Non classificato

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Il film non fa parte di nessuna categoria

VICE – L’UOMO NELL’OMBRA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/14/2019 - 16:18
Titolo Originale: Vice
Paese: Usa
Anno: 2018
Regia: Adam McKay
Sceneggiatura: Adam McKay
Durata: 132
Interpreti: Christian Bale, Amy Adams, Sam Rockwell, Steve Carell, Jesse Plemons, Tyler Perry, Alison Pill;

L’ascesa politica di Dick Cheney, vicepresidente di George W. Bush, dal nativo Wyoming ai corridoi del potere di Washington, animato da un’insaziabile sete di potere e sostenuto dalla leale moglie Lyanne…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il ritratto di un genio del male, dove il male è descritto come male. Spetta all’autore la responsabilità di averci, in coscienza, fatto un ritratto onesto del personaggio
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e immagini di torture e violenze
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione Christian Bale ma il film non riesce a focalizzare le più intime motivazioni del protagonista, i meccanismi di pensiero più profondi e personali, a parte la devozione al potere in sé,
Testo Breve:

L’autore di The Big short ci racconta l’ascesa politica di Dick Cheney, vicepresidente di George W. Bush, un racconto, forse di parte, dell’insaziabile sete di potere di questo personaggio che ha molto pesato sulla scena politica americana.

Con lo stesso stile brillante e ironico, a metà tra la fiction e il documentario, utilizzato nel suo precedente film The big short, per raccontare un argomento complesso come la crisi dei mutui subprime, Adam McKay questa volta prova a trovare un chiave di accesso ad uno dei personaggi più decisivi e insieme misteriosi della storia politica americana recente, Dick Cheney.

Un film dichiaratamente “di parte”, tanto che McKay si para dalle accuse di una visione troppo liberal affrontando la questione in uno degli inserti para-documentaristici in cui mette in scena degli ipotetici focus group come quelli usati dai veri politici per interpretare e dirigere l’opinione pubblica su argomenti spinosi come la guerra in Iraq. Infatti, la pellicola negli Usa ha diviso il pubblico e non ha replicato il successo del precedente, anche se si è guadagnato sei nomination ai Golden Globe (Christian Bale con la sua eccellente e camaleontica performance nei panni del protagonista si è portato a casa il premio) e sicuramente attirerà l’attenzione anche agli Oscar.

Accanto a Bale, in un cast all star (che dovrebbe in parte aiutare il pubblico a orizzontarsi nella miriade di personaggi dell’arena politica americana che intersecano il percorso di Cheney, a volte solo per una scena o due) spicca Amy Adams, nei panni della consorte Lyanne, fondamentale per la discreta ma costante ascesa del consorte, leale, spietata e dominata da un’ambizione che può realizzare solo per interposta persona. Una sorta di Lady Macbeth all’americana, insomma, come non troppo sottilmente suggerisce anche il regista mettendo in scena un immaginario dialogo “alla Shakespeare” nel momento di una delle decisioni cruciali nella vita della coppia.

È uno dei pochi momenti di quasi trasparenza per un personaggio che resta nonostante gli sforzi straordinariamente opaco, i cui meccanismi di pensiero più profondi e personali, a parte la devozione al potere in sé, il film non riesce (e forse colpevolmente non prova nemmeno) a focalizzare.

Da ex studente universitario ubriacone e senza ambizioni, che solo l’ultimatum della fidanzata porta a un cambio di rotta, a “stagista” del congresso, pronto a seguire le orme di uno spregiudicato Ronald Rumsfeld (Steve Carell), senza apparenti reali convinzioni a parte il perseguimento di un ruolo all’interno dell’establishment (il film lascia intendere che anche l’opzione repubblicana sia più che altro una scelta di comodo all’interno dell’amministrazione Nixon), di Cheney fino ad un certo punto non si intuiscono doti o abilità eccezionali, se non l’abilità di “spararle grosse” sembrando sempre ragionevole.

Sinceramente pare troppo poco per giustificare una carriera politica che attraversa quattro decenni e trova il suo coronamento in una vicepresidenza totalmente sui generis: di fatto Cheney ottiene da un ingenuo George  W. Bush junior (Sam Rockwell, mimetico, ma per ragioni di scrittura assai meno convincente di quanto lo fu Josh Brolin nel biopic di Oliver Stone dedicato al presidente repubblicano) un potere inaudito per una carica fino ad allora considerata un niente e la gestisce con spregiudicatezza per ricambiare favori a vecchi amici e per potare a termine un progetto a lungo covato, quello con quello della guerra in Iraq.

A parte l’evidente devozione alla famiglia (se il sostegno della moglie è fondamentale per la sua scalata, Cheney si dimostra incrollabilmente leale oltre che a lei anche alla figlia Mary, dichiaratamente omosessuale, per cui si rifiuta di sostenere le posizioni di Bush rispetto ai matrimoni gay), Cheney resta però un mistero, mentre la quantità di argomenti portati in campo e la velocità con cui gli altri personaggi entrano ed escono dalla storia non aiuta il pubblico a trarre qualche conclusione più specifica che non sia che l’uomo sia stato un discreto genio del male.

Un’opinione con cui per altro molti degli spettatori si saranno già avvicinati al film, che rischia quindi di “predicare ai convertiti” perdendo l’occasione di un affondo umanamente più intrigante anche se rischioso.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VAN GOGH - SULLA SOGLIA DELL'ETERNITA'

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/05/2019 - 19:24
Titolo Originale: Van Gogh - At Eternity's Gate
Paese: GRAN BRETAGNA, FRANCIA, USA
Anno: 2018
Regia: Julian Schnabel
Sceneggiatura: Julian Schnabel, Jean-Claude Carrière, Julian Schnabel, Jean-Claude Carrière
Produzione: ICONOCLAST, RIVERSTONE PICTURES, SPK PICTURES
Durata: 120
Interpreti: Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen

Gli ultimi anni di vita di Vincent Van Gogh: l’amicizia con Paul Gauguin, il legame con il fratello Theo, la chiusura nel nosocomio di Saint Rémy fino alla morte

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un onesto tentativo di entrare nel cuore e nell’anima di questo pittore tormentato, parzialmente riuscito
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene forti prima del ricovero in nosocomio
Giudizio Artistico 
 
Premiato all’ultimo festival di Venezia per la grande interpretazione di Willem Dafoe nei panni del pittore, il film non riesce a creare una storia compatta ma gli eventi della vita di Van Gogh sembrano spiegare eccessivamente quello che invece andava lasciato alla poesia della creazione e alla fragilità dell’immaginazione di un artista
Testo Breve:

La macchina da presa del regista  Schnabel sembra avere gli occhi, il cuore, la mente di Van Gogh e lo spettatore si sente come parte del suo processo creativo ma il film eccede nel suo didascalismo

Van Gogh, il pittore che in pochi anni di vita, ha lasciato innumerevoli disegni e tavole, non vendendone alcuno prima della morte, ha un fascino senza tempo. I suoi quadri riempiono l’immaginario di artisti da oltre un secolo. Eppure quando di fronte si ha un pittore come Van Gogh è difficile pensare che possa essere realizzato un lungometraggio capace di restituire l’arte, l’inquietudine, la solitudine e la pazzia. E sulla scia di questa difficile riproducibilità, che può avere come primo limite la didascalia, Julian Schnabel tenta con Van Gogh - Sulla Soglia dell’eternità questo difficile compito. Lo sapeva Schnabel, il regista conosciuto in Italia per Lo scafandro e la farfalla, che prima di arrivare alla macchina da presa ha lavorato e continua a farlo come pittore. E poteva tentare la sfida che questo lungometraggio comporta, forse solo lui, artista e regista, che ha esordito al cinema nel 1996 con un film su Jean-Michel Basquiat, il graffitista più famoso del nostro secolo.

Se si pensa al titolo originale si comprende il cuore dell’operazione filmica di Schnabel. Infatti il nome di Van Gogh non è presente, c’è solo At Eternity’s Gate, che è stato lasciato nel titolo italiano però con un’aggiunta: il titolo completo è Van Gogh - Sulla soglia dell’Eternità.

Scelto in competizione a Venezia e premiato per la grande interpretazione di Willem Dafoe nei panni del pittore, il film non ha le caratteristiche tipiche di un biopic o di un documentario come lo sono stati Loving Vincent o Van Gogh tra il grano e il cielo. Van Gogh - Sulla soglia dell’Eternità é uno sguardo sull’uomo inquieto, sul pittore che dipinge il mondo e lo fa anche se incompreso dai contemporanei del suo tempo. La musica invade le immagini (forse uno dei difetti stilistici imperdonabili del film) e Van Gogh, ormai pittore trentaduenne, lascia l’Olanda e a Parigi in un bar  incontra Paul Gauguin (Oscar Isaac), l’amico con il quale condividerà costanza e passione per i soggetti da dipingere. Scena dopo scena assistiamo a un racconto emotivo: i girasoli, le donne, gli autoritratti, la luce, entrano nella scena. Colpiscono gli spettatori che si sentono parte del processo creativo. E poi i dettagli si contestualizzano: il soggiorno nella cittadina di Arles, il taglio dell’orecchio (dovuto a un innamoramento?) la degenza al nosocomio Saint Rémy, e la morte ad opera di due giovani ladri nel 1890. Tutti elementi che sono stati ripresi dal carteggio corposo tra il pittore Vincent e il fratello Theo (Rupert Friend nel film), proprietario di una galleria d’arte, e dal libro Van Gogh The Life che rinuncia all’episodio del suicidio e rilancia la tesi dell’omicidio dell’artista.

La macchina da presa di Schnabel sembra avere gli occhi, il cuore, la mente di Van Gogh. E si distanzia solo quando lui non è soggetto unico della scena. Nei dialoghi con il fratello che ha finanziato sempre Vincent, nel confronto con i medici (tra cui Mathieu Almaric) il film sembra prendere un’altra strada: quella della spiegazione di cosa sta accadendo al pittore fino a diventare una sterile contrapposizione quando Van Gogh dialoga con il prete (il danese Mads Mikkelsen). E se si intravvede quella mano che ha saputo restituire forza nella malattia (come ne Lo Scafandro e la farfalla) il limite del film è non riuscire a creare una storia compatta in cui gli eventi della vita di Van Gogh sembrano spiegare eccessivamente (lo si intuisce anche dall’inquadratura fissa della macchina da presa in molti dei dialoghi), e distolgono lo spettatore dalla poesia della creazione e dalla fragilità dell’immaginazione di un artista, tenuto in vita dall’affetto del fratello, che meritava più comprensione e più appoggio da chi lo circondava.

 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OLD MAN AND THE GUN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/24/2018 - 23:06
Titolo Originale: Old Man & The Gun
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: David Lowery
Sceneggiatura: David Lowery
Produzione: CONDÉ NAST, ENDGAME ENTERTAINMENT, IDENTITY FILMS, WILDWOOD ENTERPRISES, SAILOR BEAR
Durata: 93
Interpreti: Robert Redford, Casey Affleck, Danny Glover, Tika Sumpter, Isiah Whitlock, John David Washington, Tom Waits, Sissy Space

L’ultra settantenne Forrest Tucker (Robert Redford) colleziona una rapina in banca dopo l’altra, conquistando le sue vittime con un sorriso indimenticabile.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A un uomo piace troppo svaligiare banche e anche se lo fa con modi gentili e senza violenza, è pur sempre un ladro
Pubblico 
Pre-adolescenti
Revisione USA: PG 13
Giudizio Artistico 
 
Robert Redford è impegnato in una grande e indimenticabile interpretazione, perfetto per questa pellicola profonda, a tratti forse un po’ lenta ma con momenti di pura ironia, che lancia numerosi spunti di riflessione
Testo Breve:

I film è ispirato alla vita di Forrest, un rapinatore di banche degli anni ‘80 che ha collezionato centinaia di rapine e un’evasione dopo l’altra. Un’indimenticabile Robert Redford alla sua ultima interpretazione

Quello che si racconta in questo film è quasi del tutto vero, come dice ironicamente la frase inziale. Forrest, interpretato da un sorprendente Robert Redford al suo addio al cinema, è un rapinatore di banche degli anni ‘80 che ha cominciato la sua attività a soli 13 anni, collezionando centinaia di rapine e un’evasione dopo l’altra: l’ultima a oltre 70 anni dal carcere di Saint Quentin, fuggendo su una barchetta di fortuna.

Il leader della banda dei vecchietti d’assalto, come vengono simpaticamente soprannominati dai media Forrest e i suoi complici, ha una caratteristica che stupisce, quasi seduce, le sue vittime: un immancabile sorriso. La sua serenità e il suo buonumore sono contagiosi, tanto che chi viene rapinato più che il trauma ricevuto, non finisce di tesserne le lodi.

Ed è proprio questo che contraddistingue il protagonista del film, un’incredibile voglia di vivere: ha una pistola sempre con sé, ma non ha mai sparato, non gli interessa la violenza. Certo è vero che nell’essere un criminale seriale c’è come una dipendenza dall’adrenalina prodotta con il solo fatto di aver conseguito un colpo di successo, ed è anche per questa sua passione che Forrest non riesce a fermarsi. Ma la mania della rapina si impasta con una riflessione ben più profonda sul desiderio di non perdere la vita, di non arrendersi al tempo che passa, che lo vorrebbe costringere prima o poi ad appendere la pistola al chiodo. Il problema di Forrest non è “guadagnarsi da vivere” ma “vivere”, e gli anni che trascorrono veloci sono un’occasione per provare nuove esperienze, e per gustarsi a pieno quello che c’è intorno. Così l’incontro fortuito con Jewel, una donna profonda e affascinante, è l’occasione per riflettere una volta per tutte sul senso del tempo e su ciò che si è realmente conquistato nell’esistenza. Un’occasione per fermarsi, almeno un’istante, ad assaporare il piacere della stabilità. “Sono esattamente dove dovrei essere” afferma il protagonista, perché il suo bambino interiore è fiero di ciò che è diventato. Ma la storia sottolinea come all’interno di un’esistenza rocambolesca e invidiabile, ci siano evidentemente dei punti di ombra. Il sorriso di Forrest è segnato anche dal dramma del passato che forse non ha mai voluto guardare in faccia, così preso dalla sua febbre di vita che rischia anche sulla porta della vecchiaia di portarlo lontano da ogni affetto.

A fare da contraltare a questo maestro della rapina, un poliziotto ben più giovane che cerca di fare il salto di carriera e con cui Forrest continua a giocare a guardia e ladri. Tra i due si crea progressivamente un rapporto molto profondo, di stima e quasi affetto. I due vivono situazioni molto diverse, ma condividono la passione per il proprio mestiere e il desiderio di non sprecare la vita.

Forrest è un vero eroe, fatto di luce ed oscurità, come in fondo ogni essere umano nel corso della propria esistenza. Perfetto per questa pellicola profonda, a tratti forse un po’ lenta ma con momenti di pura ironia, che lancia numerosi spunti di riflessione e, soprattutto, consacra con una serie di citazioni, l’intramontabile figura di Robert Redford in una grande e indimenticabile interpretazione.

Autore: Ilaria Giudici
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL TESTIMONE INVISIBILE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/17/2018 - 22:44
Titolo Originale: Il testimone invisibile
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Stefano Mordini
Sceneggiatura: Stefano Mordini
Produzione: Picomedia, Warner Bros. Ent. Italia,
Durata: 102
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Miriam Leone, Fabrizio Bentivoglio, Maria Paiato

La situazione, per Adriano Doria, è difficile. Trovato dentro una stanza d’albergo con accanto il cadavere dell’amante Laura, la sua versione dei fatti, cioè di essere stato vittima di un aggressore sconosciuto che ha prima tramortito lui e poi ucciso la ragazza, risulta poco credibile. Adriano è un giovane in carriera e può permettersi il miglior avvocato disponibile in piazza che per ora lo ha protetto riuscendo a fargli scontare solo gli arresti domiciliari. La situazione torna però critica quando si viene a sapere che è comparso un nuovo testimone che rischia di compromettere il suo fragile alibi. Adriano viene raggiunto in casa dall’abile penalista Virginia Ferrara: ci solo poche ore per preparare una solida linea di difesa prima che la polizia lo porti in questura. Ad Adriano non resta che raccontare la verità, svelando che giorni prima, dopo aver passato la notte con la sua amante, aveva involontariamente investito un uomo uccidendolo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A volte non si commette il male intenzionalmente ma spinti dalle circostanze nei confronti delle quali non si vuole assumere un atteggiamento responsabile
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene disturbanti ma l’atmosfera di tensione presente nel film non è adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il regista sviluppa con molta professionalità il meccanismo che porta lo spettatore a cambiare continuamente prospettiva ma non riesce a ottenere molto di più che un meccanismo ben oliato ma freddo
Testo Breve:

Un uomo in carriera viene accusato di aver ucciso l’amante. Il film è ben costruito per far in modo che i sospetti cadano su tutti ma il meccanismo, anche se ben oliato, resta freddo

L’impostazione del racconto sembra quasi teatrale. Virginia Ferrara ha davanti a se Adriano, sono seduti a un tavolo uno di fronte all’altra e l’avvocato prende appunti mentre il giovane racconta quello che lui dichiara essere la verità, unico modo per costruire una più solida difesa. E’ questa l’occasione per tornare a ritroso nel tempo e mostrare ciò che accaduto o meglio ciò che lui dichiara sia accaduto. I thriller sono efficaci nella misura in cui si crea l’aspettativa di qualcosa che risulta sconosciuto e che deve venire scoperto, un’aspettativa che costringe lo spettatore a prendersi cura di ogni singolo dettaglio per individuare in anticipo quali sono gli indizi che porteranno al colpo di scena finale. Il film segue rigorosamente questo schema che ha un doppio obiettivo: svelare come i fatti si siano svolti realmente e chi sia il vero colpevole. Lo spettatore è inoltre avvantaggiato ella sua speculazione dal fatto che è proprio l’avvocato Ferrara a mettere sotto pressione Adriano, ponendo lei le domande giuste appena si individua una minima traccia di incoerenza.

Il regista Stefano Mordini (lo stesso di Acciaio) si attiene, con molta professionalità, allo sviluppo dei fatti, alla materia sotto indagine, senza aprire varianti estetiche o culturali e sia Riccardo Scamarcio che Miriam Leone sono bravi a conservare una certa, necessaria, ambiguità nel comportamento mentre Fabrizio Bentivoglio manifesta un’appassionata, dolorosa ma lucida determinazione nella ricerca del colpevole della morte di suo figlio.

Il film manifesta tuttavia due debolezze. Non ci viene mai mostrato quello che è realmente accaduto ma ciò che viene raccontato da qualcuno. Crolla in questo modo l’impalcatura su cui sono stati costruiti, ad esempio, tutti i successi dei gialli di Hitchcock dove l’intelligenza dello spettatore e la sua cura nell’osservare i dettagli trovavano il giusto premio nell’anticipare il colpo di scena finale. In questo film siamo invece nel regno del relativismo, dove vediamo solo ciò che viene raccontato ed è vano ogni sforzo di ricostruire dagli indizi offerti ciò che è realmente accaduto.

La seconda fragilità scaturisce dall’impostazione stessa che è stata data al film che gioca tutto sui continui cambi di prospettiva per disorientare lo spettatore e cercare di stupirlo con un finale che non aveva neanche potuto ipotizzare. Si tratta cioè di un meccanismo, anche ben realizzato ma pur sempre un meccanismo che dopo esser riuscito a sorprendere lo spettatore ha concluso la sua funzione. Il pubblico quindi esce dalla sala e ha già dimenticato cosa ha visto. Ben diversa sarebbe stata la situazione se la psicologia dei personaggi fosse stata la struttura portante del racconto. La storia avrebbe potuto avere risonanze più universali se avesse sviluppato il tema della negligenza colpevole (e il effetti in film, nella fase iniziale, sembrava andare in questa direzione): di come da una situazione in cui si resta coinvolti senza colpa (Adriano non ha una responsabilità diretta della morte dell’uomo al volante dell’auto investita) si finisce per venire invischiati, per assenza di dovere civico, per cercare di mascherare peccati privati, in un circuito negativo che  porta a commettere colpe sempre più gravi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LONTANO DA QUI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/26/2018 - 15:09
Titolo Originale: The Kindergarten Teacher
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Sara Colangelo
Sceneggiatura: Sara Colangelo, Nadav Lapid
Produzione: MERIAM ALRASHID, GED DICKERSIN PER PIE FILMS, MAVEN PICTURES, PAPERCHASE FILMS, PIA PRESSURE
Durata: 96
Interpreti: Maggie Gyllenhaal, Gael García Bernal

Lisa è una donna di mezza età, sposata con due figli adolescenti e un marito tranquillo e comprensivo. E’ maestra in un asilo di Staten Island e la sera frequenta un corso di poesia, senza avere la certezza di disporre di uno speciale talento. La sua vita scorre su binari tranquilli quando un giorno scopre che Jimmy, uno dei ragazzi dell’asilo, di 5 anni, ha la capacità di comporre poesie: brevi ma molto suggestive. Lisa decide che è suo preciso compito far conoscere questo talento precoce al resto del mondo e non si ferma neanche quando il padre del bambino le dice chiaramente che preferisce per il ragazzo un percorso di crescita normale.....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista Lisa compie atti che sono sicuramente sbagliati ma occorre dare atto alla regista di averceli mostrati nella loro negatività
Pubblico 
Adolescenti
Qualche rapida scena di nudo. Un racconto carico di tensione che vede coinvolto un bambino
Giudizio Artistico 
 
Un thriller psicologico ben sviluppato grazie alla mano ferma della regista e all’ottima recitazione di Maggie Gyllenhaal
Testo Breve:

Una mestra d’asilo scopre in un alunno un precoce talento per la poesia. Un eccellette ritratto di una donna che trova, nella missione di far scoprire il talento del ragazzo, un motivo di rivalsa per una vita passata più a sognare che aderire alle responsabilità  della propria esistenza di moglie, madre e insegnante

I figli di Lisa hanno organizzato una festa con degli amici nel giardino della loro casa. La donna interviene, sgridando la figlia perché si è accorta che sta fumando, assieme a un altro ragazzo, uno spinello.

L’alterco che ne segue è l’occasione per Lisa di tirare fuori tutto il suo disappunto nei confronti della “banalita” di vita che i suoi figli stanno conducendo: “vorrei che ci fosse un po più di vitalità, di curiosità in voi e che ci fosse più intellettualismo in questa casa” La figlia reagisce raggiosa, ricordandogli che ha sbagliato lei a non completare l’università e che ora si trova a frequentare stupidi corsi di poesia e a prendersela con i figli.

Si tratta di un fendente che colpisce diritto al cuore di Lisa. Maggie Gyllenhaal è semplicemente fantastica nel presentarci questa donna dalla psicologia complessa, che vive una vita disadattata, a cavallo fra una realtà che non  si mostra mai come lei vorrebbe e  uno stato esistenziale ideale, di estatica  contemplazione della natura (come in una delle ultime sequenze), che possa diventare fonte di ispirazione per versi sublimi.

Nel film c’è anche il tema del destino dei bambini superdotati (un tema che appassiona molto il cinema americano) ma che risulta secondario: non siamo dalle parti di Gifted-Il dono del talento, un film tutto centrato sul dilemma se indirizzare una bambina dotata verso un programma di formazione speciale; in questo Lontano da qui, è un elento funzionale per innescare l’ossessione di Lisa.

La regista esordiente Sara Colangelo tratteggia in modo impeccabile la psicologia della protagonista: Lisa non fa presa in modo responsabile e concreto sulla sua realtà familiare perchè lei sta navigando verso lidi più lontani: cerca di essere affettuosa con i figli ma poi non non riesce a calarsi nel loro mondo; ha un colloquio aperto e sincero con il marito ma poi lo tradisce con chi fa parte del mondo che lei ama. Quando infine scopre il talento di Jimmy e ha finalmente trovato una missione da compiere, lei pone questa come fine assoluto, per raggiungere il quale qualsisi principio etico può essere trascurato.

Se Lisa incontra qualche ostacolo, trova il modo di superarlo mentendo o agendo con doppiezza. Mente, presentando alla scuola serale le poesie del ragazzo come sue, raccogliendo così il consenso tanto sperato; mente al padre di Jimmy dicendo che non avrebbe mai mandato il ragazzo a esibirsi in un contest di poeti, cosa che invece fa.  Quando gli altri si accorgono delle sue scorrettezze e la rimproverano, lei piange,come un bambino che è stato privato del suo sogno  ma poi si riprende perché trova altre soluzioni, sempre più azzardate, per perseguire il suo obiettivo-ossessione. La bravura della regista sta proprio nell’avviluppare lo spettatore, quasi come in un thriller, negli stessi stati emotivi della donna, in quel gioco al rialzo sempre più pericoloso e inescusabile.

Alla fine il personaggio di Lisa non è certo gradevole e cede a una lunga serie di comportamenti sbagliati ma occorre dare atto alla regista di avercelo presentato con grande sensibilità in tutta la sua fragilità umana, senza per questo cercare in alcun modo di scusarne il comportamento.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WIDOWS – EREDITA’ CRIMINALE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/20/2018 - 20:42
Titolo Originale: Widows
Paese: Regno Unito, USA
Anno: 2018
Regia: Steve McQueen
Sceneggiatura: Steve McQueen e Gillian Flynn
Produzione: SEE-SAW FILMS, FILM 4, NEW REGENCY PICTURES
Durata: 128
Interpreti: Viola Davis, Michelle Rodriguez, Elisabeth Debicki, Cynthia Erivo, Liam Neeson

Chicago. Durante la campagna elettorale per la presidenza del distretto, quattro criminali perdono la vita durante una rapina. Nemmeno il tempo per elaborare il lutto e le vedove si ritrovano a fare i conti con i debiti lasciati dai rispettivi mariti. In particolare Veronica (Viola Davis), moglie di Harry (Liam Neeson), il capo della banda, deve risarcire con due milioni di dollari la vittima della rapina, Jamal Manning, gangster afroamericano candidato alle elezioni. Veronica allora convince le altre vedove a formare una banda per mettere in atto il piano elaborato dal marito (e appuntato su un quadernino) per un colpo da cinque milioni di dollari. Questa volta il bersaglio del progetto criminale è l’altro candidato al distretto, il corrotto Jack Mulligan…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sembra affermare che quando la posta è sufficientemente alta, il fine giustifica i mezzi e il potere sembra corrompere tutti, bianchi come afroamericani
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza, nudità, linguaggio scurrile. In U.S.A. è stato qualificato Restricted, dall’US Bishops Movie Review come Morally Offensive
Giudizio Artistico 
 
Il film non è banale: emotivo ma asciutto, nel giudizio complessivo paga l’avvio estremamente lento (sono tanti i personaggi e le dinamiche da presentare) e una certa ripetitività un po’ troppo elementare nelle motivazioni che muovono le quattro protagoniste.
Testo Breve:

Quattro vedove di quattro ladri morti nell’esercizio della loro" professione", superano la situazione difficile in cui si rrovano adottando gli stessi metodi dei loro ex-mariti. Un film violento dello stesso regista di 12 anni schiavo

Dopo Hunger, Shame, e 12 anni schiavo (Oscar come miglior film), il regista Steve McQueen sceglie un’altra storia fortemente sociale, immersa profondamente nella realtà che racconta, e ne esce fuori un thriller atipico con poca tensione e molto dramma, quello di quattro famiglie dilaniate dalla scomparsa della figura paterna, punto di riferimento nonché principale fonte di reddito (anche se, nei loro casi, derivante da attività illecite). Anche la struttura drammaturgica di Widows (libero adattamento dell’omonima serie TV britannica andata in onda negli anni Ottanta) sembra sottolineare questo aspetto: i preparativi per il “colpo del secolo” infatti  - che cominciano dopo un’ora circa di film - sembrano solo il pretesto per raccontare il riscatto di quattro vedove (idealmente all’ultimo posto nella scala sociale) che devono imparare a sbrigarsela da sole in un mondo dominato da uomini e per di più quasi tutti malvagi (l’unica figura maschile positiva infatti è l’autista di Veronica e fa abbastanza presto una brutta fine). In tal senso, non è casuale la scelta di intrecciare le peripezie di questa banda criminale decisamente atipica, con le tappe di avvicinamento alle elezioni del presidente del diciottesimo distretto (quello di Chicago, appunto), in cui si fronteggiano un gangster di colore, spalleggiato da loschi individui avvezzi ad atti di inaudita violenza per estorcere denaro e favori, contro l’ultimo rampollo, ipocrita e moralista, di una dinastia di politici corrotti che da svariate generazioni detiene a vario titolo il potere nel distretto. Il messaggio del regista è chiaro: dopo i vari colpi di scena si capisce che in fondo cambia l’estrazione sociale, cambiano i metodi, cambia il colore della pelle, ma alla fine il potere rende tutti uguali (sarà un caso ma i due candidati hanno le stesse iniziali e nomi assonanti).

In questo scenario alienante e a dir poco ostico, si deve muovere la protagonista, apparentemente predestinata vittima sacrificale, ma che poi attingendo a risorse inaspettate, fa prevalere all’istinto di sopravvivenza il desiderio di rivalsa contro quella società violenta e ingiusta che dopo il figlio le ha portato via anche il marito. Per farlo chiede l’aiuto delle altre donne, che si trovano come lei sole e sull’orlo del lastrico: quattro situazioni molto diverse da loro, che in qualche modo sembrano essere rappresentanti dell’intero genere femminile. Ma nel corso della storia si capisce che le cose non stanno proprio come sembrano: allora cambiano le motivazioni e la voglia di riscatto si trasforma in qualcos’altro, che forse è solo bisogno di colmare un vuoto affettivo creato dai lutti e da un benessere che era solo di facciata.

Per concludere, Widows non è un film banale: emotivo ma asciutto, nel giudizio complessivo paga l’avvio estremamente lento (sono tanti i personaggi e le dinamiche da presentare) e una certa ripetitività un po’ troppo elementare nelle motivazioni che muovono le quattro protagoniste.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NOTTI MAGICHE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/12/2018 - 22:57
Notti Magiche
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi
Produzione: Lotus Film
Durata: 115
Interpreti: Mauro Lamantia, Luciano Ambrogi, Irene Vetere, Roberto Herlitzka, Giancarlo Giannini, Marina Rocco

Nella notte della semifinale del campionato mondiale una macchina, guidata da Leandro Saponaro, produttore cinematografico, ormai al lastrico, cade dal ponte di Trastevere. Si sospetta subito che sia omicidio e sono interrogati i tre ragazzi finalisti del Salinas che hanno avuto l’ultimo contatto con lui.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’accusa al cinema lascivo è funzionale, solo, al racconto del retroscena sul cinema italiano e sui suoi registi e produttori troppo impegnati a realizzare se stessi e a usare gli altri.
Pubblico 
Sconsigliato
Troppo cinismo e nessun personaggio positivo
Giudizio Artistico 
 
I dialoghi del film sono esilaranti. Soprattutto per chi scrive, realizza e conosce il cinema italiano.
Testo Breve:

Paolo Virzì ritorna agli anni '90 nella notte della semifinale del campionato mondiale quando fare cinema sembrava un sogno  allo stesso tempo possibile, inverosimile, surreale. Un divertissement per i cultori  del cinema italiano per chi conosce volti, nome, costumi di chi ha fatto grande, irriverente e irredimibile il nostro cinema

Le notti sono magiche quando tutti gli italiani, riuniti insieme davanti a uno schermo all’aperto, tifano per la Nazionale. Quando sperano e desiderano la vittoria seguendo la voce inconfondibile di Bruno Pizzul. E anche lì a Roma, la notte della semifinale, mentre la sconfitta con l’Argentina invade gli animi degli sportivi, c’è una morte improvvisa. Un’auto cade da un ponte del Tevere. E in quell’auto c’è Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini), un produttore di cinema over sessanta. Suicidio o omicidio? Il carabiniere (Paolo Sassanelli) convoca tutti per un interrogatorio. Però i primi coinvolti sono quei tre ragazzi, giovani e forse fintamente inesperti, che sono a Roma perché hanno talento, perché sono i finalisti del Premio Solinas. Sono i tre che hanno avuto contatti con il morto, assicura la giovane compagna amante di Saponara, Marina Rocco. Sono loro i colpevoli, non ci sono dubbi. E così inizia un veloce, nero flashback in cui i tre (che ricordano gli stessi sceneggiatori dei film, Paolo Virzì, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi) sono costretti a raccontare i loro giorni romani.
Luciano (Giovanni Toscano) è toscano, seducente senza ambiguità, diretto e volenteroso. Non teme i giudizi, ottiene quello che vuole (come chiedere alla starlette matura, interpretata da Ornella Muti, di mostrargli il suo corpo solo per guardare) e non sa gestire il rapporto con la ragazza, anche lei toscana, giovane madre di suo figlio.

Poi c’è il provinciale Antonino (Mauro Lamantia): viene dalla Sicilia, è il più talentuoso dei tre, ha vinto il premio in denaro del Solinas e ha uno sguardo ingenuo nei confronti di tutti, anche dei suoi sentimenti.

E infine c’è la ricca Eugenia (Irene Vetere) talmente timida da essere paranoica, che si rifugia nelle droghe immediate per avere il controllo dei suoi pensieri e stati d’animo, che si paralizza di fronte al suo attore mito, Jean Claude Bernard, che non guarda in faccia la donna che entra nella sua roulotte del set (in questo caso Eugenia) e non perde tempo a possederla. E soprattutto ha una casa in centro talmente bella che può ospitare i due nuovi amici, che non hanno dimora romana.

Il racconto di loro tre inizia e si fa un tutt'uno in quei giorni di quegli anni ’90 quando il sogno di fare cinema sembra allo stesso tempo possibile, inverosimile, surreale. Una condizione, quella dei protagonisti, produttori, sceneggiatori, attori e famosi registi che è volutamente rafforzata da una luce particolare, gialla, scura, mai splendente (bravissimo il direttore della fotografia Vladan Radovic).

Lo sguardo realistico e a volte troppo cinico di Paolo Virzì diventa la cifra di tutto il film, che è sicuramente un divertissement per i cultori e i giornalisti del cinema italiano, per chi conosce volti, nome, costumi di chi ha fatto grande, irriverente e irredimibile il nostro cinema. Come non sorridere quando si cita il regista Pontani, quel maestro dell’incomunicabilità (il nostro Michelangelo Antonioni), vincitore della Palma d’Oro a Cannes per il film La chiusura?. C’è l’avvocatessa Giovanna Cau, ci sono gli sceneggiatori Age e Scarpelli, i registi Ettore Scola e Giuliano Montaldo, e tanti altri ai quali Paolo Virzì volutamente non sceglie di dare il nome reale, ma li evoca attraverso le loro manie, le idiosincrasie. Ad eccezione di due, l’attore Marcello Mastroianni e il regista Federico Fellini sul set de La voce della luna. Però poi alla fine i protagonisti, con le loro particolarità, eccessi e debolezze, rischiano di essere i personaggi di sé stessi e di stancare. Per loro lo spettatore non prova alcun desiderio di identificazione: li osserva, li giudica e, se conosce il cinema italiano, si diverte per le battute che denudano vizi e malcostume dello spettacolo. Solo per quelle. Di magico resta solo la canzone di Gianna Nannini e Edoardo Bennato.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHESIL BEACH - IL SEGRETO DI UNA NOTTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/11/2018 - 18:40
Titolo Originale: On Chesil Beach
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Dominic Cooke
Sceneggiatura: Ian McEwan
Produzione: NUMBER 9 FILMS
Durata: 105
Interpreti: Saoirse Ronan, Billy Howle, Emily Watson, Samuel West, Anne-Marie Duff, Adrian Scarborough

Estate del 1962. In un piccolo hotel nella contea del Dorset, sulla spiaggia di Chesil Beach, una giovane coppia si appresta a trascorrere la sua prima notte di nozze. Edward si è laureato da poco e desidera scrivere libri di storia. Florence è una promettente violinista e dirige un quartetto con i quale spera di diventare famosa. Sono entrambi innamorati l’uno dell’altra ma ciò che quella sera deve accadere desta loro non poca apprensione: per entrambi è la prima volta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non sempre si riesce a comprendere la radicalità del matrimonio, il passaggio da una vita incentrata su se stessi a una che comporta la fusione dei corpi e delle anime
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di amplesso con nudità parziali. Il tema trattato non risulta adatto ai più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
Saoirse Ronan è molto brava nell’impersonare una donna che manifesta un affetto controllato ed è intimamente sofferente; la fotografia è molto bella, soprattutto quando contrasta il turchese dell’abito di Florence con la foschia della spiaggia in autunno. La regia, con i suoi ritmi lenti, asseconda bene la cura per i dettagli delle pagine di McEwan
Testo Breve:

Negli anni sessanta, prima  della rivoluzione sessuale, due giovani sposi alla loro prima notte di nozze si trovano ad affrontare qualcosa che per loro è rimasto ignoto fino a quel momento. Tratto da un romanzo di McEwan, il film scava sulla difficoltà di porre in pratica l’amore di coppia

Dopo Espiazione, dopo Il verdetto ecco un terzo film che in pochi anni porta in pellicola romanzi dello scrittore inglese Jan McEwan. Tutti e tre possono venir accomunati da una caratteristica: quella di raccontare, con grande finezza psicologia, un amore che sarebbe potuto essere ma che non è stato, generando quello spleen che è così tipico dello scrittore. Se in Espiazione  Cecilia e Robbie restano per sempre separati per la maldicenza di una ragazzina invidiosa, in Il Verdetto è il giovane Adam, affetto da leucemia, a sperare in un amore, in questo caso di madre putativa,  impossibile: quello con il  giudice Fiona, che gli è apparsa come musa ispiratrice per una gioia di vivere che non aveva ancora conosciuto. Ora in questo On the Chesyl Beach, tutto sembra a posto fra Edward e Florence, novelli sposini che hanno affittato una camera in un piccolo hotel sul mare per la loro prima notte di nozze ma entrambi sono vergini e se lui teme di risultare rozzo, lei si approccia con timore a questa intimità così fisica. Il film è ambientato nel 1962, poco prima dell’inizio dell’epoca della contestazione che porterà con se sostanziali cambiamenti di costume, soprattutto nella sfera sessuale. E’ indubbio che nel ’62  si parlava poco di sesso o lo si faceva con estrema discrezione e In effetti desta sconcerto vedere Florence, prima delle nozze, leggersi un libro di educazione sessuale per cercare di comprendere come deve comportarsi.

Sarebbe però troppo semplicistico concludere che McEwan, qui anche sceneggiatore, abbia voluto realizzare un film di pura critica sociale, mostrando come stupidamente ci si comportava prima della rivoluzione sessuale, arrivando alla prima notte di nozze o completamente ignoranti o pieni di complessi e pruderie. Né si può dire che il regista voglia lanciare strali contro forme di bigottismo religioso, perché una delle figure più belle del film è proprio quella del sacerdote che con grande sensibilità psicologica comprende che Fiona sta andando alle nozze con apprensione e cerca di portarla con delicatezza verso una confessione liberatoria, anche se ciò non avviene. E’ lo stesso sceneggiatore-scrittore a diradare questa semplicistica interpretazione, facendo capire, con discrezione, che Florence non sta subendo condizionamenti sociali tipici dell’epoca ma conserva gli effetti di  traumatiche esperienze giovanili che deve e vuole cercare di superare. Cos’è allora che non funziona veramente fra loro due, oltre alle incertezze della prima notte?
Edward e Florence, dopo le nozze, si accorgono di essersi calati in un nuovo mondo per il quale non si sono preparati: se prima del matrimonio, come ci raccontano numerosi flashback,  i due si compiacevano dello stare insieme perché era bello parlare di tante cose, di musica, di politica di arte, adesso comprendono che il matrimonio è molto più di un piacevole conversare ma una reciproca donazione totale del fisico e dell’anima diventare una nuova realtà , ma che per nascere ha bisogno della morte di quel singolo che si era prima.

Ecco che Florence chiede al marito di accettarla così com’è: un gradevole vivere insieme, sorrisi e parole e basta, che vuol dire restare così come erano, due singoli e non una coppia. Ma anche Edward, che si sente umiliato e che reclama le promesse matrimoniali non è pronto per una dedizione totale che in quel caso vuol dire stare pazientemente vicino alla moglie fino alla guarigione (che effettivamente avverrà ma in modi diversi). E’ stato proprio McEwan, con la sua sceneggiatura di Il verdetto a darci un bellissimo esempio del potere trasformante dell’amore, anche se in quel caso non si era trattato di amore coniugale. Il giovane Adam, ormai rassegnato a morire, aveva incontrato Fiona, che si è mostrata interessata alla sua persona, aveva assecondato il suo interesse per la musica, aveva condiviso con lui la passione per i versi di poeti celebri. Il ragazzo si era sentito rinato, aveva trovato degli interessi che reclamavano in vita e non voleva più morire. Ora invece, in un lungo battibecco sulle sponde della spiaggia di Chesyl, Edward e Florence non sono disposti a regalare all’altro nessuna forma di amore trasformante e restano ancorati a quel loro io privato che non vuole diventare un io di coppia.

Saoirse Ronan è molto brava nell’impersonare una donna che manifesta un affetto controllato ed è intimamente sofferente; la fotografia è molto bella, soprattutto quando contrasta il turchese dell’abito di Florence con la foschia della spiaggia in autunno la regia, con i suoi ritmi lenti asseconda bene la cura per i dettagli delle pagine di McEwan

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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EUFORIA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/06/2018 - 22:01
Titolo Originale: Euforia
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Valeria Golino
Sceneggiatura: Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino
Produzione: HT FILM, INDIGO FILM CON RAI CINEMA
Durata: 115
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Jasmine Trinca, Valentina Cervi

Matteo è esperto nella realizzazione di sponsorizzazioni artistiche per importanti clienti. E’ un uomo affermato, ha un bell’attico a Roma e si gode la sua vita da scapolo, contornato da una corte di parassiti. Suo fratello Ettore è rimasto nella nativa Nepi assieme alla madre ed è insegnante alle scuole medie. Per molto tempo non si sono frequentati quando un giorno la madre telefona a Matteo pregandolo di raggiungerli: Ettore è già svenuto due volte e si teme che abbia qualche grave malattia. Matteo decide di ospitare il fratello nella sua casa romana, così avrà tutto il tempo di fare le necessarie analisi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due uomini sembrano essere alla deriva spinti solo dai loro istinti e dalle loro emozioni (buone o cattive) senza essere in grado di porsi alla guida della loro vita
Pubblico 
Sconsigliato
Situazioni e frasi volgari su alcuni aspetti sessuali, uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
La Golino è brava a tratteggiare gli incontri-scontri fra i due fratelli ma il film è sovraccarico di sub-plot non necessari e alcuni personaggi restano senza una chiara collocazione
Testo Breve:

Un fratello è ricco mentre l’altro conduce una vita modesta. Un fratello è esuberante e libertino, l’altro è una persona riservata. Uno è sano, l’altro è malato. Valeria Golino, alla sua seconda esperienza da regista, torna sul tema della morte ma mette troppa carne al fuoco

Valeria Golino, nel suo primo film da regista (Miele) aveva già affrontato il tema della malattia e della morte. Si potrebbe dedurre che per lei sia una specie di ossessione, perché non riesce a inserirle nell’economia e nel significato della nostra esistenza e non trova altra soluzione che l’eutanasia (in Miele) oppure negare la sua esistenza, come fa Matteo che evita di far sapere al fratello il responso dei medici. Quello del mentire sembra sia uno dei tanti difetti di Matteo che è un grande giocoliere della parola: sia sul lavoro, quando cerca di portare i suoi clienti verso soluzioni a lui più vantaggiose, sia verso i familiari, perché vuole mantenere sempre lui il controllo delle situazioni e delle persone. Ecco che mente a Michela, la moglie separata di Ettore, dicendole che lui l’ama ancora. Ecco che mente a Ettore stesso, non solo negandogli la verità sulla sua malattia ma dicendogli che Elena, la sua ex amante l’ama ancora Ma i vizi di Matteo sono altri ancora  e sembra che la Golino si sia divertita a caricare di tinte fosche il protagonista: spregiudicato libertino beve e sniffa coca,  allunga le notti con la sua corte di parassiti dalle quali pretende anche prestazioni sessuali dagli uomini (ha inclinazioni omosessuali). E’ anche un narciso che si fa fare un intervento estetico che gli regali polpacci muscolosi. Può sembrare un modo per contrapporre il fratello cattivo con quello buono ma anche Ettore ha non pochi difetti: spesso non gradisce la presenza del figlio, ha avuto un’amante ma non vuole più tornare con la moglie Michela perché: “E’ vacua, è superficiale, io purtroppo l’ho sempre saputo”. Ci si potrebbe domandare come mai l’abbia sposata se ha avuto fin dall’inizio un così basso giudizio su di lei ma il film non approfondisce questo aspetto. Sembra quasi che i due fratelli si siano auto-negati le più elementari felicità della vita in famiglia: da tempo hanno cessato di frequentarsi e trascurano anche la madre che non riesce mai ad avere loro  notizie.

La Golino non risparmia un affondo su alcuni aspetti della fede cristiana e il viaggio dei due a Medjugorje, non certo per fede ma per pura superstizione, si trasforma in una satira di certe comitive di credenti che cercano di espiare i propri peccati inerpicandosi su viottoli pieni di sassi per compiere la Via Crucis e poi chiedono agli organizzatori: “a che ora c’è l’apparizione della Madonna?  Non perde tempo Matteo che riesce a cogliere anche l’occasione di questo viaggio dall’apparenza più spirituale per concedersi un rapporto omosessuale con un partner raccolto fra i pellegrini.

Un discorso a parte merita l’omosessualità di Matteo, anch’essa oggetto da parte della Golino di stralci derisori. Questa inclinazione di Matteo non risulta affatto necessaria ai fini del racconto ma la sceneggiatura non manca di inserire nel racconto parole o situazioni volgari.

Alla fine il panorama umano che traspare da questo film è desolante: i protagonisti sono  persone che non sono al volante della loro vita ma avanzano spinti dalla loro emotività e da  impulsi primordiali  Se Matteo deve essere ricoverato in ospedale per abuso di alcool e droga, se i due fratelli bisticciano perché hanno punti di vista diversi, se al contrario, la volta successiva, si abbracciano  perché si sono ricordati dei tempi della loro giovinezza, è inutile intravvedere una maturazione, un percorso delle loro personalità:  sono come palle da biliardo che rimbalzano da una sponda all’altra appena eventi esterni li respingono o li attraggono

La Golino è brava a tratteggiare gli incontri-scontri fra i due fratelli ma il film è sovraccarico di sub-plot che finiscono per disperdere l’unità del racconto   e alcuni personaggi restano senza una giusta collocazione, come la Tatiana interpretata da Valentina Cervi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DISOBEDIENCE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/27/2018 - 15:50
Titolo Originale: Disobedience
Paese: GRAN BRETAGNA, IRLANDA, USA
Anno: 2017
Regia: Sebastián Lelio
Sceneggiatura: Sebastián Lelio, Rebecca Lenkiewicz
Produzione: ED GUINEY, FRIDA TORRESBLANCO, RACHEL WEISZ PER ELEMENT PICTURES, BRAVEN FILMS
Durata: 114
Interpreti: Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola

Romit è una fotografa di successo che vive a New York. Un giorno riceve una telefonata da Londra: suo padre è morto. Dopo lunga esitazione, decide di prendere l’aereo per partecipare ai funerali: Si tratta di una scelta coraggiosa perché per lei vuol dire ritornare in quella comunità ebraico ortodossa che aveva lasciato improvvisamente tempo prima, dove suo padre era il rabbino capo. Ritrova l’amica di un tempo, Esti e anche Dovid, destinato a diventare il nuovo rabbino della comunità. Scopre con sorpresa e con un po’ di disappunto che i due si sono sposati. Romit si accorge infatti che l’antica passione per Esti sta ritornando, quella stessa che le aveva consigliato di abbandonare la comunità per evitare la riprovazione di tutti…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sviluppa un contrasto fra passioni umane e comandamenti divini ma poi porta la visione dell’uomo a un livello superiore, mostrandolo capace di un comportamento responsabile
Pubblico 
Maggiorenni
Alcuni rapporti sessuali fra donne senza nudità. Un scena di nudo parziale
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore cileno Sebastián Lelio, al suo primo film in lingua inglese, riesce a farci entrare nel mondo chiuso di una comunità ebraica sviluppando bene la psicologia dei protagonisti in una situazione conflittuale
Testo Breve:

Si può ipotizzare che in una comunità ebraica ortodossa possa svilupparsi un amore fra due donne? Il film è meno scandalistico di quanto possa suggerire il tema e riesce a cogliere gli aspetti umani della vicenda, mostrando una sincera ricerca di una giusta risposta dalla fede in un Dio creatore

Il rabbino capo, padre di Ronit, parla alla sinagoga. Parla degli angeli, spiriti puri, incapaci di fare del male e degli animali, che guidati dal loro istinto, seguono ciò che ha impresso in loro il Creatore. Furono creati anche gli uomini, in bilico fra la purezza degli angeli e i desideri degli animali ma superiori a tutti perché dotati di libero arbitrio.

Il regista e sceneggiatore cileno Sebastián Lelio ci pone subito di fronte al tema che vuole affrontare e significativamente il film si chiude con un altro discorso tenuto in sinagoga da parte Dovid, il nuovo rabbino della comunità, che pronuncia un inno alla libertà di scelta dell’uomo.

All’interno di questa parentesi teologica si definiscono i destini di due donne e un uomo: Ronit che aveva già fatto la scelta di lasciare la comunità, segnata dal dolore di un padre che l’aveva voluta dimenticare ed Esti che sente il ritorno di fiamma per Ronit ma vuole anche bene al marito, che è una persona gentile e sensibile in conflitto fra il desiderio di non perderla e la volontà di rispettare le sue scelte.

Non ci sono molte altre varianti al racconto, che si svolge quasi sempre in interni, focalizzato sullo sforzo dei protagonisti di sciogliere i nodi di questo triangolo, sotto gli occhi sospettosi della comunità che non può tollerare rapporti lesbici.

A rimarcare la sua tesi, il regista mette a contrasto due rapporti sessuali, quello appassionato fra Ronit ed Esti e quello fra quest’ultima e il marito, rigorosamente programmato di venerdì, con precisi fini riproduttivi.

Il tema dei pregiudizi di una comunità era stato già affrontato dal regista nel precedente Una donna fantastica , la storia di un transessuale che doveva reagire all’isolamento e all’emarginazione da parte dei suoi stessi familiari.  Questa volta il dito è puntato direttamente su una specifica fede religiosa, quella ebrea ortodossa, con un impianto molto simile al film Il verdetto, uscito di recente, dove un giudice deve difendere dei minori dalle pericolose irrazionalità di una comunità cattolica e un’altra di Testimoni di Geova. Occorre dare atto al regista che non enfatizza la polemica anti-religiosa (semmai il suo tema è come interpretare correttamente l’Antico Testamento) che resta di sottofondo rispetto alle storie personali dei  tre protagonisti, che vengono approfondite con cura.
Ronit ha già conquistato la sua indipendenza ma si sente priva di radici, per l’abbandono del padre, che aveva finito per considerare Dovid come un figlio adottivo; Esti, è più fragile, stenta a prendere decisioni che diventerebbero irrevocabili e si appoggia ora a Ronit, ora al marito. . Un discorso a parte merita Dovit, forse il personaggio più originale perché se nelle due donne ci si trova davanti al conflitto, passioni individuali-regole della comunità, visto più volte al cinema. Dovit è un uomo che ha il controllo di se stesso, è rispettoso degli altri e cerca di trovare una risposta ai suoi problemi nella Bibbia anche se conclusioni a cui dovesse arrivare fossero in contrasto con i suoi più intimi desideri. . Lo vediamo presentare con convinzione ai suoi allievi alcuni brani del Cantico dei Cantici visti come elogio della bellezza della sensualità umana e poi esprimere con convinzione, un elogio del libero arbitrio, “sigillo” della superiorità dell’essere umano. Il suo discorso alla sinagoga non è sbagliato ma incompleto. Giustamente esalta la libertà di scelta dell’uomo: sarebbe inutile parlare di amore verso Dio e verso gli altri se non esistesse il prerequisito della libertà. Ma trascura di parlare della responsabilità che segue alla libertà. Una libertà irresponsabile verso gli altri si trasformerebbe facilmente nel diventare solo schiavi dei propri desideri. Per fortuna, com’era già successo con Il verdetto, il film predica male ma razzola bene e, in un modo che non possiamo rivelare, le due donne sapranno comportarsi in modo responsabile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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