Drammatico

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LA RAGAZZA SENZA NOME

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/26/2016 - 11:48
 
Titolo Originale: La fille inconnue
Paese: Belgio, Francia
Anno: 2016
Regia: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Sceneggiatura: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Produzione: LES FILMS DU FLEUVE, ARCHIPEL 35, SAVAGE FILM, FRANCE 2 CINÉMA, VOO, BE TV, RTBF
Durata: 113
Interpreti: Adèle Haenel, Olivier Bonnaud, Jérémie Renier

Jenny è una giovane dottoressa, medico di base in una banlieu di Liegi. Una sera sente suonare al campanello del suo ambulatorio ma è ormai troppo tardi e Jenny decide di non aprire. Il giorno dopo il locale commissariato di polizia le chiede le registrazioni della videocamera di sorveglianza posta davanti al suo ingresso. Jenny scopre così che quella donna che aveva suonato alla sua porta è stata trovata uccisa. La ragazza sente il rimorso di non averle aperto e siccome nessuno ha riconosciuto quella donna, decide di intraprendere un’indagine per riuscire a scoprire come si chiamava e poterle dare degna sepoltura…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film non si appella alle emozioni, ai sentimenti, ma esalta il valore dei principi assoluti che sono comuni a tutti gli esseri umani la solidarietà reciproca e il diritto a una degna sepoltura
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il tema affrontato non è adatto ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
I fratelli Dardenne realizzano un film riuscito solo in parte, perché si sono avventurati in un filone (quello dell’indagine poliziesca) che non è nelle loro corde e il personaggio della protagonista Jasmine è (forse volutamente) incompiuto.
Testo Breve:

Un nuovo film dei fratelli Dardenne poco riuscito nella forma narrativa ma di grande significato etico perché manifesta l’esistenza di principi assoluti che accomunano tutti  gli esseri umani

La protagonista assoluta del film è la giovane dottoressa Jenny. Nel suo ambulatorio si prende cura con dolcezza femminile e dedizione professionale a tutte le persone (per lo più povere) che hanno chiesto il suo aiuto. Ausculta, pratica iniezioni, pulisce con cura orribili ferite ulcerose. La vediamo applicare una garza a un piede piagato dal diabete e poi infilare di nuovo i calzini sporchi e bucati a un vecchio clochard, quasi espressione-di quella che potrebbe essere la misericordia cristiana ma che è dedizione totale alla sua missione laica di medico.  Il suo cellulare resta acceso giorno e notte. Più volte, anche quando si trova già a letto la vediamo alzarsi per raggiungere chi ha bisogno urgente di lei. Trascura la sua femminilità (dispone solo di due maglioni uno rosso e uno blu e per uscire indossa sempre lo stesso giaccone di lana). Nelle sue viste a domicilio accetta cortesemente chi le offre da mangiare oppure le regala un panettone ma “bisogna sempre mantenere un certo distacco professionale”, spiega Jenny al suo giovane borsista, perché è il modo più sicuro per esercitare al meglio la loro professione. Con la stessa fermezza rifiuta di firmare un certificato di malattia falso a un ragazzo che voleva solo assentarsi dal lavoro.

Il personaggio di Jenny costituisce la ricchezza ma anche il limite di questo film dei fratelli Dardenne. Di questa ragazza, al di là del contesto lavorativo, non sappiamo null’altro. Ha un ragazzo? Telefona qualche volte ai genitori? Esce con amici o amiche e si concede qualche risata di gusto? Nulla di tutto questo. Ciò determina un certo distacco fra il personaggio e il pubblico e quando il film sviluppa il tema più interessante, l’impegno di Jasmine di dare la dignità di un nome e una tomba a quella donna immigrata che per tanti non ha contato nulla, la tensione etica che ci vuole trasferire resta in qualche modo attenuata, perché ci proviene da una persona talmente perfetta (una sorta di santa laica) che non scatena in noi quell’emozione empatica che si innesca quando ci troviamo di fronte a una persona simile a noi.

Il tema affrontato nel film è quello del rimorso generato da una colpa e della difficoltà ad riconoscerla come tale a se stessi ancor prima che agli altri.

Il primo rimorso è quello di Jenny, che sa che in quella fatidica notte non aprì la porta non perché da sola non lo avrebbe fatto, ma per dare un esempio di freddezza professionale al suo borsista. C’è il rimorso di un ragazzo che non riesce a confessare qualcosa di terribile che aveva visto, quello dell’assassino che si era fatto prendere dall’ira e della sorella della ragazza uccisa, che, quando aveva saputo che era scomparsa, aveva provato nel suo intimo un senso di sollievo, perché la considerava una rivale in amore.

Sono tutte persone che hanno la convenienza a tenersi dentro le loro colpe ma allora perché confidarsi con un’estranea, con Jenny ? Alla fine si sentono interpellate dalla purezza d’intenzione di chi chiede loro solo un nome e da chi fa loro ricordare la nostra appartenenza alla comune famiglia umana e l’indecenza che qualcuno di noi possa morire come sconosciuto, senza l’affetto dei propri familiari. Ci sono dei principi (in questo film forse più kantiani che cristiani) che testimoniano che abbiamo un destino in comune e che non possono esser disattesi.

Questo film si può considerare, da un punto di vista artistico, il meno riuscito dei fratelli Dardenne, sia per la staticità espressiva della protagonista sia perché si sono avventurati in un nuovo filone, quello del giallo (la verità viene a galla progressivamente, per indizi successivi) che non è nelle corde dei due autori.

Per converso è originalissimo perché non si appella al sentimento, alla commozione, secondo le mode correnti, ma alla forza di principi assoluti. Jenny non conosce la donna uccisa, non sa neanche il suo nome ma quella donna è entrata per un secondo, suonando all’ambulatorio, dentro la sua vita e da quel momento si sente in dovere di cercare di sapere chi era per darle una tomba con una lapide. Jenny ricorda un po’ il John May del film Still life , anch’egli un solitario,  impiegato del comune di Londra che si occupa di dare degna sepoltura e ritrovare i parenti di chi è morto in completa solitudine. In quel caso però si trattava di un uomo pacifico, amante dei dettagli, che faceva il suo lavoro finché glielo lasciavano fare. Jasmine è più indomita: ha individuato ciò che è giusto e va avanti anche in situazioni di pericolo per il semplice motivo che è giusto comportarsi in quel modo. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAFE' SOCIETY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/27/2016 - 11:51
Titolo Originale: Café Society
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: GRAVIER PRODUCTIONS
Durata: 96
Interpreti: Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Jeannie Berlin, Steve Carell

New York, anni trenta.  I Dorfman sono una numerosa famiglia ebrea che vive nel Bronx. Hanno uno zio, Phil, che si è trasferito a Hollywood e ha avuto successo come produttore. Suo nipote Bobby, non trovando molte opportunità a New York (se non quelle che gli offre il fratello Ben, legato alla malavita) decide di trasferirsi in California. Lo zio inizia a dargli qualche lavoretto e prega la sua segretaria, Vonnie, di fargli conoscere la città. I due giovani iniziano a frequentarsi e fra loro sboccia l’amore. In realtà Vonnie è combattuta perché da un anno è l’amante segreta dello zio Phil, che sembra deciso a lasciare la moglie per vivere con lei…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nella Cafè Society tratteggiata da Woody Allen si divorzia spesso e le porte restano sempre aperte a nuovi innamoramenti
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza criminale, anche se non vengono mostrati dettagli, possono non essere indicate ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Woody conferma il suo stile inconfondibile, fatto di eleganza e di dialoghi arguti e ironici ma in questo caso non sono stati posti al servizio di una storia appassionante
Testo Breve:

Un racconto fra Hollywood e New York, fra nostalgia e tradimenti. Un Woody Allen gradevole ma che non riesce ad appassionare

“Leonard (lo zio intellettuale marxista) dice che l’intensità della vita consiste in questo: non solo dobbiamo accogliere la sua mancanza di significato ma celebrare la vita proprio perché non ha significato”.
La mamma dice sempre: “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo e un giorno ci azzeccherai”
Alla morte del fratello-gangster, la madre commenta: “prima un omicida e  ora  mi diventa anche cristiano. Che cosa ho fatto per meritare questo? Non so quale è peggio”.
Anche il padre è scontento. “Quando morirò protesterò per bene: è tutta la vita che prego e prego e non c’è mai una risposta. E’ un peccato che la religione ebraica non abbia un aldilà: sai quanti clienti in più avrebbe”

Sono queste le (in fondo poche) battute dove Woody non perde occasione di filosofeggiare sul senso della vita e lanciare frecciate alla religione ebraica. Per il resto il film è un compendio di quanto ci si può aspettare da questo autore, che pur fra tanti film belli e brutti (con questo film ci troviamo a metà strada) resta un professionista di prim’ordine.

Questo Cafè society esprime pienamente Woody: la cronica impossibilità di rinunciare all’eleganza e alla bellezza; i dialoghi ben costruiti e sottilmente ironici; una ricostruzione meticolosa e carica di nostalgia del bel tempo che fu (in questo caso gli anni ’30, valorizzati dalla fotografia di Giuseppe Storaro); la passione per il jazz e tanti amori scombinati dove il tradimento è sempre dietro l’angolo.

Il problema del film è proprio questo: c’è un po’ troppo di tutto e con poca anima.

Cerca di ricostruire i favolosi anni trenta di Hollywood citando famosi attori e registi dell’epoca e facendoci stupire con le loro lussuose ville, ma siamo lontani dalla ricostruzione degli umori, dei pensieri delle speranze della Parigi dei tempi di Hemingway di Midnight in Paris.

Gli amori e le crisi coniugali sono sempre presenti nei suoi film ma in questo caso (Phil deve decidere se abbandonare la moglie e i figli per sposare la più giovane Vonnie)  chi deve scegliere la via del tradimento non sembra essere particolarmente angosciato. Diverso è stato il caso di Blue Jasmine dove veniva ricostruita ogni piega del dramma di una donna lasciata dal marito.

Nonostante l’innegabile piacevolezza del racconto, il film ha una struttura complessa: si svolge nell’arco di più anni fra Los Angeles e New York con molti personaggi per esprimere, alla fine,  un unico sentimento: la nostalgia struggente di ciò che non è stato detto e di ciò che non è stato fatto e l’incapacità di saper convivere con le decisioni prese. Se prima avevamo detto che questo film appare un compendio di tutto Woody, dobbiamo sottolineare un’eccezione: il regista ha sempre avuto un tocco particolare nel dirigere le donne (Cate Blanchett ha vinto l’Oscar mentre Penelope Cruz  si è meritata una Nomination grazie a Woody) ma questa volta il personaggio di Vonnie, interpretato da Kristen Stewart appare un po’ sbiadito. Ma forse non è solo colpa del regista…

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ESTATE ADDOSSO (Vania Amitrano)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/14/2016 - 19:17
Titolo Originale: L'estate addosso
Paese: ITALIA, USA
Anno: 2016
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Dale Nall
Produzione: INDIANA PRODUCTION, CON RAI CINEMA
Durata: 103
Interpreti: Brando Pacitto; Matilda Lutz; Taylor Frey; Joseph Haro

Marco e Maria sono due diciottenni, hanno appena terminato gli studi superiori e prima di scegliere cosa fare del proprio futuro decidono di intraprendere un viaggio negli USA. Nonostante abbiano due caratteri completamente diversi, i due si ritrovano a vivere questa particolare esperienza insieme ospiti in casa di Matt e Paul a San Francisco. I quattro giovani diventeranno grandi amici

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film mescola in modo ambiguo e non sempre coerente sentimenti ed emozioni in cui l’aspetto della sessualità sembra dominare su tutto. Il film racconta la storia di una "conversione": dall'atteggiamento avverso alle unioni omosessuali della protagonista, perché repressa e bigotta (e quindi antipatica), passa in seguito a riconoscerne la piena validità ( trasformandosi in ragazza allegra e simpatica)
Pubblico 
Maggiorenni
Le molte allusioni al sesso, il giudizio di equivalenza fra relazioni omo ed eterosessuali, rendono la visione del film adatta ad un pubblico di adulti
Giudizio Artistico 
 
Ottima l’inconfondibile regia di Muccino che riesce a rendere avvincente anche una storia fin troppo articolata e sviluppata in una sceneggiatura in cui molti dei passaggi narrativi restano ingiustificati. Buona la recitazione soprattutto della giovane protagonista femminile Matilda Lutz
Testo Breve:

Nella fatidica estate che chiude il tempo della scuola e non apre ancora quello del lavoro o dell’università, quattro ragazzi vanno negli Stati Uniti. Buona la regia ma la sceneggiatura resta alla superfice delle emozioni provate

L’intenzione sembrava proprio quella di rappresentare le grandi, intense e importanti emozioni dell’età adolescenziale, ma nell’attesissimo nuovo lungometraggio di Gabriele Muccino, L’estate addosso, qualcosa non convince. Presentato alla 73. Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica nella sezione Cinema nel Giardino, L’estate addosso racconta lo straordinario viaggio negli USA di due adolescenti appena terminate le scuole superiori.

Marco ha 18 anni e non ha idea di che strada intraprendere nella vita, se proseguire gli studi o affrontare il mondo del lavoro. Maria è una sua compagna di scuola, anche lei si è appena diplomata; Marco la detesta, la considera pedante e conservatrice, ma suo malgrado un amico comune li invita a partire insieme per San Francisco, dove saranno ospiti di Matt e Paul. I due ragazzi americani sono una coppia e si portano dietro le difficoltà di essere cresciuti a New Orleans, in un ambiente profondamente omofobico. Nonostante l’iniziale diffidenza, i quattro finiscono col diventare grandi amici e intraprendono un viaggio on the road fino a Cuba.

Il regista romano propone un film che è tutta una nostalgica esaltazione dell’età adolescenziale. Ne L’estate addosso però colpiscono le numerose fragilità nella sceneggiatura. Prima fra tutte la repentina e spesso ingiustificata, al livello narrativo, trasformazione dei personaggi che cambiano da un giorno ad un altro senza che vi sia una reale evidente evoluzione. Maria ad esempio una sera si addormenta conservatrice e pudica, scandalizzata dall'unione omosesuale di due dei suoi due compagni di viaggio, per svegliarsi il giorno successivo completamente all’opposto, disinibita e aperta ad ogni nuova esperienza,  inclusa quella fra i due ragazzi.

Lascia assai perplessi, da un punto di vista drammaturgico, anche l’improvvisa quanto sconfinata simpatia che sorge quasi dal nulla tra i quattro protagonisti, che sconvolge le vite di tutti e che sembra avere comunque sempre un suo fondamento nell’attrazione sessuale anche promiscua.

Muccino confeziona una storia con un’ottima regia e che potrebbe puntare ad essere un eccitante racconto di formazione, ma in realtà si ferma al puro piano descrittivo e lascia buona parte dei passaggi narrativi privi di una comprensibile motivazione. Il piano dei sentimenti, delle emozioni e delle pulsioni sessuali si confondo e nessuna delle esperienze fatte dai personaggi viene mai davvero esplorata da un punto di vista interiore. “Ci sono estati che si portano addosso per sempre. Questa è la storia di una di quelle” commenta Marco nel film. Eppure tutto ne L’estate addosso rimane un semplice divertimento, l’eccitante scoperta ed esperienza di emozioni confuse che però non portano ad una reale crescita o evoluzione nei personaggi

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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I MIEI GIORNI PIU' BELLI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/23/2016 - 17:31
Titolo Originale: Trois souvenirs de ma jeunesse
Paese: FRANCIA
Anno: 2015
Regia: Arnaud Desplechin
Sceneggiatura: Arnaud Desplechin, Julie Peyr
Produzione: Altri titoli Nos Arcadies Durata 120' Colore C Genere DRAMMATICO Specifiche tecniche SCOPE (1:2.35) Produzione WHY NOT PRODUCTIONS, FRANCE 2 CINÉMA
Durata: 120
Interpreti: Quentin Dolmaire, Lou Roy-Lecollinet, Mathieu Amalric

Paul Daedalus è un antropologo francese; vive da anni nel Tagikistan, ma si accorge che è ormai tempo di tornare in patria. Sbarcato all’aeroporto di Parigi, viene fermato dalla polizia, sospettato di essere una spia. Il malinteso viene presto scoperto: si tratta di un caso di omonimia di cui Paul conosce bene le cause. Quand’era un giovane studente liceale aveva fatto una gita scolastica in Russia ai tempi della guerra fredda e aveva ceduto il suo passaporto a un giovane ebreo che voleva emigrare. Questo problema di identità spinge Paul a meditare su chi veramente sia lui stesso e inizia a ricordare alcuni episodi dell’infanzia e della giovinezza….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sostanziale sfiducia nel valore della vita familiare. Un amore prevalentemente egoistico che non matura a livello di progetto di vita in comune
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene sensuali con nudità femminili
Giudizio Artistico 
 
Il film trova la sua parte più compiuta e partecipata nel racconto d’amore fra i giovani Paul ed Esther mentre gli altri capitoli appaiono di puro sostegno alla prima. Premio SACD alla 47ma Quizaine des Réalizateurs (Cannes 2015).
Testo Breve:

Un antropologo francese racconta l’intenso ma infelice amore coltivato nell’adolescenza. Un film intenso ma più intellettuale che realistico.

Non sono pochi gli autori del cinema che ritengono appropriato, per presentare un personaggio nella sua completezza, mostrarlo nelle varie fasi della sua vita.

L’esempio più famoso ci viene dagli Stati Uniti: quello di Richard Linklater che con il suo Boyhood  ha raccontato la vita di un ragazzo dai sei anni fino all’adolescenza o ancor più con la  trilogia di una coppia (interpretata dagli stessi attori) che si incontra ogni dieci anni (Prima dell’alba -1995, Prima del tramonto-2004,  Before Midnight-2013).

Ora Arnaud Desplechin usa il pretesto (un po’ forzato) del fermo del protagonista da parte della Sicurezza Francese per raccontarci tre episodi della sua vita: quand’era bambino, poi durante l’adolescenza (in particolare la sua gita scolastica in Russia) e infine, da universitario, il capitolo più sviluppato: l’amore fra lui per Esther.

Il primo episodio è sicuramente sgradevole: Paul appare come un ragazzo violento che punta il coltello anche a sua madre o che distrugge, invidioso, la bicicletta di un compagno. Anche nel seguito del film ci sono altri episodi di dispute vivaci fra dei genitori e i loro figli, senza possibilità di riconciliazione. Sono probabilmente segni che il regista ha voluto lasciare per manifestarci la sua totale avversione a una normalità, quella familiare,  che imprigiona e che impedisce a un ragazzo di concentrarsi sull’esclusiva e irripetibile realizzazione di se stesso.

Nell’episodio successivo, si instaura per prima, fra Paul ed Esther,  una complice amicizia (Esther sta, ai tempi del liceo, con un altro ragazzo) ma poi, diventati giovani-adulti, scoppia fra loro un’intensa passione, fatta di incontri veloci (lui frequenta l’università di Parigi mentre lei è rimasta nella loro nativa Rubaix), di solenni dichiarazioni di appartenenza reciproca  ma anche di tradimenti e, alla fine, dopo anni vissuti a distanza, l’abbandono definitivo da parte di lei.

Il Paul adulto, non ha mai dimenticato quegli anni e quella passione non ha perso d’intensità, anzi è proprio quel sentimento così esclusivo ma ormai definitivamente melanconico, che lo fa ancora sentire vivo.

Il film manifesta alcune caratteristiche che lo qualificano chiaramente come un film francese: innanzitutto l’amore per l’affabulazione (Paul ed Esther si scambiano continuamente delle lettere che loro leggono rivolti verso lo schermo, con un frasario ricercato con il quale cercano di esprimere la loro passione assieme ai dubbi, e alle sofferenze per la distanza che li separa). Ma anche l’amore per l’arte (in quale film italiano due giovani si incontrano in una pinacoteca per commentare criticamente un capolavoro del ‘700?).

L’ epilogo del racconto risulta un conseguenza logica delle premesse. La priorità che ha sempre posto Paul nel realizzare se stesso nel suo lavoro (viaggia moltissimo come antropologo), il rifiuto di qualsiasi progetto familiare finiscono per raggelare una storia d’amore che è rimane ferma ai sospiri adolescenziali e alla passione puramente sensuale, senza che si sia potuta diventare la realtà di un progetto di vita in comune.

C’è in questa storia un eccesso di intellettualismo, una forzatura nel racconto,  che sembra costruito apposta per trascinare l’amore verso un incompiuto, esasperato  sentimento. Come rendere cieco un usignolo perché canti meglio. Per contrasto, appaiono molto più reali le tante storie dei giovani innamorati dei film di Eric Rohmer (innamorati si, ma anche con la testa sulle spalle).

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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DOBBIAMO PARLARE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/17/2015 - 18:47
Titolo Originale: Dobbiamo parlare
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Sergio Rubini
Sceneggiatura: Carla Cavalluzzi, Diego De Silva, Sergio Rubini
Produzione: Palomar, Nuovo Teatro, Rai Cinema
Durata: 98
Interpreti: Fabrizio Bentivoglio, Maria Pia Calzone, Isabella Ragonese, Sergio Rubini

Una sera, nell’attico nel pieno centro di Roma in cui convivono Vanni, cinquantenne scrittore di successo, e Linda, giovane ghost writer, mentre i due si preparano ad uscire, irrompe Costanza. Costanza è una dermatologa, amica di Linda, sposata in seconde nozze con Alfredo, chirurgo romano di successo, ed ha appena scoperto di essere stata tradita dal marito. Nel corso della serata si aggiunge pure Alfredo, anche lui amico di Linda e Vanni. I quattro trascorrono insieme nel salotto di casa una lunga nottata in cui si alternano liti e conversazioni più amene, discussioni accese e momenti divertenti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
All’apparenza il film sembrerebbe voler affrontare il tema della famiglia e del matrimonio, ma in realtà si tratta di 4 persone singole che non riescono a trovare la generosità per uscire da se stessi e stanno assieme solo per convenienza personale. Il matrimonio è visto come “contratto” finché c’è beneficio. L’amore, inteso come donazione di se stessi all’altro, non c’è, come non c’è fusione in un organismo superiore che è la famiglia.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa dei dialoghi che spesso rimandano a situazioni complesse e difficili da comprendere, con un linguaggio a volte un po’ triviale, il film è più adatto ad un pubblico adulto
Giudizio Artistico 
 
Più che un film una pièce teatrale per il grande schermo, un progetto in cui convergono teatro, letteratura e cinema.
Testo Breve:

Da un'opera teatrale, i litigi in una stessa stanza di due coppie. Ottima interpretazione di tutti ma invece di amore c'è solo la ricerca individuale del proprio tornconto

La storia è semplice e si sviluppa, proprio come potrebbe accadere per una commedia teatrale, in un arco di tempo assai limitato, dalla sera alla mattina, in un unico ambiente, l’attico in cui Vanni (Sergio Rubini), scrittore affermato, convive con la sua compagna Linda (Isabella Ragonesi), di 20 anni più giovane, che lo aiuta nel comporre i suoi romanzi. I loro programmi per la serata vengono prepotentemente interrotti dall’arrivo di Costanza (Maria Pia Calzone), dermatologa e amica di Elisa, che cerca conforto dopo aver scoperto la relazione extraconiugale di Alfredo (Fabrizio Bentivoglio), suo marito, chirurgo romano di successo. La vicenda a questo punto procede per ellissi, tra il comico e il drammatico, proponendo uno spaccato della società che si muove tra il mondo della piccola borghesia e quello radical chic. I quattro cominciano a parlare tra loro, di loro e delle relazioni che li legano. Recriminazioni, offese, accuse e tradimenti reciproci, ma anche improvvise complicità frutto di un’intima frequentazione, cominciano a saltare fuori alternando momenti dolorosi a situazioni piacevoli e divertenti.

Sergio Rubini, che in questo film fa da attore, regista e sceneggiatore, dimostra di sapersi muovere con disinvoltura dal teatro al cinema. La sua idea per questo progetto era di mostrare la forza delle parole, tanto di quelle dette quanto di quelle non dette, e per farlo ha chiesto l’aiuto a due scrittori veri, Diego De Silva e Carla Cavallucci. Il risultato, dal punto di vista dell’intrattenimento, è abbastanza divertente e coinvolgente ma in quanto a contenuti e valori sui temi scelti, matrimonio, convivenza e famiglia, manca di ordine.

L’alternanza tra serio e faceto della sceneggiatura è ben riuscita, raramente i dialoghi risultano pesanti. Tuttavia il tema irrinunciabile della felicità e dell’amore sono affrontati da una prospettiva tristemente individualista. Da un lato c’è il matrimonio di Alfredo e Costanza visto quasi come un accordo, una sorta di alleanza fatta di compromessi, a volte anche dolorosi, ma funzionali ad un equilibrio che offre reciproca convenienza, sia da un punto di vista materiale che umano. Dall’altro c’è la convivenza di Linda e Vanni, tutta fondata su sentimenti ed emozioni, sui quali però non è possibile investire e lo dimostra anche il fatto che, mentre lei non desidera avere figli, lui non riesce a tagliare definitivamente con il suo precedente matrimonio.

L’appartamento in cui la storia si sviluppa finisce col diventare una sorta di campo di battaglia in cui restano solo i vinti, vittime di un amore percepito come un affetto problematico e non come una straordinaria sfida da intraprendere per la vita.

In questa prospettiva un po’ drammatica e triste, fatta di equilibri affettivi precari e legami instabili fondati sulla convenienza, il “parlare” diventa addirittura rischioso, perché fondamentalmente significa rivelare a se stessi e all’altro il proprio egoismo, la propria chiusura, e fare i conti prima di tutto con la propria incapacità di volersi donare in modo disinteressato. Così in definitiva anche il discorso del film non si chiude davvero e il titolo potrebbe tranquillamente trasformarsi in una amara domanda: Dobbiamo parlare?

"Dobbiamo parlare" è indubbiamente un'opera strana: sembra che parli di famiglia e di matrimonio, invece non ne parla affatto. In realtà si tratta della triste storia di quattro persone che non hanno la generosità di uscire da se stessi. Solo il personaggio di Rubini pare orientato alla conciliazione e alla pace, ma manca del coraggio delle decisioni. Sono delle finte coppie, perché sono 4 singoli che cercano i propri interessi e stanno assieme solo per una momentanea convenienza personale. L’amore non è percepito come un’occasione di fusione tra due persone che si scelgono e si uniscono per creare un organismo superiore quale è la famiglia. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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LIFE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/07/2015 - 20:07
Titolo Originale: Life
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2015
Regia: Anton Corbijn
Sceneggiatura: Luke Davies
Produzione: SEE-SAW FILMS, FIRST GENERATION FILMS, BARRY FILMS PRODUCTION
Durata: 111
Interpreti: Robert Pattinson, Dane DeHaan, Alessandra Mastronardi, Ben Kingsley

Los Angeles, 1955. James Dean ha appena finito di girare La valle dell’Eden e spera di venir accettato dalla Warner Bros come protagonista di Gioventù Bruciata. Durante un party conosce il fotografo Dennis Stock, allora di 26 anni, che vivacchia facendo foto di divi per varie riviste. Fa conoscenza con Jimmy- James e intuisce l’importanza di un servizio fotografico che faccia conoscere questo giovane attore, potenziale icona per le nuove generazioni. Promette il servizio alla rivista Life e si reca a New York per cercare Jimmy. Fra i due si stabilisce una sincera amicizia ma Jimmy continua ad essere restio all’ipotesi di un servizio fotografico…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un fotografo troppo legato alla sua professione, finisce per trascurare il figlio, lasciato alla custodia della sua ex-moglie.
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di incontro sessuale, una scena di nudo femminile prolungata
Giudizio Artistico 
 
Buona la ricostruzione della Los Angeles e di New York degli anni ’50, ma la regia opta per uno sviluppo lento, privo di stimoli, mentre la recitazione dei due protagonisti non è convincente
Testo Breve:

Le vite di due giovani in cerca del loro futuro, l’attore James Dean e il fotografo Dennis Stock, si incrociano per un breve periodo per un servizio fotografico che contribuì a costituire il mito di Dean. Una bella storia raccontata in un modo poco convincente

Il film ricostruisce in modo impeccabile l’efficiente macchina promozionale degli Studios hollywoodiani,  impersonata dall’inflessibile  Jack Warner e  lo scintillio divistico delle anteprime dei film, quando ancora la televisione non costituiva una seria minaccia.

Allo stesso modo ci fa conoscere la  New York intellettuale degli anni ’50, ,fatta di teatri e di jazz club, di notti che non finiscono mai fra bevute e stupefacenti.

In questo mondo bipolare si muovono i due protagonisti, James Dean, ancora al suo primo film e il fotografo alle prime armi Dennis Stock.  Il regista Anton Corbijn ricostruisce con il puntiglio dello storico, quasi ora per ora, il loro progressivo conoscersi che si conclude con un soggiorno nel paese natio di James, nello stato dell’Indiana. Si tratta di poche giornate ma che sono state tutte tracciate dalle fotografie di Dennis Stock, che furono pubblicate sulla rivista Life. Le ambizioni del regista erano particolarmente interessanti: riuscire a ricostruire la genesi dell’icona  James Dean, grazie all’incontro fra l’attore e un fotografo che ne aveva intuito la forza mediatica in un‘America in cerca di idoli  giovanili nella prorompente stagione del Rock and Roll.

Purtroppo gli obiettivi non sono stati raggiunti.

I primi a non esser convincenti sono i due attori. Dane DeHann ha riprodotto con diligenza i modi di atteggiarsi (sempre con la sigaretta fra le labbra) del giovane divo ma noi cogliamo una semplice replica fotografica senza percepirne l’anima, quella melanconica fragilità  esistenziale, quella giovinezza ancora intatta e viziata al contempo, così tipica dell’attore.

Anche Robert Pattiston, nelle vesti di Dennis Stock appare fuori posto, lui sì, melanconico e indeciso, mentre avrebbe dovuto rappresentare un professionista pronto a seguire con determinazione la sua giusta intuizione.  La responsabilità e anche della regia, che li ha inseriti in un flusso narrativo particolarmente lento e poco stimolante, e da una sceneggiatura, che fa mettere loro in bocca o banalità superflue o citazioni tratte da  poesie o brani di libri famosi all’epoca.

Gli unici momenti interessanti sono forse quelli nei quali  Stock e il responsabile della sua agenzia discutono della loro professione, della capacità della fotografia di cogliere un’atmosfera, di fermare il mood di un momento, di trasmettere un messaggio-simbolo.  Si tratta di un tema che evidentemente sta molto a cuore al regista che è stato prima di tutto  un fotografo. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE STREGHE SONO TORNATE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/30/2015 - 14:26
Titolo Originale: Las brujas de Zugarramurdi
Paese: SPAGNA, FRANCIA
Anno: 2014
Regia: Álex de la Iglesia
Sceneggiatura: Álex de la Iglesia, Jorge Guerricaechevarría
Produzione: ENRIQUE CEREZO PRODUCCIONES CINEMATOGRÁFICAS S.A., LA FERME! PRODUCTIONS, ARTE FRANCE CINÉMA
Durata: 112
Interpreti: Hugo Silva, Mario Casas, Carmen Maura, Carolina Bang

Josè, un marito divorziato che non ha i soldi per sbarcare il lunario e decide di organizzare con altri complici, spiantati come lui, una rapina in un negozio di compro oro. Porta con sè anche Sergio, il figlio di dieci anni perché è quello il suo giorno di affido. Sergio si diverte moltissimo anche se la polizia arriva subito e Josè riesce a fuggire su di un taxi sequestrato con il figlio e Antonio, uno dei ladri. Inseguiti dalla polizia, si dirigono verso la Francia e si fermano nel paese di Zugarramurdi. Non sanno che quel posto è frequentato da streghe…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tono è globalmente irriverente anche se attenuato dall’ironia e alla fine l’amore trionfa
Pubblico 
Maggiorenni
Qualche scena macabra con taglio di membra, incluso un mostro che mangia un bambino, può impressionare i più piccoli. Qualche allusione sensuale
Giudizio Artistico 
 
Il regista Alex de la Iglesia e lo sceneggiatore Jorge Guerricaechevarría si confermano molto bravi nel toccare molteplici corde: alcune parti sono un action-movie molto teso, altre un barocco fanta-horror
Testo Breve:

Il regista Alex  de la Iglesia realizza un film satirico sul potere malefico delle donne con un ritmo brillante e sostenuto, riuscendo questa volta a controllare il suo talento visionario e un certo gusto per lo stomachevole 

 

“Le donne sono come dei ragni. Stendono una rete intorno a te. Una rete confortevole, piacevole, ti senti a tuo agio… e poi, bang! Ti iniettano il veleno”. Questo e altri discorsi misogini riempiono l’ultimo film di Alex de la Iglesia. Il simbolo che appare già nei titoli di coda e che poi nel finale si incarna mostruosamente è la Venere di Willendorf, statuetta preistorica deformata nei suoi attributi femminili. In effetti gli uomini di questa nuova storia grottesca, irriverente  e surreale, a cui il regista ci ha ormai abituato, sono tutti pateticamente fragili: il protagonista Josè è un marito divorziato e disoccupato che per riuscire a mandare suo figlio di 10 anni a Disneyland organizza una rapina; Antonio vive da parassita con una ragazza che tutto decide e che porta i soldi a casa; gli ispettori Calvo e Pacheco hanno avuto tante tristi esperienze sentimentali e ora  preferiscono vivere da soli. Come se non bastasse,le figure femminile del film sono tutte delle streghe e chi non lo è, finirà per diventarlo. Il sabba di streghe nella parte finale del film, dove dei malcapitati uomini rischiano di venir bruciati vivi in un sacrificio cruento in onore del dio-donna, ricorda lo stesso finale del film Il prescelto (The Wicker Man del 2006, a sua volta un remake dell’originale del 1973), il vertice dei film androgini.

Un accostamento con Il prescelto, a parte l’analogia del tema, sarebbe alquanto ingiusto (il prescelto era stato candidato come peggiore film dell’anno) mentre il film spagnolo è piacevole nella sua sgradevolezza: le scene orride, il gusto per la trasgressione sono attenuate da un’ironia di fondo, una satira pungente che pervade tutto il film. Si tratta di una comicità surreale dove alla fine nessuno muore né la satira sembra orientarsi verso in una direzione prevalente, tranne (ma questo è sempre troppo facile) che nei confronti della Chiesa: vediamo delle suore mescolata fra le streghe  e un ladro che si è camuffato da Gesù con la croce.

Alex  de la Iglesia si conferma un bravo regista nella sua poliedricità: è efficace nelle scene di azione poliziesche così come nel creare la scena del sabba di streghe, dove mostra tutto il suo talento visionario, degno di un quadro di Goya. Il film mantiene un buon ritmo (più lento nella parte finale) che ci aiuta a  dimenticare gli eccessi di Ballata dell’odio e dell’amore e si accosta di più al divertente umorismo nero di Crimen perfecto.

Se è vero che Alex de la Iglesia ama mescolare i generi per sorprenderci, tutto potevamo aspettarci tranne che finisse per sviluppare una trama   dove l’amore uomo-donna ritrova il suo giusto equilibrio e la cura dei figli resta la cosa più importante.

Credo che ci sia poco da cantar vittoria: il lupo perde il velo ma non il vizio e le streghe sono pronte a prendersi la loro rivincita..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE DUE VIE DEL DESTINO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 08/28/2014 - 21:11
Titolo Originale: The Railway Man
Paese: AUSTRALIA, GRAN BRETAGNA
Anno: 2013
Regia: Jonathan Teplitzky
Sceneggiatura: Frank Cottrell Boyce Andy Paterson
Produzione: ARCHER STREET PRODUCTIONS, LATITUDE MEDIA, LIONSGATE, PICTURES IN PARADISE
Interpreti: Colin Firth, Nicole Kidman, Stellan Skarsgård, Hiroyuki Sanada, Jeremy Irvine

Inghilterra, anni ’80. Nel paesino inglese di Berwick-upon-Tweed, ai confini con la Scozia, alcuni veterani della seconda guerra mondiale si riuniscono nel loro circolo; fra di loro c’è Lomax, un appassionato collezionista di cimeli ferroviari. Durante un viaggio in treno Lomax conosce Patti, una infermiera con la quale intrattiene una simpatica conversazione. I due si sposano dopo qualche tempo ma solo allora Patti si accorge dell’instabilità di Lomax: soffre di incubi e di improvvisi cambiamenti di umore perché non si è ancora ripreso dallo shock delle torture subite durante il periodo di prigionia. Un amico di Lomax, veterano anch’esso gli mostra un giornale giapponese dal quale risulta che Nagase, il loro sadico torturatore è ancora vivo e fa il cicerone nel campo di concentramento dei tempi della guerra, ora diventato un museo. Lomax comprende che per liberarsi dai propri incubi non ha altra soluzione che incontrare nuovamente il suo torturatore…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un prigioniero di guerra e un torturatore ritrovano il coraggio morale, decenni dopo la fine del conflitto, di pervenire al pentimento e il perdono
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene prolungate di tortura inducono a sconsigliare il film alle persone più impressionabili
Giudizio Artistico 
 
Il film risulta incerto sullo stile da adottare, oscillando fra il patetico e il crudo realismo. Ad esclusione del personaggio di Colin Firth, gli altri sono appena abbozzati
Testo Breve:

Le torture subite in un campo di concentramento giapponese inducono un inglese a cercare, dopo 35 anni, il suo torturatore. Un film mal fatto che ci trasmette un nobile messaggio di perdono 

Il giovane Lomax è appassionato di ferrovie. Prigioniero dei giapponesi in Thailandia nel 1942, spiega ai suoi compagni di sventura perché gli inglesi avevano anni prima rinunciato a costruire una ferrovia che dalla Thailandia raggiungesse la Birmania. Realizzare una linea ferroviaria è un lavoro disumano, solitamente svolto da poveri immigrati. Le grandi ferrovie americane erano state costruite da contadini cinesi. Le ferrovie inglesi erano state portate a termine da Irlandesi che avevano abbandonato la loro terra per  fame. Per costruire una ferrovia di quel genere,  424 km fra montagne e fiumi da superare,  sarebbe stato necessario un esercito di schiavi. L’amministrazione inglese abbandonò l’impresa ma è  proprio quello che ora vogliono realizzare  i giapponesi con i prigionieri di guerra inglesi e asiatici.

Viene in questo modo espresso in parole (molto meno in immagini) quello che è il tema forte del film: la vita, in stato di brutale  schiavitù, dei prigionieri inglesi in Thailandia per la costruzione della “ferrovia della morte” (costò la vita a più 100.000 persone), un dramma noto al grande pubblico con il film del 1957: “Il ponte sul fiume Kwai”  (7 Oscar).

La storia inizia molto dopo, negli anni ’80 dove un gruppo di veterani si riunisce nel proprio club della cittadina inglese di Berwick-upon-Tweed per bere una birra e parlare del tempo passato. Lomax, ora un signore attempato,  se ne sta sempre in disparte, intento a consultare orari delle ferrovie, la sua inesauribile passione.  L’avvio calmo del film, l’intesa fra il riflessivo Lomax e la dolce ma un un po’ melanconica Patti incontrata in treno (con evidenti somiglianze con il classico “breve incontro” -1945) genera un netto contrasto con il suo sviluppo. Viene abbandonato presto il grigio paesino nel nord d’Inghilterra e il racconto si sposta in Thailandia nel 1942 per farci assistere al regime disumano a cui erano sottoposti i prigionieri inglesi; prosegue negli stessi luoghi negli anni ‘80, quando Lomax si trova faccia  a faccia con il torturatore di un tempo, ora pentito e diventato un pacifista convinto.

Smaltito il primo momento di rabbia, Lomax comprende che la vendetta non arreca alcun giovamento; di fronte a un uomo disposto a riconoscere le sue colpe, Lomax concede il suo perdono. Le didascalie finali del film ci informano che i due uomini, con il tempo, divennero anche amici.

Il film, tratto dal libro autobiografico di Lomax, se è lodabile per il messaggio di pacificazione e perdono che ci trasmette, è deprecabile nella sua messa in opera. 

Ciò che dà soprattutto fastidio è la commistione di stili che non pervengono una sintesi  organica. Si parte dallo spleen dell’incontro fra Lomax e Patti, due persone di mezza età ormai rassegnate a una vita senza sorprese, al periodo della prigionia dove le prolungate e difficilmente sopportabili sequenze di tortura spostano il film verso un realismo esasperato. Il film inizia con Lomas ormai vecchio che trova conforto nel declamare una poesia sul senso della vita che scorre (soluzione che adotterà nuovamente quando si troverà sotto tortura): un espediente che sembra voler costruire un distacco, frapporre un filtro letterario fra lo spettatore e la crudezza degli eventi narrati, un espediente che però resta incompiuto.

Alcuni personaggi restano appena abbozzati. Patti (Nicole Kidman) sembra svolgere la sola funzione di spalla emotiva al tormentato Lomax. Al contempo difficile comprendere come mai il gruppo di veterani che si riuniscono nel loro circolo negli anni ‘80, siano ancora emotivamente condizionati dagli eventi bellici e non abbiano avuto modo di ricostruirsi  una serena vita familiare. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PADRE VOSTRO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/12/2014 - 21:26
Titolo Originale: Svecenikova djeca
Paese: CROAZIA
Anno: 2013
Regia: Vinko Bresan
Sceneggiatura: Mate Matisic
Produzione: IVAN MALOCA PER INTERFILM, CON CROATIAN RADIOTELEVISION (HRT), ZILLION FILM
Durata: 93
Interpreti: Kresimir Mikic, Niksa Butijer, Drazen Kühn

Don Fabjan, è un prete cattolico che raggiunge, al suo primo incarico, una piccola ed amena isola della Dalmazia. Preoccupato della scarsa natalità della comunità e desideroso di far rispettare le indicazioni della Chiesa cattolica riguardo alla non leicità dell’uso dei profilattici, decide, con l’aiuto del giornalaio del luogo, di bucare con uno spillo tutte le confezioni che vengono vendute nell’isola. Le conseguenze sono subito liete: aumentano le nascite e i matrimoni ma l’iniziativa genera effetti collaterali imprevedibili…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Gli autori si scagliano con questo lavoro contro la Chiesa cattolica, rea di opporsi all’uso di metodi anticoncezionali, di vietare la pratica dell’aborto e di esser infestata da preti pedofili
Pubblico 
Sconsigliato
Le tematiche scabrose affrontate, il linguaggio esplicito, le conclusioni a cui si perviene sconsigliano la visione di questo film
Giudizio Artistico 
 
Attori simpatici e nella parte per questo film che mantiene un tono da commedia surreale per buona parte del suo sviluppo ma che poi vira verso un’astiosa denuncia generando una disarmonia e una perdita di senso che pesa su tutto il racconto
Testo Breve:

Si tratta di un film croato  a due facce: il tono è quello di commedia surreale che scherza sul disinvolto uso dei profilattici in un'isola della Dalmazia ma alla fine si trasforma con una accusa senza appello verso la Chiesa cattolica 

Il film si avvia in modo simpatico e accattivante. In una piccola e luminosa isola della Dalmazia, una comunità convive serenamente, si ritrova riunita in chiesa (sono tutti cattolici) per la messa domenicale, le nascite, i funerali e tutte le altre ricorrenze. Il parroco è un uomo simpatico e amato da tutti: abile nell’organizzare partite di calcio fra i ragazzi e a preparare il coro femminile. Sbarca sull’isola Don Fabjan,  un sacerdote di prima nomina che desideroso di essere utile alla comunità in qualche modo, approfittando degli scrupoli di coscienza del giornalaio locale che vende profilattici a tutti gli isolani, cerca di rimediare alla ormai nulla natalità dell’isola bucando con uno spillo tutte le confezioni poste in vendita. Si sviluppa in questo modo una situazione surreale: l’esplosione delle nascite fa guadagnare al luogo l’appellativo di “isola dell’amore”: le sue acque acquistano fama di essere miracolose  e si innesca un florido turismo di coppie sterili. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio e  avvengono anche tante nascite non previste, dovute all’atteggiamento particolarmente disinvolto delle ragazze e dei ragazzi del luogo che finiscono per mettere in luce insospettabili relazioni.

La  sceneggiatura  non manca di arricchire il racconto con divertenti allusioni ai mai sopiti pregiudizi fra le diverse etnie della ex-Jugoslavia, non esenti da pesanti dosi di xenofobia. Poi, sul finale, quasi improvvisamente, il film mostra il suo vero volto. Alcune avvisaglie si hanno con l’episodio dell’approdo sull’isola di un vescovo che scende da un lussuoso motoscafo, messo sull’avviso da lettere anonime, preoccupato soprattutto che non si creino scandali che coinvolgono dei bambini; per il resto è disposto a chiudere un occhio.

A due terzi dalla fine, il tono scanzonato si trasforma in gelido livore; la satira sferzante ma costruttiva si trasforma in odio e disprezzo verso tutte le “imposizioni” della Chiesa, rea di scoraggiare l’uso del profilattico e  di vietare l’aborto.  Una ragazza incinta a cui il padre aveva impedito di abortire, muore per pratiche maldestre; un’adolescente si suicida perché violentata dal parroco.  Non manca una presa in giro del sacramento della riconciliazione perché i sacerdoti coinvolti sono pronti a  confessarsi fra di loro, facendosi scudo della segretezza che impone il sacramento, ma  evitano di denunciarsi pubblicamente. 

Questa improvvisa virata dal comico al tragico genera una situazione di non-senso e sembra quasi che gli autori abbiano perso la conduzione del racconto,  abbandonandosi a manifestazioni incontrollate del loro odio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MONDO DI ARTHUR NEWMAN

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/04/2013 - 05:50
Titolo Originale: Arthur Newman
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Dante Ariola
Sceneggiatura: Becky Johnston
Produzione: VERTEBRA FILMS, CROSS CREEK PICTURES
Durata: 101
Interpreti: Emily Blunt, Colin Firth Arthur, Anne Heche

Wallace Avery non riesce a gestire la sua crisi di mezza età: è separato dalla moglie, trascura il figlio adolescente, ha perso interesse per il il lavoro alla FedEx. Decide quindi di risolvere i suoi problemi alla radice: simula una morte per annegamento e con un nuovo passaporto lascia la Florida per dirigersi verso l’Indiana dove conta di sviluppare la sua vera passione: il gioco del golf. Nel suo viaggio si imbatte in Mikaela, una ragazza instabile, di mestiere ladruncola. Decidono di continuare la strada insieme, entrambi in cerca di nuove soluzioni ai loro vecchi problemi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Se è positiva la ricerca, da parte dei due protagonisti, del coraggio necessario per affrontare le loro responsabilità familiari, non può esser considerato un innocuo diversivo quello di violare l’intimità delle case altrui
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di incontri sessuali senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Bravi Colin Firth ed Emily Blunt che sorreggono un film con una sceneggiatura modesta
Testo Breve:

Lui alla ricerca di una nuova identità, lei, ladruncola sbandata, in cerca qualcuno a cui appoggiarsi. Un road movie con bravi interpreti ma con una inconcludente sceneggiatura

Questo film è l’opera prima dell'apprezzato regista pubblicitario Dante Ariola. E’ difficile capire se la sua abitudine a guardare da “fuori” ciò che viene ripreso sia uno dei motivi del modesto successo di questa pellicola. 

Lo spunto è interessante: un lui e una lei che fuggono da loro stessi, dalle proprie responsabilità familiari ma che proprio in questo modo trovano fra loro una insolita solidarietà, un modo di giocare continuamente ad essere altri da loro stessi ma anche di trovare il coraggio di mettersi a nudo, uno di fronte all’altra, in un modo che non avevano mai osato fare. I due attori, Colin Firth ed Emily Blunt sono indovinatissimi: lui è un timido ben educato che fa fatica a rompere gli argini che si è imposto; lei è una ragazza piena di slanci ma in precario equilibrio, sul precipizio della schizofrenia. Alcuni momenti di dialogo intimo fra loro sono particolarmente intensi.

Al di fuori di questo aspetto, c’è il vuoto.  La storia è un road movie potenzialmente interessante fra autogrill, stazioni di autobus, villaggi per ricchi intorno a un campo di golf, ma il regista non è all’altezza di tanti altri film che hanno affrontato questa specialità tutta americana e che sono riusciti a rendere la ricchezza di un viaggio fra mondi  e tipologie umane continuamente diversi.

Anche quel loro  pedinare coppie insolite, entrare nelle loro case quando non ci sono e simulare nella camera da letto le loro presunte passioni, oltre a richiamare fin troppo sfacciatamente Ferro 3 del coreano Kim Ki-Duk,  è costruito senza il pathos dell’imprevisto e scivola rapidamente in una sorta di routine, come freddi e fuori posto sono le sequenze dei loro incontri amorosi.

Arthur/Wallace ha lasciato una famiglia e una amante ma a quanto pare tutti riescono a gestire benissimo la nuova situazione con la stessa elegante disinvoltura con cui lui aveva deciso di abbandonarli. Solo la figura de figlio adolescente attira l'attenzione, impegnato nella ricerca del vero volto di suo padre.

Il difetto del film sta evidentemente nella sceneggiatura, come se l’eleganza composta e timida del protagonista rivelasse l’atteggiamento dello stesso autore, incapace di esprimersi con generosa sincerità.  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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