Drammatico

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IL DESTINO NEL NOME THE NAMESAKE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/15/2010 - 10:01
 
Titolo Originale: The Namesake
Paese: India, USA
Anno: 2006
Regia: Mira Nair
Sceneggiatura: Sooni Taraporevala
Durata: 122'
Interpreti: Kal Penn, Tabu, Irrfan Khan,

Calcutta, anni '70. Ashoke, miracolosamente illeso dopo un incidente ferroviario, ottiene  un posto come ricercatore all'università di New York. Ascima l'ha sposato secondo le usanze locali, in base a un accordo preso fra le rispettive famiglie. La giovane coppia si trasferisce a New York ma mentre Ashoke è impegnato tutto il giorno, Ascima soffre di nostalgia e di solitudine. La nascita del primo figlio rinsalda la coppia: è stato chiamato Gogol perché Ashoke stava leggendo "Il capotto" dello scrittore russo proprio quando era riuscito a scampare all'incidente....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lo scontro fra due civiltà ma anche fra due diverse concezioni della famiglia
Pubblico 
Adolescenti
Un breve nudo integrale femminile di schiena
Giudizio Artistico 
 
Mira Nair sa raccontare le storie anche se il film, per il suo atteggiamento pacato e riflessivo, è inferiore ai suoi precedenti
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DONNIE DARKO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/14/2010 - 11:32
Titolo Originale: Donnie Darko
Paese: Usa
Anno: 2001
Regia: Richard Kelly
Sceneggiatura: Richard Kelly
Durata: 113'
Interpreti: Jake Gyllenhaal, Daveigh Chase, James Duval, Patrick Swayze,Katharine Ross

Donnie Darko è un adolescente che vive in una linda cittadina americana, ha una simpatica famiglia, va a scuola ed ha la ragazza. Tutto andrebbe per il meglio, ma  Donnie è considerato uno schizofrenico: lui vede cose che gli altri non vedono.... vv

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Donnie è impotente di fronte alle seduzioni del coniglio cattivo e compie una serie di atti vandalici
Pubblico 
Adolescenti
Per dialoghi allusivi fra i ragazzi, riferimenti all'uso di droga. I ragazzi passano il tempo libero allenandosi a sparare con fucili veri.
Giudizio Artistico 
 
Manca la genialità di David Lynch ma il clima di suspense viene ugualmente ottenuto
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA DONNA DI GILLES

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/14/2010 - 11:16
Titolo Originale: La femme de Gilles
Paese: Belgio/Francia/Italia/Lux/Svizzera
Anno: 2004
Regia: Frederic Fonteyne
Sceneggiatura: Philippe Blasand, Marion Hansel, Frederic Fonteyne
Durata: 108'
Interpreti: Emmanuelle Devos, Clovis Cornillac, Laura Smet

Belgio anni '30. Gilles è  operaio in un'acciaieria. Sua moglie Elisa sta in casa ad accudire le due piccole figlie (un terzo è in arrivo). Elisa è uno spirito cheto e la sua giornata trascorre nello sbrigare vari gravosi lavori domestici e nell'attendere la sera che il marito torni . Il suo piccolo mondo, perfetto nella pienezza dei sentimenti, viene ora sconvolto da un dubbio: che fra il marito e la sua stessa sorella esista una relazione....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bell'esempio di amore assoluto e della sua forza per recuperare l'amato. Però un brutto finale e un tono di dileggio nei confronti dell'insensibilità di certi sacerdoti
Pubblico 
Maggiorenni
Rapporti matrimoniali espliciti ma senza nudità. Un uomo picchia con violenza una donna
Giudizio Artistico 
 
Frederic Fonteyne racconta la storia con lirico realismo , che può però risultare di difficile digestione per chi non ha la pazienza di seguirlo nei suoi minuti dettagli
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA DIVA GIULIA BEING JULIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 13:01
Titolo Originale: Being Julia
Paese: USA/Canada/UK/Ungheria
Anno: 2004
Regia: Istvan Szabo'
Sceneggiatura: Ronald Harwood
Durata: 105'
Interpreti: Annette Bening, Jeremy Irons, Bruce Greenwood

Londra 1938:Julia Lambert è una diva sul finire della sua giovinezza ma ancora molto ammirata per il suo talento. Mentre è in cerca di qualcosa o qualcuno che ridia slancio alla sua vita e rigeneri la sua passione per la recitazione,  si imbatte in un suo giovane ammiratore americano di cui diventa amante. Ma quando si accorge che Tom la ha lasciata per un'attrice esordiente che lavora nella sua stessa commedia, la sua vendetta sarà terribile perché: "in teatro come in guerra tutto è permesso"

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nessun eroe positivo in questo film: Julia desidera sopratutto essere adulata e corteggiata; lei e suo marito sono una "coppia moderna" dove ognuno può prendersi le proprie "libertà". I giovani sono cinici e arrivisti
Pubblico 
Maggiorenni
Rappresentazione di Incontri amorosi ripetuti , disinvoltura nei tradimenti coniugali
Giudizio Artistico 
 
L'ottima Annette Bening e la sfavillante ricostruzione degli anni '30 reggono da soli il film, a dispetto di una regia e una sceneggiatura modeste

Siamo a Londra nel 1939 ma i prodromi della guerra imminente non si fanno ancora sentire (solo un accenno di sfuggita al trattato di Monaco). Al contrario,  i coniugi  Julia e Michael (lui piacente e valente impresario teatrale, lei attrice al culmine della notorietà) pensano sopratutto a godersi i privilegi della loro posizione nella Londra che conta e a  concedersi con molta disinvoltura alcune "distrazioni coniugali" senza peraltro infrangere il loro sodalizio professionale.

Il baricentro assoluto della storia, tratta con buona fedeltà dal romanzo omonimo di Somerset Maugham e sceneggiato dal premio oscar Ronald Harwood (Il pianista) è lei: Julia (la brava Annette Bening). Donna intelligente e sensibile,   è consapevole del suo talento artistico  che finisce per utilizzare anche nella realtà  (sa piangere a suo piacimento, sa arrabbiarsi, ridere  o disperarsi conservando una voce chiara e modulata) in modo da riuscire ad essere sempre al centro dell'attenzione. Si è filosofeggiato molto su questo film, visto come emblema dell'essere e dell'apparire, del nostro indossare una maschera davanti al resto della società che si finisce per mantenere anche nel privato.

A dire il vero ben poco di questo profondo messaggio traspare dalle immagini, colpa della regia che non è riuscita a far  reagire gli ingredienti a sua disposizione in una messa in scena credibile.  La crisi esistenziale che percepisce Julia  non è motivata dall'aver perso le ragioni  del suo recitare, ma perché teme, all'opposto, che l'età che avanza non la rendano più eccelsa nell'unico mestiere che ama. E mentre viene commesso l'errore tecnico di far dire ad un commentatore fuori campo  ciò che dovremmo cogliere con le sole immagini (lo spettro del  defunto mentore  di Julia, che le ha insegnato a calcare il palcoscenico, le ricorda continuamente che la sua unica ragione di vita è recitare),  forse la Bening è così naturalmente brava e sicura di sé, da renderle difficile per  recitar di recitare.

Dalle abbondanti lacrime profuse da Julia dovremmo probabilmente commuoverci alla love story   fra lei e il giovane Tom ma stentiamo a considerarla così coinvolta emotivamente nei confronti di un giovane  che fin dalle prime battute appare come un cinico simulatore, oltre a essere portatore  di un modesto fascino maschile.

Altro elemento clou della vicenda è la battaglia, tutta al femminile, fra la matura Julia e la giovane attricetta intenzionata a scalzare la sua posizione  con il più classico dei mezzi, quello della camera da letto. Anche in questo frangente dobbiamo dichiararci delusi perché non assistiamo a una difficile battaglia ad armi pari, ma ad un più banale scontro fra intelligenza e stupidità, fra  talento e mediocrità.

Dobbiamo riconoscere al film un'accurata ricostruzione della bella vita londinese alla fine degli anni trenta con stupende scenografie d'ambiente, sfavillanti costumi e languide canzoni d'epoca ma  forse. è proprio la vita fatua e impalpabile dei  protagonisti, priva del contrappunto della tragedia imminente,  a farci perdere interesse per i loro intrighi amorosi e professionali.  Il confronto con Gosford Park di Altman risulterebbe troppo impietoso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DEAR FRANKIE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 12:29
 
Titolo Originale: DEAR FRANKIE
Paese: USA/Gran Bretagna
Anno: 2004
Regia: Shona Auerbach
Sceneggiatura: Andrea Gibb
Produzione: Pathè Pictures Ltd, Scorpio Films Ltd, Sigma Fils Ltd, Scootish Screen
Durata: 105'
Interpreti: Emily Mortimer, Gerard Butler, Sharon Small, Frankie Morrison

Frankie,  9 anni, non udente, è un ragazzo sensibile e chiuso in un suo mondo di fantasia: un mondo fatto di avventure e lunghi viaggi in giro per il mondo, che lui conosce attraverso le lettere che scambia con il padre che non ha mai visto, marinaio della marina mercantile. In realtà è la madre che risponde alle sue lettere: il vero padre di Frankie è un violento e la madre non ha mai voluto che i due si  incontrassero...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Persone semplici e modeste sanno prendersi cura degli altri e prendere le decisioni giuste anche in circostanze avverse. Il valore della figura paterna - Il film evita abilmente di scivolare nel lacrimoso grazie all'ottima interpretazione dei protagonisti e ad una sceneggiatura asciutta e realista
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film evita abilmente di scivolare nel lacrimoso grazie all'ottima interpretazione dei protagonisti e ad una sceneggiatura asciutta e realista
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DICIASSETTE ANNI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 12:28
 
Titolo Originale: "DICIASSETTE ANNI"
Paese: Cina/Italia
Anno: 1999
Regia: Yuan Zhang
Sceneggiatura: Yu Hua Ning, Dai Zhu Wen
Interpreti: Liu Lin (Tao Lan), Li Bing Bing (Chen Jie), Li Yeding (Tao Airong)

E’ l’insofferenza verso un vita familiare mediocre e piena di tensioni a scatenare la tragica vicenda che sconvolgerà l’esistenza di Tao Lan.
Tao Lan e Yu Xiaoqin sono due sorellastre adolescenti, accomunate dal desiderio di fuggire in qualche modo dall’asfissiante e misera condizione in cui la loro famiglia è costretta: la prima cerca rifugio negli amici, nello star fuori casa tutto il giorno, nel rifiuto dei doveri scolastici; la seconda, al contrario, ostentando verso genitori un’applicazione fuori dal comune nello studio, ha come unico obiettivi quello di entrare all’università, per poter finalmente fuggire da una condizione a lei insopportabile.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il perdono a lungo atteso. Il coraggio della donna carceriera di credere nel recupero di chi ha sbagliato
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene di violenza familiare
Giudizio Artistico 
 
La regia sa trarre magia e poesia da un ambiente semplice e povero

L’enorme differenza tra le due sorellastre e la loro naturale rivalità sono poi esasperate dalla gelosia dei genitori per le loro rispettive figlie: in occasione dello smarrimento di pochi Yuan i due genitori non perdono l’occasione di accusare ognuno la figlia dell’altro del furto. Yu Xiaoquin, che è in realtà la responsabile del furtarello, approfittando della fiducia che i due genitori le danno, riesce a far cadere la colpa su Tao Lan: questa poi, in un impeto d’ira verso la sorella, la colpisce con un bastone e, pur senza volerlo, la uccide.

Tao Lan viene arrestata e per 17 anni vive fuori dal mondo, severamente rieducata in un carcere femminile.

Le viene infine concessa, per buona condotta, una vacanza premio in occasione del capodanno, per poter passare le feste in famiglia. Tao Lan ,ormai incapace di confrontarsi con il mondo esterno e, tantomeno, con i propri genitori, con i quali neanche in passato aveva mai aperto un dialogo, desidera solo ritornare in carcere: sarà grazie alla presa di posizione di una delle secondine del carcere, che si assume il compito di riaccompagnare Tao Lan a casa, che la povera ragazza avrà il coraggio di presentarsi davanti ai genitori, che ancora, dopo tutti quegli anni, non sono riusciti a perdonarla. Alla fine Chen Jie, la secondina, lascia Tao Lan sola coi genitori nel momento in cui i tre, finalmente, riescono ad aprire il cuore e a liberare il dolore che mai, per diciassette anni, li aveva abbandonati.

La magia e la poesia di questo film stanno in gran parte nella capacità del regista di narrare la storia in un modo schematico e documentaristico da una parte (Zhang Yuan stesso descrive il processo creativo del suo cinema come "cogliere la realtà "), ma allo stesso tempo semplice e fiabesco, nonostante le tragicità della storia. Il punto centrale di tutta la storia sta nel riavvicinamento forzato di Tao Lan ai genitori, nella ferma e generosa volontà di Chen Jie che, avendo personalmente il coraggio di prendere per mano una ragazza ormai perduta, si fa carico del compito in cui il glorioso stato cinese aveva fallito ( sullo sfondo della vicenda di Tao Lan è mostrato costantemente il lato duro della vita nella Cina comunista, prima responsabile di tutta la tragedia di Tao Lan); grazie a questo aiuto il peso di una terribile incomunicabilità si scioglie nelle lacrime che finalmente Tao Lan riesce a condividere con i genitori.

Il film non contiene nessuna scena spaventosa o inopportuna per un pubblico giovane e, per questo, è un film adatto a tutti. Al massimo il può risultare lento o un po’ noioso ad un pubblico non molto maturo.

Autore: Alessandro Giuliani
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI5
Data Trasmissione: Domenica, 19. Febbraio 2012 - 23:10


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DE-LOVELY

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 12:18
Titolo Originale: DE-LOVELY
Paese: USA/Gran Bretagna
Regia: Irwin Winkler
Sceneggiatura: Jay Cocks
Produzione: Winkler Films/Potboiler Productions Ltd./United Artists
Durata: 125"
Interpreti: Kevin Kline, Ashley Judd, Keith Allen

Giunto alla vecchiaia, solo e menomato, Cole Porter rivive come in un musical la sua vita: il matrimonio con la bella Linda, sua musa per tutta la vita, che convisse con qualche difficoltà con i numerosi flirt omosessuali del musicista; il successo prima a Broadway e poi a Hollywood. Poi la caduta da cavallo, che gli fece perdere in parte l’uso delle gambe, e la lenta riabilitazione, sempre sostenuto da Linda, che però morì di cancro ai polmoni, lasciandolo solo e senza ispirazione. Ma come in ogni vero musical, il finale è in gloria.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La genialità di Cole Porter sembra giustificare le sue sregolatezze, in una generale confusione tra amore e passione fisica (per non dire semplice soddisfazione sessuale) in nome di una natura che non si può/non si vuole/non si deve cambiare
Pubblico 
Adolescenti
Per le scene moderatamente sensuali e allusivi di una omosessualità praticata
Giudizio Artistico 
 
Bellissime musiche ma il film è complessivamente noioso, complice la sceneggiatura
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE DAY AFTER TOMORROW L'ALBA DEL GIORNO DOPO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 12:11
Titolo Originale: The day after tomorrow
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Roland Emmerich
Sceneggiatura: Roland Emmerich, Jeffrey Machmanoff
Durata: 125'
Interpreti: Dannis Quaid (prof. Jack Hall), Jake Gyllenhall (Sam Hall), Emmy Rossum (Laura), Sela Ward (Lucy)

Se qualche volta siete stati un po' scettici nell'ascoltare le previsioni dei metereologi, penso che  con questo film vi ricrederete e starete più attenti a controllare se gli accordi di Kyoto verranno ratificati dalla maggioranza dei paesi, compresi gli U.S.A.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte ad una prova di grande pericolo emerge il mito del super-uomo che vuole contare solo sulle proprie forze
Pubblico 
Adolescenti
Per le sequenze di intenso pericolo
Giudizio Artistico 
 
Grande professionalità nella resa realistica dei disastri "virtuali" ma i pregi finiscono qui

Vedendo questo film abbiamo imparato che il progressivo aumento della temperatura terrestre non porterà, come eravamo portati a pensare, ad un desertificazione  della fascia equatoriale ma, all'opposto, scatenerà una nuova era glaciale perché lo scioglimento del ghiaccio delle calotte polari sconvolgerà l'equilibrio salino degli oceani e farà cessare l'azione temperante  delle correnti marine.
Il tutto avverrà forse nell'arco di qualche secolo ma nella rappresentazione filmica resta solo una settimana per organizzare l'esodo di milioni di americani verso il Messico.

Cercando di tener basso il volume dell'inno nazionale, domandiamoci: con quale animo il popolo  americano affronta e supera questa nuova prova ?  Con la fede incrollabile in due valori essenziali: quella delle capacità e dell'iniziativa incondizionate dell'uomo e nella guida certa del  suo presidente, abbinata all'abnegazione di tutti i responsabili  dell'ordine pubblico.

Un gruppo di ragazzi, rifugiatisi nelle Biblioteca pubblica di New York, è costretto a bruciare i libri per scaldarsi. Uno di loro tiene ben stretta fra le mani  una copia della Bibbia di Gutenberg, per evitare che venga distrutta. "Credi che Dio  ci salverà?" gli domanda una ragazza.  "No - risponde l'altro - ma  conservo questa Bibbia perché segna l'inizio dell'era della ragione, l'era della parola". Seguono  altri discorsi riguardo alla  capacità dell'uomo di imparare dai suoi errori e di risolvere, con le sue sole forze, i propri problemi. Non a caso l'unico filosofo che viene citato esplicitamente è Nietzsche.

L'altro mito, il super-uomo per eccellenza, è il Presidente (In Indipendence Day, il precedente film catastrofico di Emmerich, il primo cittadino americano  tornava addirittura a guidare un aereo caccia per combattere gli invasori extraterrestri). Questa volta lo vediamo  abbandonare per ultimo la Casa Bianca e nell'uscire dalla stanza ovale si sofferma un momento a contemplare il simbolo della gestione del potere mondiale che sta per venir distrutto dal gelo. Nessun problema: trasferitosi in Messico, in mezzo al  caos scatenato da una emigrazione epocale, l'efficiente organizzazione gli ha attrezzato  un tranquillo studio tutto per sè, dal quale apprende la  notizia tanto attesa: "Signor Presidente, a New York abbiamo trovato dei superstiti!" .

La calamità ha una dimensione mondiale, ma ben poco veniamo a sapere di come stanno reagendo gli altri popoli minacciati. Seguiamo  invece le vicende  personali di Jack,  padre troppo impegnato nel lavoro e ormai separato, che cerca di riavvicinarsi al figlio Sam, cercando di raggiungerlo con  una lunga camminata nel freddo polare. Sam a sua volta è troppo timido per dichiararsi alla sua compagna di scuola. Intanto la madre, dottoressa di un ospedale pediatrico, rinuncia a fuggire   per stare vicino ad un bambino  operato da poco ed  attende  fiduciosa i soccorsi.

Ma la vera protagonista è  la computer grafica. Il ritmo del film è interamente sostenuto da rappresentazioni sempre  più catastrofiche di un clima implacabile. L'icona-simbolo dell'America, il profilo dei grattacieli di Manhattan, viene ancora una volta violato ed è di indubbia efficacia la sequenza di un'onda gigantesca che si insinua fra le Avenue di New York, così come la statua della Libertà interamente coperta di ghiaccio.

Non mancano alcuni momenti ironici come quando gli americani in fuga cercano di emigrare clandestinamente in Messico e questa volta è la polizia messicana a chiudere loro le frontiere,  salvo poi riaprirle appena ottengono l'impegno U.S.A. sull'azzeramento dei loro debiti.

Si tratta di un film con un indubbio senso dello spettacolo, ma purtroppo c'è solo quello e le storie personali non si sollevano dal livello di semplici ingredienti di contorno..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: ITALIA 1
Data Trasmissione: Mercoledì, 9. Febbraio 2011 - 21:10


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LE CONSEGUENZE DELL'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 11:20
Titolo Originale: LE CONSEGUENZE DELL'AMORE
Paese: Italia
Anno: 2004
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Produzione: Davide Procacci per Fandango Indigo Film/Medusa
Durata: 110
Interpreti: Toni Servillo, Olivia Magnani, Adriano Giannini, Raffaele Pisu

Titta Di Gerolamo, commercialista al soldo della mafia, vive da quasi dieci anni in una sorta di esilio dorato in una cittadina svizzera. La sua vita scorre sempre uguale, tra le camere di un albergo e una “visita” settimanale alla banca per consegnare una valigia piena di contanti. Ma l’imprevisto si presenta sotto le spoglie di una affascinante barista e il solitario Titta, senza immaginare quali potrebbero essere le “conseguenze dell’amore”, si lascia travolgere fino al tragico epilogo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una meditazione, priva di veri e propri risvolti morali, sul meccanismo e le implicazioni del risveglio di un uomo emotivamente narcotizzato. Il regista si astiene dal giudicare le relazioni del protagonista con la mafia ed il suo uso della droga
Pubblico 
Adulti
Diversi momenti di tensione e violenza; alcune brevi scene di nudo e uso di droga
Giudizio Artistico 
 
Il film è una riflessione elegantemente confezionata (la scelta e l’uso delle musiche e l’attenzione al sonoro, ma anche la fotografia sono davvero degne di nota), ma che lascia il sospetto di un gioco un po’ intellettuale, che finisce per generare noia

Paolo Sorrentino (autore del molto celebrato Un uomo in più) afferma che la prima idea per questo film sia nata dai suoi molti pellegrinaggi in albergo, dimore asettiche e anonime di schiere di “uomini d’affari” dalle misteriose occupazioni, sulla cui storia e destino aveva iniziato ad interrogarsi.

E il mistero di quest’uomo di mezza età, dallo sguardo espressivo quanto impenetrabile, è al centro di molta parte del film, anche perché quello che sappiamo del suo passato per gran parte della pellicola è frutto di implicite deduzioni, almeno fino a quando la barista Sofia pretende che il suo “ammiratore” le riveli chi è, un “chi è” che naturalmente va ben oltre quello banalmente anagrafico. E per spiegare chi è, Titta racconta la sua storia di solitario per necessità, visto che dieci anni prima un investimento sbagliato per conto della mafia lo ha condannato all’esilio in un’anonima ma riconoscibilissima città della Svizzera italiana.

Quanto Titta ha rivelato allo spettatore in precedenza, attraverso una serie di monologhi, ha a che fare soprattutto con la sua esistenza attuale, fatta di silenzi e lunghe attese, attese di un evento che si ripete (la consegna della valigetta e il versamento in banca), ma anche, forse, di qualcosa che venga a spezzare una monotonia soffocante e maligna. Una monotonia e una routine in cui Titta inserisce, senza grandi differenze, un lavaggio mensile del sangue e la settimanale dose di eroina e dalla quale non può e forse neppure vuole liberarsi.

Anche le conversazioni telefoniche, se così si possono chiamare, con la ex moglie e i figli sono poco più che un moto involontario di un’affettività non ancora del tutto svanita, ma che trova difficile esprimersi anche di fronte alla visita del rumoroso e “incasinato” fratello (interpretato da un Adriano Giannini un po’ sopra le righe).

Eppure la vita ha ancora in serbo un imprevisto, una sfida, proprio nella persona della bella barista Sofia, esasperata dall’apparente disinteresse che l’ospite dimostra nei suoi confronti e pronta a reclamare da lui un riconoscimento umano, fosse pure soltanto un saluto.

Di fatto, come lo spettatore ha già avuto modo di notare e come Titta ammette senza troppa fatica, questa indifferenza è tutta apparente, perché in realtà da lungo tempo lo sguardo dell’uomo segue e annota i movimenti della ragazza. Una volta provocata e risvegliata, però, l’umanità di un individuo è dura da riaddormentare, anche se, paradossalmente, proprio per la sua lunga atrofia, si esprime in modi assolutamente sproporzionati, come il dono di un’auto da centinaia di migliaia di euro.

Se il centro del film, come dice il titolo (astutamente ammiccante e interrogativo) sono le “conseguenze dell’amore”, Sorrentino appare convinto che esse non possano essere altro che tragiche. Una delle famose valigette con i soldi sporchi della mafia siciliana viene rubata, Titta se ne impadronisce e, anche di fronte ad un’intera “commissione” mafiosa, si rifiuta di rivelare cosa ne abbia fatto, decretando la sua morte.

Sofia, che per molti aspetti, a parte la sua innegabile vitalità, resta per lo spettatore un mistero ancora più grande dello stesso Titta, mette in moto una trasformazione dagli esiti imprevedibili, ma è anche, seppure involontariamente, la causa del suo tragico epilogo: ferita in un incidente (unico escamotage drammaturgico un po’ trito e pretestuoso in una trama per il resto abbastanza imprevedibile), non si presenta all’appuntamento con Titta e questi parte per la Sicilia e per quel confronto che non gli lascia scampo.

Pur essendo popolato da mafiosi, il film di Sorrentino non è un film sulla mafia (sulle conseguenze etiche della connivenza di Titta con investimenti illegali e sul suo coinvolgimento nel riciclaggio del denaro sporco il regista/autore non offre indicazioni e neppure pone problemi), piuttosto una meditazione, priva di veri e propri risvolti morali, sul meccanismo e le implicazioni del risveglio di un uomo emotivamente narcotizzato.

Una riflessione, bisogna ammetterlo, elegantemente confezionata (la scelta e l’uso delle musiche e l’attenzione al sonoro, ma anche la fotografia sono davvero degne di nota), ma che lascia il sospetto di un gioco un po’ intellettuale, che potrebbe generare noia, anche se nulla impedisce allo spettatore più sensibile e con la tendenza alla sovrainterpretazione di cogliervi qualche vaga e pessimistica allegoria del vivere d’oggi.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RETE 4
Data Trasmissione: Giovedì, 6. Novembre 2014 - 2:30


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LE CROCIATE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 10:59
Titolo Originale: Kingdom of Heaven
Paese: USA/GB/Spagna
Anno: 2005
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: William Monaham
Durata: 145'
Interpreti: Orlando Bloom, Eva Green, Jeremy Irons, Liam Neesom, Ghassan Masoud

Francia 1184. Balian è il maniscalco di un piccolo villaggio che ha perso in modo tragico  la moglie e il figlio. Il nobile Goffredo di Ibelin, in cammino per andare a combattere in Terrasanta, gli confessa di essere suo padre e lo invita a unirsi a lui. Balian è incerto ma dopo che ha ucciso un sacerdote fellone, accetta di partire perché gli è stato detto che andare in Terrasanta si ottiene il perdono da tutti i peccati.  Goffredo, ferito mortalmente in un'imboscata, nomina  Balian cavaliere ed erede del suo titolo. Arrivato a Gerusalemme, il giovane scopre che il fronte dei crociati è diviso fra chi cerca di mantenere una convivenza pacifica con il Saladino come aveva fatto suo padre e chi invece fa di tutto, con attacchi proditori, per  arrivare allo scontro....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film individua nella fede religiosa la causa principale delle guerre in Medio Oriente. Utilizzo ingannevole di un film destinato al grande pubblico dove si deforma la storia per portare avanti le tesi del regista
Pubblico 
Maggiorenni
Cruente scene di battaglia con molto sangue ma senza dettagli. Occorre una buona preparazione storica per poter cogliere la malafede del regista che porta avanti le sue tesi distorcendo la storia
Giudizio Artistico 
 
Spettacolari scene di battaglie e di assedi. Manca il protagonista dominante

Per film storico  si intende in genere una narrazione (sicuramente romanzata per esigenze di spettacolo e di semplificazione) che ci consente, se la ricostruzione è stata sufficientemente accurata,  di comprendere comportamenti passati allo scopo di  riverberare alcune riflessioni valide per il  presente. Il tema delle Crociate si presta ottimamente a questo scopo: si è trattato di un fenomeno molto complesso che come tutte le realtà umane ha visto grandi ideali misti a profonde scelleratezze.  Esse si sono collocate in un periodo storico dove lo scontro fra due civiltà era evidente e drammatico: alla fine dell'anno mille i mussulmani erano ancora stabilmente insediati in tutta la Spagna meridionale, in Sicilia, Sardegna, Corsica, Creta e Cipro e solo all'inizio del nuovo millennio  l'Occidente cristiano era riuscito ad avviare una lento recupero del Mediterraneo. Il tema della Palestina e i non risolti conflitti di oggi avrebbero dato buon estro a una interessante riflessione.


Diciamo subito che Ridley Scott (Il gladiatore, Blade Runner, Thelma e Luise, Black Hawk Down)  ha realizzato un  film che non  rientra  nel  genere sopra descritto. Con una tendenza che si era già manifestata nel Gladiatore, il regista non ha nessuna intenzione di scavare nel passato;  il suo gusto per le immagini di grandiose battaglie a cui l'immaginifico medioevale ben si presta farebbero pensare all'appartenenza di questo film al genere Fantasy (le sequenze finali dell'assedio di Gerusalemme assomigliano come gocce d'acqua all'ultimo Il signore degli anelli - il ritorno del re)  ma anche questa conclusione è errata perché Scott non è interessato a trasmettere suggestioni di un mondo che non c'è;  egli ha una sua precisa idea di quali sono i mali del Medio Oriente  e cerca di trasmettercela fruttando con molta disinvoltura i riferimenti storici di cui può disporre.

Per Scott i mali che ora come allora affliggono la Palestina dipendono da quel maledetto vizio che hanno gli esseri umani nel credere a qualche fede che veda nel soprannaturale il suo riferimento. Il film non si limita a condannare il fanatismo che sicuramente è  esistito in quel periodo da entrambe le parti ma mette alla berlina in modo indistinto tutti quelli che guardano verso l'alto. Sarebbe stato molto più opportuno conservare anche per la versione italiana il titolo originale di  "Il regno dei cieli" per preservare tutto l'ironico disprezzo che il regista intendeva sottolineare verso l'argomento religioso.

L'elevata esemplicazione ideologica che attua il regista (i cattivi sono molto cattivi, fra cui tutti i sacerdoti, i vescovi e i religiosi) fanno collocare questo film, a mio avviso, nel genere della satira. Nella satira gli avversari della ideologia che si intende sostenere sono deformati, sono beffeggiati, nulla hanno di realistico.  Farenheit 7/11di Michael Moore è stato un documentario satirico su George Bush dove almeno l'autore ha avuto l'onestà di dichiarare quello che stava facendo; più subdola e in malafede è stata l'operazione di Ridley Scott: produrre un blockbuster di grande attrattiva verso il grande pubblico per trasmettere le sue personalissime idee. Per questo motivo si tratta di un prodotto ingannevole nei confronti dei più giovani, di quelli almeno che non sono ben informati  sul tema delle crociate ma sopratutto sulle malizie con cui oggi vengono manipolati i media. Per queste motivazioni il film è stato giudicato per "Maggiorenni" anche se in realtà andrebbe, più semplicemente, sconsigliato.

Fortunatamente il  film è alleggerito da grandiose scene di battaglia e dall'intreccio amoroso fra Balian e  Sibylla, principessa di Gerusalemme, perché se così non fosse, se si fa attenzione ai dialoghi, ci troveremmo di fronte a una lunga ininterrotta arringa (Remo Nepoti su Repubblica parla di continui "spot ideologici)" su quella, che in un editoriale  apparso su questo stesso settimanale, è stato definita come la "religione dell'umano": professare cioè che i giudizi della propria coscienza, i principi etici a cui ci atteniamo debbono avere una radice esclusivamente personale e immanente.

Sin dalle prime sequenze  il cattivo è un sacerdote che deruba il cadavere della moglie di Balian, il quale finisce per ucciderlo. Con molta ironia si racconta poi come il giovane maniscalco decida di  andare  a combattere in Terrasanta perché gli verranno perdonati tutti i peccati, anche se lui non è affatto pentito. Lungo la strada alcuni monaci incitano i soldati: "Dare morte a un infedele non è un assassinio ma è la via al Paradiso!". Un cavaliere dell'ordine degli ospedalieri, che Balian ha avuto modo di apprezzare per la sua saggezza, gli confessa candidamente  "Non credo in nessuna religione: la santità consiste nell'agire correttamente, secondo coscienza".
Sia nel campo dei crociati che in quello mussulmano si fronteggiano in modo quasi schematico da una parte i fanatici, che vorrebbero combattere a tutti i costi "Perché Dio lo vuole" e dall'altra coloro che usano il buon senso: "Certamente è  Dio che determina l'esito delle battaglie, ma anche l'acqua, l'addestramento delle truppe,...".
Una strano atteggiamento assume proprio l'eroe della vicenda: Balian. Il re di Gerusalemme, che fa parte  della categoria dei "buoni", pensa di condannare a morte Guido di Lusignan, marito di sua sorella Sibylla perché ha rotto la tregua con il Saladino; offre pertanto a Balian, se quanto detto accadrà,  l'opportunità di sposare Sibylla. Il neo cavaliere rifiuta dichiarando che "Bisogna costruire un regno di rettitudine o niente". Si tratta certamente di una nobile risposta da parte sua, ma il giovane  ha evidentemente un concetto un po' personale di rettitudine, visto che poche sequenze prima aveva avuto un incontro amoroso con Sibylla, anche se sposata. Si tratta quindi, più che di un nobile cavaliere,  solamente di un giovane un po' testardo ed ipocrita. Se ci sta venendo il sospetto che Scott, con l'enfatizzare il concetto che ognuno è giudice di se stesso, voglia caldeggiare una sorta di relativismo etico, ci pensa lui stesso a sciogliere ogni dubbio, dimostrandosi a favore della così detta "opzione fondamentale" : Sibylla ,dopo la decisione di Balian che abbiamo visto prima gli rimprovera che "Arriverà un giorno che preferirai aver fatto un po' di male per un bene superiore.".

Le fasi finali del film ci mostrano l'armata del Saladino assediare Gerusalemme, difesa ormai solo da Balian. E' uno dei momenti più antistorici del film: Balian dichiara di combattere non per i cristiani né per i mussulmani ma per il popolo di Gerusalemme: concetto un po' astratto e generico, a metà fra la polis ateniese e la costituzione americana.  Anche in questo caso non manca il vescovo di turno che viene tratteggiato in modo ridicolo e ipocrita: suggerisce a Balian di scappare attraverso una porta segreta e quando quest'ultimo  gli obietta che in questo modo la popolazione di Gerusalemme sarebbe rimasta in mano ai saraceni, il vescovo ha subito pronta la risposta: "E' una vera sfortuna per il popolo ma è la volontà di Dio". Quando ormai la sconfitta è certa, ecco che ritorna lo stesso vescovo che  ha nuovamente trovato una soluzione: "Convertitevi all'Islam, vi pentirete dopo". "Vescovo, ho imparato molto dalla sua religione", gli ribatte giustamente Balian.

Il manicheismo del regista è tanto stridente in quanto la figura del Saladino ci appare  magnanima e generosa: si commuove nel vedere i corpi dei suoi soldati caduti e quando,  entrando nella Gerusalemme ormai conquistata, trova un crocifisso per terra, lo raccoglie  rispettosamente e lo rimette al suo posto.

Il film, grazie a  massicce iniezioni di computer grafica, riesce a regalarci scene grandiose dell'assalto a  Gerusalemme vista dall'alto e di campi di battaglia dove migliaia e migliaia di soldati, generati elettronicamente, si danno battaglia. Il film ha tuttavia, sopratutto se confrontato con il Gladiatore,  un grave difetto: la mancanza di un valido protagonista:  Orlando Bloom non è Russel Crowe; inoltre  il personaggio di Balian sembra essere poco più che il collante della storia e non mostra nessuna evoluzione interiore, congelato com'é nella sua purezza (teorica) di cavaliere senza macchia e senza paura. Bravi invece l'attore siriano Ghassan Masoud nella parte del Saldino e Jeremy Irons nella parte di Tiberias.v

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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