Fantascienza

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GATTACA - LA PORTA DELL'UNIVERSO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/17/2013 - 14:44
 
Titolo Originale: GATTACA
Paese: USA
Anno: 1997
Regia: Andrew Niccol
Sceneggiatura: Andrew Niccol
Produzione: DANNY DE VITO, MICHAEL SHAMBERG, STACEY SHER
Durata: 103
Interpreti: Ethan Hawke, Uma Thurman, Jude Law, Gore Vidal

In un futuro non troppo lontano la genetica ha compiuto progressi tali da rendere possibile la selezione delle caratteristiche genetiche dei figli, la maggior parte dei quali nasce dalla fecondazione in vitro. L'ingegneria genetica garantisce figli sani, intelligenti, perfetti: i "validi". Solo in pochi continuano a concepire i figli nel modo tradizionale, ma ne risultano bambini imperfetti, sono i "figli della fede" o "fanciulli di Dio", come sono definiti in modo dispregiativo "i non validi". Nella società si radica una nuova, terribile forma di razzismo tra i "validi" e i "non validi". Vincent (Ethan Hawke) è un "non valido" che non accetta la propria condizione e non rinuncia al proprio sogno di diventare cosmonauta. Nonostante il continuo confronto con il fratello minore, che al contrario è un "valido", non perde fiducia in se stesso. Divenuto adulto decide di ingannare le autorità e di farsi passare per "valido" in modo da essere assunto nella Gattaca Corporation e diventare cosmonauta. Si accorda così con Jerome (Jude Law), un "valido" che a causa di un incidente ha perso l'uso delle gambe, per assumere la sua identità. Tutto va bene fino a quando un importante membro della Gattaca Corporation non viene ucciso. Vincent, seppur innocente, è costretto a fuggire, ma trova l'aiuto inaspettato di alcuni "validi" tra cui Irene (Urna Thurman), che si innamora di lui pur conoscendo il suo segreto. Grazie a loro Vincent realizzerà finalmente il suo sogno e partirà per Titano.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film rappresenta la crisi esistenziale non di un singolo, ma di un intero sistema sociale quando sono estremizzate scelte contrarie al rispetto della vita e del suo mistero. Un lucido atto di accusa contro la “fabbricazione” di esseri umani rispetto alla loro generazione
Pubblico 
Adolescenti
Per il linguaggio e qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce a trasmette un vero senso di inquietudine:le scenografie, la fotografia disegnano un futuro claustrofobico e maniacalmente asettico
Testo Breve:

I progressi scientifici smettono di essere un' opportunità e cominciano a diventare un'imposizione. Un lucido atto di accusa contro la “fabbricazione” di esseri umani rispetto alla loro generazione

Nel film gli uomini nati in provetta, seppur perfetti dal punto di vista genetico, nascono privi del dono più grande: quello della consapevolezza di essere nati dall'amore. In questa estremizzata società del futuro neanche l'amore materno e paterno sono gratuiti e incondizionati, ma sottoposti a una condizione ben precisa: il bambino che nascerà dovrà essere privo di difetti e riassumere in sé il meglio delle caratteristiche genetiche dei genitori. Naturalmente questo "meglio" è solo di natura biologica, tutti gli altri aspetti della natura umana rimangono fuori da ogni valutazione.

I progressi scientifici smettono di essere un' opportunità e cominciano a diventare un'imposizione, e chi rifiuta l'intervento dell'ingegneria genetica si pone automaticamente fuori dal sistema sociale. È interessante notare come, in questo mondo del futuro, determinate scelte non siano imposte d'autorità, ma si affermino nella quotidianità per la discriminazione prima latente e poi sempre più aperta e decisa nei confronti dei "non validi". Emblematica in questo senso una frase detta dal protagonista in voice off: «Si pensava che un figlio concepito nell'amore avesse maggiori possibilità di essere felice, oggi non lo si pensa più». E non lo si pensa più non perché "i validi" siano più felici, ma perché la felicità è scomparsa dagli orizzonti di questi uomini.

"I validi" non possono essere felici perché non riescono ad amare se stessi, ad accettare la propria realtà umana. Così finiscono con l'odiarsi senza speranza e senza via d'uscita.

Se infatti una persona si sente esclusivamente il frutto di un incrocio di geni nei quali tutte le sue capacità e il suo futuro sono già scritti al momento della nascita, non vi è alcun margine per una propria personale ricerca della felicità, alcun margine per attribuire un senso alla propria vita. Non a caso, "i validi" con i quali Vincent entra in contatto sono tutti infelici. È infelice il fratello, continuamente alla prova con se stesso, è infelice Irene che, pur essendo "una valida", teme di avere un piccolo difetto al cuore e ne è ossessionata, è infelice Jerome che, progettato per essere il migliore, non è riuscito a esserlo. La disperazione di questi personaggi è ben riassunta nella frase che Jerome rivolge a Vincent: «lo non ti ho prestato che il mio corpo, tu mi hai prestato i tuoi sogni».
Jerome trova la sua unica ragione di vita nel sogno di Vincent, tanto che quando Vincent lo realizzerà partendo per la sua missione nello spazio, Jerome non avrà più alcuna ragione per vivere e si ucciderà.

Vincent invece è guidato da una speranza incrollabile, che mai vacilla, che gli consente di superare tutti i suoi limiti per raggiungere un bene superiore metaforicamente rappresentato dal viaggio nello spazio. Vincent accetta il mistero della
propria nascita e proprio in quel mistero risiede la sua forza.
Se nella nascita rimane un mistero, nella vita resta viva la speranza, e dalla speranza scaturisce la fede .

Il film rappresenta la crisi esistenziale non di un singolo, ma di un intero sistema sociale quando sono estremizzate scelte contrarie al rispetto della vita e del suo mistero. Questa crisi esistenziale genera la consapevolezza del limite della natura umana. Nel constatare il fallimento di un sistema che esclude la natura e il destino soprannaturale della persona, si ha la percezione di quanto sia indispensabile per l'uomo volgere il proprio sguardo oltre quella «siepe che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude», per dirla con Leopardi. 

 

La recensione è tratta da:

Verso Dio nel cinema (Casa Editrice San Paolo, 2013; prezzo di copertina 15€)

Per gentile concessione della Casa Editrice San Paolo 
Autore: Daniela Delfini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Paramount Network
Data Trasmissione: Mercoledì, 3. Febbraio 2021 - 21:10


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ELYSIUM

Inviato da Franco Olearo il Gio, 08/29/2013 - 21:08
Titolo Originale: Elysium
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Neill Blomkamp
Sceneggiatura: Neill Blomkamp
Produzione: QED INTERNATIONAL, ALPHACORE, KNBERG GENRE, IN ASSOCIAZIONE CON MEDIA RIGHTS CAPITAL
Durata: 109
Interpreti: Matt Damon, Jodie Foster, Sharlto Copley , Alice Braga

Nell'anno 2159 la terra è ridotta in povertà, sovraffollata di uomini ridotti in schiavitù e controllati da dei robot mentre una èlite vive su Elysium, una stazione spaziale dove sono disponibili tutti i comfort, inclusa la possibilità di venir curati da tutte le malattie grazie a una macchina rigeneratrice. Max è un ladruncolo di macchine che ora ha messo la testa a posto ma un incidente di lavoro gli lascia solo cinque giorni di vita. Deve assolutamente raggiungere Elysium e per farlo si allea con il più abile brigante della terra…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è sostanzialmente un videogame dove c’è il gusto del combattimento per il combattimento
Pubblico 
Maggiorenni
Il film è pervaso da un senso di oppressione e di minaccia. Alcuni combattimenti sono troppo realistici con dettagli cruenti
Giudizio Artistico 
 
Il regista Blomkamp, già rivelatosi con District 9 un abile narratore di fantascienza, tenta la carta del blockbuster ma il film risulta carente nell’approfondimento dei personaggi e si limita ad essere una sorta di videogame ben realizzato.
Testo Breve:

Il regista Blomkamp, già rivelatosi in District 9 come un abile narratore di fantascienza, tenta la carta del blockbuster ma il film risulta carente nell’approfondimento dei personaggi e si limita ad essere una sorta di videogame ben realizzato

Nel 2159 il mondo è diviso in due: da una parte una massa di poveri e dannati che sovrappopola una terra ridotta a sudicia discarica (ogni riferimento a Wall-e è probabilmente voluto) e dall’altra coloro che detengono la tecnologia e che sono andati ad abitare su Elysium, un satellite artificiale della terra, una sorta di Eden  dove a ognuno spetta una villa con piscina ma soprattutto una macchina prodigiosa che ringiovanisce e sana da qualsiasi malattia. C’è da domandarsi seriamente come mai gli ultimi film di fantascienza (basterebbe citare, nella scorsa stagione: In Time, Upside Down , Looper- in fuga dal passato, Hunger Games), che da sempre sono una proiezione delle ansie di oggi, vedono nel nostro futuro il prevalere di regimi dittatoriali, uomini che schiavizzano altri uomini.

Se nella fantascienza degli anni ’50 era il timore di una catastrofe nucleare che popolava le storie di mostri venuti dallo spazio, ora è l’eccessiva sofisticazione della tecnologia, anche quella biologica (basti pensare a film come Gattaca o a The Island)  che rischia di creare un mondo totalmente interconnesso, quindi controllabile e dominato da poche, elette persone, quelle che hanno in mano il comando di “reset” di tutto il sistema.  Il film riesce a rendere con molta efficacaia  l’oppressione fisica e psicologica di chi è rimasto sulla terra, controllato da robot umanoidi e costretto ai lavorari forzati  per garantirsi la pura sopravvivenza. La scena più toccante si svolge all’inizio, quando tre sgangherate navicelle spaziali cariche di clandestini cercano di raggiungere Elysium ma vengono abbattute dalle difese aeree. Il regista Blomkamp, come era già accaduto nel suo precedente District 9, non è interessato a costruire con la computer grafica futuribili mondi di fantasia ma resta saldamente ancorato  alla realtà di oggi: gli elicotteri super armati che sorvolano minacciosi le povere stradine affollate dei paesi sulla nostra prossima terra rimandano volutamente alle immagini che sono ancora vive nella coscienza di tutti noi occidentali: quella terribile sequenza di  “collateral murder” che Wikileaks ci ha fatto conoscere, ripresa durante la guerra in Irak.

Le premesse erano quindi tutte positive per un film socio-politico che guardando al futuro parlava del presente. Purtroppo ciò non è accaduto. Le sequenze di combattimenti, mitragliamenti e fughe sono ben fatte (anche troppo realistiche: il film è uscito in U.S.A. con il PG 17) ma sono così ripetute, continue, onnipresenti, da costituire  tutto il film. La trama umana, appena accennata all’inizio (lui e lei sono due orfani che da piccoli hanno giurato di restare uniti per sempre), non sboccia.  Max, un eroe insolito, poco intelligente e ingenuo, animato solo da grande volontà, nei momenti di maggiore tensione trae alimento emotivo dal ricordo di quei momenti della sua infanzia, quegli attimi di purezza incontaminata, ma il gioco è troppo scoperto, l’espediente viene utilizzato più volte e lo spettatore non ne resta coinvolto.

Resta da domandarsi se siano stati i produttori a volere una sorta di facile videogame costruito per il botteghino estivo o se si sia trattato di una fragilità di Blomkamp come sceneggiatore. Gli stessi combattimenti non hanno neanche il pregio della elegante destrezza; trattandosi di combattimenti fra dei robot e un Max quasi-robot (è stato dotato di un potente esoscheletro), sembrano solo espressioni di potenza fracassona sulla falsariga di certi cartoni animati giapponesi, che forse hanno popolato la fantasia di un Blomkamp adolescente.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WORLD WAR Z

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/25/2013 - 16:36
 
Titolo Originale: World War Z
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Marc Forster
Sceneggiatura: Matthew Michael Carnahan dal libro di Max Brooks
Produzione: Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Ian Bryce per Plan B Entertainment/Apparatus Productions/Gk Films/Hemisphere Media Capital/Latina Pictures/Paramount Pictures/Skydance Productions
Durata: 116
Interpreti: Brad Pitt, Mireille Enos, Matthew Fox, David Morse, Moritz Bleibtreu, Pierfrancesco Favino

Gerry Lane, ex rappresentante delle Nazioni Unite che ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla famiglia, è costretto a ritornare sul campo quando scoppia una terribile pandemia che trasforma gli uomini in zombie e minaccia di cancellare l’intera umanità. Armato della sua capacità di sopravvivenza e della sua intuizione Gerry attraversa mezzo mondo, dalla Corea a Israele, dal Galles all’Atlantico, alla ricerca dell’origine del morbo e del modo per curarlo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film costituisce un grande inno alla famiglia, unica “istituzione” cui l’uomo sembra potersi aggrappare anche nella tragedia collettiva, e unico motivo per lottare di fronte a forze apparentemente imbattibili
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di violenza di massa, morti violente e orrore nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Un buon esempio di intrattenimento intelligente, nonostante qualche incongruenza nella trama; merito della regia di Marc Forster, che riesce a rendere realistiche situazioni estreme e a Brad Pitt che risulta straordinariamente credibile
Testo Breve:

Un ex rappresentante delle Nazioni Unite è costretto a ritornare sul campo quando scoppia una terribile pandemia che trasforma gli uomini in zombie.  Il  film costituisce una forma di intrattenimento intelligente che esalta il valore della famiglia

Tratto da un libro fatascientifico post-apocalittico (l’autore è Max Brooks, figlio di Mel Brooks), l’ultimo film di Brad Pitt, che lo vede nelle vesti sia di protagonista che di produttore, è, sotto il travestimento del genere zombie oggi tornato prepotentemente di moda al cinema (vedi anche Warm Bodies recensito in questo volume) e alla televisione (la serie The Walking Dead, che racconta di un mondo post apocalisse zombie, è uno dei più grandi successi della tv via cavo americana), un grande inno alla famiglia, unica “istituzione” cui l’uomo sembra potersi aggrappare anche nella tragedia collettiva, e unico motivo per lottare di fronte a forze apparentemente imbattibili.

Brad Pitt, ex funzionario delle Nazioni Unite rimesso sul campo più o meno con il ricatto (se non si dà da fare la famigliola verrà sbarcata dalle navi militari che garantiscono salvezza in mezzo all’oceano), viene spedito qua e là per il mondo (i suoi superiori devono avere una fiducia smisurata in lui, perché, a dispetto del nome della società di produzione di Pitt, l’Onu non sembra avere un piano B…) a fare quello che si fa quando scoppia un’epidemia, sia essa di colera o di SARS: cercare il cosiddetto paziente “0”  per capire come tutto è cominciato e trovare una soluzione…

Il film in questo assomiglia volutamente a tanti altri rappresentanti del genere “epidemico”, dal classico Virus letale al più recente Contagion di Sodebergh, dove un pugno di eroici specialisti fa da argine alla catastrofe mondiale cercando tracce ed elaborando vaccini in una inevitabile corsa contro il tempo (anche se qui si dimostra che agli scienziati è sempre meglio mettere in mano una provetta anziché una pistola che non sanno usare…).

Più facile a dirsi che a farsi, comunque, muoversi in un mondo in cui la civiltà crolla e le persone ci mettono un attimo a trasformarsi in mostri arrabbiati e pronti a mordere e infettare. Gli unici a cavarsela bene, almeno all’inizio, sembrano gli Israeliani, grazie ai loro muri, e per un attimo la pellicola sembra seguire la via, francamente ambigua, del complottismo anti-ebraico (un po’ sulla scia delle leggende metropolitane che vogliono il Mossad a conoscenza dell’attacco dell’11 settembre e tutti gli ebrei salvi proprio quel giorno), che poi saggiamente evita, pur non risparmiandosi una stoccata all’illusione di chi crede che basti alzare un muro per tenere lontano il pericolo.

Di fatto l’astuto agente del Mossad che fa da guida a Gerry, stupito che gli israeliani facciano entrare all’interno della loro “fortezza” arabi ed ebrei indifferentemente, ricorda con molto senso pratico che ogni uomo salvato al contagio è uno zombie in meno da combattere.

In fondo, fin dalle origini del genere, con Romero, gli zombie si sono prestati a incarnare le ansie e le paure del mondo contemporaneo, si trattasse dell’omologazione consumistica che de-umanizza le persone o di minacce più oscure e anche qui gli scrittori hanno attinto a piene mani dai temi scottanti dell’attualità.

Antisionista o meno, comunque, la pellicola è di sicuro un product placement delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali in generale (hanno una loro parte nella salvezza anche un quartetto di diffidenti impiegati dell’OMS in un laboratorio sperduto del Galles, tra cui si distingue, più o meno incongruamente, l’italiano Pierfrancesco Favino) astuto almeno quanto quello della Pepsi Cola, che si guadagna un posto d’onore nella risoluzione finale.

Brad Pitt, forse grazie all’esperienza maturata con la sua squadra di figli, propri o adottati in giro per il globo, risulta straordinariamente credibile e non troppo super-uomo nelle vesti del padre disposto a fare “miracoli” per la salvezza dei suoi e del mondo intero, si tratti di far volare un aereo, di amputare una mano o di camminare in mezzo agli zombie come Mosè tra le acque del Mar Rosso… Merito anche della regia di Marc Forster, che riesce a rendere realistiche situazioni estreme, dando al film un voluto aspetto da reportage, che in qualche modo riproduce l’impostazione originaria del romanzo (che si presentava come una sorta di reportage di testimonianze sparse della “guerra agli zombie”).

Alla fine, infatti, al di là dei voluti rimandi alla cronaca di un mondo globalizzato e per questo più fragile di fronte alle minacce della natura (SARS, aviaria e altre epidemie di cui si ha sempre l’impressione di sapere poco e capire ancora meno), il film resta soprattutto un buon esempio di intrattenimento intelligente, certo, a dispetto dell’ispirazione prettamente “familiare”, non propriamente adatto al pubblico dei più giovani, date le numerose scene impressionanti di attacchi zombie, su cui i coreografi si sono ammirevolmente sbizzarriti.

Ce lo si deve godere, probabilmente, con il popcorn in mano e stando attenti a non saltare sulla poltrona, nonostante qualche incongruenza nella trama (possibile che per salvare il mondo ci sia a disposizione un unico virologo, e se è così conviene spedirlo in mezzo ai mostri?). Un’unica avvertenza: meglio spegnere i telefonini, irritano gli zombie e suonano sempre nel momento sbagliato….

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Italia 1
Data Trasmissione: Giovedì, 25. Febbraio 2016 - 21:10


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L'UOMO D'ACCIAIO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/20/2013 - 12:12
 
Titolo Originale: Man of Steel
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Zack Snyder
Sceneggiatura: David S. Goyer, Christopher Nolan
Produzione: Charles Roven, Christopher Nolan, Emma Thomas, Deborah Snyder per Syncopy Productions/Dc Entertainment/Atlas Entertainment/Cruel & Unusual Films/Third Act Productions
Durata: 143
Interpreti: Henry Cavill, Amy Adams, Russell Crowe, Kevin Costner, Michael Shannon, Diane Lane

Quando Kripton, un pianeta lontano, sta per morire, Jor-El e sua moglie Lara decidono di salvare loro figlio Kal-El inviandolo sulla Terra in una navicella. Qui Kal, ora chiamato Clark dai coniugi Kent che lo hanno allevato come loro figlio, cresce come un umano, anche se i suoi poteri, difficili da controllare, lo fanno sentire diverso e lo spingono a nascondersi. Finchè un giorno, su una nave spaziale sepolta nei ghiacci, scopre la sua vera identità. Una verità sconvolgente di cui, però, è venuta a conoscenza anche l’intraprendente giornalista Lois Lane. Ma il vero pericolo viene dallo spazio, da cui arriva la nave guidata dal crudele generale Zod, un altro kriptionano in esilio, che cerca Kal-El e il prezioso codice (inviato sulla Terra da Jor-El insieme al figlio) che gli permetterebbe di ricreare il suo pianeta…Kal/Clark farà di tutto per salvare il suo pianeta d’adozione e i suoi abitanti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il nostro eroe sente su di sé il peso di un’unicità che lo lascia solo, ma è irresitibilmente spinto al bene. In ciò dovrebbe compiersi la sua missione che è non solo e non tanto quella di proteggere gli uomini, ma anche quella di ispirarli al bene, al superare i propri limiti in nome di un ideale.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Il film, che si giova di un cast di grande livello, è in tutto e per tutto un blockbuster d’azione che sembra puntare più sulla spettacolarità che sull’approfondimento dei rapporti tra i personaggi
Testo Breve:

La storia di Superman inizia da capo, dalla sua nascita sul pianeta Kripton al suo arrivo con una navicella sulla terra. Un film d’azione spettacolare intorno ad un eroe che è sempre spinto verso il bene

Nelle mani di Zack Snyder (300), passando per una sceneggiaturra di Goyer e Nolan (autori della saga di Batman), il rilancio del supereroe per antonomasia si offre agli spettatori come un tripudio di azione spettacolare sostenuto da un’ossatura di racconto ricca di spunti non sempre sfruttati a dovere. Un po’ come in Batman begins la scelta è quella di indagare le origini del personaggio (esattamente l’opposto dell’operazione di Bryan Singer qualche anno fa con Superman returns, pellicola imperfetta, ma suggestiva) dedicando molto spazio addirittura al mondo d’origine di Superman, Krypton, ricostruito con un interessante incrocio tra tecnologia e natura per dare il senso di un mondo evolutissimo, ma vicino alla fine. Il lungo preambolo (giustificato, oltre che dal punto di vista narrativo, da quello “commerciale” per la presenza di una star come Russell Crowe nel ruolo di Jor-El) fornisce le coordinate in cui si sviluppa il percorso di questo Superman. In una società tutta programmata, divisa in caste di individui dal destino segnato prima della nascita dall’ingegneria genetica, il piccolo Kal-El porta in sé non solo la speranza (questo significa il simbolo sul costume…) della sopravvivenza di una stirpe, ma soprattutto quella della libertà…Un tema che il film sviluppa a corrente alternata, dal momento che il percorso del giovane Clark è piuttosto legato al dilemma sulla possibilità che il mondo umano ne accetti l’eccezionalità.

Questo Superman, in cui giustamente non si rinuncia a mettere in campo i riferimenti cristologici (in alcuni casi in modo fin troppo smaccato, come quando Clark chiede consiglio a un sacerdote -cattolico, sembrerebbe –e sulla vetrata dietro di lui vediamo una riproduzione di Gesù nell’orto degli ulivi…) che fanno parte della costruzione di questo personaggio, sente su di sé il peso di un’unicità che lo lascia solo, ma è irresitibilmente spinto al bene. In ciò dovrebbe compiersi la sua missione che è non solo e non tanto quella di proteggere gli uomini, ma anche quella di ispirarli al bene, al superare i propri limiti in nome di un ideale.

In realtà è come se sul giovane Kal/Clark fossero lanciate due missioni, ognuna dichiarata da uno dei suoi due padri: quello naturale che su di lui proietta il destino di un intero popolo, quello adottivo, che, pur certo della “provvidenzialità” della sua venuta, ha tutta l’incertezza umana sui modi e i tempi in cui essa potrà e dovrà realizzarsi.

Il tema, più volte enunciato, non riesce a incarnarsi fino in fondo nel racconto che sembra puntare più sulle continue sequenze di azione che sull’approfondimento dei rapporti tra i personaggi, con un intento che è prima di tutto “celebrativo”, come suggerito anche dalla grandiosa colonna sonora di Hans Zimmer.

Una scelta che si riflette anche nello stile visivo del film, che ricorda altri lavori di Snyder (ma fortunatamente non arriva alla stilizzazione esasperata di 300), salvo concedersi qualche poetico passaggio “da cinema indipendente” quando pennella gli spazi del Kansas dove il giovane Clark è cresciuto.

Ma sono momenti brevi; il film è in tutto e per tutto un blockbuster d’azione che mira a stupire per la potenza degli scontri messi in scena, con la spettacolarità della distruzione scatenata da alieni invincibili, sequenze che fanno invidia ad Avengers per il dispiego di risorse impiegate, ma che sulla lunga distanza tendono a diventare ripetitive e anche un po’ noiose…

Detto questo la pellicola ha a suo favore molti elementi positivi; prima di tutto si giova di un cast di grande livello: Cavill convince soprattutto quando si gioca la carta del supereroe totalmente positivo, piuttosto che quando “mostra i muscoli” negli scontri con i suoi avversari; Amy Adams è una Lois Lane combattiva e pungente, Michael Shannon incarna un antagonista temibile seppur non particolarmente complesso, mentre anche in ruoli più o meno minori troviamo nomi di tutto rispetto (Kevin Kostner e Diane Lane sono i genitori terrestri - Lawrence Fishburne e Christopher Meloni il direttore del Daily Planet e il generale che guida la resistenza umana agli alieni).

E poi il film anche mette in campo, pur se in maniera un po’ affrettata, temi importanti e ardui come l’ingegneria genetica, il libero arbitrio e lo spirito di sacrificio, lo sfruttamento delle risorse naturali e altri ancora, lasciando ampiamente aperto lo spazio per un ulteriore capitolo già in lavorazione.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Premium Cinema
Data Trasmissione: Venerdì, 11. Luglio 2014 - 21:15


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INTO DARKNESS - STAR TREK

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/10/2013 - 21:33
 
Titolo Originale: Into Darkness - Star Trek
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: J.J. Abrams
Sceneggiatura: Alex Kurtzman, Roberto Orci, Damon Lindelof basata sui personaggi creati da Gene Roddenberry
Produzione: Skydance Pictures/ Paramount Pictures/Bad Robot/Kurtzman-Orci
Durata: 134
Interpreti: Chris Pine, Zachary Quinto, Zoe Saldana, Benedict Cumberbatch, Simon Pegg, Karl Urban, Anton Yelchin, John Cho, Alice Eve, Peter Weller, Bruce Greenwood

Il capitano Kirk perde il comando dell’Enterprise per aver violato la Prima Direttiva della Flotta stellare, interferendo con lo sviluppo della civiltà di un altro pianeta per salvare la vita a Spock. Presto però dovrà tornare in prima linea perché la Federazione è minacciata da John Harrison, un misterioso terrorista, dotato di intelligenza e forza superiori… Dopo un attacco spietato che colpisce Kirk nei suoi affetti più cari, tutto l’equipaggio dell’Enterprise è coinvolto in una caccia all’uomo dagli esiti incerti e dai contorni oscuri…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sia Kirk che Spock hanno da imparare l’uno dall’altro: il capitano ha la capacità di assumersi fino in fondo la responsabilità delle sue azioni inclusa la lungimiranza di riconoscere limiti ed errori, il primo ufficiale ha la possibilità di fronteggiare dolore, morte e perdita non “ritirandosi” dalla propria capacità di provare emozioni, ma abbracciandola fino in fondo
Pubblico 
Pre-adolescenti
Un paio di scene sensuali e di violenza nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Il film non rinnega la propria identità di blockbuster d’azione ma la forza di un film spettacolare come questo sta più nella capacità degli sceneggiatori di mettere in luce i caratteri dei membri dell’equipaggio che nella trama.
Testo Breve:

Kirk e Spock dovranno affrontare la minaccia di un misterioso terrorista, dotato di intelligenza e forza superiori. La forza di un film spettacolare come questo  sta più nella capacità dei sceneggiatori di mettere in luce i caratteri dei membri dell’equipaggio che nella trama.

Dopo aver rilanciato una delle saghe più longeve e amate della storia del cinema e della televisione americana, J.J. Abrams si concede un secondo appuntamento che non tradisce, anche grazie ad un efficace uso del 3D, le promesse di un intrattenimento spettacolare ma non privo di intelligenza e di cuore.

Dopo aver assistito alla formazione dell’equipaggio dell’Enterprise, e in particolare della coppia Kirk-Spock (il capitano umano spavaldo, coraggioso e indisciplinato, e il primo ufficiale mezzo vulcaniano logico e ligio alle regole), il cuore e la mente della nave, qui J.J. Abrams li mette a confronto con un avversario di prima grandezza, capace di mettere alla prova come non mai la loro forza e le loro debolezze.

Il misterioso John Harrison (cui dà volto e voce magistralmente l’inglese Benedict Cumberbatch, protagonista di una moderna versione di Sherlock Holmes e ora lanciatissimo anche al cinema) ha la statura dei migliori cattivi della storia del cinema: intelligente, manipolativo, senza pietà, ma non privo di un certo fascino. È una sorta di “arma vivente” destinata a mettere a nudo le contraddizioni della Federazione Planetaria, un organismo di pace che, però  di fronte alla minaccia sempre più concreta dell’impero Klingon, ha la tentazione di trasformarsi in qualcosa d’altro.

Il contrasto tra una vocazione di esplorazione pacifica (che è caratteristica dell’impostazione “umanistica” della serie originale, nata negli anni Sessanta) e la necessità di difendersi, che può facilmente trasformarsi in una tentazione di “guerra preventiva”, è il cuore di una storia in cui gli autori riecheggiano (forse addirittura fin troppo) quello che è diventato il più scomodo e irremovibile trauma della coscienza americana, l’11 settembre con tutte le sue conseguenze.

Into Darkness affronta la cosa senza perdere di vista la propria identità di blockbuster d’azione (in questo distinguendosi, del resto come il primo capitolo, dall’impostazione più filosofica del prototipo televisivo) e anzi procedendo a ritmo sostenuto tra spettacolari scontri spaziali, inseguimenti, scazzottate e dialoghi scoppiettanti fatti apposta per mettere in luce i caratteri dei membri dell’equipaggio: la riflessiva e tosta Uhura, l’impacciato Checov, il pignolo Scotty, il burbero McCoy.

J.J. Abrams e i suoi sceneggiatori sono particolarmente abili a rendere le dinamiche del gruppo (eredità di un comune passato nella serialità televisiva) e tra i singoli, si tratti dei battibecchi tra innamorati di Spock e Uhura, dei “soliti” contrasti tra logica e cuore di Kirk e Spock, o delle lamentele di Scotty su quello che succede alla sua nave quando si assenta per un giorno.

In queste scene lo spettatore prova la confortante sensazione di ritrovarsi in famiglia con un gruppo di personaggi che conosce bene, ma che sono sempre capaci di stupirlo andando oltre se stessi e regalando sorprese e segreti. Paradossalmente, la forza di un film spettacolare come Into Darkness sta più in questa comunità di caratteri che nella trama, che qua e là presenta qualche perdonabile incertezza.

Al solito, comunque, la fantascienza si presta, oltre che ad elaborare metaforicamente il dato della cronaca (con l’invito a saper reagire alla violenza con la meditazione della ragione piuttosto che con l’emotività della vendetta), anche ad una riflessione sulla capacità di sacrificio per l’altro che costituisce l’essenza di ogni rapporto affettivo, sia esso d’amicizia o d’amore. In questo sia Kirk che Spock hanno da imparare l’uno dall’altro: il capitano la capacità di assumersi fino in fondo la responsabilità delle sue azioni (qualcosa che implica, oltre al coraggio, anche la lungimiranza di riconoscere limiti ed errori), il primo ufficiale la possibilità di fronteggiare dolore, morte e perdita non “ritirandosi” dalla propria capacità di provare emozioni, ma abbracciandola fino in fondo.

In questo il film fa tesoro di quanto accaduto nel precedente episodio facendo di Spock, superstite alla fine del suo pianeta che non aveva potuto salvare, una sorta di reduce dell’Olocausto che sceglie la desensibilizzazione come unica via di sopravvivenza, salvo poi doversi comunque confrontare con l’incapacità tutta umana di regolarsi nello stesso modo.

La pellicola vive anche di una miriade di citazioni interne ed esterne alla saga (da Star Wars - prossimo progetto di Abrams - a K-19) e di una regia dinamica che però sa anche prendersi i suoi tempi nel seguire le emozioni dei personaggi come nell'esplorare le location (i pianeti, ma anche la Londra futuristica che, con il suo misto di vecchio e nuovo- sta per l'intero mondo terrestre) dando vita a un universo di racconti che, non abbiamo dubbi, riserverà ancora molte sorprese.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV8
Data Trasmissione: Martedì, 27. Agosto 2019 - 23:45


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IRON MAN 3

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/24/2013 - 17:47
 
Titolo Originale: IRON MAN 3
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Shane Black
Sceneggiatura: Drew Pearce, Shane Black
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 109
Interpreti: Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Don Cheadle, Guy Pearce

L’industriale miliardario Tony Stark, che nel tempo libero raddrizza torti inguainato nella corazza di Iron Man, si trova a fronteggiare un nuovo temibile nemico, un terrorista mediorientale che si diverte a seminare il panico nei quattro angoli del globo con attacchi esplosivi. Il pazzoide, che si fa chiamare “Il Mandarino”, ha nel mirino il Presidente degli Stati Uniti, ma anche gli amici più cari di Stark, la sua ragazza e la sua guardia del corpo, dovranno guardarsi le spalle…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista ci insegna a dare il giusto valore alla vita di coloro che amiamo, anche quando abbiamo la responsabilità di essere “eroi”
Pubblico 
Adolescenti
Elementi problematici per la visione: scene di violenza, nei limiti del genere, di tensione psicologica, cenni di turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Un film ironico, goliardico, pieno di omaggi al cinema e a un genere in particolare – il film d’azione – di cui riesce allo stesso tempo a essere autoparodia e autocelebrazione. Una pietra miliare nel genere
Testo Breve:

Iron Man 3 è uno dei migliori film sui supereroi mai fatti, perché obbedisce a tutte le regole del genere, senza per questo prendersi troppo sul serio né giocare al ribasso

Per risollevare le sorti di un personaggio rimasto a corto di argomenti già alla sua seconda performance (il deludentissimo Iron-Man 2, del 2010), bene hanno fatto i produttori della Marvel a reclutare come sceneggiatore e regista uno dei talenti più esplosivi del cinema action di qualche anno fa, quello Shane Black che – da sconosciuto – diventò ricco e famoso alla metà degli anni Ottanta vendendo per una cifra da capogiro la sceneggiatura di Arma letale. Non solo Black aveva contribuito, all’epoca, a ridisegnare le mappe di un genere cinematografico che per più di un decennio avrebbe furoreggiato a Hollywood (e che pure Black avrebbe continuato a coltivare, dopo Arma letale, scrivendo almeno altri due ottimi film d’azione: L’ultimo Boy Scout e Spy) ma, qualche anno dopo, aveva anche aiutato Robert Downey Jr. a risorgere dall’anonimato (in cui era precipitato dopo la nomination all’Oscar per Chaplin nel lontanissimo 1992), volendolo come protagonista per il suo esordio alla regia, l’action-comedy scacciapensieri Kiss Kiss Bang Bang (2005). Si può far risalire a quell’incontro tra l’attore e il cineasta, che immaginiamo abbia creato stima reciproca e alchimia, la genesi di questo Iron Man 3, un film di puro intrattenimento che si dimostra di gran lunga superiore non solo ai due episodi precedenti, ma anche ai “consanguinei” (i vari Hulk, Thor, Capitan America) e a quel centone superaccessoriato e sopravvalutato che è The Avengers.

Un film ironico, goliardico, da godere da cima a fondo (fino alla gag al termine dei titoli di coda, che attingono a una grafica anni Settanta), pieno di omaggi al cinema e a un genere in particolare – il film d’azione – di cui riesce allo stesso tempo a essere autoparodia e autocelebrazione. Soprattutto, una riflessione sul cinema come macchina spettacolare e creatrice d’immaginario. Non è un caso se, tra gli edifici che vengono fatti saltare in aria dal cattivo, non ci sono i soliti Empire State Building, Ponte di Brooklyn e Casa Bianca, ma il Chinese Theatre, uno dei cinema più famosi di Hollywood. Né è un caso che tutto il film ribalti continuamente le aspettative dello spettatore, giocando su capovolgimenti di fronte degni di un film di spionaggio e giocati tutti sul concetto di “maschera”, in cui quasi nessuno è chi dice di essere, e gli stessi terroristi non si rintanano nelle grotte dell’Afghanistan ma si godono il perverso spettacolo che hanno allestito dalla finestra di fronte.

Anche se sotto i popcorn c’è dell’altro, comunque, Iron-Man 3 non è (non potrebbe né vorrebbe esserlo) un capolavoro dalla ricchezza tematica o dal portato filosofico come il Cavaliere oscuro (2008). Senz’altro, però, è uno dei migliori film sui supereroi mai fatti, perché obbedisce a tutte le regole del genere, senza per questo prendersi troppo sul serio né giocare al ribasso. È quello che si chiede a un film di questo tipo: di essere spassoso, pieno di battute divertenti e di scene spettacolari, con sequenze d’azione mai viste (poche, ma realizzate davvero bene) ed effetti speciali di ottima qualità. Diciamo anche che non si tratta di un film “per tutti”. I più piccoli potrebbero spaventarsi per scene che attingono al repertorio dell’horror (i cattivi sono ben più inquietanti di quelli dei primi due Iron Man) e, nella descrizione di alcuni sordidi ambienti, ci sono più ammiccamenti di quanti ci si aspetterebbe in un film “per ragazzi”.

Insomma, sia pure nell’opposizione netta e schematica della lotta tra il bene e il male, il taglio è “adulto”, ma è un bene per un film che non ambisce a essere solo il campione d’incassi di una stagione ma spera – come gli auguriamo, perché se lo merita – di restare una pietra miliare del genere. Shane Black e il suo co-sceneggiatore riescono a portare il personaggio di Tony Stark e il suo alter-ego di metallo ad altezze e profondità finora ignorate. Il finale, di cui ovviamente non riveliamo nulla, dice qualcosa di molto importante sul valore da dare alla vita di coloro che amiamo, anche quando abbiamo la responsabilità di essere “eroi”. Per un campione d’infantilismo come Tony Stark, che non riesce a evitare le smargiassate autoreferenziali neanche nella corazza del cavaliere medievale, si tratta di compiere delle scelte non da poco, che aprono spiragli intriganti sul prosieguo della saga.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY Prima Fila
Data Trasmissione: Giovedì, 3. Ottobre 2013 - 7:00


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CLOUD ATLAS - Tutto è connesso

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/09/2013 - 20:45
Titolo Originale: Cloud Atlas
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Andy Wachowski Lana Wachowski Tom Tykwer
Sceneggiatura: Andy Wachowski Lana Wachowski Tom Tykwer
Produzione: X-FILME CREATIVE POOL, ARD DEGETO FILM, MEDIA ASIA GROUP, FIVE DROPS, ANARCHOS PICTURES, ASCENSION PICTURES, A COMPANY FILMPRODUKTIONSGESELLSCHAFT
Durata: 172
Interpreti: Tom Hanks, Halle Berry,Jim Broadbent, Hugo Weaving, Jim Sturgess

Nel 1849, di ritorno da un viaggio d’affari su un’isola del Pacifico, un avvocato idealista (Jim Sturgess) offre protezione a uno schiavo clandestino che saprà ricambiare tanta generosità. Nel 1936, uno spiantato ma talentuoso compositore (Ben Whishaw) caracolla tra la Gran Bretagna e il Continente offrendo i suoi servigi a un vecchio musicista in crisi d’ispirazione, che farà di tutto per oscurarne i meriti e rubargli il capolavoro. 1973. Una cocciuta giornalista di San Francisco (Halle Berry) indaga sui pericolosi esperimenti di un magnate dell’energia nucleare (Hugh Grant) che non mancherà di darle filo da torcere. 2012. Un editore inglese (Jim Broadbent), in fuga dai creditori, finisce prigioniero in un inquietante ospizio in cui vigono regole da lager nazista. Ne capitanerà la rivolta. 2144. Nella metropoli futuristica di una società distopica, una ragazza-clone progettata in laboratorio (Doona Bae) scopre di avere un’anima e si unisce ai ribelli che guidano la rivoluzione contro l’oppressore. 2321. Futuro bucolico e post-apocalittico. Un rozzo capraio (Tom Hanks), già impegnato nel difendere la sua gente da una sanguinaria tribù rivale, non sa se fidarsi di una bella scienziata che forse ha la chiave della salvezza dell’universo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un pastrocchio di chiaro stampo New Age che, oltre che fortemente ostile nei confronti del cristianesimo, si rivela essere prono, invece, nei confronti delle “nuove religioni”
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di sesso e di nudo, etero e omosessuale, scene di violenza.
Giudizio Artistico 
 
Un pasticcio mistico-filosofico, non completamente privo di fascino ma totalmente vuoto di emozioni e ispirazione
Testo Breve:

Ben sei racconti in parallelo che si svolgono nell’arco di cinquecento anni. Un ambizioso progetto che diventa un pasticcio mistico-filosofico di stampo New Age  fortemente ostile nei confronti del cristianesimo

Sei linee temporali s’intrecciano tra passato, presente e futuro. Il tema comune è, o vorrebbe essere, quello della libertà, o meglio quello della ribellione contro ogni tipo di oppressione e di condizionamento culturale. Di fondo, l’idea che ogni cambiamento (in meglio) è possibile grazie all’azione del singolo, alla sua presa di coscienza, alle sue scelte morali. Il tema viene distillato in un pasticcio mistico-filosofico, non completamente privo di fascino ma totalmente vuoto di emozioni e ispirazione. È l’adattamento ambizioso del romanzo L’atlante delle nuvole dello scrittore inglese David Mitchell, un’articolata intelaiatura narrativa costruita usando la figura del labirinto. Come suggerito da alcuni dialoghi dei personaggi, narra della trasmigrazione di alcune anime da un corpo all’altro, da un’epoca all’altra, tra corsi, ricorsi storici e dejà-vù , nel giro di cinquecento anni. Il concept forte è l’idea che un gesto morale possa avere ripercussioni positive che nel montare dei secoli possono salvare interi popoli, intere civiltà.

Non così comprensibile, nel suo svolgimento, insegue una struttura narrativa che vorrebbe essere audace ma rischia di essere solo confusa, in un montaggio che accosta episodi ambientati in luoghi ed epoche diverse, sottolineandone i nessi ma disorientando ugualmente lo spettatore. La ribellione alle regole costituite, che dovrebbe fare da filo conduttore dei vari eventi, assume tinte ambigue quando equipara le conquiste di civiltà dell’uomo (la lotta contro il razzismo, l’abolizione della schiavitù) al sovvertimento dell’ordine costituito da Dio (così viene enunciato il tema in una delle prime scene: “cosa è giusto cambiare del mondo così come ce l’ha consegnato Dio e cosa no?”).

L’elenco degli “ordini” da sovvertire è presto detto: nell’episodio ambientato nell’Ottocento si combatte contro il razzismo e lo schiavismo; in quello ambientato nel primo Novecento si difendono le ragioni degli omosessuali; in quello degli anni Settanta si combatte contro le regole del “mercato” che per profitto accetterebbe un’ecatombe nucleare; nell’episodio ambientato ai giorni nostri si critica l’istituzione delle case di riposo, quando gli anziani vi vengono “rottamati”; gli episodi ambientati nel futuro sono due esercizi di “distopia” abbastanza ovvi, se non fosse che – in maniera plateale – l’istituzione contestata è quella della religione rivelata: nell’episodio ambientato nella megalopoli futuristica, debitore di Matrix e Blade Runner , ma anche del misconosciuto gioiello degli anni Settanta Soylent Green (noto in Italia come 2022: I sopravvissuti), gli oppressi del 2100 obbediscono a “comandamenti” e a un “catechismo”; viene promessa loro una “ascensione” per conto di un sistema di controllo chiamato “alleluja”. Nel caso le metafore non fossero abbastanza chiare…

A voler essere generosi, alcuni elementi positivi potrebbero essere evidenziati: innanzitutto la premessa, che affida a una buona azione la possibilità di risonare nel futuro e ispirare gesti di nobiltà di popoli diversi e generazioni lontane. Inoltre, l’idea, anche se ormai non più di primissimo pelo nella fantascienza al cinema (Blade Runner, A.I., The Island, Non lasciarmi…) che l’essere umano non può essere ridotto a un numero o una macchina, e che si agiterà sempre e comunque in lui un’anima immortale. Ancora, che come emblema del desiderio di libertà e di ribellione a delle regole ingiuste venga scelto lo scrittore dissidente russo Aleksandr Solženicyn. Per il resto, siamo in presenza di un pastrocchio di chiaro stampo New Age che, oltre che fortemente ostile, come già detto, nei confronti del cristianesimo, si rivela essere prono, invece, nei confronti delle “nuove religioni” (l’amore omosessuale su tutte). Una ragazza-clone tra tante, che ha detto sì al sentimento che albergava nel suo cuore e ha saputo dargli spazio, diventa una dea, duecento anni dopo, nell’equivoco tecnologico-digitale di una tribù semibarbara di un medioevo prossimo venturo che ne aveva scoperto le tracce. Sottilmente, s’insinua l’idea che i messaggi delle religioni rivelate siano giusti ma che sono anche affidati a veicoli casuali che niente hanno a che fare con la vera divinità (che non esiste) e, di conseguenza, si suggerisce che le “chiese” che ne custodiscono la dottrina sono costrutti umani autoreferenziali e privi valore. Sono lontanissimi, per i fratelli Wachowski (che scrivono e dirigono a sei mani, con il tedesco Tom Tykwer), i tempi del capolavoro Matrix, ma anche di quel film bizzarro e simpaticamente pro-family che era Speed Racer. Il box-office americano, impietoso, ha tributato al film pollice verso. A ragione.   

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY PASSION
Data Trasmissione: Mercoledì, 10. Luglio 2013 - 21:00


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IL CAVALIERE OSCURO - IL RITORNO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 08/24/2012 - 22:12
 
Titolo Originale: The Dark Knight Rises
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Christopher Nolan
Sceneggiatura: Jonathan Nolan, Christopher Nolan
Produzione: SYNCOPY, LEGENDARY PICTURES, WARNER BROS. PICTURES
Durata: 164
Interpreti: Christian Bale, Tom Hardy, Joseph Gordon-Levitt, Anne Hathaway, Marion Cotillard,Morgan Freeman, Michael Caine

Sono passati otto anni da quando Bruce Wayne ha deciso di addossare al suo alter ego Batman le colpe di Harvey Dent e appendere maschera e mantello al chiodo. Gotham sembra pacificata, anche grazie al decreto sicurezza creato in memoria del defunto procuratore, ma una nuova minaccia si avvicina nei panni di Bane, crudele mercenario, terrorista anarchico dall’agenda misteriosa. Tutto comincia con uno spettacolare colpo alla sede della Borsa, ma molto di più si agita nei sotterranei della città. Spinto dal commissario Gordon, Bruce decide di indossare nuovamente la maschera: si troverà ad affrontare la prova più grande della sua vita e le sue paure più profonde. Ma non sarà solo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il regista/sceneggiatore Nolan resta perfettamente coerente con quell’idea di “eroismo collettivo”, di “contagio del bene”, che ha messo al cuore della sua mitologia fin dall’inizio. L'eroe non deve combattaere da solo le forze del male ma è realmente efficace solo nella misura in cui può dare un esempio
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza e tensione nei limiti del genere.
Giudizio Artistico 
 
Il film non tocca la quasi assoluta perfezione del suo predecessore (e qua e là qualche sospetto “buco” di sceneggiatura si trova) resta comunque un gran bel film, sia dal punto dei contenuti, sempre profondi, mai banali, generosi nei confronti dell’intelligenza e del cuore degli spettatori, sia della spettacolarità
Testo Breve:

Il film completa in crescendo la trilogia su Batman firmata Christopher Nolan. Come nei film precedenti, l' “eroismo collettivo” è ciò che conta:  il protagonista  deve svolgere sopratutto la funzione di esempio positivo

A quattro anni dal tragico e profondo Cavaliere oscuro, Christopher Nolan affronta l’ultimo capitolo della sua trilogia su Batman (da tempo aveva detto che non ci sarebbero state altre pellicole, con buona pace dei fan) e soprattutto una schiera ormai planetaria di spettatori pronti ad osannarlo in caso di successo, ma anche a prendersela con lui in caso di fallimento. Ebbene, se questo Ritorno non tocca la quasi assoluta perfezione del suo predecessore (e qua e là qualche sospetto “buco” di sceneggiatura si trova) resta comunque un gran bel film, sia dal punto dei contenuti, sempre profondi, mai banali, generosi nei confronti dell’intelligenza e del cuore degli spettatori, sia della spettacolarità (come il precedente il film rifiuta saggiamente il 3D ma è pensato per il formato IMAX, ormai piuttosto diffuso in America, meno da noi).

Uno degli aspetti più affascinanti della poetica di Nolan (che al solito, firma, oltre che la regia, anche la sceneggiatura, insieme al fratello) è la sua capacità di intessere e trasfigurare in racconti di straordinaria invenzione le problematiche più scottanti del mondo in cui viviamo. Qui non sfuggono gli espliciti riferimenti alle rivolte anticapitaliste tipo “Occupy Wall Street” (proprio nella spettacolare azione alla Borsa di Bane e compagni), al dibattito sul cosiddetto “uno percento” (che sarebbe la percentuale di superricchi che si gode una parte spropositata delle ricchezze del pianeta a discapito degli altri), agli eccessi della legislazione sulla sicurezza. Non mancano richiami storici più alti e lontani, come l’assalto alla prigione con la liberazione dei criminali lì detenuti che ricorda la presa della Bastiglia agli albori della Rivoluzione Francese, e i tribunali “folli” con lo Spaventapasseri a fare da giudice a riecheggiare tanti tribunali rivoluzionari e sanguinari, fossero quelli dei giacobini, della Russia comunista o della Cina maoista.

Un cineasta meno abile si sarebbe fatto schiacciare tra l’incudine della realtà e il martello della fantasia mentre Nolan, forse uno dei pochi registi epici ancora in circolazione, riesce a mantenere l’equilibrio di una narrazione che ha sempre un orizzonte di grandezza e osa confrontarsi con la dimensione più alta dell’umano, a costo piegarsi sotto questo peso.

L’inizio del film, in effetti, richiede impegno e concentrazione, anche perché, senza abbandonare i personaggi che il pubblico già conosce, Nolan ne introduce molti altri che hanno un ruolo fondamentale: l’avversario letale Bane, la ladra acrobatica e misteriosa Selina Kyle (che mai viene chiamata Catwoman, anche se il suo abito di “lavoro” prevede degli occhiali che danno l’impressione delle orecchie feline), la generosa ecologista Miranda Tate, e soprattutto il giovane poliziotto John Blake, una sorta di giovane alter ego di Bruce che condivide con lui un passato doloroso di orfano.

In questo film, del resto, Bruce si confronta con una molteplicità di mentori (positivi e negativi) che lo accompagnano in questa ultima e dolorosa parte del suo percorso esistenziale. Già presenti in passato il maggiordomo Alfred (che pure commette qualche importante errore di giudizio), l’ingegnere Lucius Fox e l’acciaccato commissario Gordon, ma del tutto nuovi il suo avversario Bane, e il giovane e idealista Blake. In un ritorno circolare e niente affatto inaspettato, poi, la figura centrale di questo percorso di crescita torna ad essere il padre di Bruce, il milionario mite, idealista e indifeso che viene a riproporre il messaggio centrale della trilogia proprio nell’ora più buia: “Perché cadiamo Bruce? Perché possiamo imparare a rialzarci”.

Nelle stesse parole di Nolan, il “progetto Batman” per Bruce Wayne non è mai stato quello di creare un vendicatore potentissimo in grado di combattere da solo il male che sempre risorge dalle sue ceneri, ma di “dare un esempio” cui altri potessero ispirarsi per dare il proprio contributo alla salvezza. L’errore, semmai, di Bruce e del commissario Gordon, è stato quello di voler sostituire a un eroe vero, il Cavaliere Oscuro, con tutte le sue debolezze e contraddizioni, un “cavaliere bianco”, il defunto Dent, che era in realtà un mito menzognero.

E sulle radici marce della menzogna nulla di buono può crescere: anche metaforicamente, quindi, non è un caso che l’attacco a Gotham nasca dal profondo delle gallerie della metropolitana, e dai tunnel delle fogne dove i diseredati della società si rifugiano. Nolan mostra tutta la sua sfiducia nell’ideologia, sia quella pacificatoria e volonterosa di chi desidera un mondo sicuro e libero dal Male (come Gordon e chi governa Gotham), sia quella “rivoluzionaria” che promette di ridare la città alla gente e – peccato mortale - gioca con la speranza, parla di libertà e offre arbitrio, e finisce per preparare un’apocalisse senza redenzione. Di fronte ad un mondo che sembra incapace di liberarsi del male (o del Male) il dilemma, per Nolan, rimane sempre lo stesso: perdere la speranza e optare per il nulla e l’annientamento o sporcarsi le mani e tentare di cambiarlo, ma mai da soli.

In un film che trae il titolo dal suo protagonista, infatti, c’è da dire che Batman occupa uno spazio modesto (anche se c’è Bruce Wayne con le sue dolorose scoperte, la sua caduta, morte e “risurrezione”, e il riferimento cristologico non è casuale), ma questo del resto è perfettamente coerente con quell’idea di “eroismo collettivo”, di “contagio del bene”, che Nolan ha messo al cuore della sua mitologia fin dall’inizio. Ricordiamo come anche nel Cavaliere oscuro la scelta fondamentale non fosse quella di Batman ma quella degli anonimi ostaggi che decidevano, nel tragico dilemma imposto dal Joker, di non far trionfare la logica del “mors tua vita mea”.

È solo così che anche per un eroe resta aperto il desiderio non solo di essere capaci di fare il proprio dovere fino alle estreme conseguenze, ma anche di poter essere felici e in pace, nel modo più semplice (una famiglia, dei bambini), come nel sogno che ad un certo punto Alfred racconta a Bruce.

Solo così si potrà dire: Batman è morto, viva Batman.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: PREMIUM ENERGY
Data Trasmissione: Domenica, 25. Dicembre 2016 - 21:15


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CHRONICLE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/09/2012 - 22:05
Titolo Originale: Crhronicle
Paese: USA, Gran Bretagna
Anno: 2012
Regia: Josh Trank
Sceneggiatura: Max Landis
Produzione: DAVIS ENTERTAINMENT COMPANY, DUNE ENTERTAINMENT
Durata: 84
Interpreti: Dane DeHaan, Alex Russell, Michael B. Jordan
Valutazioni
Autore: FRanco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HUNGER GAMES (Claudio Siniscalchi)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/05/2012 - 15:46
Titolo Originale: The Hunger Games
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Gary Ross
Sceneggiatura: Gary Ross, Suzanne Collins, Billy Ray
Produzione: COLOR FORCE, LARGER THAN LIFE PRODUCTIONS, LIONSGATE, LUDAS PRODUCTIONS
Durata: 142
Interpreti: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Stanley Tucci, Donald Sutherland

In un futuro lontano, l’America non è più quella che conosciamo oggi: Capitol City domina in modo dittatoriale dodici distretti che vivono in uno stato di profonda indigenza e che ogni anno, come punizione per una ribellione avvenuta decenni prima, debbono mandare un ragazzo e una ragazza a concorrere all'annuale edizione degli spettacolari 'Hunger Games': un reality show dove i ragazzi dovranno combattere all’ultimo sangue finché uno solo resterà vivo.
Katniss Everdeen del distretto 12 si offre come volontaria al posto di sua sorella più piccola. Potrà contare solo sulla sua estrema bravura nell’utilizzare l’arco e le frecce..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
film è sostanzialmente contraddittorio: descrivere come ignobile il fatto che dei giovani siano costretti ad uccidersi fra loro ma poi fa di tutto per appassionare lo spettatore ai loro combattimenti mortali
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono dettagli cruenti ma l’uso con destrezza da parte di adolescenti di coltelli ed altre armi bianche può ingenerare uno spirito emulativo
Giudizio Artistico 
 
Il film è piacevole e scorrevole. Vola in un batter d’occhio

La storia è vecchia, ma sempre nuova. La troviamo nella mitologia greca.  Il re Minosse fece costruire a Cnosso, sull’isola di Creta, un labirinto, e  vi rinchiuse il Minotauro, mostro nato dall’unione fra sua moglie e un toro. Alle bestia, con ricorrenza annuale, venivano inviati sette ragazzi e sette ragazze di Atene, tributo in carne umana. Il mostro le divorava.  Finché un giorno il supplizio ebbe fine, grazie al coraggio di Teseo e all’ingegno di Arianna, che lo aiutò con un filo per ritrovare la strada di uscita dal labirinto, dove aveva ucciso il Minotauro.
Il romanzo di Suzanne Collins, sceneggiatrice americana, “The Hunger Games”, uscito nel 2008, racconta una storia di fantascienza (la mitologia greca altro non era che la progenitrice della nostra fantascienza), nella quale giovani ragazze e ragazze di dodici distretti di un mondo del futuro schiavizzato (come la vecchia Atene), approdano a Capitol City, città splendente, lussuosa, gaudente e imperiale (come la vecchia Creta), per partecipare a giochi annuali. Giochi non olimpici, ma bestiali. I ragazzi devono scannarsi vicendevolmente. Solo uno di loro, alla fine, resterà vivo, e il premio è meraviglioso. Dalla fame, paura e ristrettezza del distretto, finirà a vivere nel lusso della città dorata. Quindi niente di nuovo sotto il sole. Da Arianna si arriva così, in due mondi parto della fantasia umana, dalla “grande narrazione” del passato remoto al futuro prossimo dell’Occidente, a Katniss (l’attrice Jennifer Lawrence), protagonista di “Hunger Games”, diretto da Gary Ross.

I  romanzi di successo fra gli adolescenti, se trasposti al cinema, difficilmente falliscono. Tale legge (ovviamente non scritta) è stata puntualmente confermata, andando addirittura oltre ogni rosea previsione (in questo fine settimana il film supererà i 400 milioni di dollari di incasso negli Stati Uniti, marciando meglio persino dell’ultimo “Harry Potter”, e non godendo neppure dei benefici del surplus nel prezzo del biglietto garantito dal 3D). Chi ha già letto il libro non deve preoccuparsi: ha solo molte più informazioni per capire cosa è la vita nella Capitol City del futuro. Un dominio della forza bruta, che schiaccia gli individui, sostituisce la democrazia con la tirannia, divide con la spada il mondo in due, straricchi e poveri. Il tempio della luce e quello delle tenebre. L’eterno ritorno dell’identico: Creta che obbliga Atene a inviargli giovani e innocenti sacrifici umani, con ambientazione spostata nel futuro post-atomico, o post-moderno, o post-americano, o post qualcosa.
In più c’è lo spettacolo televisivo. La morte in diretta. Una specie di videogame crudele manipolato dal potere occulto, che mantiene anche con le immagini il consenso. Insomma, per farla breve, è l’ennesima distopia, in salsa adolescenziale. Il film è piacevole e scorrevole. Vola in un batter d’occhio. Gli eroi sono giovani e belli. Sfortunati a finire nel tritacarne: ma hanno sempre l’idea giusta per cavarsela. Due ragazzine, quando sullo schermo è annunciata la fine e si riaccende la luce, rimangono deluse perché nel finale non si capisce niente. Non è proprio così. Non è vero che non si capisce niente. Solo per ragioni di tempo (e di commercio) la storia deve fermarsi lì. Ma vorremmo rassicurarle. La narrazione continua. Suzanne Collins dopo “The Hunger Games” ha proseguito le vicende in altri due romanzi. Un po’ di pazienza. Presto li vedremo sullo schermo.

           

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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