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Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

IL VANGELO SECONDO MATTEO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/05/2017 - 20:26
 
Titolo Originale: Il Vangelo secondo Matteo
Paese: ITALIA
Anno: 1964
Regia: Pier Paolo Pasolini
Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini
Produzione: Arco Film, Roma; Lux Cie Cinématographique de France
Durata: 142
Interpreti: Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Mario Socrate, Settimio di Porto, Otello Sestili, Ferruccio Nuzzo, Giacomo Morante, Alfonso Gatto, Enzo Siciliano, Giorgio Agamben, Guido Cerretani, Luigi Barbini, Marcello Galdini, Elio Spaziani, Rosario Migale, Rodolfo Wilcock

Il film illustra gran parte del vangelo di Matteo: l’annunciazione, la nascita di Gesù, la fuga in Egitto, il battesimo, le tentazioni nel deserto, la danza di Salomè e la morte del Battista, Gesù che cammina sulle acque, la moltiplicazione dei pani, il giovane ricco, le invettive contro i farisei, l’ingresso a Gerusalemme, la cacciata dei mercanti dal tempio, la maledizione del fico, la figura di Caifa e la sua volontà di catturare Gesù, Maddalena che lava i piedi a Gesù, l’adultera, l’ultima cena, la cattura sul monte degli ulivi, le negazioni di Pietro e il suicidio di Giuda; il giudizio di Pilato la crocefissione e morte, la resurrezione e la missione degli apostoli. Mancano in particolare: l’incontro con Nicodemo, il discorso escatologico, il primato di Pietro

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La figura di Gesù e le sue parole risaltano, grazie alle doti dell’autore, in tutta la loro portata trasformante, intese a edificare un nuovo mondo e a sovvertire quello vecchio
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Giudicato da alcuni come forse il miglior film realizzato su Gesù, vinse il Gran Premio della giuria 1964 alla mostra di Venezia e il premio dell’Ocic nel 1964. Si percepisce una certa disarmonia fra la ricca fantasia profusa nelle immagini e l’austerità ufficiosa, spesso enfatica, delle parole pronunciate da Gesù
Testo Breve:

Il film, uscito nel 1964, di discostò dal trionfalismo hollywoodiano di opere con lo stesso soggetto attraverso una sincera ricerca della portata rivoluzionaria del messaggio cristiano, da ritrovare fra gli umili e gli oppressi, in contrapposizione con i potenti dell’epoca

L’antefatto

Agli inizi degli anni ’60 Pasolini stava attraversando un periodo critico dopo la condanna per vilipendio della religione subìta per La ricotta (episodio del film Ro.Go.Pa.G.). Il 2 ottobre del 1962, dopo un’iniziale riluttanza («Non posso sopportare i farisei, che usano la religione per i propri interessi. Se verrò da voi, ci verrò a convegno finito») accettò l’invito di  partecipare a un convegno di cineasti ad Assisi organizzato da Pro Civitate Cristina, Non potendo quel giorno muoversi per le strade, in tripudio per l’arrivo di Giovanni XXIII, si prese una stanza alla Pro Civitate e per ingannare il tempo lesse il Vangelo che aveva trovato nel cassetto del comodino. Da quel momento lui, ateo, marxista e anticlericale, iniziò seriamente a pensare di farne un film. Con il beneplacito del suo produttore Alfredo Bini e l’accompagnamento di esperti della Pro Civitate, si recò in Palestina (nel giugno del ‘63) ma si accorse che gli ambienti in cui visse Gesù erano stati trasfigurati dalla modernità e troverà poi, nei Sassi di Matera, quegli scenari essenziali e primitivi che potevano richiamare i tempi del Vangelo. Per portare a termine il progetto mancava ancora un anello importante: trovare qualcuno che garantisse la piena ortodossia dell’operazione di fronte alla Chiesa Cattolica. E’ a questo punto che interviene Francesco Angelicchio, direttore, a quel tempo, del Centro Cattolico Cinematografico (ente che giudicava la validità dei film per essere proiettati nelle sale parrocchiali). Sarà proprio Francesco a far notare a Pasolini, a riprese completate, che non si poteva parlare della vita di Gesù se non si mostravano i suoi miracoli (“perché soltanto Dio può fare miracoli” disse don Angelicho come raccontò in un’intervista) e soprattutto la resurrezione. Così Pasolini, a film già girato, tornò sul set, e aggiunse le scene mancanti nella prima produzione. 

Si arrivò così alla presentazione del film all’edizione 1964 della mostra di Venezia, seguita da un’autentica messe di allori fra i quali il Gran Premio della giuria, il riconoscimento della critica internazionale e il premio dell’Ocic (Office Catholique International du Cinéma) e il premio dell’Unione Internazionale della Critica Cinematografica.

 

Lo stile narrativo

Dario Edoardo Viganò, nel suo libro “Gesù e la macchina da presa” ritiene che siano tre le categorie interpretative, i percorsi che possono compiere gli autori nel presentare la vita di Gesù:

-La Trasposizione in questa accezione l’autore si concentra sul modo più corretto di utilizzare le potenzialità espressive del nuovo mezzo per riesprimere le stesse parole da cui si è partiti;

- La Traduzione: calare il testo originario in un contesto nuovo, quello che più urge all’autore;

-Il Tradimento: la vita di Cristo  si trasforma in un pretesto per parlare d’altro.

Pier Paolo Pasolini ha voluto certamente compiere una traduzione e lui stesso descrive il processo analogico realizzato per ricontestualizzare il racconto: «ho ricostruito quel mondo di duemila anni fa sotto il segno dell’analogia: al popolo di quel tempo ho sostituito un popolo analogo (il sottoproletariato meridionale); al paesaggio ho sostituito un paesaggio analogo (l’Italia meridionale); alle sedi dei potenti delle sedi analoghe (i castelli feudali dei normanni), ecc. ecc. (...) Soltanto attraverso lo storicismo io potevo concepire e poi attuare una simile ricostruzione analogica” (...). Protagonisti del mio film mi sembrano sia il sottoproletariato (fondamentalmente astorico, e storico solo attraverso sussulti improvvisi) che Cristo (astorico in quanto la sua prospettiva andava al di là della storia). Ma l’affacciarsi alla storia di quel sottoproletariato avviene proprio attraverso la predicazione di Cristo. (P. P. Pasolini in "Vie nuove", 19-11-64, p. 32)

Quindi Pasolini non accetta le proposte del suo produttore Alfredo Bini che pensava a un kolossal secondo lo stile hollywoodiano con Burt Lancaster come protagonista, e realizza un film dove il suo “vero” su come si sia svolta l’avventura umana di Gesù è rigenerato con il bianco e nero, con le umili case di pietra di Matera addossate una all’altra e con i volti segnati di attori non professionisti presi dal meridione agricolo.

Se il testo è rigorosamente ricavato dal Vangelo secondo Matteo (con alcune significative omissioni), Pasolini sviluppa la sua creatività attraverso le immagini e compone le inquadrature, gli abiti indossati in modo che riproducano i suoi amati pittori del rinascimento italiano: Piero della Francesca innanzitutto ma anche Caravaggio, Mantegna, Giotto.

Molti critici hanno finito per sottolineare una "preminenza della visualità" sulla tematicità, quasi che Pasolini avesse concepito il seguire coscienziosamente il testo del Vangelo come un atto dovuto anche se non sentito e avesse sviluppato la sua creatività nell’illustrare la storia, più che parteciparvi. Non aiuta, a mitigare questo giudizio, il doppiaggio di Enrico Maria Salerno di Gesù, urlante e accademico.

 

Il messaggio

Come ha detto don Angelicchio in un’intervista: “Pasolini era affascinato dalla figura del Signore come uomo, non lo vedeva come Dio” ma al contempo fu docile ai suggerimenti del sacerdote, accettando di sviluppare i capitoli sui miracoli e inserire alla fine la resurrezione (anche se un po’ di sfuggita). Il Gesù di Pasolini è un rivoluzionario, che contesta il “sistema” dell’epoca: ammantato di dolcezza con i malati e i piccoli, reagisce con rabbia all'ipocrisia e alla falsità di chi all’epoca deteneva il potere, i farisei e gli erodiani. Non è stato inserito l’incontro notturno di Nicodemo con Gesù, forse perché la presenza di un fariseo sensibile al vangelo avrebbe rotto lo schema buoni-cattivi oppure perché si tratta di un colloquio con una chiara aspirazione al trascendente. Pasolini insiste soprattutto sui discorsi di Gesù, scegliendo quelli prettamente sociali e se da una parte le invettive contro i farisei ci sono tutte (coloro che hanno fatto della fede uno strumento di potere) dall’altra invita i poveri e gli oppressi a recuperare la propria dignità proclamandoli beati di fronte a valori superiori di giustizia e di pace.

Molto toccante la dedica finale che compare alla fine del film: «Alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII»

Le critiche

“Se da una parte il Vangelo di Pasolini divenne un film di riferimento in America Latina per il movimento della Teologia della Liberazione, - come ha commentato monsignor Dario Viganò - dall’altra in Italia spaccò sia il mondo cattolico che quello comunista suscitando al tempo stesso amori e distanze”. L' Osservatore Romano scrisse che si trattava di un film "fedele al racconto, non all'ispirazione del Vangelo" ma più recentemente, ha aggiunto: «forse la migliore opera su Gesù nella storia del cinema». l'Unità si espresse in questi termini: "...il nostro cineasta ha soltanto composto il più bel film su Cristo che sia stato fatto finora, e probabilmente il più sincero che egli potesse concepire. Di entrambe le cose gli va dato obiettivamente, ma non entusiasticamente atto".

Durante il Concilio Vaticano II, in occasione di una proiezione organizzata appositamente per loro, gli 800 padri conciliari lo applaudirono con calore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA LUCE SUGLI OCEANI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/05/2017 - 19:58
 
Titolo Originale: The Light Between Oceans
Paese: Regno Unito /Nuova Zelanda/Usa
Anno: 2016
Regia: Derek Cianfrance
Sceneggiatura: Derek Cianfrance dal romanzo di M.L. Stedman
Produzione: HEYDAY FILMS, LBO PRODUCTIONS, DREAMWORKS SKG, PARTICIPANT MEDIA, AMBLIN ENTERTAINMENT, RELIANCE ENTERTAINMENT, TOUCHSTONE PICTURES
Durata: 133
Interpreti: Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz

Tom Sherbourne, un reduce della Prima Guerra Mondiale, accetta il posto di guardiano del faro di Janus, a cento miglia dalla costa australiana. Prima di raggiungerlo, incontra la giovane Isabel, che accetta di diventare sua moglie e seguirlo nella sua vita solitaria. Dopo due aborti spontanei, però, il sogno di Isabel di formare una famiglia sembra morto, finché un giorno una barca a remi giunge sull’isola spinta dalle correnti: a bordo un uomo morto e una neonata, che i due decidono di tenere e crescere come propria. Il destino ha in serbo altre sorprese e dolorose scelte.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutti i protagonisti mostrano grande generosità, abbinata a una solida dirittura morale. L’unica che si dimostra debole saprà anche pentirsi e chiedere perdono
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene sensuali
Giudizio Artistico 
 
La luce sugli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza reticenze dolore e passioni esasperate richiedendo allo spettatore un’adesione incondizionata e senza cinismo
Testo Breve:

In una remota isola australiana, la coscienza di un uomo e di una donna viene messa alla prova quando le loro aspirazioni si pongono in conflitto con il dolore degli altri 

Perdonare è facile, basta farlo una volta sola. È questo uno degli insegnamenti più profondi di questo melodramma a tinte forti ambientato sullo sfondo della natura potente e selvaggia della costa australiana e di un’isoletta dispersa tra due oceani (quello indiano e quello australe). Il regista e sceneggiatore Derek Cianfrance adatta un bel romanzo di qualche anno fa e s’immerge in una cornice temporale remota, quella dell’Australia del primo dopoguerra. Un paese per certi versi ancora selvaggio, insieme lontanissimo e vicinissimo (a causa delle numerose perdite umane) alla guerra che aveva insanguinato le trincee europee. Questo passato, anche se non viene messo in scena, è la chiave per capire molti degli avvenimenti del film, ma soprattutto il carattere dei suoi protagonisti. 

Tom Sherbourne è un uomo ferito dalla guerra nello spirito anziché nel corpo: la morte di tanti compagni, la propria talora incomprensibile sopravvivenza, le scelte difficili che ha dovuto fare, lo hanno persuaso che il destino solitario di custode di un faro gli avrebbe per lo meno impedito di far soffrire altri esseri umani.

Isabel, da parte sua, è l’unica figlia rimasta (i fratelli sono morti in guerra) di una famiglia una volta felice e la sua straordinaria vitalità nasconde a sua volta un lutto e un dolore profondo.

Sono due esseri umani che si trovano e scoprono l’uno nell’altro la possibilità di una rinascita, proprio nello spazio solitario ed estremo di un’isola dove diventano quasi due novelli Adamo ed Eva. La negazione della possibilità di un figlio, di ricostruire, proiettandola nel futuro, una famiglia che il passato ha spezzato, rinnova però l’antica tragedia e pone le fondamenta per un altro dramma. Perché ottenere, in modo quasi miracoloso, quello che si desidera più nel profondo, significa pure toglierlo a qualcuno che ha un diritto ancora più grande su quel dono.

Il dramma è tanto più acuto perché le persone che sono coinvolte sono fondamentalmente buone e perché il tempo rende complicato, se non impossibile, sciogliere la trama degli affetti e stabilire colpe e diritti senza spezzare i fili che reggono le vite degli esseri umani coinvolti.

Quello che Cianfrance posa su ciascuno dei suoi personaggi è uno sguardo pietoso, che cerca di farceli comprendere prima che giudicare. La luce sugli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza reticenze dolore e passioni esasperate richiedendo un’adesione incondizionata e senza cinismo, e proprio per questo è destinato a piacere più al pubblico che alla critica.

Un film percorso da un sentimento religioso semplice ma profondo, dove sono soprattutto le figure maschili a segnare la bussola di un difficile percorso etico, mentre quelle femminili si dibattono nella violenza dei sentimenti e di un istinto materno potente quanto cieco.

Nel mezzo la figura della bimba contesa, che porta nei suoi nomi (Lucy-Luce e Grace-Grazia) un destino misterioso, che si rivelerà drammatico, ma in definitiva positivo e misericordioso.

Lucy-Grace è innanzitutto un dono, che non si può mai possedere, ma che è sempre e solo affidato, e la sua eredità sarà essenzialmente di amore e perdono. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL RISVEGLIO DI UN GIGANTE- LA VITA DI SANTA VERONICA GIULIANI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/21/2017 - 08:37
 
Titolo Originale: Il risveglio di un gigante - La vita di santa Veronica Giuliani
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Valeria Baldan, Giovanni Ziberna
Sceneggiatura: Valeria Baldan, Giovanni Ziberna, Fra Emanuele
Produzione: Sine Sole Cinema s.r.l.
Durata: 99
Interpreti: Diana Hobel, Abigail Pintar, Stella Blasizza, Diego Ziberna, Mandy Marzari, Enrico Bergamasco

Orsola nacque a Mercatello, nel Ducato di Urbino, il 27 dicembre 1660, ultima figlia di Francesco Giuliani e Benedetta Mancini. La coppia aveva avuto sette figlie femmine, due delle quali avevano intrapreso la vita monastica. La madre morì quando lei aveva solo sette anni e quando sentì anche lei la vocazione monastica, incontrò il rifiuto del padre. Alla fine anche il genitore riconobbe la genuina vocazione di Orsola e la ragazza entrò nell'ordine delle Clarisse cappuccine nel 1677 a 17 anni, nel monastero di Città di Castello, cambiando il nome da Orsola a Veronica. Si impegnò da subito nel perfezionamento delle virù religiose, si abituò all’obbedienza esercitando tutti i servizi del monastero ma mostrò soprattutto una grande spiritualità, dedicando le sue ore di orazione a meditare Cristo sofferente sulla croce e dedicando le sue preghiere e le sue mortificazioni alla conversione dei peccatori e alle anime del Purgatorio. Veronica esprimeva in questo modo una genuina vocazione personale che era anche un segno del periodo barocco in cui visse, incentrato sulla meditazione della passione di Cristo e su grandi mortificazioni. Quando la santa ricevette la stigmate si crearono intorno a lei sospetti risentiti da parte delle consorelle che finirono per causarle una condanna del Sant’Uffizio. La sentenza venne presto revocata e Veronica fu nominata badessa del convento dimostrando di essere, oltre che una grande mistica, dotata di senso pratico e di grande umanità nel trattare le consorelle. Il suo confessore e poi il suo vescovo, le imposero di redigere un diario giornaliero delle sue esperienze mistiche, cosa che lei compì diligentemente per 35 anni ed oggi disponiamo di un documento unico, un diario di 22.000 pagine. Morì nel 1727; le sue stigmate erano state riconosciute già nel 1697; fu beatificata nel 1804 e canonizzata nel 1839. Nel 1980 i vescovi dell'Umbria e delle Marche hanno inoltrato alla Congregazione per la dottrina della fede la richiesta del riconoscimento a santa Veronica Giuliani del titolo di dottore della Chiesa.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La vita spirituale, la mistica di una grande santa del ‘600
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
I registi Valeria Baldan e Giovanni Ziberna sono riusciti nel difficile compito di raccontarci, attraverso delle immagini, le esperienze mistiche di una santa. . Efficace accompagnamento della colonna sonora
Testo Breve:

Veronica Giuliani, vissuta alla fine del ‘600, clarissa cappuccina del convento di Città di castello, è stata dichiarata santa per le sue intense preghiere in favore di tutti i peccatori e delle anime del purgatorio, un viaggio nelle esperienze mistiche della santa reso possibile dall’abbondanza di informazioni che scaturiscono dal suo diario intimo di 22.000 pagine

La prima caratteristica che salta agli occhi nel vedere questa docu-fiction sulla storia umana e spirituale di santa Veronica Giuliani è il coraggio. I registi Valeria Baldan e Giovanni Ziberna non hanno esitato a portare lo spettatore nel cuore delle meditazioni e delle  orazioni della santa ricostruendo cineatograficamente gli incontri che lei ha avuto con Gesù, con Maria ma anche con il diavolo. Si tratta di una vera immersione nella vita mistica di questa santa della fine del ‘600 incuranti del fatto che oggi, non solo chi è lontano dalla fede ma anche tanti laici cristiani, si sentono lontani dalla spiritualità di chi vive in clausura. Per trovare un tipo di “immersione” simile, dobbiamo risalire probabilmente a Il grande silenzio (2004), incentrato su una giornata di clausura nella Grande Chartreuse, il più antico monastero dei certosiniIn effetti, come ha sottolineato mons Renzo Lavatori, in uno dei suoi commenti registrati per il documentario: “santa Veronica è da ammirare ma non da imitare”, perché i carismi che lei ha ricevuto sono da ritenersi eccezionali. 

Durante l’ora e mezza del film, oltre a una rievocazione dei fatti salienti della sua vita, a riferimenti alla devozione popolare (si dice che da neonata rifiutasse il latte materno nel giorno di venerdì)  e ai commenti degli esperti, si ha modo di “partecipare” alle visioni mistiche che la santa ha avuto, ricostruite grazie alla messe di informazioni che scaturiscono dal suo diario. L’inesausta tensione spirituale della santa era protesa a “patire per amore”, in espiazione vicaria per i peccatori e le anime del purgatorio. “Io do il mio sangue per risparmiare il vostro”, ha lasciato scritto nel suo diario, rivolta al Cristo sofferente in croce. La santa ha avuto anche terribili visioni delle sofferenze dell’inferno e del purgatorio ma anche tanti colloqui consolanti con la Madonna. Appena insignita della massima responsabilità del suo monastero, corse subito a inginocchiarsi alla statua della Madonna supplicando che fosse lei la badessa. Lo stesso diario da lei compilato ha un’insolita caratteristica: è scritto in seconda persona, come se scrivesse sotto diretta dettatura della Santa Vergine, fino alla frase finale del diario: ““Di tutte queste cose tu non conoscesti niente eppure desti il consentimento a tutto secondo il volere di Dio.  Fa' punto”.

Il racconto del percorso spirituale della santa porta alla ribalta il tema dell’espiazione vicaria, cioè del procurarsi volontariamente mortificazioni dolorose, non per purificarsi dalle proprie debolezze ma per “esser con Cristo strumento di riparazione dei peccati degli uomini”. La passione e morte del Redentore è certo un mistero e si tratta di un argomento delicato, che esula dagli impegni di queste pagine.

Già l’allora cardinale Ratzinger, nel suo magnifico Introduzione al cristianesimo aveva criticato la posizione di Anselmo di Canterbury secondo cui “la giustizia di Dio, infinitamente lesa, verrebbe nuovamente placata da un’infinita espiazione”.  Sottolineava infatti che “non è il dolore in quanto tale che conta bensì la vastità dell’amore che dilata l’esistenza al punto dal riunire il lontano col vicino, dal ricollegare l’uomo abbandonato dal Signore, con Dio”

E’ indubbio che per Veronica il dolore le scaturiva, non certo dalle sue mortificazioni, ma dal percepire l’infinita distanza fra il Cristo Redentore, al quale si sentiva misticamente vicina e i tanti peccati e debolezze degli uomini.

La santità di Veronica resta indiscussa al di là di questi dibattiti. Come commenta una suora intervistata per il documentario: “nel processo di canonizzazione, la santità di Veronica e non è stata verificata sui fenomeni che ha avuto e sulle stigmate, ma come lei ha vissuto le sue virtù cardinali e teologali”.

Spesso, quando vengono realizzati film o documentari che raccontano la vita di un santo, è opportuno concentrarsi sulla bellezza del messaggio trasmesso, sorvolando sulle qualità tecniche dell’opera, spesso modeste. Non è il caso di questo film, dove il regista Giovanni Ziberna (che ha fatto la gavetta come montatore di Ermanno Olmi) assieme a Valeria Baldan hanno mostrato grande padronanza dei mezzi tecnici. A dire il vero la professionalità non è mai sufficiente se non è accompagnata da una forte adesione a ciò che si vuole trasmettere. Il fatto che Giovanni, cresciuto in una famiglia atea, colpito dalla figura di santa Veronica, sia stato battezzato solo da adulto, sembra proprio un altro miracolo compiuto da chi nel lontano ‘600, ha pregato intensamente per la conversione di tutti.

Il fim uscità in DVD per l'autunno 2017 e per richiedere delle proiezioni in sala si può contattare qui:  http://www.sinesolecinema.com/santaveronica/prenota.html

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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150 MILLIGRAMMI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/11/2017 - 09:23
 
Titolo Originale: La fille de Brest
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Emmanuelle Bercot e Séverine Bosschem
Sceneggiatura: Emmanuelle Bercot
Produzione: Haut et Court e France 2 Cinéma
Durata: 128
Interpreti: Sidse Babett Knudsen, Benoît Magimel, Charlotte Laemmel, Patrick Ligardes, Mazureck Garance, Lara Neumann, Isabelle Giordano, Elise Lucet (le ultime due sono giornaliste e recitano nel proprio ruolo)

E’ la storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco chiamato Mediator commercializzato dalla casa farmaceutica Servier.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
E’ la storia di una piccola eroina che partendo dal proprio lavoro quotidiano, svolto con passione e perizia, arriva a smuovere montagne, perché mossa dalla compassione verso i propri pazienti percepiti in tutta la loro dignità di persone.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa di alcune scene di interventi chirurgici molto realistici e dettagliati.
Giudizio Artistico 
 
Un thriller sociale sulla medicina che riesce a tenere desta l’attenzione fino alla fine grazie ad un’ottima costruzione e interpretazione del personaggio principale
Testo Breve:

La storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco  e riuscì a farlo derubricare. Una storia di coraggio con il pieno sostegno della propria famiglia

“Vuoi fare la guerra alle industrie dei cattivi? Ti schiacceranno. Per adesso sono loro che ci danno da mangiare e senza finanziamenti niente ricerca”: in questa battuta si racchiude il dilemma che affligge la ricerca scientifica spesso, soprattutto in ambito medico, divisa tra esigenze etiche e necessità economiche. 150 milligrammi è il racconto di questa lotta ingaggiata dal dottor Irène Frachon contro una importante casa farmaceutica francese per salvare centinaia di vite dal rischio di una mortale cardiopatia. Una storia vera vissuta in prima persona dall’autrice del libro che ha ispirato il film, “Mediator 150 mg, Combien de morts?”.

Emmanuelle Bercot è sceneggiatrice e regista di 150 milligrammi e dirige una straordinaria Sidse usa Babett Knudsen (La corte 2015) in un racconto tutto incentrato sulla figura, ricca di sfaccettature, di questo medico bretone, una donna testarda e coraggiosa, ma anche ironica e sensibile.

Nel febbraio 2009 la dottoressa Franchon, pneumologo in un policlinico universitario di Brest, nota un sospetto collegamento tra i casi di ipertensione valvolare e polmonare e l'assunzione di un farmaco, chiamato Mediatore, commercializzato dai laboratori Servier. Con l’aiuto di un ricercatore, il professor Le Bihan, Irène comincia ad approfondire la questione e fa un’inquietante scoperta sul farmaco in questione. Con Le Bihan si rende però anche conto del preoccupante giro di interessi economici che ruota attorno alla commercializzazione di questo farmaco e dovrà scontrarsi contro l’universo arrogante e brutale di accademici e legali piegati alle esigenze delle case farmaceutiche. Ma Irène non teme il conflitto, il rischio e nemmeno il disprezzo, va avanti avendo a cuore un unico obiettivo: la salute dei suoi pazienti che portano un nome preciso. Nonostante le diverse e numerose difficoltà, trova lungo la sua strada alleati inaspettati: una studentessa in farmacia che cita il numero delle vittime a Brest nella sua tesi, l'epidemiologo Caterina Haynes, un editore tenace e audace, una giornalista de Le Figaro e persino un anonimo dipendente del CNAM (Fondo Nazionale per l'Assicurazione sanitaria) che di nascosto le passa dati su larga scala.

Irène è una donna tenace ma anche molto umana, il suo scopo principale è tutelare la salute dei suoi pazienti. Ed è esattamente questa la sua forza: ciò che per i normali ricercatori e per le aziende farmaceutiche sono solo numeri per lei invece rappresentano persone, con un nome e un volto precisi. La sua storia parla di una donna soprattutto determinata, apparentemente brusca ma in realtà mossa da una profonda compassione verso il prossimo.

Il suo personaggio così sfaccettato dà dinamicità al film e nonostante i tanti aspetti tragici della vicenda riesce dove necessario anche a sdrammatizzare il racconto. Irène è una donna caparbia, dai modi non sempre gentili che non sarebbe nemmeno qualificata per affrontare una ricerca di questo genere, ma, almeno nel film, possiede una virtù particolare: è capace di vedere la sofferenza dei suoi pazienti e sa dare la giusta priorità alle cose. Per questo è in grado di non lasciarsi spaventare da un sistema corrotto, perché non è mossa da interessi personali, ma dalla speranza di miglioramento e dalla volontà di salvare altri. 

150 milligrammi ripercorre tutte le tappe della vicenda della dottoressa Frachon fino al suo sorprendente epilogo in modo certamente romanzato, ma con una tale aderenza nelle intenzioni che alcuni dei personaggi reali hanno preso volentieri parte al film. Prima fra tutti la stessa Irène Franchon, che nella pellicola fa una breve apparizione, e le due giornaliste che la intervistano interpretano nella finzione il loro stesso ruolo.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FOOTPRINTS - IL CAMMINO DELLA VITA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/04/2017 - 20:33
 
Titolo Originale: Footprints - El Camino de Tu Vida
Paese: Spagna
Anno: 2016
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo, Alexis Martinez
Produzione: Infinitomasuno
Durata: 89

Phoenix, Arizona. Padre Sergio, un parroco cattolico di origine spagnola, pubblicò, qualche anno fa, un annuncio. Un invito a percorrere il Cammino di Santiago di Compostela a piedi: 1000 Km in 40 giorni. Stava cercando in questo modo di realizzare un sogno che aveva coltivato fin da piccolo ma che poi non aveva potuto realizzare quando si era trasferito in America. Inaspettatamente, nonostante il grande impegno che comportava un’impresa del genere, risposero positivamente altri 10 giovani o quasi giovani.…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il cammino di Santiago è visto attraverso gli occhi di dieci pellegrini in un genuino e profondo atteggiamento di ricerca spirituale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista ha saputo scavare nell’animo di dieci pellegrini in cammino verso Santiago, non trascurando di rendere, con una magnifica fotografia, la bellezza della natura di quelle zone. E’ è stato il documentario più visto in Spagna nel 2016
Testo Breve:

Dieci americani decidono di percorrere a piedi i mille chilometri del Cammino di Santiago. Il regista ha saputo narrarci molto bene il percorso spiritale di questi pellegrini, colpiti dalla ricchezza delle vestigia religiose del percorso e dall’incanto  della natura

 

Perché viene compiuto il Cammino di Santiago? Più in generale, perché una persona decide di lasciare tutto per un certo periodo della propria esistenza e si presta al duro impegno di camminare per miglia e miglia per raggiungere una meta lontana? Vari film hanno cercato di dare risposta a questa domanda. Fra i più recenti possiamo ricordare Wild:  una giovane donna che tenta in solitaria di  percorrere a piedi le mille miglia del Pacific Crest National Scenic Trial, un trekking lungo la costa del Pacifico. In quel caso si trattava di una sfida che una donna faceva con se stessa, per lasciare alle spalle un periodo vissuto da tossicodipendente e con tanti uomini diversi fino al divorzio dal marito. Si trattava di una forma di rigenerazione (su basi esclusivamente umane), un porsi a distanza da una realtà che portava solo infelicità, avviare una sfida che risvegliasse le proprie energie fisiche e spirituali, che le dessero il coraggio di ripartire su nuove basi.

Qualcosa di diverso è mostrato dal film Into the wild: un giovane si avventura per i sentieri dell’Alaska per rimuovere da sè una situazione di rapporti familiari difficili ma in questo caso il suo, a differenza di quello presentato in Wild, è un cammino di ascesi (si spoglia progressivamente di tutto ciò che non è vitale per la sopravvivenza). Il suo rapporto con la natura, anche se il regista, Sean Penn, non lo presenta in modo esplicito, ha un riferimento soprannaturale, è una ricerca di Assoluto. Non si tratta più di scappare per poi ritrovarsi, ma di muoversi per cercare.

Ancora totalmente laico ma non privo di connotazioni spirituali, è stato Il cammino per Santiago. Un padre, chiuso nel dolore della morte del figlio, decide di percorre il cammino per onorare la sua memoria e portare a termine un desiderio che il ragazzo gli  aveva espresso. Durante il cammino il padre incontra e conosce altri pellegrini come lui: vengono in questo modo alla luce le tante possibili motivazioni per questo viaggio: come riscoperta di se stessi, come “voto” fatto a qualcuno, come ringraziamento o come purificazione.

Al contrario, Footprints – Il cammino della vita si connota quasi subito come un cammino squisitamente spirituale.

Il film inizia presentandoci gli undici personaggi che si preparano al cammino, le cui motivazioni sono le più diverse. Se John sta cercando di chiudere un passato fatto di alcool e droga, Kevin vuole definitivamente comprendere se il sacerdozio è la sua vera vocazione; se Tiny deve rimuovere dal suo animo recenti, troppi, lutti familiari, Pedro, introverso, ha bisogno di crescere e di uscire da un suo mondo dove vive chiuso in se stesso. Tutti, accettano la guida di padre Sergio, il promotore dell’iniziativa, spagnolo di origine ma che da anni vive in Arizona e che vuole realizzare un sogno che ha concepito fin da bambino. Tutti sono attratti dalla fama del Cammino di Compostela, il luogo dov’è stato sepolto san Giacomo e dove da secoli migliaia di pellegrini hanno dato testimonianza dei sicuri benefici raggiunti, umani e spirituali.

Dopo un inizio dove è ancora intatto l’entusiasmo iniziale, confortati dai bellissimi panorami del golfo di Santander, iniziano le prime serie difficoltà. E’ ormai terminata la baldanza iniziale, l’impresa diventa reale e si fa sentire sulle loro carni. Di fronte a percorsi anche di 40km al giorno, manca il fiato per l’altitudine, gli zaini sono pesanti, iniziano i dolori alle ginocchia, si è persa la voglia di scherzare e ridere ma soprattutto, arriva il pericolo più temuto: le dolorose vesciche ai piedi. “Soffrendo, si inizia subito a concentrarsi su se stessi a compatirsi, ma una persona chiusa nel proprio dolore soffre incredibilmente di più -  commenta Ignacio Munilla, il vescovo di S. Sebastian, che ha visto passare tanti pellegrini - deve concentrarsi invece sull’ideale che lo fa camminare“. “La sofferenza aiuta a maturare - dice don Sergio ai suoi compagni - non dobbiamo vincere i momenti difficili, dobbiamo superarli. E come si superano? Con la speranza”. Quel cammino, iniziato dai dieci pellegrini per soddisfare se stessi, inizia a trovare una ragione diversa, più profonda, proprio uscendo da se stessi.

Dagli zaini si inizia a togliere quello che non è strettamente indispensabile: un altro fondamentale esercizio per vivere del poco. I più deboli fanno rallentare tutto il gruppo, qualcuno ha anche la febbre. I dieci sono arrivati a porsi la domanda fondamentale: “questo cammino è solo una prova per scoprire chi è il più forte?” Il gruppo supera felicemente anche questa prova: i più lenti si afferreranno allo zaino dei più veloci e ci si alternerà in testa alla colonna. I componenti stanno imparando a vivere come fratelli.

Il cammino non è solo fatica ma è ricco di conforti e stimoli spirituali: la messa ogni giorno, il rosario da recitare camminando, i momenti di riposo impiegati con un lettura spirituale, la visita a Loyola, la città natale di S. Ignazio; il conforto di scoprire, davanti alla sua statua, che anche San Francesco compì il pellegrinaggio fino alla tomba di San Giacomo, per impetrare una intercessione a favore dell’ordine che stava per costituire; l’arrivo al Santo Toribio de Liebana dov’è conservata una reliquia della Santa Croce; il sudario di Cristo nella cattedrale di Oviedo. Da quel momento in poi, ogni prova psicologica è stata superata e una gioia contagiosa anima tutto il gruppo: l’obiettivo è stato raggiunto ancor prima di arrivare a Compostela: tutte le prove sono state superate ed è come se da quel momento tutto il pellegrinaggio fosse in discesa fino alla meta.

Juan Manuel Cotelo è riuscito, con questa docu-fiction, a raggiungere un obiettivo arduo ma entusiasmante: raccontare la storia di un viaggio spirituale e ha realizzato, fra i tanti film e documentari sullo stesso tema, forse l’opera più approfondita sul Cammino di Santiago de Compostela, che ha attirato da secoli santi e comuni peccatori.

Un’ottima fotografia fa onore ai magnifici paesaggi che si incontrano lungo il percorso e, nella sua produzione più recente, è forse il lavoro più compiuto e armonioso realizzato da Cotelo. Footprints è stato il documentario più visto in Spagna nel 2016 e sarà disponibile nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 28 Febbraio 2017. Per sapere quando e dove verrà proiettato nella propria città bisogna consultare il sito italiano: www.footprintsilfilm.com oppure la pagina Facebook INFINITO+1 ITALIA. Condizione indispensabile perché il film si diffonda, è la richiesta della proiezione attraverso la sezione “CHIEDILO” del sito sopracitato. Maggiori saranno le richieste, meno arduo per la distribuzione italiana convincere i gestori a proiettarlo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE (Vania Amitrano)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/02/2017 - 14:45
 
Titolo Originale: Hacksaw Ridge
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Mel Gibson
Sceneggiatura: Andrew Knight, Robert Schenkkan
Produzione: Hacksaw Ridge Production, Cross Creek Pictures, Demarest Media, Icon Productions, Pandemonium, Permut Presentations, Vendian Entertainment
Durata: 139
Interpreti: Andrew Garfield, Vince Vaughn, Sam Worthington, Luke Bracey, Hugo Weaving, Ryan Corr, Teresa Palmer

Nella primavera del 1945, durante la guerra nel Pacifico, l’esercito degli Stati Uniti si trova ad affrontare a Okinawa alcuni dei combattimenti più feroci in assoluto. In queste circostanze un soldato particolare si distingue fra tutti gli altri, Desmond T. Doss, un obiettore di coscienza, che nonostante avesse giurato di non uccidere, come medico partecipa alla battaglia senza portare armi e salva la vita di decine di suoi commilitoni caduti sotto il fuoco nemico dei giapponesi

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Saldi principi, raro coraggio e profonda umiltà sono le caratteristiche del protagonista di questa storia avvincente quanto esemplare. Desmond Doss, un obiettore di coscienza che va in guerra armato solo della volontà di sostenere e soccorrere i suoi compagni, dimostra che è possibile restare fedeli alle proprie convinzioni e compiere atti eroici impensabili anche nelle condizioni più avverse se si riesce a riporre le proprie speranze e la propria forza nel rapporto con Dio
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene molto violente
Giudizio Artistico 
 
Eccellente la sceneggiatura di Andrew Knight e Robert Schenkkan che hanno approfondito e armonizzato bene tanto gli aspetti storici quanto quelli biografici e spirituali. Ottima l’interpretazione di Andrew Garfield molto convincente ed eccellente la regia di Mel Gibson che in un racconto articolato ha saputo far dominare su tutto l’umanità del personaggio
Testo Breve:

“In un panorama cinematografico invaso da immaginari di ‘supereroi’, ho pensato che fosse il momento di celebrarne uno vero" : così ha commentato Mel Gibson, nel presentare la storia di  un obiettore di coscienza per motivi di fede che è stato capace di salvare 75 suoi compagni

 

“In un panorama cinematografico invaso da immaginari di ‘supereroi’, ho pensato che fosse il momento di celebrarne uno vero. Desmond era un uomo del tutto ordinario che ha fatto cose straordinarie”: così ha commentato il premio Oscar Mel Gibson (Braveheart – Cuore impavido; La passione di Cristo) per spiegare le ragioni che lo hanno indotto a scegliere di tornare, dopo quattordici anni di assenza, dietro la macchina da presa per raccontare questa storia vera ne La battaglia di Hacksaw Ridge. Desmond T. Doss, è il nome di questo obiettore di coscienza che nel corso della Seconda Guerra Mondiale rifiutò l’uso delle armi e fu insignito della Medaglia d’Onore dal Presidente Harry S. Truman per aver salvato da solo più di 75 compagni durante la brutale battaglia di Okinawa

Mel Gibson dirige Andrew Garfiled, interprete di Desmond Doss, in un film epico che coniuga insieme storia, elementi biografici e spirituali con una profonda passione per i “ temi alti”. Non ci risparmia scene vivide al limite del brutale, ma che offre anche un forte coinvolgimento emotivo. L’Accademy lo ha premiato con ben 6 nomination ai prossimi Oscar.

Desmond è un ragazzo semplice, cresciuto sulle montagne della Virginia secondo la fede degli avventisti del settimo giorno che lo ha reso un giovane ricco di valori e di forti ideali. È figlio di un ex soldato dell’esercito americano che durante la Prima Guerra Mondiale fu insignito di alcune onorificenze ma che nel corso della propria vita ha ceduto alla dipendenza dall’alcool e si è trasformato in un uomo violento. In seguito all’attacco della base americana di Pearl Harbor, Desmond decide di arruolarsi e di servire il suo paese. Tuttavia, sebbene mosso dall’amore verso la propria patria, Desmond non vuole diventare un soldato come gli altri, perché la sua fede e i  valori in cui crede gli impongono di non toccare mai le armi.

Nonostante le terribili vessazioni a cui andrà incontro, il giovane soldato sceglie ogni giorno di restare fedele ai propri ideali senza per questo venir mai meno alla lealtà dovuta nei confronti dell’esercito americano per cui combatte. L’obiettivo è alto e gli costerà grandissimi sacrifici (come ad esempio vedersi negata la licenza proprio nel giorno delle sue nozze), ma Desmond spiega che è proprio la coerenza rispetto ai suoi principi a conferirgli dignità di uomo. Una dignità che anche le alte cariche dell’esercito faticano a comprendere perché entra in contrasto con le loro convinzioni più profonde, quelle che in giustificano anche l’uccidere in battaglia.

Desmond, magro, vegetariano, è considerato prima pazzo, poi disertore e dovrà difendersi da accuse gravissime con la semplice linearità delle proprie idee. I suoi compagni e superiori sono convinti che sarebbe stato un pericoloso peso per loro in trincea e provano in tutti i modi possibili di cacciarlo dall'esercito. Eppure Desmond, senza entrare in polemica con nessuno e senza fare rivoluzioni, con il solo sostegno della preghiera e con la sua Sacra Scrittura tra le mani, dimostra che è possibile combattere l’orrore della guerra da dentro, opponendo la volontà di salvezza alla potenza devastante di ogni conflitto, la tenacia e la compassione alla forza brutale.

Le scene della battaglia di Hacksaw Ridge non ci  risparmiano i dettagli più crudi e cruenti della guerra, ma come già ne La Passione di Cristo, Gibson usa questi particolari per mostrare allo spettatore la grandezza di un gesto apparentemente nascosto ed esaltare l’importanza anche di quella che potrebbe sembrare una goccia nell’oceano. L’interpretazione di Garfield, coraggiosa e umile al tempo stesso, conferisce realismo al personaggio grazie a certe sfumature irriverenti nel suo comportamento che lo allontanano dal rischio di apparire una sorta di giovane invasato, tanto da avergli fatto meritare la candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista.

Doss è morto all'età di 87 anni, nel marzo del 2006. Non amava essere qualificato come ‘obiettore di coscienza’, ma piuttosto preferiva definirsi un ‘cooperatore di coscienza’ e credeva con instancabile tenacia che avrebbe potuto contribuire moltissimo alla vittoria del suo paese senza dover uccidere altri esseri umani. Nonostante gli sia stato chiesto più volte di vendere i diritti sulla storia della propria vita, Doss aveva scelto di condurre una vita tranquilla e umile, senza la notorietà che un film gli avrebbe portato; non voleva la popolarità perché sentiva che sarebbe stata una contraddizione per se stesso. Solo al termine della sua vita ha ceduto i diritti perché la sua storia fosse resa nota anche al grande pubblico.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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PATERSON

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/12/2017 - 15:44
 
Titolo Originale: Paterson
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Produzione: AMAZON STUDIOS, K5 FILM
Durata: 115
Interpreti: Adam Driver, Golshifteh Farahani

Paterson è un giovane che abita nell’omonima città del New Jersey, dove guida l’autobus, scrive versi e vive con la bella moglie Laura un’esistenza tranquilla e monotona. Il film racconta 7 giorni dei due protagonisti, i loro incontri e le loro piccole esperienze quotidiane. Nella storia ha grande spazio la passione di Paterson per la poesia, vista da lui come un mezzo di compensazione e di riscatto dalla sua esistenza non infelice ma limitata e incolore (nonostante l’affetto e le tenerezze prodigategli dalla sua compagna). Fino alla sorprendente conclusione, drammatica per certi versi ma anche positiva.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Messaggi valoriali vengono dal quadro coniugale-familiare, dall’integrità morale del protagonista e di altri personaggi, da una trama di rapporti umano-sociali all’insegna dell’amicizia, del rispetto e della gentilezza. Il finale esalta l’esigenza di reagire ai rovesci e ritrovare la speranza.
Pubblico 
Adolescenti
Per via del linguaggio
Giudizio Artistico 
 
Un film tipicamente “indipendente” ma al di sopra della media, anche perché diretto da uno dei maestri di questo cinema. Domina quindi il realismo, sia nell’esteriorità e nella vita dei personaggi, sia negli scenari urbani dove tutto è ordinario, dimesso e al limite dello squallore.
Testo Breve:

Jim Jarmusch, un veterano del cinema indipendente americano, firma un film delizioso: la vita semplice di un conduttore di autobus  che scrive poesie, sempre pronto a fare la cosa giusta e a occuparsi degli altri

Non siamo nemici di Hollywood, anzi, come cinefili non sarebbe proprio il caso di pensare solo ai difetti della “Mecca del cinema” scordandone i pregi innegabili e storici. Però per quanto ci riguarda non finiamo mai di ringraziare Dio per il fatto che in USA ci sia pure il cinema indipendente. Ci conferma puntualmente in questa convinzione la bellezza, la qualità e l’intelligenza dell’ultimo film di Jim Jarmusch, uno dei massimi registi dell’”altra faccia del cinema americano” (più newyorkese che losangelino, come si sa), ormai non più giovanissimo coi suoi 64 anni e autore di pellicole apprezzate da critica e pubblico come Taxisti di notte (1991), Dead man con Johnny Depp (1995) e Broken flowers con Bill Murray (2005). Questo Paterson, del 2016, rivela già nel titolo l’ironia (garbata) e la levità di Jarmusch. Difatti Paterson si chiama sia il paesino del New Jersey dove il film è ambientato sia il protagonista maschile del film, un giovanotto 30enne che fa l’autista del bus comunale percorrendo ogni giorno le solite strade e fermando il veicolo alle stesse bus-stop. Partiamo da questa location. Il film si fa ammirare anzitutto per questo, perché ci mostra un’America che non è solo tecnologica, extralusso, “dollarosa”, patinata ecc. ecc. ma è anche afflitta da degrado e sporcizia, con insegne mezzo cancellate e quasi illeggibili, clochard per terra agli angoli delle strade, intonaci corrosi e scoloriti, aiuole incolte e via decadendo. Paterson città è così, a misura europea e specialmente (ahimè) italiana, come un borgo qualsiasi del centro-sud: il che, diciamolo, si vede di rado in un film americano, almeno con questa autenticità e verità da docu-film. Passiamo al protagonista, interpretato benissimo da Adam Driver. Il film registra la sua vita quotidiana e il suo lavoro ripetitivo al volante del bus: una monotonia interrotta e smossa solo dal taccuino che il giovane tira fuori ogni poco dalla tasca per scrivere all’impronta pensieri e riflessioni, a cui tiene molto e che gli riempiono l’esistenza e la giornata. Questi appunti e sfoghi su carta lui li chiama poesie, e altrettanto fa (esortando il marito a pubblicarle) la moglie Laura, interpretata con brio ed efficacia dalla deliziosa Golshifteh Farahani, attrice iraniana di Teheran. Pure lei ha i suoi hobby e interessi, cucina dolci (apparentemente) squisiti che vende alle fiere e ai mercati, e acquista on line una chitarra per imparare a suonarla con l’ausilio di un CD (!). Tra loro il cane, un bulldog eccezionale, irresistibile, “manovrato” alla perfezione da Jarmusch, che grazie ai miracoli del montaggio lo fa letteralmente recitare, ora annoiato, ora protestatario, ora ironico (gli manca solo la parola, è il caso di dirlo) ma sempre in un rapporto indecifrabile coi padroni: sorvoliamo su quello che gli combinerà! Intorno a questo ménage c’è la vita cittadina coi suoi riti e le sue figure: l’assistente indiano di Adam che gli racconta tutti i suoi guai casalinghi, la bimba che scrive pure lei poesie, i passeggeri del bus, il nero anziano e maltrattato dalla moglie che gestisce il pub dove va il protagonista quando stacca. Personaggi realistici, appena crepuscolari, attori di un dramma quotidiano in pillole che dimostra una cosa, pure stavolta. Il minimalismo, sia pur affettuoso e partecipe, sembra essere la cifra propria del cinema indipendente americano. O, almeno, di Jarmusch

Autore: Mario Spinelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA RAGAZZA SENZA NOME

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/26/2016 - 12:48
 
Titolo Originale: La fille inconnue
Paese: Belgio, Francia
Anno: 2016
Regia: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Sceneggiatura: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Produzione: LES FILMS DU FLEUVE, ARCHIPEL 35, SAVAGE FILM, FRANCE 2 CINÉMA, VOO, BE TV, RTBF
Durata: 113
Interpreti: Adèle Haenel, Olivier Bonnaud, Jérémie Renier

Jenny è una giovane dottoressa, medico di base in una banlieu di Liegi. Una sera sente suonare al campanello del suo ambulatorio ma è ormai troppo tardi e Jenny decide di non aprire. Il giorno dopo il locale commissariato di polizia le chiede le registrazioni della videocamera di sorveglianza posta davanti al suo ingresso. Jenny scopre così che quella donna che aveva suonato alla sua porta è stata trovata uccisa. La ragazza sente il rimorso di non averle aperto e siccome nessuno ha riconosciuto quella donna, decide di intraprendere un’indagine per riuscire a scoprire come si chiamava e poterle dare degna sepoltura…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film non si appella alle emozioni, ai sentimenti, ma esalta il valore dei principi assoluti che sono comuni a tutti gli esseri umani la solidarietà reciproca e il diritto a una degna sepoltura
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il tema affrontato non è adatto ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
I fratelli Dardenne realizzano un film riuscito solo in parte, perché si sono avventurati in un filone (quello dell’indagine poliziesca) che non è nelle loro corde e il personaggio della protagonista Jasmine è (forse volutamente) incompiuto.
Testo Breve:

Un nuovo film dei fratelli Dardenne poco riuscito nella forma narrativa ma di grande significato etico perché manifesta l’esistenza di principi assoluti che accomunano tutti  gli esseri umani

La protagonista assoluta del film è la giovane dottoressa Jenny. Nel suo ambulatorio si prende cura con dolcezza femminile e dedizione professionale a tutte le persone (per lo più povere) che hanno chiesto il suo aiuto. Ausculta, pratica iniezioni, pulisce con cura orribili ferite ulcerose. La vediamo applicare una garza a un piede piagato dal diabete e poi infilare di nuovo i calzini sporchi e bucati a un vecchio clochard, quasi espressione-di quella che potrebbe essere la misericordia cristiana ma che è dedizione totale alla sua missione laica di medico.  Il suo cellulare resta acceso giorno e notte. Più volte, anche quando si trova già a letto la vediamo alzarsi per raggiungere chi ha bisogno urgente di lei. Trascura la sua femminilità (dispone solo di due maglioni uno rosso e uno blu e per uscire indossa sempre lo stesso giaccone di lana). Nelle sue viste a domicilio accetta cortesemente chi le offre da mangiare oppure le regala un panettone ma “bisogna sempre mantenere un certo distacco professionale”, spiega Jenny al suo giovane borsista, perché è il modo più sicuro per esercitare al meglio la loro professione. Con la stessa fermezza rifiuta di firmare un certificato di malattia falso a un ragazzo che voleva solo assentarsi dal lavoro.

Il personaggio di Jenny costituisce la ricchezza ma anche il limite di questo film dei fratelli Dardenne. Di questa ragazza, al di là del contesto lavorativo, non sappiamo null’altro. Ha un ragazzo? Telefona qualche volte ai genitori? Esce con amici o amiche e si concede qualche risata di gusto? Nulla di tutto questo. Ciò determina un certo distacco fra il personaggio e il pubblico e quando il film sviluppa il tema più interessante, l’impegno di Jasmine di dare la dignità di un nome e una tomba a quella donna immigrata che per tanti non ha contato nulla, la tensione etica che ci vuole trasferire resta in qualche modo attenuata, perché ci proviene da una persona talmente perfetta (una sorta di santa laica) che non scatena in noi quell’emozione empatica che si innesca quando ci troviamo di fronte a una persona simile a noi.

Il tema affrontato nel film è quello del rimorso generato da una colpa e della difficoltà ad riconoscerla come tale a se stessi ancor prima che agli altri.

Il primo rimorso è quello di Jenny, che sa che in quella fatidica notte non aprì la porta non perché da sola non lo avrebbe fatto, ma per dare un esempio di freddezza professionale al suo borsista. C’è il rimorso di un ragazzo che non riesce a confessare qualcosa di terribile che aveva visto, quello dell’assassino che si era fatto prendere dall’ira e della sorella della ragazza uccisa, che, quando aveva saputo che era scomparsa, aveva provato nel suo intimo un senso di sollievo, perché la considerava una rivale in amore.

Sono tutte persone che hanno la convenienza a tenersi dentro le loro colpe ma allora perché confidarsi con un’estranea, con Jenny ? Alla fine si sentono interpellate dalla purezza d’intenzione di chi chiede loro solo un nome e da chi fa loro ricordare la nostra appartenenza alla comune famiglia umana e l’indecenza che qualcuno di noi possa morire come sconosciuto, senza l’affetto dei propri familiari. Ci sono dei principi (in questo film forse più kantiani che cristiani) che testimoniano che abbiamo un destino in comune e che non possono esser disattesi.

Questo film si può considerare, da un punto di vista artistico, il meno riuscito dei fratelli Dardenne, sia per la staticità espressiva della protagonista sia perché si sono avventurati in un nuovo filone, quello del giallo (la verità viene a galla progressivamente, per indizi successivi) che non è nelle corde dei due autori.

Per converso è originalissimo perché non si appella al sentimento, alla commozione, secondo le mode correnti, ma alla forza di principi assoluti. Jenny non conosce la donna uccisa, non sa neanche il suo nome ma quella donna è entrata per un secondo, suonando all’ambulatorio, dentro la sua vita e da quel momento si sente in dovere di cercare di sapere chi era per darle una tomba con una lapide. Jenny ricorda un po’ il John May del film Still life , anch’egli un solitario,  impiegato del comune di Londra che si occupa di dare degna sepoltura e ritrovare i parenti di chi è morto in completa solitudine. In quel caso però si trattava di un uomo pacifico, amante dei dettagli, che faceva il suo lavoro finché glielo lasciavano fare. Jasmine è più indomita: ha individuato ciò che è giusto e va avanti anche in situazioni di pericolo per il semplice motivo che è giusto comportarsi in quel modo. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VADO A SCUOLA: IL GRANDE GIORNO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/16/2016 - 07:07
 
Titolo Originale: Le grand jour
Paese: FRANCIA
Anno: 2015
Regia: Pascal Plisson
Sceneggiatura: Olivier Dazat e Pascal Plisson
Produzione: WINDS, YMAGIS, HERODIADE CON LA PARTECIPAZIONE DI OCS E FRANCE 5
Durata: 88
Interpreti: Nidhi Jha, Albert Gonzalez Monteagudo, Deegii Batjargal, Tom Ssekabira

Quattro storie. L’undicenne cubano Albert è un piccolo talento della boxe ma sua madre gli ha posto la condizione di andare bene a scuola per riprendere gli allenamenti e meritarsi di entrare nella prestigiosa Sport-Study Academy dell’Avana. La coetanea mongola Deegii, sostenuta dalla famiglia, si produce quotidianamente in durissimi esercizi per diventare contorsionista circense. Il diciannovenne ugandese Tom studia presso l’Autorità per la salvaguardia della fauna nel Parco Nazionale Queen Elizabeth, di cui intende diventare ranger. La quindicenne indiana Nidhi ha il bernoccolo della matematica e coltiva il sogno di studiare al Politecnico per diventare ingegnere. Ce la faranno? Chi la dura la vince…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’impegno di quattro ragazzi, decisi a far fiorire una loro passione, vincendo condizioni di vita difficili. L’appoggio di adulti che li motivano, li incoraggiano, li correggono, quando è necessario
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un documentario che si mantiene agile soprattutto grazie al montaggio, che alterna in maniera accattivante i segmenti delle quattro storie, ritardando la conclusione di ognuno al momento giusto. Più debole l’episodio ambientato in India
Testo Breve:

Dopo il successo del primo Vado a scuola, un documentario su quattro ragazzi delle zone povere del mondo che lottano, aiutati dai loro genitori, per realizzare i loro sogni 

Nel precedente Vado a scuola il documentarista francese Pascal Plisson aveva raccontato pericoli e avventure che quattro bambini, abitanti di altrettanti poverissimi angoli della terra, dovevano affrontare semplicemente per raggiungere i banchi della loro classe. Il film ottenne un rispettabile successo di pubblico (facendo in patria meglio di kolossal come Oblivion e Lincoln) e il premio César (l’equivalente transalpino dei nostri David di Donatello) per il miglior documentario.

Il grande giorno è di quel film un seguito ideale e, anche se stavolta non si parla di scuola, i temi della storia restano gli stessi: l’impegno e l’abnegazione nello studio da parte di quattro ragazzi decisi a far fiorire una loro passione, vincendo condizioni di vita apparentemente scoraggianti. Ad appoggiare i giovani protagonisti, inoltre, ci sono adulti che li motivano, li incoraggiano, li correggono, ne accolgono gli sbagli e – dove necessario – li aiutano ad accettare e giudicare con serenità le sconfitte.

Come per il precedente documentario, anche stavolta l’ispirazione per Plisson è nata da un episodio accadutogli per caso: “Sei anni fa” – racconta il regista – “ho incontrato un bambino di dieci anni in un treno in Russia. Veniva da un piccolo villaggio della Siberia ed era seduto vicino a me. Mi ricordo che indossava un cappello chapka rovinato e aveva un violino sulle ginocchia. Leggeva uno spartito. Gli ho chiesto cosa stesse facendo lì da solo. In realtà i suoi genitori e il suo villaggio avevano fatto una colletta per permettergli di partecipare a un’audizione in una grande scuola di musica a San Pietroburgo. Ho trovato questa cosa incredibile. È riuscito a convincere la giuria e la sua vita si è trasformata. Ha ottenuto una borsa di studio e ha reso fiero il suo villaggio. Da quest’esperienza mi è venuta l’idea di realizzare un film sui bambini che lottano per realizzare i propri sogni”.

Da un punto di vista tecnico, il film si mantiene agile soprattutto grazie al montaggio, che alterna in maniera accattivante i segmenti delle quattro storie, ritardando la conclusione di ognuno al momento giusto. Rispetto agli altri tre, è un po’ debole la vicenda della ragazza indiana, che non può contare né su uno scenario spettacolare (come avviene per l’episodio ambientato nella sontuosa natura ugandese), né sull’attrattiva di discipline, di per sé belle da guardare, come la boxe e le attività circensi (in cui sono coinvolti il ragazzino cubano e la bambina mongola).

Il grande giorno è un film utile da mostrare ai ragazzi, non tanto per convincerli a mettersi di buzzo buono a studiare (l’uso moralistico di questi prodotti solitamente sortisce l’effetto opposto) quanto per educarli a guardare culture diverse e a scoprire coetanei, che abitano in posti lontanissimi, animati dallo stesso anelito che orienta le loro scelte e il loro cammino. Un percorso – il loro – di crescita ed emancipazione sociale in cui, in tempi di omologazione obbligatoria e globalizzazione sfrenata, fa piacere veder emergere la specificità di ogni diverso Paese, come una risorsa da preservare e di cui essere giustamente orgogliosi. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOD'S NOT DEAD 2

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/07/2016 - 10:40
 
Titolo Originale: God's not dead 2
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Harold Cronk
Sceneggiatura: Chuck Konzelman, Cary Solomon
Produzione: Elizabeth Hatcher-Travis, Brittany Lefebvre, Michael Scott, David A. R. White, Russell Wolfe, Nathan Wenban
Durata: 120
Interpreti: Melissa Joan Hart, Jesse Metcalfe, David A. R. White, Hayley Orrantia, Sadie Robertson

Grace, insegnante di storia di una high school dell’Arkansas, cristiana devota, cerca di confortare Brooke, una delle sue alunne, per la morte prematura del fratello. Conversando con lei in un bar; le suggerisce di cercare conforto in Gesù e nella lettura della Bibbia. Nei giorni successivi, mentre in aula si discute delle figure del Mahatma Gandhi e Martin Luther King, Brooke chiede alla professoressa se il principio della non violenza di questi due grandi personaggi possa esser messo in connessione con la virtù, espressa da Gesù di porgere l’altra guancia ai nostri persecutori. Grace risponde affermativamente ma viene ben presto convocata dal Consiglio scolastico e invitata dal preside a porgere le sue scuse per aver trasformato la sua lezione di storia in un sermone religioso. Grace non accetta questa interpretazione e non chiede scusa; la disputa verrà risolta nell’aula di un tribunale. Solo il giovane avvocato Tom si offre di difenderla..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una professoressa, accusata ingiustamente, difende con coraggio la sua fede, anche se rischia di venir espulsa dalla scuola
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film risulta meglio costruito del suo precedessore, ma è debole nell’assunto persecutorio che ne dovrebbe motivare lo sviluppo
Testo Breve:

Una professoressa di liceo è accusata di usare le sue ore di lezione di storia per promuovere la fede cristiana. Una chiara denuncia contro un atteggiamento laicista in continua espansione, che però rischia di diventare intollerante nella direzione opposta

Dopo il successo di God’s not dead, ecco arriva il sequel, stesso regista (Harold Cronk) e stessi sceneggiatori (Cary Solomon e Chuck Konzelman) per parlare ancora una volta dei pericoli emergenti intorno alla libertà religiosa negli Stati Uniti, cioè della volontà, in certi contesti universitari o scolastici, di vietare qualsiasi riferimento a tematiche religiose.  Se nel primo film, la disputa si svolgeva fra uno studente di fede cristiana e un professore di filosofia che voleva derubricare dal suo corso tutti I filosofi cristiani perché ”Dio è morto”, ora, in questo sequel, assistiamo al processo intentato  contro una professoressa perché accusata di non avere tenuto separata la storia dalla religione. Il film non è piaciuto a tanti critici americani perché è stato accusato di eccesso di vittimismo: invece di occuparsi di denunziare le vere persecuzioni che i cristiani debbo subire in tante parti del mondo, il film si è preoccupato di imbastire una storia ritenuta pretestuosa, dove è chiaro fin dall’inizio che le accuse alla professoressa cadranno perché infondate. Lo stesso prestigioso servizio di revisione cinematorafica del Consiglio dei Vescovi cattolici statunitensi ha riconosciuto che le premesse su cui si basa lo sviluppo della storia sono poco plausibili.

E’ lecito a questo punto domandarsi se questa pretesa di laicismo emergente abbia un serio fondamento o se sia il frutto di una mania di persecuzione. Se in Europa abbiamo visto tutti, questa estate, la foto di un agente di polizia di una località balneare francese che invitava una signora a togliersi il burkini (gesto per fortuna giudicato illegale dal Consiglio di Stato) e se brucia ancora in Italia l’impossbilità, per Benedetto XVI, il 20 novembre del 2007, di parlare all’università La Sapienza (fondata da papa Bonifacio VIII nel 1303), anche in U.S.A. ci sono stati dei casi oltremodo spiacevoli

Lo stesso film fa un chiaro riferimento a quanto è accaduto di recente a Houston (Texas):  un giudice  ha emesso un mandato di comparizione nei confronti di 5 pastori evangelici di quella città intimando di portare in tribunale i testi dei loro sermoni degli ultimi tre mesi per controllare se si erano espressi contro la legge dello stato che determinava delle aggravanti in caso di atti o parole discriminatorie nei confronti delle comunità LGBT. Anche in questo caso si sono sollevate le proteste delle comunità cristiane e lo stesso sindaco di Houston è dovuto intervenire per calmare gli animi.

Dobbiamo concludere che se è vero che si stanno moltiplicando in USA e in altre parti del mondo i casi di intolleranza religiosa, il film non ha trovato la soluzione giusta per denunciare il problema: nell’ansia di “vincere facile” ha finito per passare dalla parte del torto, sviluppando un certo manicheismo secondo il quale chi ha fede è poco meno di una creatura angelica, mentre chi non crede ha lo sguardo torvo del prosecutor (Ray Wise), impegnato a  dimostrare, anche lui, che “Dio è morto”.

Se questi due film hanno una chiara impronta dettata dalla Chiesa Evangelica, personalmente preferiamo i lavori dei fratelli Alex e  Stephen Kendrick , entrambi pastori della chiesa battista di Sherwood in Albany, Georgia. Fondatori della Sherwood Pictures channo conseguito finora significativi  successi come Flywheel, (2003), Facing the Giants (2006),  Fireproof (2008) e Courageous (2011) a cui va aggiunto October Baby, sul tema dell’aborto.

In questi film i due pastori si concentrano sul tema delle virtù umane, come la comprensione, l’altruismo e il perdono e hanno portato avanti i valori della fede cristiana senza alzare la spada contro qualcuno.

Le parti migliori di questo God’s not dead 2 sono i momenti in cui i protagonisti pregano e il racconto di due conversioni: quella del ragazzo cinese che decide di diventare pastore e di Brooke, che alla morte dell’amato fratello, scopre che era un ragazzo di fede che aveva l’abitudine di meditare con l’aiuto della Bibbia.

Il film è attualmente disponibile in DVD in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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