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Il film non fa parte di nessuna categoria

HOSTILES - OSTILI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/27/2018 - 18:14
Titolo Originale: hostiles
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Scott Cooper
Sceneggiatura: Scott Cooper e Donald Steward
Produzione: WAYPOINT ENTERTAINMENT, IN COLLABORAZIONE CON BLOOM, LE GRISB
Durata: 127
Interpreti: : Christian Bale, Rosamund Pike, Wes Studi, Adam Beach, Ben Foster, Jesse Plemons, Rory Cochrane, Q'orianka Kilcher

Ambientato nel 1892, HOSTILES - Ostili di Scott Cooper racconta la storia di un capitano dell'esercito, Joseph Blocker (Christian Bale), che accetta con riluttanza di scortare un capo guerriero Cheyenne, un tempo sanguinario e violento, ora anziano e in punto di morte, (Wes Studi) e la sua famiglia fino alle loro terre natie. I due rivali affrontano un viaggio lungo e faticoso da Fort Berringer, un isolato accampamento nel Nuovo Messico, alle praterie del Montana. Durante il viaggio incontrano una giovane vedova, Rosalee Quaid (Rosamund Pike), colpita e spezzata nell’intimo da una tragedia causata dalla brutalità delle ostili tribù Comanche.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ottima riflessione sul valore degli affetti, dei legami familiari, dell’amicizia e delle tradizioni. Interessante analisi delle diverse componenti implicate nella questione dell’integrazione razziale
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Scott Cooper narra una storia sfaccetta e complessa, a volte lunga, ma nel complesso ben raccontata e chiara soprattutto nella descrizione degli aspetti emotivi del racconto. Splendida fotografia e ottima interpretazione soprattutto dei protagonisti
Testo Breve:

Un film al tramonto dell’epopea western, quando gli indiani, ormai sconfitti, debbo venir trasferiti nelle riserve a loro destinate. Un film duro che è un viaggio che trasforma l'ostilità fra bianchi e nativi americani in reciproca comprensione

Un western ma rivisitato con la mentalità dei giorni nostri in cui il tema della discriminazione razziale è percepito con rinnovata sensibilità e implica sfumature sottili e considerazioni non semplici. Cooper propone una storia carica di aspetti controversi, in cui i personaggi escono dai classici schemi.

La tempra vigorosa e forte della protagonista, la vedova Rosalee, è uno dei primi aspetti che salta agli occhi. Rosalee trova la forza di superare la paura e il dolore più grande in cui una donna possa incorrere attraverso un rinnovato coraggio e una lucida determinazione. Il suo è un viaggio oltre che materiale anche interiore che parte dalla sofferenza più oscura a profonda e arriva a riscoprire il valore umano della vita, anche della propria, anche quando privata di tutto sia al livello materiale che morale.

Attraverso l’esperienza del capitano Blocker invece Cooper trova la chiave giusta per raccontare un sentimento sfaccettato e complesso come l’odio. Anni di violenza feroce, di lotte e battaglie hanno forgiato in questo personaggio un animo duro, severo e quasi spietato. Eppure il contatto umano con il dolore, tanto quello della vedova quanto quello delle famiglie delle tribù indiane piagate da una guerra selvaggia e crudele, riesce ad aprire un varco nella sensibilità del capitano.

Tra violenza, affetti, tradizioni e riscoperta di comuni virtù umane, il viaggio dei soldati bianchi al fianco di una famiglia indiana e di una vedova porterà a riflettere sulla complessità della questione razziale, che vendette, morti e prevaricazioni non potranno mai risolvere, e sull’importanza di riuscire a trovare un punto di incontro tra civiltà e culture differenti. Al tempo stesso Cooper riesce trovare nei sentimenti umani e nei valori più semplici dell’amicizia e della famiglia quel comune denominatore che avvicina ogni uomo all’altro, qualunque sia la sua apparenza razziale.

Una fotografia stupefacente impreziosisce il film di colori, luci, ombre e panorami affascinanti, nonostante l’impiego di numerose scene di esplicita e a volte atroce violenza. Su tanti pregi del film solo il finale, che giunge in modo un po’ esasperato e scontato, lascia una certa delusione.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRANGER THINGS (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/26/2018 - 21:59
Titolo Originale: Stranger Things
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Matt e Ross Duffer
Produzione: Matt e Ross Duffer
Durata: disponibile su Netflix
Interpreti: Winona Ryswr, David Harbour, Millie Bobby Brown, Natalia Dyer, Charlie Heaton, MIchael Wheeler, Matthew Modine

Nel 1983, nella cittadina di Hawkins, nell’Indiana, quattro inseparabili amici di dodici anni trascorrono la giornata fra la scuola, le scorribande in bici e giocando a Dungeons & Dragons ma in rapida successione accadono due eventi incomprensibili: uno di loro, Will, scompare senza lasciare traccia e mentre i tre amici si apprestano a cercarlo, si presenta  loro una ragazza, loro coetanea, che non parla, si fa chiamare solo Undici e si rifugia nel loro scantinato perché ha paura di venire rintracciata. La ragazza è infatti  fuggita da un laboratorio top secret del governo statunitense. La madre di Will riceve delle strane telefonate; si convince che il ragazzo stia cercando di mettersi in contatto con lei e chiede aiuto allo sceriffo della contea, Jim Hopper. Anche i ragazzi si convincono che Will non è morto e che Undici può aiutarli nella ricerca, perché dotata di poteri psichici eccezionali….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial sviluppa la sua trama horror in una comunità dove fra gli adulti le relazioni familiari sono fragili e fra i giovani si sviluppano frequenti casi di bullismo. Solo i tre ragazzi danno il buon esempio di un’amicizia che si esprime attraverso una concreta solidarietà
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Il serial presenta scene spaventose e angoscianti che coinvolgono una ragazza dodicenne. Situazioni di conflitto familiare. Un rapporto prematrimoniale fra adolescenti. Netflix: VM14
Giudizio Artistico 
 
Buona recitazione da parte di tutti i coprotagonisti, anche i più piccoli. Efficace disvelamento progressivo del mistero
Testo Breve:

In una cittadina che ricorda tanto quella del film ET-l’Extraterrestre, accadono eventi misteriosi e scompare un dodicenne. Un Serial ben realizzato ma troppo spaventoso per un pubblico che si potrebbe identificare con i protagonisti

Quando i gemelli Matt e Ross Duffer, ideatori e produttori di Stanger Things, nacquero nel 1984, E.T. – l’Extraterrestre di Steven Spielberger era uscito due anni prima;  Halloween - la notte della streghe di John Carpenter, nel ’78  e Aliens di James Cameron del 1979.  Nelle loro interviste i gemelli non hanno fatto mistero di aver voluto omaggiare i classici del cinema e della letteratura fantastica degli anni ottanta, cercando di trasmettere agli spettatori quello stimolo all'immaginazione e il desiderio di avventura che anche loro avevano provato.

A ciò occorre aggiungere la nostalgia per un mondo dove non si usavano i cellulari (i ragazzi in molte sequenze impugnano dei walkie talkie) e c’era più tempo per stare insieme. Al contempo si era ancora nel periodo della Guerra fredda e circolavano strane notizie su sinistri esperimenti portati avanti dalla CIA sulla psiche umana (nostalgia artisticamente ricercata anche di recente, dal premio Oscar La forma dell’acqua).

In effetti i richiami a ET sono molti: anche il film di Spielberg iniziava mostrandoci i ragazzi intenti a giocare a Dungeons and Dragons, a correre in bicicletta fra una loro casa e l’altra, tutte di tipo monofamiliare immerse nel verde. Anche nel serial c’è un’apparizione misteriosa: questa volta non si tratta di ET ma di una ragazza che si fa chiamare Undici, che parla pochissimo e che loro nascondono in cantina. Ma anche lei, come ET, fa levitare gli oggetti.

I riferimenti al film di Spielberg finiscono qui. ET- L’Extraterrestre era un capolavoro di poesia, l’esaltazione dei sogni dell’infanzia, della purezza e della fantasia dei bambini, Stranger Things appartiene invece al genere horror, non solo per il timore di quella “cosa aliena” che ogni tanto compare e rapisce dei ragazzi, ma per le sequenze dove una bambina viene sottoposta a esperimenti sempre più pericolosi e traumatizzanti. Anche le trame di contorno presentano situazioni che poco hanno a che fare con il mondo innocente di Spielberg. Gli ambienti familiari in cui vivono i ragazzi non sono sereni. Sono molte le separazioni e i conflitti fra coniugi e quando finalmente ci viene presentata una coppia tranquilla, quella dei genitori di Nancy, è lei la prima a costatare che si è trattato di un matrimonio di pura convenienza. E’ proprio Nancy, un’adolescente irrequieta, incapace di relazionarsi in modo sereno con sua madre, che si organizza la sua prima notte con un ragazzo che le piace. Si tratta quindi di un serial disarmonico, di genere horror, che tratta tematiche da maggiorenni ma pone come protagonisti dei dodicenni ed è stato questo il motivo per cui il lavoro è stato respinto da tutti i principali canali televisivi. Alla fine solo Netflix ha accettato di programmarlo vietandolo però in Italia, ai minori di 14 anni.

Il racconto si sviluppa, nella prima stagione, su otto puntate e gli autori sono stati abili nel diluire il disvelamento della verità lungo tutto l’arco narrativo, mantenendo sempre alta la curiosità dello spettatore. I personaggi sono tutti ben caratterizzati con una certa preferenza verso i nerd posti ai margini per la loro sensibilità: fra tutti Jonathan, il fratello del ragazzo scomparso, cresciuto senza un padre che si è allontanato presto da casa e Mike, il ragazzo che più degli altri riesce a comprendere e a stare vicino alla “diversa” Undici. In contrasto con loro ci sono i seguaci della pura ragione: Jim, il capo della polizia, che non ha alcun pregiudizio e avanza diritto verso la verità, meticoloso nel cercare prove e indizi, forse il personaggio più riuscito. Simile a lui è Lucas, il ragazzino afroamericano, che non fa passi avanti nella ricerca finché non riconosce l’esistenza di solide garanzie di credibilità.

Brava anche Wynona Rider (un altro omaggio agli anni ’80) anche se la parte di madre addolorata di Will la porta spesso a recitare sopra le righe.

Il serial ha vinto nel 2017 il Golden Globe come miglior serie televisiva drammatica e fra gli Emmy Awards ha raccolto cinque premi: miglior casting, miglior tema musicale e miglior montaggio sia audio che video.

Il serial (sia nella prima che nella seconda stagione) è disponibile sulla piattaforma Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL SOLE A MEZZANOTTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/25/2018 - 21:14
Titolo Originale: Midnight Sun
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Scott Speer
Sceneggiatura: Eric Kirsten
Produzione: Boies, Schiller Film Group
Durata: 91
Interpreti: Bella Thorne, Patrick Schwarzenegger, Rob Riggle, Quinn Shephard, Suleka Mathew

Una rara malattia costringe la diciassettenne Katie Price ad evitare scrupolosamente l’esposizione alla luce solare. La ragazza vive confinata nella sua stanza, osservando gli altri dalle finestre oscurate, potendo uscire soltanto di notte. Proprio durante un’uscita notturna incontra di persona Charlie, il ragazzo di cui è innamorata da sempre. Tra i due nasce una storia e Katie ha l’occasione di recuperare quello che ha perso negli anni. Ma la sua malattia metterà alla prova questa storia d’amore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amore dona speranza e passione per la vita anche nei casi più difficili ma il modo con cui viene affrontato il tema del fine vita non è pienamente condivisibile
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene con leggeri riferimenti sessuali. Il giudizio in U.S.A. è stato PG-13 perché il tema trattato del fine vita richiede maturità di giudizio
Giudizio Artistico 
 
Nel film si mettono insieme tanti spunti, già visti in altre storie del genere, senza affondare su nessuno in particolare e senza riuscire a emozionare davvero
Testo Breve:

Dopo I passi dell’amore e Colpa delle stelle   un altro film del filone “amore e malattia”: una romatica  storia di amore e compassione che affronta in modo discutibile il tema delicato del fine vita

 

Ispirato ad un film giapponese (Song to the sun, del 2006), Il sole a mezzanotte appartiene al genere “amore e malattia” e racconta le vicende di Katie, affetta da Xeroderma Pigmentoso, che costringe ad evitare le radiazioni solari, causa di danni neurologici fatali per il malato.

Orfana di madre, cresciuta da un padre attento e premuroso, Katie ha condotto un’esistenza diversa da quella dei suoi coetanei. Ha studiato tra le mura domestiche e non ha potuto vivere le normali esperienze di tutti. La sua vita fuori di casa può essere solo notturna ed è prevalentemente legata alla sua passione: esibirsi, cantando e suonando le sue canzoni, nella stazione del piccolo paese. Proprio in una di queste serate Charlie la incontra e si innamora di lei.

Lo sviluppo della storia d’amore in realtà non è davvero soddisfacente. È difficile intuire perché Charlie venga folgorato così velocemente e profondamente da una sconosciuta, tanto da insistere nel volerla re-incontrare dopo una fuga alla Cenerentola di lei. I personaggi sono costretti a rivelarci a parole quello che arrivano a rappresentare l’uno per l’altro e non troviamo corrispondenza nel loro vissuto.

Per Katie la novità del rapporto con Charlie risiederebbe nel non essere guardata, per una volta, a partire dalla sua malattia, un disagio che però non viene adeguatamente presentato come punto dolente per lei. Charlie invece sente di essere stato salvato da Katie. Dopo un incidente e un’operazione chirurgica, la sua carriera di nuotatore è messa a rischio e con essa la sua stessa identità: tutti lo hanno sempre identificato come “quello della piscina” (anche se non abbiamo riscontro di questa opinione in nessun personaggio). Katie è la prima che conosce il “vero Charlie” e a partire da questo, lo sprona a perseverare nella sua passione.

L’incontro con Charlie è per Katie il motore per vivere esperienze mai provate prima, anche se in molti casi il tutto risulta poco credibile (era necessario Charlie perché Katie potesse assistere ad un concerto, vedere una città di notte o passare la serata ad una festa?). Per il resto Katie sembra quasi un personaggio risolto. Rimane in superficie, stranamente, il suo rapporto con la malattia, col fatto che, avendo i giorni contati, non può fare scelte per il futuro come tutti quelli della sua età. Ha sempre la risposta pronta per le paure di Charlie, una saggezza che le viene da non si sa dove. Le domande del compagno non hanno una ricaduta su di lei. Il dramma portato da questa malattia non viene messo in gioco davvero (se non appena in un dialogo del padre con il medico di Katie). La malattia rischia di essere ridotta ad un mero espediente per strappare qualche lacrima, senza che si riesca ad immedesimarsi nella sofferenza dei personaggi.

Nemmeno il ruolo della musica viene sfruttato bene. Le canzoni interpretate da Bella Thorne non incidono particolarmente e il loro ruolo drammaturgico rimane purtroppo superficiale, nonostante siano parte della caratterizzazione di Katie.

Il risultato è un po’ confusionario. Si mettono insieme tanti spunti, già visti in altre storie del genere, senza affondare su nessuno in particolare e senza riuscire a emozionare davvero.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ANNIENTAMENTO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/18/2018 - 20:42
Titolo Originale: Annihilation
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Alex Garland
Sceneggiatura: Alex Garland
Produzione: DNA Films, Paramount Pictures, Scott Rudin Productions, Skydance Media
Durata: 115 su NEFLIX
Interpreti: Natalie Portman,Jennifer Jason Leigh, Gina Rodriguez

Kane, un militare dei corpi speciali, è partito per una missione segreta ma non è più rientrato. La moglie Lena, che non si è mai rassegnata alla sua perdita, lo vede un giorno ricomparire alla porta di casa. E’ lui ma ricorda poco o nulla e sta male: deve essere ricoverato immediatamente in ospedale. Lena viene informata che tempo prima, nella zona costiera della Florida, un “bagliore” è apparso nel cielo e ha colpito un faro. Da quel momento l’area, ribattezzata Zona X, è risultata come contaminata e nessuna spedizione ha fatto più ritorno, se non il solo Kane. Lena, di mestiere biologa e con 7 anni di servizio militare alle spalle, decide di partire assieme ad altre quattro donne per capire cosa sta succedendo: una psicologa, un fisico, un paramedico e un geologo...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il racconto è gravato da un senso di smarrimento e di pessimismo sui destini dell’esistenza umana
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene raccapriccianti non rendono il film adatto ai più piccoli. USA: restricted ; Netflix Italia: VM14
Giudizio Artistico 
 
Il regista Alex Garland riesce a creare un’atmosfera di mistero e di incertezza, particolarmente riuscita l’interpretazione di Natalie Portman
Testo Breve:

Una biologa cerca di scoprire i misteri di un’area contaminata da dove il marito soldato è tornato. Il film realizzato dallo specialista della fantascienza Alex Garland risulta essere forse troppo celebrale per attirare un vasto pubblico

 

“Questa è una cellula e come tutte le cellule si sviluppa da una già esistente. Per estensione tutte le cellule sono nate da un microrganismo. Un organismo unico, solo, del pianeta terra, forse nell’universo. Circa quattro miliardi di anni fa quell’uno divenne due, due divennero quattro, poi otto, …questa continua suddivisione ha dato vita a quella che è diventata la struttura di ogni microbo, filo d’erba creatura marina o terrestre, di ogni essere umano” In una sequenza all’inizio del film Lena sta insegnando ai suoi allievi che c’è un mistero, quello della vita, in ogni essere vivente che popola la terra e che probabilmente quella cellula primordiale che ha originato il tutto proviene dallo spazio.

Questo invito a concentrarsi sul piccolo per meditare sulla complessità e il mistero dell’universo in cui viviamo è la giusta premessa per introdurci in un film di fantascienza che non vuole limitarsi a sorprenderci e a spaventarci, ma invitarci a riflettere sulle condizioni della nostra esistenza su questo mondo. Si tratta di un obiettivo fin troppo ambizioso e mentre tanti critici lo hanno osannato, i distributori hanno annusato odore di scarso successo; lo hanno definito troppo celebrale e dopo l’uscita nelle sale degli Stati Uniti, Canada e Cina, il film è stato acquistato da Netflix per tutto il resto del mondo.

Il film è tratto dal libro omonimo di Jeff VanderMeer, primo volume della trilogia Southern Reach ed è diretto da Alex Garland che si è fatto conoscere per un altro film di fantascienza: Ex Machina, sull’insolita relazione fra un uomo e una donna robot.

In entrambi i film è facile riconoscere lo stile del regista: i personaggi sono pochi per non disperdere l’attenzione (due uomini e due donne robot nel primo, cinque donne nel secondo), lo sviluppo è lento perché, anche se le sorprese fantascientifiche non mancano, l’autore preferisce registrare le emozioni, le lente prese di coscienza di ciascuno.

Anche la struttura di questo Annientamento risulta alla fine complessa perché si muove su più piani.

C’è la componente del mistero, che si presenta come fredda minaccia aliena, in grado di trasformare dall’interno gli esseri viventi (Alien di Scott?); c’è il cammino nell’ignoto delle cinque esploratrici (Cuore di tenebra di Conrad?), che è visto come riflesso delle loro singole infelicità (sapremo qualcosa in più di loro man mano che si avvicinano al centro della zona X) . Ci sono infine i continui flash back su alcuni momenti intimi vissuti da Kane e Lena. Sono funzionali per affrontare un altro tema, quello dell’identità e della trasformazione. Un dettaglio che ci viene rivelato getta scompiglio nel poco ordine che lo spettatore aveva cercato di comporre. Quando Lena e Kane si incontrano di nuovo, sono veramente loro stessi?  O non sono mai stati veramente loro stessi?

E’ opportuno non dire altro ma per quanto serio sia stato l’impegno di Alex Garland, forse qualche maggiore concessione alla chiarezza e allo spettacolo avrebbe giovato al film.

Il Film è disponibile sulla piattaforma NETFLIX

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEL CHE NON SO DI LEI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/06/2018 - 22:28
Titolo Originale: D'apres une histoire vraie
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Roman Polansky
Sceneggiatura: Olivier Assayas, Roman Polanski
Produzione: WY PRODUCTIONS, RP PRODUCTIONS, MARS FILMS
Durata: 110
Interpreti: Emmanuelle Seigner, Eva Green

L’ultimo libro di Delphine ha avuto molto successo. Questo ha comportato per lei diventare l’attrazione principale dei molteplici incontri con il pubblico organizzati dalla sua casa editrice, firmare il proprio libro e dire qualcosa di carino a tutti i fan che si son messi pazientemente in coda. Si è trattato di un impegno dal quale ne è uscita completamente svuotata e quando, tornata nella sua casa di Parigi, ha cercato di iniziare a scrivere un nuovo romanzo, la pagina è rimasta inesorabilmente bianca. L’uomo con cui convive, un giornalista, è dovuto partire per un lungo viaggio all’estero e così ha accettato di buon grado l’aiuto di una vicina di casa sua ammiratrice, Leila, che si è offerta di aiutarla a liberarsi dei suoi prossimi impegni pubblici per consentirle di trovare la serenità necessaria per iniziare a scrivere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I personaggi presenti in questo film di genere sono dei puri ingranaggi utili a far muovere il meccanismo della suspence ed è inutile giudicarli come riferimenti plausibili di comportamenti reali
Pubblico 
Adolescenti
L’atmosfera di tensione e di minaccia che pervade il film non è adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il grande regista Roman Polansky non è stato in grado di dare al film quel ritmo che aveva conferito, alle sue opere precedenti, la giusta tensione
Testo Breve:

Una scrittrice famosa ha perso l’aspirazione necessaria per scrivere un nuovo romanzo. Le viene in aiuto una sua ammiratrice che sembra avere un suo secondo fine. Questa volta Polansky non riesce a ricostruire quell’atmosfera di mistero irrisolto che aveva caratterizzato tante sue opere precedenti

Il film, tratto dal romanzo Da una storia vera della scrittrice Delphine De Vigan, ha consentito a Polansky di tornare alle sue atmosfere preferite, quelle del sospetto irrisolto, della trasformazione progressiva del rapporto fra due persone che diventano sempre più intime non per amicizia ma  per l’indebolimento dell’una e il rafforzamento dell’altra, anche se questa volta il confronto a due non riguarda  un uomo e una donna come in Venere in pelliccia ma fra due donne, interpretate da attrici di talento come Emmanuelle Seigner e Eva Green. Il film  è come diviso in due parti. Nella prima,  l’ insicurezza della scrittrice, il suo  vuoto decisionale viene riempito progressivamente da Leila, che prende inizialmente le parti della solerte segretaria in grado di gestire (annullandoli) i suoi appuntamenti ma poi la sua influenza si estende fino a proporsi di sostituirla nei suoi impegni pubblici. Ci sono in questa fase non pochi riferimenti al capolavoro di Polansky, Rosemary’s baby, per il modo con cui anche in quel film, dei vicini solerti si insinuavano progressivamente nella vita della protagonista fino a travolgerla. Nella seconda parte, che si svolge in un villino isolato di campagna,  Delphine è in balia di Leila, non più solo psicologicamente ma a anche fisicamente  (si è fratturata una gamba ed è costretta a muoversi appoggiandosi a delle stampelle ) e anche in questo caso si intravedono gli echi di un altro film, questa volta non suo, Misery non deve morire (ricavato dal romanzo omonimo di Stephen King): vengono riproposte le angosce di chi, limitato nel fisico, è costretto  a fidarsi di una persona di cui poco o nulla si conosce del suo passato. Una somiglianza che diviene ancora più stretta se si considera che il motivo del contendere, fra il carnefice e la vittima, è proprio l’ispirazione per la scrittura di un nuovo romanzo.

Ovviamente Roman Polansky è libero di ispirarsi a qualsiasi lavoro del passato, purchè il risultato sia  originale e porti la sua firma inconfondibile di creatore di atmosfere di sospetto e di minacce indefinite ma palpabili. Il risultato, questa volta, è ottenuto solo parzialmente. Gli ingredienti ci sono tutti ma il modo con cui sono stati messi in tavola, con cui i fili sono stati imbastiti per tessere la trama, non convince.

I confronti fra le due donne, sopratutto nella parte centrale del film, appaiono ripetitivi, c’è una certa trascuratezza nel ritmo, che in film di suspence come questo risulta determinante. Il modo con cui un preciso meccanismo giallo riesce a trasformarsi in atmosfera di sospetto e pericolo è sempre qualcosa di magico ma questa volta l’autore sembra aver perso la bacchetta che aveva utilizzato in Rosemary’s baby. Il film si riscatta solo per la bravura delle due attrici che si mostrano adatte ai loro ruoli anche nel fisico. Eva Green ha nel suo sguardo intenso ma freddo, da cui scaturiscono a volte lampi di cattiveria, la giusta rappresentazione di  qualcosa di minaccioso; Emmanuelle Seigner, appesantita nelle forme, spesso senza trucco e trascurata nel vestire, esprime molto bene lo stato in cui si trova una donna che non riesce più a controllare se stessa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PUOI BACIARE LO SPOSO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/04/2018 - 21:38
Titolo Originale: Puoi baciare lo sposo
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Giovanni Bognetti, Alessandro Genovesi
Produzione: COLORADO FILM in collaborazione con MEDUSA FILM
Durata: 90
Interpreti: Diego Abatantuono, Monica Guerritore, Cristiano Caccamo, Salvatore Esposito, Diana Del Bufalo, Enzo Miccio

Antonio e Paolo sono fidanzati, vivono a Berlino e hanno deciso di sposarsi. Convinti che le loro famiglie saranno felici della notizia, tornano in Italia per il lieto annuncio. Ma la loro felicità dovrà scontrarsi con le diverse reazioni, tra pregiudizi, moralismi e un vortice di opinioni contraddittorie che metterà alla prova l’amore tra i due ragazzi

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel tentativo di sdrammatizzare la tematica ancora spinosa delle unioni civili e, in generale, dell’omosessualità, il film va a screditare e banalizzare in primo luogo la Chiesa e troviamo un frate che decide di celebrare il matrimonio tra i due ragazzi, perché “per noi conta soltanto l’amore" e lo dice guardando un ritratto di Papa Francesco
Pubblico 
Sconsigliato
Per la banalizzazione al solo scopo di far ridere, di un tema sensibile che meriterebbe un ben maggiore approfondimento
Giudizio Artistico 
 
Il film mostra una narrazione estremamente frammentata e superficiale, che rende l’intero film mediocre. A fianco della buona interpretazione di Diego Abatantuono, ci sono tanti personaggi ridotti a macchiette, che ricalcano un ruolo statico e a volte decisamente sopra le righe
Testo Breve:

Il tema delle unioni civili è sicuramente attuale e si poteva anche trovare un modo per approfondirlo con qualche sorriso. Nulla di tutto ciò succede in questo film che banalizza il tema con personaggi-macchietta, gag sopra le righe  e deride l’atteggiamento della Chiesa

Puoi baciare lo sposo è una commedia che tratta – o vuole trattare – un tema molto attuale, quello delle unioni civili in Italia, con un tono leggero. Pur avendo una buona confezione, a partire dalla regia fino alla fotografia che regala uno scenario poetico e romantico grazie anche all’ambientazione del piccolo comune di Bagnoregio, la pellicola di Genovesi soffre però di una narrazione estremamente frammentata e superficiale, che rende l’intero film mediocre.

Sembra infatti che per dare una patina di comicità all’intera storia, si sia dimenticato l’approfondimento dei personaggi, oltre che del tema sì attuale ma anche delicato. Non si ha quindi la possibilità di raccontare l’amore tra Antonio e Paolo, o di approfondire – seppur in chiave leggera – la crisi che inevitabilmente li coinvolge, andando invece a preferire un susseguirsi di lunghi dialoghi, prevedibili e ricchi di frasi fatte, su cosa sia giusto pensare o cosa sia giusto fare nei confronti delle unioni civili.

Esempio di questa narrazione superficiale è la caratterizzazione del padre di Antonio, Roberto (interpretato da un Abatantuono che comunque non delude): l’uomo è il sindaco di Bagnoregio, e viene presentato come una persona aperta all’integrazione, tanto che si batte per far rimanere nel paese alcuni immigrati in cerca di lavoro. Viene quindi messo in atto il più classico dei cliché: è molto facile accettare e accogliere l’estraneo (in questo caso il profugo) quanto è difficile accettare e accogliere il vicino (in questo caso Antonio, suo figlio). A Roberto viene costantemente rinfacciato questo suo dualismo: da una parte pronto a battersi per i diritti degli emarginati, dall’altra totalmente chiuso di fronte alla diversità del figlio. È una tematica reale, che viene però banalizzata, senza andare a scavare realmente nelle motivazioni dei personaggi e quindi nel loro cambiamento.

Dispiace vedere come il teatro di personaggi attorno ai due protagonisti sia popolato di macchiette, che ricalcano un ruolo statico e a volte decisamente sopra le righe (come l’amica Benedetta che sembra non avere coscienza della realtà che la circonda, o la ex di Antonio che lo stalkera, o il nuovo inquilino a cui piace vestirsi da donna e che li segue come un’ombra perché ha paura di rimanere da solo).

Nel tentativo di sdrammatizzare la tematica ancora spinosa delle unioni civili e, in generale, dell’omosessualità, il film va a screditare e banalizzare in primo luogo la Chiesa. Ad esempio, troviamo un frate che decide di celebrare il matrimonio tra i due ragazzi, perché “per noi conta soltanto l’amore”, come dice mentre cerca consenso guardando una foto del Papa appesa alla parete. O ancora, Antonio – come ogni anno – impersona Gesù durante la via Crucis e viene frustato mentre porta la croce, subito dopo essere stato insultato dal padre per la sua omosessualità. Questi e altri episodi nel corso del film riportano un simbolismo sovraccaricato, che non lascia spazio all’esplorazione di un punto di vista diverso o a un dialogo effettivo sull’argomento che si vuole raccontare.

Alcune parti del film, grazie soprattutto alla presenza di Abatantuono, sono godibili nella loro leggerezza senza pretese, ma purtroppo non sono sufficienti a sostenere i novanta minuti di pellicola che, seppur pochi, alla fine stancano.

In conclusione, Puoi baciare lo sposo è un film che ha sacrificato la struttura narrativa a favore di una banale parodia su una tematica attuale, finendo, purtroppo, per svuotarla di ogni possibile significato.

Autore: Elena Santoro
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL FILO NASCOSTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/26/2018 - 22:36
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Produzione: ANNAPURNA PICTURES, FOCUS FEATURES, GHOULARDI FILM COMPAN
Durata: 130
Interpreti: Daniel Day-Lewis, Lesley Manville, Vicky Krieps

Nella Londra degli anni ’50 Reynolds Woodcock è il sarto delle signore dell’alta società e delle dive. Disegna personalmente i modelli e con uno staff di abili sarte diretto dalla sorella Cyril, realizza quel tipo di vestito che per il pregio dei tessuti, le sue forme classiche da' alle donne che lo indossano quel giusto “distacco” utile a distinguerle dalle altre. In uno dei suoi rari weekend liberi Reynolds, scapolo impenitente, conosce Alma, la cameriera di un bar e resta colpito dalla sua naturale eleganza. Alma a sua volta è affascinata da questo artista sensibile che vive solo del suo lavoro e accetta di seguirlo a Londra per lavorare al suo atelier. Alma si accorge ben presto che Reynolds è un uomo totalmente assorbito dalle sue creazioni e influenzato dalla sorella: non trova lo “spazio emotivo” per innamorarsi. Alma, al contrario, ci tiene a lui e vuole assolutamente trovare un modo per attirarlo a se...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo e una donna, che potrebbero innamorarsi l’uno dell’altra, non pensano di trasformarsi per entrare in una realtà di coppia ma ognuno dei due cerca di assorbire l’altro nel proprio universo
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene che potrebbero disturbare i minori ma il tema trattato presenta una certa morbosità
Giudizio Artistico 
 
Daniel Day-Lewis non cessa di stupire per la sua capacità di immersione totale nel personaggio che deve interpretare e Paul Thomas Anderson conferma la sua alta professionalità nel costruire ambienti e situazioni altamente suggestive
Testo Breve:

Nella Londra degli anni ’50, il più richiesto sarto dell’alta società è uno scapolo impenitente ma poi incontra Alma. Un film recitato e diretto molto bene per un cupo thriller psicologico

La recitazione di Daniel Day-Lewis è eccezionale ma quest’ultimo lavoro di Paul Thomas Anderson (Il Petroliere, The Master, Vizio di Forma) non è un film costruito intorno a un protagonista ma un’orchestra polifonica dove ogni strumento sa intervenire al momento giusto. C’è l’ambiente dell’atelier, collocato in un antico palazzo al centro di Londra, popolato da sarte in camice bianco, per lo più non giovani, che cuciono in silenzio, pronte a mettersi rispettosamente in riga quando Reynolds passa a ispezionare le ultime creazioni. Ci sono le principesse e altre signore della società che conta che vengono al suo studio per provarsi i vestiti: sorridono fiduciose al maestro con il quale si è stabilita una sorta di complice intimità e si affidano interamente a colui che saprà valorizzare la loro femminilità. C’è la sorella Cyril, fredda e razionale, che si alimenta, come un parassita, della luce del fratello. C’è la stessa personalità del regista che traspare nel suo utilizzo di uno stile narrativo costruito ad hoc per rappresentare un mondo di gentiluomini e nobildonne inglesi.  Nessuno alza la voce, si riflette sempre prima di rispondere ma vengono spesso usate frasi taglienti come lame. Veniamo infine a Daniel Day-Lewis che secondo quanto da lui stesso dichiarato, dovrebbe chiudere la sua brillante carriera di attore (due premi Oscar) con questa interpretazione. Il suo personaggio esprime grande sensibilità per il bello (e per il mangiare raffinato) ma la sua fragilità emotiva lo spinge a cercare di vivere in un mondo ordinato che replica sempre se stesso. La vicinanza di Alma costituisce per lui un importante aiuto ma al contempo una minaccia per il suo equilibrio, che ruota intorno al lavoro e al ricordo della madre e il film finisce per trasformarsi in un thriller psicologico (giustamente alcuni critici hanno ricordato Rebecca, la prima moglie di Alfred Hitchcock, dove il cuore del protagonista restava occupato dal ricordo della prima moglie). In perfetta antitesi con le incertezze di lui si trova Alma, incrollabile nella sua volontà di conquistarlo e forse, proprio per questo, finisce per diventare il personaggio meno interessante.

Dopo il giusto apprezzamento delle ambientazioni e dei protagonisti, non resta che commentare la trama. Paradossalmente, è proprio questo l’aspetto meno interessante del film. Non si può parlare di una storia d’amore ma dell’incontro di due debolezze, dove entrambi restano ancorati ai loro limiti caratteriali, senza che nessuno dei due accetti, come effetto del loro incontro, di venire trasformato. Secondo lo schema del confronto dei poteri, com’era stato già avvenuto per i precedenti film di Paul Thomas Anderson, conta solo il risultato del conflitto: c’è chi vince e c’è chi perde.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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A CASA TUTTI BENE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/19/2018 - 21:00
Titolo Originale: A casa tutti bene
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Paolo Costella
Produzione: LOTUS PRODUCTION, UNA SOCIETÀ DI LEONE FILM GROUP CON RAI CINEMA
Durata: 105
Interpreti: Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore

Pietro e Alba festeggiano cinquant'anni di matrimonio nell’isola dove hanno deciso di vivere dopo aver lasciato ai figli la gestione del loro ristorante. Per il lieto evento hanno invitato tutti i parenti più stretti. I tre figli: Carlo con la seconda moglie Ginevra, Sara e suo marito Diego e Paolo che è arrivato da solo, piantato in asso dalla moglie a causa di un suo tradimento. Gli affari di cuore non vanno affatto bene per nessuno dei tre: Alba ha avuto la felice idea di invitare anche Elettra, la prima moglie di Carlo, creando continue occasioni di atrito con Ginevra; Sara cerca di mostrarsi allegra e affettuosa verso il marito, perché intuisce che la sta tradendo; Paolo cerca di rompere la sua solitudine riallacciando una relazione con la cugina Isabella, il suo primo amore dell’adolescenza. Alle nozze d’oro è stato invitato anche Riccardo, il parente più povero, assieme alla moglie Luana che è in attesa di un figlio; per lui, pieno di debiti, sarà l’occasione migliore per chiedere ai tre fratelli un lavoro nel ristorante...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Muccino in questo, come nei film precedenti, ribadisce che l’uomo e la donna non sono adatti a una relazione stabile, perché desiderosi solo di riprodurre all'infinito il momento unico e irripetibile dell’innamoramento iniziale
Pubblico 
Maggiorenni
Una rapida sequenza di rapporto sessuale. Riferimenti a rapporti prematrimoniali fra adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Muccino è bravo nel condurre un film corale e nel far recitar bene i molti attori coinvolti ma la sceneggiatura tradisce una certa artificiosità meccanica degli eventi
Testo Breve:

Una coppia invita tutti i parenti alle loro nozze d’oro nell’isola dove abitano ma una tempesta costringe tutti a restare un altro giorno con conseguenze disastrose. Muccino ribadisce la sua poca fiducia nella tenuta dei legami di coppia

Quando uscì L’ultimo bacio,  Muccino fu applaudito per esser riuscito a rappresentare il fenomeno dell’adolescenza prolungata, quella sindrome di Peter Pan di cui sono affetti, ancora a trent’anni, tanti uomini a cui piace vedere il futuro come un libro aperto, ancora tutto da sfogliare. In seguito, con Baciami ancora, aveva fotografato la generazione dei quarantenni  e ancora una volta si è potuto guardare all’opera di Muccino come un interessante studio sociologico: il futuro di questi personaggi era ormai diventato presente e il loro cuore era sovraccarico di amori lasciati ma mai dimenticati e di amori nuovi mai completamente accettati.

Ora, con questo A casa tutti bene, carico di personaggi di tutte le età, dagli adolescenti agli ottantenni, sembra quasi di trovarsi di fronte a una Summa di tutto quanto è stato raccontato nei film precedenti ed è inutile parlare di nuovo di approfondite riflessioni sugli uomini e le donne di oggi; ciò che emerge è solo Muccino, regista e sceneggiatote, impegnato in un’opera corale dove egli continua a ribadire la sua filosofia di vita con uno stile narrativo mai variato.

In A casa tutti bene, Paolo e la cugina Isabella si sono allontanati dal gruppo per parlare più intimamente. Entrambi hanno alle spalle dei matrimoni infelici ma preferiscono ricordare quella lontana estate, proprio in quella stessa isola, nella quale si sono dati il primo bacio. “I primi 20 minuti sono quelli dove tu racconti chi sei, su di te, sul tuo passato, tanto pensi di non aver nulla da perdere - riflette Paolo - ma poi i 20 minuti diventano 20 ore, 20 giorni, 20 settimane, 20 mesi, 20 anni; alla fine ti rendi conto di non aver più parlato come allora e ti trovi a sognare segretamente  di voler trovare altri 20 minuti per parlare di te con una sconosciuta...”

Muccino sintetizza definitivamente, in questo colloquio, la costante antropologica che ha sempre fatto da sfondo ai suoi protagonisti: uomini e donne che vivono di quelle emozioni che si possono cogliere solo in un momento magico della propria vita ma poi il momento passa e non resta che cercarlo affannosamente in nuovi incontri. Nei film precedenti in dialoghi non sono molto diversi. In L’ultimo bacio Carlo, prossimo padre, che convive con Giulia, si avvicina interessato alla diciottenne Francesca incontrata a una festa. “Crisi?” gli domanda lei. “Si, crisi –risponde Carlo – non c’è più la passione di una volta”. Anche in quel caso non ci sono un uomo e una donna che progettano il loro futuro e felicemente attendono un figlio ma si vive in funzione di quanto misura il termometro della passione.

Deve essere questo il motivo per cui, alla fine della proiezione di quest’ultimo lavoro, si resta ancora una volta ammirati dalla capacità di Muccino nel costruire un film corale, nel far recitare bene tutti gli attori ma poi il film evapora rapidamente dalla nostra memoria. I protagonisti sono in fondo tutti avatar dietro i quali si cela un’unica personalità, quella del regista e finiscono per apparire poco realistici. Quando, nella seconda parte, esplodono in modo incontrollato i conflitti fra i vari parenti-serpenti, si ha la non gradevole sensazione di assistere agli effetti di una bomba ad orologeria preparata a tavolino dal Muccino sceneggiatore.

I casi di coppie fallite,  di tradimenti  consumati sono veramente troppi in questo film (e quindi sociologicamente poco attendibili, se si considera che i grandi nonni, costruttori di un solida fortuna tramite la gestione di un ristorante, appaiono persone che hanno sempre saputo badare all’essenziale). Per un momento sembra che i due adolescenti costituiscano la speranza per un futuro diverso. “Voglio essere giusto – dice il ragazzo –e non voglio fare la fine di mio padre che se ne è andato via quando avevo un anno”. Ma poi questa illusione sparisce presto: anche la coppia di adolescenti si adegua ai comportamenti degli adulti che la circondano, cercando solo di “cogliere l’attimo”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THIS IS US (Stagione 1)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/07/2018 - 12:28
Titolo Originale: This is Us
Paese: USA
Anno: 2016
Sceneggiatura: Dan Fogelman
Produzione: Rhode Island Ave. Productions, Zaftig Films, 20th Century Fox Television
Durata: 42 minuti per episodio Sono state completate la prima e la seconda stagione
Interpreti: Milo Ventimiglia, Mandy Moore, Sterling K. Brown, Chrissy Metz, Justin Hartley

Nel 1980, Jack e Rebecca sono in attesa di tre gemelli. Al momento del parto, solo due sopravvivono. I due coniugi, confortati dal dott Nathan (dottor K), accettano la sua proposta di adottare un bambino di colore nato lo stesso giorno e abbandonato davanti alla caserma dei vigili del fuoco. Trentasei anni dopo, i tre fratelli festeggiano il loro compleanno. Kate, che è sovrappeso, si impegna a frequentare un gruppo di sostegno e in quell’occasione incontra Toby, che manifesta interesse per lei; Kevin è divenuto famoso come star di una sit com televisiva ma stufo ormai del suo personaggio, pensa di trasferirsi a New York per provare a fare teatro. Randal, il ragazzo di colore adottato, dirigente d’azienda e ormai benestante, è rimasto sempre con il desiderio di scoprire chi siano i suoi genitori biologici. Dopo lunghe ricerche, suona alla porta di William, il suo vero padre….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial valorizza tutti gli affetti familiari (fra coniugi, fra genitori e figli, fra fratelli) evidenziandoli come le fonti a cui attingere per una vita felice
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il serial sa costruire momenti di sincera commozione e di intimo si colloquio anche se tende a stereotipare i protagonisti in funzione delle loro peculiarità caratteriali
Testo Breve:

Tre fratelli nati lo stesso giorno crescono (uno è adottato) ma la coesione della famiglia, l’aiuto sempre pronto dei genitori o dei fratelli, rende la vita costellata di bei momenti, nonostante i tanti ostacoli che incontrano

Rebecca sorride, nel guardare le due lavatrici che si trovano nel seminterrato di casa. Si ricorda di quando i tre bambini erano piccoli e quelle lavatrici lavoravano a pieno ritmo. Si ricorda anche di quante volte il marito Jack era dovuto intervenire per cercare di ripararle, in mezzo alla schiuma che usciva senza controllo dai loro oblò.

E’ questa una delle tante note di attenzione alle consuetudini familiari di cui è costellato questo Family Drama.  La serie si può considerare atemporale, nel senso che non sviluppa la storia dei tre fratelli e dei loro genitori in modo lineare, partendo dall’inizio, negli anni ’80 per arrivare ai nostri giorni ma passa con disinvoltura dal presente al passato proprio perché ciò che conta è il singolo momento affettivo che si viene a creare: sia esso il momento in cui i coniugi, dopo aver litigato, si riconciliano o il saggio suggerimento che un fratello dà all’altro oppure perché i Big Three si ritrovano finalmente tutti assieme per Natale o al Thanksgiving. I salti temporali seguono in realtà una logica, quella dell’omogeneità tematica perché ad ogni puntata, in modo implicito, si segue un tema specifico che serve anche a sottolineare quanto intrecciate siano le vite dei componenti di una famiglia: una decisione presa nel passato finisce per ripercuotersi anche nel presente e il ricordo, buono o cattivo di ciò che è accaduto, finisce per condizionare la situazione presente.

In alcune puntate fa capolino anche la religione: il piccolo Kevin, che ha appreso dalla madre che il Natale non è fatto solo di regali ma che è un “affare che riguarda Gesù” si reca in un negozio di articoli religiosi e fra tante statuine della Madonna e dei santi, chiede alla commessa: “qual è quella che ti aiuta a pregare meglio?”. Bello anche l’episodio del pompiere che ha raccolto il piccolo Randal abbandonato davanti alla porta della caserma, un uomo buono, che va a confessarsi per parlare del suo momento di crisi coniugale e chiede al sacerdote il “miracolo” della loro riconciliazione.  Si tratta, a dire il vero, di un incapsulamento tematico che non ha un serio impatto nella struttura narrativa; ciò che ha più rilevanza è la “religione dell’umano”, cioè di quella saggezza sul buon comportamento che si esprime frequentemente con frasi che non nascondono la loro solennità e che quasi a ogni puntata, vengono pronunciate dai protagonisti. Il dottor K si rivolge all’affranto Jack, dopo la morte del terzo gemello, per ricordargli che bisogna trasformare un limone aspro in una limonata e gli suggerisce di adottare il neonato di colore appena portato in ospedale. Lo stesso dottor K, nell’incontrare Randal di dieci anni, gli fa notare che: “se da grande troverai il modo di mostrare a qualcuno la stessa bontà che i tuoi hanno avuto con te, questo sarà il più bel regalo che tu mi potrai fare”

Non mancano comunque alcuni cedimenti alle mode correnti: fra i protagonisti c'è anche un bisessuale, situazione che viene sfruttata per lanciare frecciate contro l'omofobia; altri due di loro si concedono una serata a base di marijuana, non senza aver chiarito, forse per tranquillizzare il pubblico, che i medici hanno dichiarato che il consumo di erba non produce alcun rischio di assuefazione.

Complessivamente la serie riesce a proporci con intensità molti momenti di verità familiare anche se a volte non riesce a evitare né la facile commozione né la somministrazione di pillole di filosofia di vita

Lascia un po’ sconcertati l’impiego diffuso di categorie psicologiche per la caratterizzazione dei vari personaggi: Kate sembra definita solo dal suo complesso d sentirsi sovrappeso; Kevin è un uomo perennemente insicuro e ossessionato dall’ansia di avere successo come attore, William è stato un tossicodipendente, Jack ricorre spesso all’alcol e Randal si sente in obbligo di adottare a tutti i costi un bambino per ricambiare il generoso gesto che i genitori adottivi hanno compiuto nei suoi confronti. Perfino il suo cercare di essere sempre di aiuto a tutti non è visto dalla moglie come una virtù ma viene percepita come “un’ossessione per la perfezione”.

Non si tratta mai di personaggi propositivi che hanno individuato l’obiettivo della loro vita e lo perseguono con tenacia ma sono solo reattivi rispetto alle proprie pulsioni caratteriali e ai condizionamenti ricevuti nell’infanzia.

Il serial è andato in onda su Fox Life da novembre 2016 ed ora è disponibile sulla piattaforma Prime Video

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SONO TORNATO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/05/2018 - 16:44
Titolo Originale: Sono tornato
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Luca Miniero
Sceneggiatura: Luca Miniero e Gianluca Guaglianone
Produzione: INDIANA PRODUCTION, VISION DISTRIBUTION
Durata: 100
Interpreti: con Massimo Popolizio, Frank Matano, Stafania Rocca, Gioele Dix

In un pomeriggio come tanti, un oggetto non identificato precipita dal cielo nel bel mezzo di piazza Vittorio, a Roma. Incredibile ma vero, si tratta di Benito Mussolini in persona, il volto tumefatto, la divisa dei bei tempi. Il dittatore, vagando senza meta in un Paese distante anni luce dal suo, così tecnologico e multiculturale, si imbatte nell’aspirante reporter e regista Andrea Canaletti, che scambiandolo per un attore comico (come tutti del resto), cerca di cavalcarne la verve e l’energia per girare un documentario sull’Italia di oggi. Di tutt’altro tipo sono invece le ambizioni del duce, che mira a guadagnare consensi per tornare al potere. E in effetti, a poco a poco, la popolarità dell’uomo cresce sempre di più, fino alle prime comparsate tv. Il folle piano del dittatore sembra così prendere forma…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una satira che correttamente punta il dito sui rapporti sempre fragili fra politica e media e la tentazione del popolo italiano (come di altri) di cedere agli estremismi
Pubblico 
Adolescenti
Una scena sensuale, violenza su un animale
Giudizio Artistico 
 
La sensazione è che, seppur il film sia tutto sommato piacevole e offra anche diversi spunti di riflessione, regia e sceneggiatura abbiano avuto il braccino corto, forse presi dalla paura di affondare il colpo e scendere veramente in profondità nelle diverse tematiche solamente accarezzate.
Testo Breve:

Dopo il successo del film tedesco Lui è tornato, ecco che ritorna nell’Italia di oggi anche Benito Mussolini, che scala rapidamente le vette del successo televisivo e si appresta a scalare il potere politico. Una satira divertente che avrebbe dovuto osare di più

Dopo Benvenuti al Sud (liberamente ispirato alla commedia francese Giù al nord), un altro remake in salsa europea per il regista Luca Miniero, con questa rivisitazione nostrana di Lui è tornato, film tedesco campione d’incassi (a sua volta tratto dall’omonimo best seller) che immagina l’improbabile ritorno di Adolf Hitler nella Germania dei nostri giorni.

Come nella pellicola tedesca, anche Sono tornato è un’occasione per raccontare il nostro Paese, con le sue bellezze e le sue contraddizioni, attraverso lo sguardo innamorato di un personaggio così controverso e ingombrante per la storia italiana. La cosa più divertente è rendersi conto che dalla bocca del Duce, sempre così alienato e fuori contesto, escono anche delle verità lucide e spesso condivisibili sulla nostra situazione culturale, politica ed economica. Il film non si risparmia nemmeno qualche frecciata sui rapporti tra televisione e potere, come si può capire dall’amara ma suggestiva sequenza finale in cui il dittatore e Katia Bellini (Stefania Rocca), direttrice di Mondo Tv, la rete per cui lavora l’impacciato Andrea, salgono a braccetto sul carro trionfale che attraversa le vie della Roma antica.

Proprio quella di presentare Mussolini come mentore positivo per il popolo italiano, dal pulpito dei salotti televisivi che lo accolgono a braccia aperte per la sua carica involontariamente comica, è la chiave più divertente e curiosa del film, almeno fino a quando non comincia a prendere corpo seriamente il suo piano di tornare al potere. Solo a quel punto qualcuno lo riconosce come “quello vero”, riportando alla mente dello spettatore tutto il male compiuto dal regime, a cominciare dalle leggi raziali e dai rastrellamenti nel ghetto ebraico. E allora il film cambia tono, non c’è più spazio per la commedia e la posta in gioco si alza drammaticamente.

Prima, il film è sicuramente più divertente e leggero, ma nel giudizio globale paga una sorta di ventre molle nella parte centrale, in cui il “camerata” Canaletti e il duce, per realizzare il loro documentario, si mettono a girare in lungo e in largo il Paese per tastare il polso al popolo italiano con improbabili interviste. Questa fase, anche se offre alcune situazioni decisamente simpatiche, ha una struttura un po’ troppo episodica e inevitabilmente rallenta la storia, che poi si riaccende verso il terzo atto, con la discesa in campo dell’aspirante capo di stato. La sensazione è che, seppur il film sia tutto sommato piacevole e offra anche diversi spunti di riflessione, regia e sceneggiatura abbiano avuto il braccino corto, forse presi dalla paura di affondare il colpo e scendere veramente in profondità nelle diverse tematiche solamente accarezzate.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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