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Il film non fa parte di nessuna categoria

THE HURT LOCKER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 12:56
Titolo Originale: The Hurt Locker
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura: Mark Boal
Produzione: Kathryn Bigelow, Mark Boal, Nicolas Chartier, Greg Shapiro, Donall Maccusker per First Light Production / Kingsgate Films
Durata: 131'
Interpreti: Guy Pearce, Ralph Fiennes, Jeremy Renner, Anthony Mackie

Dopo la morte del loro superiore in azione, ai soldati Sanborn e Eldridge, specializzati nel disinnesco di bombe sulle strade di Baghdad, viene assegnato come caposquadra l’artificiere Will James, che, come scopriranno presto i suoi compagni, vive il suo lavoro con una sorta di esaltazione che si fa beffe della morte sua e degli altri. Dapprima impauriti e respinti dalla sua follia, i due ne vengono a poco a poco a poco conquistati, ma la dipendenza dal rischio potrebbe essere la loro rovina…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autrice porta alla luce una realtà ostica ai più: la guerra, purtroppo, non è solo il frutto di perversi meccanismi economico sociali, ma è anche un “gusto” iscritto nella natura umana, che è pericoloso risvegliare.
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Molte scene di violenza ed estrema tensione, turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Il film della Bigelow è, come al suo solito, un concentrato di adrenalina ma propone anche un’acuta analisi della psicologia di uomini esposti ogni giorno a rischi altissimi

Firmato dalla penna dello stesso giornalista autore dell’articolo che ha ispirato l’ultimo bel film di Paul Haggis, La valle di Elah, l’ultimo adrenalinico film di Kathryn Bigelow è un ennesimo studio sulla dipendenza (dopo il suo capolavoro Strange Days). Se tredici anni fa Ralph Fiennes si ubriacava di ricordi, per l’artificiere super specializzato James (tra Afghanistan e Iraq ha già disinnescato più di ottocento bombe) la droga è il rischio mortale che affronta ogni volta che, sotto la mira potenziale di cecchini e attentatori, mette le mani tra intrichi sempre più complicati di fili ed esplosivo.

Una sfida che James affronta senza apparente ansia (se non quando l’ordigno in questione si trova nel ventre di un bambino che scambia per il piccolo venditore di DVD con cui aveva fatto amicizia) e con una testardaggine quasi fanciullesca che desta giustificate paure nei suoi compagni, uno dei quali già traumatizzato dalla morte del precedente caposquadra (Guy Pearce in cinque intensissimi minuti di performance).

Il film della Bigelow è, come al suo solito, un concentrato di adrenalina (le missioni sono sempre ad alto rischio, sia per i congegni da disinnescare, sia per il continuo pericolo dell’ambiente circostante, di cui si percepisce sempre l’ostilità) ma propone anche un’acuta analisi della psicologia di uomini esposti ogni giorno a rischi altissimi, che devono prendere decisioni cruciali per la vita propria e di altri in pochi secondi.

Una situazione che, come acutamente nota la Bigelow, lungi dall’essere vissuta come una dolorosa corvè, genera in misura diversa un’esaltazione e uno straniamento della realtà paragonabile alla droga e che, come la droga, una volta eliminata, lascia dietro di sé un vuoto interiore difficile da colmare anche con la dolcezza degli affetti.

Quello che dà la cifra della “dipendenza” di James dalla guerra, in effetti, è il suo ritorno a casa dalla moglie (che è la bellissima Kate di Lost, nell’unico ruolo femminile della pellicola) e dal figlio piccolo (i due in teoria sono divorziati, ma la donna continua a vivere a casa sua). Lo vediamo al supermercato, un uomo che in meno di un minuto disinnescava una bomba con un paio di pinze, totalmente smarrito davanti ad una parete piena di scatole di cereali differenti tra cui non sa scegliere, e più tardi confessare al figlio di aver perso il gusto di tutte le cose, tranne una. Inevitabile la conclusione con il ritorno sul campo. Dei suoi due compagni uno rimane ferito e viene rimandato a casa, l’altro si rende conto di fronte all’orrore della guerra del proprio desiderio di diventare padre, forse ormai irrimediabilmente corrotto da quanto ha visto.

Oltre a Pearce, ci sono cammei di Ralph Fiennes (un mercenario che muore dopo cinque minuti in un’azione nel deserto) e David Morse, mentre i tre interpreti principali (in particolare l’allucinato Jeremy Renner) non sono volti noti ma bravissimi.

La vera forza del film è proprio l’assenza di un approccio apertamente ideologico alla questione della guerra in Iraq (anche se tra loro i soldati magari ne parlano e si intuisce che non hanno le idee ben chiare su che facciano lì), la voluta mancanza di proclami, che forse avrebbero guadagnato alla regista il plauso della critica liberal.

Al contrario, la Bigelow è abile a far vivere al pubblico la progressiva esaltazione, la comunione maschia e cameratesca dei suoi “uomini” (e per questo, naturalmente è stata accusata di machismo), per poi precipitarlo nell’abisso della crisi del “dopo”, spinta da un’intuizione semplice quanto ostica ai più: la guerra, purtroppo, non è solo il frutto di perversi meccanismi economico sociali, ma è anche un “gusto” iscritto nella natura umana, che è pericoloso risvegliare.

Così facendo ci conduce senza sconti di fronte alla drammatica constatazione del prezzo terribile che la guerra (qualsiasi guerra, giusta o sbagliata che sia) richiede in termini di “anime” ancor più che di vite. E proprio per questo motivo, anziché per un ottuso e generico pacifismo, bisognerebbe ben valutare il motivo per cui si imbraccia un’arma.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Venerdì, 5. Marzo 2021 - 21:10


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RIFLESSI DI PAURA MIRRORS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 12:35
Titolo Originale: Mirrors
Paese: USA, Romania
Anno: 2008
Regia: Alexandre Aja
Sceneggiatura: Alexandre Aja e Grégory Levasseur (dalla sceneggiatura di Kim Sung-Ho)
Produzione: Castel Film Romania/New Regency Pictures/Regency Enterprises
Durata: 110'
Interpreti: Kiefer Sutherland, Paula Patton, Amy Smart

Ben Carson, ex detective sospeso dal dipartimento di polizia di New York, deciso a riconquistare il rispetto della moglie e dei figli, trova un lavoro come guardiano notturno nell’edificio annerito di un grande magazzino andato a fuoco cinque anni prima. Il precedente guardiano è morto in circostanze misteriose e quasi subito anche Ben inizia a notare fenomeni paurosi legati agli specchi e si mette a indagare. Intanto ciò che si nasconde dietro agli specchi inizia a minacciare anche la sua famiglia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La ricerca dello spavento come fine a se stesso
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene horror di tensione e violenza.
Giudizio Artistico 
 
L’horror americano ultimamente in crisi di idee sembra purtroppo ormai incapace di produrre più che storielle senza un tema e senza una “morale”
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NESSUNA VERITA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 12:05
Titolo Originale: Body of lies
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: William Monahan dal romanzo di David Ignatius
Produzione: Ridley Scott e Donald De Line per Scott Free Productions/De Line Pictures
Durata: 128'
Interpreti: Russell Crowe, Leonardo Di Caprio, Mark Strong

Roger Ferris, agente della CIA, dopo una difficile operazione in Iraq in cui è andato di mezzo il suo contatto locale, viene inviato ad Amman, in Giordania, sulle tracce di un pericoloso terrorista legato ad  Al Qaeda che sta dietro numerosi attentati in Europa e forse, in un futuro prossimo, negli Stati Uniti. Ferris si mette in contatto con il capo dell'Intelligence locale, Hani, un uomo duro, ma leale, che non va molto d’accordo con il superiore di Feris, Ed Hoffman. Proprio Hoffman, che crede poco alla collaborazione con i locali e considera sua unica priorità la sicurezza degli interessi Usa, rischia di far fallire il pianto ideato da Ferris per stanare il terrorista. Poi, però, gli eventi precipitano quando viene rapita Aisha, la giovane infermiera di origine iraniana che Ferris ha iniziato a frequentare...ma anche in questo caso le cose non stanno come sembrano.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una visione pessimistica di come vanno le cose in Medio Oriente, con uso spietato della tortura da entrambi i fronti, quello dei terroristi e della CIA.
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza e tortura.
Giudizio Artistico 
 
La pellicola di Scott, pur con la giusta dose di adrenalina che fa perdonare alcune lungaggini, pecca tuttavia di una certa ingenuità nel costruire il percorso dei due protagonisti

Inganni, bugie, spietate esecuzioni, ma anche un’incomprensione di fondo nei confronti dei propri nemici, i terroristi, tanto più imprendibili perché guidati da logiche troppo diverse da quelle occidentali.

Anche Ridley Scott, dopo Syriana , Rendition e, in parte, The Kingdom, decide di dire la sua sul fallimentare (?) bilancio dell’intelligence americano in Medio Oriente.

Meno complesso di Syriana (ma allo stesso modo, a tratti, didascalico), meno spettacolare di The Kingdom, l’ultimo lavoro del regista de Il Gladiatore (ma anche di Black Hawk Down) recluta Leonardo Di Caprio nel ruolo della spia tormentata dai sensi di colpa e mossa da una sorta di ingenuo idealismo (a tratti anche poco credibile), mentre regala all’ormai abituale sodale Russell Crowe il ruolo dello sgradevole Ed Hoffman, un personaggio che sembra costruito apposta per enunciare verità (?) scomode e rovinare i piani architettati dal suo stesso sottoposto non si sa se per imporre la propria visione o per reale ottusità.

Sta di fatto che a tirare le somme di questo film viene da gridare al miracolo se le nostre strade non sono ricoperte dei cadaveri delle vittime degli attentati che, e questa purtroppo è senza dubbio una realtà che va ben oltre la finzione, gli estremisti islamici mescolati ai tanti immigrati che popolano tutti i paesi d’Europa sono pronti a realizzare con poche risorse e comunicando in modo arcaico, ma efficace.

Ma chi salverà il mondo, allora, se delle spie americane ci si può fidare poco mentre i fondamentalisti continuano a spuntare come funghi sull’onda delle guerre e delle sofferenze patite dai popoli del Medio Oriente?

Sembra di capire che la speranza sia risposta nei metodi lungimiranti (ma all’occorrenza pure spicci...) dei servizi segreti giordani, guidati con mano di ferro e guanto di velluto dal signorile Hani (l’ottimo attore inglese di origine italiana Mark Strong), mise impeccabili e idee molto chiare sul modo di gestire informatori e colleghi stranieri, pretendendo sincerità e fiducia in un mondo che sembra l’antitesi di questi due valori.

La pellicola di Scott, con la giusta dose di adrenalina che fa perdonare alcune lungaggini nei tormenti esistenziali di Ferris, pecca tuttavia di una certa ingenuità nel costruire il percorso del suo protagonista, la cui “conversione” appare solo debolmente motivata (dalla morte del suo compagno iracheno e dall’incontro con l’infermiera iraniana, nonché dalla collaborazione con lo spietato ma a suo modo retto Hani), mentre la sua controparte negativa, l’odioso e ottuso Hoffman, è privo delle sfumature che avrebbero reso decisamente più interessante il racconto.

Neppure l’interessante spunto che contrappone l’idealizzazione esasperata della tecnologia come strumento di guerra (con le immagini dei satelliti dalla risoluzione così perfetta da dare l’illusione di poter controllare ogni cosa) all’efficacia di strategie molto più semplici è sfruttato fino in fondo (mentre l’uso spietato della tortura viene un po’ ingenuamente equiparato nei due fronti).

Il risultato è una narrazione che lascia delusi, solo appena virtuosamente indignati, ma con pochi strumenti in più per comprendere la sfida del terrorismo islamico con tutte le sue implicazioni morali e culturali prima ancora che spionistiche o militari.

 

Elementi problematici per la visione: numerose scene di violenza e tortura.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SI PUO' FARE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 11:51
Titolo Originale: "SI PUO' FARE"
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Giulio Manfredonia
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci, Giulio Manfredonia
Produzione: Rizzoli Film/RTI
Durata: 110'
Interpreti: Claudio Bisio, Anita Caprioli, Andrea Bosca, Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli

Milano, inizio anni ‘80. Nello, sindacalista troppo all’avanguardia, viene spedito a dirigere una cooperativa di malati mentali appena dimessi dai manicomi per effetto della legge Basaglia. Invece di lasciarli a fare inutili lavori assistenziali, Nello decide di trattarli come persone e di insegnar loro un mestiere vero: montare parquet. Gli inizi non sono facili, ma a poco a poco anche i “matti” si appassionano al lavoro e si dimostrano a loro modo geniali. Nello, con l’aiuto di uno psichiatra dalle idee avanzate, continua a dar loro fiducia, anche se il confronto con la realtà per alcuni si rivela troppo drammatico&hellip

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ragazzi malati di mente vengono valorizzati nelle loro capacità e singolarità di uomini e donne, riconosciuti nei loro bisogni e accompagnati verso una possibile indipendenza contro il parere di chi li vorrebbe incatenati a vita all’assistenza e ai farmaci.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune situazioni scabrose (i malati di mente vengono fatti "sfogare" con delle prostitute). Viene evitato però qualsiasi dettaglio
Giudizio Artistico 
 
Anche se l’andamento della storia richiede al pubblico qualche sospensione di incredulità, si è felici di scoprire un esempio di cinema italiano finalmente non deprimente e asfittico. Buona prova di Claudio Bisio
Testo Breve:

Agli inizi degli anni '80 la legge Bisaglia ha abolito i manicomi; il direttore di una cooperativa di malati di mente si preoccupa di valorizzare le loro capacità impegnandoli in valori utili e trattandoli come persone

Bella sorpresa fuori concorso al Festival di Roma, questo film scritto a quattro mani dallo sceneggiatore Bonifacci e dal regista Manfredonia (che qualche anno fa ha diretto un curioso remake, È già ieri, dall’americano Ricomincio da capo) si richiama ad esperienze realmente avvenute in alcune cooperative del Nord Italia, per imbastire una storia di rinascita con tocchi di realtà e toni da fiaba.

Protagonista assoluto è Nello, sindacalista pieno di ideali ma in contrasto con i “compagni”, a causa delle sue idee in tema di lavoro e mercato poco ortodosse per l’epoca.

La legge Basaglia ha chiuso i manicomi e “liberato i matti” ma, come fa notare lo psichiatra Del Vecchio, fondatore della cooperativa convinto che la malattia mentale sia de facto inguaribile, per molti di loro un posto a casa non c’è, perché le famiglia non sono in grado o non vogliono occuparsene, e la malattia mentale non passa per legge.

Ma Nello, coerente con la sua impostazione, si rifiuta di considerare le persone che ha di fronte solo per la malattia, ma le interpella nella loro libertà, prendendo sul serio ogni idea, anche la più strampalata (tra le altre, una cooperativa di sceriffi) per poi mettere in piedi un business concretissimo, quello del montaggio dei parquet. Un’impresa affrontata con serena incoscienza ma non senza mezzi (piccola ma efficace la figura del vecchio maestro d’arte che insegna ai matti il suo mestiere) e che si rivela un affare quando il gusto ossessivo per l’ordine di due schizofrenici trasforma l’emergenza in opera d’arte.

Di qui una trasformazione della vita di tutti i ragazzi coinvolti, valorizzati nelle loro capacità e singolarità di uomini e donne, riconosciuti nei loro bisogni e accompagnati verso una possibile indipendenza contro il parere di chi li vorrebbe incatenati a vita all’assistenza e ai farmaci.

L’unico momento in cui Nello, purtroppo, non prende davvero sul serio i suoi “matti” è quando entra in scena la questione affettiva. La riduzione delle pillole, infatti, risveglia nei maschi istinti sessuali a lungo sopiti e la soluzione frettolosamente (seppur comicamente) trovata è quella di affittare delle prostitute perché permettano ai soci della cooperativa di “sfogare” il loro bisogno. Che poi la cosa venga fatta a spese della comunità europea sotto il nome di “lezioni di affettività” potrà far ridere per un minuto, ma si rivela in tutta la sua drammatica insufficienza (per altro forse non ben percepita come tale dagli autori) quando proprio per scarsa educazione all’affettività uno dei pazienti scambia un bacio dato forse per tenerezza e forse per pietà da una ragazza per l’inizio di un grande amore e, di fronte alla delusione, sceglie la via del suicidio.

Claudio Bisio dà a Nello tutta la sua simpatia e il suo entusiasmo evitando di cadere in cliché e macchiette televisivi (come spesso accade ai comici prestati al grande schermo) con Anita Caprioli, nei panni di una fidanzata, spesso trascurata ma sempre al suo fianco, a fargli bene da spalla, Giorgio Colangeli e Giuseppe Battiston a rappresentare il volto conservatore e quello rivoluzionario della psichiatria, mentre i ruoli dei “matti” sono affidati, intelligentemente, ad attori meno noti che riescono a dare a ciascuno tratti di verità e di personalità non banali.

Certo l’andamento della storia, con prevedibile caduta e necessaria rinascita, richiede al pubblico qualche sospensione di incredulità, che per una volta, però, si è felici di concedere ad un esempio di cinema italiano finalmente non deprimente e asfittico, ma che cerca di far tesoro dell’insegnamento di certo ottimo cinema “commerciale” americano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Canale 5
Data Trasmissione: Giovedì, 9. Giugno 2011 - 21:10


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THE BURNING PLAIN IL CONFINE DELLA SOLITUDINE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 11:38
Titolo Originale: Burning Plain
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Guillermo Arriaga
Sceneggiatura: Guillermo Arriaga
Produzione: Todd Wagner e Mark Cuban per 2929 Productions
Durata: 109'
Interpreti: Charlize Theron, Kim Basinger, Joaquim De Almeida, John Corbett

Sylvia è la manager di un ristorante negli Usa, ma si è lasciata alle spalle in Messico un’altra vita, segnata profondamente e dolorosamente dalla morte della madre, bruciata viva insieme al suo amante. Ed è questa storia, da cui era nato un forte benché anomalo rapporto tra la stessa Sylvia e il figlio dell’amante di sua madre Gina, ad intrecciarsi al presente, fino ad una resa dei conti che non può essere elusa.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una madre che aveva abbandonato la figlia anni prima, scopre la possibilità del perdono senza il quale la vita non ha senso. Riesce così a trovare la forza di rischiare, di ricominciare riconoscendo il valore di un legame di sangue che può essere nato dal dolore e dal senso di colpa, ma resta prima di tutto una promessa di felicità.
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di nudo, a contenuto sessuale e di tensione
Giudizio Artistico 
 
Lo sguardo di Arriaga è, come è nella sua abitudine, pieno di partecipazione per la sofferenza dei suoi personaggi, anime perdute che si dibattono nel tentativo di fare i conti con il proprio limite

Ricorrendo con moderazione al suo tradizionale stile di scrittura a mosaico (in questo caso sono solo due i piani temporali che si incrociano ed è relativamente facile intuire le connessioni tra i personaggi del passato e del presente), Arriaga (sceneggiatore di Babel e21 grammi) passa alla regia per narrare una vicenda dolorosa di amori perduti, di tradimenti ed errori, verrebbe da dire in una parola, di umano peccato a cavallo del confine tra Stati Uniti e Messico.

È il senso di colpa, infatti, che ha reso così disordinata e infelice la vita di Sylvia, a cui il successo professionale non consente di dimenticare un passato complicato, mentre la ripetizione inane di relazioni senza sbocco non la aiuta a superare il dolore.

La radice di tanta infelicità si annida nell’adolescenza, dove protagonista diventa l’inquieta madre di Sylvia, una donna menomata nel corpo dalla lotta contro un tumore al seno, che sembra ritrovare al serenità solo tra le braccia di un amante, una relazione che travalica i confini tra due popoli, ma soprattutto quelli tra due famiglie, che alla fine saranno da essa dolorosamente segnate.

Dalla sua morte, in un incidente che forse non è tale, si origina un difficile rapporto tra due ragazzi troppo giovani per comprendere fino in fondo l’accaduto, un abbandono al sentimento che non è naturalmente risposta sufficiente al dolore della perdita.

Lo sguardo di Arriaga è, come è nella sua abitudine, pieno di partecipazione per la sofferenza dei suoi personaggi, anime perdute che si dibattono nel tentativo di fare i conti con il proprio limite.

Ma se per il personaggio di Kim Basinger l’esito tragico arriva al termine di un travaglio in cui a prevalere è l’abbandono a una passione che pare totalizzante, più interessante è il percorso di quello interpretato da Charlize Theron. Di fronte allo sguardo della figlia che aveva abbandonato anni prima, infatti, Sylvia prima fugge, poi rischia di guardare in faccia gli errori del passato e infine scopre la possibilità del perdono senza il quale la vita non ha senso.

Ed è solo così che l’essere umano può trovare la forza di rischiare, di ricominciare riconoscendo il valore di un legame di sangue che può essere nato dal dolore e dal senso di colpa, ma resta prima di tutto una promessa di felicità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUANTUM OF SOLACE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 11:24
Titolo Originale: Quantum of Solace
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2008
Regia: Marc Foster
Sceneggiatura: Paul Haggis, Neal Purvis e Robert Wade
Produzione: Eon Pruduction/Sony Pictures
Durata: 106'
Interpreti: Daniel Craig, Olga Kurylenko, Giancarlo Giannini

Ferito dal tradimento e dalla morte di Vesper Lynd, Bond è alla caccia dei capi dell’organizzazione che la ricattava, un’organizzazione che si rivela tanto potente da mettere a rischio perfino la vita di M. Seguendo una labile traccia Bond vola in Bolivia, dove, con l’aiuto della bella e misteriosa Camille – impegnata in una vendetta personale- tenta di contrastare i piani del misterioso Mr.Green. Ma il Quantum, oscura organizzazione a cui si riferisce Green, allunga i suoi tentacoli anche nei servizi segreti di molti Paesi e Bond dovrà rischiare più volte la sua vita per neutralizzare un colpo di Stato, eliminare, almeno provvisoriamente, i suoi avversari e ottenere la sua vendetta.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
l film resta avvitato intorno al tema della vendetta in un’ambiguità morale trattata con colpevole superficialità
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
I continui cambiamenti di location , le belle donne, la presenza di un attore di peso come Mathieu Amalric non riescono a compensare la carenza nell’approfondimento dei caratteri: resta solo un racconto meccanico e deludente

Con il precedente Casino Royale la serie spionistica più famosa del cinema era riuscita nella difficile impresa di rinnovarsi recuperando i punti forti del suo concept (un protagonista forte e spregiudicato, l’unione di azione e umorismo, location spettacolari) aggiungendo al contempo un approfondimento dei personaggi che rappresentava un notevole valore aggiunto alla pellicola.

Purtroppo, questo nuovo film, che di Casino Royale  rappresenterebbe un ideale seguito (una novità nel franchise di Bond) , nonostante porti ancora la firma di Paul Haggis (ottimo sceneggiatore di Million Dollar Baby, Nella valle di Elah e Crash) rappresenta un passo indietro.

Avvitato intorno al tema della vendetta, che per altro viene declinato attraverso dialoghi non ben amalgamati al racconto e il parallelo un po’ forzato con la vicenda della Bond girl Camille, il film si aggrappa per l’intreccio a multipli riferimenti ai tanti temi dolenti della contemporaneità (invadenza degli Usa nella politica mondiale, sfruttamento delle risorse energetiche, multinazionali che minacciano il pianeta) senza riuscire a costruire una linea di racconto veramente coinvolgente.

Non bastano i continui cambiamenti di location da una parte all’altra del globo, lo sfoggio di spietate azioni punitive e belle donne, la presenza di un attore di peso come Mathieu Amalric a compensare la carenza nell’approfondimento dei caratteri. Resta così solo un racconto meccanico e deludente, reso ancora più discutibile dall’indulgenza in un’ambiguità morale trattata con colpevole superficialità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHANGELING

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 10:47
Titolo Originale: Changeling
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: J.Michael Straczynski
Produzione: Brian Grazer, Ron Howard, Robert Lorenz e Clint Eastwood per Universal Pictures/Immagine Entertainment/Relativity Media/Malpaso
Durata: 140'
Interpreti: Angelina Jolie, John Malkovich

Quando Christine Collins, madre nubile del piccolo Walter di 9 anni, torna dal lavoro e non trova a casa suo figlio vorrebbe far partire subito le ricerche. Gli uomini della polizia di Los Angeles, da più parte accusata di abusi e violenze, però, prendono tempo. Passano le settimane e i mesi, ma Christine non si arrende; quando finalmente il capitano Jones la chiama per riconsegnarle suo figlio, Christine si trova di fronte un bambino che non è Walter. La sua battaglia per far riconoscere la verità e proseguire le ricerche, però, si scontra con gli interessi del dipartimento tanto che la donna viene spedita in manicomio per togliere le forze dell’ordine dall’imbarazzo. Fortunatamente al fianco di Christine si schiera il determinato reverendo Briegleb, mentre le indagini di un altro poliziotto portano alla luce una drammatica verità che potrebbe riguardare anche il destino di Walter.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Eastwood sceglie di raccontare in modo drammatico una battaglia “per i diritti civili” ma il suo intento non è semplicemente distruttivo: la determinazione della fragile Christine è positivamente contagiosa e diventa promotrice di un cambiamento reale e l’ultima parola è comunque di speranza
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di tensione e violenza
Giudizio Artistico 
 
Immersa in una ricostruzione d’epoca precisa e mai manieristica, Angelina Jolie assieme a non meno bravo John Malkovich dà vita a un personaggio intenso che guida lo spettatore attraverso un film dai ritmi distesi
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RACHEL STA PER SPOSARSI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 10:26
Titolo Originale: Rachel Getting Married
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Jonathan Demme
Sceneggiatura: Jenny Lumet
Produzione: Clinica Estetico/Marc Platt Productions
Durata: 113'
Interpreti: Anne Hathaway, Rosemarie DeWitt, Mather Zickel, Debra Winger

Kym Buchmann, giovane ex tossicodipendente, ottiene un permesso di tre giorni dalla clinica di riabilitazione in cui è ricoverata per partecipare al matrimonio della sorella Rachel. I modi aggressivi e taglienti di Kym logorano la pazienza della dolce Rachel, che si vede rubare la scena dalla sorella, e fanno riemergere a poco a poco i traumi e i conflitti sepolti della famiglia, tra cui la morte del fratellino, di cui Kym era stata responsabile.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film appare come una progressiva dolorosa immersione in conflitti familiari mai del tutto risolti ma c’è lo spazio di ritrovare la speranza, di costruire sopra le macerie, di scoprirsi responsabili dei propri congiunti al di là di recriminazioni e risentimenti.
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e una breve scena a contenuto sessuale.
Giudizio Artistico 
 
Nonostante qualche lungaggine e l'uso continuo della camera a mano che potrebbe risultare faticoso per una parte del pubblico la storia ha il sapore e il ritmo della vita vera Molto brava la Anne Hathaway

Jonathan Demme ritorna alle storie di “finzione” dopo alcune esperienze di documentari biografici, di cui conserva per certi versi lo stile, con la camera a mano costantemente in movimento a pedinare i personaggi, in un modo indiscreto e drammatico, che potrebbe risultare faticoso, almeno all’inizio, per una parte del pubblico.

Come potrebbe risultare decisamente disturbante la ex tossica pungente e arrabbiata Kym (Anne Hathaway, molto lontana dalla dolcezza e ingenuità della sua prova ne Il diavolo veste Prada), che è la vera protagonista della storia a dispetto del titolo.

Di primo acchito si teme di trovarsi di fronte ad una di quelle storie di famiglie borghesi sotto la cui superficie amabile si nascondono drammi, ipocrisia e disastri, di cui il cinema, americano e non, sembra negli ultimi anni non saper fare a meno. Certamente di drammi sopiti e di conflitti la famiglia Buchmann (due figlie che più diverse non si può e due genitori separati con nuovi compagni) ne ha da vendere. A partire dalla tossicodipendenza di cui Kym, ex modella, sta cercando di liberarsi in una clinica specializzata, ma soprattutto dalla morte del figlio più piccolo, in un incidente automobilistico provocato dalla stessa Kym, cui, contro ogni buon senso, era stato affidato nonostante i suoi problemi di droga.

La preparazione della cerimonia di nozze e la riunione di famiglia portano inevitabilmente a galla questo passato doloroso e le questioni in sospeso nel rapporto tra le due sorelle (la paziente e responsabile Rachel, che tuttavia, come il fratello obbediente della parabola, non può fare a meno di risentirsi dell’inesauribile condiscendenza mostrata dai genitori e da tutto l’entourage verso la sua sorella “prodiga” e problematica). La pellicola di Demme, scritta dalla figlia del regista Sidney Lumet, appare come una progressiva dolorosa immersione in conflitti mai del tutto risolti, attraverso scene ottimamente costruite e scelte narrative sanamente imprevedibili. La violenza verbale (e qualche volta anche fisica) tra Kym e Rachel, e poi tra Kym e sua madre, colpisce profondamente, ma sembra anche l’unico mezzo per riaprire una ferita, che potrà così, prima o poi (il finale è doverosamente aperto) risanarsi.

Così, alla fine, nonostante tutto, c’è lo spazio, almeno per qualcuno, di ritrovare la speranza, di costruire sopra le macerie, di scoprirsi responsabili dei propri congiunti al di là di recriminazioni e risentimenti. E alla fine, la partenza di Kym verso la riabilitazione non è priva di una speranza che è tutto fuorché ingenua.

La bella sorpresa è che questo “viaggio” offre anche numerosi momenti di commedia e di alleggerimento (soprattutto nel rapporto che si istaura tra Kym e il testimone dello sposo, lui pure un ex alcolista), di bella musica (cui il regista deve essersi parecchio affezionato, visto che si prende i suoi tempi). Insomma, una storia che ha il sapore e il ritmo della vita vera e che, nonostante qualche lungaggine (ma chi non ha avuto i suoi momenti di noia nei festeggiamenti dei matrimoni alzi la mano…), lascia in bocca il sapore delle cose autentiche.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA FELICITA' PORTA FORTUNA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 10:16
Titolo Originale: Happy-Go-Lucky
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2008
Regia: Mike Leigh
Sceneggiatura: Mike Leigh
Produzione: Fabrizio Mosca per Acaba Produzioni, Rai cinema
Durata: 118'
Interpreti: Sally Hawkins, Alexis Zegerman, Andrea Riseborough, Eddie Marsan

Poppy è una ragazza londinese, sui trent'anni. Fa l'insegnante di asilo, mestiere nel quale riesce a trasmettere tutta l'allegria e la carica positiva con cui sa affrontare la vita ed  i rapporti con gli altri. Incontra molte persone durante la giornata e ad ogni occasione cerca di esercitare il suo "apostolato della felicità", ma ogni individuo è diverso dagli altri e non sempre il suo approccio schietto riscuote successo...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Similmente a quanto era già successo ne "Il segreto di Vera Drake" un personaggio simpatico e pieno di comunicativa serve per trasmettere la filosofia di vita dell'autore, basato su di un empirismo disimpegnato dove ci si limita a un bonario rapporto con gli altri, evitando di mettere in gioco se stessi fino in fondo
Pubblico 
Adolescenti
n conflitto intenso fra un uomo e una donna potrebbe preoccupare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottimi interpreti e una sceneggiatura discreta ci trasferiscono un vivido ritratto di Poppy e del suo mondo. Molti personaggi sono tratteggiati sopra le righe, tradendo l'intenzione dell'autore di produrre un pamphlet ideologico, più che uno spaccato di vita vera

dsIl regista Mike Leight ( Segreti e bugie, Il segreto di Vera Drake) racconta di avere un modo di lavorare del tutto particolare (non molto dissimile comunque da quello adottato dai nostri grandi Rossellini e Fellini): inizia con una sceneggiatura non ancora bene definita, si preoccupa sopratutto di far comprendere ai suoi attori che tipo di personaggio debbono interpretare e poi inizia le riprese lasciando che l'improvvisazione giochi un ruolo determinante. Il film è in effetti null'altro che uno spaccato della vita di Poppy (l'ottima Sally Hawkins, Orso d'Oro per la migliore interpretazione al Festival di Berlino 2008), fatta di incontri occasionali, lavoro, serate con le amiche, visite mediche, lezioni di guida e lezioni di tango: eventi che si dipanano apparentemente senza una logica, senza che si percepisca un percorso narrativo, fuori dagli schemi classici che prevedono un evolversi della storia o un percorso interiore del protagonista (in realtà non è esattamente così, visto che la scena più importante e rivelatrice del film avviene al dieci minuti dalla fine, come prescrivono le regole auree).

Nelle primissime due sequenze viene subito delineato il suo atteggiamento verso gli altri e verso gli eventi della vita; entrando in una libreria, cerca in tutti i modi di attaccare discorso con l'unico commesso, cupamente concentrato nei suoi calcoli alla cassa. "Brutta giornata vero? Sorridi alla vita!" e altre spiritosaggini non sortiscono alcun effetto. Appena uscita dal negozio, si accorge che la sua bicicletta è sparita, rubata da qualcuno: "non sono neanche riuscita a dirle addio" è l'unico commento che, superando eroicamente l'evento, si sente di pronunziare. Sorride continuamente a tutti Poppy e cerca di trovare sempre il lato divertente di tutto ciò che le capita; le sue risate continue e le sue battute possono a volte sembrare sciocche (non aiuta certo la traduzione dello slang londinese impiegato nell'originale) o di isterico imbarazzo quando deve sostenere situazioni difficili (come quando si deve sottoporre a un doloroso massaggio per ricomporre una lussazione) ma la tenacia con cui mette in pratica questo modo di atteggiarsi nei confronti degli altri denota qualcosa di più di un vezzo caratteriale: si tratta di una convinta filosofia di vita.

E' proprio su questo punto, che costituisce il vero messaggio che il film vuole trasmettere, che conviene discutere.
A prima vista sembra che Poppy abbia compreso il segreto della felicità su questa terra e che desidera generosamente trasmetterla agli altri, una sorta di profetessa del "be happy", figura di donna  che piace molto a Mike Leight e che ricorda l'altra "santa laica"  Vera Drake, nel film omonimo, che cercava di aiutare senza alcun compenso le ragazze che si erano messe nei pasticci rimuovendo il "problema". Se guardiamo però quello che è l'incontro-contro principale, fra lei e Scott, il suo istruttore di guida, introverso, pignolo, pieno di risentimento e rabbia contro il mondo e contro tutti (forse frutto di frustrazioni subite), lei continua imperterrita con la sua formula curativa (banalizzare gli eventi, ridere sulle sue impuntature) ma non c'è un vero avvicinamento, un cercare di entrare dentro l'altro e i suoi problemi.

Un esempio per tutti: l'istruttore le aveva chiesto, ad ogni inizio di lezione di non usare gli stivali con i tacchi alti, perché non adatti per la guida: lei sistematicamente non lo asseconda  semplicemente perché quegli stivali le piacciono, dimostrando che sono gli altri che debbono avvicinarsi al suo mondo e non viceversa. Nello scontro conclusivo fra i due, nonostante tutta l'antipatia del personaggio (un bravissimo Eddie Marsan) non possiamo che stare dalla parte di Scott quando urlando le rinfaccia di pensare soltanto a se stessa, di voler far ruotare il mondo intorno a lei , senza accorgersi che intanto lui soffre perché sta subendo il suo fascino.
Allo stesso modo nell'incontro con la sorella più grande, sposata e prossima a mettere alla luce un bambino, denota poca partecipazione per le scelte responsabili della sorella, preferendo la sua libertà disimpegnata.  In un colloquio con l'amica con cui condivide l'appartamento, in un momento di riflessione confidenziale ridicolizza le "eterne domande": "da dove veniamo, dove andiamo, che senso ha la vita..." non per scongiurare con la sua levità una visione cupa della vita, ma semplicemente perché tutte queste cose per lei non hanno alcuna importanza.
Questo novello Candide dei nostri giorni non va in giro per le strade del mondo a trasmettere l'ottimismo del migliore dei mondi possibili  ma un molto empirico carpe diem e "non facciamoci male", evitando accuratamente di restarne coinvolta, evitando di amare fino in fondo e di mettere pienamente in gioco se stessa. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE MILLIONAIRE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 13:39
Titolo Originale: Slumdog Millionaire
Paese: Gran Bretagna/USA
Anno: 2008
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Simon Beaufoy
Produzione: Celador Films/Film4
Durata: 120'
Interpreti: Dev Patel, Freida Pinto, Irfan Kahn

Jamal, umile “ragazzo del the” in un call center di Mumbai, si presenta come concorrente alla versione indiana di “Chi vuol esser milionario” con la segreta speranza di ritrovare Latika, la fanciulla che ama fin da bambino. Domanda dopo domanda, giunge a sorpresa a concorrere per il montepremi finale. Il conduttore, però, sospetta una frode e lo consegna alla polizia, ma la verità è un’altra: il segreto delle risposte fornite di Jamal è nascosto nelle mille dolorose esperienze del suo passato…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una storia che mescola temi antichi (il destino, la lealtà fraterna, l’amore eterno) e uno sguardo in presa diretta sulla realtà indiana di oggi, ancora dominata dalla sperequazione sociale e dalle caste, ma ormai patria dei call center di tutto il mondo anglofono
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza e di tortura, sfruttamento minorile, allusioni alla pedofilia
Giudizio Artistico 
 
Il film di Danny Boyle mescola abilmente i meccanismi della favola, i luoghi tipici del romanzo ottocentesco alla Dickens -nella struttura narrativa- e un realismo senza sconti nella rappresentazione dell’India di oggi
Testo Breve:

Una storia a tinte forti ma piena di speranza in un'India ancora dominata dalla sperequazione sociale e dalle caste, ma ormai patria dei call center di tutto il mondo anglofono

Accolto con grandi entusiasmi negli Stati Uniti (ha vinto il premio del pubblico al Festival di Toronto e ora molti lo danno già in lizza per gli Oscar), il nuovo film di Danny Boyle mescola abilmente i meccanismi della favola, i luoghi tipici del romanzo ottocentesco alla Dickens -nella struttura narrativa- e un realismo senza sconti nella rappresentazione di un’India divisa tra miseria senza limiti e slancio verso la globalizzazione, tra religiosità antica e modernissimo culto dell’immaginario televisivo.

Nato in uno slum miserabile dei molti che circondano Mumbai (nuovo nome “induizzato” di Bombay, in omaggio ad un revival culturale che ha tra le sue espressioni più estremiste anche le recenti stragi di cristiani), reso orfano da uno dei molti raid di fondamentalisti (qui musulmani) che mietono vittime tra gli emarginati sotto gli occhi indifferenti delle autorità, Jamal incontra per caso (ma, come vedremo, in una storia come questa, il caso non esiste) la piccola Latika. Con lei e con il fratello maggiore Salim, finisce nelle grinfie di uno sfruttatore di bambini al cui confronto il Fagin di Oliver Twist (i contatti con questo romanzo, come con altri di Dickens, sono molteplici) era un’anima gentile. Persa nella fuga fortunosa l’amata, Jamal, insieme al fratello, conosce un’adolescenza di imbrogli, furti ed espedienti, ma non perde la speranza di ritrovarla e salvarla e trascina il meno generoso fratello nella ricerca. Quando proprio Salim, deciso a farsi strada nel mondo della criminalità, lo tradisce nel modo più crudele, Jamal si trova infine da solo. La partecipazione al quiz che tiene incollati davanti allo schermo, in nome di un’impossibile sogno di successo e di riscatto, milioni di suoi connazionali, tra cui anche Lakita, divenuta la donna di un potente boss, è l’ultimo mezzo a disposizione per coronare quel sogno d’amore che Jamal sente voluto dal destino.

E la parola destino, centrale nella cultura indiana (poco importa che il protagonista sia probabilmente musulmano), è la chiave per capire il senso di questa storia. Quello che né il cinico conduttore della trasmissione, né, per lo meno all’inizio, il durissimo poliziotto che, in una crudele parodia del quiz, lo interroga (ricorrendo senza troppo problemi alla tortura), possono immaginare (o forse solo accettare) è che quel momento epocale, quello che potrebbe fare di Jamal all’improvviso un uomo ricco, è voluto e costruito dal destino. In ciascuna delle esperienze dolorose del suo passato (come in certe favole, appunto), infatti, si cela la risposta ad una delle domande del quiz e la chiave che potrebbe riportare Jamal alla sua bella.

Danny Boyle (grazie anche al suo sceneggiatore, Simon Beaufoy, che è lo stesso di Full Monty) trova la giusta misura e il giusto ritmo (molti i flashback) per raccontare una storia che mescola temi antichi (il destino, la lealtà fraterna, l’amore eterno) e uno sguardo modernissimo e in presa diretta sulla realtà indiana di oggi, ancora dominata dalla sperequazione sociale e dalle caste, ma ormai patria dei call center di tutto il mondo anglofono, dove si intuiscono enormi possibilità (legali o meno) di ascesa sociale , ma sopravvive lo scandalo di bambini sfruttali e menomati per rifornire il lucrosissimo mercato dell’accattonaggio.

Boyle ritrova qui lo stesso sguardo diretto e intelligente verso l’infanzia (ma anche, forse, l’apertura ad una dimensione trascendente) che già gli avevamo ammirato in un’altra pellicola forse sottovalutata, Millions, un’altra storia di bambini e denaro.

Anche qui Jamal, da bambino e poi da giovane uomo, conserva, nonostante le brutture e i tradimenti cui va incontro, uno sguardo pure e aperto alla speranza, di chi riconosce che ogni esperienza giunge per qualcosa, di chi si aspetta nonostante tutto che dalla vita gli venga il bene, pure se ogni sguardo sembra dirgli il contrario.

Altro pregio da riconoscere alla pellicola, è l’aver saputo evitare la facile trappola della predica e del senso di colpa (che colpisce spesso l’occidentale esposto alle contraddizioni del terzo mondo, di qualunque continente), pur senza nascondere le contraddizioni in cui si muovono i suoi personaggi. E nel finale, non manca, in omaggio alla tradizione di Bollywood, un trascinante balletto per cui vale la pena godersi anche i titoli di coda.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Mercoledì, 27. Gennaio 2021 - 21:00


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