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Il film non fa parte di nessuna categoria

QUEEN & SLIM

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/04/2020 - 21:30
Titolo Originale: Queen & Slim
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Melina Matsoukas
Sceneggiatura: Lena Waithe
Produzione: BRON Studios, 3Blackdot, De La Revolución Films, Hillman Grad, Makeready
Durata: 132
Interpreti: Daniel Kaluuya, Jodie Turner-Smith, Bokeem Woodbine

A Cleveland, nell’Ohio, un giovane e una giovane di colore chiacchierano in un bar: si sono dati un appuntamento tramite Tinder, il famoso sito di incontri e cercano di fare reciproca conoscenza. Lui si offre di accompagnarla a casa in macchina ma durante il percorso un poliziotto gli intima di fermarsi. L’uomo d’ordine ha un comportamento rude e sprezzante e dopo una serie di malintesi la situazione precipita e il poliziotto resta ucciso. I due sanno che avranno poca speranza di dimostrare la loro innocenza e decidono di fuggire spostandosi verso Est, nella speranza di trovare il modo per arrivare a Cuba. Intanto le televisioni locali trasmettono la sequenza dell’incidente (il poliziotto aveva attivato una telecamera) per invitare la popolazione a individuare i colpevoli. Ciò crea solidarietà verso i due fuggiaschi da parte della gente di colore; sono diventati i loro eroi e già li chiamano Queen e Slim…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tema dei metodi violenti della polizia è affrontato in tutta la sua cruda realtà ma dal film non scaturisce alcun segno di speranza verso una soluzione pacifica ai problemi di integrazione razziale negli Stati Uniti
Pubblico 
Maggiorenni
Uso frequente della violenza. Una intensa ed scena di incontro amoroso con nudità
Giudizio Artistico 
 
Grande maestria della regista nello sviluppare un racconto serrato ed emozionante mentre la sceneggiatura sviluppa bene il percorso intimo dei due protagonisti cheriescono a i trasformarsi per l'effetto benefico della vicinanza dell'altro
Testo Breve:

Lui e lei, afroamericani, che si sono appena conosciuti, sono in fuga lungo le strade degli Stati Uniti, accusati di aver ucciso un poliziotto. Un road movie che è soprattutto una intensa storia d’amore

La regista Melina Matsoukas, vincitrice di due Grammy Award, al suo primo lungometraggio, si è fatta le ossa nella realizzazione di videoclip musicali (è famoso Formation, di Beyonce)  e si vede. Il ritmo del film è serrato, l’economia delle sequenze è rigorosamente calibrata, non ci sono indugi compiacenti, che non sarebbero risultati adatti a un road movie dove un solo minuto di  ritardo nella fuga può risultare fatale.  

La prima sequenza è tranquilla, facciamo la conoscenza con due persone molto diverse, accomunate dal colore della pelle e dalla solitudine. Lei è una ragazza dallo spirito indipendente che si è fatta da sola, un’avvocatessa impegnata nel cercare di difendere i suoi fratelli che rischiano la pena di morte; lui è un semplice impiegato di negozio, legato alla famiglia e con una sincera fede religiosa. Poi, subito dopo il dramma. Fermati dal poliziotto, più i due cercano di chiedere perché sono stati fermati, più il poliziotto si accanisce nelle perquisizioni, fino a minacciarli con la pistola. Tutto accade velocemente e i due, che a malapena avevano iniziato a conoscersi, debbono mantenere i loro destini forzatamente uniti nel cercare di sopravvivere in un’America che ancora trova nella violenza la sbrigativa soluzione a tanti dei suoi problemi. Da questo momento il film sviluppa due movimenti paralleli, strettamente collegati. La fuga on the road, da villaggio a villaggio, che cattura l’attenzione dello spettatore desideroso di conoscere la loro prossima mossa per sopravvivere e la trasformazione progressiva che subiscono i due protagonisti, dentro di loro e fra di loro.  
Non ci troviamo di fronte a una replica di Gangster Story, dove Bonnie and Clyde avevano una euforica e spavalda furia distruttiva contro tutto e contro tutti né a una replica di Thelma e Louise, le due donne che cercavano di superare, con la loro incosciente spensieratezza, un’esistenza soffocata dalla prepotenza maschile, ma due giovani che non cercano altro che realizzare se stessi e trovare un po’ di felicità e si trovano invece  ingabbiati, per circostanze avverse, in un destino che non hanno scelto.
E’ questo l’aspetto più interessante e più vero del film, che finisce per diventare più un racconto intimo che un’action story. I due sono molto diversi come carattere e altrettanto nell’ atteggiamento nei confronti della loro negritudine. Se nella prima parte del film trascorrono il tempo a litigare perché ognuno vorrebbe affrontare la situazione in cui si trovano in modo diverso, alla fine, nella loro convivenza forzata, ognuno dei due insegna all’altro ad avere una prospettiva diversa. Sono simboliche, a questo riguardo, le loro fughe dalla tensione della fuga come sporgersi dal finestrino della macchina che corre veloce mentre si canta una canzone o provare, per lui che non c’è mai stato, a montare un cavallo, un modo per abbandonarsi alla tranquilla natura che esprime l’animale. Infine il primo ballo insieme, quando le barriere reciproche cadono e  il rapporto diventa più confidenziale. “Cosa vorrei io? –confida Queen - Voglio un uomo a cui posso far vedere i miei lati peggiori”. Da quel momento in poi l’angoscia si attenua e germoglia la felicità di essersi trovati, di sentirsi una cosa sola in un solo destino, anche se così avverso. 
Il tema del razzismo negli Stati Uniti e dell’atteggiamento violento della polizia ci viene rappresentato senza sconti e quasi senza speranza di riscatto  ma la sceneggiatrice non risolve il problema con semplicistiche interpretazioni ideologiche: riporta il problema alla coscienza del singolo. Accanto a poliziotti fanatici, ci sono anche poliziotti di buon senso e c’è anche una coppia bianca che si presta a dare rifugio ai due fuggitivi.  A fianco  di afroamericani che cercano una soluzione pacifica per i loro problemi, ci sono altri pronti alla rivoluzione e un ragazzo di colore, esaltato dal mito che si è costruito intorno alla coppia che fugge, finisce anche lui per cedere all’uso della violenza. Oltre a raccontarci una bella storia d’amore, questo film si aggiunge ai molti, anche recenti (Detroit) che ci ricordano che il tema dell’integrazione razziale non è stato ancora superato

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RACCONTAMI DI UN GIORNO PERFETTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/03/2020 - 22:15
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Brett Haley
Sceneggiatura: Jennifer Niven, Liz Hannah
Produzione: Echo Lake Entertainment, Mazur / Kaplan Company
Durata: 107
Interpreti: Elle Fanning, Justice Smith

Finch, un ragazzo afroamericano che frequenta l’high school, sta facendo la sua corsetta serale, quando si accorge che Violet, una compagna di scuola, si è posta pericolosamente in bilico sul parapetto del ponte sotto cui sta passando. Violet è stata traumatizzata dalla perdita dell’amata sorella morta accanto a lei in un incidente d’auto. Finch le si accosta con calma e riesce a convincerla a scendere. Il giorno dopo il professore di geografia propone ai ragazzi un compito da svolgere in coppia: descrivere due luoghi interessanti dello stato dell’Indiana, dove vivono. Fich propone a Violet di andare con lui a cercare posti insoliti. La ragazza all’inizio dice di no, vuole continuare a restare chiusa nel suo dolore, inoltre gli amici le rivelano che Finch è un po’ “schizzato” (soffre di un disturbo bipolare) ma poi, alla fine, accetta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo e una ragazza, con fragilità psichiche, si incontrano iniziano ad amarsi ma il loro rapporto non riesce a raggiungere quella fiducia e dedizione all’altro capace di curare tutte le loro ferite
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di rapporto prematrimoniale senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Il film beneficia della fresca interpretazione di Elle Fanning, e di paesaggi naturali molto ben fotografati ma scivola nel finale in un eccesso di letteratura e la descrizione del protagonista maschile resta incompiuta
Testo Breve:

Entrambi frequentano l’high school Lei è depressa per la morte della sorella, lui soffre di un disturbo bipolare ma si incontrano e si amano nelle loro fragilità. Un teen drama iper-romantico dove, secondo la moda degli ultimi tempi, si affronta il tema del suicidio

Quando si vuole raccontare una storia iper-romantica e commovente fra due giovani, è inevitabile che alla fine uno dei due muoia. A iniziare da Love story del 1970 (dove moriva lei) e poi oltre, fino a Colpa delle stelle del 2014 (dove moriva lui). In effetti quest’ultimo aveva iniziato un nuovo filone a cui questo Raccontami di un giorno perfetto aderisce pienamente: la solidarietà fra un lui e una lei che hanno gravi infermità, in questo caso psichiche. Lei è depressa dopo la morte della sorella e non sente più la voglia di vivere; lui alterna momenti di grande entusiasmo ad altri di completa sfiducia in se stesso durante i quali si affida a tanti sticker che appende al muro della sua camera come per non perdere il senso di cosa sta facendo e a volte scompare per qualche giorno. Pesa, sulla sua esistenza, un padre violento che ha abbandonato la famiglia.

Violet  si è chiusa nell’apatia, timorosa di cosa potrebbe succedere se tornasse a sentire emozioni, ma poi è lei la prima a beneficiare della frequentazione che si sviluppa fra i due: recupera l’attenzione verso il mondo che la circonda, ritorna a meravigliarsi e scopre che “non serve salire in cima a una montagna per sentirsi in cima al mondo” e che “ci sono posti meravigliosi anche nei giorni più bui”, dice Violet nel finale del film, dai connotati forse un po’ troppo letterari. Se Elle Fanning sostiene bene la parte della ragazza che ritrova il gusto della vita, non si può dire lo stesso di Finch, non certo per la mancanza di bravura di Justice Smith ma perché il suo personaggio non è coerente né approfondito. Perché Violet finisce per appoggiarsi all’energia di Finch e grazie alle attenzioni che riceve da lui subisce una profonda trasformazione mentre il ragazzo non trova un modo sereno di convivere con i suoi limiti? La ragione può essere trovata proprio nella filosofia di fondo che sostiene il film. Violet ha scoperto, con l’aiuto di Finch,  la bellezza della natura, del mondo che ci circonda, del saper cogliere la meraviglia, piccola  o grande, che si sprigiona in ogni singola giornata. Tutto ciò è giusto e bello ma resta una scoperta soggettiva; un approccio alla vita esistenzialista di corto respiro, privo di verità più profonde che si scoprono quando si vive con l’altro e per l’altro. Di tutt’altra forza era Colpa delle stelle, dove i due ragazzi, proprio nell’amore reciproco e nell’aiuto portato agli altri trovano un senso pieno nei giorni che restano loro da vivere. La debolezza del film, ricavato dal best-seller All the Bright Places di Jennifer Niven che è anche sceneggiatrice, sta proprio in quel rapporto amoroso che inizia ma non si salda, nell’incomprensione da parte di Violet (e anche nostra, perché non è ben descritto) di quel misterioso male di cui soffre Finch.

Il film è disponibile sulla rete Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MIA BANDA SUONA IL POP

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/23/2020 - 21:26
Titolo Originale: La mia banda suona il pop
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Fausto Brizzi
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Edoardo Falcone, Alessandro Bardani
Produzione: Casanova Multimedia
Durata: 95
Interpreti: Christian De Sica, Massimo Ghini, Angela Finocchiaro, Paolo Rossi, Diego Abatantuono,• Natasha Stefanenko

I POPCORN sono un gruppo musicale che ha avuto un suo fugace momento di gloria negli anni ’80. Caduti nell’oblio, Il frontman Tony (Christian De Sica) ora suona e canta per i matrimoni, Micky (Angela Finocchiaro), l’unica donna del gruppo, conduce un programma di cucina ma ha il vizio di alzare troppo il gomito; Lucky (Massimo Ghini) gestisce il negozio di ferramenta della moglie e infine Jerry (Paolo Rossi) raccoglie, suonando, qualche moneta sotto il Colosseo. Un giorno Franco (Diego Abatantuono), il vecchio manager della band, dà loro una lieta notizia: Ivanov un magnate russo, vuole che i Popocorn, di cui è un nostalgico appassionato, suonino nella sua casa a San Pietroburgo in occasione del suo compleanno. I quattro recuperano i vestiti di scena di un tempo e partono felici per questa promettente avventura. Non sanno che Franco si è accordato con Olga, sua vecchia conoscenza e ora capo della sicurezza del magnate, per svaligiare, durante la festa, il caveaux della villa….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Quattro cantanti in bancarotta si trasformano in ladri alla prima occasione di un loro rilancio nel mondo dello spettacolo
Pubblico 
Adolescenti
Molte batture e allusioni volgari
Giudizio Artistico 
 
Una scrittura con poca originalità e dialoghi che si ripetono. Buona la costruzione della nostalgia per gli anni ‘80
Testo Breve:

I componenti di un complesso musicale, un tempo famosi negli anni ’80, ora ridotti sul lastrico, ritornano in auge grazie a un magnate russo che li ha sempre apprezzati. Comicità e thriller insieme non bastano a fare un buon film

I Popcorn sono appena entrati nella sontuosa villa del magnate russo. Questi li accoglie con tutto il suo staff. “La mia casa è la vostra casa!”: esclama. “Magari!”: dice sottovoce Tony. “Vi presento –continua il padrone di casa indicando tre belle donne accanto a lui - la mia prima moglie Katiusha, mia moglie Natasha mentre lei è la mia bellissima amante”. “Bagascia?”: domanda Tony. “No, si chiama Erina”: risponde Ivanov che non ha compreso la battuta. “Avrei detto anch’io bagascia…” incalza perplesso Franco. Con battutacce di questo genere e altre più volgari e dirette è infarcito questo film e ci stupiamo, perché pensavamo che il tempo dei cinepanettoni, della comicità pecoreccia a zero cultura, fosse ormai terminato. Peccato, perché alcune premesse erano buone: attori comici con alta professionalità, alcune canzoni scritte apposta per il film da Bruno Zambrini (Non son degno di te, La fisarmonica e La bambola) che imitano molto bene le hit di quel tempo e in generale la nostalgia degli anni ’80 che ci viene trasmessa in modo particolarmente contagioso. Il punto debole è la sceneggiatura: questi vecchi cantanti recuperati per l’occasione dovrebbero far ridere ma invece risultano patetici, con battute interminabili su chi sia andato a letto con la disinvolta Micky e chi no. Si sviluppa poi la componente thriller del racconto ma questa risulta giustapposta e non integrata nel resto della trama che continua a giocare con le caratterizzazioni bloccate dei personaggi e dai continui battibecchi fra di loro. Quando Franco rivela ai quattro Popcorn il piano per svaligiare la cassaforte del ricco magnate, forse, qualcuno della banda avrebbe potuto sentire un po’ di rimorso, visto che proprio grazie a questo signore russo erano tornati a percepire l’ebbrezza del successo (incluso un lauto cachet) ma questo non avviene, e alla fine sono proprio i russi a esser seriamente presi in giro, non solo perché si fanno rapinare (facilmente) ma perché appaiono dei sempliciotti con non molta cultura, ancora legati alle canzoni italiane degli anni ’80.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'AMICA GENIALE (Stagione 2)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/19/2020 - 21:15
Titolo Originale: L'amica geniale
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Saverio Costanzo, Alba Rohrwacher
Sceneggiatura: Elena Ferrante, Francesco Piccolo, Laura Paolucci, Saverio Costanzo
Produzione: Wildside, Fandango, Umedia, The Apartment (stagione 2), Mowe (stagione 2), Rai Fiction, HBO
Durata: 10 puntate di 50' su RaiUno e RaiPlay
Interpreti: Gaia Girace, Margherita Mazzucco, Alessio Gallo, Giovanni Amura, Christian Giroso

Un borgo di Napoli, anni ’60. Lila e Lenù hanno ormai diciassette anni e Lila è diventata la signora Carracci. Durante il viaggio di nozze ad Amalfi organizzato senza badare a spese da suo marito Stefano, le cose non vanno affatto come dovrebbero. Lila, che si è sentita tradita dopo che ha saputo che suo marito ha trovato un accordo di convenianza con i Solara, gli rifiuta la prima notte di nozze provocando la violenta reazione del marito. Lenù, che si sente in perenne competizione con l’amica, vuole anche lei emanciparsi e si concede ad Antonio che è sinceramente innamorato di lei e vorrebbe sposarla. Anche Lenù inizia a pensare, come Lila, che occorre trovare una soluzione pratica per la propria vita e che non val la pena impegnarsi nello studio...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Le due ragazze che crescono sono impegnate sopratutto a realizzare se stesse e se cercano di reagire a un ambiente che li vede solo come corpi, loro reagiscono proprio usando i loro corpi, Lila in preda a un feroce spirito di vendetta, e anche Lenù si comporta immoralmente, divorata dalla sua ansia di competizione nei confronti dell'amica
Pubblico 
Sconsigliato
Alcune scene forti di litigi e violenze familiari. Squallido comportamento delle due protagoniste
Giudizio Artistico 
 
La regia segue con sensibilità la solida scrittura su cui si appoggia e sia le due protagoniste che il casting di contorno sono pienamente nella parte
Testo Breve:

Anche nella seconda stagione le due protagoniste cercano di emergere dal contesto degradato in cui vivono e dal maschilismo a cui sono soggette ma finiscono per impiegare gli stessi metodi che intendono condannare, divorate una, da  spirito di vendetta, l'altra dall'ansia di  competere con l'amica/nemica

Dopo il successo della prima, arriva la seconda stagione della serie televisiva ricavata dall’omonima quadrilogia di Elena Ferrante. Un successo pienamente confermato: i sei milioni e 854 mila spettatori alla prima serata corrispondono al 29,3% dello share.

L’asse portante del racconto, la componente più originale, è il continuo confronto fra le due ragazze Lila e Lenù, così diverse, in perenne competizione fra loro ma alleate nella loro estraneità al mondo in cui si trovano a vivere. E’ proprio questo “mondo” apparentente limitato a svolgere la sola funzione di sfondo, che è invece determinante per la storia. Quello che è ufficialmente un rione di Napoli è in realtà un “non luogo” chiuso in se stesso, ricostruito in studio (in modo abbastanza evidente) dove circolano molte macchine d’epoca, uomini che tirano carretti, ma non si vede mai, fra la folla, un carabiniere, un sacerdote nè viene colta, fra la gente, la presenza di qualche pia devozione che invece era ancora viva nell’immediato dopoguerra (come ci ricordano tanti film del neorealismo o della commedia italiana di quegli anni).  Quel rione diventa quindi una sorta di villaggio del Far West, sperduto nella prateria, dove, liberi da qualsiasi sovrastruttura statale o religiosa, gli uomini si organizzano per clan che hanno il potere di dare o togliere il lavoro e commettere tutti i soprusi che a loro aggradano.

Le due ragazze vogliono contrastare questa realtà di cui colgono tutte le ingiustizie che genera, soprattutto nei confronti delle donne ma mancano di principi solidi a cui appoggiarsi (il serial sottolinea la supina adesione alle logiche dei clan delle loro famiglie). Non ci sono eroi in questo far west, non c’è un prode sceriffo che a mezzogiorno affronta i cattivi o un cavallere solitario che viene a ripristinare la giustizia. Né Lila né Lenù sono una santa Rita da Cascia che riesca a perdonare e a conciliare le parti avverse: sono anche loro impastate di quello stesso tessuto sociale che vorrebbero contrastare e finiscono per reagire in modo maldestro quanto sterile (ameno nelle prime puntate) finendo per comportarsi in quello stesso modo che biasimano negli altri.

La ribellione che Lenù sviluppa nei confronti di suo marito, reo di essersi alleato con i Solara, è motivata dalla sua incomprensione della logica dei clan, che si contrastano e si alleano solo in base a criteri di convenienza (la stessa Lila confessa: “in fondo, fra Marcello e Stefano, che differenza c’è?) e sarà poi lei stessa a sfruttare la sua condizione di moglie Carracci per chiedere ai Solara un favore per la sua amica. Anche Lenù, che a differenza di Lila, non contrasta ma scivola sulla realtà come un’anguilla, mostra di non comprendere i meccanismi della società da cui vorrebbe liberarsi. Accetta, sia pur di malavoglia, che Lila interceda presso i Solara in modo che Antonio non sia chiamato al servizio militare e non si accorge del danno che sta arrecando: Antonio perderà la faccia se si verrà a scoprire che è stato chiesta per lui l’intercessione dei Solara. In fondo, la decisione di Lenù di concedersi ad Antonio (forse l’unica persona onesta, tutta di un pezzo, del serial) non è forse anche da parte sua un modo di sfruttare gli altri (Antonio è sinceramente innamorato di lei) solo per poter dire a Lila “anch’io sono diventata donna, non riuscirai a lasciarmi indietro”?.

La stagione due sembra attribuire alle due ragazze una forma di proto-femminismo: Lenù, osserva, in una lunga sequenza, i volti in strada di donne che badano ai loro figli, che vendono al mercato, e comprende la posizione di Lila: "Non voleva diventare come le nostre madri, le vicine di casa, le parenti che parevano aver perso i connotati femminili. Erano state mangiate dal corpo dei mariti, dei padri, dei fratelli, a cui finivano per assomigliare. Cominciava con le gradivanze questa trasformazione, con il lavoro domestico, con le mazzate. Dal viso delicato di Lila sarebbe schizzato fuori suo padre e dal mio corpo sarebbero emersi i miei genitori”. Si tratta, in realtà, di un femminismo che partendo da motivazioni serie si trasforma in ideologia, non lontana da una forma di maschiofobia, che rinnega le stesse basi della femminilità: il potere di generare un figlio. Lila, più che una proto-femminista, ha tutte le caratteristiche di un mostro: un mostro che lei stessa ha creato nella sua sterile lotta contro tutti, non ha altra arma da usare che negare se stessa. Di fronte alle continue pretese del marito, finisce per commentare: “a me, solo l’idea di rimanere incinta mi fa schifo!  E quando, una volta rimasta realmente incinta, subisce un aborto spontaneo, proclama la novità, tutta felice.

C’è un ultimo tema da affrontare: come era già accaduto nella prima stagione, ci sono delle sequenze forti di violenza sulle donne. Anche nella nuova stagione la Rai, che rende disponibile il serial su Raiplay, senza segnalare nulla, mentre in tutti gli altri paesi (per ora abbiamo informazioni sulla prima stagione) la serie è stata preceduta da un divieto che oscilla da 10 a 16 anni nei vari paesi europei e americani (arriva a VM17 in USA perché l’atto di violenza su Lenù alla fine della prima stagione è stato trasmesso in forma integrale).

Il serial beneficia di una solida scrittura, di una regia molto attenta all’evoluzione psicologica dei personaggi e all’ottima interpretazione delle due protagoniste, senza contare la riuscita operazione di casting per ricostruire i volti di una Napoli anni ’50.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GLI ANNI PIU' BELLI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/19/2020 - 15:30
Titolo Originale: Gli anni più belli
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Paolo Costella
Produzione: Lotus Production, Rai Cinema, 3 Marys Entertainment
Durata: 129
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Emma Marrone, Nicoletta Romanoff

Nel 1982, quattro ragazzi romani hanno sedici anni, diventano grandi amici, trascorrendo assieme giornate un po’ folli e continueranno a incontrarsi periodicamente anche nei successivi quarant’anni. Riccardo, dopo aver partecipato con passione alla contestazione studentesca, cerca di sfondare prima nel mondo del giornalismo e poi nella politica, senza grandi successi; Giulio riesce a riscattarsi da una vita vissuta nella povertà diventando un avvocato di grido, sfruttando a proprio vantaggio il ciclone tangentopoli. Paolo, appassionato di lettere, desidera solo diventare un bravo insegnante di liceo ma deve trascorrere lunghi anni nel precariato. Infine Gemma che si innamora, ricambiata, di Paolo ma, rimasta orfana, è costretta a trasferirsi a Napoli da una sua zia. Paolo e Gemma imboccheranno strade diverse ma resterà sempre nel loro cuore la purezza di quel primo amore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Quattro amici molto fragili si fanno trascinare dal flusso della vita commettendo molti errori, incapaci di coltivare impegni sentimentali duraturi e ritrovandosi fra le mani, alla fine, quasi loro malgrado, due soli valori: l’amicizia fra di loro e l’amore verso i figli
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scene sensuali con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Gabriele Muccino si conferma un ottimo ritrattista di personaggi appassionati e sregolati e guida lsenza stanchezze la dinamica della narrazione
Testo Breve:

La storia di quattro amici romani che si svolge in parallelo a quarant’anni di vicende italiane. Passioni e melanconie raccontate e recitate con grande bravura

Ne L’ultimo bacio i protagonisti erano dei trentenni; in Baciami ancora avevamo ritrovato gli stessi personaggi ma ormai quarantenni; ora, in questo Gli anni più belli, questi cinquantenni di oggi che ricordano quando avevano sedici anni all’inizio degli anni ’80, sono anche loro tutti irrimediabilmente mucciniani. Essere antropologicamente dei mucciniani vuol dire essere pietre rotolanti. Rotolano durante l’adolescenza, là dove li porta la golosità urlata e incontrollata delle loro passioni. Ormai adulti, uomini e donne, inseguono un sogno che non si realizza mai oppure lavorano con tenacia al proprio successo ma scelgono sempre di rotolare dove li porta la convenienza del momento, pronti anche ad abbandonare persone a cui avevano promesso amore duraturo.

Non ci sono principi a cui non venir mai meno, non ci sono progetti grandiosi da perseguire, ma solo la ricerca personalissima di singoli momenti di felicità. Si tratta di antieroi verso i quali Muccino ha una particolare predilezione e che solo lui riesce a raccontare così bene, nella loro fragilità così umana. Se poi riescono a conservare la loro amicizia, fra continui abbandoni e riprese o recuperare l’affetto dei loro figli nonostante la loro cronica incostanza, sembra che tutto avvenga ancora una volta perché il mondo continua a girare su se stesso, e  si finisce sempre per incontrarsi di nuovo, più che per effetto di una ferma determinazione.
Per fortuna anche in questo film  Muccino ha imbastito un abile controcanto: la figura di Paolo. Paolo ama la letteratura, ama trasmettere ai suoi alunni le verità racchiuse nei classici, sa aspettare con pazienza la nomina a professore di ruolo; se ha dichiarato di amare Gemma è perché lo sente davvero come l’amore di  tutta la sua vita ma anche se vorrebbe andare ad abitare con Gemma, resta nella casa della madre per prendersi cura di lei, gravemente malata. Questa gemma di valori umani, al maschile, contrasta con le figure femminili, che Muccino tratta amorevolmente ma non certo stimandole. Sia il personaggio di Gemma, sia quello di Anna, non seguono altra regola se non quella della convenienza economica, pronte a lasciare l’amato e il marito appena si profila un’opportunità più solida. La figura di Gemma, pur magnificamente interpretata Micaela Ramazzotti, soffre inoltre di una scrittura incompiuta e si fa fatica a seguirla nella sue continue metamorfosi, dalla ricerca dell’amore appassionato a quello prezzolato.

Il film dura più di due ore e forse mette troppa carne al fuoco (sullo sfondo seguiamo la storia degli ultimi quarant’anni d’Italia) ma Muccino resta molto bravo nel raccontarci le emozioni i dolori, le rabbie  le allegrie dei protagonisti con un ritmo narrativo estremamente fluido.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MESSIAH (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/01/2020 - 16:34
Titolo Originale: Messiah
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: James McTeigue, Kate Woods
Sceneggiatura: Michael Petroni
Produzione: Industry Entertainment, Lightworkers Media
Durata: 10 puntate su Netflix
Interpreti: Michelle Monaghan, Mehdi Dehbi, John Ortiz, Tomer Sisley, Melinda Page Hamilton

Nel 2019 l’Isis ha ripreso potere e si appresta a occupare Damasco. La popolazione è terrorizzata ma un giovane predicatore sostiene che non hanno nulla da temere e che la città sarà salva, per volere di Dio. In effetti si forma subito dopo una tempesta di sabbia che tiene bloccate le forze dell’Isis per lungo tempo finché decidono di ritirarsi . Molte persone si convincono di trovarsi di fronte a un nuovo messia e duemila di loro, profughi palestinesi, lo seguono fino al confine con Israele, chiedendo di poter entrare in quella che considerano anche la loro terra. Tempo dopo troviamo il messia nel Texas dove riesce a salvare il pastore Felix, sua moglie e sua figlia da un terribile tornado e l’unico edificio a restare in piedi è proprio la sua chiesa. Anche negli U.S.A. grazie alle notizie apparse sui giornali e alla televisione, si diffonde l’idea che ci si trovi di fronte a un nuovo messia e si forma un vasto gruppo di seguaci, disposto a seguirlo ovunque. In effetti si forma una lunga carovana di macchine diretta, con lui in testa, verso Washington. Questo evolversi della situazione desta i sospetti di Eva Geller, agente della CIA, che inizia a indagare sul passato di questo personaggio misterioso, forse un sobillatore e un terrorista. Anche il Mossad si è insospettito e l'agente israeliano Aviram si è posto sulle sue tracce...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial non fornisce soluzioni ma stimola lo spettatore a porsi delle domande sul significato di una fede soprannaturale
Pubblico 
Adolescenti
Alcune minacce di torture a degli adolescenti, un rapporto amoroso con parziale nudità. Netflix: VM14
Giudizio Artistico 
 
Lo sceneggiatore Michael Petroni (la ladra di libri) è molto bravo nel calibrare, lungo le dieci puntate, colpi di scena e nuovi interrogativi. La messa in scena, in luoghi e popoli così diversi come nel Medioriente e negli Stati Uniti, è particolarmente efficace
Testo Breve:

Un giovane viene chiamato il messia perché gli viene attribuito l’arrivo di una  tempesta di sabbia che ha sventato un’attacco delle truppe dell’ISIS a Damasco. Un figura piena di mistero ma di fascino che inquieta intere popolazioni. Un serial che fa riflettere

Sono molti i film che hanno ipotizzato che Gesù, il Messia cristiano, tornasse ai giorni nostri, per immaginarsi cosa avrebbe detto alle persone smaliziate e indifferenti del mondo d’oggi. Nonostante le apparenze, non è questo il tema di Messiah, il serial disponibile su Netflix. Colui che si fa nominare in questo modo resta, fino alla fine, un personaggio misterioso e i suoi poteri taumaturgici appaiono volutamente ambigui. I suoi proclami al mondo sono pochi, se non un generico ascoltare Dio e prepararsi perché non c’è più tempo e a chi gli fa delle domande dirette, lui non dà risposte ma riesce comunque a mettere in imbarazzo l’interlocutore facendolo riflettere sul suo destino. Il tutto in un contesto moderno, dove chi detiene il potere dei media ha la capacità di modificare le opinioni che si stanno formando su di lui e dove il numero di  like su Instagram ha il suo valore anche per le foto che riguardano il messia.

Il suo volto è iconizzato in una espressione sempre uguale e non lo si vede mai pregare. Non è specificato a quale Dio faccia riferimento:  il suo non coincide con il Dio di nessuna delle tre religioni monoteiste, appare piuttosto espressione di un sincretismo fra le tre fedi; sicuramente  un Dio della pace, rivolto a tutti gli uomini della terra. Ma l’attenzione del serial va in tutt’altra direzione:  esplora l’animo dei vari personaggi presenti per indagare su come reagiscono di fronte a una persona che ha buone credenziali per esser creduto un messia.

Succede in Medioriente, dove la componente fanatico-religiosa è molto forte; accade negli Stati Uniti dove qualunque persona che si senta ispirata può attirare a se' un nugolo di seguaci, dando inizio a una nuova religione. Accade in singole persone, come la madre con la figlia malata di cancro che spera in una guarigione miracolosa, come la ragazza disillusa di tutto che cerca una nuova speranza a cui appellarsi, come Felix, il pastore protestante che trova finalmente un motivo per attirare fedeli nella sua chiesa. Ma sopratutto il serial interpella lo spettatore stesso, lo scuote di fronte a certi accadimenti molto simili a quelli che stanno avvenendo nel nostro instabile mondo  e lo invita a domandarsi: “hai bisogno anche tu in un messia che ti guidi nelle scelte della tua vita? Credi che tutto sia scritto nel libro divino e noi dobbiamo solo riconoscere e seguire il volere di Dio?".

A chi si sta illudendo nell’arrivo di un nuovo messia, si oppongono non coloro che si affidano al rigore della ragione (forse solo l’agente Eva si può inquadrare in questa caregoria) , ma piuttosto chi persegue una brutale ragion di stato, finendo per contrapporre alla predicazione del messia solo un altro credo, particolarmente brutale. Solo in questo contesto si può trovare una forma di analogia con il vero Messia di 2000 anni fa: chi agita le acque, chi raccoglie attorno a se’ seguaci fiduciosi in un nuovo destino, finisce per innescare reazioni violente in chi vuole conservare lo status quo non solo da parte di chi detiene il potere politico ma anche di chi ha la responsabilità di  capo religioso.

Il serial è ben realizzato anche se forse troppo ambizioso per tutta la carne che ha messo sul fuoco: ogni puntata ha la sua giusta dose di suspence e di imprevisti, le ambientazioni in Medioriente e negli Stati Uniti sono molto ben ricostruite (incluso un lodevole lavoro di casting),  i dialoghi in arabo e in ebraico sono riprodotti nella lingua originale con sottotitoli, per conferire maggiore realismo.

Il serial ha suscitato alcune  reazioni negative da parte dell’ambiente mussulmano. In particolare  la Royal Film Commission Giordana  ha richiesto di sospendere la distribuzione della serie nel paese. L’accusa è di offesa alla santità della religione, in particolare per i suoi riferimenti ad Al-Masih ad-Dajjal, corrispondente all’anticristo cristiano.

Anche alcuni siti cristiani americani si sono domandati se questo serial sia da considerarsi blasfemo (Christianity Today, Christianpost) e hanno percepito l’eco di Matteo 24, 6-13, quando dice, riguardo alla fine dei tempi  che “ molti verranno nel mio nome, dicendo: "Io sono il Cristo". E ne sedurranno molti” ma sostanzialmente non commentano negativamente il serial perché quel “messia” che compare è troppo diverso da Gesù Cristo.

Resta comunque un’opera di particolare significato perché esplora quella parte dell’uomo che potremmo chiamare “ragione non ragionata” , cioè quelle prese di posizione che assumono gli uomini non perché hanno sviluppato un ragionamento rigoroso ma perché hanno “percepito” con tutta la loro persona (cuore, mente, volontà) che un certo impegno sia degno di essere vissuto. Come diceva Pascal: "Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce". Una “ragione” che può muovere interi popoli ancora oggi, con la consapevolezza che la fede senza ragione genera fanatismo e la ragione senza fede genera ideologie.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FIGLI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/25/2020 - 21:19
Titolo Originale: Figli
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Giuseppe Bonito
Sceneggiatura: Mattia Torre
Produzione: Wildside / Vision Distribution
Durata: 97
Interpreti: Valerio Mastandrea, Paola Cortellesi, Stefano Fresi, Valerio Aprea, Paolo Calabresi

Nicola e Sara sono una coppia di quarantenni romani (lui gestisce una salumeria, lei è un’ispettrice sanitaria) con una figlia di otto anni. Lei resta incinta una seconda volta: nasce Pietro e la loro vita si trasforma. Di notte Il bimbo piange continuamente, dopo il terzo mese lei vorrebbe tornare a lavorare ma i suoi genitori e quelli di lui si rifiutano di aiutarli e non si trovano baby sitter. Nicola e Sara passano il tempo a litigare su chi deve fare che cosa ma poi, quando riescono a concedersi una serata da soli, non vedono l’ora di tornare a casa dai loro figli….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film non nega la bellezza di avere figli ma mostra due genitori che non hanno colto il valore della loro unione né del loro essere genitori
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di nudo femminile
Giudizio Artistico 
 
Il film si regge sull’interpretazione di Valerio Mastrandrea e di Paola Cortellesi, si cerca di far ridere ma il format narrativo mostra troppa acredine per essere una commedia
Testo Breve:

Una coppia va in panico quando arriva il secondo figlio. Poche risate e molti pensieri piccoli per un evento così grande

Sara ha chiesto alla madre la cortesia di prestarsi a fare da baby sitter perché lei possa tornare a lavorare. Alla risposta negativa della madre, Sara si arrabbia: “La vostra generazione si è mangiata tutto.vi siete goduto il boom economico, avete accumulato, avete sprecato negli anni 80 e 90 sperando che quel benessere sarebbe durato per sempre. Non avete pensato alle generazioni successive e continuate a non farlo. Voi vi godete le pensioni di cui sarete gli ultimi a beneficiare, vi godete le prime e le seconde case di proprietà e per di più non morite neanche più” La madre si incupisce ed è pronta a ribattere: ““Voi dovete capire bene una cosa una volta per tutte: noi anziani siamo una forza. Se ci arrabbiamo sono dolori. Perché siamo di più. Ogni 100 giovani ci sono 165 anziani: questo significa maggioranza assoluta… I nostri libretti di risparmio tengono in scacco l’intera economia nazionale, senza i quali noi chiudevamo, come la Grecia. Ci manca solo un poco di consapevolezza e coesione e saremo finalmente pronti a “prendere il potere” (non dice esattamente così, ma il senso è questo). Si tratta di uno dei colloqui più brillanti del film che mentre racconta le vicissitudini private di Nicola e Sara, coglie l’occasione per dire in parole quello che sta mostrando: il contesto storico attuale italiano dove le giovani generazioni sono costrette a vivere in affanno e impreparati in una società in stagnazione economica e appesantita dalle molte tasse.  Il racconto, costruito sulle piccole vicende di ogni giorno della coppia, è caratterizzato dall’instabile oscillazione  fra poli opposti: sentono di non farcela a gestire i due figli (la più grande è gelosa del nuovo nato) ma poi, appena si possono concedere una serata tutta per loro, sentono la nostalgia dei loro piccoli e desiderano solo tornare a casa; litigano spesso e con acredine quando uno dei due sembra trascurare i propri doveri domestici ma poi sono pronti a tornare fra le braccia l’ uno dell’altra.

Il film è l’espansione, in immagini, del monologo: “I figli invecchiano” recitato dallo stesso Valerio Mastrandrea, scritto da Mattia Torre, morto prematuramente a 47 anni e che avrebbe dovuto dirigere questo stesso film, poi sostituito da Giuseppe Bonito.

Ma può un monologo trasformarsi in un film? Le vicende narrate, la vita quotidiana di una coppia sconvolta dall’arrivo del secondo figlio, si sarebbero adattate molto bene al format di una commedia brillante, con scenette divertenti e commenti arguti su certe situazioni dell’Italia contemporanea. Si è scelto invece il tono semiserio, caratterizzato dall’acredine verso diverse categorie (i genitori anziani, lo Stato sanguisuga, i sacerdoti) con frequenti inserti di una voce fuori campo che filosofeggia su come uomini e donne di oggi si trovano a gestire malamente i loro impegni familiari. Pur ammirando l’acutezza di certe osservazioni, alla fine non si ride, anzi ci si annoia. Qualcosa di simile era accaduto con Ogni maledetto Natale dello stesso Mattia Torre assieme a Giacomo Ciarrapico e a Luca Vendruscolo. La bella tradizione di riunire tutta la famiglia per Natale veniva vista come pura ipocrisia, senza alcun significato né umano né religioso.

Alla fine, l’autore morde su certi comportamenti scorretti ma non nega affatto la bellezza di avere dei figli né l’importanza degli affetti coniugali ma ci mostra una coppia a cui manca il senso generale del loro vivere. Sembra che si trovino felici solo a partecipare a delle feste con i loro amici, a prendersi un drink in allegria ma non colgono il fatto che proprio passando notti insonni intorno alla culla del figlio, che altri non è se non il loro amore che è diventato carne, si consolida la loro unione, condividono dei momenti che sono solo loro, momenti nei quali si stanno trasformando, allenandosi a essere generosi senza riserve.

Alla fine il film lascia un po’ tristi, di fronte a quest’ uomo e questa donna piccoli piccoli, che vanno nel panico appena nasce il secondo figlio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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1917

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/24/2020 - 12:43
Titolo Originale: 1917
Paese: Gran Bretagn, Usa
Anno: 2019
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Sam Mendes e Krysty Wilson Cairns
Produzione: Amblin Partners, DreamWorks Pictures, Neal Street Productions, New Republic Pictures
Durata: 119
Interpreti: George MacKey, Dean Charles Chapman, Marc Strong, Andrew Scott, Colin Firth, Benedict Cumberbatch, Richard Madden

Aprile 1917. Ai caporali Blake e Schofield viene affidato il compito di attraversare le line nemiche e raggiungere un battaglione isolato dalle comunicazioni per fermare un attacco che porterebbe a morte certa 1600 uomini, tra cui anche il fratello maggiore di Blake. Una corsa contro il tempo nel mezzo degli orrori delle trincee della Prima Guerra Mondiale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nella brutalità della guerra si manifesta, per un breve momento, la tenerezza verso i piccoli e gli indifesi
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Sembra che Mendes si sia concentrato più sull’aspetto tecnico che sulla storia in sé, dando vita a una pellicola sicuramente grandiosa, ma non sempre coinvolgente
Testo Breve:

Nel 1917 due portamessaggi inglesi debbono attraversare le linee nemiche per portare un messaggio di estrema importanza. Un film sofisticato  ma poco coinvolgente

Ispirandosi ai racconti del nonno, portamessaggi come i protagonisti del film, Mendes costruisce una macchina sofisticata e grandiosa anche se non sempre efficace dal punto di vista del reale e profondo coinvolgimento emotivo. Le riprese sono state realizzate in modo da dare la sensazione di seguire un unico lunghissimo pianosequenza che “pedina” i giovani soldati mentre percorrono le trincee, superano il filo spinato e avanzano nella terra di nessuno, cercando di evitare le trappole di un nemico insidioso anche se in ritirata.

Questa scelta di linguaggio, che in teoria dovrebbe portare lo spettatore a condividere il punto di vista di due giovani con caratteri diversi ma uniti da una missione oltre che dalla loro amicizia, rischia fin troppo spesso in realtà di attirare l’attenzione su sé stessa, raffreddando una materia narrativa potenzialmente potentissima.

In questo senso anche la parata di star anglosassoni, ognuna presente sullo schermo per lo spazio di una scena o poco più, finisce per tradursi in un altro elemento di distrazione che aggiunge “stellette” al film, ma dà solo in parte sostanza alla storia.

Detto ciò i due giovani interpreti (e soprattutto George MacKey, già visto in Captain Fantastic) risultano convincenti nel dare corpo a due ragazzi immersi in un conflitto che ha già lasciato i suoi segni (Schofield ammette con l’amico di non amare le licenze per il ripetersi di addii sempre più dolorosi) e la loro missione trasporta lo spettatore in un viaggio “all’inferno” che la fotografia di Roger Deakins aiuta a costruire con scelte visive potenti, anche se in alcuni punti la ricostruzione assume un’eleganza che la rende meno “carnale”.

Fa eccezione un momento particolarmente bello in cui uno dei due giovani soldati, nel mezzo della violenza si trova di fronte al miracolo della vita e della tenerezza (tanto più sorprendente in mezzo a tanto orrore) e in quella parentesi di pace ritrova uno sguardo commosso che lascia spazio alla speranza.

Non manca il dramma, quindi, nel film di Mendes, ma la sensazione, bizzarra considerando l’investimento personale del regista (che al nonno dedica il film), è che Mendes si sia concentrato più sull’aspetto tecnico che sulla storia in sé, dando vita a una pellicola sicuramente grandiosa, ma non sempre coinvolgente.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HAMMAMET (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/12/2020 - 11:13
Titolo Originale: Hammamet
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Alberto Taraglio
Produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema, Minerva Pictures
Durata: 126
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Alberto Paradossi, Luca Filippi, Claudia Gerini

Hammamet, 1999. Il "Presidente" ha lasciato l'Italia, condannato per corruzione e finanziamento illecito con sentenza passata in giudicato. Accanto a lui ci sono moglie e figlia, mentre il secondogenito è in Italia a "combattere" per riabilitarne l'immagine e gestirne l'eredità politica. Nel suo "esilio volontario" lo raggiungono in pochi: Fausto, il figlio dell'ex compagno di partito Vincenzo, suicida dopo essere stato inquisito dal Giudice, e un Ospite suo "avversario, mai nemico". Craxi deve combattere un altro, insidioso avversario, la malattia: il diabete sta minando gravemente la sua salute

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un onesto tentativo di ricostruire i sentimenti e l’animo di Craxi dopo la caduta politica e la lenta attesa della fine
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Prodigiosa interpretazione di Pierfrancesco Favino ma anche di Livia Rossi, nella parte della figlia premurosa. Lo sviluppo appare lento ma si riscatta con alcune scene di grande impatto
Testo Breve:

L’ultimo anno di Bettino Craxi ad Hammamet, fra amarezze, onesti rimpianti rabbiose rivendicazioni. Un racconto tragico che si sviluppa con malinconica lentezza

Il film inizia nel modo che meglio esprime i sentimenti di tenerezza che il regista Gianni Amelio aveva già mostrato di provare verso i bambini (Le chiavi di casa, il ladro di bambini, Il primo uomo): vediamo tre ragazzi che corrono verso i soldati incaricati della sorveglianza della villa di Hammamet dove risiede il “Presidente”, perchè sanno che lì potranno mangiare qualcosa. E’ ancora un altro bambino, (il nipote di Craxi, ospite anche lui della villa e che gioca spesso con il nonno) che diventa il tramite per farci ricordare la sua passione  per il Risorgimento e i suoi eroi temerari e per l’iniziativa più celebrata dello statista: la risoluzione pacifica della crisi di Sigonella, quando attraverso un’abile mediazione internazionale riuscì a salvare tutti i passeggeri (tranne uno) di una nave da crociera sequestrata dai terroristi palestinesi.

Al nome di Bettino Craxi viene sempre accostato l’epiteto di “personaggio controverso”: il film di Gianni Amelio non prende posizione su questo dilemma non risolto da ormai venti anni ma sviluppa un altro interesse: esplorare il Craxi-uomo nel suo ultimo anno di vita ad Hammamet, i suoi stati d’animo, i suoi momenti di sconforto, le sue impennate di orgoglio e di rabbia mentre la sua malattia lo sta portando verso la fine.

Non viene ricostruito nessuno degli eventi storici che hanno caratterizzato l’intensa vita dello statista (tranne la sua conferma plebiscitaria a segretario del Partito Socialista nel 1989, dove potè dire con orgoglio che l’italia era ormai diventata la quinta potenza industriale del mondo)  ma sono lo stesso ricordati con un “effetto ombra”.

Vengono cioè rievocati per analogia, come conseguenza di altri eventi che accadono ad Hammamet e che  fanno riaffiorare nell protagonista stati d'animo mai sopiti. Mentre passeggia sul litorale, viene abbordato da turisti italiani che lanciano invettive contri di lui  chiamandolo ladro e truffatore: è un modo per ricordare l’episodio del lancio delle monetine  davanti all’Hotel Raphael nel 1993. In un’altra sequenza Craxi promette di aiutare un tunisino povero che non riesce a ricoverare sua moglie in ospedale: è l’occasione, per "Il Presidente", di rivendicare la propria umanità, quella stessa che aveva voluto mostrare di avere durante il rapimento di Aldo Moro, per essere stato uno dei pochi politici (assieme ad Amintore Fanfani), ad aprirsi ad una ipotesi di compromesso. A un certo momento riceve la visita di un politico italiano di un altro partito: la conversazione è genericamente allusiva a fatti e comportamenti del passato ma si percepisce una certa simpatia fra i due personaggi: si sa per certo che fu  Francesco Cossiga il politico che andò a trovarlo ad Hammamet. Il “Presidente" accetta di  venir intervistato da Fausto, figlio di un suo amico di partito ora morto e in quell’occasione ripete gli stessi concetti che espresse nel suo famoso discorso al parlamento del 3 luglio 1992: ammise la pratica dei finanziamenti illeciti ma chiamò in causa tutti gli altri partiti come correi dello stesso malcostume.

Oltre a rievocare le ombre del passato il film sviluppa la cronaca dei giorni trascorsi ad Hammamet, dominati  dall’avanzare di una malattia incurabile, da cocenti delusioni (il figlio si era impegnato per la sua riabilitazione in patria ma senza successo), dalla debole speranza di ritornare in Italia almeno come persona malata, da momenti di onesta riflessione autocritica, sempre amorevolmente accudito dalla figlia Anita che continua caparbiamente a credere in lui. Nessun colpo di scena lungo le due ore del film ma una lunga, lenta discesa verso il disfacimento del corpo, lucidamente riconosciuta e accettata.
Il regista racconta la sua storia secondo lo stile del cinema d’autore europeo: il ritmo è lento,  i protagonisti parlano con calma, fissando spesso direttamente la telecamera. C’è  forse troppa “letteratura” ma  ci sono  anche momenti di assouta perfezione stilistica: come nell’incontro fra il Presidente e la sua amante, oppure quando Craxi (un magnifico Favino truccato benissimo) confida alla figlia un suo sogno: si è immaginato che dopo un suo discorso onesto e coraggioso in Parlamento, tutti lo applaudono, incluso lo stesso giudice che lo ha  accusato. “ Che coraggio c’è a parlare male degli altri?. Io non faccio queste cose”: è la sua ultima, accorata invocazione di una riconciliazione che non arriverà mai.

Ma allora, Craxi è stato riabilitato con questo film? Sicuramente è stato umanamente compreso ma non si può dire che siano stati fatti passi avanti nell’interpretazione storica del personaggio. Eppure qualcosa di significativo emerge, non certo in modo razionale, ma  figurativamente, come è possibile fare proprio attraverso il cinema. Sappiamo dalla storia che  già nel 1976 Craxi era stato eletto segretario, anche se la sua corrente aveva scarso peso, perché le forze principali del partito cercavano un homo novus nella funzione di un semplice segretario di transizione. In seguito diventò il primo ministro socialista della Repubblica Italiana e ancora una volta era l’outsider, il nuovo arrivato. Quando iniziò la decadenza della Prima Repubblica  e tutti i partiti, per finanziarsi, adottavano il metodo delle tangenti, fu più facile iniziare ad accusare lui, così diverso e innovativo rispetto a un estabilishment più consolidato.

Gianni Amelio esprime proprio questo: una persona che si sente diverso ed estraneo, percepisce una distanza fra lui e tanti altri e soffre per questa incomprensione di fondo;  per esser stato mandato avanti come capro espiatorio anche se ciò non evitò la rapida decadenza che avrebbe travolto o trasformnato profondamente tutti gli altri partiti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HAMMAMET (E. Genovese)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/12/2020 - 10:51
Titolo Originale: Hammamet
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Alberto Taraglio
Produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema, Minerva Pictures
Durata: 126
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Alberto Paradossi, Luca Filippi, Claudia Gerini

L’ultimo anno di vita di Bettino Craxi ad Hammamet

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un onesto tentativo di ricostruire l’animo di Craxi dopo la caduta politica e la lenta attesa della fine
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
i personaggi ci sono tutti, ma sono accennati, vivono in funzione solo del protagonista (interpretato da un grandissimo Pierfrancesco Favino che ha nascosto sé stesso e ha assunto tutto di Craxi: voce, movenze, tic) e non sono, se non in qualche lieve passaggio, parzialmente approfonditi. E se pur si apprezza il pre-finale onirico, in omaggio forse a Federico Fellini, Hammamet non riesce ad avere quella forza e quel peso necessari perché il suo film sia davvero cinema.
Testo Breve:

L’ultimo anno di vita di Bettino Craxi ad Hammamet. Non un film politico, ma un film che racconta la fine di un uomo di potere, costretto all’esilio in una terra non sua, divorato dal diabete. Un bravissimo Pierfrancesco Favino sostiene da solo tutto il film mentre gli altri personaggi vivono solo in funzione  del protagonista

 

Raccontare la storia è sempre un’operazione rischiosa, coraggiosa e necessaria. E raccontare la storia politica italiana, lo è ancora di più. Con Hammamet Gianni Amelio (il regista amato per opere come Colpire al cuore, Le chiavi di casa e il suo ultimo film La tenerezza) scrive una pagina “storica” che prende vita da un personaggio politico italiano, Bettino Craxi, realmente vissuto e ne costruisce un film. Non un film politico, come il regista ha più volte precisato, ma un film che racconta la fine di un uomo di potere, costretto all’esilio in una terra non sua, divorato dal diabete e dai conseguenti problemi cardiocircolatori.

Siamo infatti nel 1999, ad Hammamet. Ci arriviamo subito dopo un inciso nel 1989 sul 45° Congresso del Partito Socialista a Milano, dove Craxi era osannato, amato mentre l’unica persona a uscire fuori dal coro è Vincenzo (Giuseppe Cederna) un operaio che si vuole dimettere dall’incarico di tesoriere del partito e lo avverte dei rischi che sta subendo.

Dieci anni dopo il Presidente (non viene mai nominato il nome di Bettino Craxi, mai chiamato da nessuno dei familiari o amici con il nome proprio) è esule in questa magnificente villa, accudito dalla giovane figlia (si chiamerà Anita), mentre suo nipote gioca con lui e sua moglie appare e scompare, quasi sempre seduta.

A “turbare” un equilibrio consolidato, fatto di poca gratitudine (il presidente nei confronti della figlia) è l’arrivo di un ragazzo, che porta la lettera di Vincenzo, il padre suicida.

Amelio, insieme allo sceneggiatore, costruisce un impianto narrativo quasi fedele (anche nelle location perché il film è girato principalmente nella villa tunisina di Craxi) ma punta tutto alla realizzazione di una storia greca e shakesperiana dove il Presidente è Agamennone, Priamo e Re Lear, mentre sua figlia è Elettra, Cassandra e Cordelia.

Pesano sulla vita e sulle decisioni di Craxi le due condanne che lo hanno definito agli occhi di tutti una persona accusata per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai, 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Si accenna attraverso i dialoghi, più volte, all’uso improprio di denari, alla politica italiana servile, ma il personaggio di Craxi non è mai totalmente condannato o giustificato. Nelle oltre due ore di film si assiste alla fine di un uomo e si vivono emozioni per la malattia che sgretola corpi e crea distanze e distacchi, passioni e gelosie per tradimenti conosciuti e parzialmente accettati (da qui il cameo di Claudia Gerini) con la consapevolezza che niente potrà tornare come prima. Ma allo stesso tempo, se le idee di base sono forti (basta pensare alla drammaturgia greca e shakesperiana di riferimento) c’è in Hammamet un’imperfezione che rischia di rendere questo film uguale a tutti i film: i personaggi ci sono tutti, ma sono accennati, vivono in funzione solo del protagonista (interpretato da un grandissimo Pierfrancesco Favino che ha nascosto sé stesso e ha assunto tutto di Craxi: voce, movenze, tic) e non sono, se non in qualche lieve passaggio, parzialmente approfonditi. E se pur si apprezza il pre-finale onirico, in omaggio forse a Federico Fellini, Hammamet non riesce ad avere quella forza e quel peso necessari perché il suo film sia davvero cinema.

 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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