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Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

IL RE LEONE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 08/26/2019 - 15:48
 
Titolo Originale: The Lion King
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Jon Favreau
Sceneggiatura: Jeff Nathanson
Produzione: Walt Disney Pictures, Fairview Entertainment
Durata: 118

Il cucciolo Simba viene unto come principe erede da Rafiki, il babbuino sciamano. Suo padre Mufasa, il re delle Terre del Branco e la regina madre Sarabi si occupano di educarlo alle sue future responsabilità ma Simba interpreta male il suo ruolo, ritenendo il coraggio e l’audacia più importanti della saggezza. Istigato da Scar, il fratello di Mufasa che ha perso il diritto al trono dopo la sua nascita, si avventura, assieme alla sua amica Nala nel Cimitero degli elefanti, nonostante l’esplicito divieto del padre. I due cuccioli si trovano così in un altro mondo, dominato dalle iene, che non rispettano l’autorità di suo padre. Simba e Nala vengono salvati solo in extremis da Mufasa. Si è trattato di un trabocchetto escogitato da Scar, che si è alleato con le iene per uccidere l’erede al trono. Dopo questo primo insuccesso Scar non si dà per vinto e mette in atto un tranello ancora più insidioso…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio si riscatta aderendo ai valori che il padre gli ha insegnato; il potere di governo visto come un servizio agli altri; l’amicizia e la solidarietà per superare uniti le difficoltà.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Poco adatto ai più piccoli per alcune scene ad alta tensione
Giudizio Artistico 
 
Il film recupera la bella sceneggiatura e le musiche dell’edizione del 1994; La tecnica dell’animazione fotonaturalista mostra la sua piena maturità ma presenta anche dei limiti espressivi
Testo Breve:

Con la stessa sceneggiatura e le stesse musiche dell’edizione animata del 1994, ritroviamo il piccolo leone che riconquista il suo regno facendo tesoro dei valori e dei saggi principi che gli ha trasmesso suo padre

Quando a capo della Walt Disney c’era  il suo fondatore e non era ancora nato il mercato dei VHS né dei DVD, ogni 5-7 anni i suoi capolavori tornavano nelle sale (Biancaneve, Cenerentola, Peter Pan,..) per allietare le nuove generazioni di bambini-spettatori. Oggi, nell’epoca dei DVD e dello streaming non ha più senso un’iniziativa di questo genere e assistiamo invece a dei veri e propri rifacimenti com’è già accaduto in Il ritorno di Mary Poppins, Il libro della Jungla,  e ora questo Il Re Leone.  Si può dire che la Walt Disney production stia provando tutte le strade: Con  Il ritorno di Mary Poppins ha cercato di costruire un sequel del premio Oscar ma il risultato è stato modesto, soprattutto perché si è sentita la mancanza di belle musiche orecchiabili; con Il libro della Jungla e con questo nuovo Re leone, abbandonata la classica (e poetica) animazione 2D, si sta puntando su di un’animazione iperrealista degli animali protagonisti. A noi appaiono come veri animali (in realtà sono generati con il computer) che però parlano come degli esseri umani. La terza direzione nella quale si sta muovendo la Disney è quella di riproporre i suoi cartoni con l'impiego di attori in carne ed ossa (Aladdin, prossimamente Mulan). Si potrebbe obiettare che non ha senso confrontare la precedente con la nuova edizione del film, visto che nella grande maggioranza dei casi le sale vengono riempite da nuovi giovani spettatori; il problema riguarda al più i genitori che li accompagnano, ma c’è comunque qualcosa di importante da segnalare: queste nuove edizioni, così realistiche, risultano poco adatte ai più piccoli. La scena più drammatica del film, la mandria degli gnu che travolge prima Simba e poi il padre Mufasa spinto verso la morte dalla mano di Scar, risulta particolarmente impressionante. L’animazione 2D aveva un altro vantaggio per i più piccoli: le espressioni del volto (rabbia, commozione, tenerezza) erano codificate in modo semplice (stupore: sopracciglia alzate, occhi sgranati, bocca aperta) mentre ora, cercare di comunicare una simile reazione attraverso il volto simil-vero di un leone, è impresa veramente ardua; occorre affidarsi solo al tono della voce e ho visto in sala i bambini più piccoli chiedere al genitore cosa stesse accadendo, visto che non riuscivano a decifrare la situazione.

Per il resto il film ricalca con precisione il capolavoro del 1994, nelle musiche (con la sola aggiunta di Spirit di Beyoncé) e nella sceneggiatura con poche varianti che hanno avuto l’obiettivo di dare più spazio ai personaggi femminili (Nala, l’amica di Simba e sua madre Sarabi) e aggiungere profondità al cattivo Scar, (mellifluo, scivoloso, ipocrita, livoroso) che finisce proprio per questo, per dominare la scena.

Per il resto il nocciolo del racconto è rimasto intatto, in parte ispirato all’Amleto di Shakespeare: il fratello cattivo che uccide e spodesta il re, il giovane leone che vive con il senso di colpa finché non scopre,  sentendo nella notte la voce di suo padre, che il suo riscatto passa proprio nel continuare la sua missione; l’amicizia con i due simpaticoni Timon e Pumbaa (un suricate e un facocero) e la solidarietà che diventa amore con Nala.

In questa versione risulta marcato il contrasto fra i tre approcci alla vita che si contrappongono: quello del re Mufasa, che presenta al figlio l’armonia di un mondo (il “cerchio della vita”) dove ogni essere e ogni cosa ha una sua funzione predefinita e chi lo governa ha l’obbligo di rispettarne le leggi (“mentre gli altri cercano ciò che possono prendere, un vero re cerca ciò che può dare”; “un vero re deve saper comprendere”). Al polo opposto c’è Scar coadiuvato dalle iene, che ubbidisce solo alla legge della rapina, fino a devastare tutto ciò che riesce a raggiungere.  Come terza soluzione esistenziale c’è quella proposta da Timon e Pumbaa e riassunta nella canzone Hakuna Matata: nessuna regola, nessuna responsabilità, si nasce e si muore senza alcun senso (“la vita è una retta”) ma in compenso si vive tutti in amicizia (anche perché gli animali carnivori si nutrono esclusivamente di larve).

Questa riedizione ha conservato intatto il valore di questa potente storia e la qualità tecnica impiegata è eccezionale, pur con i limiti espressivi che abbiamo indicato. Il successo al botteghino (in USA come nel resto del mondo) lo sta a dimostrare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUANDO CHIAMA IL CUORE - WHEN CALLS THE HEART (Prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 08/11/2019 - 14:45
 
Titolo Originale: When Calls The Heart
Paese: Canada, Stati Uniti
Anno: 2014
Regia: Neill Fearnley
Produzione: Believe Pictures, Brad Krevoy Television, Jordan Films
Durata: 6 stagioni, ora su Netflix, in precedenza sui canali HallMark, Rai1 e Rai2
Interpreti: Erin Krakow, Daniel Lissing, Lori Loughlin

1910. Canada orientale. Elizabeth Thatcher, giovane rampolla di una ricca famiglia di Hamilton, vuole dimostrare le sue qualità senza l’aiuto della famiglia e accetta l’incarico di insegnante a Coal Valley, una città nata intorno a una miniera di carbone. Appena arrivata apprende che un terribile incidente ha causato la morte di quaranta minatori, lasciando vedove e mamme sconsolate. E’ proprio Abigail Stanton, una signora che ha perso il marito e il figlio, che l’accoglie nella sua casa, rendendole più agevole ‘ingresso in quella piccola comunità. Arriva a Coal Valley anche il nuovo conestabile, Jack Thornton, delle giubbe rosse. La presenza di Elisabeth rivela a Jack il vero motivo per cui è stato trasferito in quella cittadina sperduta fra le montagne: è stato il padre di Elisabeth che ha mosso le sue pedine per fare in modo che qualcuno si preoccupasse dell’incolumità di sua figlia. Una scoperta che rende subito burrascosi i loro primi incontri….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un ambiente di minatori, fra povertà e molte difficoltà, uomini e donne trovano un modo civile di vivere e sviluppano fra loro una forte solidarietà
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona la costruzione del contesto, la vita dura di uomini e donne totalmente dipendente dal lavoro in miniera ma il racconto sembra perdere mordente proprio nello sviluppo del rapporto romantico fra i due protagonisti
Testo Breve:

Una ragazza di una ricca famiglia, un giovane ambizioso ufficiale delle giubbe rosse, si ritrovano a vivere in uno sperduto paese di minatori dell’Ovest canadese. Impareranno a conoscersi ma soprattutto scopriranno  la calda umanità di quelle persone buone e semplici

Un pregio significativo di questo serial di produzione Canada-USA, ricavato dal romanzo della canadese Janette Oke, è la sua compattezza. Tutto avviene fra il saloon, le case ben allineate dei minatori costruite e date in affitto dallo stesso padrone della miniera, secondo la formula industriale del tempo e la chiesa (che dalla prima puntata risulta bruciata da un malintenzionato) con il suo parroco. Una compattezza che consente di concentrare l’attenzione sui rapporti fra i protagonisti e i coprotagonisti che  conosciamo sempre meglio puntata dopo puntata. Un altro aspetto originale del racconto è l’attenzione verso i bambini e gli adolescenti che spesso costituiscono il baricentro della puntata, rivelando  una grande sensibilità alla psicologia dei ragazzi. Fin dalla prima puntata vediamo Elisabeth impegnata a catturare l’interesse dei suoi alunni, ancora sconvolti dalla recente tragedia e già rassegnati a non vedere altro nel proprio destino se non  diventare anche loro minatori. Nella terza puntata cerca di aiutare una sua alunna a scoprire le vere ragioni del mutismo che l’ha colta  dopo che ha perso il padre; nel quinto episodio, l’interessamento  di un uomo, nuova recluta della miniera, nei confronti della madre, crea la rabbiosa reazione del figlio ancora troppo legato all’immagine del padre; nel settimo  ci troviamo agli albori della psicologia infantile: di fronte a un alunno che appare a tutti gli effetti normale ma ha difficoltà a leggere, Elisabeth si fa spedire gli ultimi studi sulla materia, riuscendo a risolvere il problema.

Sopra queste solide basi si sviluppa il racconto con micro storie che si completano all’interno di ogni singola puntata e che hanno chiari riferimenti ad alcuni valori fondamentali: non ci sono protagonisti cattivi che si contrappongono a quelli buoni ma persone che si trovano ad affrontare delle difficoltà che vengono risolte con attenzione da parte di tutti per i problemi degli altri e gli episodi si concludono con gesti di solidarietà collettiva e solidi affetti familiari. Si tratta in effetti di un prodotto del canale Hallamark che trasmette serie e film adatti per tutta la famiglia, in questo particolare caso disponibile anche su Netflix. Ciò può indurre un certo sospetto di “buonismo”, sempre sgradito ai critici perché inteso come qualcosa di falso e di precostituito.

Possiamo dire che questo rischio viene evitato perché i personaggi sono tratteggiati con una calda umanità e la miglior prova della simpatia che hanno riscosso è il fatto che si è già completata la quinta stagione. Se è  vero che i cattivi sono, di volta in volta  dei ladri, o persone animate da spirito di vendetta (tutti uomini comunque, mai donne), non è presente nessuna irregolarità familiare (separazioni, convivenze), tipiche dei serial ambientati al giorno di oggi).

Vi sono comunque alcuni aspetti che non sono stati messi ben a fuoco o che semplicemente non hanno funzionato.

Il fatto che Elisabeth venga da una famiglia benestante e che accetti di fare la maestrina in uno sperduto paese di minatori, viene risolto con alcune situazioni comiche (lei che non sa cucinare, cucire, che sporca nel fango le belle scarpine) ma non si riflette nella sua psicologia. Già dopo il primo episodio si mostra perfettamente integrata nell’ambiente, semplice come le altre e non percepiamo nessuno ostentazione, sia pur indiretta, per la vita immersa nel lusso e piena di eventi mondani che deve sicuramente aver vissuto in precedenza (siamo lontani dalla caratterizzazione di Kitty, la giovane donna del romanzo Il Velo Dipinto di William Somerset Maugham). Ciò che diventa difficile da interpretare è proprio lo sviluppo del progressivo avvicinamento fra lei e il bel conestabile Jack.  I palpiti di lei al loro primo ballo, il suo confidarsi sotto le sollecitazioni della sorella che l’aveva attesa ansiosa al suo ritorno, il confessare che per lei è stato il più bel giorno della sua vita, appaiono atteggiamenti recuperati da qualche romanzo d’appendice che mal si prestano al contesto da Far West di Coal Walley e rendono poco credibile la personalità di Elisabeth,, sicuramente abituata ai balli e alle feste vissute nella casa paterna.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FIRE SQUAD - INCUBO DI FUOCO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 07/13/2019 - 19:54
 
Titolo Originale: Only the Brave
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Joseph Kosinski
Sceneggiatura: Ken Nolan, Eric Warren Singer
Produzione: Black Label Media, Conde Nast Entertainment, Di Bonaventura Pictures
Durata: 133 su PRIMEVIDEO
Interpreti: Josh Brolin, Miles Teller, Jennifer Connelly, Jeff Bridges

La squadra antincendio del municipio di Preston, Arizona, guidata da Eric Marsh, era determinata da anni a farsi certificare come unità “hotshot”, unità speciale dei Servizi Forestali incaricata di spegnere gli incendi delle foreste. Eric ha una vera passione per il suo mestiere ma il suo stare per lungo tempo fuori casa ha finito per creare non pochi atriti con la moglie Amanda. Entrambi si amano profondamente ma lei ha preferito non avere figli, perché sa che la vita del marito è legata a un filo. Sarà anche per questo che Eric finisce per accettare come recluta, contro ogni logica, il giovane Brendan, tossicodipendente, arrestato in passato per furto, che ora è deciso a cambiar vita perché ha avuto una bambina dalla sua ex ragazza e finalmente sente di avere uno scopo nella vita....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un forte cameratismo pervade i componenti della la squadra, sempre pronti ad aiutarsi l’uno con l’altro, sia al lavoro che nella vita privata. L’amore coniugale e la famiglia sono i veri valori, insieme allo spirito di squadra, che danno un senso alla propria vita
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio scurrile, una situazione (superata) di dipendenza dalla droga.
Giudizio Artistico 
 
Molto vera la coppia costituita da Josh Brolin e Jennifer Connelly; particolarmente efficaci le sequenze del fuoco che divampa nei boschi; un po’ di retorica nell’esaltare il valori del cameratismo e della famiglia
Testo Breve:

Eric è un appassionato capo squadra compiere impegnato a spegnere il fuoco nei boschi. Dirige un’ottima squadra che ha accumulato molti meriti ma i rapporti con la moglie, che lo vede troppo poco, sono molto tesi. Una storia di eroismo e di affetti familiari

Il telefono squilla. C’è un incendio sulle montagne vicine. Tutta la squadra si raduna in poco tempo, indossa la pesante attrezzatura e con le jeep raggiunge il punto di raccolta. Il comandante dell’operazione, di fronte a una mappa, fa un breve breafing della situazione, assegna a ogni squadra un compito preciso e subito dopo tutti si incamminano verso i punti assegnati. Questo modo di procedere rimanda inevitabilmente ai tanti film di guerra americani che avevano invaso le nostre sale negli anni ‘50-’60, come quelli sui piloti delle portaerei impegnate nella guerra del Pacifico: appena il comandante, nella sala strategica, aveva finito di illustrare su di una mappa gli obiettivi della missione, gli eroici piloti scattavano verso i loro aerei e in pochi minuti, con l’aiuto di potenti catapulte, venivano lanciati nel blu del cielo e del mare. Scene in zona di guerra si alternavano a parentesi private: chi andava a trovare la moglie e i figli, chi la fidanzata. Se poi qualcuno tornava sulla portaerei raggiante perché la sua ragazza aveva accettato di sposarlo, allora lo spettatore iniziava a tremare: sicuramente sarebbe morto nella missione successiva.
Non si può negare che un po’ di enfasi ci sia anche in questo film ora disponibile su PRIMEVIDEO ma è ben poca cosa rispetto ai tanti suoi pregi: innanzitutto la storia è assolutamente vera e ogni commozione che suscitano le gesta di questi veri eroi è pienamente giustificata; il contesto in cui vivono, Il modo in cui parlano, risulta molto realistico, frutto della consulenza dei testimoni dei fatti narrati. I dialoghi sono spesso scurrili, da caserma, tipici di chi vive a lungo fianco a fianco e qualche battuta divertente serve ad allentare la tensione di fronte a un pericolo sempre in agguato. Il nonnismo che viene esercitato sulle reclute ancora incerte, ha la funzione di forgiarli per un mestiere dove ogni disattenzione può risultare fatale. Quando poi si trovano di fronte al fuoco affiora il valore del loro cameratismo; nessuno è lasciato, solo nessuno è lasciato indietro.
Il fuoco è il vero, silenzioso, onnipresente, protagonista della storia,: imprevedibile nella direzione che prende, avanza minaccioso (magnifiche le sequenze sulle montagne) a una velocità elevatissima e distrugge tutto quello che trova. L’immagine-simbolo dell’orso diventato una torcia vivente che corre all’impazzata, è impressionante.
La famiglia è l’altro valore esaltato dal film. Lo riconosce lo stesso Eric che ha organizzato una festa in casa sua con tutti i compagni di squadra e le loro famiglie per festeggiare la nomina a Hotspot: “sono grato a tutti voi; la squadra, le famiglie: e’ importante che tutti noi restiamo uniti e che ci si aiuti a vicenda. Senza il vostro aiuto (lo dice rivolto ai familiari) non possiamo farcela”. Le scene che ci mostrano la forte intesa fra Eric e Amanda, nonostante le continue incertezze che debbono affrontare, sono forse fra le migliori sequenze di amore coniugale che sono apparse al cinema degli ultimi anni. Non riveliamo certo il finale ma la commozione che inevitabilmente ci colpirà sarà pienamente giustificata. Ci resta solo  un po’ l’amaro in bocca di fronte a quel senso di impotenza che ci trasmette il film, di fronte all’imperscrutabilità del fato, come quando il vento  cambia improvvisamente la direzione del fuoco.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL RAGAZZO CHE CATTURO' IL VENTO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 07/12/2019 - 19:51
 
Titolo Originale: The boy who harnessed the wind
Paese: Regno Unito
Anno: 2019
Regia: Chiwetel Ejiofor
Sceneggiatura: Chiwetel Ejiofor, William Kamkwamba
Produzione: Netrflix
Durata: 113
Interpreti: Chiwetel Ejiofor, Maxwell Simba, Felix Lemburo

Malawi, 2001. In un villaggio di questo paese fra i più poveri dell’Africa vive William, un quindicenne che ha un’ottima propensione agli studi e il padre Trywell gli paga volentieri la retta scolastica, anche se ciò incide pesantemente sulle loro modeste entrate, legate alla cultura del tabacco. In quello stesso anno si abbatte sul paese una pesante carestia: il governo non riesce a fornire sufficienti aiuti e Trywell non è più in grado di pagare la retta scolastica del figlio. William non si dà per vinto e riesce ad ottenere il permesso di frequentare la biblioteca scolastica: la sua ambizione è costruire un mulino a vento che fornisca l’energia elettrica necessaria per estrarre l’acqua dei pozzi, indispensabile per non perdere i raccolti...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è un ottimo spunto di riflessione per l’educazione dei figli ricordando loro quanto sia importante studiare e avere i mezzi per potenziare le proprie capacità. Un modello di famiglia esemplare dove ognuno, con sensibilità diverse e nell’ambito del proprio ruolo, contribuisce al bene di tutti. Il padre di famiglia, profondamente buono e onesto, non si lamenta per le calamità che colpiscono la famiglia ma ripone la sua fiducia nella provvidenza divina.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una scena dove due donne rischiano di subire un atto di violenza, potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Straordinaria e commovente l’interpretazione di Chiwetel Ejiofor e del giovane Maxwell Simba. Al su primo lungometraggio, il regista e sceneggiatore Ejiofor mostra di essersi attenuto alla solida, classica, scuola di Hollywood: ogni scena ha una sua precisa funzione, momenti intimi si alternano a concitate scene di massa e i personaggi si trasformano progressivamente in seguito alle esperienze che debbono affrontare
Testo Breve:

La storia vera di un ragazzo di quindici anni del Malawi, che riesce a progettare un mulino a vento, indispensabile per superare la carestia che affligge il suo villaggio, diventa un bellissimo racconto di solidarietà, di intraprendenza e del potere di riscatto dell’istruzione

Il film è tratto dal libro The boy who harnessed the wind di William Kamkwamba. È stato proiettato per la prima volta durante il Sundance Film Festival ed è disponibile su Netflix. Dopo 12 anni schiavo (Oscar e Golden Globe per miglior film), Chiwetel Ejiofor (candidato agli Academy Award come miglior attore protagonista per il medesimo film) fa il suo esordio alla regia e alla sceneggiatura con questo film che costituisce una felicissima sorpresa sotto molti aspetti. Innanzitutto fa molto bene a noi occidentali, abituati a sprecare e a scartare, perché con il suo elevato realismo, ci fa ricordare che ancora oggi, non troppo lontani da noi, esistono paesi dove è sufficiente che non piova nella stagione giusta per portare un’intera popolazione alla fame; dove bisogna pagare una pesante retta per mandare i figli alle elementari, dove la bicicletta è un mezzo di locomozione prezioso e rovistare nelle discariche diventa un’attività essenziale per la propria sopravvivenza. Anche le democrazie sono fragili e di pura facciata: è sufficiente fare quanche commento non positivo nei confronti del presidente in carica per venire picchiati a sangue dalle sue guardie del corpo.

Inoltre il film, come se ne vedono ben pochi ormai, soprattutto sul grande schermo, racconta dell’enorme potere dell’istruzione, e del sistema scolastico, ma soprattutto dell’importanza in alcuni contesti dell’educazione alla cultura. Il maschilismo che persiste in troppe realtà e della necessità, non solo come possibilità ma come diritto, che spetta a ogni essere umano,  al desiderio di affermarsi. Un’avventura che insegna e ricorda come le comunità solidali siano importanti ancora oggi per il progresso in una società dove si lavora insieme per le pari opportunità e per guardare al futuro.

La famiglia è al centro di questa storia, come unica ancora di salvezza nei momenti difficili; il nido dove rifugiarsi e sentirsi protetti ma nello stesso tempo il punto di partenza da cui spiccare il volo. Molto bella è la sequenza in cui, Trywell, un uomo molto onesto che, ha ben vivo il senso del dovere e dell’autorità paterna, si fa convincere dalla dolcezza di sua moglie, che conosce il suo cuore, a tentare l’impensabile: edificare quel mulino a vento che suo figlio ha concepito solo leggendo dei libri in biblioteca.

A una prima lettura, il racconto potrebbe apparire come uno scontro fra scienza e fede. Un buon numero di critici ha interpretato in questo modo il senso del film. La vittoria di William, che riesce a risolvere il problema del suo villaggio grazie a un’appassionata messa in opera di nozioni tecniche, sembra contrastare con le credenze tribali che ancora persistono nel villaggio e con la fede cristiana praticata dalla famiglia del ragazzo.

E’ una conclusione che non appare giustificata: al contrario è molto bella la preghiera che Trywell recita prima che la famiglia inizi il suo pranzo, che esprime bene la loro fiducia nella Provvidenza: sanno che Dio non li abbandonerà anche nei frangenti difficili. Se in un’altra sequenza marito e moglie riconoscono che da tempo hanno smesso di pregare perché la pioggia arrivi, la frase sembra piuttosto riferirsi alle danze propiziatorie ancora in uso nel villaggio. Tutti i personaggi sembrano mossi da virtù umane che risaltano il valore dell’uomo e il primato della solidarietà, in linea con la visione cristiana. La storia di William serve a mostrare il grande potenziale di crescita che è racchiuso in ogni persona; il padre ha l’umiltà di ascoltare  opinioni diverse dalle sue e pone, alla fine, piena fiducia nel figlio; la madre sa leggere nei cuori di tutti e costruire la conciliazione e la pace in famiglia. Alla fine è determinante la frase detta dal vero  William che si legge nei titoli di coda: “Dio è come il vento che tocca ogni cosa”

Autore: Sabrina Guarino, Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTE LE VOLTE CHE HO SCRITTO TI AMO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/03/2019 - 15:22
 
Titolo Originale: To All the Boys I've Loved Before
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Susan Johnson
Sceneggiatura: Sofia Alvarez
Produzione: Overbrook Entertainment, Awesomeness Films
Durata: 99
Interpreti: Lana Condor, Noah Centineo, John Corbett:

Lara Jean è una ragazza di sedici anni; la sua simpaticissima famiglia è costituita da altre due sorelle (Margot, la maggiore e Kity di11 anni) e un padre molto comprensivo (la madre è morta quando lei era piccola). Lara non ha un boy friend e vive in un mondo romantico tutto suo: legge romanzi rosa e scrive lettere appassionate ai ragazzi che le sono piaciuti, fin dai tempi delle elementari e delle medie, senza averle mai spedite. Quando Margot parte per il college in Irlanda, con gran dispiacere del suo ragazzo Josh, la piccola Kitty ha un’idea: spedisce di nascosto le lettere appassionate che Lara aveva scritto (cinque in tutto). Fra i destinatari c’è lo stesso Josh ma anche Peter, il bello della scuola. Le conseguenze sono immediate: Peter si avvicina a Lara per ringraziarla molto della lettera (anche se in quel momento ha già una ragazza: Genevieve) e lo stesso Josh resta positivamente colpito dalla sua appassionata dichiarazione. Lara non sa più dove nascondersi...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sviluppa bene il tema della genesi di un amore fra un ragazzo e una ragazza , ponendo l’attrazione sessuale in stretta dipendenza dal primo
Pubblico 
Adolescenti
Qualche riferimento a tematiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Lo sviluppo della storia risulta particolarmente gradevole, grazie alla base letteraria su cui poggia. Ben svilippati i dialoghi fra i due protagonisti. Noah Centineo (Peter, nel film) sta diventando un vero e proprio divo delle teen comedies
Testo Breve:

Lara ha sedici anni e non ha ancora  un ragazzo se non nella sua fervida fantasia. Conosce Peter e fanno finta di avere una relazione al solo scopo di far ingelosire la ragazza di lui. Un bel racconto sulla genesi di un amore (e la sessualità in posizione subordinata)

Questo film originale Netflix, ricavato dall’omonimo best-seller per young adult della scrittrice  Jenny Han (si tratta in realtà di una trilogia e il sequel è stato già annunciato) ha un intreccio narrativo divertente ma certo non originale: il gioco dei malintesi che si creano a causa delle lettere spedite all’insaputa di Lara, il finto fidanzamemto che Lara e Peter imbastiscono per ingelosire i rispettivi aspiranti partner, salvo poi accorgersi che l’amore va in ben altre direzioni, è qualcosa di già visto in altre teen comedies; in effetti non è l’intreccio della trama, ancorché gradevole, il vero valore di questo film: il tema portante, molto ben sviluppato, è la genesi dell’amore.

Dopo tanti serial brutali su tematiche adolescenziali  (l’impulso al suicidio in Tredici, la tentazione della prostituzione in Baby, la sessualità come tema dominante in Sex Education) ecco un ragazzo e una ragazza che incontrandosi e parlando fra loro, giorno dopo giorno, scoprono improvvisamente che la conversazione fluisce spontanea, riescono facilmente a  confidarsi cose che non avevavo osato dire a nessun altro. Il loro cuore si è aperto, l’amore è in arrivo. Anche l’attrazione fisica, che sicuramente c’è, viene resa manifesta  in stretta dipendenza dal progresso dei loro sentimenti, l’uno per l’altra (fino alla fine del film si tratta comunque di baci e affettuosità generiche). Per Lara possiamo addirittura parlare di senso del pudore. Lei sa bene che le vacanze invernali sui campi di sci che farà tutta la classe sono state, per tante sue compagne, l’occasione per eccellenza per perdere la verginità e lei sta molto attenta ad evitare possibili tentazioni,  non perché non lo desideri ma perché lei e Peter non si sono ancora pienamente dichiarati. Ma il rapporto con Peter ha per Lara un significato ben più profondo: lei è afflitta da un’insicurezza esistenziale che non è solo attribuibile alla sua età ma alla perdita della madre in tenera età. Teme  che abbandonarsi pienamente all’amore verso un’altra  persona, dovrà, prima o poi, soffrire molto.  E’ proprio questo un altro aspetto, il potere trasformante dell’amore, che viene posto ben evidenza in questo racconto.

I rapporti familiari sono importanti per quell’età e veramente unica, nella produzione recente di film/serial sull’adolescenza,  è la perfetta intesa che hanno le tre sorelle (si percepisce che l’autore del racconto non poteva che essere una donna): tutte sono  sempre pronte ad immedesimarsi nei problemi delle altre e ad aiutarsi a vicenda.

I rapporti con i genitori sono altrettanto importanti per i due ragazzi, anche se vivono in famiglie ferite: Lara ha solo il padre mentre Peter solo la madre (il padre ha lasciato la famiglia per un’altra donna). Le espressioni di Peter sono severe nei confronti del genitore  e in nessun modo accetta la sua scelta, che lo ha molto ferito.

Molto bella è anche la figura del padre di Lara,che mantiene verso le tre figlie l’atteggiamento di un simpatico amico più che di un padre autoritario. Attento  osservatore delle sue figlie, riesce a cogliere cosa si cela dietro i loro cambiamenti di umore e si rallegra nel vedere Lara finalmente sorridente, ora che può aderire a un amore che è reale e non frutto di fantasia.

Un padre  risulta maldestro solo su temi come l’educazione sessuale (quando Lara parte per la sua settimana bianca con la scuola, non ha altra idea migliore che darle un pacco di preservativi). Ma su questo tema i genitori bravi sono pochi nella realtà e inesistenti nelle opere di fiction.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SIR-CENERENTOLA A MUMBAI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/25/2019 - 14:19
 
Titolo Originale: Sir
Paese: India - Francia
Anno: 2018
Regia: Rohena Gera
Sceneggiatura: Rohena Gera
Produzione: INKPOT FILMS IN COPRODUZIONE CON CINÉ-SUD PROMOTION
Durata: 99
Interpreti: Tillotama Shome, Vivek Gomber, Geetanjali Kulkarni

Ratna vive in un piccolo villaggio indiano e a 19 anni è rimasta vedova dopo solo due anni di matrimonio. Con l’impegno di mandare mensilmente una quota del suo salario ai suoceri, riesce a trasferirsi a Mumbai lavorando come domestica nella casa del giovane Ashwin che vive da solo, dopo che il suo matrimonio è andato a monte pochi giorni prima della cerimonia. Inizia questa strana convivenza, molto rispettosa per i rispettivi ruoli, in un paese dove la divisione in caste ha radici consolidate ma giorno dopo giorno i due si aprono alla confidenza: lei sogna di diventare una disegnatrice di moda mentre lui vorrebbe tornare negli Stati Uniti a fare lo scrittore: si trova a Dubai solo per l’impegno di dover sostituire il fratello maggiore, morto improvvisamente

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I due protagonisti sono campioni di un comportamento virtuoso che risulta non condizionato dalla classe sociale a cui appartengono
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La regista trova la forma narrativa giusta (ritmo lento, cura nei dettagli) per esprimere la progressiva intesa fra i due protagonisti
Testo Breve:

Lui è un giovane rampollo della ricca società indiana; lei, di origini umili,  è la sua cameriera. Il loro impossibile amore è l’occasione per mettere a nudo non solo le contraddizioni della società ma anche le virtù umane di cui entrambi sono dotati, con le quali riescono ad affrontare una difficile situazione

Ashwin ha ormai deciso di dichiarare il suo amore a Ratna, sapendo in cuor suo di essere ricambiato ma lei esprime tutta la sua perplessità per la differenza di casta che li separa. E poi aggiunge che sua madre ha dovuto sostenere la perdita del figlio maggiore e non può ricevere anche questo dolore dall’unico figlio maschio rimasto.

Ashwin confida al suo miglior amico la voglia di sposarsi con Ratna, ma riceve una risposta molto chiara: “mettiti nella sua prospettiva: le ricorderanno sempre che è una domestica, nessuno l’accetterà; se ci tieni a lei, se ci tieni davvero, lasciala perdere”. Il vero amore, cioè quello che cerca il bene dell’altro, può richiedere  anche il sacrificio dei propri sentimenti.

Sono sono due esempi della grande sensibilità d’animo che questo film riesce a mettere in luce.

Si potrà dire che questo film è quasi un pamphlet politico contro la divisione in caste ancora ben radicata in India (e questo in parte è vero); si potrà dire che si tratta di una romantica storia d’amore dove è proprio il loro amore sincero che li porta a tenerli  lontani  (e questo in parte è vero: ricorda in qualche modo In the mood for love) ma il vero valore del film è etico: i due protagonisti sono campioni di virtù  e se  è vero che stanno affrontando un problema legato alla discriminazione fra caste ancora esistente, con il bagaglio di virtù di cui dispongono, avrebbero potuto affrontare qualsiasi altro problema.

Ratna svolge con scrupolo il suo compito e si rifiuta di fare pettegolezzi riguardo al suo padrone; mette da parte il suo stipendio per consentire alla sorella minore di completare gli studi che lei non è riuscita a fare. Ashwin ha un alto senso della giustizia e della dignità di ogni persona e incoraggia Ratna perché anche lei possa realizzare i propri sogni, difendendola quando viene umiliata nella sua condizione servile. Anche lui ha i suoi sogni che vorrebbe realizzare ma persegue, come Ratna, un principio fondamentale, la propria feicità non potrà mai venir conquistata a danno della felicità altrui: ecco perchè aveva lasciato gli Stati Uniti per sostenere la famiglia quando il fratello maggiore era morto. E’ risultata centrata la decisione della regista di puntare, per il ruolo femminile, non su una smagliante stella di Bolliwood ma su una brava attrice non bella, per sottolineare che Ashwin si innamora sopratutto della bellezza dell sua anima.

Lo stile della regista  Rohena Gera al suo primo lungometraggio, è di estrema attenzione ai dettagli: il ritmo del racconto è lento, disseminato di gesti ripetitivi (Ratna che porta il vassoio della cena o della prima colazione al padrone, Ratna che risponde al telefono) perché l’impegno della regista non è quello di raccontare una grande storia ma la lenta evoluzione dei sentimenti e della comprensione reciproca dei due protagonisti.

Lo stesso tema della separazione fra caste non è spiegato ma significato attraverso una serie di episodi: Ratma che viene invitata ad uscire da un negozio di lusso, la reazione rabbiosa di un’ospite in casa di Ashwin qualdo lei le fa cadere il bicchiere: La “serva” andrà punita severamente e le verrà addebitato il costo del vestito che è stato macchiato. “Non si siederà mai a tavola con tua madre; non sa usare neanche forchetta e coltello” sottolinea l’amico di Ashwin, ricordando che solo le classi alte usano metodo occidentali. Ma forse la scena più espressiva è quella in cui noi siamo posti in soggettiva di Ratma mentre sta girando con un vassoio fra gli ospiti a un riunione ufficiale: tutti chiacchierano, non la degnano di uno sguardo, e prendono o non prendono meccanicamente ciò che si trova sul vassoio.

Anche il tema della condizione femminile in India viene afffrontato dalla regista ma questa volta senza prendere una posizione netta: se è vero che la sorella di Ratma decide di sposarsi con un uomo scelto dai suoi genitori senza neanche averlo visto, se Ratma, come vedova, è ostaggio della famiglia dei suoi suoceri ed è costretta a versar loro un contributo mensile, è anche vero che la regista non lesina uno sguardo critico alle donne dei quartieri alti che abusano della loro libertà: bevono nei locali notturni e si concedono di passare una notte con un uomo che hanno appena conosciuto. Lo stesso episodio iniziale del film (Ashwin annulla la cerimonie di nozze all’ultimo momento perché ha scoperto che la sua fidanzata lo tradiva con un altro) rinforza la verità che Rohena Gera vuole sottolineare: il comportamento di una persona adulta non è condizionata dalle tradizioni della nella sua società, nè la libertà conquistata è garanzia per un comportamento corretto: conta solo l’intimo convincimento della singola persona e un comportamento virtuoso in ogni situazione che la vita ci pone davanti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MATRICOMIO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/12/2019 - 08:25
 
Titolo Originale: Il matricomio
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Jack Alvino, Valentina Aurino
Sceneggiatura: Jack Alvino, Valentina Aurino
Durata: 6 stagioni su Facebook/ilmatricomio e su Youtube
Interpreti: Jack Alvino, Valentina Aurino

Jack è un ingegnere, Vale una donna di casa (forse). Lui è appassionato di moto, lei sta molto attenta alla pulizia e all’ordine in casa. Lui è un flemmatico, lei è molto dinamica, a volte esplosiva. Ci sono tutti gli ingredienti per realizzare divertenti scenette sulla vita di coppia e mostrare come l’intesa si rafforzi proprio nel modo con cui tutto viene sempre riportato a unità

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lui e lei sono pienamente se stessi con i loro desideri, con i loro caratteri ma lo sono all’interno di una unità di coppia, dove tutto può essere affrontato, purché venga risolto per il bene di quella vita in comune nella quale essi trovano la ragione della loro esistenza.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Jack e Vale recitano benissimo (hanno fatto per anni teatro) e le sceneggiature sono sapientemente costruite. La qualità degli sketch è assolutamente professionale
Testo Breve:

In questa web serie, Jack e Vale sono marito e moglie che ci mostrano come possano venir felicemente superate le mille discussioni di ogni giorno tipiche di una vita in due

E’ tempo che il nostro giornale si dedichi anche alle Web Serie, soprattutto quando, come nel caso di Matricomio, il tema sviluppato è quello del matrimonio e della famiglia.

Si tratta di rapidi sketch di due-quattro minuti dove si fronteggiano un marito e una moglie, Jack e Vale, nella divertente e ricca banalità di ogni giorno. Le puntate più cliccate si trovano su Youtube: una serie più ampia è reperibile su facebook/ilmatricomio (in tutto sono 90 puntate, dal 2016 a oggi).

Jack e Vale sono realmente marito e moglie da 14 anni, recitano molto bene (hanno fatto per anni teatro) e le sceneggiature sono sapientemente costruite. Ovviamente tutto questo non basta per dare ragione del loro successo (una loro puntata, La massaia estrema, ha avuto più di 12.000 visualizzazioni e 600 like): ciò che riescono a trasmetterci è il loro affiatamento: riescono realmente a farci entrare nella vita di una coppia che affronta problemi quotidiani che ognuno di noi può incontrare, ne nascono vivaci discussioni perché i punti di vista sono diversi ma poi viene sempre trovata la soluzione che soddisfa entrambi.

I temi trattati in prevalenza sono le diverse sensibilità, quella maschile e quella femminile con le quali viene percepita la realtà e gli incontri/scontri in tema di economia domestica. Ecco quindi che Vale non riesce ad attirare l’attenzione di Jack neanche quando ha cambiato pettinatura mentre lei nota subito che lui ha ridotto il pizzo. Un momento di cattivo umore di lei viene risolto da Jack con un complimento al vestito che lei indossa (ma questa scenetta potrebbe irritare le femministe più incallite). Scontati i battibecchi in termini di cura domestica: l’assunzione di una colf si risolve in un fallimento perché lei è molto scrupolosa e in fondo ci tiene a esser solo lei la responsabile della cura della casa. Non mancano puntate sulla loro intesa anche fisica: assistiamo, in una puntata, alla furba retorica con la quale lui convince lei ad indossare, per una serata, dei tacchi a spillo, molto più femminili delle solite ballerine o i metodi che riesce a escogitare lei quando non si sente disponibile a rispondere alle effusioni di Jack.

E’ chiara la filosofia di fondo di questi sketch: un lui e un lei che sono pienamente se stessi con i loro desideri, con i loro caratteri ma lo sono all’interno di una unità di coppia, dove tutto può essere affrontato, purché venga risolto per il bene di quella vita in comune nella quale essi trovano la ragione della loro esistenza.

Dalla visione del loro lavoro, ormai triennale, dispiacciono un pochino solo due cose: che la vita di coppia non viene estesa alle problematiche della gestione di figlio (ma questo sarebbe un ciclo di puntate sostanzialmente differente) e che nei loro contrasti, che si risolvono sempre con una riappacificazione, non ci siano a volte gesti di affetto, conferme del loro reciproco amore (ma forse un po’ di pudore giova a ricordare che la coppia è reale e che l’amore è vero, non costruito per l’occasione)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GIOCHI DI POTERE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/25/2019 - 13:44
 
Titolo Originale: Backstabbing for Beginners
Paese: Usa/ Danimarca/ Canada
Anno: 2018
Regia: Per Fly
Sceneggiatura: Daniel Pyne e Per Fly
Produzione: CREATIVE ALLIANCE, EYEWORKS SCANDI FICTION, HOYLAKE CAPITAL, PARTS AND LABOR, SCYTHIA FILMS, WATERSTONE ENTERTAINMENT
Durata: 108
Interpreti: Theo James, Ben Kingsley, Belçim Bilgim, Jacqueline Bisset

New York, 2002. Cresciuto con il mito del padre diplomatico, ucciso nell’attentato all’ambasciata americana di Beirut del 1986, il figlio d’arte Michael Sullivan abbandona la pur promettente carriera di investitore finanziario e corona il sogno di farsi assumere alle Nazioni Unite. Ottenuto l’incarico di primo assistente del sottosegretario Pasha, si trova a bordo del programma Oil for Food, operazione dell’ONU volta a reinvestire in aiuti umanitari i profitti derivanti dalla vendita del petrolio iracheno. Sin dal primo giorno di lavoro Michael intuisce di dover abbandonare le sue idealistiche aspirazioni per imparare alla svelta, invece, le amare regole non scritte della diplomazia internazionale. A fargli da mentore è l’ambiguo Pasha, che lo vuole al suo fianco nell’incandescente Bagdad, dove Michael si trova al centro di una rete di ricatti, omicidi e manipolazioni in cui non saprà più di chi fidarsi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Che si possa diventare adulti e perdere l’innocenza senza per questo compromettere la propria etica ma anzi rinforzandola, è il bel messaggio che comunica questo film.
Pubblico 
Adolescenti
Scene di tensione psicologica e di violenza; una breve scena a contenuto sessuale, non esplicita
Giudizio Artistico 
 
Nonostante un paio di debolezze narrative, il film resta un documento interessantissimo di eventi realmente accaduti
Testo Breve:

Nel 2002, un giovane diplomatico delle Nazioni Unite è ingaggiato nel programma Oil for Food, volta a reinvestire in aiuti umanitari i profitti derivanti dalla vendita del petrolio iracheno. In realtà si troverà al centro di una rete di ricatti e omicidi. Tratto da fatti realmente accaduti

Si aspettava Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda e si trova invece Il principe di Machiavelli. Potrebbe riassumersi così il cupo film del regista danese Per Fly, tratto dall’autobiografia di Michael Soussan Backstabbing for Beginners. My Crash Course in International Diplomacy, dove “Backstabbing for Beginners” si può tradurre con “pugnalate alla schiena per principianti”. La trama si serve degli ingredienti del film di spionaggio per raccontare lo scandalo di Oil for Food, operazione dalla complicata gestione che sotto l’egida delle Nazioni Unite permise agli speculatori di mezzo mondo di dividersi una gigantesca torta miliardaria a base di greggio e in cui a farne le spese furono – oltre che la stessa ONU per la figuraccia internazionale – soprattutto il popolo dell’Iraq, privato dei mezzi di sostentamento che il programma avrebbe dovuto garantire.

C’è tutto quello che serve per costruire un buon film: il ventiquattrenne idealista che lascia il mondo della finanza per costruire qualcosa di buono a questo mondo. Il vecchio e scafatissimo diplomatico, teorico del relativismo morale, secondo cui “la verità non si basa sui fatti ma sul consenso generale”. Il Palazzo di vetro che dall’esterno sembra Camelot e dall’interno il castello di Macbeth. Una Bagdad “centro dell’universo” dove tutti ti guardano in cagnesco e i bambini muoiono di fame, ma anche “nuova Casablanca”, dove innamorarsi di una interprete kurda indifesa e seducente. E poi i sicari cattivi che ti circondano e minacciano in pieno deserto, una chiavetta contenente un file criptato con una lista di pezzi grossi coinvolti nell’affaire, l’agente della CIA che ti spinge a tradire l’unico di cui ti fidi ancora. Jacqueline Bisset nel ruolo di una funzionaria destinata a pagare la sua integrità. La stampa libera come ultimo baluardo della democrazia. Lo sguardo sgomento di Kofi Annan (“un bambolotto”, secondo la caustica definizione di Francesco Cossiga) che a fine corsa è costretto a vuotare il sacco. Infine, la forza del singolo e delle sue scelte che naviga controvento perché sicuro della direzione.

Da un punto di vista cinematografico, due grosse pecche: nella prima parte la voce narrante del protagonista è troppo invadente. Nell’ultima parte il climax arriva troppo presto e il terzo atto non fa che ripetere scene e concetti già precedentemente esposti.

Nonostante queste debolezze narrative, resta il documento interessantissimo di un insider che non solo ha attraversato tutto il labirinto della politica imparandone a sue spese le regole, ma è stato anche capace di uscirne vivo senza rimetterci l’onore. Che si possa diventare adulti e perdere l’innocenza senza per questo compromettere la propria etica ma anzi rinforzandola, è un bel messaggio da comunicare alle tribù dei cinici che affollano le arene del dibattito pubblico.

Inoltre, sia pur non intenzionalmente detta, emerge tra le righe la verità che la pace “come la dà il mondo”, i cui trattati sono stipulati sempre sul sangue dei vinti, non è mai un buon affare con effetti duraturi. Nessun sistema politico, neanche il più democratico e rispettabile, sarà mai ultimamente salvifico. Con “buona pace” delle risoluzioni ONU, per salvare l’uomo ci vuole una fede.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE INVISIBILI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/20/2019 - 19:42
 
Titolo Originale: Les Invisibles
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Louis-Julien Petit
Sceneggiatura: Louis-Julien Petit, in collaborazione con Marion Doussot, Claire Lajeunie
Produzione: ELEMIAH
Durata: 98
Interpreti: Audrey Lamy, Corinne Masiero, Noémie Lvovsky, Sarah Suco, Déborah Lukumuena

Donne senza tetto si ritrovano ogni mattina pronte a vivere la loro giornata al centro diurno Envol. E se un giorno dovessero chiuderlo?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un centro sociale, alcune donne hanno fatto della loro esistenza una continua e ripetuta oblazione alle donne senza tetto di Parigi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Successo al box office in Francia, Le invisibili è una brillante commedia sociale. Si sorride, si ride e ci si commuove.
Testo Breve:

Le invisibili sono senza tetto, senza legami familiari e si ritrovano tutte ogni mattina in un centro sociale a Parigi. Un film sociale narrato con l’umanità di Ken Loach e con l’ironia di Quasi amici

Diversa è la loro religione, la loro storia, il loro carattere, il loro bagaglio professionale, ma uguale è la loro solitudine. Sono senza tetto, senza legami familiari e si ritrovano tutte ogni mattina nel piazzale antistante il centro Envol, lo spazio diurno che a Parigi ospita, prima che arrivi la notte, le clochard. Le accoglie offrendo loro doccia calda, colazione, biglietti dell’autobus e tutto ciò che potrebbe contribuire alla cura personale.

Le chiamano invisibili perché sono invisibili alla società e alla polizia, che costruisce ostacoli e distrugge tendopoli. Lo fa consapevolmente perché queste donne potrebbero usufruire di un centro notturno, ma non lo fanno perché lì non si sentono a casa. L’ispirazione del film di Louis-Julien Petit prende corpo da Sur la route des invisibles, il libro scritto da Claire Lajeunie, che è diventato poi (per la stessa regia di Lajeunie) il documentario Femmes Invisibles - Survivre à la rue).

Queste storie vere meritano, anche nella finzione, donne reali: tutte le clochard (tranne Sarah Suco) non sono professioniste del set, ma sono senza tetto che il regista ha voluto conoscere e incontrare frequentando per un anno diversi centri di accoglienza in Francia. Ha raccolto le loro storie e scelto poi le attrici.

Non sono però le uniche invisibili del lungometraggio. Invisibili infatti sono anche le dirigenti del centro Envol. Sono donne che hanno fatto della loro esistenza una continua e ripetuta oblazione alle clochard. Hanno, in alcuni casi, limitato la loro vita fuori dal lavoro o hanno, senza la necessaria condivisione, costretto i familiari a scegliere quello che volevano. Spesso non hanno nessuno al loro fianco o sono in crisi con il marito. All’inizio della storia tutta la loro vita sembra avere senso solo se si lavora al centro diurno. Quando un giorno il Comune di Parigi, che stanzia i fondi per le strutture di accoglienza, minaccia di chiudere Envol, una di loro, Audrey, ha un’idea.

Queste donne senza tetto avevano prima di perdere tutto, un lavoro, un’esperienza, una competenza. Non sarà perciò la via giusta quella di sostenerle, aiutarle, per far emergere la giusta grinta per ottenere un lavoro o una segnalazione in un’azienda?

Successo al box office in Francia, Le invisibili è una brillante commedia sociale. Si sorride, si ride e ci si commuove. Come nelle commedie americane di successo (a tratti ricorda il francese Quasi amici), che rassicurano e non fanno perdere la speranza anche quando c’è tensione, questo film è pieno di dettagli ironici. Le stesse donne senza dimora hanno, per presentarsi, nomi celebri di persone di successo come Edith Piaf e Brigitte Bardot, Lady D a Brigitte Macron. Volutamente, per sottolineare ancora di più la forza della commedia, non c’è come nei film d’autori europei, la costruzione di una messa in scena povera e trasandata. C’è però un sincero lavoro sulle dinamiche psicologiche di ogni personaggio uniti tutti da una condizione, fil rouge che accomuna senza tetto e assistenti sociali: la solitudine non appartiene alla condizione sociale, ma è uno stato che appesantisce l’esistenza quotidiana e che può essere superato solo quando lo sguardo verso l’altro diventa autentico.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA GIUSTA CAUSA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/04/2019 - 08:14
 
Titolo Originale: On the Basis of Sex
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Mimi Leder
Sceneggiatura: Daniel Stiepleman
Produzione: AMBLIN PARTNERS, GORDONSTREET PICTURES, ROBERT CORT PRODUCTIONS
Durata: 120
Interpreti: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Kathy Bates

Alla fine degli anni ’50, Ruth Bader Ginsburg, già sposata e con una figlia piccola, è una delle prime donne ad esser iscritta alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Harward. La sua vita non è facile perché l’ambiente universitario è ancora pieno di pregiudizi nei confronti delle donne e inoltre suo marito si è gravemente ammalato. Lei inizia così a frequentare in parallelo anche le lezioni del secondo anno, dove suo marito è iscritto, per permettergli di studiare. Una volta laureata, non riesce a trovare un solo studio di New York disposta ad accettare una donna come avvocato. Rassegnata, diventa professoressa universitaria e insegna una materia che le sta molto a cuore: le discriminazioni in base al sesso che le leggi di quel tempo ancora convalidavano…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un marito e una moglie riescono sempre a spalleggiarsi anche nei momenti più difficili. La virtù della fortezza di Ruth che non si lascia scoraggiare ma si batte per dei principi che ritiene giusti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura molto ben costruita riesce ad sviluppare una storia basata su un conflitto di idee senza mai riuscire a stancare
Testo Breve:

La storia vera di Ruth Bader Ginsburg, fra le prime donne a laurearsi in legge, che dovette superare tutti i pregiudizi del tempo nei confronti della donne fino a diventare un giudice costituzionale Un interessante storia di idee e di una famiglia affiatata

Può interessare la storia di due primi della classe, marito e moglie, appassionati di legge, (lei prima nel suo corso ad Harward e prima in quello alla Columbus, lui uno dei più giovani e brillanti avvocati tributari di New York) che passano il tempo a dibattere questioni di legge?

Può appassionare un film che sembra scritto per degli avvocati o dei giudici, dove si entra nel dettaglio, nelle sue due ore di durata, dei meccanismi che regolano la giurisprudenza americana?

Il film ci riesce, perché ci racconta anche la storia di una famiglia molto affiatata, dove marito e moglie si sostengono a vicenda con convinzione, nella buona e nella cattiva sorte e perché riesce ad appassionarci alle difficoltà che affronta Ruth, una donna di indubbio talento, per “scalare la montagna”, cioè riuscire a smontare pezzo per pezzo, le centinaia di leggi (in U.S.A. si applica la common law, quindi non c’è un codice di riferimento) che ancora negli anni ‘70,  stabilivano diversi diritti e doveri in base al sesso.

Il personaggio di Ruth è molto ben tratteggiato (un po’ meno quello del marito), il film è la biografia romanzata di un noto giudice donna della corte costituzionale (compare brevemente alla fine del film) della quale viene mostrato il cuore indomito nelle tante battaglie affrontate ma anche l’equilibrio di saper riconoscere quando è inutile insistere e di accontentarsi di una piccola vittoria al momento invece di desiderare tutto subito.

Il film è interessante, oltre che per la bella storia in sé, anche perché solleva problematiche che è giusto dibattere: ne citiamo solo due.

Di fronte a una causa difficile da vincere, la si affronta perché si è convinti dei principi che si vogliono difendere o piuttosto perché è un’occasione irrinunciabile per raggiungere la notorietà da tanto tempo desiderata? In effetti è proprio questa l’accusa che gli avversari rivolgono a Ruth, per scardinare le sue tesi. È inutile dire che non c'è una risposta univoca ma nel caso di Ruth la sceneggiatura dà una risposta chiara: occorrono entrambi, giusti principi e una giusta ambizione. Il riconoscimento del principio di parità uomo-donna davanti alla legge era molto difficile da perseguire e lei è stata la persona giusta, perché occorreva tutta la determinazione e la sicurezza di cui era dotata, che le scaturiva dalla sua profonda preparazione.

Più delicato è l'altro tema: fino a che punto si può dire che l’uomo e la donna siano per natura diversi e che quindi la legislazione deve riflettere questa complementarietà oppure debbono avere gli stessi diritti e accedere alle stesse opportunità? Gli avversari di Ruth disegnano scenari apocalittici: prevedono bambini trascurati, mamme in ufficio o alla catena di montaggio, uomini e donne che competono per lo stesso lavoro, riduzione dei salari a causa della maggiore concorrenza, aumento dei divorzi e lo sgretolamento dei fondamenti della società americana. Ruth è stata pronta a rispondere: quando studiava all’università di Harward non c’erano neanche i bagni per le donne; sul lavoro non potevano fare gli straordinari e i giudici erano solo dei maschi.

Il film presenta una risposta chiara a questi dubbi. le leggi debbono seguire l’evoluzione della società. C’è uno stretto legame fra la legge e la cultura di un popolo e i giudici debbono adeguarsi, non certo alle mode correnti (né tanto meno anticiparne di nuove) ma alle onde lunghe dell’evoluzione dei costumi. In effetti Ruth riuscì a vincere la sua prima causa contro le discriminazioni uomo-donna solo negli anni ’70, nel pieno delle contestazioni studentesche.

Il limite della legge è proprio questa: cessa di difendere dei principi quando questi non sono più rispettati dalla maggioranza. Il modo con cui ogni singolo individuo, nel caso specifico una donna, possa riuscire a conciliare le mansioni che derivano dalla sua natura, in particolare partorire e allevare figli e svolgere lavori anche onerosi al pari di un uomo, viene lasciato alla coscienza del singolo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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