Film Oro

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Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

THE THIRD WAY

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/24/2014 - 17:20
 
Titolo Originale: The Third Way
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: John-Andrew O' Rouke
Produzione: Blackstone Films
Durata: 38

Cinque uomini e due donne con inclinazioni omosessuali raccontano davanti alla telecamera la loro vita. Dalla scoperta, molto precoce, della loro inclinazione alle numerose incomprensioni anche in ambiente familiare. Dopo un periodo di frequentazione degli ambienti gay decidono di aderire alla fede Cattolica e trovano nella Chiesa il sostegno necessario per vivere una vita casta

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sette persone con inclinazioni omosessuali trovano nella Chiesa Cattolica, la verità, l’amore e il rispetto che stavano cercando
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film vive soprattutto della bellezza della spontaneità delle confessioni dei sette protagonisti. Gli interventi di sacerdoti e teologi aggiungono poco all’efficacia del film
Testo Breve:

In questo documentario di 38 minuti si confessano davanti alla cinepresa  sette persone con inclinazioni omosessuali che hanno trovato  nella Chiesa Cattolica, la verità, l’amore e il rispetto che stavano cercando

 

Melinda: “per persone che hanno scelto di vivere in castità, uno degli ostacoli maggiori è l’isolamento e la solitudine. La Chiesa deve svolgere la funzione di una famiglia accogliente e deve fare questo in modo tale che sia più potente e più vera delle famiglie che le persone trovano nei gay team”.

David:” la mia identità è quella di essere una persona cattolica. Io, David, sono una persona e sono cattolico. Non mi identifico con il mio essere gay”.

Richard: “Dio è venuto sulla terra a mostrarci tutto il suo amore incondizionato, anche se eravamo peccatori”.

Sono queste alcune delle frasi di Julie, David, Richard, Melinda, Joseph, Charles e Christopher che hanno accettato di raccontare, davanti alla cinepresa di questo documentario di 38 minuti, la loro conversione al cristianesimo e la scelta di vivere in castità. 

Il reverendo  John Hollowell, produttore esecutivo, ha deciso con questo film: The third Way – Homosexuality and the Catholic Church,  di uscire dalle proposizioni teoriche oppure dalle forme di  avvicinamento discreto alle persone con inclinazione omosessuale (SSA), per uscire allo scoperto presentando nient’altro che la testimonianza di uomini e donne che ha hanno scelto per la loro vita “la terza via”. La posizione cattolica è stata indicata nel film come terza via perché come racconta David: “da una parte c’è chi ritiene che Dio odi gli omosessuali, dall’altra c’è chi ritiene che Dio accetti anche una vita gay attiva”. Nella terza via, come sottolinea il reverendo Michael Schmitz, si distingue la persona dal suo comportamento. E la persona  va trattata sempre con il rispetto e l’amore.

I sette protagonisti iniziano con il raccontare la loro giovinezza: tutti hanno manifestato precocemente la loro  omosessualità né questa inclinazione è mutata con il tempo. Hanno passato lunghi periodi di isolamento, sofferenza e discriminazione.  Alcuni di loro hanno tristi storie da raccontare: David ha subito da ragazzo violenze da parte del padre alcolizzato, Julie ha avuto un rapporto gelido con sua madre mentre  la madre di Charles non ha mai nascosto il suo disappunto per la nascita del figlio. Joseph, che aveva già manifestato da ragazzo le sue inclinazioni, fu costretto dai genitori ad andare da uno psicanalista e ciò fu per lui un’ esperienza terribile perché costretto a pensare che c’era qualcosa di sbagliato in lui. Tutti i protagonisti finirono per frequentare bar e ambienti gay, nella speranza di venir compresi e rispettati. Alcuni iniziarono a vivere stabilmente con un partner. Ma per tutti c’era qualcosa che non andava.

Articolata è stata l’esperienza di Julie. Iniziò a frequentare una chiesa pentacostale: gli dissero che essere omosessuali era sbagliato e che doveva diventare eterosessuale per essere a posto.  Ciò era impossibile per lei e iniziò a frequentare le Gay Church che ritenevano lecito un comportamento omosessuale. Furono esperienze che finirono solo per accrescere in lei disorientamento e sconforto. “Io sentivo di aver bisogno di Dio - confessa Julie - sapevo che la Chiesa Cattolica era la chiesa giusta: era lei la detentrice della verità: divenni cattolica e trovai goia e felicità”.

Joseph, che da ragazzo aveva avuto un’educazione cattolica, da giovane frequentò i bar gay non per cercare sesso ma per sentirsi accettato. Un giorno andò a confessarsi,:espresse tutto il suo disorientamento e quel sacerdote che lo confessava  divenne da quel momento  come un  padre per lui.

Per tutti l’esigenza di vivere una vita casta  è chiara. Un obiettivo che però va affrontato in condizioni di parità con gli altri cristiani. David:  “ognuno di noi, eterosessuale o omosessuale  è chiamato alla castità”. Joseph: “allo stesso modo con cui la Chiesa condanna il sesso omosessuale, condanna il sesso con i contraccettivi“ e poi: ” tutti stiamo sullo stesso battello, tutti abbiamo bisogno di salvezza”.

E’ indubbio che una vita casta, per non scivolare nella solitudine e nell’isolamento, come abbiamo già visto all’inizio nella dichiarazione di Melinda, va riempita umanamente e spiritualmente e in questo la responsabilità della Chiesa è grande. David conferma di ricevere molto conforto dalla parrocchia dove aiuta altre persone nella sua stessa condizione e cerca di riempire la sua vita casta con l’amore verso Dio e gli altri.

Il documentario è stato prodotto dalla Blackstone Film. Dal suo sito può essere acquistato come DVD o è visibile in rete anche con sottotitoli in italiano).  Motore dell’iniziativa è stato il reverendo  John Hollowell, che in pochi mesi è riuscìto a raccogliere la somma necessaria  al progetto da 879 donatori. Il film vive soprattutto dell’emozione delle confessioni sincere dei protagonisti; sono stati aggiunti verso la fine altri interventi di sacerdoti, teologi, suore per meglio spiegare i principi della dottrina cattolica ma aggiungono poco rispetto  a quanto detto, anzi rischiano di attutire il forte impatto delle sette confessioni.   

Intorno al film, oltre a commenti positivi, si sono scatenati sui blog molti oppositori, com’era prevedibile, soprattutto sull’idea  che una persona con SSA possa vivere in castità. In effetti sarebbe stato auspicabile inserire nel film anche uno spaccato di questi uomini e donne nel contesto della vita parrocchiale; resta comunque il fatto che iniziative  di questo genere sono molto utili perché parlandone e riparlandone, con aiuto di testimonianze reali, finirà per trasparire la bellezza della proposizione cattolica e la Chiesa potrà sempre meglio realizzare quello che queste persone si aspettano da lei: una famiglia accogliente.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA NOSTRA TERRA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/15/2014 - 20:20
 
Titolo Originale: La nostra terra
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Giulio Manfredonia
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci, Giulio Manfredonia
Produzione: LIONELLO CERRI PER LUMIÈRE & CO. CON RAI CINEMA
Durata: 100
Interpreti: Stefano Accorsi, Sergio Rubini, Maria Rosaria Russo, Giovanni Calcagno

In Puglia, i volontari di un’associazione che cerca di promuovere la cultura della legalità non riesce ad ottenere dal comune i permessi per poter gestire un apprezzamento di terreno confiscato al mafioso locale, ora in prigione: Nicola Sansone. Si rivolgono quindi ad una Onlus di Milano che opera nello steso settore per chiedere l’intervento di una persona competente. Viene mandato Filippo, un burocrate preparato ma abituato fino a quel momento a fronteggiare la delinquenza dal sicuro rifugio del suo ufficio.
La sua presenza risulta utile perché riesce ad ottenere le carte necessarie per costituire la cooperativa che si occuperà di gestire il terreno sequestrato. Partecipa all’iniziativa Rossana, una giovane entusiasta ma anche Cosimo, il bracciante che per anni ha coltivato quella terra per conto di Sansone. Le cose sembrano mettersi per il meglio quando Filippo viene a sapere che Sansone ha ottenuto gli arresti domiciliari. Ora nessuna azienda vuole più collaborare con la cooperativa…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un’associazione di volontari cerca di diffondere la cultura della legalità in zone del Sud dove prevale il sopruso del più forte
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Sergio Rubini sostiene il film con una performance eccezionale. Più impacciato Stefano Accorsi nella parte di un burocrate pieno di fobie. Una sceneggiatura scritta a tavolino, prevedibile e che non emoziona
Testo Breve:

Una cooperartiva cerca di lavorare dei terreni sequestrati alla mafia per diffondere in paesi difficili la cultura della legalità. Un messaggio altamente positivo sostenuto dalla recitazione di  un ottimo Sergio Rubini ma trasmesso attraverso una sceneggiatura molto  prevedibile

Il film ha il nobile intento di portare alla ribalta le encomiabili iniziative di tante cooperative che si prendono in gestione i beni confiscati alla mafia e che cercano di trasformare quelle terre in isole di legalità. Il film ci mostra le tante difficoltà che queste si trovano ad affrontare, iniziando dal complesso iter burocratico che è necessario  per ottenere tutti i permessi. Complessità che viene spesso costruita ad arte da parte di chi non è interessato al successo dell’iniziativa.  Non mancano i dettagli di quanto sia difficile lavorare la terra e scegliere la coltivazione giusta (pomodori, vino, oppure prodotti biologici?) anche se Cosimo l’unico esperto, alla fine riesce a superare la sua ritrosia e inizia a trasferire la sua cultura contadina agli altri soci.

Si tratta di un film corale dove l’avventura intorno a una terra arida finisce per radunare i personaggi più insoliti: Rossana è un’idealista che crede fermamente nella capacità di queste iniziativa per covertire le nuove generazioni alla legalità; Azzurra  cerca nella coltivazione delle piante quella capacità di dare la vita che le è mancata; c’è anche Torre, costretto su di una sedia a rotelle e che vuole dimostrare di essere produttivo come tutti gli altri né manca Wuambua, l’immigrato di colore che accetta qualsiasi lavoro pur di guadagnare qualche soldo per la famiglia.

Fra tutti spicca Filippo (Stefano Accorsi) che vive la sua esperienza in Puglia come un percorso di formazione, che lo fa passare dalla visione semplicistica di un mondo diviso fra buoni e cattivi a una accettazione più matura della complessità della realtà, acquisendo anche il coraggio di affrontarla.  Altro personaggio chiave è Cosimo, interpretato da un superbo Sergio Rubini che crede di sentirsi superiore a tutti gli altri, lui che è vissuto in quella terra fin da bambino ma si accorge che  è giusto credere in qualcosa, come fanno i suoi compagni e prendere posizione.

Molto riuscita anche la figura del brigadiere dei carabinieri, sempre rispettoso della legge ma che sa anche essere umano e comprensivo quando è necessario.

C’è una osservazione da fare: perché tanti film italiani, incluso questo, sono così terribilmente televisivi? Cosa ne è stato, per restare nei temi del Sud e della mafia, di Salvatore Giuliano-1961 o  Le mani sulla cità-1963 di Francesco Rosi?
In questo  film, il personaggio di Accorsi è un pavido ma sappiamo già che diventerà un eroe;  un uomo e una donna si incontrano ed è inevitabile che si metteranno assieme. Torre, il personaggio  sulla sedia a rotelle, si esprime come un razzista viscerale ma inevitabilmente Wuambua diventerà il suo migliore amico. Nel circuito obbligato del politically correct è d’obbligo, fra i tanti personaggi, inserire una coppia omosessuale. Chi è il meno sospettato sarà poi il colpevole, Tutto viene imbastito secondo stereotipi, schemi precodificati,  che lasciano il caratteristico odore della carta stampata, del lavoro fatto a tavolino.

Il film resta comunque nobile negli intenti ed è gradevole proprio nei momenti in cui è meno strutturato lasciando trapelare, in modo spontaneo la passione civile che lo sorregge.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TI SERVIRO' - LA VITA DI SAN CAMILLO DE LELLIS

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/14/2014 - 22:18
 
Titolo Originale: Ti servirò - La vita di san Camillo de Lellis
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Fabio carini
Sceneggiatura: Fabio Carini
Produzione: CRISTIANA VIDEO
Durata: 95
Interpreti: Fabrizio Colica, Antonello Caggiari, Claudio Colica, Gioacchino Mazzoli

Camillo de Lellis, nato nel 1550, soldato di ventura al soldo ora di Venezia ora della Spagna, aveva il vizio del gioco. Appena veniva congedato dopo una campagna, finiva per dissipare tutta la buonuscita giocando a dadi. Il colloquio con un frate francescano fu decisivo: lo invitò a riflettere sulla sua vera vocazione che forse era quella di dedicarsi interamente a Dio. Camillo stava per abbracciare la vita monastica quando una ferita ulcerosa alla gamba lo costrinse ad andare a Roma per farsi curare nell’ospedale degli incurabili, il S Giacomo.
Colpito dal modo con cui venivano trattati i malati, scoprì la sua vera vocazione: occuparsi degli infermi vedendo nella loro carne piagata lo stesso corpo di Cristo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben evidenziato il percorso spirituale di san Camillo de Lellis che vide nella carne piagata dei malati quella dello stesso Gesù Cristo. Un bella riflessione sull'eucarestia
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una scena iniziale di violenza su di un prigioniero potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un lavoro ben diretto e ben recitato che mostra, come è inevitabile per un prodotto a basso budget, alcune limitazioni nella messa in scena
Testo Breve:

La docu-fiction ripercorre la vita di S. Camillo de Lellis, che messa da parte la spada del soldato di ventura indossò la tonaca nera con croce rossa dell’ordine da lui fondato per dedicarsi interamente alla cura dei malati indigenti. Particolarmente curate le motivazioni spirituali che portarono alla costituzione del nuovo Ordine. 

Finalmente è stato fatto un film sulla vita di san Camillo de Lellis. Una vita piena di eventi che si presta molto bene a una trasposizione cinematografica: all'inizio avventurosa e sregolata fino all’età di 25 anni (era un soldato di ventura con il vizio del gioco) a cui segue una profonda conversione e la fondazione di una istituzione, quella dei Ministri degli Infermi (Camilliani) che segnò una svolta nel modo in cui venivano curati i malati,  un segno tangibile del nuovo spirito della Riforma Cattolica.

La docu-fiction (un misto di sequenze recitate a cui si alternano interventi di specialisti) inquadra bene il periodo in cui visse san Camillo: come reazione alla riforma luterana nacquero spontaneamente molte confraternite laiche che avevano due obiettivi principali: la santità personale e la carità verso gli altri.

Non era difficile che a quell’epoca s’incontrassero a Roma san Filippo Neri, san Carlo Barromeo, Sant’ Ignazio di Loyola, San Camillo ed altri che stavano realizzando una controriforma che partiva  dal basso, in povertà, senz’altro impegno che servire Dio nella cura del prossimo. In contrasto con una visione rinascimentale che vedeva nel corpo soprattutto l’armonia e la bellezza, disprezzando tutto ciò che era deforme e infermo, San Camillo intuì che i malati sono il volto di Cristo e prendersene cura voleva significare servire Cristo nella sua carne sofferente.

Il documentario sintetizza inevitabilmente le battaglie a cui Camillo partecipò per la difesa del Mediterraneo al soldo di Venezia e della Spagna: viene ricordato un solo episodio, quello in cui Camillo si rifiutò di sfamarsi con la carne dei nemici uccisi (nella realtà l’episodio si svolse dopo la conquista dei veneziani della fortezza turca di  Castelnuovo a Corfù[1]). Ben sviluppato è invece il momento decisivo per il “nuovo” Camillo: il colloquio con il francescano padre Angelo che intuì in lui un’anima buona e lo invitò a farsi coraggio e a “sputare in faccia al diavolo”. E’ la prima fase della svolta a cui segue la seconda: costretto a stare a lungo in ospedale per la sua gamba malata, scoprì sulla sua pelle il modo disumano in cui venivano trattati i malati e comprese quale missione gli era stata affidata da Dio: dedicare la vita ai malati indigenti ricoverati negli ospedali.

Il film non tralascia le molte difficoltà che seguirono alla sua decisione ma ormai il testardo Camillo andava avanti con la serenità che gli aveva la contemplazione del Crocifisso.   “Quest’opera non è tua ma mia” era la rivelazione che Camillo aveva ricevuto in un momento di orazione davanti all'altare . Vide quindi la necessità di costituire una compagnia di uomini pii et dabbene che non si prendesse cura dei malati per il soldo ma per “servirli come fa una madre amorosa con il suo unico figliolo infermo”.

Il film, pur dovendo rinunciare, per motivi di budget, alla spettacolarità di quelle scene che ci si sarebbe aspettati dalla ricostruzione di una vita avventurosa come quella di S Camillo, beneficia di attori tutti nella parte e di una valida regia. Motivi di sintesi hanno costretto a saltare alcuni passaggi risolutivi per la vita di Camillo e della nuova compagnia: in particolare l’amicizia con San Filippo Neri, che per primo intuì che Camillo non era adatto per la vita monastica (ma poi sbagliò nel dissuaderlo dall’organizzare una nuova compagnia) e l’episodio dell’epidemia a Roma del 1950 che rese nota la nuova congregazione anche al Papa, il quale approvò l’istituzione del nuovo ordine. Merito indiscusso del lavoro è invece aver ben evidenziato la spiritualità che animava i Ministri degli Infermi e che  consentì la nascita di tante altre comunità nel resto dell’Italia.

La docu-fiction è disponibile in DVD in lingua italiana presso www.romacaputfidei.it



[1] MARIO SPINELLI, Camillo de Lellis – “più cuore in quelle mani!”, Città Nuova Editrice, Roma 2007, p. 50

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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APART TOGETHER

Inviato da Franco Olearo il Dom, 07/13/2014 - 08:17
 
Titolo Originale: Tuan yuan
Paese: CINA
Anno: 2010
Regia: Wang Quan'an
Sceneggiatura: Na Jin, Wang Quan'an
Produzione: LIGHTSHADES FILMPRODUCTIONS LTD., XI'AN MOVIE AND TV PRODUCTION, JIUZHOU AUDIO PUBLISHING CO., WESTERN MOVIE GROUP CO.
Durata: 93
Interpreti: Lisa Lu, Ling Feng, Xu Caigen, Leila Wei

Nel 1949 si concluse la guerra civile cinese con la vittoria del partito comunista e più di un milione di combattenti del Kuomintang furono costretti a rifugiarsi nell’isola di Taiwan spezzando l’unità di migliaia di famiglie. Solo quarant’anni dopo le autorità taiwanesi autorizzarono un solo viaggio all’anno ai suoi ex-combattenti per consentir loro di raggiungere la Cina Continentale per andare a trovare i propri parenti. Ne approfitta Liu Yansheng, ormai vecchio e vedovo, che decide di tornare a Shanghai per rivedere la sua prima moglie Yu-e che fu costretta ad abbandonare quando era incinta, senza aver mai potuto vedere il figlio. La situazione è complessa perché anche Yu-e nel frattempo si è unita con un matrimonio di fatto al soldato comunista Lu, dal quale ha avuto altri due figli…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I protagonisti mostrano un forte senso dell’unità della famiglia e il loro agire è sempre guidato dalle virtù della temperanza e dell’altruismo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Wang Quan'an, vincitore con questo film del premio alla migliore sceneggiatura al Festival di Berlino 2010, mostra una rara sensibilità nel narrare una complessa storia umana che si appoggia ad attori di grande professionalità
Testo Breve:

Dopo più di quarant’anni dalla fine della guerra civile, un ex ufficiale dell’armata nazionale lascia Taiwan per raggiungere Shanghai nella speranza di riuscire a riunirsi con  la moglie. Un film di rara sensibilità e di nobiltà d’animo. 

“Il taiwanese è arrivato!” gridano i vicini. Il figlio Jian-go  la figliastra Lu Xin-hua e   Lu-shan Min, il marito ormai anziano di Yu-e, generi  e nipoti,  scendono per strada per accogliere l’ospite. Solo Yu-e si attarda: non riesce a reggere l’emozione dopo tanti anni di attesa. Arrivano all’appartamento di Lu-shan  e si siedono intorno a una tavola riccamente imbandita in onore dell’ospite.  Liu Yansheng, si alza in piedi per ringraziare tutti con un discorso rispettoso e cortese.  E’ il turno di Yu-e gli presenta tutti i parenti; solo il figlio non vuole brindare con lui: non gli perdona la sua lunga assenza.

A sera Liu si ritira nella stanza da letto che Yu-e gli sta preparando. Si siedono sul letto uno accanto all’altra, dopo più di quarant’anni. Si scambiano alcune frasi di circostanza, come lo stare attenti agli spifferi che provengono dalla finestra. Poi i due hanno i coraggio di voltarsi e di guardarsi negli occhi. Sono pochi minuti di intenso silenzio ma  lei non riesce a sostenere quello sguardo e con il pretesto che Liu sarà sicuramente stanco per il  lungo viaggio,  si alza e lo lascia solo.

Le sequenze iniziali dell’ultimo film di Wang  Quan'an, vincitore dell’orso d’argento per la migliore sceneggiatura al Festival di Berlino 2010, sviluppate senza fretta con inquadrature statiche, sono particolarmente eloquenti per inserirci in un tessuto sociale a noi poco noto, descritto con una sensibilità narrativa del tutto particolare.  

Il film ci descrive le conseguenze di un dramma sicuramente a noi poco noto, quello di migliaia di uomini del Kuomintang costretti a lasciare mogli e figli per rifugiarsi a Taiwan. Come si percepisce dal film, gli odi sono ormai sopiti e i vecchi nazionalisti possono tornare nella Cina Continentale a rivedere i loro cari. Una Cina ormai avviata a uno sviluppo inarrestabile, come dimostrano le sequenze dei grattacieli della Shanghai degli affari mentre  la famiglia di Lu e Yu-e è in  procinto di lasciare la sporca ma vivace  stradina vicino al porto in cui hanno sempre abitato per andare a vivere in un anonimo casermone popolare.

Anche le giovani generazioni mostrano, con la loro irrequietezza, di aver sposato la modernità: il genero di Yu-e è un uomo di affari che cerca  sempre il tornaconto in ogni decisione che viene presa: la figlia avuta dal vecchio Lu ha poca pazienza e non gradisce che il padrigno taiwanese sia tornato dopo tanti anni per sconvolgere gli equilibri familiari; la giovane nipote Na-na  è fidanzata con un ragazzo che dovrà restare a lavorare negli Stai uniti per almeno due anni.

Profondamente  diversi sono i tre vecchi: Yu-e, il taiwanese Liu e Lu. Hanno un problema complesso da risolvere (decidere se è bene che Yu-e resti a Shanghai o torni a Taiwan on Liu) ma sono abituati a riflettere prima di parlare, non mancano mai di esprimere forme di concreta attenzione nei confronti dell’altro e cercano di anteporre sempre i desideri degli altri ai propri.

Su tutti spicca Lu: durante il periodo della guerra ebbe il coraggio di prendersi in casa la moglie di un nazionalista con suo figlio, ben sapendo che questo avrebbe creato malumori da parte dei suoi comandanti e che avrebbe bloccato la sua carriera. Ora, all’arrivo del primo marito, non ha esitazioni: si offre di divorziare per fare in modo che la coppia originale possa riunirsi.

I discorsi più importanti avvengono sempre intorno a una tavola perché a turno, i protagonisti fanno a gara a offrire all’altro i cibi più prelibati: una manifestazione di attenzione simile a quella che veniva mostrata  ne Il pranzo di Babette -1987. Lu appare una persona semplice: sembra apprezzare sopratutto la buona tavola e il buon vino ma in realtà è solo un modo per mascherare la  nobiltà del suo animo. Anche Liu saprà a sua volta porsi di fronte alle sue responsabilità, cercando di non urtare la sensibilità degli altri.

 Wang  Quan'an, che si era già fatto apprezzare con il precedente Il matrimonio di Tuya, vincitore al Festival di Berlino del 2006, ha composto un film di rara sensibilità. Si può concludere che quei personaggi che lui ha tratteggiato, con la loro la capacità di autocontrollo, di rispetto verso l’altro, di cortesia, di tatto, siano espressioni della più antica e tradizionale virtù confuciana della benevolenza (ren) ma il modo con cui viene posta sempre in primo piano la famiglia e il valore della sua unità, l’attitudine a preoccuparsi prima degli altri che di se stesso, possono essere viste come  virtù di portata universale.

Il film è disponibile in DVD in lingua cinese con sottotitoli in francese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FAUSTINA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/04/2014 - 21:17
 
Titolo Originale: Faustina
Paese: Polonia
Anno: 1994
Regia: Jerzy Lukaszewicz
Sceneggiatura: Maria Nowakowska-Majcher
Produzione: Halina Cichomska, MAF, Relewizja Polska, SAMT ART PROD
Durata: 88
Interpreti: Dorota Segda, Krzysztof Wakulinski, Agnieszka Czekanska

Faustina Kowalska nacque nel 1905, terza di dieci figli da una famiglia contadina. Frequentò la scuola per soli 3 anni. Già a sette percepì la vocazione religiosa ma non ebbe il consenso dei genitori. Nel 1925 entrò nel convento delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia. Lavorò come cuoca, giardiniera e portinaia in diverse case della congregazione. Dotata di una vita mistica straordinariamente ricca, laboriosa ed obbediente in tutto, iniziò a rivelare al suo confessore quella che sentiva essere la sua missione ricevuta da Gesù: essere apostola della Divina Misericordia. Morì di tubercolosi nel 1938 a 33 anni. Nel 1993 è stata dichiarata beata e nel 2000 santa da Giovanni Paolo II.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è la descrizione della intensa vita mistica di santa Faustina Kowalska, in forme molto aderenti a quanto narrato nel suo Diario della Divina Misericordia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce nel difficile intento di raccontare in immagini le riflessioni mistiche della santa, con poche aggiunte di fantasia
Testo Breve:

Il film ripercorre la vita di Santa Faustina e il suo impegno come apostola della Divina Misericordia. Un prodotto ben bilanciato fra la ricchezza della vita mistica della santa e l’incredulità e le  incertezze delle persone che le stavano accanto

Su santa Maria Faustina Kowalska sono disponibili due lavori: il film Faustina, disponibile in DVD distribuito dalla Goya Producciones, con audio in spagnolo (ma su Youtube è disponibile il film completo in polacco con sottotitoli in italiano) e l’opera teatrale Prorok Miłosierdzia (la profetessa della misericordia) della quale è disponibile un DVD con audio in polacco ma sottotitoli anche in italiano.

Entrambi si rifanno ampiamente al Diario della Divina Misericordia, un dialogo continuo con Gesù, una fonte inesauribile di meditazioni personali,  preghiere alla Madonna e ai santi, colloqui con il confessore, la madre superiora, le sue consorelle.

E’ indubbio che sussistono difficoltà obiettive nel raccontare in immagini la ricchezza, tutta interiore, della vita spirituale della santa; senza affatto snaturare il messaggio che ci ha lasciato Faustina, il film utilizza l’espediente di raccontare la vita di Elena Kowalska con gli occhi e la voce di suor Felixa, una sua consorella che, ormai anziana, conobbe Faustina fin dal primo giorno in cui entrò nel convento delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia a Varsavia. Suor Felixa guardava con sufficienza questa nuova sorella: lei ben educata e di famiglia benestante, si occupava di ciò che era istituzionale al suo ordine: l’insegnamento. Faustina invece, che aveva frequentato la scuola per soli tre anni, era addetta ai lavori ausiliari: la cucina, il giardinaggio; incarichi  spesso pesanti e faticosi.

“Vedevo solo ciò che volevo vedere: una sorella destinata ai lavori fisici che credeva di vivere qualcosa di eccezionale”: confessa Felixa, priva della forza spirituale della santa, indispettita nel trovarsi di fronte a una eccezionalità fuori dalle regole che si era prospettata.

Addetta inizialmente alla panetteria assieme a una simpatica consorella che attendeva l’ora di preghiera solo per riposarsi un po’, Faustina ha modo di darle conforto esprimendo i suoi primi pensieri sulla Misericordia Divina: “se l’uomo sa che Dio è buono e misericordioso, che Dio accoglie sempre l’uomo e gli perdona, allora l’uomo verrà al Signore. Se l’uomo pensa che Dio è solamente giusto, allora avrà paura e non verrà a Lui e si perderà”.
Ricca del suo rapporto continuo con Dio, viveva una vita semplice fatta di ripetitivi lavori manuali ma lei aveva sempre modo di affrontarli con allegria offrendoli al Signore. Le parole espresse nel film solo le stesse presenti nel diario: “O vita grigia e monotona, quanti tesori in te! Nessun'ora è uguale all'altra, per cui il grigiore e la monotonia scompaiono, quando considero ogni cosa con l'occhio della fede. La grazia elargita a me in quest'ora, non si ripeterà nell'ora successiva”.

Un atteggiamento contemplativo del piccolo che coltivava anche nei confronti della natura, che manifestò quando ebbe l’incarico di prendersi cura del giardino: “tu piccola radice, conosci la potenza de creatore”; “ogni chicco cresce per la gloria di Dio”.

Molto presto nella sua vita, ebbe la visione di Gesù in una veste bianca con due raggi che uscivano dal cuore, uno rosso e l’altro grigio. “Dipingi l’immagine che hai visto e scrivi sotto: Gesù confido in te” le disse Gesù in visione.  Nacquero le prime incomprensioni, i primi rifiuti sia dal suo confessore (“dipingi questa immagine solo nella tua anima”) che dalla Madre Superiora. “Signore, concedi queste grazie a qualcun’altro, perché io non so come usarle”: pregava Faustina ma il suo destino sarà diverso. Venne anche sottoposta ad una visita psichiatrica, nel timore che si trattasse di allucinazioni, ma nulla di anormale le venne diagnosticato.

Il trasferimento a Vilno migliorò la sua posizione perché nel nuovo confessore Sopocko, trovò una persona sensibile pronta a darle ascolto. Le venne anche suggerito di scrivere un diario:  “forse la penna può descrivere cose per le quali talvolta non esistono nemmeno le parole? Ma, o Dio, mi ordini di scrivere; questo mi basta”.

Il film avanza come muovendosi su due piani: da una parte l’intensa vita spirituale di Faustina, che esprime con chiarezza le richieste che ha avuto da Gesù: dipingere un quadro secondo ciò che ha visto, istituire la festa della Misericordia alla prima domenica dopo Pasqua, istituire un nuovo ordine della Misericordia; dall’altra la cautela del confessore e della Madre Superiora, incerti su come comportarsi e l’incredulità di Felixa, che non riesce ad inquadrare quel privilegio concesso a una sorella così insignificante. E’ Felixa a confessare, ormai vecchia, di aver una volta  sparlato di lei che aveva vista passare tutta contenta e aveva commentato:”ecco la principessa!”. Lei le aveva risposto che era raggiante perché aveva appena ricevuto Gesù: stava scorrendo in lei sangue  regale.

Quando iniziarono a manifestarsi  i primi sintomi della sua malattia, Faustina offrì le sue sofferenze per la conversione dei peccatori. Affranta sul letto, pronunciò la sua famosa frase: “La sposa deve essere simile al suo Sposo” e proseguì con le parole riportate anche sul Diario: “La mia somiglianza con Gesù deve avvenire attraverso la sofferenza e l'umiltà”.

Faustina, prima di morire, farà in tempo a vedere il suo quadro benedetto ed esposto in chiesa, sia pur in una cappella laterale. Le venne invece risparmiata la visione del massacro che sarebbe iniziato appena un anno dopo la sua morte, nel ‘39.

Felixa, ormai vecchia, guarda il tramonto, pentita di esser stata così lenta a comprendere il messaggio e la santità di Faustina. E’ la giusta conclusione del film, un monito per tanti di noi che sono spesso incapaci di cogliere il valore soprannaturale di tanti eventi che ci scorrono accanto.

Il film rifugge dalla classica tentazione, ogni volta che c’è da narrare la vita di una mistica, di infarcire lo script di situazioni e personaggi inventati per movimentare il racconto, riuscendo a presentare con grande rigore la ricchezza della vita spirituale senza trascurare di rievocare con realismo  le circostanze in cui la santa visse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE CREED - WHAT CHRISTIAN PROFESS, AND WHY IT OUGHT TO MATTER

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/08/2014 - 22:25
 
Titolo Originale: The Creed
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: TIM KELLEHER
Sceneggiatura: TIM KELLEHER
Produzione: Tim Kelleher, Joseph Bottum, Art Chudabala
Durata: 38

Il Credo niceo-costantinopolitano, professato da più di un miliardo di cristiani, viene analizzato e commentato da esperti e da laici devoti nei suoi aspetti teologici, filosofici, culturali e scientifici, enfatizzando il valore ecumenico di questa immutabile professione di fede

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un’appassionante e sentita presentazione del credo cristiano, vista come strumento insostituibile per approfondire la propria fede e riconoscere il suo valore ecumenico
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il documentario riesce a trasmettere il valore insostituibile del Credo cristiano ma si limita a dare alcune significative suggestioni, impossibilitato, anche per formula adottata, ad approfondire l’argomento.
Testo Breve:

Il Credo cristiano presentato al vasto pubblico attraverso le riflessioni di studiosi e di semplici fedeli. Un documentario che lascia pienamente trasparire il valore ecumenico di una tale iniziativa

The Creed (Il Credo) è un documentario davvero  originale. Parla del Credo: si, proprio della professione di fede che i cattolici proclamano ogni domenica a messa e che forse ormai è rientrato nell’indifferenza in cui scivola tutto ciò che si trasforma in consuetudine ed è lo stesso Credo che recitano anche  gli ortodossi e molte confessioni protestanti. Ne è perfettamente cosciente l’autore, che ha voluto realizzare un’opera l più possibile ecumenica. Nel documentario si alternano a spiegare il significato del Credo: il teologo ortodosso John Behr, lo storico del cattolicesimo  Robert Louis Wilken, lo studioso della Bibbia Luke Timothy Johnson, il reverendo ortodosso John S. Bakas  ma anche laici credenti come il fisico delle particelle  Stephen Barr, la scrittrice Frederica Mathewes-Green, Timoty P. Shrive, chairman dello Special Olympics e altri semplici fedeli che hanno voluto esprimere le loro riflessioni sul Credo.
Alternandosi davanti alla telecamera, essi cercano di approfondire il valore e il significato del Credo: “E’ essenzialmente il racconto di una storia: Dio ci ha creato, Dio ci ha chiamato”; “non è stato pensato per rinchiudere  il pensiero ma per facilitarlo”; “anche nella fede ci debbono essere dei principi primi, come nella matematica”; “è particolarmente utile ora, nell’attuale società liquida”; “è una pietra miliare che separa il vero dal falso”.

Dopo un breve ricordo delle motivazioni che hanno portato a formulare  questa professione di fede (l’eresia ariana e i due concili di Nicea e Costantinopoli), il documentario affronta, uno per uno i dodici articoli che lo compongono. Gli esperti ma anche semplici fedeli esprimono il loro pensiero sulla verità creazione, sulla meraviglia dell’incarnazione dell’Unigenito Figlio di Dio vista come una nuova creazione;  l’immancabile spiegazione del termine homoùsious (“della stessa sostanza del Padre”). Quando il discorso arriva allo Spirito Santo e alla Chiesa, il tono ecumenico prende il sopravvento: la Chiesa viene presentata non come istituzione ma come tempio dello Spirito Santo; come comunità di riconciliazione per recuperare interamente l’unità originaria ed essere luce per le altre genti.

Si arriva così all’augurio finale: sarebbe bello se le varie confessioni cristiane approfondissero il significato del Credo tutte insieme.

Il film è stato prodotto da Tim Kelleher, attore della televisione ma anche sceneggiatore e regista che ha aderito alla Ukrainian Greek Catholic Church e sta completando I suoi studi di teologia alla Catholic University America. Il film è stato distribuito da The Institute on Religion and Public Life, una organizzazione interreligiosa di ricerca e formazione, nata per fronteggiare con la fede il secolarismo moderno.

A nostro avviso il film mostra due difetti. Il primo è che il documentario è troppo corto: 38 minuti. E’ vero che per temi  belli così profondi la lunghezza può ridurre l’attenzione dello spettatore ma una maggiore profondità sui singoli punti sarebbe stata auspicabile. Lascia inoltre perplessi proprio la formula descrittiva che è stata adottata: l’impiego di diversi studiosi impegnati ad alternarsi sui vari temi facendo brevi commenti. Questa soluzione favorisce senz’altro il senso di un armonico ecumenismo, ma privano gli speaker della possibilità di imbastire un riflessione più articolata: di fatto il baricentro emotivo della pellicola finisce per dipendere dalla suggestione di una bella frase, più che dalla profondità dei temi trattati.  Resta  estremamente positivo il colpo d’occhio generale che il film fornisce: una sentita  e appassionante promozione del Credo cristiano come solida base per approfondire la propria fede e per riconciliare  le varie confessioni.

Il documentario è disponibile in DVD solo in inglese.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOLGOTA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/26/2014 - 12:58
 
Titolo Originale: Golgotha
Paese: FRANCIA
Anno: 1935
Regia: Julien Duvivier
Sceneggiatura: Joseph Reymond, Julien Duvivier
Produzione: ICHTYS FILM
Durata: 95
Interpreti: Harry Baur, Jean Gabin, Edwige Feuillère

La narrazione della Passione di Cristo, dal suo ingresso trionfale in Gerusalemme alla sua resurrezione e incontro con i discepoli in Galilea.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La Settimana Santa vista attraverso la meschinità e l’incomprensione degli uomni: il sinedrio, Giuda, Erode
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista francese Duvivier mostra una grande perizia nel realizzare un film corale: un film che collezione immagini di grande efficacia ma che non approfondisce il messaggio cristiano
Testo Breve:

La Passione di Gesù vista come un evento corale: le masse che lo acclamavano all’ingresso in Gerusalemme, quelle che lo dileggiano lungo la salita al Calvario. Un film fatto di sequenze indimenticabili, più da vedere che da meditare

“Ciò che tu voi fare, fallo subito” dice Gesù a Giuda nella sera dell’Ultima Cena. Giuda esce sulla terrazza e sta per allontanarsi ma poi si volta, con il presentimento che nella sala che ha lasciato sta per accadere qualcosa di importante da cui si è autoescluso. Dalla finestra che dà  sulla terrazza Giuda riesce a vedere Gesù circondato dai discepoli: non può sentire la sua voce ma vede i gesti solenni dello spezzare il pane e del bere il calice e porgerlo agli altri. Giuda scende al piano terra, dove vede Maria in serena compagnia con le altre donne. Evita di farsi vedere e si avvia verso il sinedrio tra i viottoli di Gerusalemme.. La ripresa è realizzata con un campo lunghissimo e possiamo vedere tutta la città all’imbrunire:il tempio in lontananza e poche luci che filtrano dalle case.

E’ questa una delle sequenze più suggestive ed originali di questo film del 1935, che inizia con l’entrata trionfale in Gerusalemme e si completa con l’incontro di Gesù resuscitato con Pietro sulla spiaggia del mare di Galilea.

Il film si allinea parzialmente alla tradizione dei film religiosi dell’epoca: non mostrare il volto di Gesù. Non è visto come protagonista assoluto, come avverrà più tardi nei kolossal degli anni ’50, ma, ancora in modo iconografico: una figura solenne alta più di tutti i discepoli, silenzioso e sofferente nei colloqui con Caifa, Pilato, Erode o mentre porta la croce.

Questo racconto della Passione si sviluppa come in un negativo. La Sua persona agita e scuote le forze collettive che gli stanno intorno: il popolo di Gerusalemme, il Sinedrio, i discepoli. E’ particolarmente curata l’evoluzione del pensiero del Sinedrio, il vero, discreto, motore propulsore  degli eventi che si susseguono. Sventato il rischio che venisse acclamato re dalla folla per scelta dello stesso Gesù, si accorgono che la cacciata dei mercanti dal tempo ha finito per gettare discredito su di loro. Decidono quindi di catturarlo con l’inganno, cercando un apostolo disposto a tradirlo. Appena avuta la certezza che Giuda potrà adempiere a questo scopo, vanno da Pilato per garantirsi un consenso preliminare per gli eventi che sarebbeo accaduti il giorno successivo. Catturato Gesù, di fronte alle incertezze di Pilato, iniziano a prezzolare la folla perché sostenga la proposta della crocifissione. A quel punto, di fronte a un Gesù sanguinante che trascina la croce  per le strade di Gerusalemme, si risveglia l’animo più oscuro della folla anonima che lo insulta e lo percuote, capace solo di comprendere chi ha vinto e chi è il perdente.. Sul Calvario, di fronte alle tre croci ormai erette, due sacerdoti possono concludere: “qualche donna e un contadino: ecco quel che gli resta.”

Realizzato in Algeria con oltre 20.000 comparse, il film ha il respiro grandioso dei campi lunghi e delle scene di massa. La poderosa porta d’ingresso in Gerusalemme, la mole maestosa  del tempio contrastano con il brulicare scomposto della  folla  con scene degne di Intolerance-1916 di D. W. Griffith.

Julien Duvivier mostra una grande padronanza del mezzo cinematografico e alterna i campi lunghi dove la folla è vista come un anonimo fiume in movimento ai primi piani dei loro volti, per darle vita e personalità. La cinepresa non è mai statica ma carrella veloce sulla folla in movimento enfatizzando l’esaltazione concitata di quegli uomini.

Jean Gabin veste i panni di un pragmatico Ponzio Pilato, iniziando con questo film una lunga collaborazione con Duvivier che culminerà con il film che garantirà a entrambi un ampio successo di pubblico: Il bandito della Casbah-1937.

Bravissimo Harry Baur nella parte di Erode:non un re-caricatura come si è visto in tanti film più recenti, ma un re cosciente del proprio potere con il pieno controllo dei suoi sudditi..Nella sua logica utilitaristica, se Gesù è un taumaturgo, deve mostrargli un miracolo sul momento; altrimenti sarà solo un millantatore. Cogliamo l’occasione per ricordare che Harry Baur, durante l’occupazione nazista della Francia, fu imprigionato perché accusato di essere ebreo. Torturato, fu poi rilasciato ma morì pochi mesi dopo per le ferite subite.

Golgota non è un film che approfondisce il messaggio cristiano mostrando la diffusione dei lieto annuncio e il racconto della Passione è allineata alla  iconografia classica.

 Ma  certe scene di massa: l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, la cacciata dei mercanti dal tempio, la folla che si accalca intorno a Ponzio Pilato, sono difficili da dimenticare

Il film è disponibile in DVD in italiano

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL SEGNO DELLA CROCE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/03/2014 - 11:08
 
Titolo Originale: THE SIGN OF THE CROSS
Paese: USA
Anno: 1932
Regia: Cecil B. DeMille
Sceneggiatura: Waldemar Joung, Bartlett Cormack ,Sidney Buchman
Produzione: PARAMOUNT
Durata: 122
Interpreti: Fredric March Charles Laughton Elissa Landi Ian Keith Claudette Colbert

Roma, 64 d. C.:Nerone ha decretato la persecuzione dei cristiani, addossando loro la colpa dell’incendio della Città. I cristiani debbono nascondersi ma non rinunciano a riunirsi in una catacomba per ascoltare Tito, arrivato dalla Palestina. Le truppe romane, avvisate dal giovane Stefano che non ha resistito alle torture subite, irrompono nell’assemblea e catturano i cristiani per destinarli a una cruenta morte nei giochi del circo. Viene risparmiata solo la bella Marsia dal prefetto Marcus, innamoratosi di lei. Poppea, moglie di Nerone, ingelosita, fa in modo che anche Marsia raggiunga gli altri cristiani. Marcus è combattuto fra la fedeltà a Nerone e l’amore per la ragazza…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è uno dei pochi che trattano in modo esteso la vita dei primi cristiani e le loro emozioni al momento del martirio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene sensuali e qualche scena cruenta nell’arena (si tratta solo di allusioni) potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
De Mille e gli sceneggiatori mostrano un grande mestiere nel ritrarre le aspirazioni e le ansie dei protagonisti in questi momenti tragici ma gloriosi per la storia del cristianesimo
Testo Breve:

Cecille De Mille, usa il fascino del grande spettacolo e la furbizia di qualche scena sensuale per riprodurre, con sincera partecipazione, i momenti tragici delle persecuzioni dei primi cristiani 

Il regista Cecille de Mille è noto soprattutto per I dieci comandamenti, campione d’incassi in U.S.A. nel 1957. Fu l’ultimo dei suoi film dove mise in atto tutte le sue capacità, astuzie e passioni: l’amore per i kolossal, i temi biblici, mai separati da sensuali storie d’amore, un preciso sesto senso verso tutto ciò che può creare spettacolo  e il suo grande talento nello scegliere e dirigere gli attori più adatti.

A cavallo fra l’epoca del muto e quella del sonoro aveva già realizzato una trilogia cristiana: I dieci comandamenti (1923), Il re dei re (1927) ed ora questo film sonoro, del 1932.

L’opera ha altre caratteristiche peculiari: è un film Pre-code, realizzato cioè in quel ridotto intervallo di anni che vanno dalla nascita del sonoro nel 1927 all’adozione del codice Hays che divenne operativo nel 1934 e che imponeva strette regole di censura. La versione che è attualmente disponibile in DVD è in gran parte quella originale, perché il film venne rieditato nel 1938, per tagliare alcune scene; in particolare quelle cruente nell’arena dove elefanti, coccodrilli, gorilla, facevano scempio dei cristiani e quelle più sensuali durante i  festini fra patrizi romani. Si è conservato invece l’ormai famoso bagno di Poppea nel latte di pecora: si racconta che il latte utilizzato, sotto l’effetto del calore dei riflettori diventasse rancido e Claudette Colbert abbia dovuto recitare sopportando un odore nauseabondo. Un altro elemento che caratterizzò la produzione di quel tempo fu la contingenza di dover lavorare nel pieno della Great Depression: si usarono in gran parte i fondali già utilizzati nel precedente I dieci comandamenti e per ridurre i costi delle comparse nelle scene di massa si impiegarono gli stessi tecnici della troupe che a turno indossavano tuniche romane.

Il cast manifesta subito le doti di talent scout di Cecille de Mille: oltre al già affermato Fredric March, Cecille fece esordire Charles Laughton , un attore inglese che aveva conosciuto a Londra e qui alla sua prima apparizione importante in un film: una scelta che si rivelerà  profetica. Claudette Colbert, anche lei nella sua prima parte importante, mette a punto il suo ruolo di donna maliziosa e seduttrice, qui in una parte che le diede grande notorietà, alla quale non è estraneo il famoso bagno nel latte. Con la figura di Poppea, interpretata da Claudette viene messo a punto un tipo  femminile che si ripresenterà in altri film di De Mille: se Poppea cerca di distogliere Marco dalla casta cristiana Marsia, se Dalila (Hedy Lamarr) vuole vendicarsi di Sansone in Sansone e Dalila (1949), anche ne I dieci comandamenti del 1956 Nefertiti (Anne Baxter) cerca di  distrarre con le sue armi femminili Mosè (Charlton  Heston ) dalla sua missione divina.

Per uno spettatore moderno, è sicuramente un elemento di distrazione notare come gli attori, in questo film del 1932, non si sono ancora affrancati da una recitazione enfatica secondo la consolidata tradizione del muto (quando una donna ride, deve portare tutta la testa all’indietro; quando un uomo è arrabbiato, deve mettere i pugni sui fianchi) ma a poco a poco il racconto prende quota.

Il tema portante è l’amore di Marcus, ricambiato, per Marsia. Marcus desidera quella ragazza: come prefetto di Roma è abituato ad avere tutto ciò che desidera ma è anche una persona retta (Marsia lo ha capito) e sa che ciò che si vuole amare non può esser conquistato con la forza. Anche la giovane Marsia sente dentro di se’ la voglia di vivere e di innamorarsi ma è convinta ormai che solo il cristianesimo può dare la vera vita e la vera felicità; non da soli ma assieme al resto della comunità anche se questo comporta andare verso un infausto destino. Nel momento culminante della storia, l’amore verso Dio (maturo in  Marsia, appena percepito in Marcus) e l’amore fra i due innamorati si intrecciano inestricabilmente e l’unico modo per portare a compimento la loro unione sarà quella di andare risoluti verso quella  vita dopo la morte che è stata promessa dalla nuova fede.

Le sequenze che rappresentano i primi cristiani sono particolarmente toccanti: il regista contrappone visivamente un ambiente pagano lussurioso e crudele ai pacifici e virtuosi cristiani che si riuniscono nei pressi delle catacombe per ascoltare la lettura delle lettere di S. Paolo e che poi, rinchiusi nelle celle del Colosseo in attesa che si compia il loro destino pregano e cantano insieme. In quei sotterranei il regista riesce a farci rendere partecipi di quegli ultimi momenti: ai cristiani giungono attutiti i rumori dall’arena ma quando sentono che gli applausi aumentano di intensità capiscono che una parte dello spettacolo è finita e la loro angoscia si rinnova perché sanno che adesso potrebbe toccare a loro.

Scenograficamente il percorso verso il loro destino si compie con la salita su di una ripida scala e con l’apertura di un enorme portone: una luce irrompe nei sotterranei, trasfigurando quello che è l’ingresso nell’arena , in un passaggio  verso cieli nuovi e terre nuove.

Gli autori hanno sapientemente evitato anonime scene collettive: la personalizzazione dell’angoscia di quei momenti viene realizzata nella figura di  Stefano, che si sente troppo giovane per morire e si affida a Marsia, la sua sorellastra. Ancora una volta fede e affetto umano si sostengono a vicenda: Stefano andrà sereno al martirio perché sa che verrà sostenuto nelle prova dalla fede di Marsia.

Il film è disponibile in DVD in italiano. Le parti che nella prima edizione italiana erano state tagliate sono state reintegrate con sottotitoli.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DON MATTEO 9

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/22/2014 - 17:09
 
Titolo Originale: Don Matteo 9
Paese: Italia
Anno: 2014
Regia: Monica Vullo, Luca Ribuoli, Jan Michelini
Sceneggiatura: ALESSANDRO BENCIVENNI, ENRICO OLDOINI, DOMENICO SAVERNI con la collaborazione di ALESSANDRO JACCHIA, ALESSANDRA CANEVA, adattamento soggetto di serie MARIO RUGGERI UMBERTO GNOLI, ELENA BUCACCIO, CARLO MAZZOTTA
Produzione: Lux Vide in collaborazione con Rai Fiction
Durata: 60' su RAI1 a partire dal 6 gennaio 2014
Interpreti: TERENCE HILL, NINO FRASSICA, SIMONE MONTEDORO, NADIR CASELLI,ANDRES GIL, LAURA GLAVAN, GIORGIA SURINA

In questa nuova serie il capitano Tommasi e il maresciallo Cecchini sono stati trasferiti da Gubbio a Spoleto. Anche don Matteo li raggiunge nella nuova sede, sulla “spinta” delle raccomandazioni di Cecchini. Il capitano ora è vedovo e si prende cura di Martina, sua figlia di quattro anni. Sono arrivate a Spoleto altre due donne: il Pubblico Ministero Bianca che conosce Tommasi dai tempi di scuola e la svagata e un po’ leggera Lia, che ha raggiunto lo zio Cecchini dopo aver studiato negli Stati Uniti…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Don Matteo è espressione di un’ottima compenetrazione fra un atteggiamento molto umano nei confronti del prossimo e un'ispirazione soprannaturale, che sfocia in atteggiamenti di misericordia verso chi ha sbagliato
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un’ottima sceneggiatura sincronizza come un orologio, senza perdita di tensione, gli avvenimenti polizieschi e familiari anche se in questa serie è più evidente il “meccanismo” che sottende il racconto. Manca ancora all’appello una storia d’amore portante che consenta di approfondire la psicologia dei personaggi.
Testo Breve:

Matteo 9 è partito da subito con grande apprezzamento da parte del pubblico. Viene confermata la simpatia molto umana di don Matteo e degli altri personaggi mentre  vengono maggiormente evidenziate le tematiche cristiane.

E così, ridendo e indagando, si è arrivati a Don Matteo 9.

Rispetto a Don Matteo 8 ci sono delle indubbie novità: il trasferimento della location da Gubbio a Spoleto, la “morte improvvisa” di Patrizia, la moglie del capitano Tommasi che è rimasto solo con la figlia  Martina di 4 anni (espediente narrativo probabilmente necessario per costruire nuove vicende sentimentali), ma gli elementi chiave che hanno decretato il successo della serie ci sono tutti a partire da Don Matteo (un Terenche Hill sempre più scatenato in bicicletta)  e dal maresciallo Cecchini (Nino Frassica).

Serie vincente non si cambia (i dati di ascolto lo confermano: le puntate oscillano fra gli 8 e i 9 milioni di spettatori). L’alchimia della serie è quella di giocare su più piani e di tenerli armoniosamente collegati. C’è la componente poliziesca (ad ogni puntata viene risolto un caso, o meglio, è don Matteo che risolve i casi un momento, prima dei carabinieri), la componente comica, tutta sulle spalle di Nino Frassica, con il capitano Tommasi in funzione di appoggio. Trasversalmente alle puntate si sviluppano le vicende dei singoli personaggi, con varie età in modo da interessare un po’ tutte le fasce di telespettatori. Si va dalle piccole Ester e Martina ai giovani ribelli  Tomàs e Laura, entrambi sotto le ali protettive di don Matteo. Ci sono anche due nuove entry, foriere di prossimi sviluppi: la giovane Lia, nipote di Cecchini, maldestra e incasinata e il Pubblico Ministero Bianca, amica d’infanzia del capitano.

Ad avvolgere tutto e tutti c’è don Matteo, paziente, molto umano, sempre attento a vedere ogni persona per quello che è realmente, al di là di ciò che appare. Ogni puntata ha una saggezza da trasmettere: di fronte a certi fatti che avvengono si fronteggiano due modi diversi di reagire: quello della legge, dell’analisi dei fatti obiettivi, della logica del contrappasso secondo cui chi sbaglia va punito e quello di Don Matteo: lui fa le indagini a modo suo, guardando le persone negli occhi per cercar di comprendere il loro reale stato d’animo e se qualcuno ha sbagliato, lo aiuta a comprendere le sue debolezze e a porvi rimedio, perché per ognuno c’è sempre speranza. Contribuisce a sostenere questa impostazione il fatto che i crimini sono quasi tutti di tipo preterintenzionale e la vittima spesso non muore ma c’è la speranza di una ripresa. Quella di don Matteo è una fede viva, fattiva che parte da un atteggiamento molto umano per poi sfociare nel soprannaturale, un don Matteo che cerca di essere mediatore della Misericordia Divina. Fin dalle prime puntate della serie appare più deciso l’impegno di trasmettere messaggi cristiani: vediamo don Matteo riflettere sul Vangelo o parlare direttamente di Gesù a persone che hanno bisogno di speranza. Se ad ogni puntata c’è un caso poliziesco da risolvere, viene anche affrontato, ad ogni puntata un tema eticamente sensibile: giovani ribelli e irrequieti, madri che hanno abbandonato i loro figli, convivenze, la cura verso le persone in stato vegetativo.

Tutto bene quindi salvo qualche incrinatura che si percepisce nelle prime puntate: il successo della serie è stato decretato per la vivacità e profondità dei personaggi a cui ci si affeziona puntata dopo puntata, non certo dall’intreccio narrativo in sé. Ora il  “meccanismo” e la ripetitività della struttura narrativa appare  più scoperto: le parti comiche non sono irresistibili, la componente gialla non riserva troppe sorprese ma sopratutto manca finora il calore degli incontri/scontri fra  personaggi: la serie 8 era risultata vivace  proprio dal rapporto fra il capitano e Patrizia, in un loro continuo (molto moderno) cercare di stare uniti ma al contempo cercare di progredire nella propria carriera. In Matteo 9 vere storie d’amore non sono ancora sbocciate e il capitano Tommasi si limita per ora a fare da spalla comica a Nino Frassica. E’ ancora troppo poco. La sua bonomia, il suo facile cedere a ricatti familiari, finiscono per fargli perdere perfino la sua dignità di capitano dell’Arma.  

Siamo fiduciosi che le prossime puntate ci riserveranno nuove sorprese.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA FINE DELL'AVVENTURA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/16/2014 - 19:43
 
Titolo Originale: The End of the Affair
Paese: Gran Bretagna
Anno: 1955
Regia: Edward Dmytryk
Sceneggiatura: Lenore J. Coffee
Produzione: COLUMBIA PICTURES CORPORATION, CORONADO PRODUCTIONS (ENGLAND) LTD.
Durata: 105
Interpreti: Deborah Kerr, Van Johnson, John Mills, Peter Cushing

Maurice Bendrix, alla fine della guerra in Spagna, è stato congedato per una ferita alla gamba e, tornato a Londra, ha ripreso il lavoro di scrittore. Volendo descrivere un alto personaggio dell’amministrazione statale del Regno Unito, incontra l’amico Henry che si mostra ben lieto di aiutarlo e gli presenta la moglie Sarah. Fra Maurice e Sarah nasce un’intesa ma durante uno dei loro incontri a casa di lui una bomba esplode vicino a loro e Maurice appare morto. Sarah, che non è credente, inizia a pregare, chiedendo a Dio di salvargli la vita; in cambio lei sarebbe tornata da suo marito. Maurice si rialza vivo e a lei non resta che mantenere la promessa fatta, lasciando Maurice senza motivare la sua decisione. Cercherà ora di comprendere il senso di quella fede che sembra essere nata in lei. Due anni dopo Maurice incontra Henry che appare preoccupato e incerto sulla fedeltà della moglie. Senza informare il marito, Maurice decide di ingaggiare un agente privato per indagare su quella donna che ancora ama ma che misteriosamente lo ha abbandonato…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film del 1955 descrive bene il tormento di un’anima che interpellata da Dio, alla fine si abbandona alla fede. Il film del 1999 ipotizza invece l’esistenza una divinità quasi pagana che interferisce in modo sgradevole nelle vicende umane
Pubblico 
Tutti
La versione del 1955 è per tutti; quella del 1999 è per adulti.
Giudizio Artistico 
 
Entrambi i film, quello del 1955 come quello del 1999, sono di buona fattura. Van Johnson (1955), con il suo decisionismo americano, poco si adatta a una storia costruita su di un mistero soprannaturale, mentre Julianne Moore (1999) contribuisce bene a realizzare quell’atmosfera di languida e rarefatta sensualità voluta dal regista.
Testo Breve:

The end of the Affair dello scrittore inglese Graham Greene, è stato portato due volte sullo schermo, nel 1955 e nel 1999. La distanza temporale fra i due diventa anche una distanza nel modo diverso di interpretare il messaggio di fede che il libro propone

The end of the Affair  è il quarto ed ultimo dei romanzi cattolici dello scrittore inglese Graham Greene, come ricorda Enrique Fuster[1] nel libro Verso Dio nel Cinema. Finora sono due i film che si rifanno a questo romanzo: uno del 1955 (La fine dell’avventura) di Edward Dmytryk con Deborah Kerr e Van Johnson e l’altro del 1999 (Fine di una storia) di Neil Jordan con Julianne Moore e Ralph Fiennes.

Non ci interessa in questa riflessione giudicare quale dei due sia stato più aderente al romanzo[2] ma piuttosto vorremmo comprendere come in tempi così distanti (45 anni) venga reso sullo schermo una storia così “spinosamente religiosa” (avvengono dei miracoli attribuibili alla protagonista, Sarah).

La palma al film più aderente al romanzo è comunque controversa e in entrambi la storia originale è stata alterata: il film del 1955 termina con la morte di Sarah, mentre quello del 1999 in modo più aderente al libro, prosegue con la presentazione di un miracolo attribuito all’intercessione di Sarah. Al contrario quest’ultimo mostra un ritorno di passione fra i due amanti due anni dopo il loro primo incontro, non presente nel libro. Sono varianti che riflettono il modo diverso con cui  gli autori hanno reagito alla tematica di fede sollecitata dallo scrittore.

La cosa si complica ulteriormente se si considera che il film di Dmytryk, nella versione italiana venne ampiamente tagliato non solo per ridurne la durata ma anche per evitare alcune frasi sgradevoli nei confronti del sacramento del battesimo pronunciate dal protagonista che avrebbero urtato un pubblico italiano – all’epoca- sensibile a questi temi. Noi ci siamo comunque riferiti alla versione inglese originale.

La versione del 1955

Nel film del 1955 (come del resto in quello del 1999) l’intesa fra Maurice e Sarah nasce presto, complice il fatto che lo scrittore si era già accorto che lei tradiva suo marito. Il rapporto soffre però fin dall’inizio di una incomprensione di fondo: lui ritiene di aver trovato l’amore della sua vita, la ama e la vuole sposare (Van Johnson incarna lo stereotipo dell’americano molto in voga a quel tempo: un uomo propositivo, lineare ed estraneo a qualsiasi complessità psicologica); lei è più orientata a vivere la vita giorno per giorno, complice l’instabilità e l’incertezza del futuro tipiche dei tempi di  guerra. A dispetto di tutto i due amanti continuano a incontrarsi di nascosto dal marito,  la loro intesa diventa più profonda, fino al giorno del bombardamento, dopo il quale lei lascia Maurice per adempiere al voto fatto, senza dargli spiegazioni.

Il loro nuovo incontro, due anni dopo, trova lui ancora  innamorato ma anche sospettoso nei confronti di una donna che non è ancora riuscito a decifrare. In questa seconda parte la storia di Sarah e del suo progressivo, sofferto, avvicinamento a Dio prendono il sopravvento.  Sono tre le volte che vediamo entrare Sarah in una chiesa, tre momenti di una lunga "battaglia". La prima volta aveva tentato di fuggire: il sacerdote con il quale si era confidata l’aveva invitata a liberarsi dal voto fatto, se lo aveva fatto a un Dio in cui non credeva. Sarah non ne aveva avuto il coraggio perché aveva compreso che per lei era iniziata una ricerca che non riusciva più a sospendere. La seconda volta aveva cercato di ribellarsi : il sacerdote le aveva fatto osservare che quando si cerca Dio, di fatto lo si è già trovato. “Ma io non lo cerco- aveva risposto Sarah- allora perché Lui mi cerca?” In quell'occasione l'accettazione della Sua Esistenza era ormai un fatto avvenuto, mescolato alla rabbia determinata proprio da quel suo arrendersi alla Sua esistenza; quella di un Dio che risponde a chi lo invoca. Il terzo e risolutivo momento  è quello della resa: Sarah è in preghiera nella stessa cappella e accende una candela. Le sembra un gesto stupido ma per la prima volta è pervasa da una sensazione di felicità: si sente come quella piccola fiammella che è tenue ma che è calda e brilla.
Il film prosegue con il comportamento coerente di Sarah che non ritorna da Maurice nonostante lui continui a desiderare di sposarla. Solo quando Sarah è ormai morente, Maurice viene a conoscere il dramma che lei ha vissuto  e in una lettera trovata dopo la sua morte vi legge la sua ultima confessione: “Dio esiste; io ci credo”. Il fatto che il film termini in questo modo e non prosegua con altri miracoli avvenuti dopo la morte di Sarah come viene descritto nel romanzo è coerente con l’economia di un film tutto centrato sull’evoluzione dell’animo della donna che interpellata da Dio, alla fine si abbandona alla fede.

La versione del 1999

Il film del 1999 è inevitabilmente più esplicito nelle scene degli incontri amorosi fra i due amanti  che servono a sottolineare la passione sensuale che li unisce. In questa versione il racconto si concentra su ciò che accade due anni dopo che essi si erano lasciati e i tentativi di Maurice di riagganciare la sfuggente Sarah. Sensualità e mistero diventano gli elementi dominanti del film.  
C’è una componente che emerge progressivamente e che costituisce un chiaro segno dei tempi, all’alba del terzo millennio: il soggettivismo. L’espressione autentica di se stessi diventa una priorità assoluta, rispetto alla quale gli impegni che si possono avere nei confronti degli altri, della società, dello stesso Dio, si dissolvono. Nell’incontro di Sarah con il sacerdote le tematiche sono cambiate. Se lui le parla del libero arbitrio che Dio ci ha concesso, Sarah risponde che a questo punto, siccome ama Maurice, vuole divorziare: in fondo lei non è “né una bugiarda né una prostituta”.
Alla fine i due riannodano la loro relazione: si tratta di una svolta non prevista nel libro e non presente nel film 1955 ma quasi  inevitabile, di fronte alla priorità di dare libero sviluppo all’autenticità del loro amore, una priorità rispetto alla quale il voto fatto finisce per perdere di senso. Sarah in questo secondo film deve in effetti fronteggiare meno scrupoli di coscienza rispetto al precedente: “noi siamo (solo) buoni amici” fa notare Sarah al marito, sottintendendo la mancanza di una relazione coniugale, mentre nel film del 1955 si parla solo di difficoltà ad avere dei bambini. Sempre in nome della superiorità di un amore autentico il marito Henry e Maurice si ritrovano a vivere nella stessa casa perché entrambi hanno deciso di prendersi cura di Sarah morente. I rapporti fra Maurice e il sacerdote che ha curato spiritualmente Sarah sono di aperto conflitto: Maurice lo odia perché Sarah per due anni si è sottratta a lui perché plagiata per mezzo di pure fandonie e vede il sacerdote come il rappresentante di una istituzione puramente formale, in grado di esprimere una pietà di sola facciata.

“Questo è un diario di odio” scrive Maurice sul primo foglio del suo romanzo nella prima sequenza del film. Alla fine si comprende di quale odio si tratta: “Ti odio come se Tu esistessi. La Tua astuzia è infinita. Ti prego di dimenticarmi” scrive Maurice sull’ultima pagina del suo romanzo.

La scena finale che mostra un miracolo accaduto con la mediazione di Sarah (un ragazzo da lei conosciuto ora non ha più una voglia che in precedenza deturpava la sua guancia) sposta di ben poco l’asse del film, tutto teso a dimostrare la superiorità di una vita umana gestita direttamente dagli uomini stessi.

Se bisogna necessariamente ipotizzare l’esistenza di un Dio, sembra dire il film del 1999, esso appare quasi come una divinità pagana, più temuta che amata: un dio che interferisce nelle vicende umane in modo spesso sgradevole e l’uomo deve solo cercare di evitare le sue nefaste influenze.



[1] DANIELA DELFINI, ENRIQUE FUSTER, JOSE’ MARIA GALVAN Verso Dio nel cinema, San Paolo, 2013

[2] Andrea Puglia ha realizzato due anni fa una interessante tesi alla Cattolica di Milano  dal titolo ""Graham Greene e il cinema. Analisi di un rapporto conflittuale"indagando in particolare sul suo senso del religioso


 

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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