - 21:00


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IL GRINTA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/19/2011 - 15:00
Titolo Originale: True Grit
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen
Produzione: Ethan Coen, Joel Coen, Scott Rudin per Skydance Productions/Scott Rudin Productions
Durata: 110
Interpreti: Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Hailee Steinfeld, Barry Pepper

Per vendicare la morte del padre, ucciso a tradimento dal vigliacco Tom Chaney, la quattordicenne Mattie Ross decide di ingaggiare il più “cattivo” degli sceriffi federali, Rooster Cogburn, rifiutando l’offerta del più appariscente Texas Ranger LaBoeuf. Cogburn, all’apparenza un ubriacone violento e inaffidabile, accetta il denaro che Mattie gli offre, ma preferirebbe liberarsi della ragazzina, che nei territori indiani dove si svolgerà la caccia rischia di essere un peso notevole. Ma Mattie non è disposta a fare un passo indietro e così comincia un’improbabile e a tratti drammatica avventura in cui ognuno dimostrerà davvero quanto vale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista porta nella storia uno sguardo che, pur nell’intraprendenza della ragazzina, ha anche tutta l’innocenza capace di far sentire l’orrore della violenza e della morte, ma al contempo intuire la consolazione di una prospettiva non unicamente terrena
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di violenza anche efferata
Giudizio Artistico 
 
Ulteriore eccellente lavoro dei fratelli Coen che realizzano un affresco in cui si respirano al contempo tutta la materialità miserabile del mondo raccontato (sporco e probabilmente maleodorante), e lo slancio epico dell’impresa. Un sempre convincente Jeff Bridges è affiancato da un bravissimo Matt Damon
Testo Breve:

Un ulteriore eccellente lavoro dei fratelli Coen che si misurano con il genere westwern senza rifarsi all'omonimo film del 1969 con Johm Wayne ma adattando il romanzo originale di Charles Portis. Realizzano così un affresco in cui si respirano al contempo tutta la materialità miserabile del mondo raccontato e lo slancio epico dell’impresa

La chiave per capire e apprezzare fino in fondo quest’ultimo eccellente lavoro dei fratelli Coen è nella scelta di non realizzare il semplice (?) remake del classico western del 1969 con John Wayne, ma un nuovo, potente e fedele adattamento del romanzo originale di Charles Portis, brillante esempio di quella narrativa americana di genere capace di regalare al pubblico personaggi memorabili e avventure epiche.

Nell’adattamento i wonder brothers del cinema americano si misurano con un genere, il western, che avrebbe potuto stridere con il loro stile abituale, fatto di ironia pungente e giochi metalinguistici, ma scelgono di farlo mettendo spesso da parte la celeberrima irriverenza (i personaggi sfiorano a volte l’eccesso, ma hanno sempre un tocco di umanità che li fa uscire dallo stereotipo), ma soprattutto il nichilismo di fondo che pervadeva le loro ultime opere.

I Coen, insomma, prendono sul serio la loro storia e i loro personaggi, e realizzano così un affresco in cui si respirano al contempo tutta la materialità miserabile del mondo raccontato (sporco e probabilmente maleodorante), e lo slancio epico dell’impresa. Dalla cittadina in mezzo al nulla all’emporio nei territori indiani, passando per le figure canoniche come l’indiano taciturno o il dottore da strapazzo, il criminale brutto sporco e cattivo, luoghi e personaggi contribuiscono a dare verità a una vicenda in fondo semplice e potente.

Che nasce come quella di una vendetta, ma si trasforma in un improbabile, ma sincero sodalizio di nature lontane e apparentemente incompatibili. A partire proprio dalla tostissima Mattie, capace di contrattare citando il codice, ma anche di rampognare il “suo” sceriffo a colpi di citazioni bibliche, ma che resta al contempo una ragazzina che anche il coriaceo Cogburn non potrà abbandonare.

La forza del suo punto di vista sulla vicenda porta con sé uno sguardo che, pur nell’intraprendenza della ragazzina, ha anche tutta l’innocenza capace di far sentire l’orrore della violenza e della morte, ma al contempo intuire la consolazione di una prospettiva non unicamente terrena.

Una prospettiva lanciata in chiave tutt’altro che ironica dalla minacciosa citazione iniziale (“ i malvagi fuggono anche quando nessuno li insegue”), ma anche dalla semplice constatazione di Mattie che non c’è nulla di gratuito se non la Grazia di Dio…una constatazione che deve aver guidato anche la vita della Mattie adulta, una zitella dura, ma soprattutto coraggiosa.

Lo sceriffo in decadenza (non a caso finirà nel Wild West Show) a cui dà corpo e voce un sempre convincente Jeff Bridges prende largamente le distanze dal personaggio di John Wayne, percorrendo piuttosto il solco di alcune delle ultime interpretazioni dell’attore (come quella del cantante alcolizzato che gli ha fatto vincere l’Oscar, Crazy Heart).

Siamo dalle parti di un altro ottimo western recente, Appaloosa, con cui questa pellicola ha in comune, oltre al ritratto di una frontiera dura ed esigente, anche il confronto di due personalità maschili molto diverse. Là gli amici-rivali Virgil Cole ed Everett Hitch, qui due uomini di legge dallo stile e dal temperamento opposto.

A completare il trio, infatti, è un Texas Ranger un po’ troppo ciarliero (bravissimo Matt Damon), ma dal cuore onesto, unito ai suoi compagni prima dall’ambizione e poi dal desiderio di giustizia.

La legge è quella dura del West, ma non manca lo spazio per la pietà e la tenerezza in un racconto dal respiro decisamente superiore alla media anche se certamente, per la massiccia dose di violenza che mette in scena, non adatto a un pubblico di giovanissimi. 

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CINEMA 1
Data Trasmissione: Mercoledì, 28. Dicembre 2011 - 21:10


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HEREAFTER

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/09/2011 - 16:41
Titolo Originale: Hereafter
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Peter Morgan
Produzione: CLINT EASTWOOD, KATHLEEN KENNEDY, ROBERT LORENZ PER MALPASO PRODUCTIONS. THE KENNEDY/MARSHALL COMPANY, ROAD REBEL
Durata: 129'
Interpreti: Matt Demon, Cècile de France, Frankie McLaren, George McLauren

Maria è una giornalista televisiva francese in vacanza in Indonesia con il suo direttore e boy-friend. Lo Tsunami arriva all'improvviso. Maria riesce a salvarsi ma resta incosciente per qualche tempo e le sembra di aver avuto delle visioni sul mondo dell'aldilà. George vive a San Francisco e a seguito di una importante operazione alla spina dorsale ha acquisito la facoltà di mettersi in contatto con i morti. Ritiene questa sua capacità una condanna più che un dono e decide di abbandonare tutto per recarsi a Londra, sulle tracce del suo amato scrittore Charles Dickens. Marcus è un ragazzo che vive a Londra con il gemello Jacob e la madre tossicodipendente. Jacob muore per un incidente stradale e Marcus, sconsolato, cerca qualcuno che possa rimetterlo in contatto con suo fratello. Il caso vuole che i tre Maria, George e Marcus si incontrino a Londra...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autore prende posizione proponendo la sua visione dell'aldilà, con la pretesa di una certa validità scientifica: una specie di limbo asettico uguale per tutti, senza nessun riferimento al bene o al male che si è compiuto
Pubblico 
Adolescenti
 Alcune scene impressionanti e riferimenti verbali a un incesto
Giudizio Artistico 
 
La sequenza iniziale sulle devastazioni dello Tsunami è da antologia. Ben tratteggiati i personaggi e i contesti in cui vivono
Testo Breve:

Clint Eastwood conferma la sua capacità di raccontare storie con grande sensibilità umana ed i primi 10 minuiti (la ricostruzione dello tsunami in Indonesia) sono da antologia. Questa volta però vuole proporci (quasi imporci) la sua visione dell'aldilà e con la pretesa di una certa validità scientifica ci prospetta una specie di limbo asettico uguale per tutti, senza nessun riferimento al bene o al male che si è compiuto.

Clint Eastwood si riconferma con questo film un grande regista: la sequenza iniziale dello Tsunami in Indonesia è  coinvolgente e impressionante nei suoi effetti devastanti. Un sequenza di quelle che restano nella storia del cinema.

Anche la descrizione dei personaggi conferma la sua capacità di raccontare storie con grande attenzione alle ansie e alle aspirazioni dei protagonisti. Particolarmente riuscito è l'episodio che presenta Jacob e Marcus, due piccoli gemelli che si danno man forte l'uno con l'altro, abituati a fare tutto da soli a causa di una madre tossicodipendente e il modo con cui Marcus, rimasto solo, cerca di rimettersi in contato con il gemello.

Questa volta però Clint è uscito dai suoi classici binari che sono sempre stati quelli di mettersi discretamente al servizio di una storia, spesso il racconto di un uomo che affronta con eroismo situazioni di palese ingiustizia per approdare  al pamphlet, alla esternazione programmata del proprio pensiero. In questo film Clint ha le sue idee per quel che riguarda l'aldilà e ce le vuole trasmettere con il linguaggio che lui conosce molto bene, quello cinematografico.

L'argomento in sè è estremamente interessante e riguarda tutti, non solo persone come lui, che arrivati agli 80 anni, sentono il tema come particolarmente attuale. Sembra trattarsi di una tendenza che colpisce  i grandi autori, come è già successo a Woody Allen che nel suo Basta che funzioni abbandona il tono della commedia leggera per esternare (il protagonista del film in queste occasioni parla rivolto  direttamente agli spettatori in sala tutto il nichilismo della sua visione del mondo, il non senso della nostra vita soggetta a un fato indifferente ai nostri destini. 
Clint è più cauto ma le sue idee sul dopo-morte sono ugualmente chiare.
Esclude subito una soluzione impostata sulla fede religiosa qualunque essa sia: lo fa attraverso lo scetticismo del piccolo Marcus, che cercando una risposta ai suoi problemi, scarta rapidamente, dopo averli analizzati su Internet,  i sermoni di un sacerdote cristiano, di un rabbino ebreo e di un imam islamico. Anche la cerimonia che si svolge in chiesa in occasione del funerale di Jacob è trattata con sufficienza e sarcasmo: il celebrante sbriga velocemente le sue incombenze perché sono già alla porta i familiari del prossimo defunto.
Si tratta di un atteggiamento che rivela una certa continuità di pensiero del nostro autore:  in Million Dollar Baby, in un paio di colloqui fra il vecchio allenatore e un sacerdote Clint ha voluto manifestare tutta l'inutilità della fede di fronte a un tema delicato come l'eutanasia.
Solo il sacerdote che compare in Gran Torino è visto con simpatia, ma si tratta di un giovane inesperto che viene "indottrinato" dal vecchio saggio impersonato dallo stesso Clint.

Molta maggiore attenzione viene dedicata in Hereafter a una dottoressa che si definisce scienziata e atea e che studia in una clinica   i fenomeni paranormali. In un colloquio fra la dottoressa e Maria, sempre in cerca di una risposta all'esperienza da lei vissuta a seguito dello Tsunami, l'autore non ha paura di scivolare nel ridicolo quando la dottoressa, confermando di aver raccolto con rigore scientifico le testimonianze di persone tornate coscienti dopo un periodo di coma parla di un dopo-morte visto come "una assenza di gravità, una visione a 360 gradi, un senso di ogniscenza e onnipresenza". E' questo il punto più controverso del film: se in altre opere come Il sesto senso oppure Others si aveva almeno la correttezza di parlare dell'incontro con i morti all'interno di una fiction fantastica che mostrava onestamente di essere  quello che era, in questo film Clint sembra voler seriamente proporre allo spettatore la propria visione.

Lo fa ancor più con il personaggio di George (Matt Demon) visto come colui che realmente è in grado di attivare ADC (After Death Contacts): per lui è sufficiente prendere le mani del suo "cliente" per avere un contatto con i suoi defunti. E' una scena che si ripete più volte nel film, sempre con successo, a dimostrazione di quanto l'autore ritenga possibile che ciò possa avvenire realmente.

Anche il modo con cui i tre personaggi, uniti dall'ansia di trovare una risposta alle loro ricerche, si ritrovano nella stessa città  alla fine del film (sullo stile di Crash, Babel e 21 grammi)  mantiene il film sul filo dell'incertezza fra la credenza in una predestinazione e la  imponderabilità del fato.

George, il vero protagonista del film, non è per nulla contento delle sue doti di negromante che lo rendono diverso dagli altri e desidera solo essere una persona normale per potersi innamorare come tutti. E' forse l'ultimo messaggio che riceviamo da Clint: se per un momento ha avuto il coraggio di affrontare (a modo suo) il tema dell'aldilà, preferisce appoggiarsi alla rassicurante certezza di un mondo che almeno conosce bene. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: CANALE 5
Data Trasmissione: Mercoledì, 20. Marzo 2013 - 21:10


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LA RICERCA DELLA FELICITA'

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/02/2010 - 12:01
 
Titolo Originale: The Pursuit of Happyness
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Steve Conrad
Produzione: Overbrook Entertainement, Escape artists, Columbia Pictures Corporation
Durata: 117'
Interpreti: Will Smith, Jaden Christofer Syre Smith, Thandie Newton

S. Francisco, 1981: Ronald Reagan appare alla televisione e ricorda a tutti gli americani che bisognerà tirare la cinghia ancora a lungo per superare la depressione economica. Chris Gardner ha all'epoca trent'anni e cerca di vivere (sopravvivere) vendendo porta a porta apparecchiature mediche.  Non ci sono i soldi per pagare l'affitto, le tasse, l'automobile e la scuola del figlio  di 8 anni. E' riuscito a esser selezionato per un corso di broker ma il corso è gratuito e per di più sua moglie lo ha abbandonato con il figlio da mantenere....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Grande senso della paternità del protagonista e serenità nell'affrontare le difficoltà senza rancore per nessuno
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di tensione familiare
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione di Will Smith che da solo sostiene tutto il film. Sceneggiatura non brillante e fotografia modesta

Due poliziotti bussano alla porta di Chris per invitarlo  a pagare una serie di multe arretrate: lui firma un assegno ma viene trattenuto lo stesso per una notte in prigione per il semplice motivo che occorre aspettare il mattino seguente per verificare la copertura del  conto. Chris si trova da un giorno all'altro senza un soldo in banca perché lo stato ha esercitato il suo diritto di prelievo forzoso per contribuenti morosi, senza curarsi delle conseguenze su chi è già indigente: sono tutti segni di un' America dura, senza protezione sociale.  E' dura anche con chi deve conquistarsi  l'accesso al mondo del lavoro:  un'azienda può permettersi di organizzare   corsi/workshop per broker senza nulla pagare  agli alunni anche se  grazie alle loro esercitazioni "dal vivo" riesce ad acquisire lucrosi contratti..  Ma c'è anche l' America dei rapporti cordiali e  informali, dove si ci si da subito del tu  e magari  si invita un quasi sconosciuto ad andare assieme a lo stadio.

Tutto questo bene e questo male dell' America si nota molto bene perché  è il regista Muccino che da italiano, le ha notate per primo.  Alla sua prima esperienza non più autoriale ma da regista professionista il nostro Gabriele è riuscito comunque  ad infilare,  in tanta americanità, un po' di linfa italiana.  Come non ricordare, in questo giovane padre con il figlio  che vagabonda per le strade in cerca del suo apparecchio medico rubato, il nostro glorioso Ladri di biciclette (1948)? Il riferimento è chiaro anche in quel modo  realista, senza patetismo di raccontare la storia,  mantenendo al contempo sempre tese le corde della nostra commozione.

C'è anche una goccia del  Benigni di La vita è bella (1997) e del suo modo di trasfigurare la realtà:  Chris, per non spiegare al figlio che quella notte dovranno dormire nei bagni della metropolitana, gli racconta  di mostri preistorici e di grotte dove bisogna correre a nascondersi.
Will Smith è il protagonista assoluto ed è molto bravo proprio perché non fa il divo ma si immedesima in questo giovane di colore che coltiva un grande sogno mentre cerca di schivare i colpi delle avversità.

E' bravo e piace perché ci  trasmette il calore della sua paternità (che va oltre la finzione, visto che Christopher è realmente suo figlio) che non è generica affettuosità ma  essenza del proprio essere: senza suo figlio, qualunque cosa accada,  lui semplicemente non è. Ma c'è qualcosa in più che rende attraente il suo personaggio: di fronte ai colpi delle avversità spesso causate dall'indifferenza degli altri, lui non va in escandescenze e  la violenza gli è estranea: rispetta tutti, compresa l'autorità e la  serenità  che riesce a mantenere rivelano una  fiducia di fondo verso il resto del mondo e il suo prossimo.
A giudicare da successo in USA e ora qui in Italia, il film sta colpendo al cuore anche se  la sceneggiatura scivola spesso nella banalità dei dialoghi e la fotografia è modesta.

Nei titoli di testa viene ricordato che il vero Chris, a cui il film si è ispirato,  continua  ancora oggi guadagnare milioni di dollari. Dispiace che anche alla fine rispunti quell' America che giudica una persona  in base a quanto riesce a guadagnare: ci sembra di intravedere ancora Muccino  impegnato nel suo sforzo di conciliare il suo retaggio italiano con questo mondo così diverso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: PREMIUM EMOTION
Data Trasmissione: Mercoledì, 2. Ottobre 2013 - 23:10


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