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Il film non fa parte di nessuna categoria

CAPRI REVOLUTION

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/19/2018 - 22:30
Titolo Originale: Capri Revolution
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Mario Martone
Sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita Di Majo
Produzione: Indigo Film, Pathé, Rai Cinema
Durata: 122
Interpreti: Marianna Fontana, Reinout Scholten van Aschat, Antonio Folletto, Donatella Finocchiaro

Capri 1914. Lucia è una capraia che vive con i suoi due fratelli e i genitori in una casa isolata in una delle parti più impervie dell’isola. Un giorno, mentre è al pascolo, vede dall’alto un gruppo di uomini e donne che prendono il sole nudi su una roccia di fronte al mare: si tratta di una comunità di stranieri arrivata sull’isola al seguito del pittore Seybu, che perseguono l’ideale di una vita in simbiosi con la natura. Lucia conosce anche Carlo, un giovane dottore che arriva alla loro casa per curare il padre, malato ai polmoni dopo una vita passata nelle fabbriche.  Il dottore dimostra di credere solo nella scienza, nel riscatto del proletariato e invita la ragazza ad apprendere un mestiere per rendersi autonoma dalla sua famiglia. Ma Lucia è sempre più misteriosamente attratta da quella comunità di stranieri e un giorno incontra lo stesso Seybu….

 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Le tre rivoluzioni che ci vengono presentate risultano prive di caritas nei confronti dell’uomo che diventa un semplice strumento al servizio dell’utopia che si vuole perseguire
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di nudo, uso di droga, riti orgiastici
Giudizio Artistico 
 
Questo film si presenta in una confezione molto curata nei paesaggi e nella scelta dei personaggi ma mira troppo in alto come impegno intellettuale e il racconto finisce per non appassionare
Testo Breve:

All’inizio del ‘900 a Capri, coabitano ideali rivoluzionari marxisti e utopie naturaliste. Il confronto si svolge in una natura altamente spettacolare ma i valori umani finiscono per soccombere sotto l’eccesso di intellettualismo

Nel film Noi credevamo, sulla storia di tre giovani che aderiscono alla Giovine Italia di Mazzini, uno di loro prenderà la strada più estrema, quella del terrorismo; un altro addomesticherà i suoi ideali associandosi al disegno monarchico sabaudo. Anche in questo Capri Revolution, giovani generazioni, all’inizio del ‘900, sentono l’aria del cambiamento, rispetto a una società bloccata da strutture familiari patriarcali e una religione che celebra un immutato presente. Ma ancora una volta le loro utopie rivoluzionarie divergono: se la comunità del pittore Seybu (prodromo delle future comunità yippies) cerca l’uomo nuovo nella sua perfetta armonia fra creatività artistica e natura, il dottore Carlo crede nella nuova società che si sta costruendo, grazie al progresso scientifico e all’emancipazione del proletariato. In un certo senso anche Lucia è una rivoluzionaria, perché non accetta più di restare sottomessa in una famiglia dove la fanno da padrone prima il padre e poi i fratelli né acconsente a un matrimonio di convenienza: cerca la libertà anche se non sa esattamente dove trovarla.

Mario Martone ama le rivoluzioni ma non prende posizione nei confronti di queste: sembra interessato piuttosto a ritrarre figure di uomini e donne che non si accontentano della vita che si sono trovati a vivere, hanno capacità di cogliere il mondo e se stessi nella loro globalità e si pongono in movimento, lottando per trasformare entrambi.

Anche il Giovane Favoloso, sulla vita di Giacomo Leopardi, raccontava la vita di un rivoluzionario a modo suo: un poeta che non aveva abbracciato né i nuovi ideali rivoluzionari né si era posto su posizioni lealiste e aveva preferito restare coerente con il suo pessimismo esistenziale.

Ma le utopie mostrano gravi inconvenienti perché trascurano di considerare l’essere umano come un valore intangibile, che non può mai essere considerato secondario rispetto alle stesse idee.

Martone, co-sceneggiatore assieme a Ippolita di Majo, non tarda a mostrarci questi limiti. Nella comunità di Seybu, di sera si balla nudi al chiaro di luna e vengono assunte delle droghe per raggiungere l’estasi, a imitazione dei riti orgiastici dell’antica Grecia. In effetti questi rituali finiscono in accoppiamenti multipli e a una ragazza che protesta, viene risposto che “la sessualità è un modo per conoscere lo spirito”.

Il giovane dottore, pienamente compenetrato negli ideali marxisti, ritiene che la guerra iniziata sarà un utile lavacro perché consentirà alla classe operaia di prendere il potere.

La stessa Lucia, che viene presentata come l’unico personaggio positivo, in realtà sembra intenta solo a risolvere il suo anelito personale alla libertà. In un drammatico colloquio, i due fratelli, che stanno per partire per la guerra, rinfacciano a Lucia di non prendersi cura della madre che ora rischia di restare sola. In effetti Lucia abbandona l’isola per perseguire fino in fondo la sua indipendenza, con il beneplacito della madre che è l’unica persona veramente altruista della storia.

Il film risulta particolarmente curato nella fotografia dei paesaggi, nella scelta degli attori (Marianna Fontana, che interpreta Lucia sembra avere un volto antico, come nelle vecchie fotografie in bianco e nero); peccato che l’impostazione eccessivamente intellettuale finisca per raffreddare la temperatura del racconto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL TESTIMONE INVISIBILE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/17/2018 - 21:44
Titolo Originale: Il testimone invisibile
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Stefano Mordini
Sceneggiatura: Stefano Mordini
Produzione: Picomedia, Warner Bros. Ent. Italia,
Durata: 102
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Miriam Leone, Fabrizio Bentivoglio, Maria Paiato

La situazione, per Adriano Doria, è difficile. Trovato dentro una stanza d’albergo con accanto il cadavere dell’amante Laura, la sua versione dei fatti, cioè di essere stato vittima di un aggressore sconosciuto che ha prima tramortito lui e poi ucciso la ragazza, risulta poco credibile. Adriano è un giovane in carriera e può permettersi il miglior avvocato disponibile in piazza che per ora lo ha protetto riuscendo a fargli scontare solo gli arresti domiciliari. La situazione torna però critica quando si viene a sapere che è comparso un nuovo testimone che rischia di compromettere il suo fragile alibi. Adriano viene raggiunto in casa dall’abile penalista Virginia Ferrara: ci solo poche ore per preparare una solida linea di difesa prima che la polizia lo porti in questura. Ad Adriano non resta che raccontare la verità, svelando che giorni prima, dopo aver passato la notte con la sua amante, aveva involontariamente investito un uomo uccidendolo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A volte non si commette il male intenzionalmente ma spinti dalle circostanze nei confronti delle quali non si vuole assumere un atteggiamento responsabile
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene disturbanti ma l’atmosfera di tensione presente nel film non è adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il regista sviluppa con molta professionalità il meccanismo che porta lo spettatore a cambiare continuamente prospettiva ma non riesce a ottenere molto di più che un meccanismo ben oliato ma freddo
Testo Breve:

Un uomo in carriera viene accusato di aver ucciso l’amante. Il film è ben costruito per far in modo che i sospetti cadano su tutti ma il meccanismo, anche se ben oliato, resta freddo

L’impostazione del racconto sembra quasi teatrale. Virginia Ferrara ha davanti a se Adriano, sono seduti a un tavolo uno di fronte all’altra e l’avvocato prende appunti mentre il giovane racconta quello che lui dichiara essere la verità, unico modo per costruire una più solida difesa. E’ questa l’occasione per tornare a ritroso nel tempo e mostrare ciò che accaduto o meglio ciò che lui dichiara sia accaduto. I thriller sono efficaci nella misura in cui si crea l’aspettativa di qualcosa che risulta sconosciuto e che deve venire scoperto, un’aspettativa che costringe lo spettatore a prendersi cura di ogni singolo dettaglio per individuare in anticipo quali sono gli indizi che porteranno al colpo di scena finale. Il film segue rigorosamente questo schema che ha un doppio obiettivo: svelare come i fatti si siano svolti realmente e chi sia il vero colpevole. Lo spettatore è inoltre avvantaggiato ella sua speculazione dal fatto che è proprio l’avvocato Ferrara a mettere sotto pressione Adriano, ponendo lei le domande giuste appena si individua una minima traccia di incoerenza.

Il regista Stefano Mordini (lo stesso di Acciaio) si attiene, con molta professionalità, allo sviluppo dei fatti, alla materia sotto indagine, senza aprire varianti estetiche o culturali e sia Riccardo Scamarcio che Miriam Leone sono bravi a conservare una certa, necessaria, ambiguità nel comportamento mentre Fabrizio Bentivoglio manifesta un’appassionata, dolorosa ma lucida determinazione nella ricerca del colpevole della morte di suo figlio.

Il film manifesta tuttavia due debolezze. Non ci viene mai mostrato quello che è realmente accaduto ma ciò che viene raccontato da qualcuno. Crolla in questo modo l’impalcatura su cui sono stati costruiti, ad esempio, tutti i successi dei gialli di Hitchcock dove l’intelligenza dello spettatore e la sua cura nell’osservare i dettagli trovavano il giusto premio nell’anticipare il colpo di scena finale. In questo film siamo invece nel regno del relativismo, dove vediamo solo ciò che viene raccontato ed è vano ogni sforzo di ricostruire dagli indizi offerti ciò che è realmente accaduto.

La seconda fragilità scaturisce dall’impostazione stessa che è stata data al film che gioca tutto sui continui cambi di prospettiva per disorientare lo spettatore e cercare di stupirlo con un finale che non aveva neanche potuto ipotizzare. Si tratta cioè di un meccanismo, anche ben realizzato ma pur sempre un meccanismo che dopo esser riuscito a sorprendere lo spettatore ha concluso la sua funzione. Il pubblico quindi esce dalla sala e ha già dimenticato cosa ha visto. Ben diversa sarebbe stata la situazione se la psicologia dei personaggi fosse stata la struttura portante del racconto. La storia avrebbe potuto avere risonanze più universali se avesse sviluppato il tema della negligenza colpevole (e il effetti in film, nella fase iniziale, sembrava andare in questa direzione): di come da una situazione in cui si resta coinvolti senza colpa (Adriano non ha una responsabilità diretta della morte dell’uomo al volante dell’auto investita) si finisce per venire invischiati, per assenza di dovere civico, per cercare di mascherare peccati privati, in un circuito negativo che  porta a commettere colpe sempre più gravi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL VIZIO DELLA SPERANZA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/02/2018 - 17:05
Titolo Originale: VIZIO DELLA SPERANZA
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Edoardo De Angelis
Sceneggiatura: Edoardo De Angelis, Umberto Contarello
Produzione: TRAMP LTD., O' GROOVE, MEDUSA FILM
Durata: 90
Interpreti: Pina Turco, Massimiliano Rossi, Marina Confalone, Cristina Donadio

A Castelnuovo, dove il Volturno sfocia nel Tirreno, Maria svolge un lavoro sporco per conto di un boss in gonnella del luogo: porta ragazze incinte, raccolte dalle baracche dove si esercita la prostituzione, in maggioranza di colore, a generare figli che verranno dati a chi li ha comprati. Poi un giorno accade qualcosa: una delle ragazze, Fatima, destinate a quel commercio fugge perché vuole tenersi il bambino. La coscienza di Maria, finora sopita, riceve una scossa: anche lei è in attesa di un bambino e sta compendendo molto bene che un figlio deve essere accudito dalla madre che lo ha generato...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esprime un inno alla maternità e sottolinea la disumanità di forme di commercio di bambini come l’utero in affitto
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene disturbanti ma il tema trattato non è adatto ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Eduardo De Angelis riesce a comporre immagini di notevole suggestione ma tende a sostenere il messaggio che vuole trasmettere con un eccesso di simbolismi
Testo Breve:

Maria traghetta sul fiume Volturno ragazze africane incinte destinate a vendere i loro bambini al migliore offerente. Ma Anche Maria è incinta e ha il coraggio di rompere la catena della necessità a favore della speranza verso un mondo diverso

Le scelte stilistiche di Eduardo De Angelis rimandano in qualche modo a quelle adottate da Matteo Garrone in Dogman e richiamano anche Un affare di famiglia del regista giapponese Hirokazu Kore-Eda. In essi la vicenda si svolge in uno spazio chiuso e degradato che costituisce un mondo a sè, con pochi o nulli rimandi al mondo reale, in modo da conferire al racconto i connotati di una moderna favola tragica, dove gli autori riescono più agilmente a interrogare lo spettatore su categorie più universali: se Matteo Garrone costruisce un mondo selvaggio dove prevalgono solo istinti di sopravvivenza, se Kore-Eda ci provoca proponendoci un mondo dai valori etici rovesciati, ora De Angelis vuole esaltare il potere trascendente di ogni nuova nascita, che  libera la speranza anche nello squallore umano più profondo.

Le somiglianze finiscono qui perché mentre l’ambiente chiuso di Dogman non ha una connotazione identificabile (anche se sappiamo che il fattaccio a cui fa riferimento è avvenuto alla Magliana di Roma), il teatro d’azione di Il vizio della Speranza di De Angeli è la foce del Volturno in località Castelnuovo ed è esattamente a quel luogo che, per la seconda volta dopo le indivisibili che il regista fa riferimento come scenario evocativo

Si vive in baracche, in mezzo ai rifiuti, molte delle quali sono luoghi di prostituzione per le immigrate di colore. Ma un questo squallore c’è comunque un aldilà, una salvezza sempre possibile; in qu di una umanità tornata primitiva.esto caso un aldilà del ponte che porta alla città: è lì che Fatima, che desidera tenersi il suo bambino, trova nel parroco del luogo l’aiuto sperato. Anche Maria, ormai al sesto mese di gravidanza, percorre lo stesso ponte, per uscire dal suo mondo e bussare alla porta della Caritas (qui i riferimenti cristiani si fanno più evidenti: arrivata ai cancelli della parrocchia, si leggono sullo sfondo cartelli che evocano le opere di misericordia corporale).

Solo verso la fine del film i riferimenti  alla trascendenza si trasformano in  vera invocazione, quando il pescatore che ha deciso di prendersi cura di Maria partoriente si appella a Dio perché la ragazza resti viva.

Grazie a un’ottima fotografia, il film è visivamente di grande impatto  (anche se non fa mai piacere vedere ambienti naturali invasi da scarichi di rifiuti) e la musica coinvolgente; resta da però da commentare un eccesso di simbolismo che il regista impiega per trasmettere i suoi messaggi (la protagonista, di nome Maria, è rimasta incinta per opera di uno sconosciuto; la scelta di un percorso della speranza viene sottolineato dalla carsa sulla spiaggia di un cavallo che è stato finalmente liberato,...).

Resta sicuramente positiva l’attenzione che l’autore ha posto alla potenza trasfigurante di ogni nuova nascita e al fatto che ogni madre aspira ad allevare quello stesso figlio che lei stessa ha  partorito.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LONTANO DA QUI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/26/2018 - 14:09
Titolo Originale: The Kindergarten Teacher
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Sara Colangelo
Sceneggiatura: Sara Colangelo, Nadav Lapid
Produzione: MERIAM ALRASHID, GED DICKERSIN PER PIE FILMS, MAVEN PICTURES, PAPERCHASE FILMS, PIA PRESSURE
Durata: 96
Interpreti: Maggie Gyllenhaal, Gael García Bernal

Lisa è una donna di mezza età, sposata con due figli adolescenti e un marito tranquillo e comprensivo. E’ maestra in un asilo di Staten Island e la sera frequenta un corso di poesia, senza avere la certezza di disporre di uno speciale talento. La sua vita scorre su binari tranquilli quando un giorno scopre che Jimmy, uno dei ragazzi dell’asilo, di 5 anni, ha la capacità di comporre poesie: brevi ma molto suggestive. Lisa decide che è suo preciso compito far conoscere questo talento precoce al resto del mondo e non si ferma neanche quando il padre del bambino le dice chiaramente che preferisce per il ragazzo un percorso di crescita normale.....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista Lisa compie atti che sono sicuramente sbagliati ma occorre dare atto alla regista di averceli mostrati nella loro negatività
Pubblico 
Adolescenti
Qualche rapida scena di nudo. Un racconto carico di tensione che vede coinvolto un bambino
Giudizio Artistico 
 
Un thriller psicologico ben sviluppato grazie alla mano ferma della regista e all’ottima recitazione di Maggie Gyllenhaal
Testo Breve:

Una mestra d’asilo scopre in un alunno un precoce talento per la poesia. Un eccellette ritratto di una donna che trova, nella missione di far scoprire il talento del ragazzo, un motivo di rivalsa per una vita passata più a sognare che aderire alle responsabilità  della propria esistenza di moglie, madre e insegnante

I figli di Lisa hanno organizzato una festa con degli amici nel giardino della loro casa. La donna interviene, sgridando la figlia perché si è accorta che sta fumando, assieme a un altro ragazzo, uno spinello.

L’alterco che ne segue è l’occasione per Lisa di tirare fuori tutto il suo disappunto nei confronti della “banalita” di vita che i suoi figli stanno conducendo: “vorrei che ci fosse un po più di vitalità, di curiosità in voi e che ci fosse più intellettualismo in questa casa” La figlia reagisce raggiosa, ricordandogli che ha sbagliato lei a non completare l’università e che ora si trova a frequentare stupidi corsi di poesia e a prendersela con i figli.

Si tratta di un fendente che colpisce diritto al cuore di Lisa. Maggie Gyllenhaal è semplicemente fantastica nel presentarci questa donna dalla psicologia complessa, che vive una vita disadattata, a cavallo fra una realtà che non  si mostra mai come lei vorrebbe e  uno stato esistenziale ideale, di estatica  contemplazione della natura (come in una delle ultime sequenze), che possa diventare fonte di ispirazione per versi sublimi.

Nel film c’è anche il tema del destino dei bambini superdotati (un tema che appassiona molto il cinema americano) ma che risulta secondario: non siamo dalle parti di Gifted-Il dono del talento, un film tutto centrato sul dilemma se indirizzare una bambina dotata verso un programma di formazione speciale; in questo Lontano da qui, è un elento funzionale per innescare l’ossessione di Lisa.

La regista esordiente Sara Colangelo tratteggia in modo impeccabile la psicologia della protagonista: Lisa non fa presa in modo responsabile e concreto sulla sua realtà familiare perchè lei sta navigando verso lidi più lontani: cerca di essere affettuosa con i figli ma poi non non riesce a calarsi nel loro mondo; ha un colloquio aperto e sincero con il marito ma poi lo tradisce con chi fa parte del mondo che lei ama. Quando infine scopre il talento di Jimmy e ha finalmente trovato una missione da compiere, lei pone questa come fine assoluto, per raggiungere il quale qualsisi principio etico può essere trascurato.

Se Lisa incontra qualche ostacolo, trova il modo di superarlo mentendo o agendo con doppiezza. Mente, presentando alla scuola serale le poesie del ragazzo come sue, raccogliendo così il consenso tanto sperato; mente al padre di Jimmy dicendo che non avrebbe mai mandato il ragazzo a esibirsi in un contest di poeti, cosa che invece fa.  Quando gli altri si accorgono delle sue scorrettezze e la rimproverano, lei piange,come un bambino che è stato privato del suo sogno  ma poi si riprende perché trova altre soluzioni, sempre più azzardate, per perseguire il suo obiettivo-ossessione. La bravura della regista sta proprio nell’avviluppare lo spettatore, quasi come in un thriller, negli stessi stati emotivi della donna, in quel gioco al rialzo sempre più pericoloso e inescusabile.

Alla fine il personaggio di Lisa non è certo gradevole e cede a una lunga serie di comportamenti sbagliati ma occorre dare atto alla regista di avercelo presentato con grande sensibilità in tutta la sua fragilità umana, senza per questo cercare in alcun modo di scusarne il comportamento.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WIDOWS – EREDITA’ CRIMINALE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/20/2018 - 19:42
Titolo Originale: Widows
Paese: Regno Unito, USA
Anno: 2018
Regia: Steve McQueen
Sceneggiatura: Steve McQueen e Gillian Flynn
Produzione: SEE-SAW FILMS, FILM 4, NEW REGENCY PICTURES
Durata: 128
Interpreti: Viola Davis, Michelle Rodriguez, Elisabeth Debicki, Cynthia Erivo, Liam Neeson

Chicago. Durante la campagna elettorale per la presidenza del distretto, quattro criminali perdono la vita durante una rapina. Nemmeno il tempo per elaborare il lutto e le vedove si ritrovano a fare i conti con i debiti lasciati dai rispettivi mariti. In particolare Veronica (Viola Davis), moglie di Harry (Liam Neeson), il capo della banda, deve risarcire con due milioni di dollari la vittima della rapina, Jamal Manning, gangster afroamericano candidato alle elezioni. Veronica allora convince le altre vedove a formare una banda per mettere in atto il piano elaborato dal marito (e appuntato su un quadernino) per un colpo da cinque milioni di dollari. Questa volta il bersaglio del progetto criminale è l’altro candidato al distretto, il corrotto Jack Mulligan…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sembra affermare che quando la posta è sufficientemente alta, il fine giustifica i mezzi e il potere sembra corrompere tutti, bianchi come afroamericani
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza, nudità, linguaggio scurrile. In U.S.A. è stato qualificato Restricted, dall’US Bishops Movie Review come Morally Offensive
Giudizio Artistico 
 
Il film non è banale: emotivo ma asciutto, nel giudizio complessivo paga l’avvio estremamente lento (sono tanti i personaggi e le dinamiche da presentare) e una certa ripetitività un po’ troppo elementare nelle motivazioni che muovono le quattro protagoniste.
Testo Breve:

Quattro vedove di quattro ladri morti nell’esercizio della loro" professione", superano la situazione difficile in cui si rrovano adottando gli stessi metodi dei loro ex-mariti. Un film violento dello stesso regista di 12 anni schiavo

Dopo Hunger, Shame, e 12 anni schiavo (Oscar come miglior film), il regista Steve McQueen sceglie un’altra storia fortemente sociale, immersa profondamente nella realtà che racconta, e ne esce fuori un thriller atipico con poca tensione e molto dramma, quello di quattro famiglie dilaniate dalla scomparsa della figura paterna, punto di riferimento nonché principale fonte di reddito (anche se, nei loro casi, derivante da attività illecite). Anche la struttura drammaturgica di Widows (libero adattamento dell’omonima serie TV britannica andata in onda negli anni Ottanta) sembra sottolineare questo aspetto: i preparativi per il “colpo del secolo” infatti  - che cominciano dopo un’ora circa di film - sembrano solo il pretesto per raccontare il riscatto di quattro vedove (idealmente all’ultimo posto nella scala sociale) che devono imparare a sbrigarsela da sole in un mondo dominato da uomini e per di più quasi tutti malvagi (l’unica figura maschile positiva infatti è l’autista di Veronica e fa abbastanza presto una brutta fine). In tal senso, non è casuale la scelta di intrecciare le peripezie di questa banda criminale decisamente atipica, con le tappe di avvicinamento alle elezioni del presidente del diciottesimo distretto (quello di Chicago, appunto), in cui si fronteggiano un gangster di colore, spalleggiato da loschi individui avvezzi ad atti di inaudita violenza per estorcere denaro e favori, contro l’ultimo rampollo, ipocrita e moralista, di una dinastia di politici corrotti che da svariate generazioni detiene a vario titolo il potere nel distretto. Il messaggio del regista è chiaro: dopo i vari colpi di scena si capisce che in fondo cambia l’estrazione sociale, cambiano i metodi, cambia il colore della pelle, ma alla fine il potere rende tutti uguali (sarà un caso ma i due candidati hanno le stesse iniziali e nomi assonanti).

In questo scenario alienante e a dir poco ostico, si deve muovere la protagonista, apparentemente predestinata vittima sacrificale, ma che poi attingendo a risorse inaspettate, fa prevalere all’istinto di sopravvivenza il desiderio di rivalsa contro quella società violenta e ingiusta che dopo il figlio le ha portato via anche il marito. Per farlo chiede l’aiuto delle altre donne, che si trovano come lei sole e sull’orlo del lastrico: quattro situazioni molto diverse da loro, che in qualche modo sembrano essere rappresentanti dell’intero genere femminile. Ma nel corso della storia si capisce che le cose non stanno proprio come sembrano: allora cambiano le motivazioni e la voglia di riscatto si trasforma in qualcos’altro, che forse è solo bisogno di colmare un vuoto affettivo creato dai lutti e da un benessere che era solo di facciata.

Per concludere, Widows non è un film banale: emotivo ma asciutto, nel giudizio complessivo paga l’avvio estremamente lento (sono tanti i personaggi e le dinamiche da presentare) e una certa ripetitività un po’ troppo elementare nelle motivazioni che muovono le quattro protagoniste.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NOTTI MAGICHE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/12/2018 - 21:57
Notti Magiche
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi
Produzione: Lotus Film
Durata: 115
Interpreti: Mauro Lamantia, Luciano Ambrogi, Irene Vetere, Roberto Herlitzka, Giancarlo Giannini, Marina Rocco

Nella notte della semifinale del campionato mondiale una macchina, guidata da Leandro Saponaro, produttore cinematografico, ormai al lastrico, cade dal ponte di Trastevere. Si sospetta subito che sia omicidio e sono interrogati i tre ragazzi finalisti del Salinas che hanno avuto l’ultimo contatto con lui.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’accusa al cinema lascivo è funzionale, solo, al racconto del retroscena sul cinema italiano e sui suoi registi e produttori troppo impegnati a realizzare se stessi e a usare gli altri.
Pubblico 
Sconsigliato
Troppo cinismo e nessun personaggio positivo
Giudizio Artistico 
 
I dialoghi del film sono esilaranti. Soprattutto per chi scrive, realizza e conosce il cinema italiano.
Testo Breve:

Paolo Virzì ritorna agli anni '90 nella notte della semifinale del campionato mondiale quando fare cinema sembrava un sogno  allo stesso tempo possibile, inverosimile, surreale. Un divertissement per i cultori  del cinema italiano per chi conosce volti, nome, costumi di chi ha fatto grande, irriverente e irredimibile il nostro cinema

Le notti sono magiche quando tutti gli italiani, riuniti insieme davanti a uno schermo all’aperto, tifano per la Nazionale. Quando sperano e desiderano la vittoria seguendo la voce inconfondibile di Bruno Pizzul. E anche lì a Roma, la notte della semifinale, mentre la sconfitta con l’Argentina invade gli animi degli sportivi, c’è una morte improvvisa. Un’auto cade da un ponte del Tevere. E in quell’auto c’è Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini), un produttore di cinema over sessanta. Suicidio o omicidio? Il carabiniere (Paolo Sassanelli) convoca tutti per un interrogatorio. Però i primi coinvolti sono quei tre ragazzi, giovani e forse fintamente inesperti, che sono a Roma perché hanno talento, perché sono i finalisti del Premio Solinas. Sono i tre che hanno avuto contatti con il morto, assicura la giovane compagna amante di Saponara, Marina Rocco. Sono loro i colpevoli, non ci sono dubbi. E così inizia un veloce, nero flashback in cui i tre (che ricordano gli stessi sceneggiatori dei film, Paolo Virzì, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi) sono costretti a raccontare i loro giorni romani.
Luciano (Giovanni Toscano) è toscano, seducente senza ambiguità, diretto e volenteroso. Non teme i giudizi, ottiene quello che vuole (come chiedere alla starlette matura, interpretata da Ornella Muti, di mostrargli il suo corpo solo per guardare) e non sa gestire il rapporto con la ragazza, anche lei toscana, giovane madre di suo figlio.

Poi c’è il provinciale Antonino (Mauro Lamantia): viene dalla Sicilia, è il più talentuoso dei tre, ha vinto il premio in denaro del Solinas e ha uno sguardo ingenuo nei confronti di tutti, anche dei suoi sentimenti.

E infine c’è la ricca Eugenia (Irene Vetere) talmente timida da essere paranoica, che si rifugia nelle droghe immediate per avere il controllo dei suoi pensieri e stati d’animo, che si paralizza di fronte al suo attore mito, Jean Claude Bernard, che non guarda in faccia la donna che entra nella sua roulotte del set (in questo caso Eugenia) e non perde tempo a possederla. E soprattutto ha una casa in centro talmente bella che può ospitare i due nuovi amici, che non hanno dimora romana.

Il racconto di loro tre inizia e si fa un tutt'uno in quei giorni di quegli anni ’90 quando il sogno di fare cinema sembra allo stesso tempo possibile, inverosimile, surreale. Una condizione, quella dei protagonisti, produttori, sceneggiatori, attori e famosi registi che è volutamente rafforzata da una luce particolare, gialla, scura, mai splendente (bravissimo il direttore della fotografia Vladan Radovic).

Lo sguardo realistico e a volte troppo cinico di Paolo Virzì diventa la cifra di tutto il film, che è sicuramente un divertissement per i cultori e i giornalisti del cinema italiano, per chi conosce volti, nome, costumi di chi ha fatto grande, irriverente e irredimibile il nostro cinema. Come non sorridere quando si cita il regista Pontani, quel maestro dell’incomunicabilità (il nostro Michelangelo Antonioni), vincitore della Palma d’Oro a Cannes per il film La chiusura?. C’è l’avvocatessa Giovanna Cau, ci sono gli sceneggiatori Age e Scarpelli, i registi Ettore Scola e Giuliano Montaldo, e tanti altri ai quali Paolo Virzì volutamente non sceglie di dare il nome reale, ma li evoca attraverso le loro manie, le idiosincrasie. Ad eccezione di due, l’attore Marcello Mastroianni e il regista Federico Fellini sul set de La voce della luna. Però poi alla fine i protagonisti, con le loro particolarità, eccessi e debolezze, rischiano di essere i personaggi di sé stessi e di stancare. Per loro lo spettatore non prova alcun desiderio di identificazione: li osserva, li giudica e, se conosce il cinema italiano, si diverte per le battute che denudano vizi e malcostume dello spettacolo. Solo per quelle. Di magico resta solo la canzone di Gianna Nannini e Edoardo Bennato.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHESIL BEACH - IL SEGRETO DI UNA NOTTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/11/2018 - 17:40
Titolo Originale: On Chesil Beach
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Dominic Cooke
Sceneggiatura: Ian McEwan
Produzione: NUMBER 9 FILMS
Durata: 105
Interpreti: Saoirse Ronan, Billy Howle, Emily Watson, Samuel West, Anne-Marie Duff, Adrian Scarborough

Estate del 1962. In un piccolo hotel nella contea del Dorset, sulla spiaggia di Chesil Beach, una giovane coppia si appresta a trascorrere la sua prima notte di nozze. Edward si è laureato da poco e desidera scrivere libri di storia. Florence è una promettente violinista e dirige un quartetto con i quale spera di diventare famosa. Sono entrambi innamorati l’uno dell’altra ma ciò che quella sera deve accadere desta loro non poca apprensione: per entrambi è la prima volta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non sempre si riesce a comprendere la radicalità del matrimonio, il passaggio da una vita incentrata su se stessi a una che comporta la fusione dei corpi e delle anime
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di amplesso con nudità parziali. Il tema trattato non risulta adatto ai più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
Saoirse Ronan è molto brava nell’impersonare una donna che manifesta un affetto controllato ed è intimamente sofferente; la fotografia è molto bella, soprattutto quando contrasta il turchese dell’abito di Florence con la foschia della spiaggia in autunno. La regia, con i suoi ritmi lenti, asseconda bene la cura per i dettagli delle pagine di McEwan
Testo Breve:

Negli anni sessanta, prima  della rivoluzione sessuale, due giovani sposi alla loro prima notte di nozze si trovano ad affrontare qualcosa che per loro è rimasto ignoto fino a quel momento. Tratto da un romanzo di McEwan, il film scava sulla difficoltà di porre in pratica l’amore di coppia

Dopo Espiazione, dopo Il verdetto ecco un terzo film che in pochi anni porta in pellicola romanzi dello scrittore inglese Jan McEwan. Tutti e tre possono venir accomunati da una caratteristica: quella di raccontare, con grande finezza psicologia, un amore che sarebbe potuto essere ma che non è stato, generando quello spleen che è così tipico dello scrittore. Se in Espiazione  Cecilia e Robbie restano per sempre separati per la maldicenza di una ragazzina invidiosa, in Il Verdetto è il giovane Adam, affetto da leucemia, a sperare in un amore, in questo caso di madre putativa,  impossibile: quello con il  giudice Fiona, che gli è apparsa come musa ispiratrice per una gioia di vivere che non aveva ancora conosciuto. Ora in questo On the Chesyl Beach, tutto sembra a posto fra Edward e Florence, novelli sposini che hanno affittato una camera in un piccolo hotel sul mare per la loro prima notte di nozze ma entrambi sono vergini e se lui teme di risultare rozzo, lei si approccia con timore a questa intimità così fisica. Il film è ambientato nel 1962, poco prima dell’inizio dell’epoca della contestazione che porterà con se sostanziali cambiamenti di costume, soprattutto nella sfera sessuale. E’ indubbio che nel ’62  si parlava poco di sesso o lo si faceva con estrema discrezione e In effetti desta sconcerto vedere Florence, prima delle nozze, leggersi un libro di educazione sessuale per cercare di comprendere come deve comportarsi.

Sarebbe però troppo semplicistico concludere che McEwan, qui anche sceneggiatore, abbia voluto realizzare un film di pura critica sociale, mostrando come stupidamente ci si comportava prima della rivoluzione sessuale, arrivando alla prima notte di nozze o completamente ignoranti o pieni di complessi e pruderie. Né si può dire che il regista voglia lanciare strali contro forme di bigottismo religioso, perché una delle figure più belle del film è proprio quella del sacerdote che con grande sensibilità psicologica comprende che Fiona sta andando alle nozze con apprensione e cerca di portarla con delicatezza verso una confessione liberatoria, anche se ciò non avviene. E’ lo stesso sceneggiatore-scrittore a diradare questa semplicistica interpretazione, facendo capire, con discrezione, che Florence non sta subendo condizionamenti sociali tipici dell’epoca ma conserva gli effetti di  traumatiche esperienze giovanili che deve e vuole cercare di superare. Cos’è allora che non funziona veramente fra loro due, oltre alle incertezze della prima notte?
Edward e Florence, dopo le nozze, si accorgono di essersi calati in un nuovo mondo per il quale non si sono preparati: se prima del matrimonio, come ci raccontano numerosi flashback,  i due si compiacevano dello stare insieme perché era bello parlare di tante cose, di musica, di politica di arte, adesso comprendono che il matrimonio è molto più di un piacevole conversare ma una reciproca donazione totale del fisico e dell’anima diventare una nuova realtà , ma che per nascere ha bisogno della morte di quel singolo che si era prima.

Ecco che Florence chiede al marito di accettarla così com’è: un gradevole vivere insieme, sorrisi e parole e basta, che vuol dire restare così come erano, due singoli e non una coppia. Ma anche Edward, che si sente umiliato e che reclama le promesse matrimoniali non è pronto per una dedizione totale che in quel caso vuol dire stare pazientemente vicino alla moglie fino alla guarigione (che effettivamente avverrà ma in modi diversi). E’ stato proprio McEwan, con la sua sceneggiatura di Il verdetto a darci un bellissimo esempio del potere trasformante dell’amore, anche se in quel caso non si era trattato di amore coniugale. Il giovane Adam, ormai rassegnato a morire, aveva incontrato Fiona, che si è mostrata interessata alla sua persona, aveva assecondato il suo interesse per la musica, aveva condiviso con lui la passione per i versi di poeti celebri. Il ragazzo si era sentito rinato, aveva trovato degli interessi che reclamavano in vita e non voleva più morire. Ora invece, in un lungo battibecco sulle sponde della spiaggia di Chesyl, Edward e Florence non sono disposti a regalare all’altro nessuna forma di amore trasformante e restano ancorati a quel loro io privato che non vuole diventare un io di coppia.

Saoirse Ronan è molto brava nell’impersonare una donna che manifesta un affetto controllato ed è intimamente sofferente; la fotografia è molto bella, soprattutto quando contrasta il turchese dell’abito di Florence con la foschia della spiaggia in autunno la regia, con i suoi ritmi lenti asseconda bene la cura per i dettagli delle pagine di McEwan

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EUFORIA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/06/2018 - 21:01
Titolo Originale: Euforia
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Valeria Golino
Sceneggiatura: Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino
Produzione: HT FILM, INDIGO FILM CON RAI CINEMA
Durata: 115
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Jasmine Trinca, Valentina Cervi

Matteo è esperto nella realizzazione di sponsorizzazioni artistiche per importanti clienti. E’ un uomo affermato, ha un bell’attico a Roma e si gode la sua vita da scapolo, contornato da una corte di parassiti. Suo fratello Ettore è rimasto nella nativa Nepi assieme alla madre ed è insegnante alle scuole medie. Per molto tempo non si sono frequentati quando un giorno la madre telefona a Matteo pregandolo di raggiungerli: Ettore è già svenuto due volte e si teme che abbia qualche grave malattia. Matteo decide di ospitare il fratello nella sua casa romana, così avrà tutto il tempo di fare le necessarie analisi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due uomini sembrano essere alla deriva spinti solo dai loro istinti e dalle loro emozioni (buone o cattive) senza essere in grado di porsi alla guida della loro vita
Pubblico 
Sconsigliato
Situazioni e frasi volgari su alcuni aspetti sessuali, uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
La Golino è brava a tratteggiare gli incontri-scontri fra i due fratelli ma il film è sovraccarico di sub-plot non necessari e alcuni personaggi restano senza una chiara collocazione
Testo Breve:

Un fratello è ricco mentre l’altro conduce una vita modesta. Un fratello è esuberante e libertino, l’altro è una persona riservata. Uno è sano, l’altro è malato. Valeria Golino, alla sua seconda esperienza da regista, torna sul tema della morte ma mette troppa carne al fuoco

Valeria Golino, nel suo primo film da regista (Miele) aveva già affrontato il tema della malattia e della morte. Si potrebbe dedurre che per lei sia una specie di ossessione, perché non riesce a inserirle nell’economia e nel significato della nostra esistenza e non trova altra soluzione che l’eutanasia (in Miele) oppure negare la sua esistenza, come fa Matteo che evita di far sapere al fratello il responso dei medici. Quello del mentire sembra sia uno dei tanti difetti di Matteo che è un grande giocoliere della parola: sia sul lavoro, quando cerca di portare i suoi clienti verso soluzioni a lui più vantaggiose, sia verso i familiari, perché vuole mantenere sempre lui il controllo delle situazioni e delle persone. Ecco che mente a Michela, la moglie separata di Ettore, dicendole che lui l’ama ancora. Ecco che mente a Ettore stesso, non solo negandogli la verità sulla sua malattia ma dicendogli che Elena, la sua ex amante l’ama ancora Ma i vizi di Matteo sono altri ancora  e sembra che la Golino si sia divertita a caricare di tinte fosche il protagonista: spregiudicato libertino beve e sniffa coca,  allunga le notti con la sua corte di parassiti dalle quali pretende anche prestazioni sessuali dagli uomini (ha inclinazioni omosessuali). E’ anche un narciso che si fa fare un intervento estetico che gli regali polpacci muscolosi. Può sembrare un modo per contrapporre il fratello cattivo con quello buono ma anche Ettore ha non pochi difetti: spesso non gradisce la presenza del figlio, ha avuto un’amante ma non vuole più tornare con la moglie Michela perché: “E’ vacua, è superficiale, io purtroppo l’ho sempre saputo”. Ci si potrebbe domandare come mai l’abbia sposata se ha avuto fin dall’inizio un così basso giudizio su di lei ma il film non approfondisce questo aspetto. Sembra quasi che i due fratelli si siano auto-negati le più elementari felicità della vita in famiglia: da tempo hanno cessato di frequentarsi e trascurano anche la madre che non riesce mai ad avere loro  notizie.

La Golino non risparmia un affondo su alcuni aspetti della fede cristiana e il viaggio dei due a Medjugorje, non certo per fede ma per pura superstizione, si trasforma in una satira di certe comitive di credenti che cercano di espiare i propri peccati inerpicandosi su viottoli pieni di sassi per compiere la Via Crucis e poi chiedono agli organizzatori: “a che ora c’è l’apparizione della Madonna?  Non perde tempo Matteo che riesce a cogliere anche l’occasione di questo viaggio dall’apparenza più spirituale per concedersi un rapporto omosessuale con un partner raccolto fra i pellegrini.

Un discorso a parte merita l’omosessualità di Matteo, anch’essa oggetto da parte della Golino di stralci derisori. Questa inclinazione di Matteo non risulta affatto necessaria ai fini del racconto ma la sceneggiatura non manca di inserire nel racconto parole o situazioni volgari.

Alla fine il panorama umano che traspare da questo film è desolante: i protagonisti sono  persone che non sono al volante della loro vita ma avanzano spinti dalla loro emotività e da  impulsi primordiali  Se Matteo deve essere ricoverato in ospedale per abuso di alcool e droga, se i due fratelli bisticciano perché hanno punti di vista diversi, se al contrario, la volta successiva, si abbracciano  perché si sono ricordati dei tempi della loro giovinezza, è inutile intravvedere una maturazione, un percorso delle loro personalità:  sono come palle da biliardo che rimbalzano da una sponda all’altra appena eventi esterni li respingono o li attraggono

La Golino è brava a tratteggiare gli incontri-scontri fra i due fratelli ma il film è sovraccarico di sub-plot che finiscono per disperdere l’unità del racconto   e alcuni personaggi restano senza una giusta collocazione, come la Tatiana interpretata da Valentina Cervi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DISOBEDIENCE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/27/2018 - 14:50
Titolo Originale: Disobedience
Paese: GRAN BRETAGNA, IRLANDA, USA
Anno: 2017
Regia: Sebastián Lelio
Sceneggiatura: Sebastián Lelio, Rebecca Lenkiewicz
Produzione: ED GUINEY, FRIDA TORRESBLANCO, RACHEL WEISZ PER ELEMENT PICTURES, BRAVEN FILMS
Durata: 114
Interpreti: Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola

Romit è una fotografa di successo che vive a New York. Un giorno riceve una telefonata da Londra: suo padre è morto. Dopo lunga esitazione, decide di prendere l’aereo per partecipare ai funerali: Si tratta di una scelta coraggiosa perché per lei vuol dire ritornare in quella comunità ebraico ortodossa che aveva lasciato improvvisamente tempo prima, dove suo padre era il rabbino capo. Ritrova l’amica di un tempo, Esti e anche Dovid, destinato a diventare il nuovo rabbino della comunità. Scopre con sorpresa e con un po’ di disappunto che i due si sono sposati. Romit si accorge infatti che l’antica passione per Esti sta ritornando, quella stessa che le aveva consigliato di abbandonare la comunità per evitare la riprovazione di tutti…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sviluppa un contrasto fra passioni umane e comandamenti divini ma poi porta la visione dell’uomo a un livello superiore, mostrandolo capace di un comportamento responsabile
Pubblico 
Maggiorenni
Alcuni rapporti sessuali fra donne senza nudità. Un scena di nudo parziale
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore cileno Sebastián Lelio, al suo primo film in lingua inglese, riesce a farci entrare nel mondo chiuso di una comunità ebraica sviluppando bene la psicologia dei protagonisti in una situazione conflittuale
Testo Breve:

Si può ipotizzare che in una comunità ebraica ortodossa possa svilupparsi un amore fra due donne? Il film è meno scandalistico di quanto possa suggerire il tema e riesce a cogliere gli aspetti umani della vicenda, mostrando una sincera ricerca di una giusta risposta dalla fede in un Dio creatore

Il rabbino capo, padre di Ronit, parla alla sinagoga. Parla degli angeli, spiriti puri, incapaci di fare del male e degli animali, che guidati dal loro istinto, seguono ciò che ha impresso in loro il Creatore. Furono creati anche gli uomini, in bilico fra la purezza degli angeli e i desideri degli animali ma superiori a tutti perché dotati di libero arbitrio.

Il regista e sceneggiatore cileno Sebastián Lelio ci pone subito di fronte al tema che vuole affrontare e significativamente il film si chiude con un altro discorso tenuto in sinagoga da parte Dovid, il nuovo rabbino della comunità, che pronuncia un inno alla libertà di scelta dell’uomo.

All’interno di questa parentesi teologica si definiscono i destini di due donne e un uomo: Ronit che aveva già fatto la scelta di lasciare la comunità, segnata dal dolore di un padre che l’aveva voluta dimenticare ed Esti che sente il ritorno di fiamma per Ronit ma vuole anche bene al marito, che è una persona gentile e sensibile in conflitto fra il desiderio di non perderla e la volontà di rispettare le sue scelte.

Non ci sono molte altre varianti al racconto, che si svolge quasi sempre in interni, focalizzato sullo sforzo dei protagonisti di sciogliere i nodi di questo triangolo, sotto gli occhi sospettosi della comunità che non può tollerare rapporti lesbici.

A rimarcare la sua tesi, il regista mette a contrasto due rapporti sessuali, quello appassionato fra Ronit ed Esti e quello fra quest’ultima e il marito, rigorosamente programmato di venerdì, con precisi fini riproduttivi.

Il tema dei pregiudizi di una comunità era stato già affrontato dal regista nel precedente Una donna fantastica , la storia di un transessuale che doveva reagire all’isolamento e all’emarginazione da parte dei suoi stessi familiari.  Questa volta il dito è puntato direttamente su una specifica fede religiosa, quella ebrea ortodossa, con un impianto molto simile al film Il verdetto, uscito di recente, dove un giudice deve difendere dei minori dalle pericolose irrazionalità di una comunità cattolica e un’altra di Testimoni di Geova. Occorre dare atto al regista che non enfatizza la polemica anti-religiosa (semmai il suo tema è come interpretare correttamente l’Antico Testamento) che resta di sottofondo rispetto alle storie personali dei  tre protagonisti, che vengono approfondite con cura.
Ronit ha già conquistato la sua indipendenza ma si sente priva di radici, per l’abbandono del padre, che aveva finito per considerare Dovid come un figlio adottivo; Esti, è più fragile, stenta a prendere decisioni che diventerebbero irrevocabili e si appoggia ora a Ronit, ora al marito. . Un discorso a parte merita Dovit, forse il personaggio più originale perché se nelle due donne ci si trova davanti al conflitto, passioni individuali-regole della comunità, visto più volte al cinema. Dovit è un uomo che ha il controllo di se stesso, è rispettoso degli altri e cerca di trovare una risposta ai suoi problemi nella Bibbia anche se conclusioni a cui dovesse arrivare fossero in contrasto con i suoi più intimi desideri. . Lo vediamo presentare con convinzione ai suoi allievi alcuni brani del Cantico dei Cantici visti come elogio della bellezza della sensualità umana e poi esprimere con convinzione, un elogio del libero arbitrio, “sigillo” della superiorità dell’essere umano. Il suo discorso alla sinagoga non è sbagliato ma incompleto. Giustamente esalta la libertà di scelta dell’uomo: sarebbe inutile parlare di amore verso Dio e verso gli altri se non esistesse il prerequisito della libertà. Ma trascura di parlare della responsabilità che segue alla libertà. Una libertà irresponsabile verso gli altri si trasformerebbe facilmente nel diventare solo schiavi dei propri desideri. Per fortuna, com’era già successo con Il verdetto, il film predica male ma razzola bene e, in un modo che non possiamo rivelare, le due donne sapranno comportarsi in modo responsabile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL VERDETTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/22/2018 - 11:09
Titolo Originale: The children Act
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Richard Eyre
Sceneggiatura: Ian McEwan
Produzione: TOLEDO PRODUCTIONS, FILMNATION ENTERTAINMENT, BBC FILMS, COPRODUTTRICE CELIA DUVAL
Durata: 105
Interpreti: Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead

Fiona Maye è un giudice dell’Alta Corte britannica specializzata nel diritto di famiglia e in particolare segue le cause collegate con la legge Cildren Act, promulgata nel 1989, che ha l’obiettivo di proteggere gli interessi dei minori in caso di conflitti familiari. Il caso su cui deve pronunciarsi è particolarmente delicato: Adam Henry, un diciassettenne affetto da leucemia, rifiuta le trasfusioni di sangue, d’accordo con i genitori, perché tutta la famiglia è seguace dei Testimoni di Geova. Il ragazzo è minorenne, sia pur per pochi mesi, quindi non può decidere di sua iniziativa. Fiona prende una decisione insolita: va a trovarlo in ospedale per capire dalla sua viva voce se è veramente convinto di compiere questo passo estremo...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lo sceneggiatore mostra con chiarezza il suo disprezzo verso chi crede nell’esistenza di un Dio e la fede cristiana è vista come una forma di oscurantismo per la cultura occidentale. La vita e la morte sono due opzioni equivalenti per un tribunale civile. Ha però l'onestà di riconoscere il potere trasformante dell'amore, che funge da "elemento di disturbo" rischiando di scardinare questa visione del mondo basata su principi utilitaristici
Pubblico 
Maggiorenni
Il tema trattato richiede una certa maturità di giudizio
Giudizio Artistico 
 
Eccezionale interpretazione di Emma Thompson. Ottima anche la regia. Qualche problema di credibilità in alcuni risvolti della sceneggiatura
Testo Breve:

Una donna giudice deve affrontare il caso di un ragazzo malato di leucemia che rifiuta le trasfusioni di sangue perché Testimone di Geova. Un racconto ben svilupato per dimostrare come qualunque fede in un Dio soprannaturale sia una forma di pericolosa superstizione

La prima sentenza che Fiona, all’inizio del film, è chiamata a pronunciare riguarda due gemelli siamesi che condividono alcuni organi vitali. La sua decisione è che uno dei due venga soppresso e separato, secondo la logica del male minore, perchè l’altro possa vivere come singolo. Nel caso qualcuno possa pensare che uccidere uno dei due gemelli equivalga a un omicidio, perché solo Dio è signore della vita, il magistrato precisa che “questo è un tribunale della legge, non della morale”.

Suo marito, Jack, è un professore universitario di letteratura e lo vediamo intento a spiegare Lucrezio ai suoi alunni. A suo dire quello fu un periodo eccezionale perché la credenza negli dei stava scemando e non era ancora arrivato il cristianesimo che avrebbe finito per “oscurare il pensiero occidentale”.

Da questi riferimenti appare già chiaro dove Ian McEwan, sceneggiatore e autore del romanzo, vuole andare a parare. Ogni forma di religione, ogni credenza in un Dio che ci trascende è pericolosa, irrazionale superstizione. Oltretutto la frase del giudice Fiona stabilisce una falsa contrapposizione (“questo è un tribunale della legge, non della morale”) perché le leggi si occupano del bene pubblico, pertanto ogni legge ha il compito di proteggere un preciso valore morale purché pubblico.  Chiarite le intenzioni dell’autore, il caso proposto nel film come fulcro della storia (un giovane testimone di Geova rifiuta le trasfusioni di sangue) costituisce un modo di “vincere facile” perché l’atteggiamento dei Testimoni di Geova è un caso limite, visto che per tutti gli altri cristiani la trasfusione costituisce una pratica accettata.

Si tratta di un approccio molto simile a quello utiizzato da Clint Eastwood in Million Dollar Baby: volendo fare un film a favore dell’eutanasia, l’autore ha “forzato” la situazione, dipingendo i genitori della ragazza immobilizzata a letto come degli squallidi opportunisti,  in modo che lei restasse sola senza affetti familiari a prendere una drammatica decisione.

Per fortuna l’attenzione del racconto si sposta in seguito sul rapporto fra Fiona e il giovane Adam, perché quest’ultimo resta colpito dall’incontro con questa donna, con la quale condivide la passione per la musica e la poesia di William Yeats e con un’irruenza tipicamente adolescenziale cambia repentinamente atteggiamento: non ha più interesse a venir ricordato come l’eroe dei Testimoni di Geova, morto per aver rifiutato la trasfusione ma vede in Fiona il mentore che lo può aiutare a scoprire la bellezza della vita. Quell'interesse, quell'attenzione che Fiona ha mostrato si è trasformato in lui come amore.  L’atteggiamento appassionato di Adam non fa che sconvolgere Fiona, austera vestale della legge, seguace fanatica del potere della ragione, che non riesce a trovare una collocazione, nella sua vita, per qualche umanissimo, materno (lei non ha avuto figli) sentimento di affetto e comprensione.

Se questo risvolto del racconto ci fa prendere atto che lo stesso sceneggiatore Ian McEwan riconosce che nell’uomo resta qualcosa di imponderabile, che sfugge al controllo della ragione e in particolare il potere trasformante del sentirsi amati o il semplice percepire che c’è qualcuno che si interessa a noi, questo film non fa che riconfermare la diversa sensibilità che sussiste fra noi e il popolo inglese.

E’ ancora troppo recente il caso di Charlie Evans, il piccolo al quale il tribunale ha rifiutato l’applicazione di nuove cure sperimentali e ha sentenziato che doveva venir lasciato morire. Un caso che ci aveva fatto scoprire (e il film lo conferma) due fatti: la vita, secondo i tribunali inglesi, è un parametro come gli altri, gestibile in base a un giudizio umano di convenienza, non un bene assoluto da difendere; secondo: i genitori non sono i tutori insindacabili dei loro figli. Grazie proprio al Children Act, è sufficiente  la nascita di un qualsiasi conflitto (diversità di opinioni con l’ospedale, come nel caso di Charlie) perché ai genitori venga tolta la patria potestà e il bambino venga affidato a un tutore.  E’ il primo avvio di una sostanziale riduzione delle competenze naturali riconosciute da sempre ai genitori, a vantaggio di un maggior impegno da parte dello Stato (in Gran Bretagna il 47% dei matrimoni finisce con un divorzio).

Il film ha un’ottima fattura, secondo la migliore tradizione inglese ed Emma Thompson, nella parte di Fiona, è semplicemente  eccezionale. Qualche difficoltà in più ha dovuto affrontare Fionn Whitehead nella rendere credibile il personaggio di Adam, per via del suo ostinato stalking nei confronti del magistrato. Praticamente inesistenti le figure dei genitori di Adam, ridotti a bolse comparse ma non c’è da stupirsi: nell’ottica dello sceneggiatore si tratta di persone che hanno il problrma di credere nell’esistenza di un Dio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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