Non classificato

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Il film non fa parte di nessuna categoria

1917

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/24/2020 - 12:43
Titolo Originale: 1917
Paese: Gran Bretagn, Usa
Anno: 2019
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Sam Mendes e Krysty Wilson Cairns
Produzione: Amblin Partners, DreamWorks Pictures, Neal Street Productions, New Republic Pictures
Durata: 119
Interpreti: George MacKey, Dean Charles Chapman, Marc Strong, Andrew Scott, Colin Firth, Benedict Cumberbatch, Richard Madden

Aprile 1917. Ai caporali Blake e Schofield viene affidato il compito di attraversare le line nemiche e raggiungere un battaglione isolato dalle comunicazioni per fermare un attacco che porterebbe a morte certa 1600 uomini, tra cui anche il fratello maggiore di Blake. Una corsa contro il tempo nel mezzo degli orrori delle trincee della Prima Guerra Mondiale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nella brutalità della guerra si manifesta, per un breve momento, la tenerezza verso i piccoli e gli indifesi
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Sembra che Mendes si sia concentrato più sull’aspetto tecnico che sulla storia in sé, dando vita a una pellicola sicuramente grandiosa, ma non sempre coinvolgente
Testo Breve:

Nel 1917 due portamessaggi inglesi debbono attraversare le linee nemiche per portare un messaggio di estrema importanza. Un film sofisticato  ma poco coinvolgente

Ispirandosi ai racconti del nonno, portamessaggi come i protagonisti del film, Mendes costruisce una macchina sofisticata e grandiosa anche se non sempre efficace dal punto di vista del reale e profondo coinvolgimento emotivo. Le riprese sono state realizzate in modo da dare la sensazione di seguire un unico lunghissimo pianosequenza che “pedina” i giovani soldati mentre percorrono le trincee, superano il filo spinato e avanzano nella terra di nessuno, cercando di evitare le trappole di un nemico insidioso anche se in ritirata.

Questa scelta di linguaggio, che in teoria dovrebbe portare lo spettatore a condividere il punto di vista di due giovani con caratteri diversi ma uniti da una missione oltre che dalla loro amicizia, rischia fin troppo spesso in realtà di attirare l’attenzione su sé stessa, raffreddando una materia narrativa potenzialmente potentissima.

In questo senso anche la parata di star anglosassoni, ognuna presente sullo schermo per lo spazio di una scena o poco più, finisce per tradursi in un altro elemento di distrazione che aggiunge “stellette” al film, ma dà solo in parte sostanza alla storia.

Detto ciò i due giovani interpreti (e soprattutto George MacKey, già visto in Captain Fantastic) risultano convincenti nel dare corpo a due ragazzi immersi in un conflitto che ha già lasciato i suoi segni (Schofield ammette con l’amico di non amare le licenze per il ripetersi di addii sempre più dolorosi) e la loro missione trasporta lo spettatore in un viaggio “all’inferno” che la fotografia di Roger Deakins aiuta a costruire con scelte visive potenti, anche se in alcuni punti la ricostruzione assume un’eleganza che la rende meno “carnale”.

Fa eccezione un momento particolarmente bello in cui uno dei due giovani soldati, nel mezzo della violenza si trova di fronte al miracolo della vita e della tenerezza (tanto più sorprendente in mezzo a tanto orrore) e in quella parentesi di pace ritrova uno sguardo commosso che lascia spazio alla speranza.

Non manca il dramma, quindi, nel film di Mendes, ma la sensazione, bizzarra considerando l’investimento personale del regista (che al nonno dedica il film), è che Mendes si sia concentrato più sull’aspetto tecnico che sulla storia in sé, dando vita a una pellicola sicuramente grandiosa, ma non sempre coinvolgente.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JOJO RABBIT

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/20/2020 - 11:46
Titolo Originale: Jojo Rabbit
Paese: Nuova Zelanda, Stati Uniti d'America, Repubblica Ceca
Anno: 2019
Regia: Taika Waititi
Sceneggiatura: Taika Waititi
Produzione: TSG Entertainment, Piki Films, Defender Films, Czech Anglo Productions
Durata: 108
Interpreti: Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Scarlett Johansson, Sam Rockwell

Johannes Betzler, soprannominato Jojo, è un bambino di dieci anni che vive nella Germania nazista del 1945. Le sue giornate passano in compagnia di due amici: uno reale, Yorki, e uno immaginario, Adolf Hitler. Come ogni bambino della sua età, partecipa ai gruppi della Gioventù Hitleriana, ma non ha abbastanza coraggio per portare a termine importanti incarichi; odia gli ebrei e li considera mostri, però non ne ha mai visto uno di persona. Vive con la madre Rosie, perché il padre è sul fronte italiano per la guerra e la sorellina è morta da poco tempo. Nonostante la guerra, le giornate passano tranquille, finché Jojo non scopre che la madre nasconde in soffitta una ragazza ebrea: Elsa. Perché è lì? Perché la madre la nasconde? Che cosa fare?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una madre e una ragazza sanno portare un bambino indottrinato dall’ideologia nazista alla consapevolezza di ciò che ha valore per sentirsi degli esseri umani
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene possono impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Bravi tutti i protagonisti ma il film non riesce a trovare uno stile narrativo uniforme, oscillando fra satira, favola, tragedia
Testo Breve:

Jojo Rabbit è un ragazzo di dieci anni, nato e cresciuto durante il regime nazista. L’affetto della madre e l’amicizia con una ragazza ebrea riusciranno a liberare la sua mente dall’indottrinamento fanatico di cui era stato vittima

Sono ormai molti i film che affrontano il tema del rapporto fra il nazismo (o il fascismo) e i giovani di quel tempo. Alcuni sono dei drammi: Il bambino con il pigiama a righe, Storia di una ladra di libri, Rosa Bianca  Sophie Scholl, ma c’è anche un capolavoro di equilibrio fra tragedia e poesia che è La vita è bella di Benigni. Per una rappresentazione satirica del fanatismo hitleriano dobbiamo invece rifarci a Charlie Chaplin (Il Grande Dittatore), a Ernest Lubitsch (Vogliamo Vivere) e a Mel Brooks (The producers, Una gaia commedia neonazista). Questo Jojo Rabbit sviluppa un’altra satira del nazismo ma lo fa ad altezza di bambino (Jojo ha dieci anni) ed ecco che il suo amico immaginario e confidente nei momenti in cui si sente più insicuro è nientemeno che Adolf Hitler e quando chiede a Elsa di spiegarli come sono fatti questi strani esseri che si chiamano ebrei, lui “beve” tutte le storie fantastiche che lei gli racconta.  Ma sarà proprio la scoperta che l’ebrea Elsa è semplicemente una ragazza come lui, che farà innescare i primi dissidi con l’amico Hitler fino al suo dissolvimento totale. Qualcosa di analogo era accaduto in Il bambino con il pigiama a righe, dove il protagonista faceva amicizia proprio con un ragazzo ebreo dall’altra parte del filo spinato ma se l’obiettivo di questo secondo era raccontare la “banalità del male” (il padre, il comandante del campo di concentramento, sembra un equilibrato gestore di questa insolita azienda) mentre più incerto è definire l’obiettivo di Jojo Rabbit.  Indubbiamente vuole sottolineare il livello di indottrinamento a cui può giungere un bambino nato e cresciuto nell’era nazista e lo fa portandosi a livello delle sue fantasie, delle sue riflessioni ma allora perché già a un terzo del film ci troviamo di fronte a una immagine orribile di uomini e donne impiccate nella piazza principale? In tutti i paesi il film è stato vietato ai minori di 10-12 anni: unica eccezione, come al solito, l’Italia che lo ha classificato Per Tutti.

Incerto anche lo stile narrativo scelto dall’autore. Vuole forse stabilire due sviluppi che si muovono in parallelo, uno frutto di pura fantasia infantile e l’altro che manifesta tutta la cruda realtà di qui tempi, come ha fatto Benigni in La vita è bella? Dobbiamo dire ancora di no, perché se le fantasie infantili sono raccontate in dettaglio, la realtà risulta invece un mescolamento di stili, a volte crudelmente vera come nella battaglia finale o nelle impiccagioni in piazza, altre volte particolarmente assurda come quando il capitano Klenzendorf (il comandante della Gioventù Hitlerina locale), in previsione del combattimento finale contro degli americani, si preoccupa soprattutto di disegnare nuove, sgargianti divise. La madre di Jojo è una dissidente del regime, lascia biglietti inneggianti alla libertà in vari punti della città (un chiaro richiamo al magnifico Lettere da Berlino) ma le motivazioni che spingono sia Rosie che Elsa a odiare il regine (“non vinceranno mai, l’amore è la cosa più forte al mondo. Il ballo appartiene alle persone libere”) appaiono generiche e astratte, un po’ poco per una popolazione che nell’ ultimo anno di guerra viveva sotto un regine che condannava a morte ogni dissidente e i bombardamenti degli Alleati che “livellavano” le loro città. Sono quindi tanti gli aspetti che disorientano lo spettatore, incerto fra ridere o meditare, considerarlo un racconto favolistico o una crudo documento storico.

Ciò in cui il film eccelle è nel raccontare i rapporti umani fra i protagonisti. Elsa non si arrabbia quando si trova di fronte a un ragazzino fanatico nazista e accondiscende alle sue richieste (vuole sapere tutto su come sono fatti gli ebrei) per poi condurlo per mano verso una nuova consapevolezza: “Non sei un nazista: sei un bambino di dieci anni, a cui piace indossare una buffa uniforme e che vuole fare parte di un gruppo”. La mamma Rosie è molto dolce nel non contrastare il fanatismo del figlio, che soffre per la mancanza della figura paterna in un mondo così violento. “Tu a dieci anni non dovresti celebrare la guerra e parlare di politica ma arrampicarti sugli alberi e poi saltare giù”.  La vita è un dono, dobbiamo celebrarla. Dobbiamo danzare per mostrare a Dio che siamo grati di essere vivi”.

Il film si presenta nelle sale con ben sei candidature agli Oscar (Miglior Film, Miglior Attrice non protagonista, Miglior Sceneggiatura non originale, Miglior Montaggio, Migliori Costumi, Migliore Scenografia) ma forse si tratta di un eccesso di atteggiamento benevolo nei confronti di un film che ci ricorda la disumanità del Nazismo.

Autore: Franco Olearo - Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RICHARD JEWELL

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/17/2020 - 16:11
Titolo Originale: Richard Jewell
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Billy Rey
Produzione: Malpaso Productions, Appian Way Productions, Misher Films, 75 Year Plan Productions
Durata: 131
Interpreti: Paul Walter Hauser, Sam Rockwell, Kathy Bates, John Hamm, Olivia Wilde

All’epoca dei Giochi Olimpici di Atlanta (1996) Richard Jewell, che da sempre sogna di servire la legge nelle forze dell’ordine, lavora come addetto alla sicurezza di un parco dove si svolgono concerti. É lì che individua uno zaino sospetto e convince colleghi e poliziotti a far spostare la gente, in tempo per scongiurare un massacro. Nell’attentato muoiono comunque 2 persone e oltre 100 restano ferite. Richard, dapprima considerate un eroe, entra però nel mirino dell’FBI, che sospetta che quella bomba l’abbia messa lui per poi fare l’eroe… Messo sotto accusa dagli uomini che più ammira, Richard potrà contare sul sostegno di sua madre e di un avvocato determinato per provare la sua innocenza

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uomo comune, con un sincero desiderio di fare la sua parte, vede premiato il suo coraggio da un’ottusa persecuzione da parte delle autorità e dei media
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Artistico 
 
Il film, con la sua narrazione lineare ed efficace, la regia semplice, ma attaccata ai personaggi, il cast di prim’ordine è un buon esempio di cinema solido ed emotivo che dà soddisfazione al cuore e alla mente
Testo Breve:

Clint Eastwood racconta un’altra bella storia di un uomo comune che desidera solo fare la sua parte di buon cittadino ma deve fronteggiare istituzioni più grandi di lui

Come nell’ultimo The Mule Clint Eastwood parte da un fatto di cronaca per raccontare il personaggio di un “perdente” alle prese con istituzioni più grandi di lui. La storia di Richard Jewell è quella di un uomo comune, con un sincero desiderio di fare la sua parte (anche se questo si traduce in qualche eccesso, che il regista non nasconde, ma racconta con simpatia e indulgenza), che vede premiato il suo coraggio da un’ottusa persecuzione da parte delle autorità, ma anche dei media, che Eastwood mette sotto accusa tanto quanto l’FBI.

Il calvario del povero Richard, che non ha cercato la fama e subisce la gogna tra coraggio e incredulità, è raccontato con efficacia da Eastwood, che lascia spazio anche al bel ritratto di una madre solida (una bravissima Kathy Bates) e di un avvocato dallo spirito combattivo, ma anche dotato di una grande umanità (il sempre efficace Sam Rockwell). Il suo spirito vagamente anarchico (nel suo studio campeggia un poster con la scritta “Il Governo è il tuo peggior nemico”…) rispecchia quello del regista, che nella sua carriera ha puntato spesso su antieroi capaci di pensare al bene comune fuori dagli schemi.

Il repubblicano atipico Eastwood segue coerentemente la sua poetica, che è sempre un racconto di singoli, alle prese con scelte individuali (anche quando raccontava il dramma collettivo della battaglia di Iwo Jima) e qui costruisce il commovente ritratto di un eroe improbabile, ma vero. Paul Walter Hauser (già visto nell’ironico I, Tonya nei panni di un delinquente megalomane e pasticcione) è bravissimo a dare corpo a quest’uomo ingenuo, eccessivo ma profondamente buono, capace di piangere, ma anche di dimostrare spina dorsale di fronte ai soprusi.

Richard è un uomo buffo, e fa sorridere la sua determinazione a servire nelle forze dell’ordine (che solo la malafede può trasformare in un sintomo di psicosi…), ma quello che a Eastwood interessa raccontare è che in definitiva ciò che definisce un uomo sono le sue azioni. E quelle del buffo Richard sono oggettivamente quelle che hanno salvato la vita di decine di persone.

Il film, con la sua narrazione lineare ed efficace, la regia semplice, ma attaccata ai personaggi, il cast di prim’ordine (anche Jon Hamm nei panni dell’odioso persecutore di Richard) è un buon esempio di cinema solido ed emotivo che dà soddisfazione al cuore e alla mente.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HAMMAMET (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/12/2020 - 11:13
Titolo Originale: Hammamet
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Alberto Taraglio
Produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema, Minerva Pictures
Durata: 126
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Alberto Paradossi, Luca Filippi, Claudia Gerini

Hammamet, 1999. Il "Presidente" ha lasciato l'Italia, condannato per corruzione e finanziamento illecito con sentenza passata in giudicato. Accanto a lui ci sono moglie e figlia, mentre il secondogenito è in Italia a "combattere" per riabilitarne l'immagine e gestirne l'eredità politica. Nel suo "esilio volontario" lo raggiungono in pochi: Fausto, il figlio dell'ex compagno di partito Vincenzo, suicida dopo essere stato inquisito dal Giudice, e un Ospite suo "avversario, mai nemico". Craxi deve combattere un altro, insidioso avversario, la malattia: il diabete sta minando gravemente la sua salute

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un onesto tentativo di ricostruire i sentimenti e l’animo di Craxi dopo la caduta politica e la lenta attesa della fine
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Prodigiosa interpretazione di Pierfrancesco Favino ma anche di Livia Rossi, nella parte della figlia premurosa. Lo sviluppo appare lento ma si riscatta con alcune scene di grande impatto
Testo Breve:

L’ultimo anno di Bettino Craxi ad Hammamet, fra amarezze, onesti rimpianti rabbiose rivendicazioni. Un racconto tragico che si sviluppa con malinconica lentezza

Il film inizia nel modo che meglio esprime i sentimenti di tenerezza che il regista Gianni Amelio aveva già mostrato di provare verso i bambini (Le chiavi di casa, il ladro di bambini, Il primo uomo): vediamo tre ragazzi che corrono verso i soldati incaricati della sorveglianza della villa di Hammamet dove risiede il “Presidente”, perchè sanno che lì potranno mangiare qualcosa. E’ ancora un altro bambino, (il nipote di Craxi, ospite anche lui della villa e che gioca spesso con il nonno) che diventa il tramite per farci ricordare la sua passione  per il Risorgimento e i suoi eroi temerari e per l’iniziativa più celebrata dello statista: la risoluzione pacifica della crisi di Sigonella, quando attraverso un’abile mediazione internazionale riuscì a salvare tutti i passeggeri (tranne uno) di una nave da crociera sequestrata dai terroristi palestinesi.

Al nome di Bettino Craxi viene sempre accostato l’epiteto di “personaggio controverso”: il film di Gianni Amelio non prende posizione su questo dilemma non risolto da ormai venti anni ma sviluppa un altro interesse: esplorare il Craxi-uomo nel suo ultimo anno di vita ad Hammamet, i suoi stati d’animo, i suoi momenti di sconforto, le sue impennate di orgoglio e di rabbia mentre la sua malattia lo sta portando verso la fine.

Non viene ricostruito nessuno degli eventi storici che hanno caratterizzato l’intensa vita dello statista (tranne la sua conferma plebiscitaria a segretario del Partito Socialista nel 1989, dove potè dire con orgoglio che l’italia era ormai diventata la quinta potenza industriale del mondo)  ma sono lo stesso ricordati con un “effetto ombra”.

Vengono cioè rievocati per analogia, come conseguenza di altri eventi che accadono ad Hammamet e che  fanno riaffiorare nell protagonista stati d'animo mai sopiti. Mentre passeggia sul litorale, viene abbordato da turisti italiani che lanciano invettive contri di lui  chiamandolo ladro e truffatore: è un modo per ricordare l’episodio del lancio delle monetine  davanti all’Hotel Raphael nel 1993. In un’altra sequenza Craxi promette di aiutare un tunisino povero che non riesce a ricoverare sua moglie in ospedale: è l’occasione, per "Il Presidente", di rivendicare la propria umanità, quella stessa che aveva voluto mostrare di avere durante il rapimento di Aldo Moro, per essere stato uno dei pochi politici (assieme ad Amintore Fanfani), ad aprirsi ad una ipotesi di compromesso. A un certo momento riceve la visita di un politico italiano di un altro partito: la conversazione è genericamente allusiva a fatti e comportamenti del passato ma si percepisce una certa simpatia fra i due personaggi: si sa per certo che fu  Francesco Cossiga il politico che andò a trovarlo ad Hammamet. Il “Presidente" accetta di  venir intervistato da Fausto, figlio di un suo amico di partito ora morto e in quell’occasione ripete gli stessi concetti che espresse nel suo famoso discorso al parlamento del 3 luglio 1992: ammise la pratica dei finanziamenti illeciti ma chiamò in causa tutti gli altri partiti come correi dello stesso malcostume.

Oltre a rievocare le ombre del passato il film sviluppa la cronaca dei giorni trascorsi ad Hammamet, dominati  dall’avanzare di una malattia incurabile, da cocenti delusioni (il figlio si era impegnato per la sua riabilitazione in patria ma senza successo), dalla debole speranza di ritornare in Italia almeno come persona malata, da momenti di onesta riflessione autocritica, sempre amorevolmente accudito dalla figlia Anita che continua caparbiamente a credere in lui. Nessun colpo di scena lungo le due ore del film ma una lunga, lenta discesa verso il disfacimento del corpo, lucidamente riconosciuta e accettata.
Il regista racconta la sua storia secondo lo stile del cinema d’autore europeo: il ritmo è lento,  i protagonisti parlano con calma, fissando spesso direttamente la telecamera. C’è  forse troppa “letteratura” ma  ci sono  anche momenti di assouta perfezione stilistica: come nell’incontro fra il Presidente e la sua amante, oppure quando Craxi (un magnifico Favino truccato benissimo) confida alla figlia un suo sogno: si è immaginato che dopo un suo discorso onesto e coraggioso in Parlamento, tutti lo applaudono, incluso lo stesso giudice che lo ha  accusato. “ Che coraggio c’è a parlare male degli altri?. Io non faccio queste cose”: è la sua ultima, accorata invocazione di una riconciliazione che non arriverà mai.

Ma allora, Craxi è stato riabilitato con questo film? Sicuramente è stato umanamente compreso ma non si può dire che siano stati fatti passi avanti nell’interpretazione storica del personaggio. Eppure qualcosa di significativo emerge, non certo in modo razionale, ma  figurativamente, come è possibile fare proprio attraverso il cinema. Sappiamo dalla storia che  già nel 1976 Craxi era stato eletto segretario, anche se la sua corrente aveva scarso peso, perché le forze principali del partito cercavano un homo novus nella funzione di un semplice segretario di transizione. In seguito diventò il primo ministro socialista della Repubblica Italiana e ancora una volta era l’outsider, il nuovo arrivato. Quando iniziò la decadenza della Prima Repubblica  e tutti i partiti, per finanziarsi, adottavano il metodo delle tangenti, fu più facile iniziare ad accusare lui, così diverso e innovativo rispetto a un estabilishment più consolidato.

Gianni Amelio esprime proprio questo: una persona che si sente diverso ed estraneo, percepisce una distanza fra lui e tanti altri e soffre per questa incomprensione di fondo;  per esser stato mandato avanti come capro espiatorio anche se ciò non evitò la rapida decadenza che avrebbe travolto o trasformnato profondamente tutti gli altri partiti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HAMMAMET (E. Genovese)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/12/2020 - 10:51
Titolo Originale: Hammamet
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Alberto Taraglio
Produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema, Minerva Pictures
Durata: 126
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Alberto Paradossi, Luca Filippi, Claudia Gerini

L’ultimo anno di vita di Bettino Craxi ad Hammamet

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un onesto tentativo di ricostruire l’animo di Craxi dopo la caduta politica e la lenta attesa della fine
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
i personaggi ci sono tutti, ma sono accennati, vivono in funzione solo del protagonista (interpretato da un grandissimo Pierfrancesco Favino che ha nascosto sé stesso e ha assunto tutto di Craxi: voce, movenze, tic) e non sono, se non in qualche lieve passaggio, parzialmente approfonditi. E se pur si apprezza il pre-finale onirico, in omaggio forse a Federico Fellini, Hammamet non riesce ad avere quella forza e quel peso necessari perché il suo film sia davvero cinema.
Testo Breve:

L’ultimo anno di vita di Bettino Craxi ad Hammamet. Non un film politico, ma un film che racconta la fine di un uomo di potere, costretto all’esilio in una terra non sua, divorato dal diabete. Un bravissimo Pierfrancesco Favino sostiene da solo tutto il film mentre gli altri personaggi vivono solo in funzione  del protagonista

 

Raccontare la storia è sempre un’operazione rischiosa, coraggiosa e necessaria. E raccontare la storia politica italiana, lo è ancora di più. Con Hammamet Gianni Amelio (il regista amato per opere come Colpire al cuore, Le chiavi di casa e il suo ultimo film La tenerezza) scrive una pagina “storica” che prende vita da un personaggio politico italiano, Bettino Craxi, realmente vissuto e ne costruisce un film. Non un film politico, come il regista ha più volte precisato, ma un film che racconta la fine di un uomo di potere, costretto all’esilio in una terra non sua, divorato dal diabete e dai conseguenti problemi cardiocircolatori.

Siamo infatti nel 1999, ad Hammamet. Ci arriviamo subito dopo un inciso nel 1989 sul 45° Congresso del Partito Socialista a Milano, dove Craxi era osannato, amato mentre l’unica persona a uscire fuori dal coro è Vincenzo (Giuseppe Cederna) un operaio che si vuole dimettere dall’incarico di tesoriere del partito e lo avverte dei rischi che sta subendo.

Dieci anni dopo il Presidente (non viene mai nominato il nome di Bettino Craxi, mai chiamato da nessuno dei familiari o amici con il nome proprio) è esule in questa magnificente villa, accudito dalla giovane figlia (si chiamerà Anita), mentre suo nipote gioca con lui e sua moglie appare e scompare, quasi sempre seduta.

A “turbare” un equilibrio consolidato, fatto di poca gratitudine (il presidente nei confronti della figlia) è l’arrivo di un ragazzo, che porta la lettera di Vincenzo, il padre suicida.

Amelio, insieme allo sceneggiatore, costruisce un impianto narrativo quasi fedele (anche nelle location perché il film è girato principalmente nella villa tunisina di Craxi) ma punta tutto alla realizzazione di una storia greca e shakesperiana dove il Presidente è Agamennone, Priamo e Re Lear, mentre sua figlia è Elettra, Cassandra e Cordelia.

Pesano sulla vita e sulle decisioni di Craxi le due condanne che lo hanno definito agli occhi di tutti una persona accusata per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai, 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Si accenna attraverso i dialoghi, più volte, all’uso improprio di denari, alla politica italiana servile, ma il personaggio di Craxi non è mai totalmente condannato o giustificato. Nelle oltre due ore di film si assiste alla fine di un uomo e si vivono emozioni per la malattia che sgretola corpi e crea distanze e distacchi, passioni e gelosie per tradimenti conosciuti e parzialmente accettati (da qui il cameo di Claudia Gerini) con la consapevolezza che niente potrà tornare come prima. Ma allo stesso tempo, se le idee di base sono forti (basta pensare alla drammaturgia greca e shakesperiana di riferimento) c’è in Hammamet un’imperfezione che rischia di rendere questo film uguale a tutti i film: i personaggi ci sono tutti, ma sono accennati, vivono in funzione solo del protagonista (interpretato da un grandissimo Pierfrancesco Favino che ha nascosto sé stesso e ha assunto tutto di Craxi: voce, movenze, tic) e non sono, se non in qualche lieve passaggio, parzialmente approfonditi. E se pur si apprezza il pre-finale onirico, in omaggio forse a Federico Fellini, Hammamet non riesce ad avere quella forza e quel peso necessari perché il suo film sia davvero cinema.

 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SHADOWSHUNTERS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/09/2020 - 19:34
Titolo Originale: Shadowshunters
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ed Decter, Todd Slavkin, Darren Swimmer
Produzione: Constantin Film
Durata: Stagioni 3 episodi 55 su Netflix
Interpreti: Katherine McNamara, Dominic Sherwood, Alberto Rosende, Emeraude Toubia

Il mondo è diviso in tre grandi gruppi di esseri: i mondani, ovvero gli esseri umani normali; gli shadowhunters, ovvero umani nelle cui vene scorre anche del sangue angelico e infine il mondo nascosto, ovvero vampiri, lupi mannari, stregoni e numerose altre specie di esseri umani con sangue demoniaco. Clary, mentre festeggia il suo diciottesimo compleanno con il suo migliore amico Simon, scopre per caso di essere una Shadowhunters, mentre assiste ad un omicidio che solo lei può vedere. Da lì stringe un rapporto di amicizia con Jace, Alec, Isabelle, Shadowhunters come lei e lo stregone Magnus, e si pone alla ricerca delle proprie origini ma scopre anche l'amore e l'amicizia mentre affronta i demoni che minacciano di causare catastrofi di portata mondiale 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Creature di diversa natura si fronteggiano e il bene finisce per trionfare ma in questo young drama non c’è un amore che costruisce ma è piuttosto il frutto di attrazione e di prime simpatie
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene di violenza, per altre che possono indurre spavento e c’è una certa disinvoltura sessuale, con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Il prodotto finale può dirsi gradevole: le ambientazioni dark sono adattissime, le riprese in esterni molto suggestive e funzionali alla storia, i numerosi effetti speciali risultano non eccezionali ma accettabili.
Testo Breve:

Il mondo è popolato di uomini e donne con il sangue come il nostro ma anche di altri con natura semi-angelica e non mancano vampiri e lupi mannari. In questo fantasy popolato da varie razze vengono affrontate le tematiche tipiche di un teen drama.

Dopo il grande successo della saga letteraria e cinematografica di Twilight, dopo i diversi serial TV come Grimm o Supernatural, vede la luce un'altra serie fantasy con demoni, lupi mannari, vampiri, maghi e cacciatori di creature. Shadowhunters, adattamento televisivo della saga letteraria The Mortal Instruments di Cassandra Clare, si presenta come una serie ben confezionata.

La trama riesce ad essere avvincente, in grado di reggere le 55 puntate che compongono le 3 stagioni, con una discreta caratterizzazione dei personaggi e con un buon carico di avventura e di suspense.

I giovani protagonisti si trovano ad affrontare le domande tipiche della loro età, con la complicazione dell'avere il sangue mescolato ad angeli o a demoni. La ricerca della propria identità, la scoperta delle proprie origini, il rapporto non facile con i genitori, i complessi intrecci amorosi, l'assunzione di sempre maggiore responsabilità, amicizie che devono fare i conti con scomode verità, ... argomenti tipici dei teen drama. Problematiche importanti come l’accettazione della diversità (la lotta a tutto campo tra le varie creature del mondo nascosto, fino al desiderio del “genocidio” delle altre specie) trovano spazio in un ambiente fantasy.

Il prodotto finale può dirsi gradevole: le ambientazioni dark sono adattissime, le riprese in esterni molto suggestive e funzionali alla storia, i numerosi effetti speciali risultano non eccezionali ma accettabili.

Ritornano anche alcuni argomenti topici del genere: la regina degli inferi dal nome Lilith, Caino, il marchio di Caino (nella Bibbia, al capitolo 4 del libro della Genesi, si racconta come Caino, dopo aver ucciso suo fratello Abele, abbia ricevuto da Dio un segno perché nessuno lo uccidesse: poiché il racconto biblico non specifica cosa sia questo segno, alcuni autori hanno dato libero sfogo alla fantasia sia nella modalità di rappresentazione del marchio sia nei suoi effetti), il viaggio agli inferi per recuperare un amico dalla prigionia dei demoni, cose che ritroviamo anche in altri serial di genere simile (Supernatural o Lucifer, solo per citarne alcuni).

L’aspetto forse più problematico è quello della gestione degli affetti. Se le controversie con i genitori si risolvono quasi sempre in modo positivo, per quel che riguarda i rapporti di coppia la cosa è più complessa. La serie, pur avendo il pregio di non mostrare esplicitamente nudità, non per questo lascia alla fantasia dello spettatore il tipo di rapporto vissuto tra i personaggi.

Rispecchiando perfettamente la cultura dominante, la liceità dei rapporti ha il suo unico fondamento nell’attrazione che si prova: ecco che, com’è ormai consuetudine, trovano il loro spazio i rapporti occasionali dettati dal trasporto del momento, divorzi e tradimenti di vario tipo nelle coppie degli adulti. E’ presente anche una coppia di omosessuali, con il classico problema del coming out per paura dei pregiudizi di familiari e amici, incluse dichiarazioni d’amore, baci, matrimonio, etc…. Non manca neanche un accenno all’incesto tra fratelli (subito evitato), al poliamore, al rapporto interspecie (tra lupi mannari e vampiri, per esempio). Si può dire che il ventaglio delle possibilità contemplate è davvero molto ampio.

Complessivamente, un serial che non annoia, con colpi di scena che aiutano a tenere il pubblico incollato allo schermo.

Il rapporto tra bene e male, come nella realtà, non è presentato in maniera banale o superficiale. L'esito positivo di tutte le stagioni viene raggiunto superando la capacità di seduzione dei cattivi, molti errori, sensi di colpa e compromessi. Se il confine tra bene e male è delineato in maniera chiara, non si può dare per scontato che i buoni agiscano sempre bene e i malvagi sempre male. Il sangue demoniaco di vampiri o lupi mannari non li rende necessariamente cattivi, così come il sangue angelico degli shadowhunters non fa di loro sei personaggi buoni. Non troviamo una predestinazione al bene al male o una concezione di equilibrio o equivalenza tra le due forze contrarie.

Tra gli altri, emerge anche il tema del perdono per il male subito (così come quello per il male compiuto): non una trattazione approfondita, ma comunque capace di mostrare quanto sia difficile pervenire alla serenità della riconciliazione con gli atri e con se stesso.

Il serial è disponibile sulla piattaforma Netflix.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATYPICAL (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/01/2020 - 18:29
Titolo Originale: Atypical
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Seth Gordon
Sceneggiatura: Robia Rashid
Produzione: Exhibit A, Weird Brain, Inc., Sony Pictures Television
Durata: 8 episodi di 26 minuti
Interpreti: Keir Gilchrist, Brigette Lundy-Paine, Jennifer Jason Leigh, Michael Rapapor

Sam frequenta il penultimo anno del liceo e ha la sindrome di Asperger: ha un buon rendimento scolastico ma ha problemi a relazionarsi con gli altri. Deve sempre chiedere delle spiegazioni perché non comprende come si debbano sviluppare le relazioni umane, anche se sente il desiderio di avere anche lui una ragazza. Si incontra settimanalmente con la psichiatra Julia e beneficia delle amorevoli attenzioni, anche se un po’ apprensive, della madre Elsa e del radioso ottimismo del padre Doug ma soprattutto ha il sostegno della sorella Casey che lo tratta per quello che è, un ragazzo fra gli altri.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una famiglia resta unita e solidale nonostante le debolezze dei singoli che sono sempre pronti a chiedere perdono. Alcuni comportamenti leggeri in termini di sessualità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Linguaggio esplicito su tematiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Ottima costruzione dei caratteri dei componenti di una famiglia che interagiscono fra loro litigando, chiedendo perdono, manifestando affetto reciproco
Testo Breve:

Una famiglia che include un adolescente con la sindrome di Asperger affronta i problemi di ogni giorno, mai classificabili come normali, con solidarietà e qualche sbandamento

Nei film che pongono come protagonisti ragazzi o ragazze con delle particolarità, si sviluppano sempre due racconti in parallelo: quello del protagonista, che si impegna ad adeguarsi alla “normalità” e quello degli altri personaggi normodotati che si muovono intorno a lui.

Se in Ognuno è perfetto, recensito di recente, disponibile su Rayplay, i protagonisti sono realmente delle persone con la sindrome di Down, qui, a interpretare Sam è un attore (la stessa scelta adottata dal primissimo film sull’autismo, Rain Man del 1988, con un insuperabile Dustin Hoffman) e se nel film italiano le storie di contorno sono approssimative, il punto di forza di questo Atypical sta proprio nel modo con cui sono stati disegnati i personaggi, soprattutto i suoi familiari,  che si muovono intorno a Sam.

La madre Elsa ha abbandonato il mestiere di parrucchiera per dedicarsi al figlio e alla casa: prepara sempre squisiti pranzetti perché ama sentirsi apprezzata per questo; ama la stabilità e non gradisce i cambiamenti che avvengono intorno a lei, come la crescita dei figli che si stanno costruendo una vita fuori dalla famiglia e rischiano di svuotare il suo ruolo. Il padre è la roccia della casa (a parte un periodo di crisi, poi superato, quando era venuto a conoscenza della sindrome del figlio): di fronte ai problemi riesce sempre a trasmettere speranza e sicurezza e sa ascoltare tutti. C’è poi l’altra figlia Casey, anch’essa adolescente: il personaggio più riuscito, che da sola giustifica la visione della fiction. Con il suo atteggiamento ruvido e il look semplice tradisce la schiettezza dei propri sentimenti e il pudore di manifestarli. Stravede per suo fratello che tratta con simpatica ruvidezza ma è sempre al suo fianco per controllare che non venga mai ferito e non esita a dare un pugno a una collega che deride una compagna di scuola troppo grassa. Inizia a frequentare un ragazzo ma non ha fretta di compiere passi che non abbiano una piena motivazione. L’unità della famiglia è il valore a cui si appoggia e ci resta male quando il padre si è allontanato per sei mesi da casa e ancor più quando scoprirà che la madre si sta concedendo una distrazione.  

Riguardo a Sam è lui la voce narrante perché l’ideatrice Robia Rashid ha desiderato che noi spettatori ci mettessimo nella sua prospettiva. Scopriamo così il suo amore per l’Antartide: sa tutto sui pinguini, tanto che nelle situazioni di stress per calmarsi ripete i nomi delle quattro specie principali; va a scuola con le cuffie perché gli dà   fastidio il frastuono, è sempre sincero in modo disarmante e ciò non fa che creare continui problemi di relazione con gli altri. Alcuni recensori hanno criticato la scelta dell’autrice di aver impiegato per la figura di Sam un attore e non un ragazzo che avesse realmente la sindrome di Asperger: il problema è stato risolto nella seconda stagione, dove Sam si incontrerà con altri ragazzi (realmente) affetti da autismo.

A mio avviso però la figura di Sam ha un diverso movente letterario: lui ha tutto da imparare su come ci si comporta nel mondo: accetta continui consigli dal suo amico e mentore Zahid e dalla terapeuta Julia. Sam deve imparare come si approcciano le ragazze, quali sono le loro virtù che vanno cercate, quando si è sicuri di essersi innamorati, come vanno espresse le proprie affettuosità e ciò comporta l’impegno, da parte di Robia Rashid, di stilare, nelle risposte che danno le persone che gli stanno intorno, un breviario di filosofia di vita, un ABC dell’amore e delle relazioni umane. Una sorta di Candide di Voltaire per spiegare a un ragazzo che vive ottimisticamente della pura logica della sua mente, che le cose del mondo sono un po’ più complesse di quanto gli possano apparire.

Dopo tante teencom e teendrama recenti dove i genitori sono totalmente assenti, qui assistiamo a una madre che sollecita la figlia a tenere sempre la porta aperta quando ospita in camera il suo ragazzo e quando anche lei commetterà una debolezza, saprà accorgersi, sia pure in ritardo, che le persone non possono essere ingannate, né suo marito ma neanche il giovane che ha conosciuto e che vorrebbe una relazione più seria. Per converso il tema della sessualità degli adolescenti, visto dal fronte dei genitori, rientra nello standard seguito da tutti i prodotti narrativi mediatici di oggi: non ci sono collegamenti con la stabilità del matrimonio ma solo di “farlo nel momento in cui ci si sente pronti”.

La serie è disponibile su Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNUNO E' PERFETTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/31/2019 - 15:06
Titolo Originale: Ognuno è perfetto
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Giacomo Campiotti
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Produzione: Rai Fiction, Viola Film
Durata: 6 episodi di 50' su RaiPlay
Interpreti: Edoardo Leo, Cristiana Capotondi, Nicole Grimaudo, Gabriele Di Bello, Alice De Carlo, Lele Vannoli, Aldo Arturo Pavesi, Valentina Venturin, Matteo Dall'Armi, Piera Degli Esposti

Rick è un ragazzo con la sindrome di Down, che beneficia delle cure amorose della madre Alessia e del padre Ivan. Rick si annoia a fare quei finti tirocini che vengono tipicamente assegnati a una persona non normodotata e vuole un lavoro vero. Tramite un amico conosce Miriam, la proprietaria della rinomata fabbrica di cioccolato Antica Cioccolateria Abrate, che lo assume per lavorare nel reparto che confeziona scatole di cioccolatini. Questo reparto è costituito prevalentemente da persone con la sindrome di Down: la proprietaria dopo la morte di sua figlia, affetta dalla stessa sindrome, ha considerato come sua missione il prendersi cura di queste persone. Ivan accetta con un poco di apprensione questa nuova situazione, sia perché ora è solo a prendersi cura di Rick (la moglie Alessia, con la quale sta per separarsi, è partita per un viaggio con il suo nuovo fidanzato), sia perché il figlio gli ha comunicato che si è innamorato di Tina, che lavora nello stesso reparto e che hanno intenzione di sposarsi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ha il merito di rendere protagonisti e di far divertire un gruppo di ragazzi e ragazze con la sindrome di Down ma altri temi che riguardano gli adulti normodotati, in particolare il tema della fedeltà coniugale sono affrontati con superficialità secondo i più comuni stereotipi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il film affronta aspetti della sessualità in condizioni particolari che i più piccoli non potrebbero capire
Giudizio Artistico 
 
Molto convincente la recitazione di Edoardo Leo e dei ragazzi speciali. La sceneggiatura si carica troppo di sottotrame poco verosimili
Testo Breve:

Nick ha 24 anni, la sindrome di Down, molta voglia di lavorare e di sposarsi. La storia divertente di un gruppo di ragazzi particolari e di un genitore che cerca affannosamente di mettersi sulla loro lunghezza d’onda

Bisogna riconoscere che non sono pochi i film che hanno come coprotagonisti persone con la sindrome di Down o comunque non normodotati. Solo per citare gli ultimi, l’italiano Dafne ci presenta una vulcanica ragazza con questa sindrome che, rimasta da sola con il padre anziano, riesce a dargli l’energia necessaria per andare avanti insieme.

Oppure lo spagnolo Non ci resta che vincere, dove partecipaiamo a uno scambio di doni fra una squadra di ragazzi con disabilità mentali, che trovano un padre nel loro allenatore e l’allenatore stesso che scopre la bellezza del dedicarsi generosamente a loro.

In questo serial trasmesso su RaiUno e ora disponibile su Raiplay, la crescita umana è del padre di Rick, che scopre che i problemi non si risolvono cercando di essere sempre prudenti e ragionevoli ma dando tutto se stesso, senza riserve, fino a entrare in quel mondo particolare in cui vive suo figlio. Rick e gli altri ragazzi raggiungono un altro tipo di conquista: quello di sentirsi utili socialmente e anche di poter esprimere i propri sentimenti, come il desiderio di sposarsi. Non vengono neanche trascurati nel serial tematiche concrete, come la gestione della sessualità e il desiderio di vivere in coppia. Se le scena baricentrica è proprio quella del matrimonio fra Rick e Tina, si mostra altrettanto chiaramente che i due possono vivere in una casa dove è presente sempre l’occhio vigile di un genitore (nel 2014 vi è svolto in Italia il matrimonio fra Mauro e Marta, il primo fra due persone con la sindrome di Down, regolarmente riconosciuto).

In genere, in questo tipo di film, è sempre in agguato il rischio dell’eccesso di cautela nei confronti di queste persone ritenute fragili: In Ognuno è perfetto succede il contrario:  la carta vincente sta proprio nel racconto delle avventure della squadra dei colleghi di lavoro di Nick, tutti ben caratterizzati (Christian, il gigante buono, Cedrini il caporeparto, Django, il pigro e svogliato, Giulia la romantica,) e sembra proprio che il film sia  stato fatto per loro, per farli divertire in questa storia fantasiosa e ricca di colpi di scena (incluso un avventuroso viaggio in Albania). Al contrario, riguardo alle vicende degli adulti normodotati, troviamo poca originalità e molte forzature. All’inizio della storia scopriamo che Ivan e Alessia stanno per divorziare ma il tema non viene approfondito: non si comprende come l’impegno a prendersi cura del loro figlio non li abbia portati a sentirsi indispensabili l’uno per l’altra. Appare eccessivo che Ivan venda la sua azienda per dedicarsi interamente al figlio; fumettistiche le vicende della madre di Tina, invischiata nei traffici della mafia del suo paese; troppo semplicistica la contrapposizione fra chi vuole salvare il reparto di packaging gestito da ragazzi non normodotati e chi vuole vendere la fabbrica a una società francese.

Ivan, in un momento di confidenza con suo figlio, che gli ha chiesto perché si vuole separare dalla mamma, sentenzia che “l’amore inizia e finisce quando lo vuole lui: non c’è una ragione”. Si tratta di una pessima definizione, in aperta contraddizione con un altro amore, quello che lui stesso riesce a esprimere nei confronti del figlio: in questo tutta la sua persona è fattivamente coinvolta (volontà, intelligenza, determinazione) in quello, secondo la sua ipotesi,  si è passivamente in balia di un sentimento che, come è arrivato, se ne può andare. “Ma allora è un capo!” commenta Rick che ha colto ironicamente l’assurdità della risposta.

Si può dire che alla fine, la reazione dello spettatore sia un po’ insolita: è contento che questi ragazzi e ragazze particolari abbiamo potuto esprimersi e divertirsi in questa specie di parco di divertimenti che è questo serial (succede un po’ di tutto) ma non è molto sicuro che, tra un sub-plot e l’altro, le problematiche di questi ragazzi siano emerse con adeguato realismo.

Il serial è disponibile su Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I DUE PAPI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/25/2019 - 16:42
Titolo Originale: The Two Popes
Paese: U.S.A., U.K., Italia, Argentina
Anno: 2019
Regia: Fernando Meirelles
Sceneggiatura: Anthony McCarten
Produzione: Netflix
Durata: 125
Interpreti: Anthony Hopkins, • Jonathan Pryce:

Nell’aprile del 2005 viene convocato il conclave dopo la morte di Giovanni Paolo II. Alla fine viene eletto colui che sceglie di chiamarsi Benedetto XVI ma il cardinale Bergoglio raggiunge un numero significativo di preferenze. Nel 2012 Bergoglio chiede udienza al papa: intende dare le sue dimissioni ma nel colloquio privato che avviene a Castengandolfo, il papa rifiuta e rivela a Bergoglio una notizia riservatissima...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esprime molta simpatia nei confronti degli ultimi due papi ma è approssimativo nell’affrontare tematiche dottrinali
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Performance di alto livello da parte dei due protagonisti, Jonathan Pryce e Anthony Hopkins e ottima ricostruzione della Cappella Sistina e di altri ambienti in Vaticano.
Testo Breve:

Si immagina che papa Benedetto XVI e il cardinale Bergoglio si incontrino poco prima delle dimissioni del papa. Un ritratto affettuoso del precedente e dell’attuale vicario di Cristo ma approssimativo negli aspetti dottrinali

Realizzare un’opera narrativa che cerchi di ricostruire cosa avviene dietro le mura vaticane è cosa molto difficile e finisce per scontentare sempre qualcuno. Non si potrà mai parlare di rigore storico perché le notizie a disposizione, per chi non è addetto ai lavori, saranno sempre limitate  e ciò che trasparirà dall’opera sarà il pensiero dell’autore e la sua fantasia creativa.  Le reazioni del pubblico finiranno per essere di parte e se trasparirà dall’opera un atteggiamento apologetico, verranno scontentati tutti gli scettici; se invece il Papa verrà visto come espressione di un potere politico, secondo le classiche contrapposizioni fra destra e sinistra, conservatori e innovatori, riceverà il disappunto di tutti gli spettatori sinceramente cattolici.

Quest’opera del regista Fernando Meirellese e dello sceneggiatore Anthony McCarten si pone proprio nel mezzo e quindi i contenti e gli insodisfatti saranno equamente distribuiti, a parte l’elogio, che andrebbe riconosciuto da tutti, per l’ottima performance  di  Jonathan Pryce (Cardinale Bergoglio) e di Anthony Hopkins (Benedetto XVI) e per gli interni della Città del Vaticano magnificamente ricostruiti.

Il film inizia decisamente con il secondo atteggiamento, quello politico, di contrapposizione fra conservatori e riformisti.  “La sua missione è stata chiara, rovesciare anni di liberalismo;  ha detto un no deciso a omosessualità, aborto, contraccezione e sacerdozio femmimnile”. Con questa frase lapidarie un cronista inglese, nel giorno del funerale di san Giovanni Paolo II , liquida sbrigativamente 27 anni di pontificato.

Nelle prime fasi dell’incontro fra il cardinale Bergoglio, che è arrivato a Castengandolfo per incontrare Benedetto XVI, la contrapposizione fra un papa conservatore e un “quasi rivoluzionario” è altrettanto netta, oltre che ingiusta. Dibattono sul sacramento della comunione da dare ai divorziati risposati, dissentono sulla visione di una  Chiesa narcisista che non appartiene più a questo mondo e che è capace solo di costruire steccati. Il Papa come difensore di una verità divina che è sempre se stessa, il cardinale che propugna invece una Chiesa che si evolve, assieme al mondo esterno.

Dopo questa contrapposizione frontale, inizia la seconda fase, che non prende posizione riguardo a tutti i temi aperti ma che sviluppa una forma di ”umanizzazione” del loro rapporto. Ratzingher mostra di essere ancora bravo a suonare il pianoforte e ama vedere in TV la serie austriaca Commissario Rex; Bergoglio segue con passione le  partite di calcio e confessa di apprezzare il tango.

Inizia anche la fase della “simmetria” fra i due uomini: entrambi si domandano quando sono riusciti a cogliere i “segni” della presenza divina nella loro vita, entrambi, per motivi diversi, desiderano dimettersi ed entrambi confessano di aver commesso degli errori. Ingiusta, sotto quest’ultimo aspetto, l’implicita accusa rivolta a Benedetto XVI di non esser stato abbastanza severo con il sacerdote  pedofilo Marcial Maciel Degollado, dal momento  che è stato proprio questo papa  a inaugurare la “tolleranza zero” per questi casi.

Alla fine il film riesce ad esprimere grande simpatia umana nei confronti dei due papi, ognuno espressione  di due diversi momenti storici della Chiesa. Bisogna però sottolineare che  non ci troviamo di fronte a due simpatici  amici che si sono ritrovati: stiamo parlando della funzione del successore di san Pietro e gli aspetti dottrinali che sorreggono la fede non possono esser ridimensionati  ad amabili  discussioni da salotto dove ognuno la pensa come crede.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATLANTIQUE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/18/2019 - 10:27
Titolo Originale: Atlantique
Paese: Senegal, Francia, Belgio
Anno: 2019
Regia: Mati Diop
Sceneggiatura: Mati Diop
Durata: 104
Interpreti: Mame Bineta Sane, Traore, Amadou Mbow

A Dakar, gli operai di un cantiere non vengono pagati da quattro mesi nè hanno speranza, in assenza di un sindacato che li difenda, di venir pagati. Fra di loro c’è Soulemain che ama teneramente la bella Ada, ricambiato. Ma per Ada è stato organizzato dai suoi genitori un matrimonio con Omar, un ragazzo ricco che farà uscire tutta la famiglia dalla miseria. Quella sera, Soulemain non si presenta all’appuntamento con Ada, che non tarda a scoprire la verità: il ragazzo ha preso una barca assieme ad altri compagni nel tentativo di raggiungere la Spagna. Alcuni testimoni hanno visto al largo la sua barca rovesciata. Qualche giorno dopo, alla festa di nozza fra Ada e Omar, uno sconosciuto appicca il fuoco nella nuova casa degli sposi. Issa, un giovane detective, inizia a indagare sull’incendio e sospetta che Soulemain non sia morto e che si sia voluto vendicare....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un amore struggente perché inappagato riesce a vivere di sogni che sembrano trasformarsi in realtà.
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Il film ha vinto il Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2019, anche se a volte tradisce l’inesperienza (è un’opera prima) dell’autrice
Testo Breve:

A Dakar, Ada ama Soulemain ma lui si avventura in mare per raggiungere la Spagna mentre lei è costretta a sposare un altro. Una struggente storia d’amore (premio della giuria al Festival di Cannes)  che vive più di sogni che di realtà

Il mare, dalla spiaggia di Dakar, è visto in ogni momento della giornata. A volte c’è molta foschia e in un bianco abbacinante si intravedono appena le onde che increspano la superfice. Di sera, è illuminato dalla luna e i ragazzi che si radunano intorno al bancone di un bar improvvisato sulla spiaggia, si attardano a guardarlo.  L’Atlantico è il silenzioso, onnipresente, testimone di questa storia di amore struggente . Il film può esser interpretato come una favola, dove vita e morte, naturale e soprannaturale non si contrappongono ma si uniscono per dare vita a qualcosa di più profondo che fa dire ad Ada, nelle ultime sequenze : ”Il futuro mi appartiene, io sono Ada, io  so chi sono”.

Viene subito in mente La sirena (o Lighea), il racconto lungo di Tommasi di Lampedusa, anch’esso pieno di sensualità e di allusioni a una vita immortale e dove il mare era protagonista, ma lì prevalevano i richiami  a una cultura classica occidentale, mentre qui ci sono molti rimandi a credenze popolari africane. Occorre infatti prendere atto che l’autrice ha un tocco assolutamente originale e nonostante il tema trattato, non c’è ombra di cinefilia occidentale, magari con riferimenti ai tanti film o serial sui morti viventi,

La struttura del film è alquanto composita e non mancano rimandi alla realtà del  Senegal di oggi, come lo può vedere l’autrice Mati Diop, che guarda ormai il suo paese con gli occhi di una parigina. Ecco gli operai di un cantiere che non vengono pagati da mesi senza che nessuna autorità possa intervenire; il desiderio di molti di espatriare in un’Europa più ricca e più giusta; la polizia che fa il suo dovere evitando però di mettersi in urto con i potenti del luogo. Una religione mussulmana che sfocia nella superstizione, come quando viene chiamato un marabutto, un santone del luogo, per esorcizzare certi strani fenomeni che stanno accadendo.  La condizione della donna, costretta ad acconsentire a un matrimonio deciso dai suoi genitori e a sottoporsi a un esame sulla  verginità.

In questo contesto partecipiamo alla storia d’amore fra Ada e Soulemain, la componente più poetica del film,  più suggerita che reale, fatta di sguardi e di baci davanti all’Oceano e dal  desiderio di unire i propri corpi  che può ormai solo rifugiarsi in un sogno a occhi aperti. L’autrice ha arricchito  la sua favola  di un’ambientazione che diventa un elogio alla bellezza e alla sensualità. Sono belli sia le ragazze che i ragazzi protagonisti e alcune scene sono cariche di sensualità ma mai volgari per  sottolineare, l’armonia fra il desiderio del corpo e le aspirazioni dello spirito, che travalicano la materia,  lo spazio e il tempo.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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