Drammatico

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LA RISPOSTA E' NELLE STELLE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/05/2015 - 12:59
Titolo Originale: The longest ride
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: George Tillman Jr.
Sceneggiatura: Craig Bolotin
Produzione: FOX 2000 PICTURES, TEMPLE HILL ENTERTAINMENT
Durata: 139
Interpreti: Britt Robertson, Scott Eastwood, Alan Alda, Jack Huston, Oona Chaplin

Sophia studia all'Università di Wake Forest, nel Noth Carolina. Si concede poche distrazioni perché vuole mantenersi agli studi tramite borse di studio, dal momento che suoi genitori non sono in grado di aiutarla. Nel North Carolina vanno molto di moda le gare di rodeo su tori. Sophia viene convolta con poca convinzione dalle sue amiche ad assistere ad una di queste gare violente e con l’occasione conosce Luke, il campione locale. I due finiscono presto per innamorarsi ma le loro vite non potrebbero essere più diverse: lui è un uomo che vive delle sue gare nei rodei e della fattoria che ha ereditato dal padre; lei desidera farsi strada nel mondo delle gallerie d’arte e ha ricevuto un’interessante offerta da una gallerista di New York. Una sera Sophia e Luck soccorrono Ira, un anziano che era uscito di strada con la sua macchina. Sophia va a trovarlo periodicamente all’ospedale e ha così modo di conoscere la sua storia: aveva incontrato Ruth poco prima dello scoppio nella guerra e avevano deciso di sposarsi. Partito per il fronte, Ira aveva subito un’infezione che lo aveva reso sterile. Dopo un periodo di indecisione, i due avevano deciso di sposarsi lo stesso ma la loro vita non era stata facile. Le storie delle due coppie finiranno per intrecciarsi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due coppie sanno decidere qual è il loro unico amore per tutta la vita, nonostante le difficoltà, ma il racconto si rivela accondiscendente nei confronti dei rapporti prematrimoniali
Pubblico 
Adolescenti
Una scena sensuale ma con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Il regista è bravo nel ricostruire il mondo dei rodei su toro ma i dialoghi mancano di vivacità. Discreta la prestazione dell’affascinante Scott Eastwood, figlio del grande Clint
Testo Breve:

Due coppie, appartenenti a  generazioni diverse, mostrano come sono riusciti a trovare il loro amore per tutta la vita, superando le perplessità iniziali. Un altro lavoro ricavato da un romanzo del prolifico Nicholas Sparks

“Perché ci hai messo tanto?” chiede Ruth a Ira quando questi le manifesta il desiderio di sposarla. La stessa frase viene pronunciata da Sophia, quando Luke fa la medesima dichiarazione. I film ricavati dai romanzi del prolifico Nicholas Sparks hanno una garanzia di fondo: sono storie di giovani che non cercano l’avventura, la bella occasione di un momento ma sono interessati a una sola cosa: un amore che duri tutta una vita.

Anche i protagonisti presentano un profilo dai contorni ben definiti: sono ragazzi che non hanno grilli per la testa, si mostrano generosi verso gli altri e gestiscono in modo autonomo la propria vita.   In questo racconto, Sophia studia intensamente per mantenersi con delle borse di studio; Luke gareggia per poter trovare i soldi necessari a mantenere la fattoria dove vive ancora sua madre. Un campione di rodeo come protagonista è già una figura insolita rispetto agli standard più impegnativi presenti nelle altre pellicole: Zac Efron in Ho cercato il tuo nome era un ex marines mentre Channing Tatum in Dear John era un membro dei corpi speciali impegnati in Irak.

I maschi sono sempre dei gentiluomini (Lucke si presenta, per il suo primo appuntamento, al college femminile dove abita Sophia con un mazzo di fiori in mano, fra le risatine delle ragazze presenti) mentre  quando la temperatura nel rapporto fra i due inizia a salire, è sempre la donna  che prende l’iniziativa. Il loro modo di esprimersi e di dialogare è costantemente pacato; in modo particolarmente accentuato in quest’ultimo racconto, i dialoghi sono intervallati da istanti di riflessione, quasi a sottolineare, in queste persone sensibili, che ogni fase raggiunge la loro sfera più intima.

La decisione di vivere una vita insieme o il fatto di viverla anche di fronte a difficoltà o a dolorose circostanze non è mai facile e il racconto di Sparks lo ripropone ancora una volta.

Se però, per Ira e Ruth, l’autore  ricorre ancora a una volta all’espediente di ostacoli che ci fanno transitare per le corsie di un ospedale,  Sophia e Luke si trovano di fronte a un problema attualissimo: entrambi lavorano e la coerenza con i loro impegni li porterebbe a vivere distanti. Qualunque sia la difficoltà, i protagonisti prendono la loro decisione di restare uniti solo in ragione di un  fermo proposito che proviene dal profondo della loro anima.

Non si può negare che il rischio di scivolare nel melò zuccheroso sia sempre dietro l’angolo nell’ormai numerosa produzione dello scrittore ma bisogna riconoscere che  spesso la responsabilità è del regista, come in quest’ultimo film, più che nella sceneggiatura,  perché Sparks riesce a ricostruire i contesti (in questo caso i mondo dei rodei e quello degli appassionati d’arte) e il progredire della storia con molta cura .

Occorre comunque riconoscere che questa volta il racconto non riesce a nascondere un eccesso di costruzione, soprattutto nel nodo con cui si arriva alla soluzione finale. Il regista  riproduce con molta efficacia  la tensione insita nelle violente gare di rodeo ma i dialoghi soffrono di mancanza di vivacità.

“E vissero felici e contenti” è il ritornello che chiude ogni favola e lo stesso succede in  tanti film, quasi a sottolineare che quello che accade poco risulta poco interessante. Nicholas Sparks racconta invece con le sue storie, non solo il momento della decisione, ma anche quanto sia spesso difficile mantenere l’impegno preso. Riesce anche a renderlo così interessante da esser riuscito a scrivere romanzi (tramutati quasi sempre dei film) che  possono contare su di  un pubblico fedele e numeroso intorno alle sue storie di amore eterno. Scusate se è poco.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Sabato, 12. Giugno 2021 - 15:45


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TUTTO PUO' CAMBIARE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/14/2014 - 21:37
 
Titolo Originale: Never Again
Paese: Usa
Anno: 2013
Regia: John Carney
Sceneggiatura: John Carney
Produzione: SYCAMORE PICTURES, APATOW PRODUCTIONS, LIKELY STORY
Durata: 104
Interpreti: Keira Knightley, Mark Ruffalo, Hailee Steinfeld, Adam Levine, James Corden

Dan, un tempo produttore discografico di successo, non riesce da anni a lanciare un disco di successo e finisce per venir licenziato dalla stessa casa discografica da lui fondata. Da tempo incapace di stare lontano dagli alcolici, si rifugia in un bar dove ascolta Greta che sta cantando una sua canzone. Dan intuisce le potenzialità di Greta e si offe per organizzarle un provino. Greta all’inizio rifiuta: l’abbandono del fidanzato per un’altra ragazza è per lei una ferita ancora aperta ma alla fine, conquistata dalle insistenze di lui, finisce per accettare… Recensione

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo dedito al bere e ormai alla deriva, ritrova, con l’aiuto di vere amicizie, la forza per riavvicinarsi alla figlia adolescente e a sua moglie
Pubblico 
Maggiorenni
Uso frequente di linguaggio sboccato
Giudizio Artistico 
 
John Carney è capace di mettere a fuoco le personalità dei protagonisti ma nel montaggio si perde in sequenze spesso non necessarie. Particolarmente bravo Mark Ruffalo nella parte di Dan
Testo Breve:

John Carney, autore di Once, realizza una seconda elegia sulla speranza con questo racconto  su di un produttore discografico ormai fallito e di un’autrice di canzoni abbandonata dal proprio fidanzato che mettono insieme le loro forze per risalire la china e per ricucire i legami spezzati

Dan è un uomo alla deriva. Vive da solo da quando si è separato dalla moglie, resta spesso attaccato alla bottiglia, sua figlia adolescente continua a rinfacciargli di essersi disinteressato ai suoi problemi e alla fine arriva il colpo di grazia: viene licenziato dalla stessa casa di produzione da lui fondata. Anche Greta, scrittrice di canzoni di talento, arrivata a New York per accompagnare il suo fidanzato, invitato da un’ importante casa discografica, ha il suo momento nero: non viene ingaggiata assieme al fidanzato il quale ha modo di distrarsi con un’altra donna. Dan e Greta, un uomo e una donna profondamente feritii  hanno una passione in comune: la musica e a partire da questa decidono di risalire la china professionale e umana. Cambiato il contesto (da Dublino a New York) la trama ha un sotteso motivazionale molto simile a Once (2006) dello stesso autore, John Carney. Anche in quel caso un ragazzo che è stato abbandonato dalla sua donna, una giovane emigrata della Repubblica Ceca che a stento riesce a mantenere sua madre e sua figlia, uniscono i loro destini e  le loro voci per  incidere un CD che potrà cambiare il loro destino.

I brani musicali cantati sono molti nel film (una chiara passione da parte dell’autore) ma in realtà non è la passione dei protagonisti per la musica che fa progredire il racconto verso il lieto fine: la composizione è una nobile attività a cui si applicano ma sono le relazioni umane, le amicizie, i veri motori del racconto. In questo John Carney è molto bravo nel mostrare come sia proprio quel grammo di altruismo in più che c’è dietro ogni amicizia  a far avanzare la storia. Greta, al massimo dello sconforto, trova ospitalità presso Steve, un suo vecchio compagno di chitarra; Dan ritrova gusto per la vita nel cercar di promuovere Greta; alcuni vecchi amici di Dan si prestano a far parte della sua band improvvisata. Dal bene nasce il bene, sembra dirci l’autore e si crea un progressivo circolo virtuoso nel quale anche la terribile figlia adolescente di Dan che si veste come “Jody Foster in Taxi driver” ritrova il suo equilibrio e un impegno nella banda mentre Dan e sua moglie, che vivono ormai separati da cinque anni sembrano ritrovare la loro vecchia intesa. E’ sicuramente insolita la proposizione di John Carney (la musica che genera unione, l’unione che rende tutti migliori) ma bisogna riconoscere che sa portare avanti le sue tesi in modo molto naturale, senza scadere nel romanticismo né nel patetico.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CINEMA 1
Data Trasmissione: Venerdì, 23. Ottobre 2015 - 21:10


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QUEL CHE SAPEVA MAISIE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/25/2014 - 11:44
Titolo Originale: What Maisie Knew
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Scott McGehee, David Siegel
Sceneggiatura: Nancy Doyne, Carroll Cartwright
Produzione: RED CROWN PRODUCTION, WEINSTOCK PRODUCTIONS, WILLIAM TEITLER PRODUCTION, IN ASSOCIAZIONE CON 120DB FILMS, KODA ENTERTAINMENT, DREAMBRIDGE FILMS
Durata: 95
Interpreti: Julianne Moore, Alexander Skarsgård, Onata Aprile, Joanna Vanderham, Steve Coogan

Maisie, una bambina di sei anni, vive a New York. I suoi genitori (Beale, un mercante d’arte e Susanna una rockstar) stanno divorziando e litigano fra loro sul tema dell’affido. Maisie viene presa in custodia ora dall’uno ora dall’altro genitore ma questi hanno sempre qualche altra priorità per potersi occupare di lei. La bambina viene quindi affidata a Margo, sua ex-tata ed ora nuova moglie di Beale, oppure a Lincoln, un barista semplice e senza ambizioni che Susanna ha sposato con il solo scopo di risultare più affidabile davanti al giudice. Maisie si trova così in migrazione continua da un componente all’altro di questa strana famiglia allargata…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film può essere visto come un atto di accusa, senza sconti, dell’egoismo di tanti genitori che per soddisfare le loro ambizioni, si separano e trascurano i loro doveri nei confronti dei figli
Pubblico 
Adolescenti
Tematiche familiari complesse
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce a porci all’altezza di Maisie per vedere il mondo con i suoi occhi. Qualche ripetitività nel racconto rende meno interessante la parte centrale della storia
Testo Breve:

Il film riesce a porci all’altezza di Maisie per vedere il mondo con i suoi occhi. Qualche ripetitività nel racconto rende meno interessante la parte centrale della storia

Una bimba di sei anni sta pranzando con suo padre Beale, divorziato. Beale le comunica che per motivi di lavoro deve trasferirsi in Inghilterra. Maisie gli chiede con semplicità se può venire con lui. “Perché no?” inizia a riflettere il padre; gli  inevitabili problemi con la ex moglie e con il tribunale potrebbero venir risolti. Ma Maisie pone una condizione: vuole essere di ritorno prima che  la mamma abbia terminato il suo tour musicale. A questo punto Beale comprende che non sarà facile trovare una soluzione e inizia a spiegare a Maisie  che il tempo in Inghilterra è particolarmente brutto…

“Quel che sapeva Maisie” è la fotografia di un divorzio visto con gli occhi di una bambina di sei anni, contesa solo nella forma ma trascurata nella sostanza, eterna priorità numero due per dei genitori che pensano unicamente a se stessi e alla propria carriera.

Difficile immaginare una bimba più sensata (sicuramente più dei suoi genitori) di Maisie: attende con pazienza di venir prelevata dal genitore di turno; gli corre incontro sempre pronta ad allargare le braccia in un lungo abbraccio perché incapace di sospettare o provare rancore per alcuno. Ascolta con pazienza le loro dichiarazioni di affetto di circostanza, accetta tutti i regali ipocriti che riceve, salvo poi vedere che la mamma o il papà vanno via poco dopo, scusandosi perché c’è sempre qualche impegno inprorogabile da soddisfare. Maisie risponde con il suo sguardo profondo senza parlare perché non c’è niente da dire: i genitori già da soli si vergognano delle stesse loro stesse parole, dell’incredibile fragilità dei loro pretesti che significano una sola cosa: tu non sei la mia priorità.

Per tutta la durata del film Maisie si annoia in sala registrazioni con la mamma, pranza frettolosamente con il padre, va a passeggio con la sua ex- tata Margo (che nel frattempo ha sposato suo padre) oppure deve stare in un angolo del bar equivoco dove lavora Lincoln, il giovane ragazzo che la mamma ha sposato per il solo scopo di migliorare la sua credibilità di fronte al giudice per la causa di affido.

Il film sottolinea l’estrema gentilezza con cui tutti a turno dedicano un frammento del loro tempo a Maisie e nei rapporti fra di loro: è proprio la gestione così politically correct che a rendere più agghiacciante “la banalità” di questa crudeltà quotidiana.

Alla fine, saranno proprio Margo e Lincoln a prendersi meglio cura di Maisie: i loro lavori, più modesti rispetto quelli dei genitori della ragazza, li pongono in condizione di avere più tempo per lei.

Su quest’ultimo aspetto il film risulta più ambiguo:quale messaggio vuole trasmetterci?  I veri genitori non sono quelli biologici ma quelli che mostrano più affetto? E’ opportuno che solo chi non ha lavori impegnativi metta al mondo dei figli? Al giorno d’oggi, dove il tempo è sempre prezioso, è opportuno allevare i figli con il sostegno di una famiglia allargata?

A voi la risposta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Sabato, 6. Febbraio 2021 - 17:35


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L'ARTE DI VINCERE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/28/2012 - 15:57
Titolo Originale: Moneyball
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Bennett Miller
Sceneggiatura: Steven Zaillian e Aaron Sorkin dal libro di Michael Lewis Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game
Produzione: Michael De Luca, Rachael Horovitz e Brad Pitt
Durata: 133
Interpreti: Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Kerris Dorsey

Campionato americano di baseball. Fine della stagione 2001. L’Oakland, una squadra di seconda fila, non può competere con le offerte economiche dei team più forti: come ogni anno sarà costretta a vendere i suoi migliori giocatori e a ricominciare tutto da capo. Ma Billy Beane, il direttore sportivo della società, un ex giocatore oppresso dal rimpianto per la carriera andata male e per un matrimonio finito, decide che questa volta le cose andranno diversamente. Con l’aiuto di un assistente esperto di “sabermetrica” – la statistica applicata al baseball – il manager allestirà una formazione fatta di rincalzi messi in condizione di rendere al meglio. Smentendo lo scetticismo di tutti, nella stagione seguente l’Oakland sarà capace di un’incredibile striscia: 20 vittorie consecutive. Per Beane, un invito a riconciliarsi con il suo destino: dovrà scegliere se accoglierlo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La vita è fatta di scelte da cui non si può tornare indietro, bisogna imparare ad essere felici anche quando poi le cose vanno diversamente da come si sarebbe voluto
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e dialogo grossolano. La religiosità di un giocatore viene trattata in modo sarcastico.
Giudizio Artistico 
 
Un film sportivo umanamente profondo, che mescola divertimento e malinconia grazie alla mano sapiente dello sceneggiatore Steven Zaillian e agli ottimi dialoghi di Aaron Sorkin.
Testo Breve:

Un film sportivo umanamente profondo, che mescola divertimento e malinconia, anche grazie alla regia di Bennett Miller che ha il gusto del cinema indipendente

 La vita è fatta di scelte da cui non si può tornare indietro, bisogna imparare ad essere felici anche quando poi le cose vanno diversamente da come si sarebbe voluto. È il messaggio di un film sportivo umanamente profondo, che mescola divertimento e malinconia, anche grazie alla regia di Bennett Miller che ha il gusto del cinema indipendente. Chi ha amato Jerry Maguire, amerà anche L’arte di vincere.

Ispirandosi alla storia vera di Billy Beane raccontata in un libro da Michael Lewis (già autore della biografia sportiva all’origine di The Blind Side), regista e sceneggiatori (i pesi massimi Steven Zaillian e Aaron Sorkin) hanno costruito una trama di redenzione sensibile e virile. “Arrivi a una certa età, e ti chiedi: è davvero questa la vita che volevi? E se fossi stato fatto per qualcosa di diverso? Come faccio ad uscirne?”. Il protagonista interpretato da Brad Pitt (bello e bravo) incarna queste domande esistenziali. La sua crisi è quella che, quando se ne esce, porta chi l’ha vissuta a trovare la sintonia con il proprio mondo. Come Dorothy in Il Mago di Oz, dice il regista Martin.    

La sceneggiatura sviluppa il tema calando il protagonista in una serie di contrappassi.

Da ragazzo, Beane è stato convinto dagli osservatori di una società di baseball a lasciare una prestigiosa borsa di studio universitaria per imboccare la strada dello sport professionistico; ma la giovane promessa non è mai sbocciata, così, anni dopo, si ritrova a lavorare proprio al fianco di coloro che ritiene colpevoli di averlo illuso – gli osservatori – dentro un meccanismo che lo condanna a perdere – vincono sempre e solo le squadre ricche –.

Per far saltare questo meccanismo fondato sul primato dei soldi, Beane si affida ad una strategia che seleziona i giocatori sulla base di dati misurabili e calcoli statistici; ma per implementare il metodo deve licenziare alcuni giocatori, cioè scartarli come lui stesso è stato a suo tempo (Beane insegna al delicato assistente a licenziare nel modo più diretto, perché più indolore).

Quando infine il metodo ha successo, più che la vittoria, a Beane arriva una gigantesca offerta in denaro dai Red Sox, la squadra più forte e ricca: come a dire che il sistema sa assimilare anche il corpo più estraneo alle sue leggi.

In questo continuo ritrarsi della realtà da ciò che si vorrebbe che fosse, la mano sapiente dello sceneggiatore Zaillian.

Da attribuire al cosceneggiatore Sorkin i dialoghi. Si deve alla loro brillantezza se le questioni tecniche che innervano la vicenda non ostacolano il coinvolgimento del pubblico. Percentuali, tabelle, trattative per lo scambio di giocatori in funzione del ruolo che ricoprono: roba che in mani meno capaci avrebbe ucciso la pazienza del pubblico. Qui, invece, le questioni da addetti non ostano, perché condite di battute o trattate a rimorchio di altri elementi più apertamente conflittuali e comprensibili. Per esempio, la scena della riunione con gli osservatori che discutono di baseball vive della tensione comica dovuta alla presenza del timido neoassistente di Beane, catapultato nella fossa dei leoni.        

Ci sono i tipici ganci emotivi da film sportivo: l’underdog che sfata i pronostici, il coach (qui il team manager) che sa strigliare e motivare gli uomini. Il film, però, non approda al lieto fine in gloria, l’epilogo più ricorrente in questo genere cinematografico. Nell’ultima scena, la commozione di Beane, solo con se stesso mentre ascolta la canzone dedicatagli dalla figlia, dice che in lui si è sciolta la resistenza ad accettare ciò che ha. Nel pianto dell’uomo, però, c’è anche tutta la consapevolezza dei desideri irrealizzati.

La vita dà, la vita toglie. That’s life. Nonostante questo – o, forse, proprio per questo – come invitano le parole della canzone, enjoy the show.

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ARTIST (Laura Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/28/2012 - 14:16
Titolo Originale: The Artist
Paese: FRANCIA
Anno: 2011
Regia: Michel Hazanavicious
Sceneggiatura: Michel Hazanavicious
Produzione: La Pétite Reine/Studio 37/ La Classe Américaine/ JD Prod/ France3 Cinéma/ Jouror Production/ UFilms
Durata: 100
Interpreti: Jean Dujardin, Bérénice Béjo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller

Fine anni Venti, George Valentin è una star del cinema muto: avventuriero, spia, affascinante gentiluomo, sempre accompagnato dal fido cagnolino Uggie, ha conquistato i cuori delle platee americane e anche di Peppy Miller, una giovane fan con cui si scontra per caso. Uno scontro che sarà per lei l’inizio di una brillante carriera nel cinema, proprio quando, con l’avvento del sonoro, le fortune di George di capovolgono. Dopo un tentativo fallito con un’altra pellicola muta che, insieme alla crisi del Ventinove, ne prosciuga gli averi, George, abbandonato da tutti, cade nella depressione. Ma Peppy, ora una star, non ha dimenticato quell’uomo gentile che le ha dato la prima possibilità, ed è decisa a salvarlo a tutti i costi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una storia di caduta e redenzione attraverso l’amore, che è una di quelle che lasciano il cuore contento.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
The artist è un film che riporta lo spettatore a un’esperienza visiva apparentemente perduta: l’assenza dei dialoghi e del suono lo spinge a cercare nell' immagine in movimento, nella gestione dello spazio, gli indizi per cogliere quello che sta accadendo
Testo Breve:

The artist è  un film che riporta lo spettatore a un’esperienza visiva apparentemente perduta: l’assenza dei dialoghi e del suono lo spinge a cercare nell' immagine  in movimento, nella gestione dello spazio, gli indizi per cogliere quello che sta accadendo

 Se qualcuno, nel 2011, con le platee ormai da anni drogate dal 3D e dagli effetti speciali, avesse previsto che un film muto e in bianco e nero potesse avere successo oltre il ristretto ambito dei festival (già a Cannes lo straordinario interprete Jean Dujardin, un sorriso che letteralmente “buca lo schermo”, aveva vinto un premio per l’interpretazione) e della critica (il film si è aggiudicato vari premi al Golden Globes ed è un serissimo candidato per gli Oscar), sarebbe stato preso per matto.

Più o meno la reazione che molti dei divi del muto ebbero, probabilmente, di fronte ai primi esempi di “cinema parlato”, una rivoluzione tecnica che avrebbe cambiato per sempre l’industria cinematografica, ma anche il mostro modo di “guardare” le pellicole.

Sì, perché al di là di una storia semplice, sfacciatamente ottimista (ma non superficiale) e godibilissima come solo quelle di una volta sapevano essere (il film cita apertamente Cantando sotto la pioggia), The artist è anche un film che riporta lo spettatore a un’esperienza visiva apparentemente perduta e in realtà imperdibile: l’assenza dei dialoghi e del suono così come siamo abituati a fruirli al cinema, paradossalmente come accade a suoni e sapori per i ciechi, esalta l’atto stesso del vedere, libera lo spettatore e lo spinge a cercare nell’immagine in movimento, nell’inquadratura, nel particolare dello sfondo, nella gestione dello spazio, gli indizi per cogliere quello che sta accadendo. Insomma gli fa riscoprire molte di quelle cose cui spesso si dimentica di guardare e che per alcuni fanno del cinema muto il “vero” cinema; del resto, anche un maestro come Hitchcock diffidava dell’eccesso di fiducia nei dialoghi che faceva perdere l’essenza del cinema, la storia raccontata con “immagini in movimento”.

Con grande astuzia il regista Hazanavicius ha riservato a due attori bravissimi, ma relativamente sconosciuti, le due parti principali, regalando invece i volti memorabili di John Goodman e di James Cromwell al produttore Zimmer (trasparente trasposizione del grande Zukor, di cui cita anche il titolo di un memoir, “Il pubblico non ha mai torto”) e all’autista fedele.

Attraverso molti primi piani espressivi di questo grande cast, indizi disseminati ad arte nelle inquadrature (geniale quella del dialogo sulle scale tra George, ormai in declino, e Peppy, in vorticosa scalata verso il successo), un uso calcolatissimo dei pochi suoni presenti nel film, seguiamo una storia di caduta e redenzione attraverso l’amore, che è una di quelle che lasciano il cuore contento.

Il Valentin dell’inizio, la star incontrastata, mescola le debolezze dell’uomo di successo (un rapporto usurato e stanco con la moglie che lo accusa di “non parlarle”) con la generosità di chi è felice e spesso non si rende conto di quanto abbia da perdere. La Peppy Miller di Bérénice Béjo è un’adorabile stella in carriera senza un briciolo di falsità (se non per il neo di bellezza che George le disegna e che sarà la prima chiave del suo successo) e la sua testarda riconoscenza e l’amore per Valentin, accanto alla fedeltà del piccolo terrier e dell’autista, saranno la chiave del sospirato happy end.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY ARTE
Data Trasmissione: Domenica, 2. Dicembre 2018 - 21:15


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LE IDI DI MARZO (P. Braga)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/28/2012 - 13:31
Titolo Originale: The Ides of March
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: George Clooney
Sceneggiatura: George Clooney, Grant Heslov e Beau Willimon dalla pièce di Beau Willimon Farragut North
Produzione: SMOKE HOUSE, APPIAN WAY, CROSS CREEK PICTURES, EXCLUSIVE MEDIA GROUP, CRYSTAL CITY
Durata: 101
Interpreti: Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood

Ohio, primarie del Partito Democratico. Stephen Meyers (Gosling), consulente politico scafatissimo nonostante la giovane età, si spende nello staff elettorale del governatore Morris (Clooney). Finalmente, crede Stephen, un candidato all’altezza dei suoi ideali: far vincere Morris vorrà dire, per una volta, far vincere davvero la causa giusta. Stephen non può immaginare che la campagna verso il voto del 15 marzo (riferimento shakespeariano esplicitato nel titolo del film) ribalterà il suo senso della fedeltà alla causa democratica. Prima infatti, con l’avance di un collega a passare nello staff del candidato rivale, la scoperta che il governatore Morris non è così forte come sembrava. Poi, soprattutto, con la rivelazione di una stagista, la scoperta che Morris non è così irreprensibile come sembrava. In un gioco sporco in cui nessuno dei partecipanti esita a tradire, Stephen finirà per imparare un’amara lezione: la lealtà non esiste, la legge per cui il fine giustifica i mezzi non conosce eccezioni.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ci sono compromessi letali per la coscienza, che rendono infelici, anche nella vittoria.
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Una storia non bella di amori troppo facili e di gravidanze scomode
Giudizio Artistico 
 
Un thriller scritto bene e ancor meglio interpretato La sceneggiatura è ciò che rende questo film il migliore in circolazione sul rapporto tra politica e mass media.
Testo Breve:

Dire che la politica è l’arte del compromesso è oggi un eufemismo. Il film racconta la dissoluzione morale di un personaggio valente inghiottito in un mondo politico corrotto

 Oggi in modo particolare, dire che la politica è l’arte del compromesso è un eufemismo. Questo il messaggio di un thriller scritto bene e ancor meglio interpretato. George Clooney e Grant Heslov vi adattano per lo schermo un  copione teatrale firmato da Beau Willimon, che nel 2003 lavorò nello staff dell’allora candidato democratico alle primarie Howard Dean.

Come in Il Padrino – opera che Heslov dichiara di aver tenuto molto presente – la trama racconta la dissoluzione morale di un personaggio valente inghiottito in un mondo corrotto. Il finale tragico, per quanto duro, chiude il senso della vicenda in modo soddisfacente, non scontato. L’epilogo appaga perché, coerente con l’involuzione morale del protagonista, consegna allo spettatore un messaggio veritiero sull’importanza dei valori: ci sono compromessi letali per la coscienza, che rendono infelici, anche nella vittoria.   

Alcune forzature alla verosimiglianza. Su tutte, la stagista che, negli stessi giorni in cui è incinta del governatore e cerca i soldi per abortire, si diverte a portare a letto il protagonista: per quanto possano essere disinibite le diciottenni americane, una ragazza in quella condizione sarebbe probabilmente più presa dal suo dramma che dai piaceri dell’alcova. Date le idee liberal del personaggio e la parabola discendente che lo interessa, colpisce meno il fatto che Stephen, senza considerare alternative, si adoperi subito per aiutare la stagista ad abortire.

Nel complesso, tuttavia, il dramma tiene bene. Conta molto il cambiamento apportato sull’originale teatrale nella riscrittura per il cinema. A teatro il personaggio del governatore non è parte della vicenda: ad avere una relazione con la stessa stagista sono Stephen e il suo capo staff, cioè il personaggio interpretato nel film da Seymour Hoffman. Al cinema invece il triangolo fa sponda sul governatore, con conseguente, apprezzabile innalzamento della posta in palio. E la figura del candidato, che prima di rivelarsi nella sua negatività mostra tratti di leadership ideale, diventa decisiva ai fini della totale disillusione voluta dagli autori per il personaggio principale. Nel finale, infatti, il governatore, con prova di hybris , continuerà a sostenere una facciata encomiabile: ciò offrirà massimo approdo alla rovina interiore del protagonista che dell’ipocrisia del leader accetterà di essere complice e artefice. Proprio per questo, il senso di rovina interiore instillato nello spettatore sarà la risposta all’interrogativo morale che Clooney dichiara di aver voluto esplorare: “fin dove ci si può spingere a sostegno di una causa giusta? Fino a che punto si può appoggiare un politico che, pur contraddicendoli in segreto, è tuttavia il più utile ai fini degli ideali da promuovere?”.   

All’esperienza professionale dell’autore della pièce di partenza, ma anche alle ricerche fatte per realizzare K Street – una serie tv sui lobbisti di Washington che Clooney produsse qualche anno fa – Le idi di marzo deve la sua competenza sulla macchina elettorale Usa. Questa competenza è la chiave di dialoghi serrati, ruvidi e attendibili nel rendere mentalità e spregiudicatezza di chi lavora all’immagine dei politici, nonché dei giornalisti che la divulgano. 

È uno dei maggiori punti di forza della sceneggiatura. Ciò che rende questo film il migliore in circolazione sul rapporto tra politica e mass media.

 

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Mercoledì, 4. Ottobre 2017 - 23:50


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THIS MUST BE THE PLACE (Paolo Braga)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/25/2011 - 17:27
Titolo Originale: This must be the place
Paese: ITALIA, FRANCIA, IRLANDA
Anno: 2011
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino e Umberto Contarello
Produzione: Nicola Giuliano, Francesca Cima, Andrea Occhipinti, Michèle Petin, Laurent Petin, Ed Guiney, Andrew Lowe per Medusa Film/Indigo Film/Lucky Red/ARP Sélection/Element Pictures
Durata: 118
Interpreti: Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Judd Hirsch

Una ex rockstar scopre che il padre, ebreo reduce da un campo di concentramento, fino alla morte aveva dato la caccia all’ufficiale nazista che lo aveva umiliato durante la prigionia. Il cantante decide allora di continuare la ricerca, attraversando gli Stati Uniti. Sarà un viaggio che lo aiuterà a ritrovarsi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La ex rockstar nasconde però una pasta buona, infantile, naïf: come Forrest Gump, guarda il mondo con occhi vergini, ascolta tutti, soffre per chi soffre, aiuta il prossimo a curare le sue ferite esistenziali. Non per nulla, nel finale, Cheyenne è colui che sa descrivere, sia pure a modo suo, il volto di Dio.
Pubblico 
Adolescenti
una scena di sesso; turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Il film è barocco, generoso di immagini spiazzanti e di spunti disparati Come tale, è un film adattissimo a quei cineforum in cui ci si scervella sul senso dei simbolismi reconditi e delle inquadrature.

Dublino. Cheyenne, cinquantenne, vive schiavo del passato. Il rossetto, la cipria, l’esuberante chioma corvina, lo smalto sulle unghie… anche se non ha più l’età, l’uomo continua a truccarsi, ostentando la maschera da cantante maledetto dei giorni andati. Il tempo scorre in uno stato di accidiosa, catatonica alienazione. Non paiono scalfirla la compagnia della moglie, una donna di spirito che fa il pompiere, né quella di una giovane fan il cui fratello è scappato di casa, gettando lei e la madre nella depressione.

Sembra che il malessere della ex rockstar dipenda da un tragico evento che la trama più avanti rivelerà: anni prima, il suicidio di due ragazzi, ispirati dai  brani trasgressivi del cantante. Finché un fatto improvviso – la morte del padre, con cui il protagonista aveva troncato i rapporti fin dall’adolescenza –  porta tutto in una nuova direzione. Recatosi, infatti, a New York per le esequie del genitore, Cheyenne ne scopre l’ossessione vendicativa. Per darle soddisfazione, il cantante si addentra così nell’America più profonda, si imbatte in personaggi curiosi e in casi umani imparentati con il nazista latitante, alla fine fa la pace con la memoria del padre e con se stesso.    

“Il dolore non è la destinazione finale”. In questa battuta, pronunciata dalla giovane fan di Cheyenne, è il messaggio di un road movie alla Sorrentino. Film squilibrato nella struttura, sovraccarico, sovversivo del senso comune (sia pure con qualche cautela retorica, per non condannare la costosa coproduzione internazionale ad un pubblico troppo di nicchia).

Il protagonista è grottesco, borderline, disturbante, secondo lo stile del regista di L’amico di famiglia e Il divo. Cheyenne è un personaggio annoiato, sentenzioso, un uomo con una sviluppata componente femminile (oltre al trucco, la moglie pompiere cui l’ex cantante regala sesso da favola), intollerante (buca la confezione del latte nel carrello delle casalinghe benpensanti che al supermercato manifestano sconcerto per il suo look).

La ex rockstar nasconde però una pasta buona, infantile, naïf: come Forrest Gump, guarda il mondo con occhi vergini, ascolta tutti, soffre per chi soffre, aiuta il prossimo a curare le sue ferite esistenziali. Non per nulla, nel finale, Cheyenne è colui che sa descrivere, sia pure a modo suo, il volto di Dio.

Il film sta in piedi grazie a questi elementi positivi – piuttosto tradizionali –. La pellicola, infatti, sconta, soprattutto nella prima parte, un gusto eccessivo per la stranezza gratuita (ancora, ovviamente, la moglie pompiere, che su una parete della cucina ha messo la scritta “cucina”; lei che fa il tai chi; l’amico che si vanta di esser riuscito a fare l'amore con una donna nonostante questa avesse la gamba ingessata…). Anche mettendo sul conto che le rockstar di solito hanno uno stile di vita eccentrico e si accompagnano a persone eccentriche, l’impressione è che chi ha scritto il film fosse preoccupato di fare l’originale a tutti i costi.     

Gli autori dichiarano di essersi presi la libertà di articolare la storia in due atti, cosa rara al cinema. Bene. Però la trama si accende tardi. E, quando lo fa, sembra prendere una direzione non pertinente con quanto aveva raccontato fin lì. Prima, infatti, lo spettatore si fa l’idea che la storia sia quella di una celebrità nostalgica con delle colpe. Poi, dopo quaranta minuti, il pubblico realizza che, invece, la storia aveva solo preso la questione molto alla larga, essendo l’argomento del film un altro: un rapporto difficile tra padre e figlio.

Gli autori dichiarano anche di aver voluto metter dentro la pellicola tutto quello che a loro piaceva (la musica di David Byrne, il titolo del film ripreso da quello di una sua hit, i video clip, i ricordi dell’adolescenza…). Dicono di non amare i film che dall’inizio alla fine battono su un punto solo.

In effetti, This Must Be The Place è barocco, generoso di immagini spiazzanti e di spunti disparati (l’indiano che non dice una parola, il bufalo che si affaccia alla finestra, un pupazzo a forma di pagliaccio…). Come tale, è un film adattissimo a quei cineforum in cui ci si scervella sul senso dei simbolismi reconditi e delle inquadrature.

Posto sempre che un senso ci sia davvero.  

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL VILLAGGIO DI CARTONE (Claudio Siniscalchi)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/08/2011 - 17:42
Titolo Originale: IL VILLAGGIO DI CARTONE
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Produzione: Cinema Undici, Raicinema
Durata: 87
Interpreti: Michael Lonsdale, Rutger Hauer, Alessandro Haber

Un povero e vecchio parroco assiste impotente alla spoliazione degli arredi sacri della sua chiesa. I fedeli che un tempo gremivano lo spazio sacro sono svaniti. Quindi si chiudono i battenti. Il grande crocifisso posto in alto, al di sopra dell’altare, viene fatto scendere in terra, impacchettato e riposto in una cassa, da accatastare nel magazzino polveroso del passato. Ma nella chiesa spogliata dei sacri arredi trova immediatamente riparo un nutrito gruppo di clandestini, arrivati dopo un viaggio in mare periglioso e in transito verso la Francia. Inaspettatamente il vecchio sacerdote scopre il significato autentico del sacerdozio (fino ad ora mai provato), e apprende anche quanto il mondo sia diventato ingiusto e vigliacco, poiché scaglia leggi odiose, rifiuto, disprezzo e persecuzione contro i poveri fuggitivi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Olmi non ha dubbi: più delle fede può il bene e ha dichiarato «Non bisogna inginocchiarsi davanti al crocifisso, che è solo un simulacro di cartone, ma verso chi soffre come gli extracomunitari».
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
L’incipit è sconvolgente ma una premessa così forte avrebbe meritato bel altro svolgimento e conclusione e il film si trasforma in una sorta di teatro brechtiano, con il bene e il male separati con l’accetta

“Il villaggio di cartone” di Ermanno Olmi ha un’apertura lucida quanto inquietante, come il precedente film “Centochiodi” (2007).
Quest’ultimo prendeva avvio con la disturbante crocifissione dei preziosi volumi di una biblioteca gestita da un vecchio religioso. A metterli in croce era stato un giovane sacerdote molto moderno: fine intellettuale, ben vestito, curato nell’aspetto, auto sportiva, carta di credito. D’un tratto gettava nella spazzatura l’insieme della modernità, per mescolarsi con un drappello di poveri, accasatisi sul greto del fiume, in una baraccopoli autosufficiente, popolata da esseri felici, certo un po’ fuori moda nell’aspetto fisico ma perfetti in quello morale.
Ovviamente questa piccola porzione paradisiaca terrestre, era combattuta delle forze del maligno: il capitalismo selvaggio, che per bassi fini distrugge, se ne ha bisogno, anche del poco che garantisce la felicità. Il mai troppo rimpianto don Gianni Baget Bozzo assestò all’indirizzo di “Centochiodi” una delle sue micidiali stilettate, accusando Olmi di esprimere una visione religiosa gnostica.
Don Gianni si fermava ai libri inchiodati, scrutandovi, a ragione, una metafora gnostica. Così facendo però vedeva la polpa autentica di una sola metà della mela marcia, tralasciando di scrutare nell’altra metà. Olmi, con ritardo davvero imperdonabile, si faceva interprete (volontariamente o non poco importa) della «priorità dei poveri» che aveva dato vita alla «teologia della liberazione», alla quale anche don Gianni era stato attratto. Dai semplici ma puri di “Centochiodi” siamo così passati ai migrati derelitti dalla pelle scura di “Il villaggio di cartone”.

L’incipit, anche stavolta, è sconvolgente. Un povero e vecchio parroco assiste impotente alla spoliazione degli arredi sacri della sua chiesa. I fedeli che un tempo gremivano lo spazio sacro sono svaniti. Quindi si chiudono i battenti. Il grande crocifisso posto in alto, al di sopra dell’altare, viene fatto scendere in terra, impacchettato e riposto in una cassa, da accatastare nel magazzino polveroso del passato. La messa è davvero finita.
Sul vecchio sacerdote cala all’improvviso la disperazione. Avverte vivissima e bruciante l’approssimarsi della fine. Dolore, disperazione, impotenza. Splendida visualizzazione di una condizione temporale. Il tempo della desertificazione dello spazio religioso, che sta riempiendo di metastasi, almeno dalla seconda metà degli anni Sessanta del secolo passato, il corpo del cristianesimo occidentale.
Una premessa così forte avrebbe meritato bel altro svolgimento e conclusione. Nella chiesa spogliata dei sacri arredi trova immediatamente riparo un nutrito gruppo di clandestini, arrivati dopo un viaggio in mare periglioso e in transito verso la Francia. Inaspettatamente il vecchio sacerdote scopre il significato autentico del sacerdozio (fino ad ora mai provato), e apprende anche quanto il mondo sia diventato ingiusto e vigliacco, poiché scaglia leggi odiose, rifiuto, disprezzo e persecuzione contro i poveri fuggitivi.
Nelle ormai inutili mura di recinzione di una brutta chiesa di cemento, sorge il villaggio di cartoni. Da questo punto il film si trasforma in una sorta di teatro brechtiano, con il bene e il male separati con l’accetta. Fuori sono raffiche di mitra, elicotteri in volo, sirene spiegate, movimenti e luci di segugi armati e grida di aiuto. La Legge dei forti sta assediando i deboli al riparo nella casa di Dio. Anche fra i buoni c’è di tutto: prostitute dal cuore grande, fanatici della religione, kamikaze, saggi e colti, padri di famiglia, atei e devoti, sciacalli che approfittano delle debolezze dei propri fratelli. C’è chi ama l’intera umanità e chi invece ne disprezza una parte accusandola di avergli rubato il presente.
Il vecchio sacerdote è il solo a difendere il branco dei disperati. Lo ha persino tradito, come Caino, il vecchio sacrestano. I medici dell’ospedale sono delatori. Meglio rivolgersi allora al medico del luogo, scampato da bambino al campo di sterminio. Lui cura i bisognosi e non bada al colore della pelle o alla condizione di clandestinità.

Olmi non ha dubbi: più delle fede può il bene. Conclude il film una riflessione sulla necessità che gli uomini debbano cambiare il corso della Storia altrimenti sarà la Storia a cambiare gli uomini. Del film il cardinale Gianfranco Ravasi (amico e consulente di Olmi per il film insieme a Claudio Magris) ha detto: «È una forte ed emozionante parabola con una netta impronta umana e civile ma anche con iridescenze cristologiche (…) ogni film di Olmi e ogni sua ricerca sono simili a una spada di luce che trapassa l’epidermide della storia per coglierne la carne e scendere fino al midollo delle ossa» (“L’Osservatore Romano”, 24 luglio 2011).
E il regista ha dichiarato «Non bisogna inginocchiarsi davanti al crocifisso, che è solo un simulacro di cartone, ma verso chi soffre come gli extracomunitari». Nel suo film Olmi non si pone il problema di come mai il parroco abbia perso il gregge. Riduce una crisi epocale e drammatica - la secolarizzazione dell’Occidente cristiano - alla contingenza dei flussi migratori. Quando cinquant’anni fa le chiese cristiane (e non solo cattoliche) del Canada e dell’Inghilterra cominciavano a svuotarsi, la povertà nel frattempo stava scemando verticalmente (il meraviglioso boom economico) e l’immigrazione non esisteva.
La «teologia della liberazione», con la quale Joseph Ratzinger si scontrò, aveva lo scopo di scardinare la Chiesa come istituzione, per andare incontro alla realtà, scegliendo l’opzione dei poveri e degli ultimi, preferendo il bene alla fede, esattamente come il vecchio parroco, incarnazione di una visione della religione come pura immanenza terrena (i poveri, oggi sostituti da una nuova categoria sociologica, i migranti). La liberazione del mondo non può essere ridotta alla mera liberazione dalla povertà o dall’immigrazione: la vera liberazione è dal peccato. Anche il vecchio Olmi vuole scardinare l’istituzione ecclesiastica (custode della fede) per cercare la salvezza nella barca spezzata e alla deriva dei fuggitivi. Oggi alla deriva è la barca di Pietro. Pensandoci bene, in conclusione, don Gianni aveva ragione. L’ultimo cinema di Ermanno Olmi è gnostico. 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CARNAGE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 09/17/2011 - 11:40
Titolo Originale: CARNAGE
Paese: Francia, Germania, Polonia, Spagna
Anno: 2011
Regia: Roman Polanski
Sceneggiatura: Roman Polanski, Yasmina Reza
Produzione: CONSTANTIN FILM, SBS PRODUCTIONS, SPI POLAND
Durata: 79
Interpreti: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly

Due ragazzini si azzuffano in un giardino e i rispettivi genitori decidono di incontrarsi per appianare i rancori in modo civile. Ben presto, però, i quattro tireranno fuori le proprie contraddizioni più profonde fino alla massacrante resa dei conti, in cui ognuno si rivelerà per quello che è veramente...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il cinema cosmopolita di Roman Polansky ha ancora una volta il volto del relativismo e del nichilismo.
Pubblico 
Adolescenti
Un litigio fra quattro adulti scade in elevata violenza verbale
Giudizio Artistico 
 
È un film perfetto, di rara difficoltà stilistica. Molto bravi Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John Reilly
Testo Breve:

Due coppie di genitori si  incontrano per trovare un modo politically correct di riconciliarsi dopo che i loro figli si sono azzuffati. Non ci vuole molto perché calinio giù la maschera e l'incontro si trasformi in una carneficina verbale 

“Carnage” di Roman Polansky ha una doppia natura. Una superficiale e l’altra assai più complessa.
Partiamo dall’impressione immediata che se ne ricava durante la visione. È un film perfetto, di rara difficoltà stilistica, poiché girato integralmente in un appartamento. Ecco l’inizio della storia, mostrata da lontano, priva di parole. Vediamo un gruppo di ragazzini intenti a giocare. Poi due di loro cominciano a discutere, spintonandosi. All’improvviso uno dei due sferra un colpo con un bastone sul volto dell’altro, atterrandolo. Stacco. Ci troviamo in un elegante appartamento newyorkese, a Brooklyn. I genitori dell’aggressore si sono recati a casa dei genitori dell’aggredito per appianare, con civiltà e buona educazione, l’incresciosa situazione.
Il ragazzo colpito ha avuto un trauma, e rischia di perdere due denti. Ma in definitiva non è così grave. Le due famiglie sono benestanti. I padroni di casa Longstreet (Jodie Foster e John Reilly) vogliono più che altro un risarcimento morale, visto che i danni materiali sono coperti dall’assicurazione. Si sentono offesi dall’oltraggioso gesto. I genitori dell’aggressore, i Cowan, coppia economicamente e culturalmente più elevata (Kate Winslet e Christoph Waltz), sulla difensiva, cercano di venire incontro alle richieste della parte offesa
Si intuisce che non desideravano proprio avere quell’incontro.
Ma le regole della corretta convivenza, e soprattutto il sentirsi comunque responsabili del gesto sbagliato compiuto dal loro ragazzo, li ha spinti al gesto conciliante. Sarebbe stato meglio staccare un assegno, e chiuderla lì. Ma un atto così materiale avrebbe irritato non poco i Longstreet. Quindi obbligo di parlare, smussare gli angoli, prendere un caffè e un pezzo di torta, fingere cortesia. Questo teatrino del “politicamente corretto”, parola dopo parola, caffè dopo caffè, bicchiere di whiskey dopo bicchiere di whiskey, è destinato a saltare fragorosamente. Inizia così, lentamente e inesorabilmente, un gioco al massacro. Prende corpo la carneficina (nutrita di sole parole, scaricate come pallottole) del titolo.
Gli uomini sono quello che sono, anche se hanno case, auto, vestititi, status sociali, diversi dalla loro autentica natura. A rompere il clima non idilliaco, pur se cortese, dell’incontro, serviva un fatto banale. Ed arriva: la signora Cowan ha un improvviso quanto incontenibile conato di vomito, che finisce per depositarsi sul tavolo dove la signora Longstreet tiene alcuni bei libri d’arte, impiastricciandoli di residui maleodoranti. La bomba è esplosa, con precisione chirurgica (non solo narrativa, ma anche valoriale) e da quel momento l’incendio delle recriminazioni (sociali, sessuali, professionali, ideologiche, caratteriali) divampa.
Saltano maschere, buone maniere, abiti indossati per nascondere tormenti e debolezze, frustrazioni e insoddisfazioni.

Roman Polanski ha trasportato sullo schermo il testo teatrale della franco-iraniana Yasmine Reza, lasciando Parigi per rifugiarsi nella più adatta New York.  Se rimanessimo alla superficie estetica poco o nulla ci sarebbe da aggiungere. Del resto quando sulla scena ci sono attori come Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John Reilly (solo quest’ultimo non ha vinto ancora un premio Oscar, e per puro caso), e dietro la macchina da presa c’è Roman Polansky, è quasi impossibile sbagliare.

Dovremmo però rimanere alla superficie. Se invece scaviamo un po’ più a fondo, allora emerge in maniera limpida la vera natura del film. “Carnage” è il ritratto spietato di falsità, ipocrisia, corruzione, ferocia, della borghesia, ben nascosta a due passi da Manhattan.
È questa l’America? È così mal ridotto il sogno americano? Si tratta dell’ennesima incomprensione degli europei per l’America, cominciata nei primi due decenni del secolo passato, quando i francesi colti denunciavano il cancro americano. Il cancro ce l’avevano a casa (fascismo e comunismo) ma non lo vedevano. E il cancro oggi ha il volto del relativismo e del nichilismo, metastasi annidate da sempre nel cinema cosmopolita di Roman Polansky. 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CULT
Data Trasmissione: Domenica, 21. Ottobre 2012 - 21:10


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THE FIGHTER (Luisa Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/17/2011 - 08:20
Titolo Originale: THE FIGHTER
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: David O.Russell
Sceneggiatura: Scott Silver, Paul Tamasy, Eric Johnson
Produzione: Mark Wahlberg, Dorothy Aufiero, David Hoberman, Ryan Kavanaugh, Todd Lieberman e Paul Tamasy per Mandeville Films/Relativity Media/Closest To The Hole Productions
Durata: 118
Interpreti: Mark Wahlberg, Christian Bale, Melissa Leo, Amy Adams

Dicky Eklund è stato una promessa della boxe, ma si è perso nella droga e nella piccola criminalità finendo più volte in prigione. Anche il suo fratellastro Micky Ward è un pugile, ma nonostante il grande talento non riesce a sfondare, anche a causa delle scelte imprudenti della madre-manager Alice e dello stesso Dicky, che gli fa da allenatore. L’incontro con la barista Charlene spinge Micky a cambiare rotta e quando Dicky si inguaia nuovamente con la polizia per Micky è l’occasione di tagliare i ponti con il passato. Ma per affrontare l’incontro più importante della sua vita, quello per il titolo mondiale, Micky avrà bisogno anche della sua famiglia…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una pellicola capace di emozionare senza trionfalismi, di mettere in scena la miseria umana, ma anche la speranza del cambiamento attraverso la forza di legami affettivi che possono ferire, ma anche dare la forza di ricominciare.
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza e a contenuto sensuale, un accenno di nudo. Uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
The Fighter trova la sua ragion d’essere nell’equilibrio tra il racconto di un riscatto personale e l’affermazione, non priva di tormenti, della necessità di una ricomposizione familiare. Due premi oscar agli attori non protagonisti
Testo Breve:

Il pugile Micky Ward, con un percorso non proprio lineare, dalla depressa cittadina di Lowell arriva a combattere per il titolo mondiale riscattando con la sua vittoria una vita irta di ostacoli ed errori, personali e sul ring. Un bel film intenso sul valore di una famiglia l'unica che da una speranza di cambiamento attraverso la forza di legami affettivi che possono ferire, ma anche dare la forza di ricominciare.

Non è un caso se il film di David O.Russell (l’insolita pellicola di guerra Three Kings  è il pezzo forte del  suo curriculum) si è portato a casa entrambi i premi Oscar per gli attori non protagonisti (Christian Bale e Melissa Leo, tutti e due impressionanti nel ritrarre personaggi eccessivi e disfunzionali), considerato che nella stessa categoria era candidata anche Amy Adams.

L’aspetto più curioso della pellicola è infartti il rilievo che le figure “secondarie” hanno rispetto al teorico protagonista della storia, il pugile Micky Ward, che dalla depressa cittadina di Lowell, con un percorso non proprio lineare, arriva a combattere per il titolo mondiale, riscattando con la sua vittoria una vita irta di ostacoli ed errori, personali e sul ring, ma dando anche un senso all’influenza esercitata su di lui negli anni dal fratellastro, dalla madre, dalle sorelle e in una certa misura anche dalla nuova fidanzata Charlene.

La passività che è l’arma segreta di Micky sul ring (avvio lento, ma un gancio micidiale che sulla lunga distanza gli permette di arrivare al KO) più che di una strategia sembra il frutto di anni di convivenza con personalità molto più forti  e aggressive della sua, che il regista ritrae con impietosa efficacia.

Per lunga parte del film, infatti, in primo piano è la personalità ingombrante, tragica e a tratti comica, di Dicky, che non accetta il suo destino di perdente e continua a illudersi che il documentario che la HBO sta girando su di lui sia dedicato ad un suo improbabile ritorno sul ring, mentre è destinato ad esporre la sua dipendenza dalla droga.

Un film nel film che esalta l’approccio quasi documentaristico della regia di Russell, che si sofferma sugli sproloqui di Dicky così come sui silenzi pensosi di Micky, passando per le sparate ricattatorie di Alice e lo sguardo ferito, ma determinato di Charlene, componendo un affresco di periferia che sa di verità nel ritrarre una fetta di società americana sospesa tra miseria e successo, ben rappresentata dalla cittadina di Lowell, ex polo industriale in declino.

Non è un caso nemmeno se lo snodo fondamentale della pellicola arriva quando ognuno dei protagonisti è costretto a guardare, dal proprio particolare punto di vista, il documentario su Dicky, confrontandosi in modo più o meno onesto con le proprie scelte prima di poter fare il passo successivo.

Senza rinunciare ai topoi dei racconti cinematografici di boxe (allenamenti nella palestra e per le strade, pesate, confronti a distanza con l’avversario e conferenze stampa), The Fighter trova la sua ragion d’essere nell’equilibrio tra il racconto di un riscatto personale e l’affermazione, non priva di tormenti, della necessità di una ricomposizione familiare.

Micky, che fin quasi alla fine appare trascinato nelle sue decisioni da chi lo circonda, riesce infatti alla fine a costringere tutti quelli che gli vogliono bene (a prescindere dai loro errori e dai loro limiti) a stringersi intorno a lui, accettando una convivenza magari non pacifica, ma civile, contribuendo ognuno a sostenerlo nella sua “impossibile” impresa.

Ed è forse più questa la vittoria che conta (in un finale che forse qualcuno definirebbe conciliatorio, ma che invece per una volta corrisponde solo alla realtà dei fatti…), più ancora di quella sul ring, dove la violenza della “nobile arte”  è resa con implicabile crudezza.

I volti dei veri Dicky e Micky, straordinariamente corrispondenti non tanto nei tratti quanto nell’atteggiamento alla loro versione “di finzione”, sono l’appropriato sigillo a una pellicola capace di emozionare senza trionfalismi, di mettere in scena la miseria umana, ma anche la speranza del cambiamento attraverso la forza di legami affettivi che possono ferire, ma anche dare la forza di ricominciare.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Lunedì, 19. Giugno 2017 - 21:00


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