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Il film non fa parte di nessuna categoria

BASTA CHE FUNZIONI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/16/2010 - 10:54
Titolo Originale: Whatever Works
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: Gravier Productions, Perdido Productions, Wild Bunch
Durata: 92'
Interpreti: Larry David, Evan Rachel Wood, Patricia Clarkson

Boris Yellnikoff parla poco del suo passato, quando era un illustre professore di fisica candidato al premio Nobel,  sposato con una moglie ricca che gli consentiva una vita agiata. Ora si ritrova a vivere da solo in un popolare quartiere di New York dopo il divorzio dalla moglie e un tentato suicidio frutto delle sue fobie e di una visione pessimistica sul mondo e sull'umanità. Una sera finisce per prendere in casa, per l'insistenza di lei, Melody, una giovane ragazza scappata dalla casa dei suoi genitori e senza un posto dove dormire. Lei è molto diversa, semplice e senza istruzione, ma qualcosa sta succedendo fra loro due...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autore ribadisce con forza la casualità del mondo, l'inutilità della nostra esistenza; solo il sesso libero ci può dare una parvenza di felicità e ci avvicina gli uni agli altri
Pubblico 
Sconsigliato
Non vi sono scene poco adatte ai minori ma l'autore ci trasmette un messaggio di puro nichilismo
Giudizio Artistico 
 
Woody Allen non ritrova la freschezza delle sue battute e il gusto del racconto, come era accaduto nei suoi ultimi film "europei". Eccesso di verbosità retorica da parte del protagonista

Questa volta Woody ha esagerato. Era nota da tempo, tramite i lavori precedenti, la sua visione pessimistica del mondo: tutta la nostra vita è dominata dal caso, l'umanità è capace solo di atroci crudeltà; non ci resta che cogliere quei pochi attimi di felicità che ci capitano, momenti di amore (e di sesso), ben consci che tutto finirà resto: carpe diem, basta che funzioni, appunto.

Negli ultimi lavori la sua visione restava come sotto traccia: lo spettatore poteva comunque godersi un appassionante thriller: Match Point (che resta il suo lavoro migliore fra quelli più recenti), apprezzare l'ottima interpretazione di tutti i protagonisti in quella variante della tragedia greca che è stato  Sogni e delitti o godersi le battute mordaci di Woody nella commedia-thriller Scoop.
Questa volta invece, recuperando una sceneggiatura vecchia di trent'anni, la sua filosofia, incarnata in un misantropo e saccente alter-ego dell'autore (il fisico Boris),  viene spiattella ad ogni sequenza. Invece di far in modo che sia la storia a comunicarci qualcosa, Woody, denotando una evidente mancanza di ispirazione, usa l'espediente di far commentare a   Boris le vicende che accadono, parlando direttamente rivolto agli spettatori. In quel modo sciorina sentenze sull'inutilità della vita: "Verrà il giorno in cui ti ficcano in una scatola e avanti con un'altra generazione di idioti" e sulla crudeltà dell'uomo, con una battuta decisamente sopra le righe "mio padre si è suicidato perchè i giornali del mattino  lo deprimevano".

Purtroppo da vecchi si diventa un po' ripetitivi e brontoloni e sembra che sia successo proprio questo al nostro, questa volta non tanto, grande autore.

Anche quando Boris finisce per accettare l'idea di sposare Melody (ci sono almeno quarant'anni di differenza fra loro) la sua non può certo venir considerata una classica dichiarazione di amore: "è incredibile: il caso è un fattore della vita sbalorditivo. Tu sei venuta al mondo per puro caso in un posto lungo il Mississipi; io sono il risultato del congiungersi di Sammy ed Enrietta nel Bronx. Per una astronomica concatenazione di circostanze, le nostre strade si sono incrociate. Due fuggiaschi nel vasto, buio, inesprimibilmente violento e indifferente universo".

Woody Allen vivacizza  il racconto con l'arrivo inaspettato della madre e del padre di lei, ora divorziati. L'autore non ha mai fatto mistero di considerare la fede religiosa, di qualsiasi confessione, una semplice superstizione, ma questa volta la sua critica  è grossolanamente sbrigativa e i suoi strali mancano di un minimo di arguzia.
i genitori di Melody sono inevitabilmente dei cristiani bacchettoni che hanno insegnato alla figlia che il sesso è sporco, pregano intensamente e leggono la Bibbia, ma appena arrivati a New York si "convertono" alla gioia liberatoria del sesso: lei si infila disinvoltamente in un menage a trois e lui scopre finalmente la sua vera vocazione: l'amore omosessuale.

La sera di capodanno, quando tutte queste strane coppie si trovano riunite nella sua casa, Boris, come un maestro alquanto pedante, si  rivolge di nuovo al pubblico, sopratutto a quelli di noi un pò tardi a capire, e sciorina di nuovamente il suo messaggio: "quanto odio questi festeggiamenti: tutti voglio disperatamente divertirsi cercando di festeggiare che cosa ? Un altro passo verso la tomba?  Qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a provocare per qualche ora , qualunque temporanea elargizione di grazia vi capiti...basta che funzioni.  E non vi illudete: non dipende per niente dal vostro ingegno umano: più di quanto non vogliate accettare è la fortuna a governarvi. ...  non ci pensate, se no vi viene un attacco di panico".

In fondo ha ragione a parlare di panico: basterebbe abbattere la superba caparbietà con cui il nostro autore si arrocca su posizioni assurde per ipotizzare la più semplice e razionale delle risposte: tutto è stato fatto ed accade nell'ambito di un senso compiuto.

Il film ha una impostazione molto teatrale, secondo lo stile di Woody, con molti dialoghi in interno e pochi esterni circoscritti. La recitazione non è ottimale: Eva Rachel Wood (già vista in Thirteen) carica troppo la sua parte di occhetta ignorante mentre Larry David (Boris) risulta in certi momenti veramente insopportabile, con la sua spocchia e la sua saccenteria. La sceneggiatura  è troppo frettolosa in alcuni passaggi, come nel caso della ricostruzione del primo matrimonio di Boris.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BASTARDI SENZA GLORIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 13:51
Titolo Originale: Inglorious Basterds
Paese: USA, Germania
Anno: 2009
Regia: Inglorious Basterds
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Produzione: A Band Apart, Zehnte Babelsberg Film, Lawrence Bender Productions, The Ewinstein Company, Universal Pictures
Durata: 160'
Interpreti: Brad Pitt, Christoph Waltz, Diane Kruger, Mèlanie Laurent,

1941- c'era una volta la Francia occupata dai nazisti. Il colonnello delle SS Hans Landa ha il compito di stanare tutti gli ebrei per deportarli; raggiunge la casa di un contadino dal quale cerca di avere notizie sulla famiglia Dreyfus,  loro vicini di cui si sono perse le tracce. Il contadino, per salvare la sua famiglia, rivela il loro nascondiglio; vengono tutti uccisi tranne la giovane Shosanna. Nel frattempo viene paracadutato in Francia un drappello di 8 americani di origine ebrea che hanno il solo scopo di uccidere il maggior numero possibile di soldati nazisti prendendosi il loro scalpo come trofeo. 1944-Parigi. Ora Shosanna è diventata proprietaria di un cinema dove si proietterà un film di propaganda alla presenza dello stesso Hitler. L'occasione è ghiotta e gli otto "bastardi" decidono di infiltrarsi per piazzare delle bombe nella sala; ma anche Shosanna ha deciso di vendicarsi dando alle fiamme il suo cinema.....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tarantino conferma la sua passione per la violenza splatter anche se in dosi minori che in passato. Si tratta, ancora una volta di una storia di vendetta senza pietà, incapace di discriminare fra chi è veramente responsabile e chi è innocente
Pubblico 
Maggiorenni
Un soldato legato viene ucciso a colpi di mazza sulla testa. Dettagli sanguinosi su come si prende lo scalpo a un soldato ucciso e su come si sfregia la fronte dei prigionieri con un coltello
Giudizio Artistico 
 
In alcune specifiche scene Quentin Tarantino conferma le sue grandi doti di cineasta ma l'attenzione posta alle singole sequenze va a discapito della compiutezza del racconto globale

Il film è diviso in cinque atti ed il primo è sicuramente il migliore, un capolavoro. Il colonnello tedesco Hans Landa (l'ottimo attore austriaco Cristoph Waltz che ha meritatamente vinto il premio come miglior protagonista a Cannes 2009) è a colloquio a tu per tu con un contadino nella sua fattoria; con fare  gentile  ed affettato, alternando il francese all'inglese, il colonnello vuole sapere dove si è nascosta la famiglia ebrea Dreyfus. Le parole del colonnello, ammantate di falsa cortesia, pesano come il piombo e  Tarantino gioca su tre sponde: quella del tedesco che mentre parla cerca di carpire le minime reazioni del padrone di casa; quest'ultimo che calibra ogni sua parola, preoccupato per l'incolumità della moglie e delle due giovani figlie e lo spettatore stesso, che sa che proprio sotto gli assi di legno dove avviene la conversazione è nascosta la famiglia ebrea al completo. Alla fine il contadino cederà: non per una violenza fisica ma sopraffatto da una elegante tortura linguistica.

Quentin Tarantino è bravo proprio in questo gioco di dialoghi carichi di minaccia e forse sapendolo, ci tiene a replicarsi: il quarto atto si svolge in una taverna dove a un tavolo ci sono dei soldati tedeschi che festeggiano la nascita del figlio di uno di loro e all'altro soldati americani ed inglesi  travestiti dai ufficiali tedeschi per incontrare l'attrice tedesca Bridget Von Hammersmark che fa il doppio gioco. Ancora una volta un ufficiale delle SS si avvicina per brindare con loro ma sappiamo che da un momento all'altro la sua affettata cortesia si può trasformare in una esplosione di violenza.

Il lungo film è diviso in cinque atti non perché si tratti di un film a episodi, né tanto meno per la necessità di gestire una storia che sarebbe risultata troppo lunga; in realtà Tarantino, con il suo grande senso del cinema, è particolarmente efficace nella singola sequenza, nella singola inquadratura (molto bella quella in cui Shosanna si veste e si trucca con cura per la sera della sua grande vendetta: quasi la vestizione rituale di un torero) ma non riesce a raccontare una storia compiuta, sopratutto a presentarci uomini e donne vere che sanno soffrire, amare o pentirsi. Solo la figura del colonnello Hans Landa è ben tratteggiata nella sua lucifera furbizia, colto ed elegante nelle  forme verbali ma pronto a esercitare la  violenza quando è necessario.
I capitoli più brutti sono proprio quelli che riguardano gli otto bastardi del titolo: si tratta di otto americani di origine ebrea che hanno dei conti da regolare con la giustizia e  che sono arrivati  in Francia con il solo scopo di ammazzare il maggior numero di nazisti, anzi, per sfregio, di  portar via il loro scalpo. C'è in loro un cieco spirito di vendetta, incapace di distinguere il nazista responsabile dal semplice soldato che fa il suo dovere. Un attore come Brad Pitt è sprecato nella sua monolitica e stupida crudeltà. La scena più odiosa è proprio quella in cui un soldato tedesco che si rifiuta di rivelare le postazioni dei suoi commilitoni viene ucciso a colpi di mazza da baseball in testa (e si vedono).

E' inutile cercare in questo film qualche riferimento a storie realmente accadute: ci troviamo di fronte a un altro parto del mondo di Quentin Tarantino, che si nutre unicamente di cinema e di fumetti;  non ha altra ambizione che quella di vivere la sua vita effimera nell'arco delle  due ore e mezza della proiezione . Se è vero però che anche semplici favole sono in grado di far trasparire messaggi universali, nel caso di questo film Tarantino sembra  volerci indicare, come in altre sue opere, che l'unico modo per ristabilire un equilibrio è quello di una vendetta senza pietà.
I riferimenti ad altri film  sono innumerevoli: a cominciare da Quel maledetto treno blindato - 1978  - regia di Castellani il cui titolo inglese è appunto Inglorious Bastards ma anche Quella sporca dozzina, Duello al sole e Viale del tramonto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DISTRICT 9

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 13:42
Titolo Originale: District 9
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Neill Bloomkamp
Sceneggiatura: Neill Bloomkamp e Terri Tatchell
Produzione: Peter Jackson e Carolynne Cunningham per Tristar/QED International/Block-Hanson/Wingnut Films
Durata: 112'
Interpreti: Sharlto Copley, Jason Cope, David James, Vanessa Haywood

Un giorno nel cielo di Johannesburg compare un’astronave aliena in panne. All’interno un milione di alieni dall’aspetto di grossi gamberi su due zampe, che vengono collocati in una sorta di campo profughi alla periferia della città, un luogo che ben presto si trasforma in uno slum. Quando vent’anni dopo il numero crescente di “gamberi” ha portato la tensione con l’opinione pubblica a livelli insopportabili, il governo decide di “ricollocarli” e incarica una corporation internazionale, la MNU,  di provvedere. L’incaricato è Wikus van  de Merwe, un burocrate inetto. L’operazione inizia ma non tutto va come dovrebbe e Wikus viene contaminato da un fluido alieno. Mentre Wikus subisce una progressiva trasformazione diventa l’obiettivo di una feroce caccia da parte della MNU, dei trafficanti d’armi e degli stessi alieni…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questa storia, quasi fino al finale, non c’è davvero nessun buono da salvare: gli uomini e gli alieni si avvicineranno solo grazie al riconoscimento reciproco dei legami familiari
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di violenza splatter, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Il film mescola intelligentemente gli stereotipi visivi e narrativi del genere fanta-horror con un approccio antieroico e ironico che trasforma il racconto di fantascienza su una riflessione politically uncorrect sull’Altro e la difficoltà tutta umana a farci i conti.

Coprodotto dalla Wingnut del geniale Peter Jackson, questo film di basso costo girato come un mockumentary (un falso documentario con tanto di interviste, riprese televisive e approfondimenti) di inchiesta e interpretato da attori sconosciuti mescola intelligentemente gli stereotipi visivi e narrativi del genere fanta-horror con un approccio antieroico e ironico che trasforma il racconto di fantascienza su una riflessione politically uncorrect sull’Altro e la difficoltà tutta umana a farci i conti.

Gli alieni (da notare che in inglese il termine è lo stesso utilizzato per indicare gli immigrati clandestini…) non hanno nulla né della tenera gentilezza di ET, né della temibile pericolosità di tanti loro predecessori, e sembrano non avere neppure un piano. Sono profughi, brutti e sporchi come ci aspetteremmo che fossero e, dopo vent’anni in un campo profughi che non ci mette molto a trasformarsi in una prigione, non hanno acquisito se non minimi tratti di umanità: sembrano comprendere la lingua dei terrestri, ma si esprimono quasi a versi, mangiano cibo per gatti, si riproducono in modo indiscriminato, e sono vittime consenzienti dei traffici della gang di nigeriani che infestano il loro slum.

Di fronte a questa situazione l’operazione di ricollocamento potrebbe sembrare un gesto umanitario, ma il modo in cui ci viene presentata fin dall’inizio, la statura davvero antieroica del protagonista incaricato di eseguirlo, la presenza di interessi nascosti, sono un sicuro indizio di prossimo disastro.

In questa storia, quasi fino al finale, non c’è davvero nessun buono da salvare: Wikus è un incompetente, vigliacco, non meno “razzista” dei suoi colleghi militari nel trattare i gamberi (lo vediamo divertirsi ad eliminare le uova di alieno, offrire dolcetti ai bambini come se si trattasse di scimmie, far firmare liberatorie fasulle e sorvolare sulle molte violenze), e solo il confronto con la totale mancanza di scrupoli dei suoi superiori (tra cui il suocero, che cerca chiaramente di levarselo di torno) e le disgrazie che gli piovono addosso ci permettono di provare un po’ di simpatia nei suoi confronti.

Non che l’imprevista mutazione genetica (provocata da un ennesimo atto di incompetenza) cambi radicalmente il carattere dell’uomo, che tenta solamente di salvarsi la pelle a spese di chiunque, e ha un unico tratto di vera umanità: l’affetto incrollabile verso la moglie e il desiderio di tornare alla sua famiglia.

Sarà proprio questo sentimento ad avvicinarlo ad un alieno, Christopher Johnson (significativamente è l’unico dei gamberi ad avere un nome proprio), che sogna di riportare i suoi, ma soprattutto il figlioletto, sul suo pianeta. A permettere il dialogo con l’Altro non saranno certo le buone intenzioni del politically correct e neppure un astratto discorso etico, ma il riconoscimento reciproco dei legami affettivi (la moglie per Wikus, il figlio per Christopher).

Sarà un’insolita alleanza contro tutti (la mutazione di Wikus lo ha reso l’unico umano in grado di utilizzare la straordinaria tecnologia militare aliena e quindi una preda irresistibile per l’MNU e i trafficanti), non priva di contrasti, che ci conduce per la strada dei più tradizionali racconti di fantascienza, ma sempre con un tocco di scorrettezza che impedisce all’omaggio di diventare semplicemente un cliché.

La metafora politica è trasparente, come pure l’ironia sull’uso dei media, sulle pretese di umanità che si scontrano con la dura realtà degli immigrati che tutto possono essere tranne che figure da cinema di genere.

L’operazione potrebbe limitarsi ad essere un gioco al massacro un po’ intellettualistico se tutto si risolvesse in una messa alla berlina generale. Invece nel finale il regista e sceneggiatore ci regala una svolta poetica “umanistica” e quasi poetica, lontana anni luce dal finale psichedelico di Incontri del terzo tipo, matanto più interessante dopo un bagno liberatorio da retorica e cliché di ogni genere e provenienza.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: CIELO
Data Trasmissione: Lunedì, 20. Gennaio 2014 - 21:10


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LA RAGAZZA CHE GIOCAVA CON IL FUOCO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 13:33
Titolo Originale: Flickan som lekte med elden
Paese: Svezia
Anno: 2009
Regia: Daniel Alfredson
Sceneggiatura: Jonas Frykberg dall’omonimo romanzo di Stieg Larsson
Produzione: Soren Staermose per Yellow Bird
Durata: 129'
Interpreti: Michael Nykvist; Noomi Rapace

Un giovane giornalista arriva alla rivista Millennium proponendo al redattore Michael Blomqvist i risultati di una sua indagine sul traffico di ragazze dai Paesi dell’Est. E’ l’inizio di una serie di omicidi, di cui verrà inizialmente incolpata Lisbeth Salander. Blomqvist non crede alla sua colpevolezza e si mette invece sulle tracce di un personaggio dal passato oscuro.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film punta tutto sugli effetti di suspense, su qualche scena violenta e di azione, su una spruzzata di sesso e di qualche perversione.
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza con accenni di sadismo, scene di nudo e/o a contenuto sessuale.
Giudizio Artistico 
 
Il film è un thriller i cui meccanismi tutto sommato funzionano, ma che non ha neanche gli scarsi elementi di riflessione e di critica sociale che aveva il primo film.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN AMORE ALL'IMPROVVISO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 13:13
Titolo Originale: The Time Traveler’s wife
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Schwentke
Sceneggiatura: Jeremy Leven e Bruce Joel Rubin (dal romanzo di Audrey Niffenegger)
Produzione: Brad Pitt e Brad Grey, Dede Gardner, Nick Wechsler per New Line Cinema e Plan B Films
Durata: 112'
Interpreti: Eric Bana Rachel McAdams, Hailey MCann

Henry DeTamble è un bibliotecario, si occupa di libri rari, ma soprattutto viaggia nel tempo: a causa di un disturbo genetico, infatti, si trova a vagare avanti e indietro nella propria vita e in quella degli altri, ritrovandosi tra un passaggio e  l’altro sempre senza vestiti... È così che conosce la sua futura moglie Claire quando lei ha solo 6 anni e lui 38, diventandone prima il migliore amico poi il principe azzurro. Inizia così la storia d’amore di tutta una vita, fatta di sfide continue, attese e separazioni, che diventeranno ancora più drammatiche quando Claire scoprirà di aspettare un figlio…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Se certamente è positivo il messaggio pieno di speranza della pellicola (coloro che amiamo e che ci amano sono comunque accanto a noi al di là dei limiti del tempo e dello spazio), quello che lascia un po’ delusi, è la mancanza un seppur minimo senso di vera trascendenza.
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena di nudo, una scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
I due attori protagonisti, Eric Bana e Rachel McAdams sono credibili nei loro ruoli di innamorati, anche all’interno di una vicenda che accumula con leggerezza una serie di contraddizioni e paradossi insolubili, ma all’occorrenza sa anche giocarci sopra.

Tratto da un romanzo di successo di qualche anno fa, Un amore all’improvviso (titolo destinato a vincere il primo premio per la peggiore traduzione dall’originale) inizia come una commedia romantica e si avvia ben presto, come il presupposto lascia chiaramente immaginare, per le vie del melodramma. Quale amore più contrastato di quello tra una donna normale e un uomo destinato ad apparire e scomparire in diversi piani temporali, capace di vedere passato e futuro, viaggiare nella vita di coloro che ama, ma senza mai poter intervenire per cambiarla, anche nei momenti più drammatici?

Un dono (un’anomalia genetica finisce per definirla il medico del protagonista) che può rivelarsi una benedizione o una maledizione. Herry ha rivissuto centinaia di volte senza poterla impedire la morte dell’amata madre cantante lirica, ma ha anche incontrato la propria futura moglie bambina, e chiacchierato con la propria figlia quando lei non era ancora nata, ha “saltato” il proprio matrimonio ma lo ha anche rivissuto da vecchio.

La pellicola sfrutta abilmente i particolari più surreali dei viaggi nel tempo di Harry soprattutto in commedia nella prima parte (Henry arriva nudo ovunque e questo causa più di un incidente nella sua continua ricerca di vestiario), per poi affrontare i corollari più drammatici della sua condizione man mano che procede, alternando il punto di vista suo e di Claire ma conducendo comunque con una certa sicurezza lo spettatore lungo il percorso del loro amore così cronologicamente impegnativo.

I due attori protagonisti, Eric Bana (che quando si aggira nudo per boschi e città fa venire in mente Hulk) e Rachel McAdams (abbonata alle storie d’amore eterne e difficoltose) sono credibili nei loro ruoli di innamorati, anche all’interno di una vicenda che, come tutte quelle che hanno a che fare con i viaggi nel tempo, accumula con leggerezza una serie di contraddizioni e paradossi insolubili, ma all’occorrenza sa anche giocarci sopra.

Quello che lascia un po’ delusi, in una storia che naturalmente porta con sé domande sul destino, sul senso dell’amore e il suo rapporto con il tempo e l’eternità, manchi un seppur minimo senso di vera trascendenza. Se certamente è positivo il messaggio pieno di speranza della pellicola (coloro che amiamo e che ci amano sono comunque accanto a noi al di là dei limiti del tempo e dello spazio) spiace che ad un “dono” particolare come quello di Harry né lui né Claire cerchino mai di dare un senso o un significato che vada oltre una sfortunata combinazione genetica, anche quando questo mette seriamente in pericolo la vita dei loro futuri figli. Tanto che ad un certo punto, di fronte alla testarda pretesa di una maternità naturale che sembra impossibile da parte di Claire, lui prende solitario la decisione di sterilizzarsi. Anche se poi un concepimento avviene ugualmente grazie ad uno dei sopraccitati paradossi…

E poi però non sembra possibile che sia un caso la scelta del canto che apre la pellicola sulla bocca della madre di Harry e che la famiglia del protagonista ascolta a Natale e la piccola Alba ripete per “ancorarsi” ad un momento del tempo quando il suo corredo genetico la sta per “Far viaggiare”, sia un canto natalizio che parla di una nascita miracolosa che porta la salvezza al mondo. Un bambino che nasce come un fiore bello e atteso (e questo è certamente un film che parla del mistero dell’attesa così strettamente legato all’amore) capace di dare la speranza al mondo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE MIE GROSSE GRASSE VACANZE GRECHE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 12:49
Titolo Originale: My life in ruins
Paese: USA, Spagna
Anno: 2009
Regia: Donald Petri
Sceneggiatura: Mike Reiss
Produzione: Tom Hanks
Durata: 95'
Interpreti: Nia Vardalos, Richard Dreyfuss, Alexis Georgulis

Georgia fa la guida turistica nella natia Grecia, ma ha perso il kefi (la sua forza vitale) e le sue spiegazioni, accurate e puntuali, non riscuotono lo stesso successo di quelle, caciarone e ad effetto, di un suo collega, che così riesce puntualmente ad assicurarsi i gruppi migliori. Ma proprio quanto Georgia è sul punto di mollare tutto, un viaggio con un assortimento di viaggiatori particolarmente bizzarro e un insolito e intraprendente autista metteranno in crisi le sue convinzioni.…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lo spunto del film sul confronto fra culture si riduce alla necessità della protagonista di lasciarsi andare, una resa alla sensualità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene sensuali, linguaggio a tratti volgare.
Giudizio Artistico 
 
Il film non va molto oltre il cliché in questa commedia etnica e tutti i personaggi finiscono per restare delle semplici macchiette funzionali alle svolte del plot o alla creazioni di gag non sempre divertenti.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VIOLA DI MARE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 12:39
Titolo Originale: VIOLA DI MARE
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Donatella Maiorca
Sceneggiatura: Mario Cristiani, Donatella Diamanti, Donatella Maiorca, Pina Mandolfo e Giacomo Pilati dal romanzo Minchia di re di Giacomo Pilati
Produzione: Maria Grazia Cucinotta, Giovanna Emidi, Silvia Natili e Giulio Volati per Italian Dreams Factory
Durata: 105'
Interpreti: Isabella Ragonese, Valeria Solarino, Ennio Fantastichini

Angela è nata e cresciuta su una piccola isola siciliana nel XIX secolo. È vessata da un padre padrone (titolare della cava di tufo da cui dipende il benessere di tutti gli abitanti) che avrebbe voluto un figlio maschio. Insofferente alle regole imposte alla donne, Angela si innamora dell’amica d’infanzia Sara, dapprima spaventata, poi conquistata dalla forza del suo sentimento. In nome di questo amore Angela rifiuta il matrimonio con l'uomo che suo padre ha scelto per lei e per questo viene segregata in una grotta. Ma di fronte alla sua tenacia, la madre, da sempre sottomessa, se ne esce con uno stratagemma: d’ora in avanti Angela diventerà per tutti Angelo, dovrà travestirsi da uomo e così potrà coronare il suo amore. Ma il futuro ha in serbo un crudele destino…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sfruttamento morboso di un tema "caldo" analizzato con particolare superficialità
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di sesso etero e omosessuale e di nudo.
Giudizio Artistico 
 
Il film si distingue per l’assoluta incapacità di lavorare sui conflitti che diano corpo e interesse ad una vicenda in cui la caratterizzazione dei personaggi finisce per essere un optional
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LO SPAZIO BIANCO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 12:33
Titolo Originale: LO SPAZIO BIANCO
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Francesca Comencini
Sceneggiatura: Francesca Comencini, Federica Pontremoli
Produzione: Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango in collaborazione con Rai Cinema
Durata: 98'
Interpreti: Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Maria Pajato

Maria, ormai sulla quarantina, è una donna sola, vive a Napoli e fa l'insegnante nelle scuole serali.  Una sera a cinema incontra un giovane (un ragazzo-padre) con il quale inizia una relazione.  Rimasta incinta e abbandonata dall'uomo, ha una gravidanza difficile e partorisce al sesto mese. La bimba vive ora in un'incubatrice per completare i tre mesi di gestazione che le mancano. La prognosi è incerta e a Maria non resta che aspettare accanto alla sua piccola...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autrice ci regala un inno alla vita che però resta incompiuto nella caparbia visione di una filiazione di esclusiva competenza femminile
Pubblico 
Adolescenti
Il tema trattato potrebbe destare apprensione nei più giovani
Giudizio Artistico 
 
Francesca Comencini riesce a scavare nell'animo della donna e la segue nel suo alternarsi di speranza e di distaccata rassegnazione

Maria torna a casa con le immagini dell'ecografia che rivelano inconfutabilmente il suo stato di gravidanza. Le mostra ad un amico che dice: "E' un bel bimbo" "Che stupido - replica lei- è solo un'ombra"; " E' una bella ombra" insiste lui. Inizia in questo modo per Maria questo progressivo, molto lento, accorgersi della presenza dell'altra, di sua figlia.

Appena  nata viene collocata all'interno di un'incubatrice;  c'è ma non c'è, così separata dalla madre e dal resto del mondo da tanti tubicini, vetri, monitor a cui è affidato il responso sul suo incerto destino.
Maria mantiene ancora le distanze, per lei è solo un'ombra di vita: "aspetto che nasca o che muoia, non lo so"  confida ad un'amica .
Quando il medico le propone di mettere davanti all'incubatrice un allegro cartoncino con il nome della bimba, lei all'inizio rifiuta: in fondo è lei  la madre e lei sa bene come si chiama, non occorre che lo sappiano altri. Alla fine  accetta, e prega il dottore di scriverci sopra "Irene".  E' il primo momento in cui Maria ne riconosce l'identità di persona a se stante, non più una sua indefinita appendice.

"Lunedì le staccheremo i tubi": Maria viene informata dal medico che è arrivato il momento di scoprire se Irene è in grado di respirare da sola.  Solo allora, poche ore prima del momento fatidico, Maria diventa realmente madre e come tutti i genitori, si sente schiacciata da un evento misterioso che supera se stessa, che non può controllare, totalmente dipendente da qualcosa, da qualcun Altro che ha in mano il destino suo e di sua figlia e di fronte al quale sente il bisogno di mettersi a nudo, di confessarsi, di promettere qualsiasi cosa pur di avere sua figlia viva: "avrei voluto essere più paziente, più umile, più dolce, più buona. E lo sarò sai, io non avrò più fame né sete,  la porterò sempre con me: me la porto al cinema, alle manifestazioni, ovunque la porto! Imparerò a fare le pappe, i bagnetti, la porterò al giardino a giocare tutto il giorno. Io ce la posso fare, io ce la voglio fare".

Francesca Comencini ha raccontato con grande partecipazione una storia sulla forza primordiale della vita e sulla donna, vista come  la principale testimone di quest'evento al contempo affascinante e misterioso.

In un'intervista al Venerdì di Repubblica del 16 ottobre l'autrice ha dichiarato: "nessuna donna è pro-aborto: è un nonsense, perché le donne sono le guardiane della vita. Questo film è un inno alla vita: celebrarla è compito dell'arte".

Occorre però sottolineare che per Francesca Comencini, (ma anche per sua sorella Cristina, alleate nella stessa "battaglia")  esaltare il valore della vita non vuol dire affatto sostenere il matrimonio e la famiglia.

Maria, appena saputo di essere incinta, rimasta senza l'appoggio del padre che non gradisce la responsabilità di questa nascita, si confida a un amico: "Come faccio adesso? Lo faccio da sola?". "Da sola hai fatto sempre tutto." le risponde l'amico.

Una solitudine non per accidente ma per scelta. E' questo il tipo di donna a cui fa riferimento la nostra autrice: sensibile si, rispettosa della vita (Maria non ha voluto una figlia, ma quando è stata cosciente dell'avvenuto concepimento, non ha dubitato un attimo nel portare avanti la gravidanza) ma sessualmente libera e sciolta da ogni legame. Di Maria conosciamo tre uomini, che lei ha avuto in momenti diversi ma da quello che vediamo sono degli incontri di reciproca momentanea intesa, dove ognuno resta se stesso; manca qualsiasi progettualità per una vita in comune, per un'intesa più profonda.
Sul tema della maternità, così importante per lei, gli uomini svolgono al più la funzione di fuchi riproduttori. La filiazione è competenza esclusiva delle donne.
Cristina Comencini non ha un atteggiamento diverso: nell'ultima scena del film Il più bel giorno della mia vita (in senso ironico si tratta del giorno della prima comunione) la bambina protagonista, nel vedere tutti i tradimenti di cui sono capaci i grandi, sentenzia: "non so se avrò voglia di  sposarmi, ma voglio potermi sentire  madre per sempre".

La solitudine quindi, una solitudine anche titanica, se necessario, come viene adombrata nella figura della donna-magistrato vicina di casa, che vive da sola perennemente circondata dagli uomini della scorta. Un magistrato che ha lasciato da tre anni la famiglia ("anche un bambino di 10 anni, che avrebbe bisogno di me",sottolinea lei stessa) perché sta seguendo il caso di un suo collega che è stato ucciso.
Si comprendono in questo modo le dichiarazioni fatte da Francesca nel ritirare il premio Gianni Astrei-prolife. promosso  dal Fiuggi Family Festival e dal Movimento per la Vita: la regista ha confermato il suo sostegno alla libera scelta delle donne, sull'aborto come sulla RU486. La contraddizione presente nelle sue dichiarazioni (la donna come guardiana della vita, ma anche la donna libera di abortire) derivano dalla sua incapacità di conciliare un istintivo senso della maternità con il principio di una sessualità libera da ogni legame.

Non resta che auspicare a Francesca, che con tanta sensibilità ci ha raccontato la bellezza della vita che nasce e del suo insondabile mistero, che faccia un passo avanti sulla strada della coerenza; riconosca che è bello sperare che tutte le donne si sentano guardiane della vita e che  sia giusto che i figli abbiano non uno, ma due genitori.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LEBANON

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 12:21
Titolo Originale: Levanon
Paese: Israele
Anno: 2008
Regia: Samuel Maoz
Sceneggiatura: Samuel Maoz
Produzione: Metro Communications, Ariel Films
Durata: 94'
Interpreti: Yoav Donat, Itay Tiran, Oshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss

Guerra del Libano, 1982. In un tank israeliano ci sono tre soldati e un ufficiale, tutti giovani e tutti, tranne uno, alla loro prima battaglia. Ygal è il guidatore, Samuel l'artigliere, Herzl l'inserviente al pezzo, Assi il comandante. Il carro si deve unire a una squadra di soldati che ha il compito di ripulire dai terroristi un villaggio già "spianato" dall'aviazione israeliana. Tutta la missione viene vista in soggettiva dall'interno del carro è l'unico mezzo di contatto con l'esterno è il visore dl cannoniere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I quattro protagonisti non mostrano alcun odio nei confronti dei loro nemici e il loro senso di solidarietà abbraccia commilitoni e avversari
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di ferite di guerra possono impressionare i più piccoli. Una rapida scena di nudo femminile. L'agonia di un asino mortalmente ferito. Un racconto a sfondo erotico. VM 14
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di tutti i protagonisti e originale messa in scena che consente allo spettatore di sentirsi al centro della battaglia

Lebanon è il frutto di un desiderio prolungatosi 26 anni di Samuel Maoz,  regista esordiente israeliano.  Aveva venti anni quando fu arruolato come artigliere in un carro armato e mandato a combattere in Libano. Come Ari Forman per il suoValzer con Bashir, Maoz ha sentito il bisogno di liberarsi da una esperienza  traumatica che  ha  segnato  la sua giovinezza.

L'autore utilizza un approccio sicuramente originale nel cercare di ricostruire con il massimo realismo ciò che a quel tempo aveva provato. La prima soluzione è sta quella di una rigorosa soggettiva all'interno del carro armato, di cui con il tempo finiamo per conoscere tutti gli angoli: dal pavimento perennemente coperto di gasolio dove galleggiano mozziconi di sigarette ai contenitori sigillati, sparsi alla rinfusa, usati dai carristi per urinare.  La seconda nota realistica è quella dell'incertezza, della confusione, dell'errore. Il piano della giornata in territorio libanese era stato definito al minuto da comando militare, ma la squadra di soldati con il tank di appoggio finisce per  perdersi nel territorio nemico, per raggiungere un paese sbagliato, per attendere comandi e chiarimenti che non arrivano.

All'interno di questa scatola sporca e maleodorante quattro uomini si parlano e litigano in modo totalmente trasversale rispetto alle loro funzioni ufficiali: il comandante, alla sua prima missione, è proprio quello più insicuro, geloso del servente al pezzo che ha molta più esperienza. L'artigliere, uscito dal campo perfettamente addestrato, si emoziona al momento di dover uccidere sul serio un essere umano mentre  il pilota, che non sa mai dove realmente sta andando, ha un solo desiderio: comunicare a sua madre che sta bene. Nel mondo che sta al di fuori, visto attraverso il mirino del cannone, si svolge la guerra con le sue  atrocità: civili uccisi per sbaglio, soldati che giacciono a terra con orribili ferite, animali in agonia La grazia di un rapido nudo femminile sembra inserito apposta dal regista per spezzare la monotonia  dei tanti primi piani dei volti sudati e sporchi dei quattro carristi.

Se possiamo apprezzare l'inventiva con cui il regista ha voluto ricostruire per se e per noi spettatori, quell'esperienza vissuta tanti anni fa, globalmente il film non sembra affatto realistico.

C'è qualcosa di strano, di irrealistico appunto, nel comportamento di questi quattro soldati. Vanno alla guerra totalmente ignari di dove stanno andando e perché. Non c'è mai astio verso il nemico e la parola palestinese non viene mai pronunciata; nell'attraversare un paese libanese fanno riferimento a "possibili terroristi". Addirittura uno dei ragazzi chiede: "chi sono i falangisti?"
Un siriano che è stato fatto prigioniero dopo aver danneggiato seriamente il carro con un razzo, viene trattato con grande umanità e gli viene procurata della morfina per lenire il dolore delle ferite. Il comandante dell'intera operazione, totalmente impegnato a gestire una situazione diventata critica, ha il tempo di chiedere, per telefono, che venga avvisata la mamma del guidatore Ygal.

Sono tutti dettagli che hanno fatto salutare questo film come un'opera contro la guerra, contro tutte le guerre.
Non vorrei deludere gli entusiasmi di tanti pacifisti, ma la mia opinione è leggermente differente.

Per tanti anni ci siamo assuefatti ai film di guerra di produzione americana: da Okinawa a I berretti verdi, al più recente  Pearl Harbor,  dove i nostri eroi, intrepidi e  un po' spacconi, riescono ad aver la meglio contro "gli sporchi musi gialli" e in questo modo celebrano le glorie del loro paese.

Mi sembra  di poter dire che i registi  israeliani hanno introdotto un nuovo stile nei film di guerra, dove però il fine è lo stesso: l'apologia del proprio paese. Mi riferisco. oltre che a Lebanon,  alla loro produzione più recente come Valzer con Bashir e  Kippur.

Rivolgendosi ai giovani d'oggi, questi registi comprendono bene che il militarismo è totalmente estinto grazie anche a una maggiore sensibilità verso il valore dell'essere umano, in divisa o civile che sia. Le guerre e le incomprensioni, le ostilità però continuano in quella tormentata terra, adesso come 27 anni fa  e in questi film si evita di affrontare con coraggio il tema delle cause che tuttora permangono e di cosa può essere fatto per evitarle.
La guerra, per brutta che sia, è vista come un dato di fatto e per questi autori non resta altro di positivo da fare che avere la massima comprensione verso chi ne rimane coinvolto.

E' sintomatico il fatto che in Lebanon come in Valzer con Bashir gli unici veramente cattivi siano i cristiano-libanesi (per fortuna nella versione italiana non sono state sottotitolate le minacce che un falangista fa in arabo al prigioniero siriano: la sensazione sarebbe stata più netta). Anche l'atteggiamento di Maoz verso i palestinesi è dicotomico: grande sensibilità verso le popolazioni civili vittime della guerra ma appena si trova a fronteggiare dei palestinesi in armi questi, etichettati come terroristi, usano delle donne come scudo umano.

Va molto bene non nascondere le atrocità della guerra, ma occorrerebbe avere più coraggio. Questa mancanza di autocritica o almeno l'impegno di guardare con imparzialità  la realtà delle guerre in Medio Oriente non contribuisce a mio avviso a  fare passi avanti verso la pace.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGGI SPOSI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 12:10
Titolo Originale: OGGI SPOSI
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Luca Lucini
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci, Fausto Brizzi, Marco Martani
Produzione: Riccardo Tozzi, Marco Chimenez, Giovanni stabilini per Cattleya
Durata: 118'
Interpreti: Luca Argentero, Moran Atias, Dario Bandiera, Carola Crescentini, Francesco Montanari, Filippo Nigro, Gabriella Pession, Michele Placido, Renato Pozzetto, Lunetta Savino, Hassani Shapi

Quattro coppie di fidanzati decisi a sposarsi ma tutti con qualche problema da superare: Nicola, di mestiere commissario di polizia, vuole sposare la bella figlia dell'ambasciatore indiano, ma deve vedersela con il padre pugliese, un  rozzo campagnolo (Michele Placido); Salvatore e Chiara lavorano in un ristorante come precari, sono senza soldi e vorrebbero celebrare un matrimonio molto semplice, ma tutti i parenti che verranno dalla Sicilia credono che Salvatore abbia fatto fortuna; il finanziere truffaldino Attilio ha deciso di fare un matrimonio di pura facciata con la soubrette Sabrina per rilanciare le sue malferme società; l'austero pubblico ministero Fabio scopre che la giovane Giada che sta per sposare per puro interesse suo padre, ha un certo fascino...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Alla fine gli sposi (quelli che si amano veramente) vivranno felici e contenti. Rapporti solidali fra genitori e figli. Peccato che la storia si adegua a certi comportamenti correnti, come la convivenza prematrimoniale e l'equivalenza di una coppia omosessuale con i giovani in procinto di sposarsi
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile; situazioni volgari ma non al livello del genere "Vacanze di Natale a..."
Giudizio Artistico 
 
Un prodotto industriale di discreta fattura con validi protagonisti; innesca meccanismi elementari ma con una sua certa energia comica
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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