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Il film non fa parte di nessuna categoria

THE KARATE KID LA LEGGENDA CONTINUA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/06/2010 - 13:02
Titolo Originale: Karate Kid (2010)
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Harald Zwart
Sceneggiatura: Christopher Murphey
Produzione: James Lassiter, Jada e Will Smith, Columbia Pictures, Jerry Weintraub Productions, Overbrook Entertainmewnt, China Film Group
Durata: 140'
Interpreti: Jaden Smith, Jackie Chan, Taraji Herson, Wenwen Han

Dre Parker è un ragazzo afroamericano di 12 anni, orfano di padre, costretto a  trasferirsi con molto poco entusiasmo da Detroit a Pechino deve la madre ha trovato un nuovo lavoro. L'impatto iniziale è pessimo: viene preso in giro e picchiato da un gruppo di compagni di scuola, esperti di Kung Fu. C'è solo la piccola Meiyng che stabilisce con lui una affettuosa amicizia. Dre riesce a intravvedere una svolta quando scopre che l'anomimo uomo della manutenzione del condominio dove vive, il sig. Han, è un esperto di Kung Fu che accetta di insegnargli le arti marziali per prepararlo al prossimo campionato studentesco...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ha un finale positivo ma alcune scene violente di lotta marziale fra ragazzi di 12 anni non appaiono molto edificanti
Pubblico 
Adolescenti
I combattimenti di Kung Fu, grazie anche a un momtaggio accelerato, sono caratterizzati da crudo realismo con frequenti colpi bassi
Giudizio Artistico 
 
Film realizzato con buon mestiere supportato dalla bravura di Jaden Smith e Jackie Chan. La promozione turistica della Cina è troppo scoperta

Karate Kid è stata una fortunata serie di film (tre in tutto, nel 1984, nel 1986 e nel 1989) per ragazzi e adolescenti che narrava la storia di un sedicenne  orfano di padre costretto trasferirsi con la madre a San Ferdinando Valley e a fronteggiare un gruppo di cattivissimi compagni di scuola: un vecchio saggio giapponese gli insegna le arti marziali dandogli sicurezza e la possibilità di affrontare i suoi avversari.

The Karate kit - La leggenda continua vuole essere il remake, a distanza di 26 anni, del primo film della serie, con la differenza che ora la vicenda è ambientata in Cina e l'arte marziale in questione non è più il karate ma il cinese Kung Fu. E' stato scelto in Italia il titolo di Karate Kid per richiamarsi esplicitamente alla serie precedente.
Il ragazzo risulta essere orfano di padre anche in questa storia ma questa volta madre e figlio si trasferiscono da Detroit a Pechino perchè lei è stata assunta in una fabbrica di automobili locale.

Protagonista indiscusso è Jaden Smith: si, proprio il figlio di Will Smith che abbiamo già visto  assieme al padre ne La ricerca della felicità.    Sia il padre che la madre sono coproduttori del film.

Il film mostra sicuramente alcuni aspetti interessanti: sia il ragazzo che il suo maestro, interpretatato da Jackie Chan sono molto bravi; riusciamo inoltre a soddisfare alcune curiosità su una Cina non più antica ed eroica ma  quella che corrisponde alla vita  di tutti i giorni dei ragazzi cinesi: la scuola (all'ingresso di ogni scuola c'è sempre un poliziotto: non si scherza), le affollatissime palestre di arti marziali, la partecipazione delle famiglie al completo alle feste nazionali, il ping pong praticato nei giardini da qualche vecchio pensionato.

Il film si muove su tre piani paralleli, che avanzano a sequenze alternate: i problemi che Dre deve affrontare a scuola a causa della cattiveria di alcuni compagni e l'allenamento  con il maestro Han; la sua vita privata fatta di rapporti con la madre, costretta a far crescere da sola un ragazzo in una terra straniera e l'amicizia con la coetanea Meiyng che con la sua dolcezza riesce a fargli dimenticare tutte le difficoltà; infine gli inserti più scopertamente turistici sulla Cina: la visita d'obbligo alla  città proibita, la grande muraglia, i templi costruiti  sulle montagne più impervie.

Il finale è positivo, come lo era nel film originario: i buoni vincono e i cattivi debbono ricredersi sul proprio comportamento; ma vi sono alcune differenze che appaiono lievi ma che in realtà sono sostanziali e che modificano il messaggio complessivo che ci viene trasmesso.

Il karate era visto, nell'edizione di 26 anni fa, come impegno sportivo e sopratutto come esercizio di controllo e autodisciplina.  Significativa la prima fase di addestramento del sig. Myagi: la coltivazione delle piante nane. I combattimenti di karate mantenevano l'eleganza tipica dell'esercizio sportivo, senza eccedere in dettagli cruenti.

Nella versione 2010,  il concetto "il Kung fu non è per fare guerra ma per creare pace" è dichiarato solo a parole: molte scene di combattimento hanno dettagli cruenti (colpi allo stomaco, voglia di infierire sull'avversario caduto in terra) aggravate dal fatto che i ragazzi non hanno più 16 anni ma ne hanno 12.

Dre deve affrontare i suoi avversari sul quadrato di combattimento e se lo fa fino all'estremo eroismo (colpito a una gamba continua a combattere)  lo fa perchè "vuole  liberarsi definitivamente dalla paura". Il messaggio  che ne scaturisce ha quindi ben poco di sportivo, del tipo "vinca il migliore" ma è la metafora di una vita dura dove per combattere i propri avversari bisogna armarsi della loro stessa aggressività.

Ridicola se non negativa la figura della madre: assiste al combattimento di suo figlio facendo il tifo ad ogni colpo ben assestato e quando viene ferito non fa nulla per dissuaderlo dalla lotta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LONDON RIVER

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/06/2010 - 12:31
Titolo Originale: London River
Paese: Francia/Gran Bretagna/Algeria
Anno: 2009
Regia: Rachis Bouchareb
Sceneggiatura: Olivier Lorelle, Zoé Galeron e Rachid Bouchareb
Produzione: Tessalit Productions/Arte France/3b Productions/The Bureau
Durata: 87'
Interpreti: Brenda Blethyn, Sotigui Kouyaté

7 Luglio 2005. è una giornata come le altre per Elisabeth Sommers, vedova di mezza età che fatica nella sua fattoria in un’isoletta la largo delle coste britanniche. Almeno finché i telegiornali danno notizia degli attentati kamikaze nella metropolitana e su un autobus a Londra. Non riuscendo a contattare la figlia Jane che vive a Londra, Elisabeth decide di andare in città. Qui inizia una lunga estenuante ricerca che la porterà a scoprire che Jane aveva fatto scelte e incontri di cui era totalmente all’oscuro. La sua storia si intreccia con quella del musulmano Ousmane, anche lui in cerca del figlio Alì, che non vede da quando aveva sei anni. I due ragazzi, infatti, si erano conosciuti e innamorati e così i genitori, superando le reciproche diffidenze, finiranno per condividere angosce e speranze della ricerca…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Legittimo e sacrosanto mostrare come alcuni sentimenti universali siano capaci di unire al di là delle differenze. L'obiettivo è stato però raggiunto edulcorando l’orizzonte in cui le storie dei singoli individui vivono, impedendo così anche al pubblico di affrontare fino in fondo snodi ormai ineludibili della nostra esistenza come il terrorismo
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di intensa emozione
Giudizio Artistico 
 
Il punto di forza del film è nell’immedesimazione di interpreti e personaggi ma non è altrettanto abile nella costruzione della tensione
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOMEWHERE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/06/2010 - 12:00
Titolo Originale: Somewhere
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Sofia Coppola
Sceneggiatura: Sofia Coppola
Produzione: Roman e Sofia Coppola, American Zoetrope
Durata: 98'
Interpreti: Stephen Dorff, Elle Fanning, Laura Chiatti

Il noto attore cinematografico Johnny Marco vive da solo in un albergo di Los Angeles. Esegue pazientemente quanto gli viene richiesto dalla produzione (servizi fotografici, prove di trucco, conferenze stampa) ma nel tempo libero resta rinchiuso in albergo, consumando  ragazze , alcool e qualche pasticca. Un giorno arriva Cloe, la  figlia 11enne per restare con lui una settimana (la madre ha deciso di andarsene dalla città) e questo cambiamento di programma lo costringe a riflettere sul senso della sua vita...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista prende coscienza del vuoto della sua esistenza, ma non ha sufficiente onestà per trovare nell'affetto da portare agli altri la soluzione ai suoi problemi
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo. Descrizione di un ambiente caratterizzato da un consumismo sessuale diffuso
Giudizio Artistico 
 
Sofia Coppola si conferma una lucida e brava regista ma solo il personaggio della piccola Cloe risulta ben riuscito
Testo Breve:

Sofia Coppola, ci racconta una nuova storia di solitudine e desolazione umana nel contesto sfavillante dell mondo del cinema

Dopo la parentesi storico-pop di Marie Antoniette, Sofia Coppola torna alle tematiche e agli stilemi già espressi in Lost in Translation:  la noia esistenziale di un attore di successo, un anonimo albergo che diventa per lui un rifugio dorato, una città tanto sfavillante di luci quanto anonima, una giovane donna (o bambina in quest'ultimo caso) che lo mette, per contrasto, di fronte al vuoto della propria esistenza.

Sofia conferma il suo stile: il suo sguardo è lucido, tagliente: indugia sulle singole inquadrature, quasi a invitare lo spettatore a prendere tempo per  assaporarne i dettagli, per cogliere l'atmosfera dell'ambiente.  Si tratta sicuramente di uno stile autoriale ben caratterizzato che però rischia di risultare non attraente per il grande pubblico.

Se il primo film  era ambientato a Tokio, qui Sofia Coppola gioca in casa (il film non manca di annotazioni autobiografiche); è questo il motivo probabilmente per cui la sua ricostruzione del mondo del cinema di Hollywood si carica di una tagliente quanto amara polemica, tipica di chi lo conosce molto bene e in fondo lo ama: intorno a Johnny  che ha raggiunto il successo si muove una corte di aspiranti attori e attrici desiderosi anche solo di ricevere un saluto da lui ma é sopratutto contro l'universo femminile  che si abbatte il sarcasmo tagliente dell'autrice: tutte le donne che appaiono nel film pare non abbiano altra aspirazione che andarsi a infilare senza troppi preamboli nel letto di Johnny.

Il tema trattato da Sofia è lo stesso nei tre i film: il vuoto della libertà, l'alienazione di protagonisti nella cui esistenza la differenza fra l'essere e l'apparire raggiunge il parossismo:  se Johnny ubbidisce come un automa alla efficiente segretaria di produzione e si presta per ore a sedute di trucco, se esibisce a comando il suo sorriso più smagliante per un servizio fotografico, il Bob di Lost in Translation  asseconda con rassegnata passività tutte le richieste del fotografo che deve realizzare lo spot pubblicitario per cui è stato ingaggiato. Anche Marie Antoniette non sfugge alla regola: una volta assecondata la rigida etichetta di corte, la giovane regina resta disorientata nella sua libertà e non le resta altro che stordirsi con feste prolungate fino al mattino. Se però la giovane regina francese esprime  una vitalità che non trova un punto di applicazione, nel caso di Jonny è proprio la vita che viene meno;  il vuoto che si porta dentro  lascia  spazio solo a un annoiato consumismo sessuale.
Sarebbe forzare le intenzioni dell'autrice il pensare che abbia voluto indicare la decadenza della nostra società  super tecnologizzata  e impersonale (sia che si tratti di Tokio come di Los Angeles)  come la causa principale della passività dell singolo: è più facile che voglia trasmetterci la coesistenza di due crisi in parallelo, di due gusci vuoti che hanno perso la loro sostanza.

L'unico personaggio messo a fuoco in modo superbo è quello della figlia: Cloe ha una vita piena di impegni post-scolastici (danza classica, pattinaggio, tennis, soggiorno estivo in campeggio ) come lo può essere quella di una bambina di famiglia benestante ma ancor più di una figlia di genitori divorziati, che debbono continuamente escogitare qualcosa per tenerla impegnata quando loro hanno altro da fare. Abituata a stare da sola, ha già imparato a cavarsela  in tante cose: sa cucinare, sa programmare le sue attività con il personal computer. Ma dopo la settimana passata con il padre che la lascia all'ingresso del campeggio estivo, la tristezza arriva impetuosa: il suo essere un pacco spostato da un genitore all'altro, il timore che la madre l'abbia ormai definitivamente abbandonata prendono in lei per un momento il sopravvento.

Molto meno riuscita la figura del protagonista: la vicinanza con la figlia finisce per esaltare la sua solitudine, il vuoto di senso che si porta dentro ma Johnny  reagisce con la disperazione, invece di trovare soluzioni più a portata di mano, come lo stare a più vicino a sua figlia

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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