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Il film non fa parte di nessuna categoria

BENVENUTI A MARWEN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/24/2019 - 17:36
Titolo Originale: Welcome to Marwen
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Robert Zemeckis
Sceneggiatura: Robert Zemeckis
Produzione: Universal, Dreamworks, Imagemovers
Durata: 116
Interpreti: Steve Carell, Falk Hentschel, Eiza González, Leslie Zemeckis

La storia di un eroe contemporaneo. Mark, picchiato fino a perdere la memoria, trova il coraggio di riprendersi la sua vita costruendo una piccola ambientazione stile anni '40 nel suo giardino di casa dove immagina di sconfiggere il nazismo, trovare amicizia e amore. Benvenuti a Marwen.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il coraggio di Mark Hogancamp è il volto di un nuovo eroe che non ha paura di mostrare il suo lato più fragile e vulnerabile al mondo e ci serve da monito per insegnare ai nostri figli che, a volte, non servono i superpoteri per essere dei veri eroi.
Pubblico 
Adolescenti
Azioni violente sia pur in un mondo di fantasia, turpiloquio, alcune tematiche per adulti
Giudizio Artistico 
 
La narrazione tramite bambole è sicuramente un capolavoro di performance capture Inevitabile, e forse anche un po’ troppo extra diegetico, il riferimento a Ritorno al futuro, che fa sorridere piuttosto che combaciare con la trama.
Testo Breve:

La storia vera di un uomo picchiato fino a perdere la memoria, trova il coraggio di riprendersi la sua vita con un po’ di fantasia, una storia raccontata con lo stile visionario di Zemeckis

In un mondo in cui, troppo spesso, le cose vengono classificate bianco o nero il premio Oscar Robert Zemeckis ci ricorda che non è sempre così.

In Benvenuti a Marwen il regista statunitense racconta la vera storia di Mark Hogmancamp, in un contesto fiabesco come solo lui sa fare, raccontando una terribile vicenda come fatto in precedenza con Forrest Gump, ma con la delicatezza di chi narra una brutta storia nel modo più delicato possibile.

Il progetto è curato dallo stesso Zemeckis sin dal 2013 scrivendone il copione con Caroline Thompson (sceneggiatrice di Edward Mani di Forbice e Nightmare Before Christmas) e affidando le musiche ad Alan Silvestri, reso celebre da
Ritorno al futuro.

Steve Carell interpreta Mark un eroe, non di guerra come lui immagina talvolta di essere per sfuggire alle paure generate dall’essere stato quasi ucciso dalla violenza dei pregiudizi, ma un eroe della vita capace di rimettersi in piedi con le sue sole forze perché solo chi è caduto più volte sa quanto sia difficile reinventarsi ricominciando a sperare e a fidarsi del prossimo.

Forse per questo il film non è adatto ad un target esteso, perché solo chi ha l’emotività giusta per cogliere questa piccola morale è capace di apprezzare l’essenza stessa del film.

Una sera un gruppo di ubriachi picchia Hogancamp senza alcun motivo riducendolo in fin di vita e cancellando tutti i suoi ricordi.

È così che Mark si rifugia in un mondo immaginario costruito con le sue mani. A Marwencol, una piccola città belga, Mark diventa il capitano Hogie, un pilota di aerei da combattimento della seconda guerra mondiale. Salvando le sue compagne di avventure, che hanno i volti e i caratteri di amiche reali e lottando contro i nazisti che ritrova il coraggio di affrontare i suoi problemi, fin quando le fotografie delle scene che ritrae non vengono notate da
David Naugle, che le pubblicò su una rivista e poi organizzò insieme a Hogancamp una mostra fotografica a New York facendo conoscere a tutti il suo talento.

La narrazione tramite bambole, oltre ad essere una scelta stilistica originale, è sicuramente un capolavoro di performance capture ricordando a noi adulti quanto ci immedesimavamo nelle storie fantastiche in cui ci rifugiavamo da bambini.

Inevitabile, e forse anche un po’ troppo extra diegetico, il riferimento a Ritorno al futuro, che fa sorridere piuttosto che combaciare con la trama.

Il coraggio di Mark Hogancamp è il volto di un nuovo eroe che non ha paura di mostrare il suo lato più fragile e vulnerabile al mondo e ci serve da monito per insegnare ai nostri figli che, a volte, non servono i superpoteri per essere dei veri eroi.

È solo nel mondo di Zemeckis che realtà e finzione, analogico e digitale, gioco e vita vera, sorriso e pianto trovano il giusto equilibrio.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA COMPAGNIA DEL CIGNO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/22/2019 - 20:54
Titolo Originale: La compagnia del cigno
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Ivan Cotroneo
Sceneggiatura: van Cotroneo, Monica Rametta
Produzione: Indigo Film, Rai Fiction
Durata: 12 puntate di 50 min su RaiUno e RaiPaly
Interpreti: Alessio Boni, Anna Valle, Leonardo Mazzarotto, Fotinì Peluso

Matteo è ancora sconvolto dal terremoto che ha devastato la sua città, Amatrice, che ha causato la morte di sua madre e decide di iscriversi, a metà anno, al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Molto presto fa la conoscenza con il professore direttore d’orchestra Luca Marioni, detto anche il “bastardo” per i suoi modi rudi di trattare i ragazzi. Il professore comprende subito le grandi doti del ragazzo e sollecita i suoi migliori allievi a fare esercitazioni extra assieme a Matteo in modo che possa integrarsi pienamente nell’orchestra. Matteo inizia così a conoscere i suoi nuovi compagni e presto amici e scopre che ognuno di loro ha, come lui, da superare qualche grave problema…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sette ragazzi, ognuno con il suo problema, riescono a trovare conforto dalla solidarietà degli altri e a impegnarsi nella loro vocazione musicale
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di rapporrto intimo coniugale, affettuosità fra persone con inclinazione omosessuale. Una sottile ironia sulla volubilità e precarietà dei rapporti fra omosessuali.
Giudizio Artistico 
 
Il serial beneficia della freschezza di ragazzi e ragazze esordienti davanti alla telecamera e bravi a suonare ma la sceneggiatura tradisce i suoi meccanismi volti a creare drammi e problemi che debbono continuamente esser superati.
Testo Breve:

Sette ragazzi del conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, un professore arcigno che nasconde un segreto, sono i protagonisti di questo serial che attrae grazie alla spontaneità dei giovani ma eccede nell’uso di risvolti drammatici per alimentare il racconto

Matteo ha perso la madre durante il terremoto ad Amatrice e a causa di  quel trauma è rimasto psicologicamente instabile; il professor Marioni, ha perso la figlia ancora bambina in un incidente d’auto (ma c’è dietro qualche mistero) e ciò lo ha reso duro con i ragazzi, un vero “bastardo” mentre  sua moglie Irene ha abbandonato il suo lavoro al conservatorio e non è più riuscita a tornare a casa; Robbo e la sua sorellina apprendono con dolore che i loro genitori si stanno per separare; Rosario, di quindici anni, il più piccolo della compagnia, vive con dei  genitori adottivi perché sua madre è una tossicodipendente; Sara è una ipovedente e per questo può suonare solo come solista senza far parte dell’orchestra; Barbara è costretta a frequentare sia il liceo classico che il conservatorio per soddisfare le ambizioni di sua madre; Sofia soffre per  le sue taglie ampie, che sono oggetto di derisione da parte delle sue compagne; solo Domenico sembra un ragazzo senza problemi (ma vive solo con suo padre e questa situazione potrebbe avere degli sviluppi..). A questi ragazzi occorre aggiungere Giacomo, intorno al quale si cela un mistero: pare che sia stato il maestro Marioni a procurargli un tracollo nervoso e da quel momento non si è fatto più vivo in conservatorio…

Con questo accumulo di disgrazie, di problemi, più un paio di segreti da svelare, dodici puntate di un serial possono benissimo venir imbastite; è sufficiente che ogni puntata si focalizzi su uno dei ragazzi. Nascono anche, com’è naturale, delle attrazioni amorose fra ragazzi e ragazze del conservatorio ma neanche a dirlo, sono attrazioni che non si incrociano e occorre del tempo perché si indirizzino nella prevedibile direzione.

A questa debolezza strutturale, che riduce la credibilità del racconto, si contrappongono alcuni atout importanti: l’ambientazione nel solido conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, che esprime un contesto dove bravi ragazzi sentono di avere una precisa vocazione e si impegnano a realizzarla; la bellezza della musica classica ma anche di quella moderna, perché a ogni puntata uno dei ragazzi si esibisce in un a solo secondo lo stile instaurato in Glee. Non da ultimo molte belle inquadrature di Milano, non solo del centro storico ma del gettonatissimo albero verticale e i tre grattacieli di City life. 

Potrebbe apparire un bilancio alla pari ma gli ottimi indici di ascolto denotano che c’è qualcos’altro che gli spettatori hanno colto; è prevedibile che si tratti proprio della simpatia dei giovani protagonisti, scelti abilmente fra ragazzi che sanno realmente suonare, la maggioranza dei quali si sono trovati per la prima volta davanti a una telecamera.

Il messaggio che si vuole trasmettere con questo serial è molto chiaro ed è lo stesso che è stato trasmesso in Braccialetti rossi: fra ragazzi uniti da una grave malattia, o hanno in comune la passione per la musica,  i drammi personali vengono affrontati  proprio con il  confrontarsi, il condividere, con l’aiutarsi a vicenda.

Si tratta di un messaggio sicuramente positivo ma resta il dispiacere che per sviluppare questa tesi è stato necessario avviare un meccanismo che si alimenta con un accumulo di sventure e con personaggi stereotipati. Siamo lontani dalla fattura di Un’amica geniale, dove si partecipa alla maturazione progressiva (ma anche alle cadute) di due ragazze complesse quanto lo sono quelle reali, che reagiscono di volta in volta alle situazioni della vita con sfumature sempre diverse.  Gli ultimi serial intorno agli adolescenti non sembrano aver  trovato la formula giusta: come sono stati eccessivi quelli di Baby, di Tredici e di Elite nell’occuparsi in modo irressponsabile del qui e ora senza aver voglia di costruirsi un futuro, i ragazzi di La Compagnia del cigno eccedono nella direzione opposta: cupi e seriosi restano schiacciati dai loro problemi  e non hanno quel guizzo, che è loro caratteristico, di sentirsi  a volte felici e un po’ pazzi semplicemente perché sono giovani.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'AMORE IL SOLE E LE ALTRE STELLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/17/2019 - 11:07
Titolo Originale: L'AMORE IL SOLE E LE ALTRE STELLE
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Fabrizio Costa.
Sceneggiatura: Marco Bonini, Edoardo Leo, Giacomo Bisanti e Matteo Visconti
Produzione: Pepito Production
Durata: 120 su RaiPlay
Interpreti: Vanessa Incontrada, Ricky Memphis, Marco Bonini, Chiara Ricci, Elisa Visari, Edoardo Pagliai

Primo e Michela sono due ragazzi quindicenni, amici da quando erano piccoli (i loro genitori si conoscono da anni). Una mattina a scuola scoprono una novità: la loro classe fruirà di un corso sperimentale di educazione sessuale ed è previsto anche il coinvolgimento dei genitori. Durante un pranzo con le due famiglie riunite, i ragazzi mostrano il questionario che debbono compilare assieme ai genitori. Parlare di un tema così delicato destabilizza ulteriormente Michele e Sabrina, i genitori di Michela che sono sull’orlo del divorzio per via dei continui tradimenti di lui ma anche Corinne e Pietro, i genitori di Primo, stanno vivendo un momento critico perché lei è insoddisfatta per le scarse attenzioni del marito. Michela comprende che i genitori stanno pensando soprattutto a loro stessi e provocatoriamente dichiara che lei e Primo hanno deciso di fare sesso insieme. La notizia si sparge presto anche fra i compagni di classe e adesso i due ragazzi hanno tutti gli occhi puntati su di loro…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta con serietà il tema dell’educazione sessuale che non può prescindere dall'educazione sentimentale ma certe conclusioni sono fataliste, soprattutto per quel che riguarda il divorzio
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di incontro sessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film sviluppa bene il tema proposto e gli attori si comportano secondo lo standard atteso da una commedia all’italiana
Testo Breve:

Nessuno dà molta retta, nemmeno i genitori, a due quindicenni che a questo punto dichiarano ufficialmente di voler fare sesso insieme. Uno spunto per trattare, con serietà il tema dell’educazione sentimentale

“Voi siete la prima generazione ad avere un accesso totale e gratuito alla pornografia” dichiara la professoressa alla sua prima lezione di educazione sessuale.  In effetti questo film TV, L’amore, il sole e le altre stelle” trasmesso su RaiUno all’interno della serie Purché finisca bene 3, ora disponibile su RaiPlay, tratta un tema di indubbia attualità.

E’ lo stesso tema che viene affrontato nella serie di Netflix  Sex Education ma in questo caso si tratta di una parodia sul tema, in una scuola dove ormai, o l’educazione non serve più perché i ragazzi praticano rapporti sessuali  da anni, nelle forme di un esercizio  sportivo  oppure c’è qualcuno, soprattutto fra i maschi, che ancora non ha varcato la fatidica soglia e allora la situazione è grave, bisogna ricorrere a un sessuoterapeuta.

Il film italiano affronta il tema con maggiore serietà e mostra come gli stessi ragazzi hanno compreso che più che di educazione sessuale c’è bisogno per loro di educazione all’affettività.

Nel film si alternano momenti trascorsi in aula dove si ascoltano le lezioni della professoressa ad altri dove possiamo seguire l’evolversi del rapporto fra i due ragazzi e dei genitori fra di loro, con frequenti rimandi fra ciò che viene dichiarato in teoria e ciò che si sviluppa realmente.

L’insegnante propone ai ragazzi principi molto validi, soprattutto quando sottolinea l’importanza del rispetto reciproco e del non fare niente senza comune accordo, ma poi non riesce ad andare oltre, al valore superiore della persona che esercita la propria sessualità e si ferma a osservazioni scientifiche sul comportamento degli animali ( è la femmina che sceglie il partner; il maschio è sempre tendenzialmente poligamo,….

Al contempo anche i genitori hanno poco da insegnare ai ragazzi, anzi sono proprio Primo e Daniela a sgridarli, perché percepiscono, più di loro, le istanze morali che vanno rispettate nel rapporto a due. Daniela rimprovera il padre che continua fare il farfallone con altre donne perché deve prima di tutto, al di là dei suoi desideri, rispettare sua madre. Primo fa riflettere suo padre, che ritiene giusto, per salvaguardare il matrimonio, rinunciare alle proprie passioni: “se tu ami una persona non voglio che tu rinunci a qualcosa perché più rinunci e meno sei te stesso”.

I due ragazzi restano quindi da soli a riflettere su un tema così impegnativo ma l’età li protegge ancora da un serio coinvolgimento emotivo e ormonale. E’ proprio Primo a dare alla professoressa la migliore risposta  sul tema della poligamia naturale: “l’amore ti fa essere fedele perché l’altro diventa, per te,   un essere speciale e se va con tutti vuol dire che io non valgo niente”

Alla fine le conclusioni degli autori, nonostante i buoni messaggi, sono alquanto fataliste: non c’è stabilità nei rapporti amorosi, per i grandi come per i giovani, ci si attrae e ci si respinge compulsivamente in uno stato di perenne instabilità. Negativa anche la conclusione sulla necessità del divorzio anche quando fra due persone che si  amano, sarebbe sufficiente un maggiore impegno per controllare le proprie debolezze.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLACK MIRROR: BANDERNATCH

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/14/2019 - 15:43
Titolo Originale: BLACK MIRROR: BANDERNATCH
Paese: Regno Unito, Stati Uniti d'America
Anno: 2018
Regia: David Slade
Sceneggiatura: Charlie Brooker
Produzione: Netflix
Durata: variabile
Interpreti: Fionn Whitehead, Will Poulter, Asim Chaudhry

Inghilterra, 1984. Stefan è un giovane programmatore di videogame. Si mette in contatto con un’importante società del settore per proporle un nuovo tipo di gioco dove l’utente sceglie di volta in volta gli snodi cruciali della vita dei personaggi. L’idea piace ma vengono concessi a Stefan solo quattro mesi per completare lo sviluppo. Il ragazzo si chiude in casa per lavorare giorno e notte ma incontra molte difficoltà tecniche e inoltre il suo equilibrio psichico è fragile: soffre ancora della perdita della madre, avvenuta quando lui era piccolo a causa di un incidente di cui si sente in parte responsabile. Non gli sono di aiuto né il padre né le sedute con una psicologa. Si rivolge quindi a Colin, un giovane ideatore già milionario perché ha realizzato un videogame di grande successo. Colin gli espone le sue teorie: viviamo in mondi dove ciò che accade in uno è complementare a ciò che accade nell’altro: non esiste il libero arbitrio ma tutto è stato predeterminato…(questa non è la trama del film ma uno solo dei suoi possibili percorsi…)

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film, in tutte le sue ramificazioni, è pervaso da una visione pessimistica dell’uomo, soggetto a un fato imprevedibile, incapace di esercitare il proprio libero arbitri
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena può impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Senz’altro interessante e foriero di nuovi sviluppi questo primo esperimento di cinema interattivo: peccato che non c’è una vera alternativa perché tutte le ramificazioni replicano le idee dell’autore
Testo Breve:

Esperimento interessante della Netflix che lascia allo spettatore la libertà di scegliere fra le possibili ramificazioni della storia Un esperimento perfettibile perché non si tratta di scelte ancora condizionate dalle idee dell’autore

Stefan sta lavorando da ore davanti al computer senza ottenere risultati apprezzabili. Il padre lo incalza, invitandolo a smettere e a concedersi una pausa. A questo punto, nella parte bassa del video, lo spettatore è invitato a scegliere: a) Stefan si alza e urla al padre; b) Stefan, esasperato, versa il tè caldo sulla tastiera provocando un corto circuito che distrugge tutto il lavoro fatto fino a quel momento.

Il racconto avanza in questo modo, e lo spettatore (giocatore?) diventa un protagonista attivo della storia perché grazie al collegamento via Internet, le sue scelte vengono recepite e il racconto avanza lungo il ramo da lui scelto, fino al prossimo bivio. Ciò non poteva accadere nel film per le sale Sliding Doors del 1998 che aveva già sperimentato lo sviluppo del racconto lungo due percorsi narrativi alternativi, senza ovviamente poter coinvolgere lo spettatore nelle scelte.

Il coinvolgimento dell’utente è in effetti elevato e inevitabilmente ogni scelta comporta una perdita, perché ci si chiede cosa sarebbe successo nell’altro ramo del racconto. Si può sempre decidere di non scegliere nulla e in questo caso il film avanza spontaneamente secondo un tempo standard di 90 minuti. In questo caso si arriva a uno solo dei 5 finali possibili mentre le ramificazioni sviluppate sono in tutto 250.

I due creatori Charlie Brooker e Annabel Jones sono gli stessi della serie Black Mirror, anch’essa programmata su Netflix. La fiction, ambientata nel futuro, ma in realtà ispirata al mondo di oggi, è incentrata sui problemi di attualità e sulle sfide poste dall'introduzione di nuove tecnologie, in particolare nel campo dei media.

Il tema trainante è il continuo incrociarsi fra realtà e finzione, che finiscono per avere la stessa rilevanza per i protagonisti. Si tratta di un tema già affrontato in altri lavori a partire dalla famosa domanda “pillola rossa o pillola blu?” di Matrix  e poi ripresa per il mondo dei videogiochi in ExiStenz, dei serial  televisivi in The Truman Show, nei sogni dentro i sogni in Inception e negli effetti di pillole allucinogene in Maniac.

I lavori di Brooker e di Jones manifestano però sempre

una visione pessimistica del nostro destino: siamo schiavi di un fato che domina le nostre esistenze, il libero arbitrio non esiste e il fare o non fare qualcosa è pertanto del tutto indifferente. E’ questo il vero aspetto negativo di questo esperimento: la tecnica che consente di coinvolgere lo spettatore è senz’altro interessante ma si tratta di una responsabilità fittizia perché chi decide realmente è sempre l’autore, che impregna delle sue idee tutte le alternative possibili.

Ben più interessante sarebbe una formula che preveda ramificazioni realmente alternative, magari intorno a temi etici fondamentali e che i rami possibili fossero sviluppati da autori diversi con idee diverse.

Resta da farsi un’ultima domanda: Netflix riceve e quindi può registrare, le nostre preferenze lungo tutti i rami della storia: di tratta di un altro caso di perdita della propria privacy?

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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VICE – L’UOMO NELL’OMBRA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/14/2019 - 15:18
Titolo Originale: Vice
Paese: Usa
Anno: 2018
Regia: Adam McKay
Sceneggiatura: Adam McKay
Durata: 132
Interpreti: Christian Bale, Amy Adams, Sam Rockwell, Steve Carell, Jesse Plemons, Tyler Perry, Alison Pill;

L’ascesa politica di Dick Cheney, vicepresidente di George W. Bush, dal nativo Wyoming ai corridoi del potere di Washington, animato da un’insaziabile sete di potere e sostenuto dalla leale moglie Lyanne…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il ritratto di un genio del male, dove il male è descritto come male. Spetta all’autore la responsabilità di averci, in coscienza, fatto un ritratto onesto del personaggio
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e immagini di torture e violenze
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione Christian Bale ma il film non riesce a focalizzare le più intime motivazioni del protagonista, i meccanismi di pensiero più profondi e personali, a parte la devozione al potere in sé,
Testo Breve:

L’autore di The Big short ci racconta l’ascesa politica di Dick Cheney, vicepresidente di George W. Bush, un racconto, forse di parte, dell’insaziabile sete di potere di questo personaggio che ha molto pesato sulla scena politica americana.

Con lo stesso stile brillante e ironico, a metà tra la fiction e il documentario, utilizzato nel suo precedente film The big short, per raccontare un argomento complesso come la crisi dei mutui subprime, Adam McKay questa volta prova a trovare un chiave di accesso ad uno dei personaggi più decisivi e insieme misteriosi della storia politica americana recente, Dick Cheney.

Un film dichiaratamente “di parte”, tanto che McKay si para dalle accuse di una visione troppo liberal affrontando la questione in uno degli inserti para-documentaristici in cui mette in scena degli ipotetici focus group come quelli usati dai veri politici per interpretare e dirigere l’opinione pubblica su argomenti spinosi come la guerra in Iraq. Infatti, la pellicola negli Usa ha diviso il pubblico e non ha replicato il successo del precedente, anche se si è guadagnato sei nomination ai Golden Globe (Christian Bale con la sua eccellente e camaleontica performance nei panni del protagonista si è portato a casa il premio) e sicuramente attirerà l’attenzione anche agli Oscar.

Accanto a Bale, in un cast all star (che dovrebbe in parte aiutare il pubblico a orizzontarsi nella miriade di personaggi dell’arena politica americana che intersecano il percorso di Cheney, a volte solo per una scena o due) spicca Amy Adams, nei panni della consorte Lyanne, fondamentale per la discreta ma costante ascesa del consorte, leale, spietata e dominata da un’ambizione che può realizzare solo per interposta persona. Una sorta di Lady Macbeth all’americana, insomma, come non troppo sottilmente suggerisce anche il regista mettendo in scena un immaginario dialogo “alla Shakespeare” nel momento di una delle decisioni cruciali nella vita della coppia.

È uno dei pochi momenti di quasi trasparenza per un personaggio che resta nonostante gli sforzi straordinariamente opaco, i cui meccanismi di pensiero più profondi e personali, a parte la devozione al potere in sé, il film non riesce (e forse colpevolmente non prova nemmeno) a focalizzare.

Da ex studente universitario ubriacone e senza ambizioni, che solo l’ultimatum della fidanzata porta a un cambio di rotta, a “stagista” del congresso, pronto a seguire le orme di uno spregiudicato Ronald Rumsfeld (Steve Carell), senza apparenti reali convinzioni a parte il perseguimento di un ruolo all’interno dell’establishment (il film lascia intendere che anche l’opzione repubblicana sia più che altro una scelta di comodo all’interno dell’amministrazione Nixon), di Cheney fino ad un certo punto non si intuiscono doti o abilità eccezionali, se non l’abilità di “spararle grosse” sembrando sempre ragionevole.

Sinceramente pare troppo poco per giustificare una carriera politica che attraversa quattro decenni e trova il suo coronamento in una vicepresidenza totalmente sui generis: di fatto Cheney ottiene da un ingenuo George  W. Bush junior (Sam Rockwell, mimetico, ma per ragioni di scrittura assai meno convincente di quanto lo fu Josh Brolin nel biopic di Oliver Stone dedicato al presidente repubblicano) un potere inaudito per una carica fino ad allora considerata un niente e la gestisce con spregiudicatezza per ricambiare favori a vecchi amici e per potare a termine un progetto a lungo covato, quello con quello della guerra in Iraq.

A parte l’evidente devozione alla famiglia (se il sostegno della moglie è fondamentale per la sua scalata, Cheney si dimostra incrollabilmente leale oltre che a lei anche alla figlia Mary, dichiaratamente omosessuale, per cui si rifiuta di sostenere le posizioni di Bush rispetto ai matrimoni gay), Cheney resta però un mistero, mentre la quantità di argomenti portati in campo e la velocità con cui gli altri personaggi entrano ed escono dalla storia non aiuta il pubblico a trarre qualche conclusione più specifica che non sia che l’uomo sia stato un discreto genio del male.

Un’opinione con cui per altro molti degli spettatori si saranno già avvicinati al film, che rischia quindi di “predicare ai convertiti” perdendo l’occasione di un affondo umanamente più intrigante anche se rischioso.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VAN GOGH - SULLA SOGLIA DELL'ETERNITA'

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/05/2019 - 18:24
Titolo Originale: Van Gogh - At Eternity's Gate
Paese: GRAN BRETAGNA, FRANCIA, USA
Anno: 2018
Regia: Julian Schnabel
Sceneggiatura: Julian Schnabel, Jean-Claude Carrière, Julian Schnabel, Jean-Claude Carrière
Produzione: ICONOCLAST, RIVERSTONE PICTURES, SPK PICTURES
Durata: 120
Interpreti: Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen

Gli ultimi anni di vita di Vincent Van Gogh: l’amicizia con Paul Gauguin, il legame con il fratello Theo, la chiusura nel nosocomio di Saint Rémy fino alla morte

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un onesto tentativo di entrare nel cuore e nell’anima di questo pittore tormentato, parzialmente riuscito
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene forti prima del ricovero in nosocomio
Giudizio Artistico 
 
Premiato all’ultimo festival di Venezia per la grande interpretazione di Willem Dafoe nei panni del pittore, il film non riesce a creare una storia compatta ma gli eventi della vita di Van Gogh sembrano spiegare eccessivamente quello che invece andava lasciato alla poesia della creazione e alla fragilità dell’immaginazione di un artista
Testo Breve:

La macchina da presa del regista  Schnabel sembra avere gli occhi, il cuore, la mente di Van Gogh e lo spettatore si sente come parte del suo processo creativo ma il film eccede nel suo didascalismo

Van Gogh, il pittore che in pochi anni di vita, ha lasciato innumerevoli disegni e tavole, non vendendone alcuno prima della morte, ha un fascino senza tempo. I suoi quadri riempiono l’immaginario di artisti da oltre un secolo. Eppure quando di fronte si ha un pittore come Van Gogh è difficile pensare che possa essere realizzato un lungometraggio capace di restituire l’arte, l’inquietudine, la solitudine e la pazzia. E sulla scia di questa difficile riproducibilità, che può avere come primo limite la didascalia, Julian Schnabel tenta con Van Gogh - Sulla Soglia dell’eternità questo difficile compito. Lo sapeva Schnabel, il regista conosciuto in Italia per Lo scafandro e la farfalla, che prima di arrivare alla macchina da presa ha lavorato e continua a farlo come pittore. E poteva tentare la sfida che questo lungometraggio comporta, forse solo lui, artista e regista, che ha esordito al cinema nel 1996 con un film su Jean-Michel Basquiat, il graffitista più famoso del nostro secolo.

Se si pensa al titolo originale si comprende il cuore dell’operazione filmica di Schnabel. Infatti il nome di Van Gogh non è presente, c’è solo At Eternity’s Gate, che è stato lasciato nel titolo italiano però con un’aggiunta: il titolo completo è Van Gogh - Sulla soglia dell’Eternità.

Scelto in competizione a Venezia e premiato per la grande interpretazione di Willem Dafoe nei panni del pittore, il film non ha le caratteristiche tipiche di un biopic o di un documentario come lo sono stati Loving Vincent o Van Gogh tra il grano e il cielo. Van Gogh - Sulla soglia dell’Eternità é uno sguardo sull’uomo inquieto, sul pittore che dipinge il mondo e lo fa anche se incompreso dai contemporanei del suo tempo. La musica invade le immagini (forse uno dei difetti stilistici imperdonabili del film) e Van Gogh, ormai pittore trentaduenne, lascia l’Olanda e a Parigi in un bar  incontra Paul Gauguin (Oscar Isaac), l’amico con il quale condividerà costanza e passione per i soggetti da dipingere. Scena dopo scena assistiamo a un racconto emotivo: i girasoli, le donne, gli autoritratti, la luce, entrano nella scena. Colpiscono gli spettatori che si sentono parte del processo creativo. E poi i dettagli si contestualizzano: il soggiorno nella cittadina di Arles, il taglio dell’orecchio (dovuto a un innamoramento?) la degenza al nosocomio Saint Rémy, e la morte ad opera di due giovani ladri nel 1890. Tutti elementi che sono stati ripresi dal carteggio corposo tra il pittore Vincent e il fratello Theo (Rupert Friend nel film), proprietario di una galleria d’arte, e dal libro Van Gogh The Life che rinuncia all’episodio del suicidio e rilancia la tesi dell’omicidio dell’artista.

La macchina da presa di Schnabel sembra avere gli occhi, il cuore, la mente di Van Gogh. E si distanzia solo quando lui non è soggetto unico della scena. Nei dialoghi con il fratello che ha finanziato sempre Vincent, nel confronto con i medici (tra cui Mathieu Almaric) il film sembra prendere un’altra strada: quella della spiegazione di cosa sta accadendo al pittore fino a diventare una sterile contrapposizione quando Van Gogh dialoga con il prete (il danese Mads Mikkelsen). E se si intravvede quella mano che ha saputo restituire forza nella malattia (come ne Lo Scafandro e la farfalla) il limite del film è non riuscire a creare una storia compatta in cui gli eventi della vita di Van Gogh sembrano spiegare eccessivamente (lo si intuisce anche dall’inquadratura fissa della macchina da presa in molti dei dialoghi), e distolgono lo spettatore dalla poesia della creazione e dalla fragilità dell’immaginazione di un artista, tenuto in vita dall’affetto del fratello, che meritava più comprensione e più appoggio da chi lo circondava.

 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BABY (Prima Stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/26/2018 - 20:30
Titolo Originale: Baby
Paese: Italia
Anno: 2018
Regia: Andrea De Sica, Anna Negri
Sceneggiatura: Isabella Aguilar, Giacomo Durzi, Antonio Le Fosse, Giacomo Mazzariol, Marco Raspanti, Romolo Re Salvador, Eleonora Trucchi
Produzione: Fabula Pictures
Durata: la Prima stagione è costituita da 6 puntate di 50 min su NETFLIX
Interpreti: Benedetta Porcaroli, Alice Pagani, Riccardo Mandolini, Chabeli Sastre Gonzalez,

Il serial ci fa conoscere alcuni ragazzi che frequentano un rinomato liceo privato dei Parioli. Chiara è bionda, è sportiva, si allena con costanza nella corsa veloce e spera che i suoi genitori la mandino per un anno in una scuola negli Stati Uniti assieme alla sua migliore amica Camilla (ma non ha il coraggio di rivelarle che il fratello di lei, Niccolò, è il suo amante segreto); Ludovica è bruna, dallo spirito ribelle e molto libera perché la madre, divorziata, è sempre impegnata a trovare, senza successo, un uomo che resti con lei. Damiano, dopo la morte della madre, è stato iscritto a quello stesso dal padre, ambasciatore di un paese arabo. Sempre molto impegnato, il padre trascura Damiano, che viene presto preso di mira da Niccolò perché gli fa concorrenza nello spaccio della droga a scuola ed è diventato il suo rivale per la conquista di Chiara. Fabio, il figlio del preside, è un ragazzo tranquillo, bloccato dall’educazione rigida impostagli dal padre e fa fatica a trovare un vero amico nella scuola.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film cerca di indagare con serietà sulla genesi di certi comportamenti adolescenziali ma il contesto che descrive è degradato senza speranza, dove genitori distratti di famiglie sfasciate lasciano che i loro figli vadano alla deriva e scelgano metodi sbrigativi (vendita di droga, prostituzione) per conseguire la loro indipendenza
Pubblico 
Maggiorenni
Il serial non approfitta del tema scabroso per inanellare scene audaci ma il tema trattato non risulta adatto a minorenni
Giudizio Artistico 
 
Lo sviluppo della storia ha un andamento oscillante, a volte non si comprende dove si stia dirigendo ma probabilmente è proprio questo fluttuare che diventa espressione genuina dell’instabilità adolescenziale
Testo Breve:

In un liceo privato dei Parioli si intrecciano storie di ragazze e ragazzi che godono di grande autonomia a causa dell’indifferenza dei genitori e finiscono per scegliere soluzioni pericolose per raggiungere una loro apparente indipendenza

Nel 2018 Netflix ha confezionato, con i suoi serial, un specie di trilogia sugli adolescenti agli ultimi anni della high school. Non tanto una trilogia intesa come sequenza temporale ma come collocazione geografica: in Tredici gli adolescenti degli Stati Uniti, in Elite quelli spagnoli, in Baby quelli Italiani. Non si può negare che queste fiction siano arrivate sull’onda di qualche pruriginosa curiosità (per Tredici il dramma dei suicidi in età adolescenziale, per Baby lo scandalo delle baby-squillo ai Parioli del 2013, per Elite la insaziabile curiosità del pubblico sulle scuole di elite) ma occorre anche riconoscere che c’è un grande bisogno di opere narrative che siano in grado di costituire una finestra credibile sul mondo degli adolescenti, sempre in continua evoluzione.

E’ indubbio che nella fotografia che fanno questi tre lavori sul mondo degli adolescenti ci siano delle costanti (uso compulsivo del cellulare per mandarsi messaggi, selfish anche nei momenti intimi che diventano spesso uno strumento di vendetta, ragazzi e ragazze che praticano rapporti sessuali completi, uso di droga che viene spacciata da un ragazzo direttamente all’interno della scuola, ampio uso di alcool durante i festini) ma in generale, a mio avviso, sono utili al nostro scopo in modo molto limitato.

Scartiamo subito Elite: un giallo fra le mura di una prestigiosa scuola privata (una ragazza è stata uccisa) dove il tema prevalente è lo scontro fra ragazzi di classi sociali e religioni diverse. La caratterizzazione dei personaggi cambia frequentemente in funzione delle sorprese necessarie a rendere viva l’aspettativa del giallo e alla fine può esser definito come un serial porno-soft, visto che quasi a ogni puntata viene garantita una scena di sesso di varia tipologia (eterosessuale, omosessuale, a tre).

Più approfondita nei caratteri e nell’ambientazione la serie Tredici che estende la sua analisi ai genitori dei ragazzi e ai loro professori su due temi dolorosi, quello del bullismo e della melanconia esistenziale che porta al suicidio. Restano molte perplessità  sull’interpretazione che  dà il serial dei ragazzi di quella età: tutti i protagonisti sono chiusi in se stessi, privi di un minimo di generosità e di coraggio, i violenti hanno la meglio e la decisione di suicidarsi non trova adeguate controargomentazioni.

Parliamo ora di Baby e chiariamo subito che lo scandalo delle baby-squillo ai Parioli non ha alcun riferimento, neanche larvato, con la storia raccontata. La realtà dei fatti del 2013 è risultata molto più squallida, incluso il consenso interessato di una delle madri delle ragazze e si è trattato di un fenomeno ben consolidato; nella fiction il tema della prostituzione è inquadrato nello scenario più vasto del percorso evolutivo che hanno le due protagoniste e interviene solo a metà stagione.

La premessa alle storie dei quattro protagonisti è univoca: vivono tutti in famiglie sfasciate. Ludovica vive da sola con una madre psicologicamente fragile mentre il padre, che sta per risposarsi, ha poca stima per lei; Chiara vive in un clima di ipocrisia perché i suoi genitori sono separati in casa; Damiano ha perso la madre e ciò per lui costituisce una dolorosa mancanza, mentre il padre non ha tempo per comprenderlo nè per prendersi cura dei suoi problemi.

Se occorre riconoscere a Baby un punto in più rispetto ai serial citati perché approfondisce i rapporti dei ragazzi con i loro genitori, ciò significa anche aver costruito con queste fragili situazioni familiari, un facile alibi nei confronti di queste ragazze che possono muoversi senza controlli e che si trovano sempre sole a prendere decisioni importanti. Ecco infatti che Ludovica, di fronte a un padre che si rifiuta di pagarle la retta della scuola privata, si affida a un ragazzo che si dichiara pronto ad aiuarla presentandole persone disposte a pagare per avere incontri speciali; Chiara, più instabile ed emotiva, sconvolta da un ambiente familiare che non riesce più a sostenere e da una vita sentimentale che non la soddisfa, vede un suo riscatto nei locali notturni dove uomini adulti la corteggiano e la desiderano.

La sceneggiatura del serial è stata scritta dal collettivo di giovanissimi del GRAMS, con la direzione di Andrea De Sica e l’affiancamento di a Isabella Aguilar e Giacomo Durzi. Si può quindi imputare alla gioventù degli scrittori l’horror vacui che caratterizza la storia caricata di sub plot: un ragazzo ha difficoltà a dichiararsi omosessuale (è il figlio del preside, esattamente come succede in Elite); si stabilisce  un’intesa fra uno dei ragazzi e la madre di un suo  conpagno; un incidente d’auto diventa l’escamotage narrativo che consente di risolvere un po’ di nodi che si erano formati nel racconto.

Al contempo è forse proprio grazie alla giovinezza degli scrittori che va riconosciuto allo sceneggiato una significativa aderenza al mondo adolescenziale. Quella loro instabilità che fa avere sempre poca pazienza, sopratutto nelle relazioni con gli altri; quei passaggi bruschi dalla voglia di fare cose un po’ pazze all’improvvisa malinconia, quel movimento sinuoso della storia, apparentemente senza una meta, che in realtà rispecchia la vita di chi non si muove in base a progetti definiti ma oscilla continuamente perché ogni giorno è un mondo a se stante; quella insicurezza tipica di persone sempre in cerca di comprendere chi siano veramente. Appare anche molto credibile la reazione delle due ragazze dopo le loro prime prestazioni a pagamento: percepiscono un senso di potenza, perchè vedono degli uomini che le desiderano con galanteria (non ci sono casi di violenza nel serial)  e da questo possono ricavare quella indipendenza, quella autonomia economica da tempo desiderata.

Questo Baby, come gli altri due serial, hanno un grosso limite: sono racconti costruiti intorno a conflitti fra egoismi contrastanti, alla ricerca della soddisfazione dei propri desideri e dell’affermazione di se stessi. Manca fra questi giovani un ideale positivo che li trascenda, una figura di riferimento che possa aprire loro panorami più ampi del qui e ora nel piccolo ambiente scolastico, l’ambizione di applicare le proprie doti per costruire un affascinante progetto di vita.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OLD MAN AND THE GUN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/24/2018 - 22:06
Titolo Originale: Old Man & The Gun
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: David Lowery
Sceneggiatura: David Lowery
Produzione: CONDÉ NAST, ENDGAME ENTERTAINMENT, IDENTITY FILMS, WILDWOOD ENTERPRISES, SAILOR BEAR
Durata: 93
Interpreti: Robert Redford, Casey Affleck, Danny Glover, Tika Sumpter, Isiah Whitlock, John David Washington, Tom Waits, Sissy Space

L’ultra settantenne Forrest Tucker (Robert Redford) colleziona una rapina in banca dopo l’altra, conquistando le sue vittime con un sorriso indimenticabile.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A un uomo piace troppo svaligiare banche e anche se lo fa con modi gentili e senza violenza, è pur sempre un ladro
Pubblico 
Pre-adolescenti
Revisione USA: PG 13
Giudizio Artistico 
 
Robert Redford è impegnato in una grande e indimenticabile interpretazione, perfetto per questa pellicola profonda, a tratti forse un po’ lenta ma con momenti di pura ironia, che lancia numerosi spunti di riflessione
Testo Breve:

I film è ispirato alla vita di Forrest, un rapinatore di banche degli anni ‘80 che ha collezionato centinaia di rapine e un’evasione dopo l’altra. Un’indimenticabile Robert Redford alla sua ultima interpretazione

Quello che si racconta in questo film è quasi del tutto vero, come dice ironicamente la frase inziale. Forrest, interpretato da un sorprendente Robert Redford al suo addio al cinema, è un rapinatore di banche degli anni ‘80 che ha cominciato la sua attività a soli 13 anni, collezionando centinaia di rapine e un’evasione dopo l’altra: l’ultima a oltre 70 anni dal carcere di Saint Quentin, fuggendo su una barchetta di fortuna.

Il leader della banda dei vecchietti d’assalto, come vengono simpaticamente soprannominati dai media Forrest e i suoi complici, ha una caratteristica che stupisce, quasi seduce, le sue vittime: un immancabile sorriso. La sua serenità e il suo buonumore sono contagiosi, tanto che chi viene rapinato più che il trauma ricevuto, non finisce di tesserne le lodi.

Ed è proprio questo che contraddistingue il protagonista del film, un’incredibile voglia di vivere: ha una pistola sempre con sé, ma non ha mai sparato, non gli interessa la violenza. Certo è vero che nell’essere un criminale seriale c’è come una dipendenza dall’adrenalina prodotta con il solo fatto di aver conseguito un colpo di successo, ed è anche per questa sua passione che Forrest non riesce a fermarsi. Ma la mania della rapina si impasta con una riflessione ben più profonda sul desiderio di non perdere la vita, di non arrendersi al tempo che passa, che lo vorrebbe costringere prima o poi ad appendere la pistola al chiodo. Il problema di Forrest non è “guadagnarsi da vivere” ma “vivere”, e gli anni che trascorrono veloci sono un’occasione per provare nuove esperienze, e per gustarsi a pieno quello che c’è intorno. Così l’incontro fortuito con Jewel, una donna profonda e affascinante, è l’occasione per riflettere una volta per tutte sul senso del tempo e su ciò che si è realmente conquistato nell’esistenza. Un’occasione per fermarsi, almeno un’istante, ad assaporare il piacere della stabilità. “Sono esattamente dove dovrei essere” afferma il protagonista, perché il suo bambino interiore è fiero di ciò che è diventato. Ma la storia sottolinea come all’interno di un’esistenza rocambolesca e invidiabile, ci siano evidentemente dei punti di ombra. Il sorriso di Forrest è segnato anche dal dramma del passato che forse non ha mai voluto guardare in faccia, così preso dalla sua febbre di vita che rischia anche sulla porta della vecchiaia di portarlo lontano da ogni affetto.

A fare da contraltare a questo maestro della rapina, un poliziotto ben più giovane che cerca di fare il salto di carriera e con cui Forrest continua a giocare a guardia e ladri. Tra i due si crea progressivamente un rapporto molto profondo, di stima e quasi affetto. I due vivono situazioni molto diverse, ma condividono la passione per il proprio mestiere e il desiderio di non sprecare la vita.

Forrest è un vero eroe, fatto di luce ed oscurità, come in fondo ogni essere umano nel corso della propria esistenza. Perfetto per questa pellicola profonda, a tratti forse un po’ lenta ma con momenti di pura ironia, che lancia numerosi spunti di riflessione e, soprattutto, consacra con una serie di citazioni, l’intramontabile figura di Robert Redford in una grande e indimenticabile interpretazione.

Autore: Ilaria Giudici
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAPRI REVOLUTION

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/19/2018 - 22:30
Titolo Originale: Capri Revolution
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Mario Martone
Sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita Di Majo
Produzione: Indigo Film, Pathé, Rai Cinema
Durata: 122
Interpreti: Marianna Fontana, Reinout Scholten van Aschat, Antonio Folletto, Donatella Finocchiaro

Capri 1914. Lucia è una capraia che vive con i suoi due fratelli e i genitori in una casa isolata in una delle parti più impervie dell’isola. Un giorno, mentre è al pascolo, vede dall’alto un gruppo di uomini e donne che prendono il sole nudi su una roccia di fronte al mare: si tratta di una comunità di stranieri arrivata sull’isola al seguito del pittore Seybu, che perseguono l’ideale di una vita in simbiosi con la natura. Lucia conosce anche Carlo, un giovane dottore che arriva alla loro casa per curare il padre, malato ai polmoni dopo una vita passata nelle fabbriche.  Il dottore dimostra di credere solo nella scienza, nel riscatto del proletariato e invita la ragazza ad apprendere un mestiere per rendersi autonoma dalla sua famiglia. Ma Lucia è sempre più misteriosamente attratta da quella comunità di stranieri e un giorno incontra lo stesso Seybu….

 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Le tre rivoluzioni che ci vengono presentate risultano prive di caritas nei confronti dell’uomo che diventa un semplice strumento al servizio dell’utopia che si vuole perseguire
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di nudo, uso di droga, riti orgiastici
Giudizio Artistico 
 
Questo film si presenta in una confezione molto curata nei paesaggi e nella scelta dei personaggi ma mira troppo in alto come impegno intellettuale e il racconto finisce per non appassionare
Testo Breve:

All’inizio del ‘900 a Capri, coabitano ideali rivoluzionari marxisti e utopie naturaliste. Il confronto si svolge in una natura altamente spettacolare ma i valori umani finiscono per soccombere sotto l’eccesso di intellettualismo

Nel film Noi credevamo, sulla storia di tre giovani che aderiscono alla Giovine Italia di Mazzini, uno di loro prenderà la strada più estrema, quella del terrorismo; un altro addomesticherà i suoi ideali associandosi al disegno monarchico sabaudo. Anche in questo Capri Revolution, giovani generazioni, all’inizio del ‘900, sentono l’aria del cambiamento, rispetto a una società bloccata da strutture familiari patriarcali e una religione che celebra un immutato presente. Ma ancora una volta le loro utopie rivoluzionarie divergono: se la comunità del pittore Seybu (prodromo delle future comunità yippies) cerca l’uomo nuovo nella sua perfetta armonia fra creatività artistica e natura, il dottore Carlo crede nella nuova società che si sta costruendo, grazie al progresso scientifico e all’emancipazione del proletariato. In un certo senso anche Lucia è una rivoluzionaria, perché non accetta più di restare sottomessa in una famiglia dove la fanno da padrone prima il padre e poi i fratelli né acconsente a un matrimonio di convenienza: cerca la libertà anche se non sa esattamente dove trovarla.

Mario Martone ama le rivoluzioni ma non prende posizione nei confronti di queste: sembra interessato piuttosto a ritrarre figure di uomini e donne che non si accontentano della vita che si sono trovati a vivere, hanno capacità di cogliere il mondo e se stessi nella loro globalità e si pongono in movimento, lottando per trasformare entrambi.

Anche il Giovane Favoloso, sulla vita di Giacomo Leopardi, raccontava la vita di un rivoluzionario a modo suo: un poeta che non aveva abbracciato né i nuovi ideali rivoluzionari né si era posto su posizioni lealiste e aveva preferito restare coerente con il suo pessimismo esistenziale.

Ma le utopie mostrano gravi inconvenienti perché trascurano di considerare l’essere umano come un valore intangibile, che non può mai essere considerato secondario rispetto alle stesse idee.

Martone, co-sceneggiatore assieme a Ippolita di Majo, non tarda a mostrarci questi limiti. Nella comunità di Seybu, di sera si balla nudi al chiaro di luna e vengono assunte delle droghe per raggiungere l’estasi, a imitazione dei riti orgiastici dell’antica Grecia. In effetti questi rituali finiscono in accoppiamenti multipli e a una ragazza che protesta, viene risposto che “la sessualità è un modo per conoscere lo spirito”.

Il giovane dottore, pienamente compenetrato negli ideali marxisti, ritiene che la guerra iniziata sarà un utile lavacro perché consentirà alla classe operaia di prendere il potere.

La stessa Lucia, che viene presentata come l’unico personaggio positivo, in realtà sembra intenta solo a risolvere il suo anelito personale alla libertà. In un drammatico colloquio, i due fratelli, che stanno per partire per la guerra, rinfacciano a Lucia di non prendersi cura della madre che ora rischia di restare sola. In effetti Lucia abbandona l’isola per perseguire fino in fondo la sua indipendenza, con il beneplacito della madre che è l’unica persona veramente altruista della storia.

Il film risulta particolarmente curato nella fotografia dei paesaggi, nella scelta degli attori (Marianna Fontana, che interpreta Lucia sembra avere un volto antico, come nelle vecchie fotografie in bianco e nero); peccato che l’impostazione eccessivamente intellettuale finisca per raffreddare la temperatura del racconto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL TESTIMONE INVISIBILE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/17/2018 - 21:44
Titolo Originale: Il testimone invisibile
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Stefano Mordini
Sceneggiatura: Stefano Mordini
Produzione: Picomedia, Warner Bros. Ent. Italia,
Durata: 102
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Miriam Leone, Fabrizio Bentivoglio, Maria Paiato

La situazione, per Adriano Doria, è difficile. Trovato dentro una stanza d’albergo con accanto il cadavere dell’amante Laura, la sua versione dei fatti, cioè di essere stato vittima di un aggressore sconosciuto che ha prima tramortito lui e poi ucciso la ragazza, risulta poco credibile. Adriano è un giovane in carriera e può permettersi il miglior avvocato disponibile in piazza che per ora lo ha protetto riuscendo a fargli scontare solo gli arresti domiciliari. La situazione torna però critica quando si viene a sapere che è comparso un nuovo testimone che rischia di compromettere il suo fragile alibi. Adriano viene raggiunto in casa dall’abile penalista Virginia Ferrara: ci solo poche ore per preparare una solida linea di difesa prima che la polizia lo porti in questura. Ad Adriano non resta che raccontare la verità, svelando che giorni prima, dopo aver passato la notte con la sua amante, aveva involontariamente investito un uomo uccidendolo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A volte non si commette il male intenzionalmente ma spinti dalle circostanze nei confronti delle quali non si vuole assumere un atteggiamento responsabile
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene disturbanti ma l’atmosfera di tensione presente nel film non è adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il regista sviluppa con molta professionalità il meccanismo che porta lo spettatore a cambiare continuamente prospettiva ma non riesce a ottenere molto di più che un meccanismo ben oliato ma freddo
Testo Breve:

Un uomo in carriera viene accusato di aver ucciso l’amante. Il film è ben costruito per far in modo che i sospetti cadano su tutti ma il meccanismo, anche se ben oliato, resta freddo

L’impostazione del racconto sembra quasi teatrale. Virginia Ferrara ha davanti a se Adriano, sono seduti a un tavolo uno di fronte all’altra e l’avvocato prende appunti mentre il giovane racconta quello che lui dichiara essere la verità, unico modo per costruire una più solida difesa. E’ questa l’occasione per tornare a ritroso nel tempo e mostrare ciò che accaduto o meglio ciò che lui dichiara sia accaduto. I thriller sono efficaci nella misura in cui si crea l’aspettativa di qualcosa che risulta sconosciuto e che deve venire scoperto, un’aspettativa che costringe lo spettatore a prendersi cura di ogni singolo dettaglio per individuare in anticipo quali sono gli indizi che porteranno al colpo di scena finale. Il film segue rigorosamente questo schema che ha un doppio obiettivo: svelare come i fatti si siano svolti realmente e chi sia il vero colpevole. Lo spettatore è inoltre avvantaggiato ella sua speculazione dal fatto che è proprio l’avvocato Ferrara a mettere sotto pressione Adriano, ponendo lei le domande giuste appena si individua una minima traccia di incoerenza.

Il regista Stefano Mordini (lo stesso di Acciaio) si attiene, con molta professionalità, allo sviluppo dei fatti, alla materia sotto indagine, senza aprire varianti estetiche o culturali e sia Riccardo Scamarcio che Miriam Leone sono bravi a conservare una certa, necessaria, ambiguità nel comportamento mentre Fabrizio Bentivoglio manifesta un’appassionata, dolorosa ma lucida determinazione nella ricerca del colpevole della morte di suo figlio.

Il film manifesta tuttavia due debolezze. Non ci viene mai mostrato quello che è realmente accaduto ma ciò che viene raccontato da qualcuno. Crolla in questo modo l’impalcatura su cui sono stati costruiti, ad esempio, tutti i successi dei gialli di Hitchcock dove l’intelligenza dello spettatore e la sua cura nell’osservare i dettagli trovavano il giusto premio nell’anticipare il colpo di scena finale. In questo film siamo invece nel regno del relativismo, dove vediamo solo ciò che viene raccontato ed è vano ogni sforzo di ricostruire dagli indizi offerti ciò che è realmente accaduto.

La seconda fragilità scaturisce dall’impostazione stessa che è stata data al film che gioca tutto sui continui cambi di prospettiva per disorientare lo spettatore e cercare di stupirlo con un finale che non aveva neanche potuto ipotizzare. Si tratta cioè di un meccanismo, anche ben realizzato ma pur sempre un meccanismo che dopo esser riuscito a sorprendere lo spettatore ha concluso la sua funzione. Il pubblico quindi esce dalla sala e ha già dimenticato cosa ha visto. Ben diversa sarebbe stata la situazione se la psicologia dei personaggi fosse stata la struttura portante del racconto. La storia avrebbe potuto avere risonanze più universali se avesse sviluppato il tema della negligenza colpevole (e il effetti in film, nella fase iniziale, sembrava andare in questa direzione): di come da una situazione in cui si resta coinvolti senza colpa (Adriano non ha una responsabilità diretta della morte dell’uomo al volante dell’auto investita) si finisce per venire invischiati, per assenza di dovere civico, per cercare di mascherare peccati privati, in un circuito negativo che  porta a commettere colpe sempre più gravi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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