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Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

SIR-CENERENTOLA A MUMBAI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/25/2019 - 15:19
 
Titolo Originale: Sir
Paese: India - Francia
Anno: 2018
Regia: Rohena Gera
Sceneggiatura: Rohena Gera
Produzione: INKPOT FILMS IN COPRODUZIONE CON CINÉ-SUD PROMOTION
Durata: 99
Interpreti: Tillotama Shome, Vivek Gomber, Geetanjali Kulkarni

Ratna vive in un piccolo villaggio indiano e a 19 anni è rimasta vedova dopo solo due anni di matrimonio. Con l’impegno di mandare mensilmente una quota del suo salario ai suoceri, riesce a trasferirsi a Mumbai lavorando come domestica nella casa del giovane Ashwin che vive da solo, dopo che il suo matrimonio è andato a monte pochi giorni prima della cerimonia. Inizia questa strana convivenza, molto rispettosa per i rispettivi ruoli, in un paese dove la divisione in caste ha radici consolidate ma giorno dopo giorno i due si aprono alla confidenza: lei sogna di diventare una disegnatrice di moda mentre lui vorrebbe tornare negli Stati Uniti a fare lo scrittore: si trova a Dubai solo per l’impegno di dover sostituire il fratello maggiore, morto improvvisamente

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I due protagonisti sono campioni di un comportamento virtuoso che risulta non condizionato dalla classe sociale a cui appartengono
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La regista trova la forma narrativa giusta (ritmo lento, cura nei dettagli) per esprimere la progressiva intesa fra i due protagonisti
Testo Breve:

Lui è un giovane rampollo della ricca società indiana; lei, di origini umili,  è la sua cameriera. Il loro impossibile amore è l’occasione per mettere a nudo non solo le contraddizioni della società ma anche le virtù umane di cui entrambi sono dotati, con le quali riescono ad affrontare una difficile situazione

Ashwin ha ormai deciso di dichiarare il suo amore a Ratna, sapendo in cuor suo di essere ricambiato ma lei esprime tutta la sua perplessità per la differenza di casta che li separa. E poi aggiunge che sua madre ha dovuto sostenere la perdita del figlio maggiore e non può ricevere anche questo dolore dall’unico figlio maschio rimasto.

Ashwin confida al suo miglior amico la voglia di sposarsi con Ratna, ma riceve una risposta molto chiara: “mettiti nella sua prospettiva: le ricorderanno sempre che è una domestica, nessuno l’accetterà; se ci tieni a lei, se ci tieni davvero, lasciala perdere”. Il vero amore, cioè quello che cerca il bene dell’altro, può richiedere  anche il sacrificio dei propri sentimenti.

Sono sono due esempi della grande sensibilità d’animo che questo film riesce a mettere in luce.

Si potrà dire che questo film è quasi un pamphlet politico contro la divisione in caste ancora ben radicata in India (e questo in parte è vero); si potrà dire che si tratta di una romantica storia d’amore dove è proprio il loro amore sincero che li porta a tenerli  lontani  (e questo in parte è vero: ricorda in qualche modo In the mood for love) ma il vero valore del film è etico: i due protagonisti sono campioni di virtù  e se  è vero che stanno affrontando un problema legato alla discriminazione fra caste ancora esistente, con il bagaglio di virtù di cui dispongono, avrebbero potuto affrontare qualsiasi altro problema.

Ratna svolge con scrupolo il suo compito e si rifiuta di fare pettegolezzi riguardo al suo padrone; mette da parte il suo stipendio per consentire alla sorella minore di completare gli studi che lei non è riuscita a fare. Ashwin ha un alto senso della giustizia e della dignità di ogni persona e incoraggia Ratna perché anche lei possa realizzare i propri sogni, difendendola quando viene umiliata nella sua condizione servile. Anche lui ha i suoi sogni che vorrebbe realizzare ma persegue, come Ratna, un principio fondamentale, la propria feicità non potrà mai venir conquistata a danno della felicità altrui: ecco perchè aveva lasciato gli Stati Uniti per sostenere la famiglia quando il fratello maggiore era morto. E’ risultata centrata la decisione della regista di puntare, per il ruolo femminile, non su una smagliante stella di Bolliwood ma su una brava attrice non bella, per sottolineare che Ashwin si innamora sopratutto della bellezza dell sua anima.

Lo stile della regista  Rohena Gera al suo primo lungometraggio, è di estrema attenzione ai dettagli: il ritmo del racconto è lento, disseminato di gesti ripetitivi (Ratna che porta il vassoio della cena o della prima colazione al padrone, Ratna che risponde al telefono) perché l’impegno della regista non è quello di raccontare una grande storia ma la lenta evoluzione dei sentimenti e della comprensione reciproca dei due protagonisti.

Lo stesso tema della separazione fra caste non è spiegato ma significato attraverso una serie di episodi: Ratma che viene invitata ad uscire da un negozio di lusso, la reazione rabbiosa di un’ospite in casa di Ashwin qualdo lei le fa cadere il bicchiere: La “serva” andrà punita severamente e le verrà addebitato il costo del vestito che è stato macchiato. “Non si siederà mai a tavola con tua madre; non sa usare neanche forchetta e coltello” sottolinea l’amico di Ashwin, ricordando che solo le classi alte usano metodo occidentali. Ma forse la scena più espressiva è quella in cui noi siamo posti in soggettiva di Ratma mentre sta girando con un vassoio fra gli ospiti a un riunione ufficiale: tutti chiacchierano, non la degnano di uno sguardo, e prendono o non prendono meccanicamente ciò che si trova sul vassoio.

Anche il tema della condizione femminile in India viene afffrontato dalla regista ma questa volta senza prendere una posizione netta: se è vero che la sorella di Ratma decide di sposarsi con un uomo scelto dai suoi genitori senza neanche averlo visto, se Ratma, come vedova, è ostaggio della famiglia dei suoi suoceri ed è costretta a versar loro un contributo mensile, è anche vero che la regista non lesina uno sguardo critico alle donne dei quartieri alti che abusano della loro libertà: bevono nei locali notturni e si concedono di passare una notte con un uomo che hanno appena conosciuto. Lo stesso episodio iniziale del film (Ashwin annulla la cerimonie di nozze all’ultimo momento perché ha scoperto che la sua fidanzata lo tradiva con un altro) rinforza la verità che Rohena Gera vuole sottolineare: il comportamento di una persona adulta non è condizionata dalle tradizioni della nella sua società, nè la libertà conquistata è garanzia per un comportamento corretto: conta solo l’intimo convincimento della singola persona e un comportamento virtuoso in ogni situazione che la vita ci pone davanti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MATRICOMIO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/12/2019 - 09:25
 
Titolo Originale: Il matricomio
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Jack Alvino, Valentina Aurino
Sceneggiatura: Jack Alvino, Valentina Aurino
Durata: 6 stagioni su Facebook/ilmatricomio e su Youtube
Interpreti: Jack Alvino, Valentina Aurino

Jack è un ingegnere, Vale una donna di casa (forse). Lui è appassionato di moto, lei sta molto attenta alla pulizia e all’ordine in casa. Lui è un flemmatico, lei è molto dinamica, a volte esplosiva. Ci sono tutti gli ingredienti per realizzare divertenti scenette sulla vita di coppia e mostrare come l’intesa si rafforzi proprio nel modo con cui tutto viene sempre riportato a unità

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lui e lei sono pienamente se stessi con i loro desideri, con i loro caratteri ma lo sono all’interno di una unità di coppia, dove tutto può essere affrontato, purché venga risolto per il bene di quella vita in comune nella quale essi trovano la ragione della loro esistenza.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Jack e Vale recitano benissimo (hanno fatto per anni teatro) e le sceneggiature sono sapientemente costruite. La qualità degli sketch è assolutamente professionale
Testo Breve:

In questa web serie, Jack e Vale sono marito e moglie che ci mostrano come possano venir felicemente superate le mille discussioni di ogni giorno tipiche di una vita in due

E’ tempo che il nostro giornale si dedichi anche alle Web Serie, soprattutto quando, come nel caso di Matricomio, il tema sviluppato è quello del matrimonio e della famiglia.

Si tratta di rapidi sketch di due-quattro minuti dove si fronteggiano un marito e una moglie, Jack e Vale, nella divertente e ricca banalità di ogni giorno. Le puntate più cliccate si trovano su Youtube: una serie più ampia è reperibile su facebook/ilmatricomio (in tutto sono 90 puntate, dal 2016 a oggi).

Jack e Vale sono realmente marito e moglie da 14 anni, recitano molto bene (hanno fatto per anni teatro) e le sceneggiature sono sapientemente costruite. Ovviamente tutto questo non basta per dare ragione del loro successo (una loro puntata, La massaia estrema, ha avuto più di 12.000 visualizzazioni e 600 like): ciò che riescono a trasmetterci è il loro affiatamento: riescono realmente a farci entrare nella vita di una coppia che affronta problemi quotidiani che ognuno di noi può incontrare, ne nascono vivaci discussioni perché i punti di vista sono diversi ma poi viene sempre trovata la soluzione che soddisfa entrambi.

I temi trattati in prevalenza sono le diverse sensibilità, quella maschile e quella femminile con le quali viene percepita la realtà e gli incontri/scontri in tema di economia domestica. Ecco quindi che Vale non riesce ad attirare l’attenzione di Jack neanche quando ha cambiato pettinatura mentre lei nota subito che lui ha ridotto il pizzo. Un momento di cattivo umore di lei viene risolto da Jack con un complimento al vestito che lei indossa (ma questa scenetta potrebbe irritare le femministe più incallite). Scontati i battibecchi in termini di cura domestica: l’assunzione di una colf si risolve in un fallimento perché lei è molto scrupolosa e in fondo ci tiene a esser solo lei la responsabile della cura della casa. Non mancano puntate sulla loro intesa anche fisica: assistiamo, in una puntata, alla furba retorica con la quale lui convince lei ad indossare, per una serata, dei tacchi a spillo, molto più femminili delle solite ballerine o i metodi che riesce a escogitare lei quando non si sente disponibile a rispondere alle effusioni di Jack.

E’ chiara la filosofia di fondo di questi sketch: un lui e un lei che sono pienamente se stessi con i loro desideri, con i loro caratteri ma lo sono all’interno di una unità di coppia, dove tutto può essere affrontato, purché venga risolto per il bene di quella vita in comune nella quale essi trovano la ragione della loro esistenza.

Dalla visione del loro lavoro, ormai triennale, dispiacciono un pochino solo due cose: che la vita di coppia non viene estesa alle problematiche della gestione di figlio (ma questo sarebbe un ciclo di puntate sostanzialmente differente) e che nei loro contrasti, che si risolvono sempre con una riappacificazione, non ci siano a volte gesti di affetto, conferme del loro reciproco amore (ma forse un po’ di pudore giova a ricordare che la coppia è reale e che l’amore è vero, non costruito per l’occasione)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GIOCHI DI POTERE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/25/2019 - 14:44
 
Titolo Originale: Backstabbing for Beginners
Paese: Usa/ Danimarca/ Canada
Anno: 2018
Regia: Per Fly
Sceneggiatura: Daniel Pyne e Per Fly
Produzione: CREATIVE ALLIANCE, EYEWORKS SCANDI FICTION, HOYLAKE CAPITAL, PARTS AND LABOR, SCYTHIA FILMS, WATERSTONE ENTERTAINMENT
Durata: 108
Interpreti: Theo James, Ben Kingsley, Belçim Bilgim, Jacqueline Bisset

New York, 2002. Cresciuto con il mito del padre diplomatico, ucciso nell’attentato all’ambasciata americana di Beirut del 1986, il figlio d’arte Michael Sullivan abbandona la pur promettente carriera di investitore finanziario e corona il sogno di farsi assumere alle Nazioni Unite. Ottenuto l’incarico di primo assistente del sottosegretario Pasha, si trova a bordo del programma Oil for Food, operazione dell’ONU volta a reinvestire in aiuti umanitari i profitti derivanti dalla vendita del petrolio iracheno. Sin dal primo giorno di lavoro Michael intuisce di dover abbandonare le sue idealistiche aspirazioni per imparare alla svelta, invece, le amare regole non scritte della diplomazia internazionale. A fargli da mentore è l’ambiguo Pasha, che lo vuole al suo fianco nell’incandescente Bagdad, dove Michael si trova al centro di una rete di ricatti, omicidi e manipolazioni in cui non saprà più di chi fidarsi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Che si possa diventare adulti e perdere l’innocenza senza per questo compromettere la propria etica ma anzi rinforzandola, è il bel messaggio che comunica questo film.
Pubblico 
Adolescenti
Scene di tensione psicologica e di violenza; una breve scena a contenuto sessuale, non esplicita
Giudizio Artistico 
 
Nonostante un paio di debolezze narrative, il film resta un documento interessantissimo di eventi realmente accaduti
Testo Breve:

Nel 2002, un giovane diplomatico delle Nazioni Unite è ingaggiato nel programma Oil for Food, volta a reinvestire in aiuti umanitari i profitti derivanti dalla vendita del petrolio iracheno. In realtà si troverà al centro di una rete di ricatti e omicidi. Tratto da fatti realmente accaduti

Si aspettava Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda e si trova invece Il principe di Machiavelli. Potrebbe riassumersi così il cupo film del regista danese Per Fly, tratto dall’autobiografia di Michael Soussan Backstabbing for Beginners. My Crash Course in International Diplomacy, dove “Backstabbing for Beginners” si può tradurre con “pugnalate alla schiena per principianti”. La trama si serve degli ingredienti del film di spionaggio per raccontare lo scandalo di Oil for Food, operazione dalla complicata gestione che sotto l’egida delle Nazioni Unite permise agli speculatori di mezzo mondo di dividersi una gigantesca torta miliardaria a base di greggio e in cui a farne le spese furono – oltre che la stessa ONU per la figuraccia internazionale – soprattutto il popolo dell’Iraq, privato dei mezzi di sostentamento che il programma avrebbe dovuto garantire.

C’è tutto quello che serve per costruire un buon film: il ventiquattrenne idealista che lascia il mondo della finanza per costruire qualcosa di buono a questo mondo. Il vecchio e scafatissimo diplomatico, teorico del relativismo morale, secondo cui “la verità non si basa sui fatti ma sul consenso generale”. Il Palazzo di vetro che dall’esterno sembra Camelot e dall’interno il castello di Macbeth. Una Bagdad “centro dell’universo” dove tutti ti guardano in cagnesco e i bambini muoiono di fame, ma anche “nuova Casablanca”, dove innamorarsi di una interprete kurda indifesa e seducente. E poi i sicari cattivi che ti circondano e minacciano in pieno deserto, una chiavetta contenente un file criptato con una lista di pezzi grossi coinvolti nell’affaire, l’agente della CIA che ti spinge a tradire l’unico di cui ti fidi ancora. Jacqueline Bisset nel ruolo di una funzionaria destinata a pagare la sua integrità. La stampa libera come ultimo baluardo della democrazia. Lo sguardo sgomento di Kofi Annan (“un bambolotto”, secondo la caustica definizione di Francesco Cossiga) che a fine corsa è costretto a vuotare il sacco. Infine, la forza del singolo e delle sue scelte che naviga controvento perché sicuro della direzione.

Da un punto di vista cinematografico, due grosse pecche: nella prima parte la voce narrante del protagonista è troppo invadente. Nell’ultima parte il climax arriva troppo presto e il terzo atto non fa che ripetere scene e concetti già precedentemente esposti.

Nonostante queste debolezze narrative, resta il documento interessantissimo di un insider che non solo ha attraversato tutto il labirinto della politica imparandone a sue spese le regole, ma è stato anche capace di uscirne vivo senza rimetterci l’onore. Che si possa diventare adulti e perdere l’innocenza senza per questo compromettere la propria etica ma anzi rinforzandola, è un bel messaggio da comunicare alle tribù dei cinici che affollano le arene del dibattito pubblico.

Inoltre, sia pur non intenzionalmente detta, emerge tra le righe la verità che la pace “come la dà il mondo”, i cui trattati sono stipulati sempre sul sangue dei vinti, non è mai un buon affare con effetti duraturi. Nessun sistema politico, neanche il più democratico e rispettabile, sarà mai ultimamente salvifico. Con “buona pace” delle risoluzioni ONU, per salvare l’uomo ci vuole una fede.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE INVISIBILI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/20/2019 - 20:42
 
Titolo Originale: Les Invisibles
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Louis-Julien Petit
Sceneggiatura: Louis-Julien Petit, in collaborazione con Marion Doussot, Claire Lajeunie
Produzione: ELEMIAH
Durata: 98
Interpreti: Audrey Lamy, Corinne Masiero, Noémie Lvovsky, Sarah Suco, Déborah Lukumuena

Donne senza tetto si ritrovano ogni mattina pronte a vivere la loro giornata al centro diurno Envol. E se un giorno dovessero chiuderlo?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un centro sociale, alcune donne hanno fatto della loro esistenza una continua e ripetuta oblazione alle donne senza tetto di Parigi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Successo al box office in Francia, Le invisibili è una brillante commedia sociale. Si sorride, si ride e ci si commuove.
Testo Breve:

Le invisibili sono senza tetto, senza legami familiari e si ritrovano tutte ogni mattina in un centro sociale a Parigi. Un film sociale narrato con l’umanità di Ken Loach e con l’ironia di Quasi amici

Diversa è la loro religione, la loro storia, il loro carattere, il loro bagaglio professionale, ma uguale è la loro solitudine. Sono senza tetto, senza legami familiari e si ritrovano tutte ogni mattina nel piazzale antistante il centro Envol, lo spazio diurno che a Parigi ospita, prima che arrivi la notte, le clochard. Le accoglie offrendo loro doccia calda, colazione, biglietti dell’autobus e tutto ciò che potrebbe contribuire alla cura personale.

Le chiamano invisibili perché sono invisibili alla società e alla polizia, che costruisce ostacoli e distrugge tendopoli. Lo fa consapevolmente perché queste donne potrebbero usufruire di un centro notturno, ma non lo fanno perché lì non si sentono a casa. L’ispirazione del film di Louis-Julien Petit prende corpo da Sur la route des invisibles, il libro scritto da Claire Lajeunie, che è diventato poi (per la stessa regia di Lajeunie) il documentario Femmes Invisibles - Survivre à la rue).

Queste storie vere meritano, anche nella finzione, donne reali: tutte le clochard (tranne Sarah Suco) non sono professioniste del set, ma sono senza tetto che il regista ha voluto conoscere e incontrare frequentando per un anno diversi centri di accoglienza in Francia. Ha raccolto le loro storie e scelto poi le attrici.

Non sono però le uniche invisibili del lungometraggio. Invisibili infatti sono anche le dirigenti del centro Envol. Sono donne che hanno fatto della loro esistenza una continua e ripetuta oblazione alle clochard. Hanno, in alcuni casi, limitato la loro vita fuori dal lavoro o hanno, senza la necessaria condivisione, costretto i familiari a scegliere quello che volevano. Spesso non hanno nessuno al loro fianco o sono in crisi con il marito. All’inizio della storia tutta la loro vita sembra avere senso solo se si lavora al centro diurno. Quando un giorno il Comune di Parigi, che stanzia i fondi per le strutture di accoglienza, minaccia di chiudere Envol, una di loro, Audrey, ha un’idea.

Queste donne senza tetto avevano prima di perdere tutto, un lavoro, un’esperienza, una competenza. Non sarà perciò la via giusta quella di sostenerle, aiutarle, per far emergere la giusta grinta per ottenere un lavoro o una segnalazione in un’azienda?

Successo al box office in Francia, Le invisibili è una brillante commedia sociale. Si sorride, si ride e ci si commuove. Come nelle commedie americane di successo (a tratti ricorda il francese Quasi amici), che rassicurano e non fanno perdere la speranza anche quando c’è tensione, questo film è pieno di dettagli ironici. Le stesse donne senza dimora hanno, per presentarsi, nomi celebri di persone di successo come Edith Piaf e Brigitte Bardot, Lady D a Brigitte Macron. Volutamente, per sottolineare ancora di più la forza della commedia, non c’è come nei film d’autori europei, la costruzione di una messa in scena povera e trasandata. C’è però un sincero lavoro sulle dinamiche psicologiche di ogni personaggio uniti tutti da una condizione, fil rouge che accomuna senza tetto e assistenti sociali: la solitudine non appartiene alla condizione sociale, ma è uno stato che appesantisce l’esistenza quotidiana e che può essere superato solo quando lo sguardo verso l’altro diventa autentico.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA GIUSTA CAUSA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/04/2019 - 09:14
 
Titolo Originale: On the Basis of Sex
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Mimi Leder
Sceneggiatura: Daniel Stiepleman
Produzione: AMBLIN PARTNERS, GORDONSTREET PICTURES, ROBERT CORT PRODUCTIONS
Durata: 120
Interpreti: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Kathy Bates

Alla fine degli anni ’50, Ruth Bader Ginsburg, già sposata e con una figlia piccola, è una delle prime donne ad esser iscritta alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Harward. La sua vita non è facile perché l’ambiente universitario è ancora pieno di pregiudizi nei confronti delle donne e inoltre suo marito si è gravemente ammalato. Lei inizia così a frequentare in parallelo anche le lezioni del secondo anno, dove suo marito è iscritto, per permettergli di studiare. Una volta laureata, non riesce a trovare un solo studio di New York disposta ad accettare una donna come avvocato. Rassegnata, diventa professoressa universitaria e insegna una materia che le sta molto a cuore: le discriminazioni in base al sesso che le leggi di quel tempo ancora convalidavano…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un marito e una moglie riescono sempre a spalleggiarsi anche nei momenti più difficili. La virtù della fortezza di Ruth che non si lascia scoraggiare ma si batte per dei principi che ritiene giusti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura molto ben costruita riesce ad sviluppare una storia basata su un conflitto di idee senza mai riuscire a stancare
Testo Breve:

La storia vera di Ruth Bader Ginsburg, fra le prime donne a laurearsi in legge, che dovette superare tutti i pregiudizi del tempo nei confronti della donne fino a diventare un giudice costituzionale Un interessante storia di idee e di una famiglia affiatata

Può interessare la storia di due primi della classe, marito e moglie, appassionati di legge, (lei prima nel suo corso ad Harward e prima in quello alla Columbus, lui uno dei più giovani e brillanti avvocati tributari di New York) che passano il tempo a dibattere questioni di legge?

Può appassionare un film che sembra scritto per degli avvocati o dei giudici, dove si entra nel dettaglio, nelle sue due ore di durata, dei meccanismi che regolano la giurisprudenza americana?

Il film ci riesce, perché ci racconta anche la storia di una famiglia molto affiatata, dove marito e moglie si sostengono a vicenda con convinzione, nella buona e nella cattiva sorte e perché riesce ad appassionarci alle difficoltà che affronta Ruth, una donna di indubbio talento, per “scalare la montagna”, cioè riuscire a smontare pezzo per pezzo, le centinaia di leggi (in U.S.A. si applica la common law, quindi non c’è un codice di riferimento) che ancora negli anni ‘70,  stabilivano diversi diritti e doveri in base al sesso.

Il personaggio di Ruth è molto ben tratteggiato (un po’ meno quello del marito), il film è la biografia romanzata di un noto giudice donna della corte costituzionale (compare brevemente alla fine del film) della quale viene mostrato il cuore indomito nelle tante battaglie affrontate ma anche l’equilibrio di saper riconoscere quando è inutile insistere e di accontentarsi di una piccola vittoria al momento invece di desiderare tutto subito.

Il film è interessante, oltre che per la bella storia in sé, anche perché solleva problematiche che è giusto dibattere: ne citiamo solo due.

Di fronte a una causa difficile da vincere, la si affronta perché si è convinti dei principi che si vogliono difendere o piuttosto perché è un’occasione irrinunciabile per raggiungere la notorietà da tanto tempo desiderata? In effetti è proprio questa l’accusa che gli avversari rivolgono a Ruth, per scardinare le sue tesi. È inutile dire che non c'è una risposta univoca ma nel caso di Ruth la sceneggiatura dà una risposta chiara: occorrono entrambi, giusti principi e una giusta ambizione. Il riconoscimento del principio di parità uomo-donna davanti alla legge era molto difficile da perseguire e lei è stata la persona giusta, perché occorreva tutta la determinazione e la sicurezza di cui era dotata, che le scaturiva dalla sua profonda preparazione.

Più delicato è l'altro tema: fino a che punto si può dire che l’uomo e la donna siano per natura diversi e che quindi la legislazione deve riflettere questa complementarietà oppure debbono avere gli stessi diritti e accedere alle stesse opportunità? Gli avversari di Ruth disegnano scenari apocalittici: prevedono bambini trascurati, mamme in ufficio o alla catena di montaggio, uomini e donne che competono per lo stesso lavoro, riduzione dei salari a causa della maggiore concorrenza, aumento dei divorzi e lo sgretolamento dei fondamenti della società americana. Ruth è stata pronta a rispondere: quando studiava all’università di Harward non c’erano neanche i bagni per le donne; sul lavoro non potevano fare gli straordinari e i giudici erano solo dei maschi.

Il film presenta una risposta chiara a questi dubbi. le leggi debbono seguire l’evoluzione della società. C’è uno stretto legame fra la legge e la cultura di un popolo e i giudici debbono adeguarsi, non certo alle mode correnti (né tanto meno anticiparne di nuove) ma alle onde lunghe dell’evoluzione dei costumi. In effetti Ruth riuscì a vincere la sua prima causa contro le discriminazioni uomo-donna solo negli anni ’70, nel pieno delle contestazioni studentesche.

Il limite della legge è proprio questa: cessa di difendere dei principi quando questi non sono più rispettati dalla maggioranza. Il modo con cui ogni singolo individuo, nel caso specifico una donna, possa riuscire a conciliare le mansioni che derivano dalla sua natura, in particolare partorire e allevare figli e svolgere lavori anche onerosi al pari di un uomo, viene lasciato alla coscienza del singolo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MIA SECONDA VOLTA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/26/2019 - 15:32
 
Titolo Originale: La mia seconda volta
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alberto Gelpi
Sceneggiatura: Fabrizio Bozzetti
Produzione: LINFA CROWD 2.0. COPRODOTTO VARGAT FILM
Durata: 90
Interpreti: Aurora Ruffino, Simone Riccioni, Mariachiara Di Mitri, Luca Ward,

Giorgia ha diciott’anni, studia all’ultimo anno del liceo artistico a Macerata. Sa di avere talento (confeziona per hobby orecchini originali che riesce a vendere via Internet) e vorrebbe andare a Roma in cerca di opportunità ma il padre è contrario. Ludovica ha 23 anni, studia all’accademia di Belle Arti e aspira a diventare scenografa. Non è quindi contenta quando scopre che chi seguirà la sua tesi non sarà il titolare della cattedra ma Davide, un suo giovane assistente. Un giorno Giorgia, per distrazione, sta quasi per investire con la sua macchina Ludovica. Dopo un momento di tensione, le due ragazze diventano amiche e Giorgia si offre di aiutare Ludovica a ricomporre il modellino per una scenografia che nell’incidente si è rotto. A un certo punto entra in casa Davide e Ludovica scopre che il suo assistente per la tesi non è altri che il fratello maggiore di Giorgia....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna fa tesoro di una leggerezza compiuta da adolescente e quel fatto diventa per lei lo stimolo per cambiare vita e dedicandosi ad aiutare chi rischia di commettere lo stesso errore
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio. Un ragazza accetta un appuntamento al buio da uno sconosciuto conosciuto via Internet
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura risulta debole, spiegando ciò che non occorre spiegare e togliendo tensione drammatica a quei momenti che più ne hanno bisogno
Testo Breve:

Una ragazza con grandi speranze per il proprio ’avvenire, distrugge tutto per un gesto irresponsabile (l’assunzione di droga). Le nobili intenzioni del film, molto valide per incontri rivolti a dei  giovani risultano meno  efficacai in una sala cinematografica

“Cineducando” è il nome che è stato dato al progetto sostenuto da case di produzione e distribuzione come Linfa Crowd 2.0 e Dominus Production che ha l’obiettivo di realizzre pellicole con un profondo  contenuto etico ed educativo per poi presentarle a studenti di scuole medie e superiori o in altri contesti culturali sensibili. La mia seconda volta rientra a pieno titolo in questo progetto perché racconta, in modo romanzato, la storia vera di Giorgia Benusiglio, che ha rischiato di morire per aver assunto una pasticca di Ecstasy e una volta ripresasi, ha deciso di dedicarsi  interamente a far comprendere ai giovani i rischi della droga.

Il film è uscito nelle sale il 21 marzo ‘19 ma da tempo  è stato presentato in molte  scuole delle principali città italiane e migliaia di ragazzi hanno potuto parlare sul tema della dipendenza dalla droga con i protagonisti della storia e con la stessa Benusiglio.

Questa bellissima iniziativa è ora sfociata nei tradizionali canali di distribuzione cinematografica. C’è quindi una domanda da porsi: questo film è  in grado di raggiungere  un vasto pubblico, non più selezionato come quello di un incontro a tema?

Su questo punto sogono delle perplessità proprio dalla struttura con cui è stato costruito il film. Viene meno la regola “show don’t tell” e  la didattica precede la narrazione. Accade con la professoressa del liceo artistico di Giorgia, che prende spunto dall’arte Kintsugi per sentenziare che “Le cicatrici rappresentano la storia che si fa carne. E dal dolore può nascere una bellezza ancora più grande” . Ma accade anche in quello spazio onirico  che interrompe la narrazione a intervalli regolari, forse il mondo in cui è rimasta chiuda Giorgia durante il coma, che  commenta  ciò che lo spettatore già vede: “quando tutto sembra perduto, quando pensi di aver toccato il fondo,..”

Maggiore perplessità desta  il modo con cui si è voluto raggiungere l’obiettivo dichiarato, quello di dissuadere i giovani dall’assumere  delle droghe. Conosciamo, dai vari racconti che ha fatto  Giorgia Benusiglio,la drammaticità della sua storia, colta da epatite fulminante  dopo l’assunzione di una pillola ecstasy. Il suo fegato era in necrosi e nell’attesa di un donatore, era arrivata a pesare 27 chili. La scelta narrativa è stata diversa: non si vede il momento  il cui la ragazza prende la droga (anzi si costruisce intorno a quell’evento una sorta di  giallo, per scoprire  chi sia stato il responsabile) e l’uscita dal coma della ragazza si risolve romanticamente con l’iniziativa di un suo amico che gli fa ascoltare la sua musica preferita. Per fortuna la Benusiglio interviene di persona alla fine el film, per riportare  il racconto alla sua cruda realtà  , mostrando la profonda cicatrice che ha sul fianco e che costituisce  memoria indelebile del trapianto che l’ha salvata.

Può darsi che questo alleggerimento sia stato motivato dalla necessità di non impressionare i ragazzi, che avrebbero comunque potuto fare tutte le domande che volevano durante gli incontri programmati ma si tratta di una soluzione che a cinema indebolisce l’efficacaia del racconto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DAFNE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/25/2019 - 18:26
 
Titolo Originale: Dafne
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Federico Bondi
Sceneggiatura: Federico Bondi
Durata: 94
Interpreti: Carolina Raspanti, Antonio Piovanelli, Stefania Casini

Dafne è una ragazza Down di trentacinque anni, gioviale e spensierata, che vive in Toscana con gli anziani genitori. Un giorno, al termine di una vacanza in campeggio, la madre ha un malore e muore. L’unico genere di evento, forse, in grado di togliere il sorriso alla vulcanica Dafne. Ma è solo un momento, perché la ragazza torna presto quella di sempre. Chi invece non sembra avere le risorse e forse nemmeno la voglia per rialzarsi è Luigi, il padre, con il quale Dafne ha un rapporto a dir poco complicato. Un viaggio a piedi per raggiungere la tomba della madre, in un cimitero sperduto in mezzo alla campagna toscana, è l’occasione giusta per riscoprire l’affetto che li lega…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tema della diversità (la sindrome di Down) è visto come una sfida, senza timori ma soprattutto senza perdersi in retorica ne inutili pietismi.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Dafne è un film asciutto che si riduce all’essenziale. I dialoghi sono dilatatissimi e la regia - per niente morbosa nella ricerca del primo piano,esalta la ricchezza emotiva della protagonista che si staglia per contrasto sul minimalismo espressivo degli
Testo Breve:

Dafne è una ragazza Down di trentacinque anni, gioviale e spensierata, che vive con il padre anziano. Un viaggio a piedi per raggiungere la tomba della madre è l’occasione giusta per riscoprire l’affetto che li lega…

In questo suo secondo lungometraggio, come nel pluripremiato Mar Nero, Federico Bondi sceglie di raccontare una storia partendo da un dramma famigliare, privato, nascosto, per poi condurre fuori i protagonisti e spingerli ad intraprendere un viaggio, fisico ed esistenziale, che porta ad esplorare e a saggiare sentimenti e relazioni, mettendo generazioni diverse a confronto.

Anche questa volta il regista riesce sapientemente ad entrare nell’intimità affettiva di una famiglia speciale - come speciale è quella figlia con la sindrome di Down - e ha il coraggio di raccontare il tema della diversità e dell’handicap come una sfida, senza timori ma soprattutto senza perdersi in retorica ne inutili pietismi.

Dafne è infatti un film asciutto che si riduce all’essenziale, in ogni suo aspetto. I dialoghi sono dilatatissimi e la regia - per niente morbosa nella ricerca del primo piano e costruita sulla verità della macchina a mano piuttosto che su inutili virtuosismi – esalta la ricchezza emotiva della protagonista (tra capricci e straripanti manifestazioni d’affetto) che si staglia per contrasto sul minimalismo espressivo degli altri personaggi, soprattutto quello del padre, che in certi momenti sembra implodere interiormente. Il ritmo di racconto, così compassato, lascia il tempo per assaporare le emozioni, per stare con i personaggi e sforzarsi di comprenderli. Il dramma esistenziale, come già detto, è soprattutto quello di un anziano genitore, stanco e spaventato, che non sembra avere le energie necessarie per gestire da solo la difficile personalità della figlia, la quale, forse proprio in virtù del suo handicap, nella vita sembra averle avute tutte vinte.

Proprio Luigi dichiara, nel climax, uno dei temi del film. La sua ferita infatti per paradosso, sembra essere lenita solo quando davanti ad un bicchiere di vino rosso e ad una cameriera sconosciuta, viene gridata sottovoce, e riguarda la difficile accettazione di una diversità così “ingombrante” come quella della figlia. Una battaglia durata trentacinque anni con se stessi ma anche con quella ragazza che fa di tutto per essere normale, che sente di esserlo, ma che a cominciare dai genitori non è mai stata trattata come tale.

Ma Dafne è un film che parla anche del tempo – una parola che torna spesso soprattutto all’inizio, nei dialoghi tra madre e figlia – e dei diversi modi di pensarlo e di viverlo, un inno alla vita - come la canzone cantata a squarciagola da Dafne prima di partire insieme al padre – evidenziato dalla trovata poetica nella scena finale…

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MIGLIOR REGALO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/25/2019 - 20:44
 
Titolo Originale: El Major regalo
Paese: Spagna
Anno: 2018
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo, Alexis Martínez
Produzione: Infinito + 1
Durata: 107
Interpreti: Juan Manuel Cotelo, Joe Gòmez, Carlos Aguillo, Carlos Chamarro

La storia inizia durante le riprese dell’ultima sequenza di un film western. Tutto sembra esser pronto ma all’ultimo momento il regista decide di modificare lo script classico dove il buono uccide il cattivo. Non convinto che la vendetta sia l’unico modo per dare una buona fine al suo lavoro, l'artista decide allora di intraprendere un viaggio nel mondo alla ricerca di una migliore soluzione, per sconfiggere qualsiasi guerra, perché il tema della vendetta diventi il tema del perdono.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La forza del perdono, umana e trascendente, emerge con lucidità da interviste fatte a chi ha perdonato di cuore.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il cuore pulsante del film è costituito dalle interviste fatte a persone che realmente hanno vissuto la trasformazione del perdono sulla loro pelle; qualche eccesso di retorica dal regista Cotelo che a volte spiega ciò che è già chiaro nel racconto
Testo Breve:

La rievocazione di casi reali dove persone colpite nel corpo e negli affetti hanno perdonato di cuore, costituisce un insolito ma efficace trattato  di etica e di fede.

Come si potrebbe definire Juan Manuel Cotelo, il regista di L’ultima cima (2010), Dio esce allo scoperto (2012), Terra di Maria (2013), Footprinnts, il cammino della vita (2016) e ora questo Il miglior regalo (2018)?

Su potrebbe intendere come un predicatore laico all’uso americano (ma cattolico) che impiega non un una retorica efficace per trasmettere la verità del Vangelo  ma il più moderno story telling. Non si tratta di fiction ma sempre di storie vere, con interviste ai protagonisti diretti dei fatti accaduti ed è proprio questa scelta che rende questa forma di  apostolato particolrmente efficace.

In quest’ultimo lavoro il tema è il perdono: tema affrontato in modo estensivo nell’ora e quaranta minuti del film attraverso interviste a persone che hanno perdonato di cuore: perdono in famiglia nei confronti di un padre violento;  perdono dopo esser stata vittima di un attentato terroristico come la spagnola Irene; perdono da parte di chi ha aderito all’IRA; perdono in Colombia dopo i violenti scontri fra i guerriglieri del FARC e l’Esercito di lIberazione nazionale (ELN); in Uganda dopo il genocidio incrociato perpetrato fra Utu e Tutsi; perdono verso la moglie che ha tradito abbandonando il marito e tre figli. La serietà dei fatti narrati non viene sminuita ma comunque allentata dalla componente fiction che si interpone fra un’intervista e l’altra; in questa parentesi western  Cotelo stesso, con molta ironia, impersona un regista impegnato nelle riprese di un film che deve classicamente concludersi con una sfida mortale fra i due antagonisti nella strada principale del villaggio. E’ proprio questo finale violento che determina  una crisi di coscienza da parte del regista che invita tutta la troupe  a trovare un finale più positivo. La ricerca della migliore soluzione sarà il pretesto per Cotelo di spostarsi da una parte all’altra del mondo dove maggiormente ha infuriato l’odio e la violenza per cercare dove ha brillato la forza del perdono.

“Quando sei in guerra diventi cieco. Ti si chiude il cuore come se lo coprissero di cemento” racconta un uomo che ha combattuto e ucciso in Colombia durante la guerra civile. “Eravamo come bestie e uccidevamo anche i nostri figli” racconta un altro nel rievocare il genocidio dei Tutsi, circa un milione di persone, avvenuto in Ruanda nel 1994.

Partendo da tante situazioni drammatiche la forza del perdono appare in tutta la sua evidenza. Si inizia a riconoscere in chi ti ha ferito non l’ggetto di una vendetta ma una persona da comprendere: “colui che fa del male è la prima vittima di un odio che tiene dentro di se” racconta Irene che ha perso le gambe in un attentato.  In tanti intervistati, l’odio è risultato: " un peso che condiziona la tua esistenza, una sofferenza che ti opprime e il perdono una liberazione". La soluzione sta , nell’azzerare la propria vita e iniziare da capo, come se si nascesse in quel momento: “perché dovrei perdermi la vita ad amareggiarmi per la mia situazione? Non mi è stato mica amputato anche il cuore - dice sempre Irene - “bisogna rinascere: è come se fossi nata direttamente senza gambe.

Man mano che la ricchezza del perdono, testimonianza dopo testimonianza, viene resa evidente, interviene la seconda scoperta: “il perdono è un dono che Dio ci regala- dichiara il marito tradito e poi riconciliato – solo Dio te lo può dare ma bisogna chiederlo. Non ho nessun rancore per lei, nè per la pesona che l’ha portata via. Non debbo pensare male di nessuno. È solo Dio che giudica”.

Complessivamente un film raggiunge con efficacia il suo obiettivo. Un obiettivo appena affievolito da uno sviluppo del racconto non pienamente organico e da una certa tendenza, da parte del Cotelo-intervistatore, a voler spiegare ciò che possiamo comprendere dalle persone intervistate.

Le uscite del film nelle sale italiane possono venir monitorate su Facebook - Infinito+1 Italia

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VITA PER VITA - MAXIMILIAN KOLBE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/19/2019 - 18:17
 
Titolo Originale: ZYCIE ZA ZYCIE
Paese: Polonia
Anno: 1991
Regia: Krzysztof Zanussi
Sceneggiatura: Krzysztof Zanussi, Jan Jozef Szczepanski
Produzione: IFAGE FILM, MEDIA FILM TV PARIGI - FILM GROUP TOR VARSAVIA
Durata: 94
Interpreti: Edward Zentara e Christoph Waltz

1941,campo di concentramento di Auschwitz. Jan, uno dei reclusi, riesce a fuggire. Alcune famiglie del luogo hanno il coraggio di dargli nuovi vestiti e di sfamarlo e alla fine trova rifugio per qualche tempo in un convento di francescani. In questa circostanza viene a sapere che dopo la sua fuga, per rappresaglia dieci detenuti sono stati condannati a morire di fame e di sete. Viene inoltre a conoscenza di un gesto inaudito: un sacerdote, padre Massimiliano Kolbe, si è offerto di venir condannato al posto di un padre di famiglia e l’ufficiale tedesco aveva accettato lo scambio. Jan, che ha sempre pensato a se stesso, è spinto questa volta da una insolita curiosità e inizia a indagare su chi fosse realmente padre Kolbe….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La grande fede di padre Kolbe e il gesto che ne è stata la sua massima espressione, risaltano in mezzo a tante mediocri figure di contorno
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Zanussi, qui regista e sceneggiatore, sceglie uno stile asciutto, quasi scarno, che risulta particolarmente efficace quando è la stessa grandezza dell’uomo santo che si manifesta
Testo Breve:

Nel 1941, ad Auschwitz, padre Kolbe si offre di morire al posto di un padre di famiglia. La progressiva presa di coscienza del valore di quel gesto da parte delle persone che ne rimasero coinvolte e poi da parte di tutto il mondo. Disponibile su MUBI

Krzysztof Zanussi, qui regista e sceneggiatore, ha scelto un metodo insolito per parlarci degli ultimi anni di padre Kolbe. Non racconta la storia dal punto di vista del santo ma nella prospettiva di alcuni laici e sacerdoti che sono vissuti ai margini di quell’evento oppure ne hanno sentito solo parlare. Sono persone normali, impegnati, in quei giorni drammatici, a pensare innanzitutto alla propria sopravvivenza e si interrogano, con un atteggiamento fra l’incredulo e l’infastidito, sul perché di un simile gesto. Man mano che viene a conoscenza di maggiori dettagli, Jan, cerca di riportare quell’evento nell’alveo di qualcosa di ragionevole, che abbia un senso umano, ma quel fatto resta lì, davanti a lui, senza una spiegazione soddisfacente. Anni dopo, quando si inizia a parlare di beatificazione, alcuni membri del partito comunista polacco iniziano a preoccuparsi della crescente fama che ha acquisito padre Kolbe, comprendono l’urgenza di imbastire una contro-propaganda e finiscono per concludere che in quel campo di concentramento il suo gesto sia stato un metodo per suicidarsi e por fine alle sue sofferenze. Perfino in Vaticano, quando si inizia a parlare di beatificazione, c’è chi fa dei fini distinguo fra ciò che può esser definito un martire per la fede e chi invece è morto per un altro uomo, come è accaduto per padre Kolbe.

Il film, in mezzo a tante mediocrità, introduce brevi, significativi camei della vita del santo, che rifulgono di luce propria. Come quando volle costruire un monastero in Polonia e senza avere un soldo, andò a chiedere dal signore locale la proprietà del terreno. Alla fine ci riuscì, offrendo in cambio preghiere e una statua della Madonna. Oppure quando, nella cella della morte guidava la preghiera e i canti liturgici degli altri condannati e concedeva l’ultima confessione a chi ne faceva richiesta. Non manca un ricordo di lui bambino, quando raccontava di aver parlato con la Madonna e che gli aveva chiesto il suo amore: la madre gli sorrideva e si portavano entrambi a un quadro della Vergine per iniziare a pregare.

Lo stile adottato da Zanussi è asciutto, quasi scarno, ma proprio dalla semplicità del racconto scaturisce con forza la grandezza del santo. Da testimonianze dirette sappiamo che padre Kolbe, mentre porgeva il braccio per l’iniezione letale, disse: “«...l'odio non serve a niente... Solo l'amore crea».  In effetti, proprio in un luogo come Auschwitz, espressione massima della brutalità umana, Kolbe ha piantato bel salda la croce di Cristo, a testimoniare che ancora una volta l’amore aveva vinto.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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10 GIORNI SENZA MAMMA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/10/2019 - 21:54
 
Titolo Originale: 10 giorni senza mamma
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Alessandro Genovesi, Giovanni Bognetti
Produzione: COLORADO FILMS CON MEDUSA FILM
Durata: 100
Interpreti: Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Antonio Catania, Angelica Elli, Bianca Usai

Carlo e Giulia sono sposati da tredici anni. Lui lavora in una società che opera nel settore della distribuzione alimentare, lei ha deciso di abbandonare il mestiere di avvocato per dedicarsi ai loro tre figli: Camilla, di tredici anni, in piena ribellione adolescenziale; Tito di dieci, che ha il gusto di inventare, con i suoi amici, scherzi “sadici” e infine Bianca, di due anni, che parla poco ma combina tanti guai. C’è qualche problema aperto per entrambi: Carlo è stato affiancato in ufficio da un nuovo collega più giovane che ha tutta l’aria di volergli soffiare il posto; Giulia sente il bisogno, dopo tanti anni dedicati a figli, di cambiare capitolo. E’ esattamente ciò che fa: si organizza una vacanza di dieci giorni con sua sorella a Cuba e lascia Carlo a gestire casa e figli…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una coppia di sposi riesce a risolvere una serie di problemi familiari contando sull’affetto reciproco e far progredire il rapporto con i propri figli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Alessandro Genovesi riesce a confezionare un film che non tradisce le giuste esigenze di entertainment ma al contempo affronta temi non banali che riguardano i rapporti all’interno di una famiglia
Testo Breve:

La moglie decide di concedersi 10 giorni di vacanza mentre il marito deve occuparsi dei tre figli e dei non pochi problemi che ha sul lavoro. Un film che diverte ma che riesce anche ad affrontare con serietà temi sulla famiglia e sul mondo del lavoro

A leggere il titolo, un brivido di terrore scorre per la schiena: ancora un altro film che scherza sull’incapacità degli uomini di badare ai figli e di prendersi cura della casa? Film che esplorano l’anatomia della famiglia sono molto rari ma quando vengono prodotti, o hanno i toni della tragedia (genitori separati, figli drogati/alcoolizzati) oppure, nelle leggere vesti di una commedia per tutti, ecco che bambini pestiferi scatenano cataclismi inarrestabili di fronte a genitori impotenti. La geografia della famiglia è tutta qui? In effetti questo film di Alessandro Genovesi ha rischiato grosso: non ci sono genitori separati, non ci sono figli sulla via dell’autodistruzione ma una coppia che si vuol bene con tre figli da crescere e dove, addirittura, lei aveva deciso di lasciare il lavoro di avvocato per dedicarsi alla crescita dei figli e dopo tredici anni non era pentita di quel gesto.  E’ proprio questo il valore del film: esplora con grande realismo come una coppia che si vuol bene possa volerlo ancora di più con il trascorrere degli anni e migliorare il rapporto con dei figli che cambiano giorno dopo giorno sotto i loro occhi. Ovviamente le esigenze di entertainment vengono rispettate: ci sono gag, battute, scene, come quella finale, di una comicità irrefrenabile ma all’interno di questo involucro non ci sono personaggi-cliché ma persone vere e situazioni reali.

All’inizio del film c’è un colloquio fra Carlo e Giulia che da solo vale tutto il film. Finalmente da soli in camera da letto, lei dichiara di essere stanca: non si tratta di stanchezza fisica quanto psicologica: per troppo tempo ha preparato lei la colazione e tutti i pasti, portato e ripreso i bambini da scuola, li ha aiutati a fare i compiti. Quella mattina lui aveva declinato l’invito a preparare la colazione dichiarandosi inesperto e quanto era stato invitato a correggere i compiti dei figli, aveva avuto sempre in mano qualche carta più importante per l’ufficio.  Non si tratta di incapacità cronica dei maschi di svolgere questi compiti (il regista evita da subito di incanalarsi in questo troppo facile escamotage comico) ma di assuefazione alla specializzazione nei comportamenti di coppia. Succede, fra un uomo e una donna impegnati a gestire una famiglia, che qualcuno si manifesti più dotato dell’altro nel coprire una mansione e così uno si impegna e l’altro si atrofizza. Carlo si difende, facendo notare che in fondo anche lui è stanco dopo una giornata passata in ufficio e che in fondo lei ha dei momenti di tranquillità quando i ragazzi vanno a scuola ma in questo modo dimostra di non aver compreso l’essenza del contendere: lei sta rivendicando il diritto di vedere la famiglia e i figli in tre dimensioni e non dall’angolo angusto di una specializzazione di mansioni. Anche il tema delicato della nascita dei tre figli viene posto sotto analisi in questo colloquio.  Carlo cerca di dare una risposta razionale a quello che è successo: Tito sarebbe nato per dare un fratellino a Camilla; l’ultima nata, Bianca, sarebbe poi arrivata per non lasciare Tito solo nella sua crescita…Ancora una volta è lui a sbagliare: non c’è retorica nel film ma appare chiaro che una coppia affiatata come in fondo è la loro, non poteva non essere feconda. Altri temi seri vengono affrontati in questo film: il rapporto fra il padre e l’adolescente Camilla:  tenuti inizialmente a distanza  da grossolane ideologie (vecchi-che-non-capiscono/giovani-che-rinnovano-il-mondo),  alla fine sapranno esprimere affetto e aiuto reciproci.

Anche il mondo del lavoro non è trascurato.  Al di là della figura un capo paternalista troppo da caricatura e della classica contesa fra il giovane in carriera e il veterano troppo seduto sulla sua poltrona, vengono introdotti temi delicati come la responsabilità professionale e umana di chi si assume la responsabilità di  licenziare un  dipendente per mancanze trascurabili.

In complesso il film soddisfa in pieno la legge del “show don’t tell” perché evita ogni forma di retorica e riesce a trasmettere messaggi seri all’interno di una confezione leggera e divertente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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