Fantascienza

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HUNGER GAMES

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/02/2012 - 14:05
Titolo Originale: The Hunger Games
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Gary Ross
Produzione: COLOR FORCE, LARGER THAN LIFE PRODUCTIONS, LIONSGATE, LUDAS PRODUCTIONS
Durata: 142
Interpreti: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Stanley Tucci, Donald Sutherland

In un futuro lontano, l’America non è più quella che conosciamo oggi: Capitol City domina in modo dittatoriale dodici distretti che vivono in uno stato di profonda indigenza e che ogni anno, come punizione per una ribellione avvenuta decenni prima, debbono mandare un ragazzo e una ragazza a concorrere all'annuale edizione degli spettacolari 'Hunger Games': un reality show dove i ragazzi dovranno combattere all’ultimo sangue finché uno solo resterà vivo. Katniss Everdeen del distretto 12 si offre come volontaria al posto di sua sorella più piccola. Potrà contare solo sulla sua estrema bravura nell’utilizzare l’arco e le frecce..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I film è sostanzialmente contraddittorio: descrivere come ignobile il fatto che dei giovani siano costretti ad uccidersi fra loro ma poi fa di tutto per appassionare lo spettatore ai loro combattimenti mortali
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono dettagli cruenti ma l’uso con destrezza da parte di adolescenti di coltelli ed altre armi bianche può ingenerare uno spirito emulativo
Giudizio Artistico 
 
I film è stato costruito con notevole abilità per realizzare un grande spettacolo che tiene sempre alta l'attenzione. Molto brava Jennifer Lawrence
Testo Breve:

Il film, già campione d’incassi in U.S.A. mette in piedi con abilità un grande spettacolo dove degli adolescenti si uccidono fra loro ma manifesta una morale ipocrita: si condanna il fatto ma poi si stimola nello spettatore la curiosità per l’esito dei combattimenti. Le recensioni sono di Franco Olearo e Claudio Siniscalchi

                                                                                                               “The Hunger Games inizia dove Harry Potter finisce” ha detto  David Levithan, vice presidente della casa editrice che ha pubblicato entrambe le serie.

In effetti se Harry Potter e i suoi compagni erano impegnati ad affrontare il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza, nella serie creata da Suzanne  Collins ragazze e ragazzi sono costretti, loro malgrado, ad entrare nel mondo degli adulti (i cosidetti young-adult): un mondo violento e brutale che dissolve di colpo sogni  e speranze pe un mondo diverso.

Se l’empatia che riescono a creare nei confronti del loro pubblico target è un motivo valido per accostare le due serie, ciò non è  ancora sufficiente per dare ragione dei 370 milioni di dollari che The Hunger Games ha finora incassato solo negli U.S.A.

E’ indubbio che i film è stato costruito con abilità: i molti ingredienti positivi sono tanti e  ben amalgamati.
Al primo posto va collocata Jennifer Lawrence che si era già fatta notare in Un gelido inverno ed ora buca lo schermo con il suo look da Diana cacciatrice, determinata e controllata al contempo, il cui acerbo comportamento negli affari di cuore ben si adatta ai 16 della protagonista che deve interpretare.

L’ attenzione dello spettatore è facilmente catturata in tutta la seconda parte del film che si trasforma di fatto in un action-movie dove i giovani combattenti stanno decidendo della loro vita o della loro morte. La struttura dei combattimenti, che è organizzata in sequenze di prove da superare, rimanda abilmente a quella tipica del videogame, sicuramente previsto nel merchandising del film.  Alla scelta di ambientare il cuore del film in una fitta foresta non è estraneo infine il richiamo al fascino di un’America selvaggia, pre-colonizzata, quella che già appariva in film come L’ultimo dei Mohicani-1992 o The new world -2005.

Non sono secondarie le scenografie: l’immaginaria Capitol city ricorda la Roma imperiale ma anche la capitale del terzo reich secondo le architetture di Albert Speer; gli arredamenti e il treno che i giovani usano per raggiungere gli studi televisivi hanno un’aria vintage anni ‘50, come avevamo già potuto ammirare in Captain America.

La regia alterna abilmente scene dinamiche con intimi colloqui a due, che servono per approfondire la psicologia dei personaggi: Peeta, il compagno dello stesso distretto di Katniss, da sempre innamorato di lei; Rue, la bambina di colore agile come uno scoiattolo ma sfortunata; il mentore ubriacone e il bravissimo Stanley Tucci nel panni dell’ anchorman  faccia-di-pietra.

Se tutti questi elementi ci danno ragione del successo del film in madrepatria, prevedibile anche in Italia, dal momento che  tutte le principali regole per fare spettacolo sono state rispettate, restiamo molto perplessi quando andiamo ad analizzare il messaggio che ci vuole trasmettere.
Da questo punto di vista il film è estremamente ambiguo.

Iniziamo dal tema portante del film: ragazzi che uccidono altri ragazzi. E’ vero che vengono abilmente evitati dettagli cruenti, ma è indubbio che si tratta di giovani, anche di 12 anni, abili nel lanciare coltelli e a  colpire con precisione gli avversari con le loro frecce: non ci sono quindi le condizioni per un sereno spettacolo per tutta la famiglia. Il film in U.S.A. è stato vietato ai minori di tredici anni se non accompagnati.

La dittatura di Capitol City impone ogni anno ai dodici distretti di offrire come “tributo” delle  giovani vite e mentre la protagonista e il compagno Peeta cercano di restare se stessi e di svincolarsi dall’impegno darwiniano di lottare per la propria sopravvivenza, la regia sposta l’interesse in direzione opposta e fa di tutto perché lo spettatore, dagli spalti di questo nuovo Colosseo, possa godersi lo spettacolo dei loro combattimenti.

Il film affronta con lucidità anche il tema del potere dei media e della loro capacità di condizionare il “comune sentire”. Il presidente-dittatore molto argutamente, spiega come mai Capitol City, per tenere sottomessi i dodici distretti, non si limiti a uccidere ogni anno 24 giovani  prelevati con la forza ma  sia stato inventato questo reality competitivo: ” la speranza è l’unica cosa più forte della paura. Un po’ di speranza è efficace, troppa è pericolosa: bisogna contenerla” Ecco quindi che il fatto stesso che i due sopravvissuti abbiano forzato la logica del programma rendendo ineludibile la nomina non di uno ma di due vincitori è visto dall’apparato televisivo oppressivo come un pericoloso spostamento del paradigma comunicativo perché il livello di speranza si è alzato troppo.

Anche in questo caso il lucido attacco, fatto nel film solo con parole al potere dei media si scontra in pratica con lo sviluppo della storia. I due protagonisti sottostanno pienamente alla logica della macchina televisiva, accettando la costruzione artificiosa di una storia romantica fra i due rappresentanti nel distretto, e si sottopongono per ore a prove di look e trucco. Il tutto a beneficio non solo degli spettatori-attori che stanno a Capitol City, ma di quelli veri, che si trovano in sala.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: ITALIA1
Data Trasmissione: Martedì, 22. Giugno 2021 - 21:20


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THE AVENGERS - I VENDICATORI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/28/2012 - 12:41
 
Titolo Originale: The Avengers
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Joss Whedon
Sceneggiatura: Joss Whedon e Zak Penn
Produzione: Marvel Enterprises/ Marvel Studios
Durata: 142
Interpreti: Robert Downey Jr, Chris Evans, Jeremy Renner, Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Scarlett Johannson, Samuel L. Jackson, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgård, Gwyneth Paltrow

Quando il malvagio dio Loki, con l’aiuto di un misterioso potere alieno, scende sulla terra e ruba il Tesseracht, il cubo di energia capace di controllare l’universo che lo SHIELD stava studiando, Nick Fury mette insieme una squadra di supereroi per contrastare la terribile minaccia: Capitan America, Iron Man, la Vedova Nera, Bruce Banner (alias Hulk), Hawkeye, cui si unisce anche il dio Thor, venuto sulla terra a riprendere il fratello traditore insieme al cubo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Film di supereroi come questo offrono a un mondo spesso secolarizzato una sorta di mitologia moderna capace di esplorare verità profonde e condivise.
Pubblico 
Pre-adolescenti
presenza di alcune scene impressionanti
Giudizio Artistico 
 
Il film mescola con abilità momenti di grande azione ad altri di ironia, commedia, approfondimento psicologico e riesce nella non facile impresa di dare il giusto spazio ai singoli eroi, illuminandone i caratteri
Testo Breve:

Quest’ultima megaproduzione della Marvel unisce i supereroi man mano presentati nel passato in singole pellicole per contrastare una nuova  terribile minaccia per il mondo intero. Le oltre due ore filano via che è un piacere

 

Si tratta probabilmente del film di supereroi più atteso della storia del cinema ed è facile in questi casi che dopo tanto aspettare si possa rimanere delusi. Un rischio che non si corre  di certo con l’ultima megaproduzione (anche in termini di durata, ma le oltre due ore filano via che è un piacere) della Marvel, che unisce i supereroi man mano presentati nelle pellicole singole che hanno scandito gli ultimi anni.

Diretto e scritto da Joss Whedon (autore di Buffy l’Ammazzavampiri, ma anche di Firefly, ironica pellicola di fantascienza con poco successo al botteghino ma una solida base di fan), il film mescola con abilità momenti di grande azione (dove per una volta si apprezza l’altrove superfluo 3D) ad altri di ironia, commedia e approfondimento psicologico e riesce nella non facile impresa di dare il giusto spazio ai singoli eroi, illuminandone i caratteri e facendoli interagire al meglio in sorprendenti ma felici combinazioni.

Whedon trasforma quella che deve essere stata una sfida drammaturgica e produttiva non da poco (passare da film centrati sul singolo a uno policentrico e potenzialmente posticcio) in vera e propria materia narrativa. Di fronte al pericolo di Loki e della sua armata i supereroi all’inizio più che una squadra sembrano un gruppo di primedonne che litiga per il posto in prima fila. Tony Stark, fedele al suo personaggio, non risparmia ai colleghi battute sottilmente cinefile (il capelluto e muscoloso Thor, l’australiano Hemsworth, apostrofato “Point Break” e l’arciere occhio di Falco, soprannominato Legolas) e dà il suo meglio nella sfida verbale con Loki, un dio dell’inganno che alimenta bene gli scontri tra super-ego ma poi si lascia fregare da Vedova Nera. Thor torna sulla terra con il suo senso dell’onore e un rinnovato senso di protezione per l’umanità, Bruce Banner lotta con solente dignità contro il peso del suo alterego verde così irritabile, e Capitan America conserva il coraggio e la rettitudine che lo rendevano un personaggio così amabile già nel suo film, diventando facilmente il centro morale del team. La sua prima entrata in azione, quando con il suo scudo protegge un anziano sopravvissuto all’Olocausto che osa opporsi alla pretesa di sottomissione da parte di Loki, è decisamente memorabile e segna il momento in cui il film prende letteralmente il volo.

A fare da claque convinta al gruppo l’agente Coulson, che compariva per pochi minuti, un po’ come Nick Fury, in quasi tutte le pellicole precedenti, e che qui è l’uomo comune in lotta con il Male, ma anche l’incarnazione nella storia del fedele fan dei supereroi (e infatti ha una collezione di figurine vintage di Capitan America che muore dalla voglia di farsi autografare).

La love story appena accennata (meriterebbe un film a sé) tra Vedova Nera (che lotta per riabilitare il suo nome dai crimini passati) e Occhio di Falco,l’arciere infallibile temporaneamente passato al nemico, è l’unica concessione al terreno del sentimento vero e proprio, anche se di sicuro la sfilata di eroi dai muscoli scolpiti ma ricchi di personalità è fatta per conquistare il pubblico femminile di ogni età.

Se i cattivi di turno (extraterrestri corazzati che piovono da un portale nel cielo sopra Manhattan) non si distinguono per originalità, Tom Hiddleston interpreta con la giusta maligna intelligenza Loki e dimostra di aver colto almeno in parte una delle ragioni del fascino che i film di supereroi esercitano sul pubblico di oggi: essi offrono a un mondo spesso secolarizzato una sorta di mitologia moderna capace di esplorare verità profonde e condivise.

Di sicuro c’è l’autentico e ininterrotto divertimento che I Vendicatori offrono e promettono di offrire, visto che tra eroi singoli e in squadra ne avremo in abbondanza per i prossimi anni. E mal gliene incolga a chi non sa distinguere tra questo intrattenimento di gran classe e i beceri giocattoloni stile Transformers.

 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Rai2
Data Trasmissione: Venerdì, 26. Aprile 2019 - 21:20


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IN TIME (Laura C. Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/22/2012 - 22:32
 
Titolo Originale: In Time
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Andrew Niccol
Sceneggiatura: Andrew Niccol
Produzione: Mark Abraham, Eric Newman, Andrew Niccol per Regency / Strike Entertainment
Durata: 109
Interpreti: Justin Timberlake, Amanda Seyfried, Cillian Murphy, Olivia Wilde, Alex Pettyfer

In un futuro non troppo lontano gli esseri umani sono programmati per invecchiare fino a 25 anni. Scattata quell’ora hanno solo un altro anno da vivere, a meno che non guadagnino, comprino o rubino altro tempo da vivere. A segnare l’inesorabile conto alla rovescia una serie di numeri “impressi” sul braccio di ciascuno. In questo mondo, dove pochi ricchissimi possono vivere praticamente in eterno, mentre la massa lotta per giorni, ore, minuti, Will Salas, un povero abitante del ghetto, riceve in dono da un ricco stanco di vivere più di cento anni di vita. Subito dopo, però, si trova inseguito dai “Guardiani del tempo”, accusato di furto e ben presto anche di voler scardinare l’ordine mondiale del tempo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Aperta e critica metafora del sistema capitalista ma i due protagonisti non trovano di meglio per scardinare il sistema che rapinare “banche del tempo”, per rubare ai ricchi e dare ai poveri
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene sensuali, un rapido nudo
Giudizio Artistico 
 
Il film resta un intrattenimento più che onesto, ma per molti versi un’occasione di riflessione mancata

 La premessa del nuovo action fantascientifico di Andrew Niccol (autore a suo tempo di un capolavoro visionario di fantascienza come Gattaca, ma anche sceneggiatore di The Truman Show) è delle più intriganti: un mondo dove il tempo, non solo metaforicamente, è denaro, e si pagano a minuti non solo l’affitto e le bollette, ma anche il caffè e il biglietto dell’autobus (e un improvviso aumento ti può costare letteralmente la pelle).

Lo stesso mondo dove madre e figlio possono sembrare coetanei perché compiuti 25 anni non si invecchia più (ottimo espediente per avere attori tutti giovani ed estremamente in forma) e il problema semmai è lavorare duro o darsi al crimine, per rubare secondi alla morte. Un mondo dove per garantire l’immortalità a pochi ricchi che vivono isolati in un incrocio postmoderno tra Beverly Hills e Manhattan, il resto dell’umanità vive giorno per giorno lottando contro l’inflazione del tempo e sempre correndo (mentre, bella intuizione, i ricchi di tempo ne hanno a iosa e fanno tutto con calma, anche per evitare di dilapidare con un incidente decenni di risparmi).

Per tutta la prima metà del film il gioco funziona e il giovane eroe, coraggioso e generoso, che si trova fortuitamente in possesso di tanto tempo quanto mai ne avrebbe immaginato (ma, purtroppo, non fa in tempo a condividerlo con l’amata genitrice e la perde per un soffio) e si inoltra nel mondo dei super-ricchi affascinando Sylvia, la giovane rampolla del più ricco di tutti, complice il carisma di Justin Timberlake (e pure Amanda Seyfried, per una volta, non risulta troppo gattamorta), fa funzionare bene il meccanismo.

Aperta e critica metafora del sistema capitalista che, darwinianamente, campando sulla sopravvivenza del più forte, getta nel baratro senza troppi pensieri la massa inerme, In time, si inceppa quando passa alla sua parte propositiva: Will e la sua prigioniera (ma presto socia) Sylvia non trovano di meglio per scardinare il sistema che rapinare “banche del tempo”, per rubare ai ricchi e dare ai poveri, mezzi Robin Hood e mezzi Bonnie e Clyde del futuro.

Un po’ come certi movimenti di “indignati” di oggi, però, azzeccano bene l’oggetto della critica ma risultano confusi negli obiettivi e nei metodi (distruggere il sistema con una distribuzione massiccia di tempo fidando nella natura umana, mah…) e purtroppo il risultato è che nell’ultima mezz’ora il film rinuncia alla riflessione per seguire un po’ troppo alla lettera i cliché dei film d’azione: sparatorie, corse, confronti, ma poco approfondimento psicologico e tematico.

Peccato, perché così com’è In time resta un intrattenimento più che onesto, ma per molti versi un’occasione di riflessione mancata, come se Niccol, dopo aver preparato con cura il suo arsenale, si fosse poi dimenticato di puntare bene il bersaglio e arrivare fino in fondo.

 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: 20
Data Trasmissione: Domenica, 5. Luglio 2020 - 21:05


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IN TIME (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/18/2012 - 16:58
 
Titolo Originale: In Time
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Andrew Niccol
Sceneggiatura: Andrew Niccol
Produzione: NEW REGENCY, STRIKE ENTERTAINMENT
Durata: 109
Interpreti: Justin Timberlake, Amanda Seyfried, Cillian Murphy, Vincent Kartheiser

Will ha già superato i 25 anni e sa che da adesso in poi, come tutti i suoi colleghi del ghetto, dovrà "comprarsi" (o rubare) gli anni successivi, pena la morte. Aiutato da un inaspettato benefattore, decide di recarsi nel quartiere dove vivono coloro che posseggono secoli di vita e possono comprarsi tutto ciò che vogliono. Qui incontra Sylvia, figlia di un ricco banchiere e insieme decidono di rubare anni ai ricchi per darli ai poveri...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un mondo dove pochi prevaricano sui più, solo la riscoperta del valore della generosità riesce a ripristinare la giustizia
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere, un paio di scene sensuali, saltuario turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
L'idea di fondo è originale e stimolante, il film mantiene un buon ritmo ma la sceneggiatura non riesce a trasformarla in una storia avvincente e i due protagonisti non convincono pienamente
Testo Breve:

Lo sceneggiatore di "Gattaca- la porta dell'universo" ci porta in un mondo futuro e ingiusto, dove i disederedati vivono fino a 25 anni mentre i privilegiati vivono secoli senza invecchiare. Lo spunto è interessante, il film ha un buon ritmo,  ma la storia non si evolve narrativamente. Recensioni di Fanco Olearo e Laura Cotta Ramosino

La bellezza di certi film di fantascienza consiste proprio nel fatto che si può giocare a “cosa succederebbe se”: il futuro come coscienza critica del nostro presente.
Andrew  Niccol, Il regista-sceneggiatore di In time, aveva già concepito nel 1997 Gattaca – la porta dell’universo: un magnifico fanta-thriller dove si immaginava che in un futuro non remoto, i bambini sarebbero stati concepiti solo in provetta per evitare di far crescere esseri umani con imperfezioni genetiche; chi nasceva ancora in modo “naturale” era considerato un cittadino di serie B e ridotto in schiavitù. Altri film sono successivamente tornati su temi simili e se  nelle storie  di fantascienza degli anni ’50 il pericolo veniva dagli altri mondi o dalle radiazioni nucleari ora è la biotecnologia che ha turbato i nostri animi nell’ultimo decennio: da The Island – 2005  sulla generazione di cloni umani da tenere a disposizione come riserva di organi per uomini facoltosi al più drammatico Non lasciarmi -2010 dove ragazzi orfani sono allevati con un solo destino: donare progressivamente parti di se stessi quando ce ne sarà bisogno.

Con In time  Andrew  Niccol sposta il tiro: le recenti crisi finanziarie, in particolare quella catastrofica originatasi negli Stati Uniti del 2008, hanno mostrato come l’avidità di pochi ha potuto trascinare nell’indigenza migliaia di persone. L’originalità del film sta però nell’aver metaforizzato il tema e Niccol ha immaginato un mondo dove a tutti è concesso di vivere 25 anni; superato questo limite bisogna "comprare" ( o rubare) altro tempo  visto che i minuti, le ore e gli anni sono la moneta corrente. 
In un mondo siffatto predomina l’avidità di pochi che riescono a vivere centinaia di anni restando sempre giovani; per raggiungere questo obiettivo sfruttano  il resto dell’umanità imponendo loro un continuo aumento dei “prezzi-tempo” e la concessione di prestiti da strozzino. “Noi non siamo ingiusti – teorizza il magnate Philippe Weiss - è solo il successivo passo logico nella scala evolutiva. L’evoluzione non è sempre stata ingiusta? E’ sempre il più forte a sopravvivere. E’ una forma di "capitalismo darwiniano”.

La discriminazione si manifesta anche nel comportamento: chi ha secoli da vivere non ha mai fretta ed è sempre molto cauto per evitare incidenti che possano privarlo dell’unico bene che possiede; chi ha i giorni contati va sempre di corsa perché ogni minuto della sua vita è prezioso.

Will e Sylvia si incontrano (lui proviene dal ghetto dei senza-tempo, lei è figlia di un banchiere che possiede più di un milione di anni) e assieme  scoprono non solo l’ingiustizia di quel loro mondo spaccato in due ma l’assurdità di aver voluto violare le leggi che sono insite nella natura umana.

Avere conquistato il dominio del tempo non va bene a nessuno. “I poveri muoiono e i ricchi non vivono” sintetizza efficacemente Sylvia. Un giovane ricco che ha superato il secolo desidera morire: “la mente può esaurirsi anche se il tuo corpo continua a vivere” confida a Will, al quale finirà per donare il suo secondo secolo.
La differenza non sta nel vivere in eterno, ma nel fare anche per un attimo qualcosa di coraggioso, qualcosa che ne valga la pena: è il fondamento del patto che i due giovani stabiliscono fra di loro e iniziano a rapinare quelle banche dove sono depositati gli anni accumulati con l’inganno per restituirli ai loro legittimi proprietari.

Il film poggia  su uno spunto molto stimolante ma questa volta è come se fosse stato proprio Andrew  Niccol (già sceneggiatore del magnifico The Truman show-1998 ) a non essersi concesso il tempo giusto: il tempo per trasformare l’incontro di Will e Sylvia in un’avvincente storia d’amore invece che in qualcosa che sembra una fuga di due adolescenti in cerca di avventure; il tempo di costruire un thriller con una suspense imprevedibile invece di andare a riprendere  strade  battute prese da Gangster story -1967, Matrix -1999 o il Cacciatore -1978.

Occorre inoltre aggiungere che i  protagonisti, se si esclude Justin Timberlake,  hanno una presenza scenica non particolarmente significativa.

Vogliamo però rendere onore al film per un altro aspetto, non secondario: Will non si limita a organizzare una vendetta né a ristabilire la giustizia negata; lui fa qualcosa di più: è generoso e appena dispone di anni in più li dona a chi ne ha bisogno, anche ai suoi nemici. Will è convinto che sia questo il  vero, l’unico metodo per scardinare il sistema di sopraffazione dominante e riportare i rapporti umani a quegli unici comportamenti  degni della loro nativa dignità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: 20
Data Trasmissione: Giovedì, 4. Luglio 2019 - 21:00


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2001: ODISSEA NELLO SPAZIO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/08/2012 - 12:41
 
Titolo Originale: 2001: A Space Odyssey
Paese: USA
Anno: 19868
Regia: Stanley Kubrick
Sceneggiatura: Arthur C. Clarke, Stanley Kubrick
Produzione: M.G.M., POLARIS, STANLEY KUBRICK PRODUCTIONS
Durata: 141
Interpreti: Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester, Daniel Richter

Un gruppo di scimmie antropoidi, che segnano il principio della civiltà umana, trova un monolite. Gli umanoidi vi si accostano diffidenti, poi lo toccano con singolare rispetto e qualcosa accade in loro: si accorgono per la prima volta che un osso abbandonato può diventare una clava, uno strumento utile. Si è accesa la scintilla dell'intelligenza. Nell'anno 2001, sulla Luna, un gruppo di esploratori trova un identico monolite, che denuncia un'anzianità di quattro milioni di anni e che genera attorno a sé un forte campo magnetico. Lo scienziato Heywood Floyd è incaricato di più approfondite ricerche: si pensa che il monolite racchiuda in sé il segreto del mondo, il rigenerarsi della vita stessa. Qualche tempo dopo viene inviata verso Giove un'astronave con a bordo due uomini in attività e altri tre in stato di ibernazione, oltre ad un esemplare del più perfezionato calcolatore elettronico, l' Hal 9000. Durante il viaggio solo Bowman, uno dei due astronauti, riesce a sopravvivere, poichè il computer ha causato la morte di tutti gli altri componenti l'equipaggio, volendosi sostituire all'uomo. Bowman, riuscito a penetrare nel cuore di Hal 9000, riesce a localizzare le sue funzioni cerebrali superiori e a bloccarle, venendo inoltre a conoscenza, indagando nella sua memoria, del vero scopo della missione: il monolite scoperto sulla Luna inviava un potente segnale radio verso Giove; qui forse si troverà la spiegazione dell'origine della vita. Infatti Bowman, nelle immediate vicinanze del pianeta, perde il controllo di se stesso, cadendo in un sonno vivificatore: è così che l'astronauta, superando Giove, affronta lo spazio infinito, attraversando mondi e galassie, vivendo una esaltante esperienza conoscitiva. Successivamente Bowman, in una trasposizione di immagini, si vede nella sua casa, prima in veste di astronauta, poi di maturo signore, e infine disteso sul letto in punto di morte, dove subentra il monolite, che lo fa rivivere, sotto forma di feto, in un informe bambino dagli occhi sgranati su un mondo tutto da scoprire

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non si trattava certo,in questo film, del Dio della tradizione giudeo-cristiana, ma piuttosto del Dio già caro agli adepti della New Age californiana, impegnati ad accostare Gesù Cristo a Buddha e a Zoroastro, amalgamando il culto delle antiche religioni orientali del sole e gli extraterrestri, gli angeli e il potere terapeutico dei cristalli, la libertà sessuale e Satana, la musica rock e lo spiritismo, l’uso delle droghe e il cinema di fantascienza.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Kubrick fece breccia nel cuore della generazione venuta alla ribalta sul finire degli anni Sessanta; generazione psichedelica, desiderosa di avvicinare nuovi percorsi spirituali, e scettica nei confronti della scienza, del progresso, della razionalità e delle modalità esistenziale (a cominciare dal consumismo) proprie del sistema capitalista. Il film, in sostanza, poteva considerarsi un processo visivo all’Occidente. Furono i figli dell’Età dell’Acquario a determinare il successo di 2001: Odissea nello spazio: Kubrick è il regista che forse più di ogni altro nel cinema postmoderno ha saputo coniugare la natura industriale del mezzo cinematografico, con una totale libertà della creazione. Quindi i suoi film sono al tempo stesso grandi operazioni industriali, che non trascurano affatto gli aspetti commerciali, e grandi ricerche artistiche
Testo Breve:

Kubrick fece breccia nel cuore della generazione venuta alla ribalta sul finire degli anni Sessanta; generazione psichedelica, desiderosa di avvicinare nuovi percorsi spirituali, e scettica nei confronti della scienza, del progresso, della razionalità e delle modalità esistenziale (a cominciare dal consumismo) proprie del sistema  capitalista. Il film, in sostanza, poteva considerarsi un processo visivo all’Occidente. Furono i figli dell’Età dell’Acquario a determinare il successo di 2001: Odissea nello spazio:

Robert Sklar, insegnante di cinema alla New York University[1], è autore di una interessante e fortunata storia del cinema americano (una storia essenzialmente economica, sociale, ma anche molto ideologica) Movie Made America, uscita nel 1975[2], a distanza di venti anni editata nuovamente con un’appendice che si estende sino al cinema prodotto negli anni di Ronald Reagan[3]. In un’intervista rilasciata ad Antonio Gnoli, Sklar si sofferma sui campioni di incassi degli anni Ottanta, notando come «i top ten del decennio furono E. T. di Spielberg dell’82, due film prodotti da Lucas della serie Guerre stellari del 1980 e del 1983, tre film sempre di Spielberg su Indiana Jones del 1981, 1984 e 1989, Ritorno al futuro prodotto da Spielberg e girato da Zemeckis del 1985, Batman di Tim Burton del 1989, Gosthbusters diretto da Ivan Reitman e Beverly Hills Coop diretto da Martin Brest, due commedie del 1984. 
I dieci grandi successi del decennio avevano in comune il fatto che divergevano dai successi commerciali precedenti. Non erano stati ricavati da romanzi best-seller, non provenivano dai musicals di Broadway, né avevano come fonte di ispirazione la Bibbia o la nuova frontiera». L’intervistatore gli domanda allora a cosa si ispiravano, e Sklar risponde: «alla cultura popolare in voga fra gli anni della grande depressione e la seconda guerra mondiale. Si ispiravano cioè al B movie, ai film proiettati nelle matinée del sabato, ai pulp magazine, sprezzati o dimenticati negli anni del dopoguerra». Inoltre ricordava come «non bisogna sottovalutare che Reagan era stato un attore di B movie, cioè di film molto commerciali e senza alcuna pretesa artistica. In uno di essi, girato forse nel 1939 o nel ‘40, egli aveva interpretato il ruolo di un agente segreto. E la storia culminava nella scoperta di una misteriosa arma in grado di distruggere il potenziale bellico del nemico. In quegli anni il cinema si era spesso servito di questo tema e alcuni storici hanno sostenuto che quei film di serie B con le loro armi fantastiche furono i progenitori dell'iniziativa di difesa strategica che Reagan adottò nel corso della sua presidenza»[4].
Sklar ha sotto gli occhi la lista dei dieci film economicamente più fortunati degli anni Ottanta, e invece di rendersi conto che gli autori e il genere di questi film (nove su dieci sono riconducibili, a vario titolo, alla fantascienza) segnano una discontinuità rispetto al passato, poiché in sintonia con nuove tendenze, si lancia in una fustigazione del reaganismo, nel cui contesto trovano origine la saga di Guerre stellari e quella di Indiana Jones, espressione a suo avviso da spirito reazionario[5]. Per capire come mai Spielberg e Lucas siano riusciti ad imporsi non bisogna certo pensare a Reagan. Bisogna guardare invece alla cultura propagata dalla New Age[6], una cultura che con crescente intensità si espande a macchia d’olio proprio nel corso degli anni Ottanta sul tessuto sociale americano[7].
Fritjof Capra nel libro di successo Il Tao della Fisica (un testo indispensabile per capire la New Age, pubblicato negli Stati Uniti nel 1975)[8], cerca di far corrispondere la via della fisica moderna con la via del misticismo orientale, sottoponendo a serrata critica diverse certezze per lungo tempo considerate incontrovertibili e indiscutibili conquiste della cultura occidentale: la rivoluzione scientifica, l’illuminismo, la rivoluzione industriale, il meccanicismo, la fede nel progresso, il gigantismo. Nelle idee di Capra la colpa della deriva occidentale è da mettere nel conto, in special modo, del cristianesimo postmedievale, che insieme alla fisica newtoniana ha imposto l’idea e la visione del mondo simile ad una macchina ben oliata e perfettamente funzionante. James Redfield, scrittore di successo della New Age[9], ha sottolineato come negli anni Ottanta si verificarono tre fenomeni decisivi che favorirono il clima della nuova spiritualità: il ritorno di interesse per le religioni tradizionali; il senso di una ricerca spirituale; una fuga dall’individualismo e dal materialismo. Scrive Redfield: «Credo che tutto ciò che è successo negli anni ottanta sia stato importante, soprattutto il primo interesse di massa nei confronti dei vari approcci spirituali; si è trattato di un passo necessario che ha suscitato in noi il rifiuto delle esagerazioni e delle eccessive commercializzazioni, facendoci raggiungere un livello più profondo. In un certo senso è stata una purificazione che ci ha lasciati alla ricerca della vera sostanza e ci ha convinti che quello che stavamo cercando era un cambiamento ancora più intenso dei nostri atteggiamenti e del nostro modo di essere»[10].

Tornando al cinema delle «guerre stellari» reaganiane, notiamo come i maggiori successi degli anni Ottanta siano realizzati da registi che annusano il cambiamento di direzione, e modellano i loro prodotti ad una tendenza di fondo della società, che risponde prontamente al richiamo.Se dovessimo individuare il punto di partenza del dilagante successo del genere della fantascienza, dovremmo fissare una punto fermo nel modo come Steven Spielberg e George Lucas costruiscono le loro storie all’insegna di un immaginario popolato da extraterrestri. Ma il vero e proprio punto di svolta è da rintracciarsi nel progenitore del rinnovamento della fantascienza, rappresentato da 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odissey), diretto da Stanley Kubrick nel 1968[11]. Nel 1962 Thomas Kuhn pubblicava uno studio destinato ad influenzare in maniera determinante il dibattito epistemologico relativo alla filosofia della scienza e alle scienze sociali. Il saggio di Kuhn si intitolava La struttura delle rivoluzioni scientifiche[12], e concorse a determinare, a livello planetario, la diffusione di una visione relativista della conoscenza, con toni che si ponevano in aperto contrasto con la comune logica della razionalità scientifica.
L’autore dell’opera esponeva la celebre tesi secondo la quale la storia della scienza non avanzerebbe in linea di continuità, ma procederebbe per strappi («rivoluzioni scientifiche»), nel corso dei quali una determinata visione del mondo (il «paradigma dominante») cesserebbe di operare, soppiantata da una nuova visione, i cui punti di contatto con la precedente sarebbero scarsissimi, se non addirittura inesistenti. L’autore, scomparso nel 1996, ha dedicato notevoli energie a confutare le interpretazioni distorte della sua opera, sostenendo che l’autentico punto di vista - nonostante alcune formulazioni ambiguamente espresse potessero lasciar presupporre il contrario - era ben altro, e le intenzioni reali certamente contrarie ad ogni forma di relativismo. Marylin Ferguson in un testo di culto della New Age osserva «Kuhn ci ha indotti a prendere coscienza dei meccanismi della rivoluzione e della resistenza che incontra [...] Il paradigma proposto dalla cospirazione dell’Acquario vede l’umanità inserita nel contesto della natura, promuove l’individuo autonomo in una società decentralizzata, e ci considera amministratori di tutte le nostre risorse, interiori ed esteriori»[13]. L’importanza del lavoro di Kuhn è sottolineata anche da James Redfield: «Kuhn ha dimostrato in maniera convincente - scrive - che quello che egli chiamava paradigma concettuale ha portato spesso gli scienziati a escludere determinate aree di ricerca, comprese particolari scoperte che non si adattavano facilmente alle teorie o alle supposizioni caratteristiche di una determinata epoca […] Il grande contributo di Kuhn è stato quello di creare una maggiore consapevolezza del sé e un’apertura all'interno di una nuova stirpe di scienziati, proprio quando la gente si è resa conto che era in corso un grande mutamento di paradigma»[14].

Al capolavoro di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio è successo invece l’opposto rispetto al lavoro di Kuhn. Di quest’opera complessa, ambigua e affascinante, è stata esaltata spesso la natura «razionalista», ottimisticamente «progressista» e benevolmente favorevole nei confronti della potenza liberatrice della scienza e del puro materialismo[15]. Ovviamente, i convincimenti di Kubrick espressi nel film erano ben diversi. Il geniale regista non voleva realizzare, in piena cultura della contestazione, un film «razionalista». In realtà egli voleva fare il contrario: un film in opposizione alla «razionalità» dominante. In una dettagliata analisi Ruggero Eugeni sottolinea che 2001: Odissea nello spazio «è da considerarsi un grande poema epico della Ragione, cioè la ricostruzione in chiave mitologica e immaginaria della storia della Razionalità occidentale come strumento propriamente umano di progresso, di civiltà, di ordine, di pace, di avanzamento della conoscenza e di dominio del mondo. Fin qui il progetto sembrerebbe tipicamente illuministico, teso a cantare il mito della Ragione. Ma Kubrick affronta questo epos con scetticismo e ironia profondi e demistificanti. E così, punto per punto, egli smonta gli assunti dell’ottimismo positivista, individuando dietro il mito della Ragione, la presenza dialetticamente attiva dei suoi opposti»[16]. Successivamente Eugeni sottolinea tre elementi determinanti del film: «in primo luogo, viene demitizzato il ruolo della Ragione come capacità propriamente ed esclusivamente umana, fulcro dello sforzo di autoliberazione dell’uomo [...] In secondo luogo, viene demitizzato il ruolo della Ragione come portatrice di pace e di progresso civile [...] In terzo luogo, viene demitizzato il ruolo della Ragione in quanto portatrice di conoscenza e di progresso intellettuale»[17]. Osservazioni quanto mai opportune, relative alla celebre sequenza iniziale di 2001: Odissea nello spazio, del titolo «L’alba dell’umanità». Descriviamolo questo frammento di cinema purissimo, dominato dall’apparizione di un misterioso «monolito», il cui significato è stato oggetto di discussioni e interpretazioni infinite. Varie inquadrature, montate in successione, fissano nell’immagine il cielo e la terra, ripresi prima da lontano e poi da vicino. Montagne, un panorama desertico e, infine, delle ossa di animali. Successivamente appaiono alcune scimmie antropoidi. Una di esse è uccisa da un felino, che l’assale alle spalle. Dopo uno stacco in nero passiamo ad un’altra scena: due gruppi di scimmie litigano intorno ad una pozza d’acqua. Di nuovo stacco: si sta facendo sera e le scimmie, mentre cala il sole, si ritirano fra le rocce per dormire, e guardano insistentemente la luna[18]. Stacco: al risveglio (per la prima volta si ode la musica, prima lieve e poi in crescendo) le scimmie vedono uno strano oggetto, che la sera prima non c’era: è un «monolito». Gli umanoidi lo osservano dapprima con sospetto e timore, inseguito con maggiore confidenza (nell’ultima inquadratura di questa parte il monolite è ripreso dal basso in alto, cioè dal punto di vista della scimmia seduta ai piedi del monolito). Ancora uno stacco: una scimmia, come magari ha fatto migliaia di volte, fruga, toccandole insistentemente, fra le ossa di un animale morto, sino a quando non prende un osso in mano - come un bastone - e lo batte prima in terra (a questo punto parte di nuovo la musica), poi con forza crescente su un teschio, sino a mandarlo in pezzi (mentre ciò avviene è inserita l’immagine, a passo rallentato, di un animale che cade abbattuto). Nuovo stacco: scoppia l’ennesimo litigio fra umanoidi davanti alla pozza. È successo tante e tante volte, ma in questa occasione una scimmia ha in mano un osso, utilizzata come arma per uccidere un suo simile. L’immagine, di nuovo a passo rallentato, inquadra la scimmia che lancia in alto l’osso: l’osso rotola - la musica accompagna il movimento - e, dopo un ultimo stacco, appare un’astronave dolcemente galleggiante nello spazio. Siamo nel 2001. Eugeni fissa tre punti fermi interpretativi del «prologo»: osserva che la ragione è trasmessa all’uomo dal monolite; che l’arma non porta pace ma guerra; e che la logica della scoperta non è scientifica e razionale, ma avviene a causa di un’illuminazione. Riepiloghiamo: la ragione quindi è extraumana; la ragione è fonte di progresso non certo pacifico, ma distruttivo; il ragionamento logico, presupposto irrinunciabile della scoperta scientifica, è messo in discussione da un modo di guardare e capire diverso.

Come ha osservato Jordi Vidal 2001: Odissea nello spazio «è una ricusazione di Dio da un punto di vista metafisico; una meditazione sulle origini il destino dell’Uomo; una critica del materialismo, del culto del progresso e della subordinazione degli esseri umani alle macchine»[19]. La prima parte del film è centrata sull’apparizione del «monolito». «Tutto il film si svolge tra due apparizioni del monolito»[20]. Il «monolito» rappresenta una forza primordiale, un oggetto semplice e al tempo stesso misterioso. Un «monumento» in grado di consentire «la possibilità di rivivere un momento fondatore»[21]. Infatti nella prima parte del film di Kubrick il «monolito» inviato dagli alieni determina la vera svolta, trasformando la specie da animale in umana. Il racconto di 2001: Odissea nello spazio prosegue con due altre parti. Nella seconda, molto lunga, veniamo catapultati nel futuro, esattamente nel 2001[22]. L’intreccio narrativo è determinato ancora una volta dal «monolito», scoperto casualmente dagli umani nello spazio, dove era stato sepolto (dagli extraterrestri) milioni di anni prima (il «monumento» dopo aver svolto la funzione emancipatrice era stato posizionato quale segnale per controllare il pianeta[23]). Dalla Terra parte una missione spaziale verso Giove per scoprire il mistero. Gli astronauti non conoscono le ragioni del viaggio. Solo il potentissimo computer di bordo HAL 9000 è a conoscenza del vero motivo. Il computer è stato creato per aiutare i naviganti, ma visto che gli è stato dato l’ordine opposto, davanti alla possibilità che essi scoprano la verità, si ingegna per eliminarli. Il comandante della missione, David Bowman, riesce però prima a mettersi in salvo e, successivamente, a fuori gioco HAL 9000. Ora è lui a guidare il viaggio e scopre le vere ragioni della missione: esiste un’intelligenza extraterrestre. Siamo arrivati così alla terza parte conclusiva (più o meno lunga come la prima), «Giove e oltre l’Infinito». La navicella con a bordo Bowman avvista il «monolito». Quando gli si posiziona vicino inaspettatamente si apre una specie di «stargate», che lo risucchia in un viaggio capace di abbattere le normali percezioni di spazio e tempo. Il viaggio (da molti ritenuto un equivalente del viaggio psichedelico che compie la mente in casi di alterazione) si conclude con l’ammaraggio in una stanza, arredata in una mescolanza di stile classico e ultramoderno. Nella stanza Bowman invecchia, in solitudine e silenzio. Mentre sta spegnendosi, il monolito si presenta di nuovo, per farlo rinascere: un feto in primissimo piano (lo «Starchild») conclude il film sulla musica di Strauss (già sentita all’inizio, quando la scimmia stava evolvendosi in essere umano[24]).

Nella biografia dedicata a Kubrick dall’australiano John Baxter, viene riportato il testo di un telegramma inviato allo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke da Roger Caras, dirigente della casa di produzione Columbia, dopo aver pranzato col regista. Nel testo, datato 1964, leggiamo: «Stanley Kubrick - Dottor Stranamore - Orizzonti di Gloria ecc. - Interessato a fare film su Extraterrestri - Stop - Interessato a te»[25]. Dunque Kubrick voleva fare un film sulla vita extraterrestre. Successivamente Baxter riporta un parere di Clarke, sempre del 1964, su cosa intendeva fare il regista nel film, i cui temi sarebbero stati: le ragioni per credere nell’esistenza di forme di vita extraterrestri intelligenti; l’impatto (e forse persino la mancanza di un impatto per certe zone) che una simile scoperta potrebbe avere sulla terra nel prossimo futuro[26]. Queste informazioni sono riportate anche in un’altra biografia dedicata a Kubrick, scritta dall’americano Vincent Lo Brutto, a conferma del fatto che Kubrick volesse fare un film sull’esistenza degli extraterrestri[27]. Nella vastissima letteratura critica dedicata all’opera di Kubrick, il problema della presenza di forme extraterrestri è ritenuta spesso marginale. Invece è l’essenza del film. Ne è preziosissima e definitiva testimonianza una raccolta di interviste, ritenute per lungo tempo smarrite[28]. Queste interviste chiariscono i reali intendimenti kubrickiani. Il regista voleva aprire il film con un «prologo», composto dal montaggio di una serie di opinioni di scienziati, astronomi, filosofi e teologi, per fornire allo spettatore una risposta «scientifica» alla domanda: «siamo soli nell’universo?». Kubrick era convinto della esistenza di forme extraterrestri dotate di intelligenza superiore. Ma esistono gli alieni[29]? Diamine se esistono, anche se nessuno è mai riuscito a mostrarne uno. E la prova più lampante ed incontrovertibile della loro esistenza l’ha storicamente fornita il cinema di fantascienza americano[30]. Anche Stephen Hawking, dall’alto della cattedra a Cambridge ereditata addirittura da Isacco Newton, prima giurò, secondo scienza, che non esistevano. Poi ci ha ripensato: sempre secondo scienza ne ha sentenziato l’esistenza. Infine ha detto parole molto sensate: lasciamoli stare, non li stuzzichiamo. Se ci scoprono e sono come noi, potrebbe finire male. La questione attirò anche le riflessioni di Enrico Fermi. Il «papa» seduto a tavola affermò sicuro: abbiamo miliardi di mondi esistenti nella galassia, quindi non possiamo essere la sola forma di vita intelligente. Poi si rabbuiò, proseguendo perplesso: ma se siamo certi della loro esistenza, e il calcolo matematico conferma tale ipotesi, perché non si fanno vedere?

Con 2001: Odissea nello spazio Kubrick fece breccia nel cuore della generazione venuta alla ribalta sul finire degli anni Sessanta; generazione psichedelica, desiderosa di avvicinare nuovi percorsi spirituali, e scettica nei confronti della scienza, del progresso, della razionalità e delle modalità esistenziale (a cominciare dal consumismo) proprie del sistema  capitalista. Il film, in sostanza, poteva considerarsi un processo visivo all’Occidente. Furono i figli dell’Età dell’Acquario a determinare il successo di 2001: Odissea nello spazio. I figli di McLuhan trovarono nei silenzi, nella maestosità e nella lentezza dell’opera di Kubrick un richiamo spirituale irresistibile. Le intenzioni di Kubrick, dunque, si rispecchiano perfettamente nel suo capolavoro, un’opera dalla quale per filiazione sono partite tutte le gemme del recente e commercialmente fortunato filone della «fantascienza hollywoodiana». Con il suo film Kubrick fece breccia nel cuore di una nuova generazione che stava venendo alla ribalta sul finire degli anni Sessanta; una generazione desiderosa di sentir parlare di nuove forme di spiritualità, scettica nei confronti di scienza, progresso, razionalità e consumismo. Lo Brutto osserva come «la sequenza della Porta delle Stelle, che conclude il film, fece sì che i figli dell’Età dell’Acquario attribuissero a “2001” la palma del film degli anni Sessanta per antonomasia»[31]. E poco dopo, ritornando sull’argomento, scrive: «Per i figli di McLuhan, “2001” aveva un potere spirituale e religioso, gli spettatori fissavano lo schermo e restavano a fissarlo [...] In una sala un giovane corse verso lo schermo durante la scena della Porta delle Stelle e ci si tuffò attraverso urlando “Vedo Dio!”»[32]. Ma quale Dio stava vedendo quel giovane rapito dalla forza persuasiva dell’immaginario kubrickiano? Uno dei tanti «figli dei fiori», magari con l’aiuto di qualche stupefacente, veniva trasportato dal fascio di luce bianca che sullo schermo stava proiettando qualcosa di talmente divino da somigliare a Dio. Non si trattava certo, però, del Dio della  tradizione giudeo-cristiana, ma piuttosto del Dio già caro agli adepti della New Age californiana, impegnati ad accostare Gesù Cristo a Buddha e a Zoroastro, amalgamando il culto delle antiche religioni orientali del sole e gli extraterrestri, gli angeli e il potere terapeutico dei cristalli, la libertà sessuale e Satana, la musica rock e lo spiritismo, l’uso delle droghe e il cinema di fantascienza.

Il finale di 2001: Odissea nello spazio annunciava la nascita di un «nuovo uomo», l’«oltre uomo», l’«ultimo uomo», il «superuomo» tenuto a battesimo dalla benevolenza aliena. L’Anticristo evocato dalla follia filosofica di Nietzsche, finiva così per materializzarsi, dolcemente, sullo schermo, annunciando una prossima Apocalisse gnostica, liberatrice per l’uomo, finalmente sciolto dalle catene restrittive congiunte della materia degli scienziati e del Dio della Bibbia[33]. Gli alieni avevano tenuto a battesimo il «Bambino delle Stelle». Il culto degli alieni è uno dei tanti miti anticristiani, mescolanza di scientismo materialista (figlio della cultura illuminista) e occultismo neospiritualista (affiorato con estrema forza tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento). Questo frullato di richiami scientifici e istanze neognostiche (teosofia, spiritismo, magia, satanismo, occultismo, poteri medianici) per un lungo tratto di tempo è rimasto appannaggio di un’élite di iniziati, spesso ai margini della vita culturale. Poi, nel dopoguerra, con la diffusione pressoché planetaria della società dei consumi e dell’industria culturale, il mito degli extraterrestri si è trasformato in fenomeno di massa[34].Mentre alcuni cosmologi stavano diventando i nuovi teologi del tempo postmoderno, i registi dei film di fantascienza diventavano i maggiori divulgatori popolari delle idee e delle suggestioni suscitate dai risultati della nuova cosmologia e delle ricerche spaziali. Riportando il discorso al film di Stanley Kubrick,  opportuno ricordare come esso sia in stretta sintonia non solo col paradigma culturale ormai prossimo all’affermazione, ma anche con i progressi della tecnologia in atto, volti alla conquista dello spazio. Infatti, il 20 luglio 1969 un uomo per la prima volta metteva il piede sulla Luna, trasportato dalla navetta spaziale Apollo 11. Un antico sogno, grazie allo sviluppo delle conoscenze aerospaziali compiute nel corso della seconda metà del XX secolo, finalmente si materializzava. I mezzi di comunicazione di massa amplificarono in maniera formidabile questa notizia, elevandola alla massima potenza e facendola diventare una vera e propria icona della mitologia audiovisiva del Novecento. Le avventure spaziali capaci di inchiodare milioni di spettatori contemporaneamente in tutto il mondo davanti al piccolo schermo, erano già entrate, con familiarità, nell'immaginario collettivo. Anche Paolo VI, dalla Specola Vaticana, aveva assistito in tempo reale all’evento, benedicendo la nuova definitivamente agganciata dai cosmonauti.

La filmografia di Stanley Kubrick, a partire dal 1968, finisce per sintonizzarsi con la tendenza di accettazione del nichilismo, che assegna al sistema della rappresentazione cinematografica il compito di rispecchiare la frammentazione dell’etica e di narrare la disfatta della cultura come agente della civilizzazione. L’umanità non ha mai posseduto così tante conoscenze tecniche e scientifiche. Addirittura la conquista lunare, antico sogno degli uomini che scrutavano il cielo vedendo in esso un limite non solo spaziale, si è avverata. Eppure l’accumulo di sapere ha ridotto la cultura, specialmente quella cristiana, a brandelli. Come è stato correttamente notato, 2001: Odissea nello spazio nella complessiva filmografia di Kubrick, assume lo statuto di un’opera di riferimento, «mito di fondazione», «macro film», «macro testo»[35], condensato di «tre allegorie» (la prima dello Zarathustra di Nietzsche, la seconda di Ulisse dell’Odissea di Omero, la terza della fusione tra macchina e uomo di Clarke[36]). Stanley Kubrick si erge a redivivo Zarathustra nietzchiano[37], che con la macchina da presa sulle spalle riprende le rovine del mondo, consapevole del fatto che la verità non sta da nessuna parte, poiché non esiste[38]. Per Paolo Bertetto «Kubrick sembra portare a compimento quel radicale superamento della realtà esterna, del mondo oggettivo, che Nietzsche aveva teorizzato nei suoi scritti e che la cultura del Novecento ha poi ripreso e rielaborato, dall’ontologia debole al pensiero della differenza alla filosofia dei simulacri»[39]. Kubrick, per concludere, è il regista che forse più di ogni altro nel cinema postmoderno ha saputo coniugare la natura industriale del mezzo cinematografico, con una totale libertà della creazione. Quindi i suoi film sono al tempo stesso grandi operazioni industriali, che non trascurano affatto gli aspetti commerciali, e grandi ricerche artistiche. James Naremore lo considera l’ultimo dei «modernisti», o l’ultimo dei «viennesi»[40], erede della cultura della decadenza di Freud, Stefan Zweig[41]e Arthur Schnitzler[42], nonché grande ammiratore dello stile «fin de siècle» di La ronde (1950) di Max Ophüls[43].  Forse, più semplicemente, è il primo dei registi postmoderni.

 


[1]Tra le varie opere dello studioso americano nato nel 1936 va ricordata soprattutto una storia del cinema, riccamente illustrata, ROBERT SKLAR, A World History of Film, Harry N. Abrams, New York 2002

[2]Cfr. ROBERT SKLAR, Cinemaamerica, Feltrinelli, Milano 1982

[3]Cfr. ROBERT SKLAR, Movie-Made America. A Cultural History of American Movies, Vintage Books, New York 1994

[4]ANTONIO GNOLI, Pulp Hollywood, in «la Repubblica», 8-6-1995

[5]Cfr. ROBERT SKLAR, Hollywoodand the Age of Reagan, in ID., Movie-Made America, cit., pp. 339-356. Un’analisi del cinema reaganiano in chiave di «sicurezza nazionale» è JEAN-MICHEL VALANTIN, Legittimazione della nuova potenza strategica (1982-1990), in ID., Hollywood, il Pentagono e Washington, Fazi, Roma 2005, pp. 43-60

[6]Verso la fine dell’Ottocento alcuni astrologi, scrutando nell’universo dei segni zodiacali, propettarono la teoria del «cambiamento di paradigma»: a loro avviso si stava uscendo dall’Era dei Pesci (segnata dal cristianesimo, dalla guerra e dagli scontri di religione) e si stava entrando in un’Era Nuova (New Age), l’Era dell’Acquario (segnata da una nuova spiritualità sincretista, gnostica, pacifista, ecologista, definita di sovente acquariana). Non tutti concordano sulle date, ma tale passaggio sarebbe dovuto avvenire nella secondo metà (o alla fine) del Novecento (altre interpretazioni si spingono addirittura al XXI secolo). L’idea della New Age venne rielaborata in ambienti teosofici, ad esempio da Alice Bayle (1880-1949), per esplodere a livello di massa nella seconda metà del Novecento

[7]JEAN VERNETTE,Il New Age. All’alba dell’era dell’Acquario, Edizioni Paoline, Milano 1992; CARLO MACCARI, La New Age di fronte alla fede cristiana, ELLE DI CI, Torino 1994; ALDO NATALE TERRIN,New Age. La religiosità del postmoderno, EDB, Bologna 1997; BARTOLOMEO DOBROCZYŃSKI, New Age. Il pensiero di una “nuova era”, Bruno Mondadori, Milano 1997; MARVIN OXENHAN, New Age. C’è veramente l’oro alla fine dell’arcobaleno?, IBE, ROMA 1997; CECILIA GATTO TROCCHI, Nomadi spirituali. Mappe dei culti del nuovo millennio, Mondadori, Milano 1998; GASPARE BARBIELLINI AMIDEI, New Age - Next Age. Facile Dea, Piemme, Casale Monferrato 1998; MICHEL LACROIX, L’ideologia della New Age, il Saggiatore, Milano 1998; LUIGI BERZANO, New Age, il Mulino, Bologna 1999; ALESSSANDRO OLIVIERI PENNESI, Il Cristo del New Age. Indagine critica, Libreria Editrice Vaticana, Roma 1999; FRANCO FERRAROTTI, La verità? È altrove. All’insegna del new age, Donzelli, Roma 1999; JADER JACOBELLI (a cura di), New Age?, Laterza, Roma-Bari 1999; PAUL HEELAS, La New Age. Celebrazione del sé e sacralizzazione della modernità, Editori Riuniti, Roma 1999; GIOVANNI FILORAMO, Millenarismo e New Age. Apocalisse e religiosità alternativa, Dedalo, Bari 1999; MASSIMO INTROVIGNE,New Age & Next Age, Piemme, Casale Monferrato 2000; GIORGIO GALLI, Appunti sulla New Age, Kaos Edizioni, Milano 2003; ALESSANDRO CERRI - NICOLA MALPELLI - DANILA VISCA (a cura di), Oltre il New Age. Il futuro della religione e le religioni del futuro, Bulzoni, Roma 2008

[8]Cfr. FRITJOF CAPRA, Il Tao della Fisica, Adelphi, Milano 1982

[9]JAMES REDFIELD è l’autore del bestseller La profezia di Celestino, Corbaccio, Milano 1994

[10]JAMES REDFIELD, La visione di Celestino, Corbaccio, Milano 1998, p. 16

[11]Su 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick si è scritto moltissimo. Ricordiamo solo alcuni titoli essenziali: JEROME AGEL (a cura di), The Making of Kubrick’s 2001, Signet, New York 1970; CAROLYN GEDULD, Filmguide to 2001. A Space Odyssey, Indiana University Press, Bloomington 1973; DAVID G. STORK (a cura di), HAL’s Legacy. 2001’s Computer as Dream and Reality, The MIT Press, Boston 1998; PIERS BIZONY, 2001. Filming the Future, Aurum Press, Londra 2000;STEPHANIE SCHWAM, The Making of 2001: A Space Odyssey, Modern Library, New York 2000; MICHEL CHION, Un’odissea del cinema. Il «2001» di Kubrick, Lindau, Torino 2000; DAN RICHTER, Moonwatcher’s Memoir. A Diary of 2001: A Space Odyssey, Da Capo, New York 2002; GIUSEPPE LIPPI, 2001 odissea nello spazio. Dizionario ragionato, Le Mani, Recco-Genova 2008; KEVIN L. STOEHR, 2001. A Philosophical Odyssey, in STEVEN M. SANDERS (a cura di), The Philosophy of Science Fiction Film, The University Press of Kentucky, Lexington 2008, pp. 119-133; PETER KRAMER, 2001: A Space Odyssey, BFI, Londra 2010; MICHEL CIMENT, Le cinéma fantastique, in ID., Kubrick, Calmann-Lévy, Parigi 2011, pp. 125-134

[12]Cfr. THOMAS KUHN, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 1995

[13]MARYLIN FERGUSON, La cospirazione dell’Acquario, Marco Tropea, Milano 1999, pp. 28-30

[14]JAMES REDFIELD, La visione di Celestino, cit., p. 43

[15]Lo studioso di cinema LUGI BINI, padre gesuita, recensendo il film di KUBRICK in «Letture», n. 2, 1969, scriveva: «Il progresso materiale in cui l’uomo si muove davanti a sé, se non intervengono cataclismi imprevedibili, ha possibilità illimitate. In punti dello spazio extra-terrestre altri esseri sono impegnati in una vicenda di progresso simile alla nostra» e «2001: Odissea nello spazio esprime una visione del divenire universale integralmente materialista»

[16]RUGGERO EUGENI, Invito al cinema di Stanley Kubrick, Mursia, Milano 1995, pp. 70-71

[17]Ibid., pp. 71-72

[18]Nel romanzo di ARTHUR C. CLARKE 2001: a Space Odyssey. A Novel, New American Library, New York 1968, a questa scimmia viene dato il nome «guarda la luna» («Moonwatcher»). Il romanzo, scritto nel corso delle lunghe lavorazioni, fornisce preziose informazioni laddove il film è volutamente oscuro, anche a causa dello scarsissimo dialogo: a giudizio di VINCENT LO BRUTTO, Stanley Kubrick. L’uomo dietro la leggenda, Il Castoro, Milano 1999, p. 333, «il romanzo colma molti dettagli con la sua forte struttura narrativa e può servire come guida allo spettatore del film nel decifrarne la natura astratta e simbolica»

[19]JORDI VIDAL, Traité du combat moderne. Films et fictions de Stanley Kubrick, Éditions Allia, Parigi  2005, p. 105

[20]ENRICO GHEZZI, Stanley  Kubrick, Il Castoro, Milano 2002, p. 82

[21]PHILIPPE FRAISSE, Le cinéma au bord du monde. Une approche de Stanley Kubrick, Gallimard, Parigi 2010, p. 145

[22]Il film ha tre cartelli che scandiscono la suddivisione: il primo «L’alba dell’umanità», che arriva sino alla partenza della missione degli astronauti sulla nave spaziale Discovery; il secondo «Diciotto mesi: in missione verso Giove»: il terzo «Giove e oltre l’Infinito». A nostro avviso la parte iniziale «L’alba dell’umanità» ha una conclusione logica quando l’osso volteggiante nel cielo si trasforma in navicella nello spazio del 2001

[23]The Sentinel

[24]Si tratta di Così parlò Zarathustra di Richard Strauss, e svariati commentatori interpretano il brano musicale ripetuto come un diretto riferimento alla circolarità dell’eterno ritorno filosofico di Nietzsche

[25]JOHN BAXTER, Stanley Kubrick. La biografia, Lindau, Torino 1999, p.245

[26]Ibid., pp. 246-250

[27]Cfr. VINCENT  LO BRUTTO, Il viaggio definitivo in ID.,Stanley Kubrick, cit., pp. 276-292

[28]Cfr. ANTHONY FREWIN (a cura di), Stanley Kubrick. Interviste extraterresti, Isbn, Roma 2006

[29]La letteratura sull’argomento è impressionante quanto di pessima qualità. Segnaliamo, solo in lingua italiana: PAUL C. W. DAVIES, Siamo soli? Implicazioni filosofiche della scoperta della vita extraterrestre, Laterza, Roma-Bari 1994; ELIO SINDONI, Esistono gli extraterrestri?, il Saggiatore, Milano 1997; TOMMASO PINCIO, Gli alieni. Dove si racconta come e perché sono giunti fra noi, Fazi, Roma 2006

[30]Una delle migliori «fonti cinematografiche» del mito dell’esistenza aliena è Independence Day (1996) di Roland Emmerich.Independence Day venne programmato in 2800 schermi americani il 3 luglio 1986, incassando complessivamente, fino alla prima settimana del 1997, 300 milioni di dollari (ai quali vanno aggiunti altri 500 milioni ottenuti nel resto del mondo), risultando il primo film dell’anno e attestandosi al trentatreesimo posto nella classifica dei maggiori incassi di tutti i tempi (trentaseiesimo con l’aggiustamento dell’inflazione)

[31]VINCENT  LO BRUTTO, Stanley Kubrick, cit., p. 325

[32]Ibid., p. 335

[33]Nel romanzo di ARTHUR C. CLARKE, 2001: a Space Odyssey, «il Bambino delle Stelle» fa esplodere le armi nucleari sulla terra, determinando l’Apocalisse: la rinascita dell’umanità avviene così attraverso il battesimo del fuoco. KUBRICK fino all’ultimo pensò di utilizzare questo finale, ma poi ci rinunciò, come ricorda VINCENT LO BRUTTO, Stanley Kubrick, cit., p. 296. Questa è la conclusione del libro di CLARKE: «Milleseicento chilometri più in basso egli si accorse che un assopito carico di morte si era destato e si stava muovendo pigramente lungo la sua orbita. Le deboli energie che conteneva non costituivano per lui una possibile minaccia; ma preferiva un cielo più pulito. Fece valere la propria volontà e i megatoni in orbita fiorirono in una detonazione silenziosa che portò un’alba breve e falsa su metà del globo addormentato. Poi aspettò, chiamando a raccolta i propri pensieri e meditando sui propri poteri non ancora posti alla prova. Poiché, sebbene fosse il padrone del mondo, non sapeva bene ancora che cosa fare in seguito. Ma avrebbe escogitato qualcosa»

[34]Cfr. ENZO PENNETTA – GIANLUCA MARLETTA,Extraterresti. Le radici occulte di un mito moderno, Rubbettino, Soveria Mannelli 2011

[35]FLAVIO DE BERNARDINIS, L’immagine secondo Kubrick, Lindau, Torino 2003, p. 63

[36]Cfr. LEONARD WHEAT, Kubrick’s 2001. A Triply Allegory, Scarecrow Press, Lanham 2000

[37]Un’analisi dell’evidente influenza del pensiero di Nietzsche nell’opera di Kubrick è DANIEL SHAW, Nihilism and Freedom in the Films of Stanley Kubrick, in JEROLD J. ABRAMS (a cura di), The Philosophy of Stanley Kubrick, cit.,, pp. 221-234

[38]La filosofia nichilista e  nietzscheana sorregge anche 2001: Odissea nello spazio, come sostiene JEROLD J. ABRAMS, Nietzsche’s Overman as PosthumanStar Child in2001: A Space Odissey, in ID. (a cura di), The Philosophy of Stanley Kubrick, cit., pp. 247-263

[39]PAOLO BERTETTO, A Clockwork Orange. Le forme della messa in scena, in VITO ZAGARRIO (a cura di), Overlooking Kubrick, Dino Audino, Roma 2006, p. 75

[40]Cfr. JAMES NAREMORE, On Kubrick, BFI, Londra 2007, p. 4

[41]Fra i progetti che KUBRICK aveva intenzione di  realizzare, c’era un film tratto dal romanzo di STEFAN ZWEIG, Bruciante segreto, Adelphi, Milano 2007 (Brennendes Geheimnis, 1938)

[42]Da un’opera narrativa di ARTHUR SCHNITZLER, Doppio sogno, Adelphi, Milano 1998 (Traumnovelle,  1926), KUBRICK realizzerà il suo ultimo lungometraggio, Eyes Wide Shut, nel 1999. Sui rapporti tra il film di KUBRICK e la novella di SCHNITZLER cfr. LUIGI CIMMINO – DANIELE DOTTORINI – GIORGIO PANGARO (a cura di), Il doppio sogno di Stanley Kubrick. Traumnovelle / Eyes Wide Shut: contributi per una lettura comparata, Il Castoro, Milano 2007

[43]Il film di MAX OPHÜLS La ronde è tratto dall’opera di ARTHUR SCHNITZLERReigen(1903) 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Sabato, 16. Aprile 2016 - 12:25


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L'ALBA DEL PIANETA DELLE SCIMMIE (Laura Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/26/2011 - 08:48
 
Titolo Originale: Rise of the planet of the Apes
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Rupert Wyatt
Sceneggiatura: Amanda Silver e Rick Jaffa ispirata al romanzo di Pierre Boulle
Produzione: Chernin Entertainment/Twentieth Century Fox Corporation
Durata: 107
Interpreti: James Franco, Freida Pinto, Andy Serkiss, John Lithgow

Will Rodman è un giovane e brillante ricercatore che usa le scimmie per sperimentare un rivoluzionario farmaco contro l’Alzheimer, di cui soffre anche suo padre. Nonostante i buoni risultati iniziali la sperimentazione viene sospesa, ma Will riesce a salvare un cucciolo che nel ventre materno ha subito delle mutazioni genetiche e che ben presto dimostra un’intelligenza eccezionale. Cesare, così viene chiamato, vive con Will e diventa uno di famiglia finché, a causa di un’occasionale reazione violenta, viene chiuso in un una prigione dove sperimenta la crudeltà dell’uomo e la schiavitù dei suoi simili. A questo punto Cesare è pronto per scatenare un’inimmaginabile rivoluzione…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
IL film offre molti elementi di riflessione sia nel senso della meditazione esistenziale che dell’etica della scienza anche se non sempre le risposte a tali meditazioni si concludono positivamente
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene violenti
Giudizio Artistico 
 
La pellicola, che a un certo punto, tra scimmie in fuga e visus letali in circolazione, perde un po’ la traiettoria, offre però molti elementi di riflessione
Testo Breve:

Prequel di un film del 1968 (Il pianeta delle scimmie) ancora conosciuto e amatissimo, il film offre molti elementi di riflessione  sia nel senso della meditazione esistenziale che dell’etica della scienza anche se non sempre le risposte a tali meditazioni si concludono positivamente

Prequel di un film del 1968 (Il pianeta delle scimmie) ancora conosciuto e amatissimo, dove due astronauti di ritorno da un missione spaziale si trovavano su una terra del futuro dove la razza dominante erano i primati anziché l’uomo, questa pellicola torna indietro nel tempo e mette le basi (la conclusione aperta lascia prevedere seguiti) per ricostruire la saga dall’inizio.

La storia segue la progressiva “presa di coscienza” (se così si può chiamare) del futuro leader delle scimmie, Cesare, scimpanzé dal nome shakespeariano (datogli dal padre di Will) che ben avrebbe potuto chiamarsi Spartaco, per come lo vediamo progressivamente scoprire la fratellanza con i suoi simili, realizzarne lo stato di schiavitù e decidere di ergersi a loro liberatore.

Dall’altro lato c’è Will, ricercatore di belle speranze pronto a forzare il protocollo scientifico per mettere a punto una cura rivoluzionaria spinto da motivi personali (la malattia paterna) che potranno forse suonare un cliché hollywoodiano (anche se  le stesse caritatevoli intenzioni vengono utilizzate per giustificare pratiche eticamente discutibili come la ricerca sugli embrioni) ma che danno alla storia una profondità affettiva che la solleva del semplice apologo morale.

La pellicola, che a un certo punto, tra scimmie in fuga e visus letali in circolazione, perde un po’ la traiettoria, offre però molti elementi di riflessione  sia nel senso della meditazione esistenziale che dell’etica della scienza.

Il percorso di evoluzione accelerato di Cesare, infatti, che culmina con l’acquisizione del linguaggio più che con la camminata eretta, passa attraverso le domande distintive della coscienza umana “Chi sono? Per che cosa sono fatto?”, da cui discendono naturalmente la spinta verso la solidarietà con i simili, ma anche la coscienza della propria irriducibilità all’uso da parte di un altro, si presenti esso come creatore o padre o porti avanti le più nobili motivazioni.

Tradito e abbandonato dal suo “padrone”, Cesare trova la sua identità nell’appartenenza alla sua specie, ma conserva, per ora, il rispetto per la vita umana (impedisce ai suoi di uccidere uno dei guardiani), anche se uno dei primi gesti delle scimmie liberate (in una non involontaria parodia del dettato scritturale) è proprio l’uccisione dell’uomo oppressore. Il primo strumento afferrato dalla scimmia eretta è uno strumento di morte, il che non può che spingerci ad interrogarci su come e se questa evoluzione intellettiva si accompagni con l’acquisizione di un senso morale.

D’altra parte non possiamo non pensare che le straordinarie capacità di Cesare, la sua intelligenza, ma anche la sua “pietà” nei confronti delle altre scimmie sofferenti, non siano solo il prodotto della genetica, ma anche degli anni spesi accanto a Will e a suo padre, dell’affetto e degli insegnamenti che ha ricevuto.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Italia 1
Data Trasmissione: Giovedì, 17. Maggio 2018 - 21:15


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L'ALBA DEL PIANETA DELLE SCIMMIE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/21/2011 - 22:32
 
Titolo Originale: Rise of the Planet of the Apes
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Rupert Wyatt
Sceneggiatura: Amanda Silver, Rick Jaffa
Produzione: CHERNIN ENTERTAINMENT, TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION
Durata: 105
Interpreti: James Franco, Freida Pinto, Andy Serkis, Tyler Labine

Una serie di esperimenti d'ingegneria genetica portano all'evoluzione intelligente delle scimmie e al futuro scontro di civiltà con gli esseri umani.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film fa riflettere sul potenziale periocolo di quelle ricerche scientifiche che svolte anche per fini positivi, non sa definire i proprili limiti etici
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune intense scene di azione e di violenza
Giudizio Artistico 
 
Il film parte lentamente e per una buona parte non riesce a decollare. Poi, improvvisamente, inizia a volare vorticosamente e gli effetti speciali sono sorprendenti
Testo Breve:

Il film, presentato nelle recensioni di Claudio Siniscalchi e Laura Cotta Ramosino, ci racconta come mai le scimmie erano diventate più intelligenti degli uomini, in base a quanto risultava dall’ormai classico “Il pianeta delle scimmie” del 1968 con Charlton Heston. Un action movie che fa riflettere sui potenziali rischi di una scienza che non sa riconoscere quali sono i propri  limiti  

Cosa resta del Sessantotto? Le scimmie. Come le scimmie! Le scimmie, appunto. Nell’anno fatidico uscì, con successo immenso, “Il pianeta delle scimmie”, gioiello splendente della fantascienza, diretto da Franklin J. Schaffner, tratto dal romanzo “La planète des singes” del francese Pierre Boulle.
E se ciò non bastasse, nell’annus mirabilis Stanley Kubrick aprì il suo leggendario “2001: Odissea nello spazio” (una delle overture, se non l’overture più famosa della storia del cinema) affidandosi ai progenitori dell’uomo. L’alba dell’umanità secondo Kubrick, sulle note di “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss, si concludeva con la scimmia armata di osso (la clava del progresso), prima schiantato sulla testa di un malcapitato simile, poi lanciato furiosamente in cielo per finire, giro dopo giro, trasformato nella navicella spaziale volteggiante nello spazio (colmando così uno spazio temporale immenso, in pochi secondi).
E dal 1967+1, come scriveva con sarcasmo Giovannino Guareschi, le scimmie sullo schermo non ci hanno più abbandonato. Sino ad oggi, con l’uscita di “L’alba del pianeta delle scimmie” di Rupert Wyatt.

Finalmente possiamo avvicinarci al mistero di quel lontano“Il pianeta delle scimmie”. Una domanda non aveva ancora avuto risposta: ma come diavolo erano riuscite le scimmie a ribaltare il corso delle storia, riducendo gli uomini in schiavitù? Il finale del film di Schaffner forniva un chiaro indizio. L’atletico Charlton Heston (astronauta rimasto accidentalmente un po’ troppo lontano dal pianeta terra) vedendo i resti della Statua della Libertà, malediva gli esseri umani, accusandoli di aver scatenato la guerra atomica.

Spiegazione in sintonia con i tempi. Paura dell’apocalisse nucleare e annuncio di sensibilità ecologista. Restava però un dubbio, che non chiariva neppure il remake in stile dark-gotico di Tim Burton del 2001. Le scimmie si erano evolute. Parlavano come gli umani, ragionavano come gli uomini e cominciavano anche a porsi addirittura domande sul senso del bene e del male. L’emancipazione animale l’aveva determinata l’uso dell’atomica? Difficile. Occorreva una spiegazione più sensata. Ed eccola arrivare puntualmente con “L’alba del pianeta delle scimmie”. Un giovane ricercatore di un’azienda farmaceutica di San Francisco, Will (James Franco) sta sperimentando su cavie-scimpanzé un prodotto ideato per sconfiggere l’Alzheimer. I risultati sono sorprendenti: un animale reagisce aumentando sensibilmente l’intelligenza. Ma la bestia, che ha dato alla luce un cucciolo, inspiegabilmente si ribella e viene ucciso. Il piccolo è però salvato dal ricercatore, che lo ospita nella casa dove vive insieme al padre, gravemente ammalato di Alzheimer. Il cucciolo di scimpanzé, chiamato Cesare, ha capacità straordinarie. Adesso però ci dobbiamo fermare, altrimenti saremmo costretti a svelare il finale. L’immagine della vetta più alta del parco delle sequoie, dalla quale Cesare osserva in lontananza il ponte di San Francisco e la città sulla costa nascosta dietro la coltre di nebbia, è uno spettacolo della visione. Altrettanto meravigliosa è la fuga delle scimmie verso il parco. Gli animali debbono passare attraverso il ponte, ed evitare di essere mitragliati  dall’alto dalla polizia. La loro intelligenza ormai consente una strategia di combattimento degna del miglior Giulio Cesare. Non ci sono dubbi che gli animali (Cesare su tutti) alla fine risultano molto più bravi come attori degli umani. Non poteva che essere così: sono loro i veri protagonisti del film (attori trasformati dalla tecnologia in animali, eclissano l’umano attraverso il virtuale).

Adesso ne sappiamo di più su come le scimmie divennero intelligenti e parlanti. Ma come schiavizzarono gli uomini? Il prossimo film servirà a spiegarcelo definitivamente. E se non bastasse una nuova puntata pazienza, se sono come “L’alba del pianeta delle scimmie” ne vedremo altre. 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAPTAIN AMERICA – Il primo vendicatore (Laura Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/27/2011 - 09:19
 
Titolo Originale: The first Avenger: Captain America
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Joe Johnston
Sceneggiatura: Stephen Mecfeely, Christopher Markus, Joss Whedon
Produzione: Marvel Enterprises/Marvel Entertainment/Marvel Studios
Durata: 125
Interpreti: Chris Evans, Samuel L. Jackson, Hugo Weaving, Stanley Tucci, Tommy Lee Jones, Sebastian Stan, Richard Armitage, Hayley Hatwell, Dominic Cooper

1942. Il giovane Steve Rogers non vorrebbe altro che combattere i nazisti e servire il suo Paese come soldato, ma viene continuamente respinto a causa del suo fisico troppo gracile. A dargli una possibilità ci pensa il dottor Erskine, un medico transfuga dalla Germania che ha inventato un siero capace di potenziare le capacità fisiche e mentali… Il giovane Rogers è il primo e l’ultimo a testarlo perché a interrompere le sperimentazioni arriva una spia inviata dall’HIDRA, una temibile associazione segreta nazista capeggiata dal mostruoso Teschio Rosso. Ora le nuove capacità e il coraggio di Steve, divenuto Capitan America, saranno messe alla prova…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non si può non affezionarsi a questo eroe buono e pronto al sacrificio per amici e compagni e ha la semplicità (che non vuol dire affatto semplicismo) morale dei film di una volta.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il protagonista e i personaggi principali sono molto ben delineati anche se l'azione vera e propria nella pellicola arriva tardi unito a un set up interessante ma forse un po’ troppo dettagliato
Testo Breve:

Captain America, nelle recensioni di Laura Cotta Ramosino e Claudio Siniscalchi è l'ultimo dei "vendicatori" della Marvel ad apparire sulla ribalta degli schermi. Il film riesce a liberare il personaggio da qualsiasi pericolosa retorica e lo rende un eroè sì, ma simpatico ed umile pronto a sacrificarsi per i suoi compagni

Captain America (infelice traduzione italiana dell’originale) è l’ultimo tassello di un ambizioso progetto della Marvel che culminerà nel 2012 con la pellicola “collettiva” dei Vendicatori, per i non adepti del mondo dei fumetti un gruppo di supereroi che comprende anche Thor (pure lui titolare di una pellicola quest’anno), Iron Man (due pellicole all’attivo) e Occhio di Falco (comparso brevemente in Thor) e, forse, l’incredibile Hulk, e che si unisce per salvare il mondo dalle minacce così grandi da trascendere la forza dei singoli.

Cap, come viene affettuosamente chiamato, è uno dei primi e per molti versi più ingenui eroi del mondo dei fumetti: nato ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, addirittura prima di Pearl Harbour, è intriso di ideali patriottici (il suo costume porta colori e motivi della bandiera americana) e le sue motivazioni per combattere il male sono semplici e limpide come quelle di un bambino. Siamo quindi più dalle parti dell’innocenza cristallina di Superman che dei rovelli interiori e dei chiaroscuri di Batman o degli X Men, che dei supereroi tormentati e con super-problemi sono gli esempi più recenti e migliori.

Ma forse proprio in questo sta il fascino, un po’ vintage come la sua divisa, di un supereroe che possiede sin dal primo momento tutte le doti di coraggio, intelligenza, caparbietà, compassione e generosità che lo caratterizzeranno in futuro, e che ha bisogno solo di un corpo capace di “supportarle”. A dargli la possibilità di realizzare il suo immenso potenziale interiore ci pensa uno scienziato tedesco (per una volta non un ebreo, ma un compatriota di Hitler che saggiamente osserva come il primo paese a essere invaso dai nazisti sia stata proprio la loro stessa patria) che riesce a vedere oltre il suo modesto “contenitore” e dare diritto d’espressione al contenuto.

Steve Rogers è un eroe a tutto tondo, coraggioso eppure umile, che mantiene la sua timidezza con le donne anche dopo che il super siero lo ha trasformato in un fusto e ha l’umiltà di domandarsi “perché io?” di fronte a un’offerta che pure risponde a tutti i suoi sogni.

In questo è il perfetto contraltare di un cattivo che più cattivo non si può, Teschio Rosso, ossessionato (come storicamente lo fu Hitler stesso) dall’occulto, e in particolare da un misterioso cubo di energia appartenuto ad Odino (e qui si vede il collegamento con Thor), con cui può produrre armi al cui confronto l’atomica è un giocattolo.

Recuperando in senso ironico e lo stile visivo dei fumetti originali, la pellicola segue le avventure del Capitano a stelle e strisce, prima che sui campi di battaglia, sui palchi degli spettacoli per raccogliere finanziamenti per la guerra, un po’ come avveniva agli eroi di Iwo Jima, imprigionati nella coazione a ripetere il gesto che li aveva resi famosi (là era l’alzabandiera, qui il pugno in faccia a Hitler che compare sul primo albo di Cap).

L’azione vera e propria, dunque, nella pellicola arriva tardi e questo, unito a un set up interessante ma forse un po’ troppo dettagliato, potrebbe scoraggiare una parte del pubblico.

Se ci si lascia prendere dalla storia, però, non si può non affezionarsi a questo eroe buono e pronto al sacrificio per amici e compagni (il saper far squadra è una delle caratteristiche del personaggio dalle origini), ai suoi compagni di avventure (l’amico Bucky, la coraggiosa agente Carter - pure lei un’outsider, donna nel mondo maschile della guerra), alla loro missione che ricorda tanti classici sulla Seconda Guerra Mondiale (da I cannoni di Navarone,  o Dove osano le aquile) e ha la semplicità (che non vuol dire affatto semplicismo) morale dei film di una volta.

Il sacrificio finale di Cap, se pure gli fa perdere l’appuntamento della vita, apre la strada al suo futuro ritorno accanto al gruppo dei Vendicatori: dritto dritto dai ghiacci dell’Artico, armato del suo leggendario scudo e dei suo modi di una volta, sarà, ne siamo certi, un benvenuto contrappeso alla spacconeria di Thor e all’ironia di Iron Man. Non resta che aspettare.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAPTAIN AMERICA - IL PRIMO VENDICATORE (Claudio Siniscalchi)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 07/23/2011 - 15:36
 
Titolo Originale: The First Avenger: Captain America
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Joe Johnston
Sceneggiatura: Stephen McFeely, Christopher Markus, Joss Whedon
Durata: 125
Interpreti: Chris Evans, Hugo Weaving, Stanley Tucci, Tommy Lee Jones, Hayley Atwell

New York- 1942. Steve Rogers è un ragazzo di Brooklin, mingherlino e affetto da asma che vuole fare il suo dovere di patriota arruolandosi per combattere i nazisti in Europa. Per cinque volte si reca in un ufficio di reclutamento e per cinque volte viene respinto.
Si accorge di lui il dott. Erskine che nota le sue alte qualità umane e lo ingaggia per un progetto speciale che farà di lui un uomo dalle capacità atletiche eccezionali..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Captain America non è solo un grande patriota: è generoso verso i suoi compagni e cerca l'amore vero, quello per tutta la vita
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima ricostruzione in CG degli anni '40 e di modelli di aerei e macchine che sono proiezioni del futuro allora concepito
Testo Breve:

Nato nel 1941, Captain America era l'eroe a fumetti che meglio interpretava la volontà di intervento nella guerra in Europa contro Hitler. Il film, pur ambientato in quel periodo, sposta intelligentemente l'attenzione sulle qualità umane del protagonista

Borges, come è risaputo, ci vedeva poco. Ma al cinema, dove si recava spesso in Argentina negli anni Trenta del Novecento, in qualità di critico cinematografico per la rivista «Sur», da buon nittalope (animale che al buio vede benissimo) riuscì a percepire come l’epica degli antichi si fosse trasferita nei film western. Gli eroi dall’Olimpo della mitologia greca, al quale non credeva più nessuno, si erano di nuovo materializzati sullo schermo, con la pistola in una mano e la Bibbia nell’altra. E magicamente era tornata negli uomini la fiducia negli eroi, capaci di sfidare (spesso da soli) le malvagità del mondo. Gli eroi della mitologia greca erano d’abitudine stati generati da un comune mortale e da una divinità. Le eccezioni umane ovviamente ci sono, come Ulisse. Ma la regola era il «semidio», l’eroe leale, coraggioso, forte in battaglia, degno e immacolato anche nel fango. Poi anche nel nuovo Olimpo hollywoodiano il potere della celluloide svanì. Il tempo della morte degli eroi si portò via anche John Wayne. Poi, come l’Araba Fenice, nel rimescolamento della mitologia hollywoodiana, sono nati nuovi eroi. A partorirli è stato il mondo del fumetto trasferitosi al cinema. Borges vedendo “Captain America - Il primo vendicatore” avrebbe riconosciuto la tipologia del nuovo eroe, metà umano metà divino.
Infatti nel primo appuntamento con “Captain America - Il primo vendicatore” (prepariamoci all’ennesima serie, con appuntamento già fissato per il prossimo anno, “The Avengers” con Captain America insieme a Iron Man, Hulk, Thor) il giovane newyorkese Steve Rogers vuole arruolarsi. Siamo all’inizio del secondo conflitto mondiale (il fumetto fu pubblicato per la prima volta nel 1941) e Steve nazisti. Al ragazzo non mancano coraggio e determinazione, ma ha un fisico inadatto alla guerra: mingherlino, asmatico, fragile. Lo zio Sam chiama, lui si presenta per l’arruolamento e regolarmente lo rispediscono indietro. Servirebbe un miracolo. E puntualmente arriva. Un tempo l’onnipotenza era fabbricata  nell’Olimpo, oggi l’onnipotenza è in mano alla scienza. Così Steve incontra il dottor Abraham Erskine, che gli propone di sottoporsi ad un esperimento. Il siero iniettatogli lo trasformerà in un eroe. Così potrà mettere la divisa e battersi. Il Grande Scienziato partorisce in laboratorio così il suo Frankestein, però dal volto buono, e soprattutto dallo scudo corazzato con stella bianca e dalla divisa stelle e strisce, Captain America (che assume le potenti e muscolose sembianze dell’attore Chris Evans, l’Uomo Torcia di “I Fantastici”). E per i perfidi nazisti sono botte da orbi. La premessa del film diretto da Joe Johnston è sontuosa.

Vintage bianco e nero anni Quaranta elevato alla massima potenza dagli effetti speciali, specialità degli eroi della casa Marvel. Furbescamente il racconto mette in scena l’irrazionalità del nazismo magico e occultista. Prioritario compito di Captain America, adesso aggregato alle truppe americane, è fermare a tutti i costi un nazista che ha un’arma segreta potentissima. Non si tratta di missili dalla lunga gittata o di ordigni atomici. Si tratta del possesso dell’energia divina di Odino, il padre incontrastato della mitologia germanica. Con quell’arma la guerra sarà così vinta dai nazisti e le forze delle tenebre soggiogheranno l’intero pianeta.  Fra i prodotti hollywoodiani patriottici, “Captain America - Il primo vendicatore” è la massima espressione. E quindi il finale è scontato: vincono i buoni, perdono i cattivi. Finita la proiezione e usciti dalla sala si ritorna alla realtà. Poi ci si imbatte nello schermo della televisione, per scoprire che un attentato terroristico ha seminato morte e distruzione nella tranquilla, piovosa e fredda Norvegia. Il Male non va mai in ferie. L’esagerazione della finzione di colpo si tramuta nell’orrore della realtà. Ci vorrebbe davvero Captain America, per salvare dal martirio la povera Europa, devastata da troppi nemici oscuri e folli. 

Autore: Glaudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: ITALIA 1
Data Trasmissione: Mercoledì, 9. Ottobre 2013 - 21:15


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I GUARDIANI DEL DESTINO (C. Siniscalchi)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/20/2011 - 22:25
Titolo Originale: The Adjustment Bureau
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: George Nolfi
Sceneggiatura: George Nolfi da un racconto di Philip K. Dick
Produzione: Electric Sheperd Productions/Media Rights
Durata: 93
Interpreti: Matt Damon, Emily Blunt, Terence Stamp

David Norris, giovanissimo talento che ha bruciato ogni tappa in politica, ora corre per lo scranno di senatore della città di New York. Bello, simpatico, sta stracciando l’avversario. Poi, d’un tratto, uno scandalo giornalistico lo mette al tappeto. Una consolazione nella notte della sconfitta elettorale gli arriva dal caso: l’incontro con una splendida ragazza, Elise. Un bacio furtivo e appassionato schiude a David le porte dell’amore totale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
P. K. Dick, dal cui libro è tratto il film, non nasconde il suo pessimismo gnostico, in parte stemperato da una romantica storia d'amore
Pubblico 
Adolescenti
Una scena sensuale, qualche scena violenta. Occorre una certa maturità per giudicare rettamente le tesi teologiche del film
Giudizio Artistico 
 
Quando il film corre è un susseguirsi di emozioni. Ma troppo spesso “I guardiani del destino” si affloscia. E questa è la linea di demarcazione tra un qualsiasi prodotto della fantascienza, finanche colta, e un’opera capace di rompere le barrire del genere, come “Matrix” o “Inception
Testo Breve:

Forse noi non ce ne accorgiamo, ma esistono dei guardiani agli ordini di un demiurgo del mondo che controllano il nostro comportamento per evitare che facciamo sciocchezze, incapaci come siamo di utilizzare il libero arbitrio. Una fantascienza un po’ strampalata che si salva solo grazie alla bella storia d’amore fra i due protagonisti .
Le recensioni sono di Laura Cotta Ramosino e Claudio Siniscalchi

Come dovrebbe essere l’ideale presidente degli Stati Uniti? “I guardiani del destino” di George Nolfi (da un sobborgo di Chicago passato prima a Princeton, poi a Oxford, infine all’UCLA di Los Angeles, tra filosofia e scienze politiche, per finire come sceneggiatore di “Ocean’s Twelve” e “The Bourne Ultimatum - Il ritorno dello sciacallo”) ce ne fornisce un ritratto sin troppo preciso.
David Norris (Matt Damon) è il «prescelto» (naturalmente democratico). Giovanissimo talento nato a Brooklyn, ha bruciato ogni tappa in politica. Prima deputato. Ora corre per lo scranno di senatore della sua città, New York. Bello, simpatico, fresco, oratore insuperabile. Sta stracciando l’avversario. Invita i giovani, nel corso di un festoso comizio, a prenderlo a calci nel sedere. Poi, d’un tratto, uno scandalo giornalistico lo mette al tappeto. David è cresciuto in un quartiere dove le mani si usano con disinvoltura. E poi nella vita del ragazzo fortunato c’è un buco nero che gli limita il controllo della rabbia. A compromettere la vittoria a valanga di David è una sua foto goliardica: studente, mentre mostrava il sedere all’obiettivo. L’onda si rovescia e lo sommerge. Il giudizio popolare riporta indietro l’ascensore. Non sarà il senatore di New York. Una consolazione nella notte della sconfitta elettorale gli arriva dal caso: l’incontro con una splendida ragazza, Elise (Emily Blunt). Un bacio furtivo e appassionato schiude a David le porte dell’amore totale. Sin dal discorso di ringraziamento da “perdente” si nota il cambiamento. Dimentica il testo scritto dai consulenti e tira fuori quanto sente davvero.

Allora “I guardiani del destino” è una storia d’amore? Neppure per sogno. Il bello comincia proprio adesso. Riadattato abbastanza liberamente dalla storia partorita da una delle menti più feconde della fantascienza contemporanea, Philip K. Dick (il racconto secco, elegante e filosofico “The Adjustment Bureau”), “I guardiani del destino” schiude le porte di un mondo parallelo. Anche Arthur C. Clarke aveva espresso (in “La sentinella” e successivamente nel più compiuto “2001: Odissea nello spazio”, film e soprattutto romanzo) l’idea di un’entità superiore e benevola, dotata di poteri superiori, che si prende cura di governare le attività degli umani sul pianeta Terra. Quindi quando la carriera politica (dal Senato alla Casa Bianca il passo per David era scontato) si inceppa e la passione amorosa si mette in moto, intervengono i “guardiani”. Gli uomini fino al Novecento se la sono cavata abbastanza bene. Poi è stato il diluvio, dalla prima guerra mondiale alla crisi missilistica di Cuba. In quel frangente si è rischiata la catastrofe nucleare. Meno male che i “guardiani” ci hanno messo una pezza. E hanno lavorato con metodo, intervenendo quando le cose si mettono male. Affinché tutto fili liscio c’è bisogno del “grande piano”, messo a puntino dal “grande architetto”, esistente ma invisibile. Un piano perfetto. Ma la perfezione in fatto di cose umane è sempre legata all’imprevedibilità del caso. E allora in caso di problemi, ecco apparire la squadra dei “guardiani” (appartenenti all’ufficio degli “aggiustatori”, come ricorda il titolo originale), “Men in Black” in abito “vintage” (somigliano ai poliziotti federali al servizio di Hoover per combattere il “nemico pubblico” Dillinger, o alla squadra anticrimine messa in piedi da Kevin Costner in “Gli intoccabile” per abbattere Al Capone). La storia d’amore tra David ed Elise (ballerina assai promettente) non era prevista. Quindi il “piano” adesso ha un buco che i “guardiani” dovranno rattoppare. Non hanno però fatto i conti con il “libero arbitrio”. E già, David si ribella  al destino che altri hanno preordinato per lui (la successiva scalata alla Casa Bianca, priva però dell’amore). Parte dunque una sfida mozzafiato (poiché giocata sulla corsa contro il tempo), costruita come un videogioco, pieno di porte che si aprono improvvisamente sugli angoli più splendidi di New York. “I guardiani del destino” si regge per la totalità del racconto (due ore) sul corpo ora fisso ora scattante di Matt Damon. Un attore bravissimo. Quando il film corre è un susseguirsi di emozioni. Ma troppo spesso “I guardiani del destino” si affloscia. E questa è la linea di demarcazione tra un qualsiasi prodotto della fantascienza, finanche colta, e un’opera capace di rompere le barrire del genere, come “Matrix” o “Inception”. Negli scritti di Dick si nasconde un pessimismo gnostico che in “I guardiani del destino” viene falsificato in una delle tante allegorie del “politicamente corrette” imperante nella culturale audiovisiva americana. Il “grande architetto” è disposto ad accettare un suggerimento proveniente dai “guardiani”: modifichiamo il piano, e affidiamo il potere a un politico democratico, che crede nelle fonti rinnovabili di energia e che per amore è disposto a sacrificare tutto. 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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