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HARRY POTTER E L'ORDINE DELLA FENICE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/19/2010 - 11:46
 
Titolo Originale: Harry Potter and the Order of the Phoenix
Paese: USA /Gran Bretagna
Anno: 2007
Regia: David Yates
Sceneggiatura: Michael Goldenberg
Produzione: Warner Bros. Pictures/Heyday Films
Durata: 137'
Interpreti: Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson, Michael Gambon, Ralph Fiennes, Jason Isaacs, Gary Oldman, Imelda Staunton

Mentre trascorre le vacanze dai soliti insopportabili zii, Harry viene attaccato da un gruppo di Dissennatori. È solo l’inizio di un anno difficile, in cui Harry dovrà difendersi non solo dagli attacchi del redivivo Voldemort, ma anche dalla malignità di chi, per un calcolo politico, insiste a considerarlo un bugiardo. Mentre Hogwarts cade nelle mani della perfida inquisitrice Dolores Umbridge, Harry e i suoi amici si allenano in segreto a combattere le arti magiche dell’Oscuro Signore e dei suoi alleati. Ma un’inquietante profezia incombe e lo scontro finale avverrà proprio nei sotterranei del ministero della magia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lealta', amicizia, amore come forza per affrontare il nemico: i valori sempre espressi dalla saga;, solo che rispetto agli altri tutto suona un po' attaccato li' e non "organico
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene horror e di tensione suggeriscono un accompagnamento alla visione per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Sceneggiatore e regista, troppo presi dalla possibile metafora politica contenuta nel racconto, perdono spesso di vista il senso del meraviglioso che è la cifra stilistica di Harry Potter
Testo Breve:

Ancora un film ad alta spettacolarità ma delude la mancanza del senso del meraviglioso, che è la cifra stilistica della serie, a vantaggio di una metafora politica che è diventata prevalente

Spinto dall’aspettativa spasmodica per l’uscita imminente dell’ultimo libro della serie, questo nuovo capitolo della saga cinematografica di Harry Potter ha battuto nei primi giorni di uscita vari record di incassi in Usa e nel mondo. Eppure, per molti versi, si rivela una grossa delusione per chi ha amato gli episodi precedenti. Non si tratta solo della lunghezza contenuta (è il film più breve della serie a fronte di un volume di oltre settecento pagine), che inevitabilmente costringe a tagli consistenti sul plot originale, e del look generale non sempre convincente (si inizia con un’aria da episodio di Ai confini della realtà, si continua come in una pellicola indipendente degli anni Sessanta e, prima di tornare ai rassicuranti corridoi di Howgarts si passa per i sotterranei del Ministero della Magia, che, con i loro riquadri profilati di bianco, paiono fatti apposta per uno scontro in stile videogioco).

 

Sceneggiatore e regista, troppo presi dalla possibile metafora politica contenuta nel racconto, perdono spesso di vista il senso del meraviglioso che è la cifra stilistica di Harry Potter e che fin dall’inizio gli ha attirato milioni di fan e riducono spesso gli atti di magia a semplici attrezzi del mestiere, armi potenti ma non molto più affascinanti di un kalashnikov.

 

Anche in questa quinta avventura, che pure programmaticamente è più oscura e tragica delle precedenti (la Rowling, incurante delle lacrime dei suoi lettori, inizia a mietere vittime tra i personaggi principali), a guidare le azioni e le scelte dei protagonisti è il mistero legato ad una profezia che riguarda Harry e l’Oscuro Signore, a cui è legata la vittoria contro le forze delle tenebre e che affonda il proprio significato nel giorno della nascita di Harry.

 

Nel film, purtroppo, la profezia è relegata alla pur suggestiva sequenza finale e perde molto del suo ruolo e del suo fascino (errore ancora più grave dato che questo elemento avrà un ruolo fondamentale nel prosieguo della saga), facendo sì che si perda il senso e l’importanza di molti episodi e indebolendo il ritmo della narrazione, cui non mancano in realtà diversi momenti spettacolari ed entusiasmanti (le cavalcate in sella alle scope o a strani cavalli volanti verso Londra, la lunga battaglia finale tra Silente e Voldemort) e momenti di “culto” (il primo bacio di Harry).

 

Peccato che a sceneggiatore e regista interessi di più mostrare i maneggi del Ministro che manovra i tribunali contro un ragazzino innocente, imbavaglia la stampa per relegare il ritorno di Voldemort ad una menzogna e, temendo la concorrenza di Silente, impone prima una stretta censura e poi un controllo totale sulla scuola di magia, con metodi che dovrebbero essere un incrocio tra una (presunta) Inquisizione e i Servizi Segreti deviati. Così Harry e i suoi amici, che conoscono bene la realtà della minaccia che incombe, mettono su un “esercito privato” che si autodefinisce l’Esercito di Silente e che si allena in una fantastica Stanza delle Necessità,

 

La Rawling ha ammesso senza difficoltà di aver cercato, soprattutto nei suoi ultimi volumi, di tradurre le inquietudini di una giovane generazione che ha imparato suo malgrado a convivere con il terrore di un nemico maligno, oscuro e inafferrabile, di cui si fatica perfino ad ammettere l’esistenza.

 

Saltano subito, tuttavia, le analogie semplicistiche e sempliciotte che vorrebbero vedere nello sciocco ministro Caramel e nella sua longa manus Dolores Umbridge una trasparente metafora del Governo Americano e del suo Patriot Act con annesse violazioni dei diritti civili e interrogatori proibiti sui prigionieri. Tanto varrebbe associarli a chi, anche dopo l’11 settembre 2001, ha continuato ad attribuire alla CIA anziché al terrorismo islamico, l’attentato contro le Torri Gemelle.

 

Forse, appunto, il film avrebbe funzionato al meglio se avesse rinunciato a questa accentuazione eccessiva di chiavi di lettura di per sé sufficientemente suggestive nella loro pluralità di senso, prendendosi più tempo per approfondire nuovi personaggi (la memorabile e svampita Luna Lovegood, la perfida Bellatrix Lestrange) e raccontare frammenti del passato che emergono a tratti e che diventeranno centrali nei prossimi capitoli.

 

Così com’è la pellicola risulta avvincente ma ricca più di promesse che di effettive realizzazioni. E mentre Harry si avvia a combattere una battaglia che si fa sempre più temibile, privato anche nell’ultimo sogno di avere una famiglia come tutte, noi spettatori, grandi e piccoli, ci auguriamo che nel futuro ci sia chi sappia restituirci tutto lo stupore della magia che ci aveva incantato.

 

 

 

Elementi problematici per la visione: alcune scene horror e di tensione suggeriscono un accompagnamento alla visione per i più piccoli.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Italia 1
Data Trasmissione: Sabato, 13. Giugno 2015 - 21:10


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HARRY POTTER E IL PRIGIONIERO DI AZKABAN

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/19/2010 - 11:23
 
Titolo Originale: Harry Potter and the prisoner of Azkaban
Paese: USA
Anno: 2004
Regia: Alfonso Cuaròn
Sceneggiatura: Steve Kloves
Durata: 141'
Interpreti: Daniel Radcliffe (Harry Potter), Rupert Grint (Ron Weasley), Emma Watson (Hermione Granger)

 Emozionante e intrigante come il romanzo, la terza pellicola di Harry Potter si distacca dalle due precedenti grazie alla regia attenta e curata fino all’ultimo particolare di Alfonso Cuaròn (Y tu mama tambièn). Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è il più riuscito adattamento della fortunata serie creata da Joanne Rowling: lo spettatore si trova immerso nel mondo di Howgarts e scopre altri particolari della vita e della famiglia del piccolo mago.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La famiglia e l'amicizia
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per un bambino dai 5 ai 7 (anche se ha già letto il romanzo) la visione dei Dissennatori può lasciare un’ombra di inquietudine: si consiglia una spiegazione precedente alla proiezione del film
Giudizio Artistico 
 
Regia attenta e curata

Ormai tredicenne Harry Potter scappa di casa, dopo aver trasformato la zia antipatica Marge in un palloncino, e grazie al Nottetempo, un autobus fantastico che si muove all’interno della città di Londra non visto dalle macchine dei babbani (sono definiti così gli umani), arriva al Paiolo magico, un pub noto ai maghi. Lì scoprirà di essere in pericolo perché Sirius Black, mago accusato di aver tradito i suoi genitori, è scappato dalla prigione di Azkaban e ha intenzione di cercarlo.

Il tema dell’adolescenza nella sua forma del coraggio e dell’imprudenza è approfondito e più scandito in questo film: Harry non è più il solito mago che trasforma la vendetta in semplice ribellione e usa della bacchetta, ma, rimanendo imprudente, elabora la sua ira e cerca di conoscere la storia di Sirius Black e di non colpire per il gusto di colpire. L’unica debolezza di questa pellicola è che Harry, a differenza del romanzo, incontra meno ostacoli e quando li affronta riesce a salvarsi subito: l’azione del protagonista nelle scene di maggior tensione iniziano e si concludono subito. Purtroppo…ma per gli amanti di Harry Potter la magia di questo film è che ogni particolare fantastico creato dalla penna della Rowling viene trasformato in realtà: dalla mappa del malandrino all’ippogrifo, dai Dissenatori (le guardie della prigione di Azkaban)  ai mollicci (esseri che quando ti incontrano si trasformano in ciò che tu temi di più). Da non perdere.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: PREMIUM CINEMA
Data Trasmissione: Mercoledì, 20. Maggio 2020 - 21:15


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HARRY POTTER E IL CALICE DI FUOCO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/19/2010 - 10:40
 
Titolo Originale: Harry Potter and the Goblet of Fire
Paese: USA
Anno: 2005
Regia: Mike Newell
Sceneggiatura: Steve Kloves da un romanzo di J. K. Rowling
Produzione: David Heyman e Tanya Seghatchian per 1492 Pictures/Heyday Films/Warner Bros
Durata: 150'
Interpreti: Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Michael Gambon, Alan Rickman, Ralph Fiennes, Meggie Smith, Miranda Richardson, Robbie Coltrane, Brendan Gleeson

Il quarto anno di Harry Potter ad Hogwarts comincia nel peggiore dei modi: durante la finale della Coppa del mondo di Quidditch, infatti, sono ricomparsi i Mangiamorte, gli antichi seguaci di Voldemort. E quando il nome di Harry finisce inspiegabilmente tra quello dei campioni che si affronteranno nel pericolosissimo Torneo Tremaghi, sono in molti a non credere in una coincidenza. Ma a turbare i giorni di Harry e dei suoi amici Ron ed Hermione non bastano i pericoli, ci sono anche i primi turbamenti amorosi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tema costante nella saga del piccolo mago Harry Potter, è l’idea che l’arma più forte di fronte al male ancor più che la Magia, sia proprio l’Amore.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una certa dose di puro horror le a forte tensione che percorre l’intera pellicola consigliano di escludere i bambini più impressionabili
Giudizio Artistico 
 
La storia è resa con una straordinaria abilità di invenzione visiva e con effetti speciali stupefacenti

Harry Potter cresce e con lui crescono i suoi problemi: Voldemort torna alla vita grazie all’aiuto di Codaliscia, un tempo amico del padre di Harry, poi traditore e servo dell’oscuro signore. Grazie alla sua collaborazione e quella di un insospettabile spia introdottasi all’interno della scuola di magia di Hogwarts, Voldemort ordisce un complesso piano che gli permetterà di riacquistare l’esistenza fisica proprio grazie al sangue dell’unico essere umano sopravvissuto ad un suo attacco, Harry, appunto.

Con il Calice di fuocoJ.K. Rowling si stacca dalla struttura che aveva accomunato i primi tre volumi della serie: al tradizionale torneo di Quidditch, in cui Harry aveva dimostrato la sua abilità in sella ad una scopa, si sostituisce il ben più rischioso Torneo Tremaghi, che mette in competizione i “campioni” delle tre scuole di magia più famose al mondo: Hogwarts, appunto, ma anche la francese (e femminile) Beaux Batons e la bulgara Durmstrang, nelle cui fila troviamo il giovane campione di Quidditch Viktor Krum. Il mondo squisitamente inglese della saga si apre, quindi, ad una dimensione internazionale, anche se lo fa sfruttando con ironia gli stereotipi più classici d’Oltremanica sugli stranieri: le francesi sono belle e vezzose, i bulgari grandi e grossi parlano come le spie del KGB dei film di James Bond e sembrano tutti lanciatori di pesi.

Nel cast, la solita carrellata di star teatrali ed hollywoodiane (qui si aggiunge il malefico Voldemort di Ralf Fiennes, mai così a suo agio ad incarnare il male dai tempi di Schindler’s List), accanto ai giovani protagonisti che riescono, nonostante il divario crescente tra età anagrafica e cinematografica, a dare credibilità ai loro personaggi.

La storia, ancor più che nei precedenti “episodi”, è resa con una straordinaria abilità di invenzione visiva; il realismo magico delle scenografie, gli effetti speciali stupefacenti (basti vedere le scene sottomarine e quelle dello scontro con il drago), i movimenti di macchina che assecondano anche le scene più fantastiche e ardite rendono questo Harry Potter una vera festa per gli occhi.

A mettere mano a questa avventura c’è finalmente un regista inglese, il Mike Newell di Quattro matrimoni e un funerale, che si dimostra, non a caso, molto abile a maneggiare con umorismo e leggerezza il nuovo elemento sentimentale che si introduce nella già complicata vita del giovane mago. I protagonisti, infatti, hanno raggiunto i 14 anni, il momento delicato in cui si comincia a guardare a quello (o quella) che fino a poco tempo prima era un semplice compagno di avventure come qualcosa di completamente diverso, ignoto e potenzialmente pericoloso. Anche se di solito i ragazzi si mostrano molto meno svegli nel comprendere le implicazioni della nuova situazione, come il povero Ron, che commette l’errore di sottovalutare le attrattive di Hermione, e soprattutto di considerarla una specie di “uscita di sicurezza” nell’ordalia degli inviti al ballo (elemento topico della vita scolastica anglosassone, ma il dramma dello scegliere e di (non) essere scelti è comune ad ogni adolescente), salvo poi arrabbiarsi quando la vede a fianco del campione bulgaro. Le prime cotte sono gioie e dolori (più i secondi, al vero, per il povero Harry), ma sono anche una tappa inevitabile del passaggio dall’infanzia all’età adulta e, tutto sommato, servono a ribadire i valori fondamentali: l’amicizia, appunto, la lealtà, la “tempra morale”, come la chiama Silente.

La Coppa Tremaghi è una sfida molto pericolosa (un po’ troppo pericolosa anche in tempi meno oscuri, verrebbe da pensare, visto che sono coinvolti studenti minorenni, anche se dotati di poteri magici) ma, come sottolinea il preside Silente, è anche un’occasione per i ragazzi di fare nuove amicizie, di stringere legami che saranno la loro migliore difesa contro le tempeste che si addensano sul loro futuro.

In effetti, se c’è un tema costante nella saga del piccolo mago Harry Potter, è proprio l’idea che l’arma più forte di fronte al male ancor più che la Magia, sia proprio l’Amore, quello di una madre che dà la propria vita per suo figlio, o quello di un amico pronto a starti a fianco in ogni difficoltà. Un aspetto dei volumi della Rowling che gli autori cinematografici hanno saputo valorizzare, compiendo un ottimo lavoro di adattamento e taglio sul corposo romanzo dell’autrice inglese.

A questi elementi leggeri, il film affianca una bella dose di puro horror, che ha indotto i censori americani a consigliarne la visione con accompagnamento adulto ai minori di 13 anni. In effetti, scene come quella dell’arrivo dei Mangiamorte, dello scontro tra Harry e Voldemort nel cimitero, con la morte brutale e improvvisa di Cedric Diggory, e in generale la forte tensione che percorre l’intera pellicola, potrebbero risultare impegnative per un pubblico più giovane; la sensazione, però, è che gli autori abbiamo saggiamente voluto far crescere il proprio pubblico insieme al loro protagonista, mettendolo di fronte a nuove sfide, soprattutto quella, inevitabile, del confronto con la morte e sul suo significato, un elemento qui introdotto appena, ma che diventerà ancora più importante nei capitoli successivi.

 

Elementi problematici per la visione: qualche scena con elementi horror potenzialmente impressionanti. Negli USA si consiglia la visione con accompagnamento adulto per i minori di 13 anni.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: ITALIA 1
Data Trasmissione: Sabato, 23. Marzo 2013 - 21:10


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L'ultimo dominatore dell'Aria

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 13:33
 
Titolo Originale: The last Airbender
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: M. Night Shymalan
Sceneggiatura: M. Night Shymalan
Produzione: Scott Aversano, Frank Marshall M. Night Shymalan per Blinding Edge Pictures/The Kennedy/Marshall Company/ Paramount Pictures
Durata: 103'
Interpreti: Dev Patel, Noah Ringer, Jackson Rathbone, Nicola Peltz

In un mondo diviso in quattro nazioni, ciascuna con il dominio di un elemento (Acqua, Aria, Fuoco e Terra), a garantire l’equilibrio è l’Avatar, unico a poter comunicare con gli spiriti e controllare tutti gli elementi. Ma da cento anni l’Avatar è scomparso e la nazione del Fuoco porta la guerra in tutto il mondo senza trovare oppositori. L’arrivo di un bambino misterioso, Ang, su cui tutti vogliono mettere le mani, cambierà le cose…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una versione annacquata di metafisica e di cosmologia buddista, con tanto di reincarnazioni, meditazione, distacco, Yin e Yang, in tutto per la verità buttato lì in maniera insieme didascalica e confusa.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di combattimento impressionante per i più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
I combattimenti a base di arti marziali sono lenti e modesti, quelli che sfruttano le abilità di dominatori degli elementi dei protagonisti un po' deludenti. I protagonisti sono dotati di una psicologia elementare e a volte persino incoerente
Testo Breve:

Shamalyan, a suo tempo autore di film riuscito come Il sesto senso non si trova a suo agio nel realizzare un fantasy con scene di azione poco riuscite.

Chiunque non se la sappia cavare con le scene d’azione dovrebbe lasciar perdere il genere fantasy. E Shamalyan, a suo tempo autore di film riusciti come Il sesto senso, ci dimostra qui di non avere il gusto e la stoffa per questo genere di cose. I combattimenti a base di arti marziali sono lenti e modesti, quelli che sfruttano le abilità di dominatori degli elementi dei protagonisti un po’ deludenti (tranne quello finale del piccolo Ang, che solleva il mare in stile Antico Testamento) mentre al suo mondo alternativo, nonostante un 3D un po’ posticcio, manca il senso del meraviglioso cui ci hanno abituato la trilogia de Il Signore degli Anelli o di Narnia.

Gli si scuserebbe questa mancanza di mezzi tecnici se almeno fosse in grado di offrirci una storia affascinante e coinvolgente. Invece anche in questo il regista (che produce e scrive, ispirandosi a una serie di cartoni animati di Nickelodeon) fallisce miseramente.

I suoi protagonisti sono dotati di una psicologia elementare e a volte persino incoerente, a partire dal piccolo Avatar riluttante, per continuare con i suoi compagni di viaggio e con coloro che lo inseguono, il malvagio generale Jao e il tormentato principe Zukko, potenzialmente il personaggio più interessante della saga.

La sua back story di figlio rinnegato in cerca di riscatto viene raccontata, come molti altri particolari rilevanti della vicenda, in flashback confusi e antidrammatici, mentre la voce fuoricampo, un po’ invadente, della giovane Katara irrompe qua e là a raggiungere informazioni che potrebbero arrivare dentro la storia e non da fuori.

Con questo fantasy zoppicante Shamalyan sembra intenzionato a compiere la stessa operazione che a suo tempo John Travolta tentò con La guerra dei mondi, cioè di veicolare con una storia una vaga ideologia pseudo-religiosa. Là si trattava di Scientology, qui di una versione annacquata di metafisica e di cosmologia buddista, con tanto di reincarnazioni, meditazione, distacco, Yin e Yang, in tutto per la verità buttato lì in maniera insieme didascalica e confusa.

Il piccolo Avatar viene scelto, proprio come accade con il Dalai Lama, facendogli riconoscere degli oggetti appartenuti al suo predecessore (ovvero la sua precedente incarnazione) e cresce in mezzo a monaci arancione-vestiti, medita in posa da Illuminato e deve accettare il suo ruolo di salvatore dell’umanità superando le passioni di rabbia e vendetta.

Il problema è che Shymalan sembra aver rinunciato al sentimento e alle passioni nel suo stesso racconto, e tratta i suoi molti (troppi) personaggi più come i cartoni bidimensionali a cui si ispira che come persone, con il risultato che non ci si affeziona a nessuno di loro, mentre le lezioncine filosofiche finiscono per risultare pesanti per i bambini (gli unici a cui una struttura narrativa così elementare potrebbe piacere) e indigeste anche agli adulti.

La pellicola era evidentemente prevista come la prima di una serie, ma visti i modesti risultati al botteghino è probabile che la chiusa zoppicante e insoddisfacente segni la fine delle velleità del regista indiano in questo campo.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA FABBRICA DI CIOCCOLATO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 11:35
 
Titolo Originale: Charlie and the chocolate factory
Paese: USA/ GB
Anno: 2005
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura: John August, Pamel Pettler
Durata: 105'
Interpreti: Johnny Deep, Freddie Highmore, Helena Bonham Carter, Christofer Lee

Charlie vive con i suoi genitori e i quattro nonni in una misera casa non  lontano dalla fabbrica di cioccolato di Willy Wonka, la più grande del mondo. C'è molto mistero intorno alla fabbrica: da anni continua a produrre ma nessun operaio entra o esce da quel portone né alcuno ha più visto il suo ormai mitico proprietario. Finché un giorno la notizia: i 5 bambini che troveranno un biglietto d'oro nelle tavolette di cioccolato Wonka saranno invitati a visitare la fabbrica e lo stesso proprietario farà loro da guida.  Uno dei cinque riceverà alla fine  un regalo molto speciale. Charlie vorrebbe tanto partecipare ma sa di poter  ricevere una sola tavoletta all'anno,come regalo di compleanno...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Charlie, un bambino giudizioso che è disposto a vendere il suo biglietto d'oro per aiutare la famiglia è un piacere a vedersi...
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune atteggiamenti un po' crudeli verso dei bambini cattivi potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Tim Burton ha realizzato un film discontinuo: di grande impatto visivo, ben tratteggiato Charlie e la sua famiglia ma Wonka è un personaggio costruito a freddo, fra il trasognato e l' indifferente

L'ncipit del film è stimolante e carico di aspettative: sotto i titoli di testa e sotto la spinta di una musica sincopata assistiamo all'avanzare della produzione delle tavolette di cioccolata  in una fabbrica totalmente automatizzata, fino allo sciamare dei camion  lungo le strade di un quartiere con case tutte ben allineate,  molto assomigliante a un  sobborgo londinese . La parte successiva è ugualmente bella e molto Dickensiana: nella povera casa del piccolo Charlie (Freddie Highmore); l'unico locale  è disadorno, disordinato, con un lettone al centro dove stanno seduti i suoi quattro nonni mentre la mamma sta  cucinando sempre la stessa zuppa di cavolo. Il ragazzo per contrasto ha un evidente ordine interiore,  il sorriso è sereno e fiducioso, il vestito è  semplice ma pulito ed è intento a  preparare diligentemente i suoi compiti.
Nella parte centrale il film cambia tono: entriamo nella fabbrica dove Willy Wonka (Johnny Deep) fa da cicerone ai cinque bambini e ai loro accompagnatori. Qui il regista cerca di porre  gli spettatori  in atteggiamento di stupore man mano che ci vengono presentati i tanti  ambienti fantastici di cui è composto  l'edificio: si passa da una coloratissima campagna  dove tutto è commestibile e il fiume è di puro cioccolato (a metà fra il  Magodi Oz e Alice nel Paese delle meraviglie),  a un ambiente futuribile dove è possibile trasportare una tavoletta di cioccolato attraverso i canali televisivi (qui i riferimenti a 2001 Odissea nello spazio sono espliciti). E' proprio questa la parte più noiosa e ripetitiva del film: speriamo che almeno i più piccoli abbiano la capacità di stupirsi.
Non manca inoltre un certo tono di compiaciuta di crudeltà nei confronti di quattro dei cinque bambini ospiti (uno è goloso, un'altra è troppo viziata, un'altro è un violento videogioco-dipendente mentre l'ultima è prepotente e ambiziosa) che vengono tutti  fagocitati dalle macchine infernali . Come se non bastasse, appena un bambino scompare, inizia un balletto con relativa  canzoncina denigratoria  di tanti piccoli omini. tutti uguali, francamente insopportabile (queste sequenze sono state .meglio realizzate nel precedente film Willy Wonda e la fabbrica di cioccolato del '71)

Il Willy Wonka  interpretato da Johnny Deep, quindi un quarantenne  e inventato da Tim Burton (nel romanzo originale era un anziano a cui non piacevano i bambini)  è forse quello che ci lascia più perplessi: il look  pseudo eduardiano, il viso pallido e i capelli lunghi (ogni riferimento a Michael Jackson appare voluto) il tono affettato e distaccato verso i suoi ospiti, costituiscono singoli elementi  che sembrano far fatica a amalgamarsi in un personaggio compiuto che abbia un senso per la storia che viene narrata. Il regista, tramite flashback, cerca di dargli profondità umana  raccontandoci dei rapporti difficili con suo padre durante l'infanzia e di qui la scelta di dedicarsi  interamente a diventare un prestigioso e inventivo  pasticciere. 

Il film ha comunque un lieto fine sia per Charlie (sono tornati di moda i bambini bravi, sul tipo del maghetto Harry Potter) che per la sua famiglia, e anche l'androgino Willy (ma perché farlo assomigliare al discusso Michael Jackson proprio in una storia di bambini?) saprà ritrovare il senso della famiglia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: ITALIA 1
Data Trasmissione: Mercoledì, 30. Ottobre 2013 - 21:10


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ERAGON

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 10:40
 
Titolo Originale: ERAGON
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Stefen Fangmeier
Sceneggiatura: Peter Buchman dal romanzo di Christopher Paolini
Produzione: 20th Century Fox/Fox 2000 Pictures/Ingenious Film Partners
Durata: 108'
Interpreti: Ed Speleers, John Malkovich, Jeremy Irons, Sienna Guillory

Una volta il regno fantastico di Alagaësia prosperava grazie alla protezione dei Cavalieri dei Draghi, ma dopo che essi si sono distrutti tra loro in una guerra fratricida il paese deve subire la tirannia del malvagio re Galbatorix. Ma un giorno una strana pietra giunge in modo avventuroso tra le mani del giovane Eragon e da questa nasce un drago, Saphira, che elegge il ragazzo a suo cavaliere. Con l’aiuto di un misterioso cantastorie e di una principessa guerriera, Eragon abbraccerà il suo destino e combatterà per la libertà di Alagaësia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film non riesce a raggiungere una profondità tematica , se non un generico richiamo alla responsabilità verso se stessi e il proprio destino
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune intense battaglie che potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film vale soprattutto per l’efficacia degli effetti speciali, per l’entusiasmo delle sue premesse e l’ingenuità del suo svolgimento

i dieci maggiori incassi della storia del cinema la fanno da padrone i film fantasy: se si tolgono la trilogia del Signore degli Anelli, i film di Harry Potter e la seconda trilogia di Guerre Stellari (film di fantascienza che con il fantasy hanno molti elementi in comune) le piazze più alte del box office internazionale rimangono ben poco affollate.

È per questa ragione che negli ultimi anni, grazie anche all’evoluzione delle tecniche digitali che permettono effetti speciali prima inimmaginabili (qui l’animazione del drago Saphira, un vero e proprio personaggio, dotato di personalità ed espressione), il fantasy, dopo anni di relativa eclissi, è diventato un appuntamento costante delle vacanze natalizie ed estive.

uest’ultimo film nasce da un vero e proprio caso editoriale statunitense: l’autore del libro da cui è tratto, Christopher Paolini, era, all’epoca della pubblicazione, un ragazzino diciassettenne, cresciuto ed educato in casa a libri e cinema tra le montagne del Montana dai genitori. Il suo romanzo, pubblicato dapprima a proprie spese, è stato poi acquistato da un grande editore e ha venduto centinaia di migliaia di copie.

La pellicola, che semplifica parecchio la trama originale, mescola suggestioni da Tolkien e in generale dai classici fantasy (la presenza di nani ed elfi, un mentore misterioso che è più di quello che sembra, i draghi, un protagonista “qualunque” dal destino più grande di lui, ecc) ma anche da Guerre Stellari (i Cavalieri scomparsi come i Jedi, il tiranno di oggi che è uno dei protettori di ieri, una principessa in pericolo che chiama il protagonista all’avventura) con la sensibilità che ci si aspetta da un adolescente, che coglie innanzitutto gli aspetti spettacolari, ma non riesce a raggiungere la profondità tematica dei suoi antecedenti, se non un generico richiamo alla responsabilità verso se stessi e il proprio destino.

Il nucleo narrativo più interessante è di sicuro il rapporto tra il giovane apprendista cavaliere e il suo drago, che comunicano con il pensiero e sono legati da un filo che giunge fino alla morte (un cavaliere può sopravvivere al suo drago, ma non è vero il contrario).

La scelta del protagonista, tuttavia, non si rivela delle più felici. All’ Harry Potter cinematografico (uno che comunque prima di arrivare al grande schermo, aveva mangiato pane e sceneggiati BBC) tutto sommato almeno all’inizio era richiesto soprattutto di essere fotogenico con un paio di occhiali tondi e di saper inforcare una scopa. Il giovane Ed Speleers, il diciottenne esordiente che veste i panni di Eragon, dimostra buona volontà ma non riesce ad esprimere né lo stupore e l’ardimento della sua giovane età né la determinazione che il suo ruolo richiede.

Manco a dirlo, il solito dissennato doppiaggio italiano riesce a peggiorare la situazione dando a Saphira (in originale doppiata dal premio Oscar Rachel Weisz), la voce molto televisiva di Ilaria d’Amico.

“Tre parti di stoltezza e una di prodezza”, così definisce le (ancora dubbie) doti del suo pupillo il cantastorie Brom. Forse si potrebbe dire la stessa cosa degli ingredienti di questo film che, alla fine, vale soprattutto per l’efficacia degli effetti speciali (il regista, d’altra parte, viene proprio da quel settore), per l’entusiasmo delle sue premesse e l’ingenuità del suo svolgimento (per altro forse fin troppo aperto, perché proiettato su un seguito che, dati gli incassi non entusiasmanti, potrebbe non arrivare mai).

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ELF

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/15/2010 - 11:58
 
Titolo Originale: ELF
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Jon Favreau
Sceneggiatura: David Berenbaum
Durata: 95'
Interpreti: Will Ferrell, James Caan, Edward Asner, Jane Bradbury

Buddy è un neonato che finisce nel sacco di Santa Claus e viene portato al Polo Nord, nella terra degli elfi. Buddy cresce facendo la vita degli elfi fino a quando, ormai giovanotto, scopre di essere un umano. Allora decide di andare a New York in cerca del padre e delle sue origini.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lo spirito natalizio consiste nel preoccuparsi degli altri, prendersi cura dei familiari, donare il proprio tempo, il proprio affetto alle persone
Pubblico 
Adolescenti
Per il linguaggio
Giudizio Artistico 
 
Film con uno sviluppo lineare e con buone interpretazioni da parte di Will Ferrell, James Caan e Zooey Deschanel

Dopo un discreto successo negli Stati Uniti, Elf, che ha fatto solo una veloce comparsa nelle sale italiane ormai diversi mesi fa, viene adesso proposto in homevideo. L’uscita in dvd cade molto bene perché Elf è un bel film natalizio, divertente, simpatico e non banale. Dopo una vita trascorsa al Polo con gli elfi, Buddy arriva nella “grande mela” in cerca del padre. Dopo una vita all’insegna della sincerità, dell’allegria e della spontaneità scopre un mondo divertente ma popolato da persone tristi, apatiche, prese da se stesse: il padre, il fratello, l’amica. Buddy è “diverso”: potrebbe essere lo scemo del villaggio, è divertente ma è guardato anche con diffidenza. Tuttavia, con il tempo, la sua ingenuità, la sua allegria trascinante, il suo affetto spontaneo, finiscono per travolgere chi gli sta vicino, riaccendono la speranza, fanno riscoprire lo spirito del Natale. Spirito natalizio che consiste nel preoccuparsi degli altri, prendersi cura dei familiari, donare il proprio tempo, il proprio affetto alle persone. Basta provarci per scoprire che è vero: per credere a Santa Claus non è necessario vederlo: bisogna avere fede. Così in un crescendo di riscoperta del senso del Natale, il fratello corre dal padre, il padre si mette in cerca di Buddy, Jovi perde la sua timidezza per aiutare Santa Claus, e tutta la folla della strada, intonando un classico canto natalizio, fa risalire il livello dello Spirito e permette alla slitta di Babbo Natale di riprendere il volo... In finale è bello anche perché lo slancio del momento non si esaurisce all’epifania, ma vediamo che anche dopo Buddy vive felicemente con il padre e la ragazza. 

Buona la regia di Jon Favreau che costruisce una storia lieta, semplice e lineare. Molto bella l’interpretazione di Will Ferrell che si muove molto a suo agio nella calzamaglia dell’ Elfo. Molto buone anche le recitazioni di James Caan e Zooey Deschanel. Simpatica poi la scenografia, la fotografia e la colonna sonora con il finale di “Santa Claus is coming to town”.  


 

Autore: Stefano Mastrobuoni
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE CHRONICLES OF RIDDICK

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 11:35
Titolo Originale: The chronicles of Riddick
Paese: USA
Anno: 2004
Regia: David N. Twohy
Sceneggiatura: David N. Twohy
Produzione: Fetal Film/One Race Productions/Radar Pictures Inc./Universal Pictures
Durata: 120'
Interpreti: Vin Disel, Judi Dench, Colm Feore, Alexa Davalos

Quattro anni fa la fantascienza horror (relativamente) povera di Pitch Black aveva conquistato il pubblico; il meccanismo, non nuovo, ma ben gestito, del manipolo di disperati incalzato dai mostri nascosti nel buio, unito alla presenza di un antieroe convincente (Vin Disel, non ancora incasellato nel ruolo del forzuto di poco senno a cui si è condannato negli anni successivi), avevano fatto della pellicola un piccolo successo nelle sale e un cult nelle vendite di video e dvd. Il film, d’altra parte, conteneva anche alcuni spunti non banali sul tema della famiglia (nucleare e d’elezione, in definitiva comunque irrinunciabile) e della fede (rappresenta da un saggio imam musulmano tutt’altro che fondamentalista).

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La lotta contro un male non ben riconoscibile è il pretesto per esibire violenza; valorizzazione di una religiosità non aggressiva
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene di intensa violenza ed il linguaggio
Giudizio Artistico 
 
Spettacolone roboante e deludente, non all'altezza del precedente Dark Fury
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE CRONACHE DI NARNIA IL LEONE LA STREGA E L’ARMADIO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/13/2010 - 11:15
 
Titolo Originale: The Chronicles of Narnia: the Lion, the Witch and the Wardrobe
Paese: USA
Anno: 2005
Regia: Andrew Adamson
Sceneggiatura: Andrew Adamson, Christopher Markus, Stephen Mcfeely e Ann Peacock dal romanzo omonimo di C.S.Lewis
Produzione: Walt Disney pictures, Walen Media, Lamp Post Production Ltd
Durata: 140'
Interpreti: Georgie Henley, William Moseley, Skandar Keynes, Tilda Swinton

Quattro fratelli, costretti a trasferirsi in campagna per sfuggire ai bombardamenti di Londra durante la Seconda Guerra Mondiale, sono ospitati da uno scorbutico professore nella sua grande casa. Mentre giocano, la più piccola, Lucy, entra per caso in un grande armadio e si trova proiettata nel fantastico mondo di Narnia, imprigionato da una Strega cattiva in un perenne inverno.  Alla fine tutti e quattro i fratelli faranno il loro ingresso a Narnia, partecipando alla battaglia che oppone la crudele Strega all’eroico leone Aslan, difensore del Bene.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Figura carismatica e fondamentale è il leone Aslan, giunto a salvare il Regno di Narnia dalla malvagia Strega, non con la forza delle armi, ma con quella del sacrificio innocente.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Lasciandosi commuovere dalla semplice verità dello sguardo sul reale di cui i ragazzi sono portatori, si potrà godere di una storia che conquista a 5 come a 50 anni.
Giudizio Artistico 
 
L’insieme, ha talvolta il gusto un po’ barocco di un pastiche in cui l’autore inserisce tutti gli elementi che sa fare parte dell’immaginario infantile,e non avrebbe guastato lasciare appena un po’ più di spazio allo sviluppo dei personaggi
Testo Breve:

Un film per tutti, dove quattro bambini si ritrovano a combattere contro la strega che tiene imprigionato il regno di Narnia, accanto all'eroico leone Aslan

Sulla scorta del successo de Il Signore degli Anelli(da cui mutua alcune delle forze produttive), ma in realtà forse più in competizione con Harry Potter, la saga di Narnia, da decenni ospite privilegiato delle biblioteche e dei cuori di milioni di ragazzini in tutto il mondo, approda finalmente sul grande schermo con l’ambizioso obiettivo di conquistare il pubblico ad una vicenda fiabesca dal forte spessore allegorico.

L’avvio della storia, per altro, ha un saldo ancoraggio nella realtà, sebbene una realtà lontana nel tempo. I quattro ragazzi protagonisti, infatti, devono fuggire i bombardamenti nazisti su Londra e vengono separati dalla madre (mentre il padre è già lontano, perduto nelle incertezze delle battaglie) per finire chissà dove nel mezzo di un’idilliaca campagna inglese.

La precisa collocazione storica della vicenda, ad ogni modo non è indifferente allo sviluppo degli eventi successivi; i quattro ragazzi protagonisti, fuggiti ad una guerra tra uomini, si ritroveranno nel mezzo di un’altra battaglia, quella per la salvezza del regno di Narnia. E questa volta nessuno sarà più disposto a tirarsi indietro…

La riconoscibilità tipicamente inglese del mondo da cui partono i giovani protagonisti, con tanto di antica magione, severa governante, misterioso proprietario, e garbate cortesie di fronte all’immancabile tazza di the, è parte del fascino della fiaba che arriva sul grande schermo portandosi un enorme carico di aspettative, sia da parte di chi conosce e ama la scrittura di C.S.Lewis, sia di chi, orfano degli eroi di Tolkien, spera di ritrovare nell’opera del suo sodale almeno una parte di quella stessa grandiosa forza immaginativa.

Ma la storia dei quattro ragazzi Pevensie (il coraggioso Peter, il fragile Edmund, la saggia Susan e la candida Lucy) è, naturalmente, qualcosa di molto diverso e saggiamente chi ha realizzato il film con grande dispiego di mezzi e servendosi delle tecnologie della Weta di Peter Jakson e della Industrial Light and Magic di George Lucas, ha avuto l’intelligenza di evitare la tentazione di una semplice imitazione della saga tolkieniana.

Il regista Andrew Adamson (quello di Shrek, scelto soprattutto per la sua esperienza con l’animazione, necessaria nella realizzazione di una pellicola in cui molta parte dei personaggi, in primo luogo il leone Aslan, sono stati inseriti nelle scene a posteriori), dunque, insieme al ricco team creativo, ha scelto di dare forma ad un racconto che mantiene l’impressione del fiabesco.

Diversamente da quanto accade, per esempio, nel mondo di Harry Potter, dove la magia è la regola e lo spettatore entra presto nel meccanismo per cui in ogni situazione è automaticamente inserita una qualche magica diavoleria, o, all’estremo opposto, in quello de Il Signore degli Anelli, dove in realtà di magia se ne vede molo poca, l’ingresso del Regno di Narnia, che avviene per la prima volta attraverso gli occhi stupiti e curiosi di una bambina, conserva per tutta la durata del film un senso della meraviglia di stampo infantile (e il termine va inteso nel senso migliore e più alto del termine), sostenuto attraverso la ricostruzione di un mondo credibile sì, ma fantastico, “pittorico” nella scelta dei colori brillanti e nel design.

La barbaricità del mondo di Tolkien, dunque, lascia spazio ad un universo cavalleresco che ben si sposa con l’orizzonte degli studi del professor Lewis, profondo conoscitore della letteratura rinascimentale, cultore dell’allegoria e dei romanzi cavallereschi.

Del resto la presenza di animali parlanti, di fauni con sciarpa e ombrellino e di lampioni in mezzo alla foresta (ma anche un inedito Babbo Natale che, per evitare l’effetto Coca-Cola, veste un abito un po’ più sobrio di quello tradizionale), che fanno inesorabilmente parte del mondo di Narnia, contribuisce a “posizionare” questa storia in categorie di pubblico leggermente diverse da quelle delle precedenti saghe fantasy. L’insieme, infatti, ha talvolta il gusto un po’ barocco di un pastiche in cui l’autore inserisce tutti gli elementi che sa fare parte dell’immaginario infantile, senza paura di far collidere l’antico (i centauri di classica memoria) con il più recente (Babbo Natale, appunto, ma anche le bestie parlanti che avranno fatto la gioia dei dirigenti Disney!).

Lo stesso si può dire, almeno in parte, per la trasparente simbologia religiosa che la vicenda racchiude (e la testarda negazione di questa dimensione da parte del regista fa anche un po’ sorridere…); ampiamente sfruttata nel marketing d’oltreoceano, questa connotazione potrebbe avere meno fortuna da noi, per lo meno tra i critici più snob che, già dopo le prime proiezioni, hanno parlato con disprezzo di una sovrabbondante retorica a sfondo religioso.

Lo sforzo dei creatori della pellicola per fare della storia di Narnia un prodotto capace di attirare un pubblico vasto e variegato, è passata, pur mantenendo una straordinaria fedeltà al testo di partenza, attraverso alcune iniezioni di epicità, che gli spettatori hanno mostrato di gradire negli illustri precedenti cinematografici.

Ed ecco dunque che la grande battaglia finale, liquidata da Lewis in poche pagine e attraverso un racconto a posteriori, diventa protagonista dell’ultimo atto del film, resa più drammatica anche attraverso il montaggio alternato con la “resurrezione” di Aslan e la liberazione delle creature a suo tempo pietrificate dalla perfida Strega Bianca.

Una scelta che dà spazio ad efficaci scene di massa, laddove il resto del racconto si concentra, giustamente, su un orizzonte più limitato per raccontare il legame tra i quattro fratelli Pevensie, catapultati in un’avventura che darà loro modo di crescere e scoprire i loro talenti.

Forse non avrebbe guastato lasciare appena un po’ più di spazio allo sviluppo di questi personaggi che, in fondo, sono pur sempre la chiave di accesso al mondo fantastico di Narnia, ma, al contempo, raccontano le incertezze di giovani esseri umani di fronte a prove difficili (Peter, per esempio, che guardava con una punta di rimpianto i giovani soldati in partenza per il fronte, si ritrova poi a guidare un esercito sul campo di battaglia; Edmund, da parte sua, tradisce un disperato bisogno di una forte figura paterna)

In tutto ciò il punto forse più dolente è dato dal doppiaggio della figura carismatica e fondamentale del leone Aslan, giunto a salvare il Regno di Narnia dalla malvagia Strega, non, come molti credono, con la forza delle armi, ma con quella del sacrificio innocente. Aslan, infatti, come Cristo per l’uomo peccatore, si offre al posto del traditore Edmund (il sangue dei traditori, infatti, appartiene alla Strega) e viene immolato dai malvagi. Ma la pietra del sacrificio sarà spezzata, in una trasparente trasposizione della Ressurezione.

 Se nell’originale le parole, a volte ponderose, pronunciate dal grande leone, risuonavano dei timbri profondi di Liam Neeson, a noi sono toccati la voce chioccia e lo strano accento di Omar Sharif, che rendono poco efficaci le scene, dalla grande forza emotiva, di cui Aslan è protagonista.

Anche perché, naturalmente, Aslan, terribile e giusto, è la figura chiave di una vicenda in cui persino una bambina piccola come Lucy (e con lei anche noi) capisce essere in gioco il destino di tutti.

Il film di Adamson non ha il fascino intrigante (e a volte un po’ furbetto) dei film di Harry Potter; i ragazzi Pevensie, del resto, con la loro semplicità di cuore e la loro amabile ingenuità (che non impedisce affatto di raccontarne gli errori e i pentimenti), sono lontani mille miglia dagli adolescenti inquieti che frequentano Hogwarts.

Eppure, se lo spettatore abbandona le sovrastrutture di una visione che esige ad ogni scena un qualche fine ammiccamento metacinematografico o un grandioso scontro di creature fantastiche, scoprirà che è incredibilmente facile affezionarsi a Peter, Susan e Lucy (ma anche al “perfido” Edmund, che una volta pentito diventerà sul trono Edmund il Giusto); e lasciandosi commuovere dalla semplice verità dello sguardo sul reale di cui i ragazzi sono portatori, potrà godere di una storia che, come esigeva lo stesso Lewis da ogni buon racconto, conquista a 5 come a 50 anni.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI3
Data Trasmissione: Giovedì, 22. Dicembre 2011 - 21:05


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CONSTANTINE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/12/2010 - 11:09
Titolo Originale: Constantine
Paese: USA
Anno: 2005
Regia: Francis Lawrence
Sceneggiatura: Kevin Broadbin, Frank A. Cappello
Durata: 119'
Interpreti: Keanu Reeves, Rachel Weisz, Tilda Swinton

La giornata di Constantine  è iniziata presto: è dovuto andare nel quartiere messicano di Los  Angeles a esorcizzare una ragazza indemoniata. Quel diavolo é stato  un osso duro; Constantine è riuscito è incastrarlo solo ingabbiandolo all'interno di uno specchio. Poi ha capito che c'era qualcosa che non andava nell'equilibrio di potere  fra angeli e demoni ed è andato a fare una capatina nell'inferno; un posto poco ospitale, tutto rosso e pieno di macchine sventrate come nel  deposito di uno  sfasciacarrozze. Come se non bastasse, tornato sulla terra, la sua dottoressa gli ha comunicato che fuma troppo e che ormai ha pochi mesi di vita. Non che si preoccupi molto di questo: è già morto una volta suicidandosi....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film traborda dal filone fantasy, per lanciarsi in una spicciola filosofia di vita, irriverente nei confronti della religione cristiana
Pubblico 
Adulti
Molte scene spaventose, violente, spesso blasfeme
Giudizio Artistico 
 
La regia non sfigura rispetto a recenti film del genere fantasy ma la sceneggiatura è inconcludente e Keanu Reeves si limita a replicare un archetipo ormai collaudato con Matrix.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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