Film Oro

Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

IL SEGNO DELLA CROCE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/03/2014 - 11:08
 
Titolo Originale: THE SIGN OF THE CROSS
Paese: USA
Anno: 1932
Regia: Cecil B. DeMille
Sceneggiatura: Waldemar Joung, Bartlett Cormack ,Sidney Buchman
Produzione: PARAMOUNT
Durata: 122
Interpreti: Fredric March Charles Laughton Elissa Landi Ian Keith Claudette Colbert

Roma, 64 d. C.:Nerone ha decretato la persecuzione dei cristiani, addossando loro la colpa dell’incendio della Città. I cristiani debbono nascondersi ma non rinunciano a riunirsi in una catacomba per ascoltare Tito, arrivato dalla Palestina. Le truppe romane, avvisate dal giovane Stefano che non ha resistito alle torture subite, irrompono nell’assemblea e catturano i cristiani per destinarli a una cruenta morte nei giochi del circo. Viene risparmiata solo la bella Marsia dal prefetto Marcus, innamoratosi di lei. Poppea, moglie di Nerone, ingelosita, fa in modo che anche Marsia raggiunga gli altri cristiani. Marcus è combattuto fra la fedeltà a Nerone e l’amore per la ragazza…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è uno dei pochi che trattano in modo esteso la vita dei primi cristiani e le loro emozioni al momento del martirio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene sensuali e qualche scena cruenta nell’arena (si tratta solo di allusioni) potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
De Mille e gli sceneggiatori mostrano un grande mestiere nel ritrarre le aspirazioni e le ansie dei protagonisti in questi momenti tragici ma gloriosi per la storia del cristianesimo
Testo Breve:

Cecille De Mille, usa il fascino del grande spettacolo e la furbizia di qualche scena sensuale per riprodurre, con sincera partecipazione, i momenti tragici delle persecuzioni dei primi cristiani 

Il regista Cecille de Mille è noto soprattutto per I dieci comandamenti, campione d’incassi in U.S.A. nel 1957. Fu l’ultimo dei suoi film dove mise in atto tutte le sue capacità, astuzie e passioni: l’amore per i kolossal, i temi biblici, mai separati da sensuali storie d’amore, un preciso sesto senso verso tutto ciò che può creare spettacolo  e il suo grande talento nello scegliere e dirigere gli attori più adatti.

A cavallo fra l’epoca del muto e quella del sonoro aveva già realizzato una trilogia cristiana: I dieci comandamenti (1923), Il re dei re (1927) ed ora questo film sonoro, del 1932.

L’opera ha altre caratteristiche peculiari: è un film Pre-code, realizzato cioè in quel ridotto intervallo di anni che vanno dalla nascita del sonoro nel 1927 all’adozione del codice Hays che divenne operativo nel 1934 e che imponeva strette regole di censura. La versione che è attualmente disponibile in DVD è in gran parte quella originale, perché il film venne rieditato nel 1938, per tagliare alcune scene; in particolare quelle cruente nell’arena dove elefanti, coccodrilli, gorilla, facevano scempio dei cristiani e quelle più sensuali durante i  festini fra patrizi romani. Si è conservato invece l’ormai famoso bagno di Poppea nel latte di pecora: si racconta che il latte utilizzato, sotto l’effetto del calore dei riflettori diventasse rancido e Claudette Colbert abbia dovuto recitare sopportando un odore nauseabondo. Un altro elemento che caratterizzò la produzione di quel tempo fu la contingenza di dover lavorare nel pieno della Great Depression: si usarono in gran parte i fondali già utilizzati nel precedente I dieci comandamenti e per ridurre i costi delle comparse nelle scene di massa si impiegarono gli stessi tecnici della troupe che a turno indossavano tuniche romane.

Il cast manifesta subito le doti di talent scout di Cecille de Mille: oltre al già affermato Fredric March, Cecille fece esordire Charles Laughton , un attore inglese che aveva conosciuto a Londra e qui alla sua prima apparizione importante in un film: una scelta che si rivelerà  profetica. Claudette Colbert, anche lei nella sua prima parte importante, mette a punto il suo ruolo di donna maliziosa e seduttrice, qui in una parte che le diede grande notorietà, alla quale non è estraneo il famoso bagno nel latte. Con la figura di Poppea, interpretata da Claudette viene messo a punto un tipo  femminile che si ripresenterà in altri film di De Mille: se Poppea cerca di distogliere Marco dalla casta cristiana Marsia, se Dalila (Hedy Lamarr) vuole vendicarsi di Sansone in Sansone e Dalila (1949), anche ne I dieci comandamenti del 1956 Nefertiti (Anne Baxter) cerca di  distrarre con le sue armi femminili Mosè (Charlton  Heston ) dalla sua missione divina.

Per uno spettatore moderno, è sicuramente un elemento di distrazione notare come gli attori, in questo film del 1932, non si sono ancora affrancati da una recitazione enfatica secondo la consolidata tradizione del muto (quando una donna ride, deve portare tutta la testa all’indietro; quando un uomo è arrabbiato, deve mettere i pugni sui fianchi) ma a poco a poco il racconto prende quota.

Il tema portante è l’amore di Marcus, ricambiato, per Marsia. Marcus desidera quella ragazza: come prefetto di Roma è abituato ad avere tutto ciò che desidera ma è anche una persona retta (Marsia lo ha capito) e sa che ciò che si vuole amare non può esser conquistato con la forza. Anche la giovane Marsia sente dentro di se’ la voglia di vivere e di innamorarsi ma è convinta ormai che solo il cristianesimo può dare la vera vita e la vera felicità; non da soli ma assieme al resto della comunità anche se questo comporta andare verso un infausto destino. Nel momento culminante della storia, l’amore verso Dio (maturo in  Marsia, appena percepito in Marcus) e l’amore fra i due innamorati si intrecciano inestricabilmente e l’unico modo per portare a compimento la loro unione sarà quella di andare risoluti verso quella  vita dopo la morte che è stata promessa dalla nuova fede.

Le sequenze che rappresentano i primi cristiani sono particolarmente toccanti: il regista contrappone visivamente un ambiente pagano lussurioso e crudele ai pacifici e virtuosi cristiani che si riuniscono nei pressi delle catacombe per ascoltare la lettura delle lettere di S. Paolo e che poi, rinchiusi nelle celle del Colosseo in attesa che si compia il loro destino pregano e cantano insieme. In quei sotterranei il regista riesce a farci rendere partecipi di quegli ultimi momenti: ai cristiani giungono attutiti i rumori dall’arena ma quando sentono che gli applausi aumentano di intensità capiscono che una parte dello spettacolo è finita e la loro angoscia si rinnova perché sanno che adesso potrebbe toccare a loro.

Scenograficamente il percorso verso il loro destino si compie con la salita su di una ripida scala e con l’apertura di un enorme portone: una luce irrompe nei sotterranei, trasfigurando quello che è l’ingresso nell’arena , in un passaggio  verso cieli nuovi e terre nuove.

Gli autori hanno sapientemente evitato anonime scene collettive: la personalizzazione dell’angoscia di quei momenti viene realizzata nella figura di  Stefano, che si sente troppo giovane per morire e si affida a Marsia, la sua sorellastra. Ancora una volta fede e affetto umano si sostengono a vicenda: Stefano andrà sereno al martirio perché sa che verrà sostenuto nelle prova dalla fede di Marsia.

Il film è disponibile in DVD in italiano. Le parti che nella prima edizione italiana erano state tagliate sono state reintegrate con sottotitoli.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DON MATTEO 9

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/22/2014 - 17:09
 
Titolo Originale: Don Matteo 9
Paese: Italia
Anno: 2014
Regia: Monica Vullo, Luca Ribuoli, Jan Michelini
Sceneggiatura: ALESSANDRO BENCIVENNI, ENRICO OLDOINI, DOMENICO SAVERNI con la collaborazione di ALESSANDRO JACCHIA, ALESSANDRA CANEVA, adattamento soggetto di serie MARIO RUGGERI UMBERTO GNOLI, ELENA BUCACCIO, CARLO MAZZOTTA
Produzione: Lux Vide in collaborazione con Rai Fiction
Durata: 60' su RAI1 a partire dal 6 gennaio 2014
Interpreti: TERENCE HILL, NINO FRASSICA, SIMONE MONTEDORO, NADIR CASELLI,ANDRES GIL, LAURA GLAVAN, GIORGIA SURINA

In questa nuova serie il capitano Tommasi e il maresciallo Cecchini sono stati trasferiti da Gubbio a Spoleto. Anche don Matteo li raggiunge nella nuova sede, sulla “spinta” delle raccomandazioni di Cecchini. Il capitano ora è vedovo e si prende cura di Martina, sua figlia di quattro anni. Sono arrivate a Spoleto altre due donne: il Pubblico Ministero Bianca che conosce Tommasi dai tempi di scuola e la svagata e un po’ leggera Lia, che ha raggiunto lo zio Cecchini dopo aver studiato negli Stati Uniti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Don Matteo è espressione di un’ottima compenetrazione fra un atteggiamento molto umano nei confronti del prossimo e un'ispirazione soprannaturale, che sfocia in atteggiamenti di misericordia verso chi ha sbagliato
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un’ottima sceneggiatura sincronizza come un orologio, senza perdita di tensione, gli avvenimenti polizieschi e familiari anche se in questa serie è più evidente il “meccanismo” che sottende il racconto. Manca ancora all’appello una storia d’amore portante che consenta di approfondire la psicologia dei personaggi.
Testo Breve:

Matteo 9 è partito da subito con grande apprezzamento da parte del pubblico. Viene confermata la simpatia molto umana di don Matteo e degli altri personaggi mentre  vengono maggiormente evidenziate le tematiche cristiane.

E così, ridendo e indagando, si è arrivati a Don Matteo 9.

Rispetto a Don Matteo 8 ci sono delle indubbie novità: il trasferimento della location da Gubbio a Spoleto, la “morte improvvisa” di Patrizia, la moglie del capitano Tommasi che è rimasto solo con la figlia  Martina di 4 anni (espediente narrativo probabilmente necessario per costruire nuove vicende sentimentali), ma gli elementi chiave che hanno decretato il successo della serie ci sono tutti a partire da Don Matteo (un Terenche Hill sempre più scatenato in bicicletta)  e dal maresciallo Cecchini (Nino Frassica).

Serie vincente non si cambia (i dati di ascolto lo confermano: le puntate oscillano fra gli 8 e i 9 milioni di spettatori). L’alchimia della serie è quella di giocare su più piani e di tenerli armoniosamente collegati. C’è la componente poliziesca (ad ogni puntata viene risolto un caso, o meglio, è don Matteo che risolve i casi un momento, prima dei carabinieri), la componente comica, tutta sulle spalle di Nino Frassica, con il capitano Tommasi in funzione di appoggio. Trasversalmente alle puntate si sviluppano le vicende dei singoli personaggi, con varie età in modo da interessare un po’ tutte le fasce di telespettatori. Si va dalle piccole Ester e Martina ai giovani ribelli  Tomàs e Laura, entrambi sotto le ali protettive di don Matteo. Ci sono anche due nuove entry, foriere di prossimi sviluppi: la giovane Lia, nipote di Cecchini, maldestra e incasinata e il Pubblico Ministero Bianca, amica d’infanzia del capitano.

Ad avvolgere tutto e tutti c’è don Matteo, paziente, molto umano, sempre attento a vedere ogni persona per quello che è realmente, al di là di ciò che appare. Ogni puntata ha una saggezza da trasmettere: di fronte a certi fatti che avvengono si fronteggiano due modi diversi di reagire: quello della legge, dell’analisi dei fatti obiettivi, della logica del contrappasso secondo cui chi sbaglia va punito e quello di Don Matteo: lui fa le indagini a modo suo, guardando le persone negli occhi per cercar di comprendere il loro reale stato d’animo e se qualcuno ha sbagliato, lo aiuta a comprendere le sue debolezze e a porvi rimedio, perché per ognuno c’è sempre speranza. Contribuisce a sostenere questa impostazione il fatto che i crimini sono quasi tutti di tipo preterintenzionale e la vittima spesso non muore ma c’è la speranza di una ripresa. Quella di don Matteo è una fede viva, fattiva che parte da un atteggiamento molto umano per poi sfociare nel soprannaturale, un don Matteo che cerca di essere mediatore della Misericordia Divina. Fin dalle prime puntate della serie appare più deciso l’impegno di trasmettere messaggi cristiani: vediamo don Matteo riflettere sul Vangelo o parlare direttamente di Gesù a persone che hanno bisogno di speranza. Se ad ogni puntata c’è un caso poliziesco da risolvere, viene anche affrontato, ad ogni puntata un tema eticamente sensibile: giovani ribelli e irrequieti, madri che hanno abbandonato i loro figli, convivenze, la cura verso le persone in stato vegetativo.

Tutto bene quindi salvo qualche incrinatura che si percepisce nelle prime puntate: il successo della serie è stato decretato per la vivacità e profondità dei personaggi a cui ci si affeziona puntata dopo puntata, non certo dall’intreccio narrativo in sé. Ora il  “meccanismo” e la ripetitività della struttura narrativa appare  più scoperto: le parti comiche non sono irresistibili, la componente gialla non riserva troppe sorprese ma sopratutto manca finora il calore degli incontri/scontri fra  personaggi: la serie 8 era risultata vivace  proprio dal rapporto fra il capitano e Patrizia, in un loro continuo (molto moderno) cercare di stare uniti ma al contempo cercare di progredire nella propria carriera. In Matteo 9 vere storie d’amore non sono ancora sbocciate e il capitano Tommasi si limita per ora a fare da spalla comica a Nino Frassica. E’ ancora troppo poco. La sua bonomia, il suo facile cedere a ricatti familiari, finiscono per fargli perdere perfino la sua dignità di capitano dell’Arma.  

Siamo fiduciosi che le prossime puntate ci riserveranno nuove sorprese.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA FINE DELL'AVVENTURA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/16/2014 - 19:43
 
Titolo Originale: The End of the Affair
Paese: Gran Bretagna
Anno: 1955
Regia: Edward Dmytryk
Sceneggiatura: Lenore J. Coffee
Produzione: COLUMBIA PICTURES CORPORATION, CORONADO PRODUCTIONS (ENGLAND) LTD.
Durata: 105
Interpreti: Deborah Kerr, Van Johnson, John Mills, Peter Cushing

Maurice Bendrix, alla fine della guerra in Spagna, è stato congedato per una ferita alla gamba e, tornato a Londra, ha ripreso il lavoro di scrittore. Volendo descrivere un alto personaggio dell’amministrazione statale del Regno Unito, incontra l’amico Henry che si mostra ben lieto di aiutarlo e gli presenta la moglie Sarah. Fra Maurice e Sarah nasce un’intesa ma durante uno dei loro incontri a casa di lui una bomba esplode vicino a loro e Maurice appare morto. Sarah, che non è credente, inizia a pregare, chiedendo a Dio di salvargli la vita; in cambio lei sarebbe tornata da suo marito. Maurice si rialza vivo e a lei non resta che mantenere la promessa fatta, lasciando Maurice senza motivare la sua decisione. Cercherà ora di comprendere il senso di quella fede che sembra essere nata in lei. Due anni dopo Maurice incontra Henry che appare preoccupato e incerto sulla fedeltà della moglie. Senza informare il marito, Maurice decide di ingaggiare un agente privato per indagare su quella donna che ancora ama ma che misteriosamente lo ha abbandonato…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film del 1955 descrive bene il tormento di un’anima che interpellata da Dio, alla fine si abbandona alla fede. Il film del 1999 ipotizza invece l’esistenza una divinità quasi pagana che interferisce in modo sgradevole nelle vicende umane
Pubblico 
Tutti
La versione del 1955 è per tutti; quella del 1999 è per adulti.
Giudizio Artistico 
 
Entrambi i film, quello del 1955 come quello del 1999, sono di buona fattura. Van Johnson (1955), con il suo decisionismo americano, poco si adatta a una storia costruita su di un mistero soprannaturale, mentre Julianne Moore (1999) contribuisce bene a realizzare quell’atmosfera di languida e rarefatta sensualità voluta dal regista.
Testo Breve:

The end of the Affair dello scrittore inglese Graham Greene, è stato portato due volte sullo schermo, nel 1955 e nel 1999. La distanza temporale fra i due diventa anche una distanza nel modo diverso di interpretare il messaggio di fede che il libro propone

The end of the Affair  è il quarto ed ultimo dei romanzi cattolici dello scrittore inglese Graham Greene, come ricorda Enrique Fuster[1] nel libro Verso Dio nel Cinema. Finora sono due i film che si rifanno a questo romanzo: uno del 1955 (La fine dell’avventura) di Edward Dmytryk con Deborah Kerr e Van Johnson e l’altro del 1999 (Fine di una storia) di Neil Jordan con Julianne Moore e Ralph Fiennes.

Non ci interessa in questa riflessione giudicare quale dei due sia stato più aderente al romanzo[2] ma piuttosto vorremmo comprendere come in tempi così distanti (45 anni) venga reso sullo schermo una storia così “spinosamente religiosa” (avvengono dei miracoli attribuibili alla protagonista, Sarah).

La palma al film più aderente al romanzo è comunque controversa e in entrambi la storia originale è stata alterata: il film del 1955 termina con la morte di Sarah, mentre quello del 1999 in modo più aderente al libro, prosegue con la presentazione di un miracolo attribuito all’intercessione di Sarah. Al contrario quest’ultimo mostra un ritorno di passione fra i due amanti due anni dopo il loro primo incontro, non presente nel libro. Sono varianti che riflettono il modo diverso con cui  gli autori hanno reagito alla tematica di fede sollecitata dallo scrittore.

La cosa si complica ulteriormente se si considera che il film di Dmytryk, nella versione italiana venne ampiamente tagliato non solo per ridurne la durata ma anche per evitare alcune frasi sgradevoli nei confronti del sacramento del battesimo pronunciate dal protagonista che avrebbero urtato un pubblico italiano – all’epoca- sensibile a questi temi. Noi ci siamo comunque riferiti alla versione inglese originale.

La versione del 1955

Nel film del 1955 (come del resto in quello del 1999) l’intesa fra Maurice e Sarah nasce presto, complice il fatto che lo scrittore si era già accorto che lei tradiva suo marito. Il rapporto soffre però fin dall’inizio di una incomprensione di fondo: lui ritiene di aver trovato l’amore della sua vita, la ama e la vuole sposare (Van Johnson incarna lo stereotipo dell’americano molto in voga a quel tempo: un uomo propositivo, lineare ed estraneo a qualsiasi complessità psicologica); lei è più orientata a vivere la vita giorno per giorno, complice l’instabilità e l’incertezza del futuro tipiche dei tempi di  guerra. A dispetto di tutto i due amanti continuano a incontrarsi di nascosto dal marito,  la loro intesa diventa più profonda, fino al giorno del bombardamento, dopo il quale lei lascia Maurice per adempiere al voto fatto, senza dargli spiegazioni.

Il loro nuovo incontro, due anni dopo, trova lui ancora  innamorato ma anche sospettoso nei confronti di una donna che non è ancora riuscito a decifrare. In questa seconda parte la storia di Sarah e del suo progressivo, sofferto, avvicinamento a Dio prendono il sopravvento.  Sono tre le volte che vediamo entrare Sarah in una chiesa, tre momenti di una lunga "battaglia". La prima volta aveva tentato di fuggire: il sacerdote con il quale si era confidata l’aveva invitata a liberarsi dal voto fatto, se lo aveva fatto a un Dio in cui non credeva. Sarah non ne aveva avuto il coraggio perché aveva compreso che per lei era iniziata una ricerca che non riusciva più a sospendere. La seconda volta aveva cercato di ribellarsi : il sacerdote le aveva fatto osservare che quando si cerca Dio, di fatto lo si è già trovato. “Ma io non lo cerco- aveva risposto Sarah- allora perché Lui mi cerca?” In quell'occasione l'accettazione della Sua Esistenza era ormai un fatto avvenuto, mescolato alla rabbia determinata proprio da quel suo arrendersi alla Sua esistenza; quella di un Dio che risponde a chi lo invoca. Il terzo e risolutivo momento  è quello della resa: Sarah è in preghiera nella stessa cappella e accende una candela. Le sembra un gesto stupido ma per la prima volta è pervasa da una sensazione di felicità: si sente come quella piccola fiammella che è tenue ma che è calda e brilla.
Il film prosegue con il comportamento coerente di Sarah che non ritorna da Maurice nonostante lui continui a desiderare di sposarla. Solo quando Sarah è ormai morente, Maurice viene a conoscere il dramma che lei ha vissuto  e in una lettera trovata dopo la sua morte vi legge la sua ultima confessione: “Dio esiste; io ci credo”. Il fatto che il film termini in questo modo e non prosegua con altri miracoli avvenuti dopo la morte di Sarah come viene descritto nel romanzo è coerente con l’economia di un film tutto centrato sull’evoluzione dell’animo della donna che interpellata da Dio, alla fine si abbandona alla fede.

La versione del 1999

Il film del 1999 è inevitabilmente più esplicito nelle scene degli incontri amorosi fra i due amanti  che servono a sottolineare la passione sensuale che li unisce. In questa versione il racconto si concentra su ciò che accade due anni dopo che essi si erano lasciati e i tentativi di Maurice di riagganciare la sfuggente Sarah. Sensualità e mistero diventano gli elementi dominanti del film.  
C’è una componente che emerge progressivamente e che costituisce un chiaro segno dei tempi, all’alba del terzo millennio: il soggettivismo. L’espressione autentica di se stessi diventa una priorità assoluta, rispetto alla quale gli impegni che si possono avere nei confronti degli altri, della società, dello stesso Dio, si dissolvono. Nell’incontro di Sarah con il sacerdote le tematiche sono cambiate. Se lui le parla del libero arbitrio che Dio ci ha concesso, Sarah risponde che a questo punto, siccome ama Maurice, vuole divorziare: in fondo lei non è “né una bugiarda né una prostituta”.
Alla fine i due riannodano la loro relazione: si tratta di una svolta non prevista nel libro e non presente nel film 1955 ma quasi  inevitabile, di fronte alla priorità di dare libero sviluppo all’autenticità del loro amore, una priorità rispetto alla quale il voto fatto finisce per perdere di senso. Sarah in questo secondo film deve in effetti fronteggiare meno scrupoli di coscienza rispetto al precedente: “noi siamo (solo) buoni amici” fa notare Sarah al marito, sottintendendo la mancanza di una relazione coniugale, mentre nel film del 1955 si parla solo di difficoltà ad avere dei bambini. Sempre in nome della superiorità di un amore autentico il marito Henry e Maurice si ritrovano a vivere nella stessa casa perché entrambi hanno deciso di prendersi cura di Sarah morente. I rapporti fra Maurice e il sacerdote che ha curato spiritualmente Sarah sono di aperto conflitto: Maurice lo odia perché Sarah per due anni si è sottratta a lui perché plagiata per mezzo di pure fandonie e vede il sacerdote come il rappresentante di una istituzione puramente formale, in grado di esprimere una pietà di sola facciata.

“Questo è un diario di odio” scrive Maurice sul primo foglio del suo romanzo nella prima sequenza del film. Alla fine si comprende di quale odio si tratta: “Ti odio come se Tu esistessi. La Tua astuzia è infinita. Ti prego di dimenticarmi” scrive Maurice sull’ultima pagina del suo romanzo.

La scena finale che mostra un miracolo accaduto con la mediazione di Sarah (un ragazzo da lei conosciuto ora non ha più una voglia che in precedenza deturpava la sua guancia) sposta di ben poco l’asse del film, tutto teso a dimostrare la superiorità di una vita umana gestita direttamente dagli uomini stessi.

Se bisogna necessariamente ipotizzare l’esistenza di un Dio, sembra dire il film del 1999, esso appare quasi come una divinità pagana, più temuta che amata: un dio che interferisce nelle vicende umane in modo spesso sgradevole e l’uomo deve solo cercare di evitare le sue nefaste influenze.



[1] DANIELA DELFINI, ENRIQUE FUSTER, JOSE’ MARIA GALVAN Verso Dio nel cinema, San Paolo, 2013

[2] Andrea Puglia ha realizzato due anni fa una interessante tesi alla Cattolica di Milano  dal titolo ""Graham Greene e il cinema. Analisi di un rapporto conflittuale"indagando in particolare sul suo senso del religioso


 

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ANNA KARENINA (Miniserie TV)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/03/2013 - 16:19
 
Titolo Originale: Anna Karenina
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Christian Duguay
Sceneggiatura: FRANCESCO ARLANCH
Produzione: Lux Vide
Durata: 100' x 2
Interpreti: VITTORIA PUCCINI, SANTIAGO CABRERA, BENJAMIN SADLER, MAX VON THUN LOU DE LAAGE, CARLOTTA NATOLI, PIETRO SERMONTI LEA BOSCO

Anna vive a San Pietroburgo con il marito Aleksei Aleksandrovič Karenin, un alto funzionario del governo e il figlio Serëža. Si reca a Mosca invitata da suo fratello Stiva per aiutarlo a convincere la moglie Dolly a restare con lui, nonostante le sue frequenti infedeltà. Durante il viaggio conosce il nobile e affascinante ufficiale dell’esercito Aleksej Kirillovič Vronskij che inizia a manifestarle tutto il suo interesse. Intanto Kitty, la sorella di Dolly, rifiuta l’offerta di matrimonio ricevuta da Konstantin Dmitrič Levin, un aristocratico che vive nella sua tenuta di campagna perché innamorata del conte Vronskij. Mentre Levin torna disilluso nei suoi possedimenti intenzionato a modificare la condizione dei suoi braccianti visti ancora come servi della gleba, Anna, tornata a S. Pietroburgo, finisce per accettare la corte di Aleksej Vronskij…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tutti i personaggi sono persone sensibili e si preoccupano di non far del male agli altri, pronti a riconoscere i propri errori e a perdonare
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Ricostruzione molto curata della Russia di fine ‘800, intensa la recitazione di Vittoria Puccini e degli altri comprimari mentre la sceneggiatura porta molto bene in evidenza la ricca umanità di tutti i personaggi. Il difficile compromesso di conciliare la necessità di un racconto il più possibile completo con quello di rinchiuderlo all’interno di due sole puntate televisive ha costretto il montaggio a compattare i molti accadimenti con poco spazio per momenti di riflessione
Testo Breve:

Il romanzo di Tolstoj ritorna sul piccolo schermo in una versione più fedele allo spirito dell’originale: la ricerca della felicità coniugale vista attraverso le vicende di tre storie d’amore

C’era bisogno di un nuovo adattamento televisivo del romanzo di Lev Tolstoj Anna Karenina? La risposta è assolutamente si. Avevamo già lodato il recente film Anna Karenina del 2012 di Joe  Wright con Keira  Knightley e Jude Law per aver fatto piazza pulita delle precedenti versioni che si erano concentrate esclusivamente sulla figura di Anna, vittima fragile di una società rigida e bigotta e per aver recuperato lo spirito originario dell’autore: la ricerca della felicità coniugale. Una ricerca portata avanti attraverso l’osservazione di tre coppie: quella di Levin e Kitty che la trovano nella ordinarietà del vivere insieme giorno per giorno, quella di Stiva e Dolly che la ricostruiscono faticosamente attraverso il perdono e infine la ricerca senza sbocchi di Anna,  incapace di scegliere fra  desiderio e amore materno, fra ragione e sentimento.  La versione in forma di miniserial TV della coproduzione LuxVide-Rai Fiction (ed altre emittenti estere) ha compiuto lo stesso percorso in qualche modo accentuandolo, guidata dalla mano esperta e sensibile dello sceneggiatore Francesco Arlanch, con la regia di Christian Duguay (Coco Chanel, Sant'Agostino).

Fin dall’inizio il racconto annoda i destini delle tre coppie e le segue fino al finale, così diverso dai lavori precedenti, che focalizzavano l’acme della tensione narrativa intorno al suicidio di Anna a cui seguiva una rapida dissolvenza. In questo nuovo lavoro, se Anna conclude la sua infelice esistenza, Kevin e Kitty si godono la felicità del loro primo figlio, Dolly e Stiva ritrovano la loro serenità, circondati da una prole che continua ad aumentare, Kevin si avvicina alla fede, Vronskij, indossata nuovamente la divisa parte per il  fronte dei Balcani, Karenin si prende responsabilmente cura dei due orfani. Si tratta di una visione equilibrata e provvidenziale della vita che va avanti: “il poco che so l’ho imparato dalla vita stessa, che nonostante tutto continua” dice Kevin in commento finale fuori campo e che ora ha coscienza di un Dio forse ancora misterioso ma che pur esiste.

Non è facile ridurre un romanzo così complesso in un racconto di 200 minuti (la precedente versione televisiva del 1974 di Sandro Bolchi con Lea Massari durava sei puntate). Arlanch ha dovuto fare delle scelte ed anche delle aggiunte. Come lui stesso racconta, ha dovuto sviluppare l’inizio e lo sbocco della passione fra Anna e Vronskij che naturalmente Tolstoj non poteva approfondire secondo i costumi dell’epoca, dandoci meglio il senso della nascita di una passione sensuale e totalizzante. Ha inoltre reso visibile la crescita spirituale di Kitty (nel romanzo è dovuta all’incontro con la  giovane Varen'ka, dedita alla cura dei malati in una stazione balneare) attraverso il suo prendersi cura di un ufficiale ferito in un ospedale militare; ha brillantemente sostituito il modo con cui Kevin e Kitty  si dichiarano il loro amore (nel romanzo e nel film del 2012 è un progressivo disvelamento di parole attraverso il gioco dello Scarabeo, soluzione forse un po’ troppo letteraria)  con il loro toccarsi imprevisto e il ritrovarsi durante un gioco a mosca cieca.

La miniserie mostra fin dall’inizio grande cura nelle scenografie e nei costumi. Qualche perplessità suscita la colonna sonora: si è voluto innestare in un commento musicale classico anche “One day I’ll fly”  in un paio di momenti del racconto, ma se il mescolare classico e moderno diventava un tutt’uno con lo stile narrativo scelto da  Joe Wright  nel film del 2012, qui la soluzione viene percepita come una anomala discontinuità. Vittoria Puccini da’ il meglio di sé nei momenti di maggiore fragilità di Anna, quando non riesce a dominare gli eventi e non sa quale direzione far prendere alla sua vita. Bravi gli  altri coprotagonisti tutti considerati di eguale importanza, coerentemente con il difficile stile di Tolstoj che non privilegia mai nessuno ma si prende cura di tutti con incredibile realismo psicologico. Non c’è alcun modo, nei suoi lavori di schematizzare l’umanità dividendola fra buoni cattivi; in Anna Karenina tutti, indipendentemente dalla loro posizione nella storia, sono persone che sanno riflettere e appoggiarsi a un senso del divino più o meno definito. In questa prospettiva risulta carente il personaggio del principe Karenin, forse la figura più complessa proprio perché è colui che più di tutti si sforza di uscire da se stesso per cercare di capire, appellandosi alla sua fede, come è meglio comportarsi nella circostanze in cui si è trovato suo malgrado. In questo serial Tv è stato descritto soprattutto come persona anaffettiva i cui cambiamenti di atteggiamento nei confronti della moglie Anna appaiono poco motivati e non tradiscono i tormenti interiori di una persona che cerca di essere  giusta.

Alla fine il pubblico ha pienamente apprezzato la miniserie con più di 5 milioni di spettatori in entrambe le serate. Resta quindi ancora una volta da domandarsi perché le vicende di Anna Karenina continuano ad affascinare, al di là della grande perizia di Tolstoj nel raccontare storie appassionanti. Forse il segreto del continuo successo sta probabilmente nel fatto che il romanzo non dà risposte. Tutti i tentativi di delineare  Anna come una donna libera vittima di una società opprimente, Vronskj come  un fatuo dongiovanni, Kenin come un uomo tranquillo che approda a un matrimonio tranquillo, sono tentativi inutili di ingabbiare l’incredibile complessità dell’animo dei personaggi, che ci appaiono reali proprio perché complessi. Ma anche del senso di una vita che ti consente di approdare a parziali certezze ma che subito dopo ti pone davanti a nuove sfide.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RING THE BELL

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/20/2013 - 20:23
 
Titolo Originale: Ring the Bell
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Thomas Weber
Sceneggiatura: Mark Miller, Thomas Weber
Produzione: Provident Films
Durata: 102
Interpreti: Ryan Scharoun, Ashley Anderson McCarty, Casey Bond

Rob Decker è un agente sportivo che sembra avere tutto ciò che desidera: successo nel suo lavoro e soldi. Durante un weekend si reca in un piccolo paese di campagna per cercare di ingaggiare Sean, un ragazzo dell’high school locale che mostra un particolare talento per il baseball. E’ sicuro di avere successo, puntando sulla prospettiva di facili guadagni. Il ragazzo invece vuole soprattutto laurearsi in medicina per essere utile al suo prossimo e Rob scopre che gli abitanti del paese vivono sereni, con semplicità e nella fede. Incontra anche Daisy, una ragazza che con suo fratello Scooter si prende cura di ragazzi orfani o disadattati. Le sicurezze di Rob iniziano a crollare…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due giovani fratelli scoprono la loro vocazione cristiana prendendosi cura di ragazzi orfani ed abbandonati
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Molto bravi gli attori, buona la regia; la sceneggiatura scivola spesso in schematiche contrapposizioni tra ciò che è buono e ciò che è cattivo
Testo Breve:

Un procuratore sportivo, dedito unicamente al successo e al denaro, conosce tante brave persone che conducono una vita semplice e  piena di fede. La storia di una conversione ben recitata ma un po’ didascalica

Ring the Bell è un altro lavoro della casa di produzione Provident Film, che ha realizzato opere come Fireproof e October Baby: si stratta di film professionali, pienamente inseriti nel circuito commerciale statunitense, che hanno l’obiettivo primario di parlare di fede cristiana. Gli autori sono di fede riformata ma molto spesso (come nei due titoli citatati) i messaggi trasmessi (l’indissolubilità del matrimonio, il rigetto dell’aborto) sono prima di tutto cristiani senza connotazioni specifiche. Anche in quest’ultimo lavoro, disponibile in DVD in inglese con sottotitoli in italiano, c’è un sincero richiamo sull’importanza del porsi al servizio degli altri in nome di Cristo, anche se si presume, in un’ottica riformata, un rapporto diretto fra l’uomo e Dio, senza necessità di sacramenti.

Rob Decker è un giovane procuratore sportivo di successo, presidente della ditta da lui stesso creata: non ha un animo cattivo ma la sua filosofia di vita è molto semplice: conquistare le migliori procure a tutti costi e in questo si sente pienamente realizzato (non ha figli e non è sposato). Il suo prossimo obiettivo è quello di ingaggiare Sean, un ragazzo di 17 anni particolarmente promettente che vive in una piccola città di campagna. Decide di recarsi lui stesso nel paese, convinto che raggiungerà facilmente l’obiettivo grazie ai significativi guadagni che potrà prospettargli. Si accorge ben presto di trovarsi in un altro mondo: incontra Daisy e Scooter, due fratelli figli di genitori missionari cristiani che sono andati in vari paesi a predicare il vangelo ma che sono poi morti in un incidente aereo lasciandoli orfani. I due fratelli sono rimasti nella casa dei genitori ed ora si prendono cura di ragazzi disadattati. Ciò che più sconcerta Rob è la loro completa noncuranza verso ciò che per lui è così importante: il successo e il denaro. Daisy e Scooter sentono di aver  ricevuto dal Signore una precisa chiamata nell’aiutare quei ragazzi: sono felici per questo e non desiderano altro.  Nel cortile di casa loro c’è una campana: viene suonata da coloro che sentono di esser stati toccati dalla fede.

Anche  Sean non è interessato alla carriera sportiva che gli prospetta Rob: desidera soprattutto frequentare l’università per diventare  dottore. Rob inizia a riflettere sul significato della propria esistenza di fronte a questi esempi che gli prospettano qualcosa di così diverso  e  quella sera,dopo essersi  recato assieme agli altri  ad ascoltare un predicatore che è arrivato in città, si ferma a contemplare quella campana che forse finirà per suonare.

Gli attori sono tutti bravi, la regia è professionale. La sceneggiatura scivola troppo facilmente in facili contrapposizioni: la città e la campagna, la ricerca del denaro e una vita vissuta semplicemente. In questo modo il film evita di spiegarci come si possa essere buoni cristiani anche vivendo in città invece che in campagna, anche quando si è pienamente concentrati  nelle proprie, oneste, attività professionali.

Non a caso la promozione su Internet del  DVD è accompagnata da un testo di commento dove i passaggi principali della storia vengono affiancati a brani del Nuovo Testamento per una ulteriore riflessione.

Fa comunque piacere vedere laici che parlano normalmente di Gesù e di fede (nei film europei è qualcosa di praticamente sconosciuto: unica brillante eccezione è stato il film francese L’amore inatteso) ma il predicatore che viene presentato nel film usa espressioni che fanno riferimento a un cristianesimo un po’ generico (“il Signore non mi chiederà a quale chiesa appartengo ma cosa ho fatto per Lui”  e l’espressione: “ Se confessiamo che Gesù è il nostro Signore siamo salvi” lo qualifica come un predicatore appartenente a una chiesa riformata.

Resta da ammirare come in U.S.A. film che parlano apertamente di fede possono venir prodotti in modo professionale ed  entrano nel normale circuito delle sale cinematografiche e riuscendo anche a fare profitti. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PRANZO DI BABETTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/23/2013 - 16:09
 
Titolo Originale: BABETTES GAESTEBUD
Paese: Danimarca
Anno: 1987
Regia: Gabriel Axel
Sceneggiatura: Gabriel Axel
Produzione: A S PANORAMA FILM INTERNATIONAL
Durata: 101
Interpreti: Stéphane Audran, Jean Philippe Lafont, Jarl Kulle

Il pranzo di Babette è probabilmente il film della maturità del regista Gabriel Axel, autore di ambito fondamentalmente
televisivo. Ispirato a un racconto di Karen Blixen, può essere considerato uno dei migliori adattamenti della storia del cinema, probabilmente favorito dalla brevità dell' opera letteraria; poche volte c'è stata tanta vicinanza tra il testo e il racconto filmico. Il vero protagonista è il festino preparato da Babette, geniale cuoca francese che, dovendo fuggire dal suo Paese, finisce come collaboratrice domestica di due anziane sorelle a capo di una comunità luterana fondata dal loro padre, in una sperduta località della costa danese.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Babette con la sua arte culinaria, fare diventare la materia dono agli altri
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Premio oscar per il miglior film straniero del 1987, è un ottimo esempio di adattamento cinematografico.
Testo Breve:

Babette è una cuoca francese che, fuggita dal suo paese, prepara un ottimo pranzo per le due anziane sorelle danesi che l' hanno ospitata. Con la sua arte culinaria, riesce a far diventare la materia dono agli altri 

Il film presenta tre poli in contrasto, tre modi di capire la vita e la fede veicolati tutti e tre dall'arte. Le due prime posizioni sono precedenti di molto all' arrivo di Babette: la prima è costituita dall'uso "liturgico" della musica nella comunità del patriarca, in cui 1'arte non ha un' altra finalità se non la lode a Dio. Quando le figlie del fondatore erano giovani, un professore di musica francese capitò nella comunità e.colpito dalla qualità della voce di una delle figlie, chiese e ottenne il permesso di darle lezioni di canto; lui costituisce la seconda visione: 1'arte per sé, per il piacere di esserne il creatore, per il trionfo.

L'arte di Babette è tecnicamente inferiore di fronte alla spiritualità della musica, lei si esprime con l'arte più materiale e transeunte possibile: la gastronomia. Ma lei ha la chiave di ogni arte: fare diventare la materia dono agli altri. Babette arriva in una notte fredda di pioggia, sola e perseguitata, ma la sua gioia di vivere, in contrappunto con le difficoltà patite, e la sua capacità di dono cominciano a illuminare la realtà grigia della comunità; e questo non soltanto in una chiave relazionale di tipo spirituale, ma anche molto materiale. È la concretezza del suo servizio che dà inizio al cambiamento; la fotografia del film, con 1'occasione della pulizia dei vetri della casa del pastore e ispirandosi agli interni di J an Vermeer, ci fa vedere, infatti, un altro panorama di colore e di bellezza nelle cose più normali e quotidiane.

Alla fine, l'opera d'arte (il pranzo organizzato in occasione del centenario del fondatore) diventa vera occasione di intreccio, di conversione, di scoperta del vero senso dell'esistenza. Il miraggio di un' arte fine a se stessa non dà risposte neanche ai singoli: la lettera di presentazione di Babette, scritta dal vecchio professore di canto parigino, ne è la testimonianza. Un'arte chiusa nella sua significatività liturgica non riesce a fondare la base di una vera carità fraterna: la comunità, infatti, è divisa, non ha più lo spirito di fratellanza che la caratterizzava al tempo del suo fondatore. Solo l'arte che diventa dono gratuito è in grado di redimere l'uomo, di fargli scoprire che al di sopra di tutto c'è la preminenza dell'amore.

Babette, con un chiaro simbolismo cristologico, dona tutto ciò che ha per preparare il banchetto redentore che riporta i membri della comunità, tra l'altro contrari inizialmente a lasciarsi influenzare da un' attività considerata impura, alla riscoperta dell'amore vicendevole: il girotondo finale è il simbolo di questa nuova infanzia spirituale. Ma il messaggio non riguarda soltanto la comunità: un personaggio esterno ad essa ne è testimone. Si tratta di un generale, in gioventù innamorato di una delle due sorelle, invitato con l'anziana madre al banchetto. Anche per lui il dono di Babette diventa l'occasione per dare senso a tutta la sua vita, pur provenendo da un'esperienza del tutto diversa.

L'arte culinaria di Babette riesce a trovare il nesso tra la realtà materiale e la dimensione spirituale a cui l'uomo è chiamato, diventando così un ponte tra la terra e il cielo, che si fa presente nella scena del girotondo; è a lei che deve essere indirizzata la frase che unisce l'inizio e il finale del film: «Quale gioia darai agli angeli!». 

La recensione è tratta da:

Verso Dio nel cinema (Casa Editrice San Paolo, 2013; prezzo di copertina 15€)

Per gentile concessione della Casa Editrice San Paolo 
Autore: José M. Galvan
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MISSION

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/23/2013 - 15:07
 
Titolo Originale: Mission
Paese: Gran Bretagna
Anno: 1986
Regia: Roland Joffé
Sceneggiatura: Robert Bolt
Produzione: ENIGMA PRODUCTIONS, GOLDCREST FILM INTERNATIONAL, KINGSMERE PRODUCTIONS LTD
Durata: 121
Interpreti: Robert De Niro, Jeremy Irons

1758. Un cacciatore di schiavi, Rodrigo De Niro), uccide per gelosia suo fratello. Travolto dal rimorso, decide di lasciarsi morire, ma il gesuita padre Gabriel (Jremy lrons) lo convince a espiare la sua colpa seguendolo nel cuore della giungla per evangelizzare gli indios guaranì. Quando il cardinale Altarnirano (Ray McAnally ordina ai religiosi di abbandonare le missioni per motivi politici, i gesuiti decidono di rimanere con gli indios e di condividerne il tragico destino.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I sacrificio eroico di due gesuiti: padre Gabriel accetta il martirio con gli occhi fissi sul Corpo di Cristo; padre Gabriel difende fino all’ultimo gli indios perseguitati Pubblico
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche combattimento violento potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Palma d’oro al festival di Cannes 1986, bellissima musica di Ennio Morricone, un film che garantisce grande spettacolo ma al contempo convoglia nobili valori
Testo Breve:

Il  racconto del tragico destino della missione dei gesuiti presso il popolo guaranì. Un film di grande spettacolo per trasmettere nobili valori cristiani

Nel film la vicenda storica delle missioni fondate nel Sud America si intreccia con la vicenda umana dei gesuiti che evangelizzano gli indios. I guaranì sono avvicinati con grande umiltà e rispetto, facendo leva sulla dimensione spirituale che questi uomini primordiali, non contaminati dalla malizia del mondo, sanno vivere con spontaneità e gioia. Emblematica in questo senso la scena dove padre Gabriel, da solo in mezzo alla foresta, si mette a suonare il flauto, cogliendo subito l'interesse degli indios. Commenta il cardinale Altamirano: «Con un' orchestra i gesuiti avrebbero potuto convertire tutto il continente».

La sensibilità per la musica, come espressione artistica che avvicina l'uomo a Dio, permea di sé l'intero film e sottolinea la purezza e la predisposizione di queste popolazioni ad accogliere il messaggio evangelico. Là dove le parole non riescono a esprimere l'amore di Dio per le sue creature, il cantosi fa subito preghiera e consente anche ai semplici guaranì di entrare in dialogo con il Padre Celeste. Alla semplicità e spontaneità della conversione degli indios si contrappone la conversione tormentata e drammatica del protagonista. Rodrigo Mendoza sembra riassumere in sé tutte le contraddizioni, le ipocrisie e le passioni dell'uomo civilizzato, che spesso si costruisce da solo il proprio inferno. Così fa Mendoza, che prima si dedica all'attività di trafficante di schiavi, soffocando dentro di sé ogni sentimento di pietà; quindi, con il cuore indurito e assuefatto alla violenza, si lascia vincere dall'ira e uccide il proprio amato fratello. Una società corrotta dal peccato, che ammette l'ingiustizia e giustifica la sopraffazione, fa emergere nell'uomo i peggiori istinti, condannandolo all' infelicità.

Rodrigo, schiacciato dal senso di colpa, non aspetta altro che di portare a termine quel percorso verso l'autodistruzione che, in fin dei conti, è stata tutta la sua vita. È strappato alla disperazione da padre Gabriel: «Dio ci ha imposto il fardello della libertà. Tu hai scelto il tuo crimine, hai il coraggio di scegliere la tua pena?». «Non esiste una pena abbastanza severa» è la risposta di Rodrigo, ed egli accetta di espiare per alleviare in qualche modo il suo dolore interiore, ma solo in attesa della morte, non osa sperare nel perdono di Dio, non osa rivolgersi a Lui. Segue dunque i gesuiti nel cuore della foresta trascinando dietro di sé il fardello dei propri peccati, ovvero trasportando letteralmente una rete piena della pesante ferraglia che un tempo costituiva il suo corredo di uomo d'arme. È un fardello che sembra simboleggiare anche la zavorra di pregiudizi, orgoglio e vanità che impedisce all'uomo cosiddetto civilizzato di essere veramente libero. Non a caso sarà proprio un membro della comunità guaranì che taglierà la fune, liberandolo dall'inutile peso e, allo stesso tempo, accordando il perdono all'uomo che ha riconosciuto come uno dei cacciatori di schiavi.

Rodrigo si vede perdonato da coloro che aveva perseguitato e d'improvviso il suo cuore si apre alla speranza: anche Dio nella sua infinita bontà potrà perdonarlo. È l'inizio di una
conversione autentica e profonda. Rodrigo trova nell'amore e nella dedizione agli altri una nuova ragione di vita. Coglie la presenza di Dio nella natura maestosa che lo circonda,
nella bontà innata degli indios, nelle parole di conforto e incoraggiamento di padre Gabriel. Fino a quando non atTiva il momento della grande prova.

Il cardinale Altamirano cede alle pressioni di Spagna e Portogallo e, per evitare la soppressione della Compagnia di Gesù, consegna le missioni al "braccio secolare", ordinando ai
gesuiti di abbandonare gli indios alloro destino. È un momento lacerante per padre Gabriel, che aveva creduto con tutto se stesso nella possibilità di realizzare un "paradiso in
terra", come dimostrazione che pace e armonia sono traguardi possibili per l'uomo. Rodrigo invece ha sperimentato il male e ha la piena consapevolezza che una vita perfetta e
senza peccato non appartiene a questo mondo.

Diverso è dunque il modo con il quale i due gesuiti vanno incontro alla morte: lo spirito contemplativo di padre Gabriel lo porta a offrirsi ai colpi dei nemici mentre adora il Santissimo, egli aspetta il martirio con gli occhi fissi sul Corpo di Cristo. Padre Rodrigo tenta fino alla fine di salvare gli indios facendo scudo col suo stesso corpo ai bambini della comunità. Quando cade, infine, sotto i colpi dei nemici, cerca gli occhi di padre Gabriel. Lo scambio di sguardi fra i due gesuiti in punto di morte rappresenta un dialogo silenzioso di rara intensità: nel momento estremo della morte il mondo del peccato è ormai alle spalle, davanti c'è la certezza della redenzione. 

La recensione è tratta da:

Verso Dio nel cinema (Casa Editrice San Paolo, 2013; prezzo di copertina 15€)

Per gentile concessione della Casa Editrice San Paolo 
Autore: Daniela Delfini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INTO DARKNESS - STAR TREK

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/10/2013 - 21:33
 
Titolo Originale: Into Darkness - Star Trek
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: J.J. Abrams
Sceneggiatura: Alex Kurtzman, Roberto Orci, Damon Lindelof basata sui personaggi creati da Gene Roddenberry
Produzione: Skydance Pictures/ Paramount Pictures/Bad Robot/Kurtzman-Orci
Durata: 134
Interpreti: Chris Pine, Zachary Quinto, Zoe Saldana, Benedict Cumberbatch, Simon Pegg, Karl Urban, Anton Yelchin, John Cho, Alice Eve, Peter Weller, Bruce Greenwood

Il capitano Kirk perde il comando dell’Enterprise per aver violato la Prima Direttiva della Flotta stellare, interferendo con lo sviluppo della civiltà di un altro pianeta per salvare la vita a Spock. Presto però dovrà tornare in prima linea perché la Federazione è minacciata da John Harrison, un misterioso terrorista, dotato di intelligenza e forza superiori… Dopo un attacco spietato che colpisce Kirk nei suoi affetti più cari, tutto l’equipaggio dell’Enterprise è coinvolto in una caccia all’uomo dagli esiti incerti e dai contorni oscuri…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Sia Kirk che Spock hanno da imparare l’uno dall’altro: il capitano ha la capacità di assumersi fino in fondo la responsabilità delle sue azioni inclusa la lungimiranza di riconoscere limiti ed errori, il primo ufficiale ha la possibilità di fronteggiare dolore, morte e perdita non “ritirandosi” dalla propria capacità di provare emozioni, ma abbracciandola fino in fondo
Pubblico 
Pre-adolescenti
Un paio di scene sensuali e di violenza nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Il film non rinnega la propria identità di blockbuster d’azione ma la forza di un film spettacolare come questo sta più nella capacità degli sceneggiatori di mettere in luce i caratteri dei membri dell’equipaggio che nella trama.
Testo Breve:

Kirk e Spock dovranno affrontare la minaccia di un misterioso terrorista, dotato di intelligenza e forza superiori. La forza di un film spettacolare come questo  sta più nella capacità dei sceneggiatori di mettere in luce i caratteri dei membri dell’equipaggio che nella trama.

Dopo aver rilanciato una delle saghe più longeve e amate della storia del cinema e della televisione americana, J.J. Abrams si concede un secondo appuntamento che non tradisce, anche grazie ad un efficace uso del 3D, le promesse di un intrattenimento spettacolare ma non privo di intelligenza e di cuore.

Dopo aver assistito alla formazione dell’equipaggio dell’Enterprise, e in particolare della coppia Kirk-Spock (il capitano umano spavaldo, coraggioso e indisciplinato, e il primo ufficiale mezzo vulcaniano logico e ligio alle regole), il cuore e la mente della nave, qui J.J. Abrams li mette a confronto con un avversario di prima grandezza, capace di mettere alla prova come non mai la loro forza e le loro debolezze.

Il misterioso John Harrison (cui dà volto e voce magistralmente l’inglese Benedict Cumberbatch, protagonista di una moderna versione di Sherlock Holmes e ora lanciatissimo anche al cinema) ha la statura dei migliori cattivi della storia del cinema: intelligente, manipolativo, senza pietà, ma non privo di un certo fascino. È una sorta di “arma vivente” destinata a mettere a nudo le contraddizioni della Federazione Planetaria, un organismo di pace che, però  di fronte alla minaccia sempre più concreta dell’impero Klingon, ha la tentazione di trasformarsi in qualcosa d’altro.

Il contrasto tra una vocazione di esplorazione pacifica (che è caratteristica dell’impostazione “umanistica” della serie originale, nata negli anni Sessanta) e la necessità di difendersi, che può facilmente trasformarsi in una tentazione di “guerra preventiva”, è il cuore di una storia in cui gli autori riecheggiano (forse addirittura fin troppo) quello che è diventato il più scomodo e irremovibile trauma della coscienza americana, l’11 settembre con tutte le sue conseguenze.

Into Darkness affronta la cosa senza perdere di vista la propria identità di blockbuster d’azione (in questo distinguendosi, del resto come il primo capitolo, dall’impostazione più filosofica del prototipo televisivo) e anzi procedendo a ritmo sostenuto tra spettacolari scontri spaziali, inseguimenti, scazzottate e dialoghi scoppiettanti fatti apposta per mettere in luce i caratteri dei membri dell’equipaggio: la riflessiva e tosta Uhura, l’impacciato Checov, il pignolo Scotty, il burbero McCoy.

J.J. Abrams e i suoi sceneggiatori sono particolarmente abili a rendere le dinamiche del gruppo (eredità di un comune passato nella serialità televisiva) e tra i singoli, si tratti dei battibecchi tra innamorati di Spock e Uhura, dei “soliti” contrasti tra logica e cuore di Kirk e Spock, o delle lamentele di Scotty su quello che succede alla sua nave quando si assenta per un giorno.

In queste scene lo spettatore prova la confortante sensazione di ritrovarsi in famiglia con un gruppo di personaggi che conosce bene, ma che sono sempre capaci di stupirlo andando oltre se stessi e regalando sorprese e segreti. Paradossalmente, la forza di un film spettacolare come Into Darkness sta più in questa comunità di caratteri che nella trama, che qua e là presenta qualche perdonabile incertezza.

Al solito, comunque, la fantascienza si presta, oltre che ad elaborare metaforicamente il dato della cronaca (con l’invito a saper reagire alla violenza con la meditazione della ragione piuttosto che con l’emotività della vendetta), anche ad una riflessione sulla capacità di sacrificio per l’altro che costituisce l’essenza di ogni rapporto affettivo, sia esso d’amicizia o d’amore. In questo sia Kirk che Spock hanno da imparare l’uno dall’altro: il capitano la capacità di assumersi fino in fondo la responsabilità delle sue azioni (qualcosa che implica, oltre al coraggio, anche la lungimiranza di riconoscere limiti ed errori), il primo ufficiale la possibilità di fronteggiare dolore, morte e perdita non “ritirandosi” dalla propria capacità di provare emozioni, ma abbracciandola fino in fondo.

In questo il film fa tesoro di quanto accaduto nel precedente episodio facendo di Spock, superstite alla fine del suo pianeta che non aveva potuto salvare, una sorta di reduce dell’Olocausto che sceglie la desensibilizzazione come unica via di sopravvivenza, salvo poi doversi comunque confrontare con l’incapacità tutta umana di regolarsi nello stesso modo.

La pellicola vive anche di una miriade di citazioni interne ed esterne alla saga (da Star Wars - prossimo progetto di Abrams - a K-19) e di una regia dinamica che però sa anche prendersi i suoi tempi nel seguire le emozioni dei personaggi come nell'esplorare le location (i pianeti, ma anche la Londra futuristica che, con il suo misto di vecchio e nuovo- sta per l'intero mondo terrestre) dando vita a un universo di racconti che, non abbiamo dubbi, riserverà ancora molte sorprese.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CUORI DI VETRO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/16/2013 - 19:00
 
Titolo Originale: Nor Easily Broken
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Bill Duke
Sceneggiatura: Brian Bird basata sul racconto omonimo di T. D. Jakes
Produzione: T. D. Jakes Production, Duke Media
Durata: 99
Interpreti: Morris Chestnut, Taraji P. Henson, Maeve Quinlan, Jenifer Lewis

Dave e Clarice sono una coppia afroamericana di Los Angeles. Il pastore che celebra le loro nozze li invita a sentirsi sempre uniti al Signore per poter superare i momenti difficile che inevitabilenmte arriveranno. In effetti le cose prendono subito una piega indesiderata: Dave deve rinunciare, dopo un incidente, a una promettente carriera di giocatore di baseball e per vivere si accontenta di allenare squadre di giovani promesse; al contrario Clarice si sta affermando nel mondo delle vendite immobiliari e per questo ritiene che non sia ancora il momento di avere figli. La situazione peggiora quando, a causa di un incidente, Clarice resta a lungo con una gamba immobilizzata e decide di chiamare in casa sua madre, che non ha mai visto di buon occhio Dave. Dave si sente continuamente umiliato dalle due donne, prova attrazione per con un’altra donna e il rapporto con la moglie sta precipitando…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia sposata supera un momento difficile della loro esistenza riconoscendo i propri errori e sapendo perdonare alla luce della fede
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche riferimento verbale ai desideri sessuali dei protagonisti
Giudizio Artistico 
 
Ben recitato, è debole nella sceneggiatura che si avvantaggia troppo facilmente di situazioni ad alta emotività
Testo Breve:

Una crisi matrimoniale viene felicemente superata grazie al riconoscimento dei propri errori e al sostegno della fede anche se questa, più che avere connotati soprannaturali, è percepita come garanzia  per una felice vita serena 

Il tema della crisi della coppia alla luce della fede cristiana era stato già affrontato in Fireproof: un uomo e una donna non riuscivano più ad intendersi ma lui  trovava nell’umiltà che proviene dalla fede la capacità di riconoscere i propri errori e di chiedere perdono.

In Cuori di vetro il tema è anticipato fin dalla prima sequenza: durante la celebrazione del matrimonio di Dave e Clarice il pastore ricorda loro che il loro legame resterà saldo solo se risulteranno ben stretti fra loro tre nodi: quelli che loro stessi avranno confezionato mentre il terzo, indispensabile, sarà il nodo che Dio avrà messo al loro matrimonio.

Il rapporto fra Dave e Clarence, tratteggiato con molto realismo, è reso debole da uno scarto eccessivo fra Dave che si sente appagato del mestiere di allenatore ma  spesso anche di educatore di ragazzi difficili  e Clarice, per la quale l’unico valore che conta è il successo professionale e i soldi che con questo si possono ottenere.

La presenza in casa della suocera che difende le posizioni della figlia non migliora la situazione. Come era già successo in Fireproof, è la mancanza di rispetto che lui percepisce la causa determinanate per il loro allontanamento a cui segue, inevitabilmente l’interesse di Dave, anche se solo in potenza, per un’altra donna.

Il percorso di avvicinamento questa volta, a differenza di Fireproof, è compiuto da Clarice. Lei comprende che da sua madre, che aveva dovuto sostenere un pesante fallimento matrimoniale, aveva imparato solo a difendersi in previsione del peggio ma non a prendersi cura dell’ uomo che  ama.

Chi è determinante nell’aiutare Clarice a uscire da se stessa e a comprendere ciò che va corretto è lo stesso pastore che li ha sposati: la invita a  riallacciare quei tre nodi, incluso quello divino,  che erano stati annodati il giorno del loro matrimonio.

Il film, tratto da un romanzo del pastore T.D.Jakes che ne è anche co-produttore (troppo complesso specificare a quale ramo della chiesa riformata appartenga) narra con maggiore realismo di quanto non sia stato fatto in Fireproof la crisi della coppia ma quest’ultimo raggiungeva maggiore profondità nel costruire una connessione fra la fede ritrovata del protagonista e la riappacificazione della coppia.

Cuori di vetro sembra avere un forte senso della caducità umana: “siamo tutti spaventati in questo mondo, la vita è così imprevedibile, fragile: viviamo per un solo respiro,un solo battito alla volta…la morte è l’unica cosa che abbiamo in comune: prima o poi è lì che siamo diretti tutti”. Il tenersi vicino a Dio,  visto come Colui che  ha creato il mondo, sembra più prender la forma del “timor di Dio” necessario per poter beneficiare di una esistenza serena, anche se “Dio consente di metterti la vita sottosopra per farti imparare a prendere la vita al modo gusto”.

Il film è ben recitato e diretto ma la sceneggiatura  si appoggia troppo ad espedienti emotivi (un incidente d’auto, la morte di un ragazzo) per costruire i nodi della storia e la voce di sottofondo che filosofeggia su ciò che sta accadendo appare non richiesto per l’economia del film.

l film  è disponibile in DVDcon audio in italiano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ULTIMA CIMA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/14/2013 - 07:49
 
Titolo Originale: La ùltima cima
Paese: Spagna
Anno: 2010
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo
Produzione: Infinito mas uno
Durata: 82

“L’occhio guarda. Per questo è fondamentale. È l’unico che può accorgersi della bellezza […]. La bellezza può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune, e dunque la bellezza si vede perché è vita, e quindi reale. Diciamo meglio che può capitare di vederla, dipende da dove si svela. Ma che certe volte si sveli non c’è dubbio […]. Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l’ordito minimo della realtà. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi d’infinito desiderio”. (Patrizio Barbaro)

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film tratta della “ragionevolezza della fede” attraverso il ritratto di un sacerdote che semplicemente ha preso sul serio la sua missione e ci ha parlato della disarmante semplicità con cui ognuno di noi può incontrare Cristo nelle circostanze della propria vita
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
L’ultima cima non è un capolavoro del cinema per via di alcuni didascalismi, un montaggio delle immagini e della colonna sonora di livello tutt’altro che eccelso ma è un film che riesce a testare lo stato di salute della nostra fede, provocando la nostra ragione
Testo Breve:

La biografia per immagini di don Pablo, un sacerdote spagnolo morto a soli 42 anni durante un’escursione in montagna. Il film  parla della semplicità dell’incontro con Cristo, della convenienza della fede, della gioiosa familiarità con Lui, una familiarità che arrivava fino all’abbraccio della croce 

Partendo da un rifugio la mattina presto, un sacerdote percorre con passo cadenzato un sentiero di montagna. In silenzio, con il solo rumore del suo respiro, s’inoltra nella neve per iniziare una scalata che lo porterà a raggiungere l’ultima cima. Per don Pablo Domínguez, che amava così tanto la montagna da definirla “un’anticamera del Cielo”, l’ultima cima non è stata quella del Moncayo – l’unica vetta che gli restava da conquistare del Sistema Iberico (catena montuosa che separa la provincia di Saragozza, in Aragona, da quella di Soria, in Castiglia) – ma il Cielo stesso. In quell’ultima escursione, infatti, don Pablo ha incontrato “sorella morte”, così da passare direttamente dalla bellezza e dalla maestosità del creato (“celebrare l’Eucaristia in montagna – diceva – è come celebrarla in un tempio costruito da Dio”) alla gloria del Creatore.

Quando nel 2009 apprese dal telegiornale la notizia della sua morte, il regista Juan Manuel Cotelo rimase colpito: solo pochi giorni prima, infatti, aveva conosciuto don Pablo, al termine di una sua conferenza (il sacerdote insegnava alla facoltà di teologia di San Dámaso, a Madrid), e aveva chiacchierato con lui per pochi minuti. Un incontro avvenuto quasi controvoglia, che Cotelo aveva accettato più che altro per vincere l’insistenza di un amico che continuava a ripetergli: “Devi assolutamente conoscere don Pablo”. La notizia di quella morte improvvisa spinse Cotelo a riguardare il filmato della conferenza, un intervento in cui don Pablo, con uno stile accattivante, parlava del rapporto tra l’uomo e Dio e della “ragionevolezza della fede”.

L’ultima cima parla di questo, della “ragionevolezza della fede”, attraverso il ritratto di un sacerdote che era innanzitutto – e a volte i mass media tendono a dimenticarlo, quando parlano della Chiesa – un uomo. Il documentario è incorniciato dalle parole del regista che, guardando fisso nell’occhio della macchina da presa, presenta la figura atipica, nella sua normalità (è un paradosso, ce ne rendiamo conto), di un sacerdote che semplicemente ha preso sul serio la sua missione; un uomo talmente innamorato di Cristo da essere di conseguenza amante ardente delle necessità e delle fragilità di qualunque essere umano. Nelle interviste, il regista ha raccontato la sua avventura dello spirito e come da cristiano tiepido si sia riappassionato alla vita di fede, proprio grazie alla scoperta di questa figura. “Ero cristiano da sempre – ha raccontato – ma era come se vivessi in cima alle Dolomiti, chiuso nel rifugio di montagna senza mai mettere il naso fuori”. Fondamentale, la differenza tra adesione e conversione: “Se conoscere don Pablo ha provocato in me questo cambiamento, ho pensato che girare un film su di lui potesse avere lo stesso effetto positivo sugli altri”.

Per farlo, Cotelo ha raccolto testimonianze e racconti di quanti hanno avuto a che fare con lui (al suo funerale erano presenti tremila persone, tra cui ventisei vescovi), e ne sono stati colpiti, amati, raggiunti fino nei bisogni più intimi del proprio cuore. Non ne emerge un santino, un’oleografia, né tantomeno un ritratto etereo o spiritualista. “Per credere in Dio – diceva sempre don Pablo – bisogna usare la testa”. Tutto, nel film, parla della semplicità di un incontro, della convenienza della fede, della gioiosa familiarità con Cristo, una familiarità che arrivava fino all’abbraccio della croce (don Pablo aveva problemi cardiaci e due ernie: in sette anni era stato ricoverato in ospedale una quarantina di volte, senza che questo fosse un impedimento a donarsi completamente agli altri). Soprattutto, si parla della disarmante semplicità con cui ognuno di noi può incontrare Cristo nelle circostanze della propria vita. Don Pablo era senz’altro un uomo carismatico, che entrava facilmente in empatia con le persone, ma il documentario è chiaro nel dichiarare che non bisogna possedere doti uniche e particolari per svolgere correttamente la propria missione pastorale. Insomma, è l’essere prete – questo il senso del film – che ha consentito a don Pablo di usare il proprio carisma, e non il contrario. Quando in una trasmissione radiofonica gli chiesero di mettere in ordine d’importanza le sue qualifiche tra: “sacerdote, teologo, filosofo”, don Pablo rispose, “sacerdote, sacerdote, sacerdote”.

L’ultima cima non è un capolavoro del cinema. Diciamolo subito a quanti, spinti a vederlo, ne criticheranno alcuni didascalismi, un montaggio delle immagini e della colonna sonora di livello tutt’altro che eccelso, la presentazione di un personaggio di contorno – un altro sacerdote, a capo di una band di preti rockettari – che desta qualche perplessità, non per il suo zelo apostolico encomiabile ma per i suoi metodi, debitori di gusti musicali da boy-band. Non importa. Questo film non deve vincere la Palma d’oro a Cannes o il Leone d’oro a Venezia, benché il suo autore sia un intellettuale molto più serio, leale e affascinante della maggioranza dei cineasti in circolazione. L’ultima cima è un film che testa lo stato di salute della nostra fede, provocando la nostra ragione. “Se non volete che vi si complichi l’esistenza – ha detto Cotelo prima di una proiezione del film a Milano – siete ancora in tempo per uscire dalla sala. Sì, perché è pericoloso conoscere don Pablo: potreste entrare qui come spettatori e uscire cambiati in qualcos’altro. Il mio invito è a farvi sorprendere e ad aprirvi all’inatteso che accade.”

Quando abbiamo incontrato il regista, ci ha detto – con rispetto e senza atteggiamenti snobistici – di temere i critici come spettatori: “I critici sono necessariamente gli spettatori più severi, perché tendono a scomporre il film nelle sue parti. In questo troverebbero molti difetti, soprattutto nelle musiche e nella fotografia, ma spero che la storia di don Pablo possa andare oltre l’analisi di questi aspetti stilistici”. Ci sono venute in mente le parole di un altro rilevante sacerdote spagnolo, don Julian Carrón, che potrebbero mettere d’accordo i credenti più accesi con i più scafati semiologi: “C’è un metodo più originario e fondamentale, che precede e rende possibile anche quello scientifico: consiste nell’intelligenza del segno, cioè nella capacità di cogliere i nessi tra le cose, di andare oltre quello che appare, di compiere il continuo percorso del segno fino all’origine, al significato. Solo così possiamo veramente conoscere. Solo se ci facciamo veramente colpire dal reale e seguiamo, siamo disponibili a seguire la sua provocazione, possiamo veramente conoscere la realtà nella sua totalità”.

Si tratta, dunque, di cogliere l’intelligenza del segno, cioè di seguire quelle orme nella neve lasciate da don Pablo e, prima di lui, da Gesù stesso (un’immagine che ci evoca un altro sacerdote spagnolo ancora, San Josemaría Escrivá). Ben si adattano alla storia di don Pablo, alla normalità di un uomo serenamente innamorato di Cristo, e a questo piccolissimo film che sta già facendo miracoli, delle parole di Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni”.

Raffaele Chiarulli

 

Dalla Spagna all’Italia. Diffusione di una buona novella

Privo del sostegno di case di produzione e distribuzione, e senza spendere neanche un euro in pubblicità, L’ultima cima si è diffuso nei cinema spagnoli a macchia d’olio grazie al passaparola. Uscito in sole quattro sale a Madrid, nel giro di dieci giorni era già presente in ottanta sale e, dopo altre due settimane, veniva proiettato in 168 cinema in tutta la Spagna, dove nel 2011 ha vinto il premio del CEC – Premios del Círculo des Escritores CInematográficos (meglio noto come il Cinema Writers Circle Awards) – per il miglior documentario.

E in Italia? Il passaparola ha funzionato anche da noi, anche se più lentamente. Tutto comincia nel 2010 con una prima proiezione all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, e poi una seconda, nel corso della terza edizione del Fiuggi Family Festival. I giornali e le agenzie ne iniziano a parlare, Rino Cammilleri lo segnala sul suo blog, in uno dei suoi spigolosi antidoti. Poi a maggio del 2011 un'altra proiezione all’International Catholic Film Festival e al Festival Mirabile Dictu, dove vince un altro premio come miglior documentario.

La svolta avviene quando a vedere il film è Francesco Travisi, insegnante di educazione musicale a Firenze, che se ne innamora e decide che farà di tutto per diffonderlo anche in Italia. Si occupa personalmente di curarne una prima edizione italiana sottotitolata, contatta il regista e organizza una prima proiezione a Firenze, baciata da un tale successo da convincerlo a cercare altre strade per portare L’ultima cima in altre città. A fare da cassa di risonanza è il blog di Costanza Miriano, a cui Francesco ha spedito una lettera con un accorato appello a che qualcuno lo aiutasse a proiettare questo strano e splendido film, in altre città oltre Firenze. Le risposte, nell’Anno della Fede indetto da Benedetto XVI, non si sono fatte attendere.

Le prossime proiezioni del film saranno le seguenti:

15 Aprile 2013, ore 21.00, presso il centro  Rosetum, via Pisanello 1, Milano.

22 Aprile 2013, orario da definire, presso  Cinema Eden Italia, Viale della Vittoria, 31, Montebelluna, Treviso.

23 Aprile 2013, orario da definire, presso  Cinema Eden Italia, Viale della Vittoria, 31, Montebelluna, Treviso.

3 Maggio 2013, ore 20.30, presso il cinema  Odeon, piazza Strozzi, Firenze.

7 Maggio 2013, ore 20.30, presso il  Multisala LUX, C.so Gramsci, 3/5, Pistoia.

28 Maggio 2013, ore 21.oo, presso il Cinema Araceli, Borgo Scrofa, 20, Vicenza

29 Maggio 2013, ore 19.00, presso il Cinema Araceli, Borgo Scrofa, 20, Vicenza

Per proiettare il film nella vostra parrocchia o nel vostro centro culturale, potete scrivere a

francesco@infinitomasuno.org

Il programma aggiornato delle proiezioni si trova in:

 

 http://www.laultimacima.it/

 

Il DVD in spagnolo è ordinabile presso la Libreria Coletti

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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