Dramma

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DIECI INVERNI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 12:11
Titolo Originale: DIECI INVERNI
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Valerio Mieli
Sceneggiatura: Isabella Aquilar, Davide Lantieri, Valerio Mieli,
Produzione: Elisabetta Bruscolini per CSC Production, Rai Cinema, Uliana Kovaleva per United Film Company
Durata: 99'
Interpreti: Isabella Ragonese, Michele Riondino

Inverno 1999. Camilla e Silvestro hanno diciotto anni e si incontrano per caso  su un'isola della laguna veneta perché entrambi stanno cercando un appartamentino dove vivere mentre frequentano l'università a Venezia. Con il passare del tempo hanno altre opportunità di incontrarsi, ciascuno con la propria cerchia di amici, finché Camilla accetta di ospitarlo in casa sua come..amico.  Alla soglia della laurea, Camilla, che studia slavistica, passa alcuni mesi a Mosca per specializzarsi e Silvestro decide di andarla a trovare. Grande è quindi la sua sorpresa quando scopre che la ragazza è andata a vivere con un uomo più anziano di lei...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autore analizza con serietà un modo di esser giovani oggi. Una prospettiva però che manca di generosità e di coraggio
Pubblico 
Adolescenti
Il modo crudo e privo di prospettive con cui viene presentato il rapporto fra i due sessi necessita di una certa maturità
Giudizio Artistico 
 
Buona prova del regista esordiente anche se si percepisce un po' di stanchezza e ripetitività dei temi nella parte centrale del film

Valerio Mieli del Centro di Sperimentale di Cinematografia, alla sua  prima opera  importante come regista,  mostra da subito uno stile sicuro ma essenziale, asservito al racconto, una sorta di umiltà che lo mette al riparo  da soluzioni d'effetto, del tipo  saggio d'accademia di fine anno.

Il film ha un altro importante merito: quello di aver aggiunto un nuovo tassello alla più recente filmografia sul tema del come essere giovani oggi.  Affronta  con serietà  quello che possiamo chiamare il tema dell'adolescenza prolungata", quel modo di essere delle generazioni più recenti che tardano a raggiungere  quella che viene chiamata maturità. L'analisi svolta da Mieli è tanto più efficace in quanto i due protagonisti sono ragazzi normali, ben lontani dalle carinerie fasulle e simil-pubblicitarie  di Moccia.

Il tassello che viene aggiunto alla miglior conoscenza di questo fenomeno è quello che potremmo chiamare "paura di amare". Silvestro  in più occasioni dichiara a Camilla di "aver paura di lei". Ovviamente non è di lei che ha timore, ma  di accettare di lasciarsi trasformare da un amore totalizzante e definitivo.

La frase "ti amo" viene pronunciata una sola volta nell'arco dei dieci anni lungo i  quali il film segue il loro rapporto contrastato. Hanno difficoltà perfino nei rapporti sessuali e il loro incontro fisico avviene a una sola volta; non che i due non dimostrino di esser disinvolti su questo aspetto e cambiano spesso partner, ma  quando l'amore fisico vuole  essere espressione tangibile di un  amore profondo,  capiscono che esso diventa di colpo prezioso e gravido di significati.

E' un amore che sfugge, che stenta a venir afferrato, che a momenti appare e poi si dilegua;  da questo punto di vista ci sono molte analogie con il contemporaneo film d'oltre oceano (500) giorni insieme: anche in quel caso il tempo viene contato per raccontare le fluttuazioni dei protagonisti intorno a qualcosa che lei Sole, chiaramente non vuole mentre lui, Tom, vorrebbe ma in realtà scambia per ingenuo sentimentalismo.

Altri film hanno affrontato l'argomento dell'adolescenza prolungata a partire dal capostipite:  L'ultimo bacio.  Trentenni che  giocano con la loro vita ma che vedono ancora il matrimonio come una meta ambita  anche se  difficile da raggiungere.  In questo Dieci inverni la situazione è molto più cupa: in nessun momento viene intravista la prospettiva del matrimonio, proprio perché manca l'amore e la conseguente progettualità di una unione matrimoniale. Neanche la nascita di una figlia, scuote Camilla che continua a non assumersi alcuna responsabilità.

Il film ci mostra un elevato cameratismo fra i due sessi (il vivere come amici nella stesso appartamento sarebbe stato impensabile solo nella generazione precedente)  e se si creano delle relazioni fra un ragazzo e una ragazza, queste potremmo definirle "amicizie sessuate" perché hanno la caratteristica dello stare assieme restando sempre se stessi, senza esser disposi a subire quel  diventare altro da se che il vero amore comporta, un lui e un lei assorbiti in una nuova unità che li ingloba e li trascende.

Altri film hanno sottolineato la precarietà del lavoro come una delle condizioni che determinano per propagazione la precarietà degli affetti, come in Tutta la vita davanti di Virzì (nel quale c'era nuovamente Isabella Ragonese).

Nel caso di Dieci inverni neanche questa motivazione viene addotta per giustificare il cuore fragile dei due protagonisti, il loro vivere all'interno di un orizzonte terribilmente angusto. Il pudore dei loro sentimenti è in realtà mancanza di coraggio e il  coraggio manca perché  non c'è speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BROTHERS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 10:50
Titolo Originale: Brothers
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Jim Sheridan
Sceneggiatura: David Benioff dal film Non desiderare la donna d’altri di Susanne Bier e Anders Thomas Jensen
Produzione: Columbia Pictures/Relativity Media/Michael de Luca Productions
Durata: 108'
Interpreti: Natalie Portman, Jake Gyllenhaal; Tobey Maguire

Sam Cahill è un marine degli Stati Uniti e soprattutto l’affettuoso marito di Grace, padre amorevole di Maggie e Isabel, figlio devoto del severo Hanck. Appena prima di ripartire per l’Afghanistan Sam riaccoglie a casa, dopo un periodo in galera per rapina, il fratello Tommy, su cui pesa la mancanza di stima del padre.Quando Sam viene dato per morto in un attacco talebano (ma invece è prigioniero e vittima di torture fisiche e psicologiche terribili), Tommy si fa inaspettatamente avanti per sostenere il dolore pieno di dignità di Grace e per stare vicino alle nipotine, riconquistando così anche la sua dignità.Forse tra lui e Grace potrebbe nascere qualcosa, ma Sam ritorna a casa, traumatizzato da quanto ha subito e incapace di riprendere la vita di prima. Tormentato dalla gelosia verso la moglie e il fratello, incapace di perdonarsi per ciò che ha fatto in Afghanistan, Sam rischia di cadere nel baratro portando con sé tutti i suoi cari…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Solo la forza del rapporto fraterno e dell’unione matrimoniale, sono capaci dare la forza di perdonare e por fine alla guerre che alimentiamo dentro noi stessi
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di forte tensione, uso di droga, linguaggio crudo.
Un’intensa e misurata Natalie Portman, convincente come moglie e madre; bravi anche Jake Gyllenhaal e Tobey Maguire: Il film resta all'altezza del suo originale danese Non desiderare la donna d'altri
Testo Breve:

Un intenso dramma sugli effetti della guerra ma soprattutto le sue conseguenze sulla psiche degli uomini che vi prendono parte, costretti a confrontarsi con una mentalità spietata che non riconosce il valore della vita umana.

Per il remake americano del dramma di Susanne Bier, Jim Sheridan (In America, The Boxer) sceglie la via del dramma familiare e, rinunciando all’esclusivo punto di vista della donna al centro del dramma (qui un’intensa e misurata Natalie Portman, convincente come moglie e madre), costruisce un racconto corale che insiste, oltre che sulle relazioni familiari, sul nervo scoperto della società americana di oggi: la guerra, ma soprattutto le sue conseguenze sulla psiche degli uomini che vi prendono parte, costretti a confrontarsi con una mentalità spietata che non riconosce il valore della vita umana.

La pellicola ricostruisce con semplicità ed efficacia i momenti della vita familiare dei Cahill, il legame tra Sam e Grace e le loro figlie, lo squilibrio nel trattamento che Hanck riserva ai due figli (lo stesso che potenzialmente si intuisce tra le due bimbe di Sam), ma anche la gratuità dell’amore che Elsie (seconda moglie di Hanck, che deve averlo sposato dopo la morte della moglie maltrattata) riversa sui figliastri e il commovente tentativo di Tommy di rimettersi in carreggiata e sostenere la cognata e le nipotine.

Non c’è nulla di morboso nel legame che si stabilisce tra Grace e Tommy, ma certo il contrasto tra il faticoso ritorno alla vita della famiglia a casa e la brutalità del trattamento subito da Sam fa sì che ogni istante sia vissuto come sospeso, in un’altalena di sentimenti (la pietà per il prigioniero, ma anche per chi ne soffre la perdita, la comprensione per il tentativo di tornare alla normalità) che lo spettatore condivide fino allo scoppio della tragedia.

Perché se il ritorno di Sam  è salutato con sincera gioia da tutti, è chiaro che per il reduce il peso delle azioni commesse è tale da avvelenare lo sguardo su tutto ciò che lo circonda, spezzando quei legami familiari che fino a quel momento, pur nella loro imperfezione, avevano consentito a tutti i personaggi di non annegare nella disperazione.

Alla fine è comunque solo l’evidenza di quel rapporto fondamentale (“io sono tuo fratello” urla Tommy a Sam per convincerlo a desistere dalla violenza verso gli altri e se stesso) che può fare la differenza, così come quella dell’unione matrimoniale, capace di andare oltre l’istintività del momento, la fatica del ricostruire e l’orrore per ciò che è accaduto.

E se il film si arresta prima di dare una risposta definitiva sul destino di Sam e dei suoi, è certo però che dice chiaramente della necessità di riconoscere la verità e perdonare per poter vedere la fine di una guerra che non è solo quella che si combatte nella desolazione dell’Afghanistan, ma prima di tutto nei cuori degli uomini in ogni luogo del pianeta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: JOI
Data Trasmissione: Lunedì, 4. Aprile 2011 - 21:00


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WELCOME

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 10:27
 
Titolo Originale: Welcome
Paese: Francia
Anno: 2009
Regia: Philippe Lioret
Sceneggiatura: Philippe Lioret, Emmanuel Courcol, Olivier Adam
Produzione: Nord-Ouest Production, Studio 37, France 3 Cinèma, Mars Films, Canal+
Durata: 110'
Interpreti: Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi

Bilal è un ragazzo curdo di 17 anni, dal portamento atletico (nel suo paese, l'Irak, è stato campione di calcio) che si trova a Calais dopo che ha fallito il tentativo di passare oltre la Manica come clandestino. Il  suo sogno è andare in Gran Bretagna perché la sua ragazza vi si è trasferita con tutta la famiglia. Non gli resta che organizzare l'impresa più disperata:  attraversare la Manica a nuoto;  per raggiungere il suo obiettivo decide di prendere lezioni individuali di nuoto alla piscina comunale. Qui conosce l'istruttore Simon, un uomo rassegnato che sta per divorziare dalla moglie Marion. Simon dapprima appare scettico ma poi inizia a trattare Bilal come un figlio e decide di aiutarlo nella sua folle impresa...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta il problema delle immigrazioni clandestine senza ideologie ma con grande sensibilità umana
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche allusione a possibili atteggiamenti pedofili può non essere indicata per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Grande bravura dell'autore nell'inserire all'interno di storie personali significati di valore universale e il rigore di un non retorico impegno civile. Ottima interpretazione di Vincent Lindon

Calais è il nervo scoperto dell'Europa dove affiorano le tensioni sociali e i conflitti  degli utimi 20 anni. Nello scorso decennio, con la guerra Jugoslava,  arrivano i primi immigrati dalla Croazia, Bosnia, Kosovo; senza soluzione di continuità a loro seguono nuove ondate migratorie dall'Irak, dall'Afghanistan, dal Kurdistan e di nuovo dall'Irak. Sono persone che lasciano  il loro paese per sfuggire ai conflitti  o perché perseguitati  in patria e cercano di trasferirsi in Inghilterra dove molto spesso hanno dei parenti già residenti. Restano però bloccati a Calais perché sono dei sans papier, non hanno i permessi necessari. Da subito associazioni di volontari (sopratutto cattoliche, ma questo particolare non viene citato nel film) si  prodigano per  dar loro un pasto caldo e un minimo di conforto. L'Alto Commissariato dei Rifugiati dell'ONU con l'aiuto della Crocerossa costituisce infine il centro di accoglienza di Sangatte che arriva ad ospitare fino a 4000 persone ma la situazione resta grave, a causa del flusso ininterrotto di immigrati.
Nel 2002 Sarkozy, in accordo con il governo inglese, decide di chiudere il centro di Sangatte. A questa iniziativa si accompagnano leggi severe verso i francesi che vengono scoperti ad aiutare o dare alloggio ai clandestini.  Padre Boutoille, che aveva riaperto nel 2002 una chiesa abbandonata per accogliere i rifugiati d'inverno, viene arrestato. Con queste iniziative drastiche il popolo degli immigrati  cerca tuttora di sopravvivere  accampandosi nella foresta intorno a  Calais mentre  associazioni di volontari continuano a organizzare mense volanti, con il rischio di venir arrestati.

Questa premessa era necessaria per comprendere lo spirito con cui  il regista e sceneggiatore si è posto il meritevole compito di portare in evidenza un problema che non è solo  francese, ma di tutti noi europei.

Philippe Lioret è sicuramente dalla parte dei sans papier ma non ha trasformato il suo film in un pamphlet politico, ha invece interiorizzato il problema, raccontandoci le storie personali del curdo-iracheno Bilal e del francese Simon.  Con uno stile asciutto e un racconto lineare, Lioret non nasconde il fatto che i due protagonisti si muovono spinti  da motivazioni personali: il giovane desidera raggiungere Mina, la ragazza che ama, desiderio che si è trasformato in esasperazione  da quando è venuto a sapere che il padre di lei l'ha destinata a sposarsi con un suo zio,  proprietario di un ristorante avviato. Simon ama sua moglie, che però ha trovato un altro compagno: Marion lo accusa di essere abulico e rinunciatario mentre lei è attiva nel volontariato verso i sans papier.
Simon è cosciente dei suoi limiti caratteriali  ("Bilal ha fatto 4000 km a piedi per rivedere la sua ragazza -dice Simon alla moglie -tu sei andata via e io non ho nemmeno attraversato la strada per fermarti") e istintivamente si avvicina a Bilal e lo aiuta, inizialmente non per lui, ma per fare qualcosa che possa far piacere a sua moglie.
Così, Simon, spinto dall'amore verso sua moglie accetta di trasformare se stesso e aiuta concretamente Bilal:  in questo modo, progressivamte , anche noi veniamo introdotti assieme a lui nel problema dei sans papier. Simon viene convocato dalla polizia per il semplice motivo di aver offerto un passaggio in macchina a due di loro; i vicini di casa, gretti e sospettosi, gli rendono la vita difficile.

Sarebbe stato molto facile per l'autore caricare le tinte, mostrando poliziotti crudeli, clandestini innocenti malmenati ed affamati. Invece la sua accusa risulta tanto più efficace in quanto  ci mostra come certi nostri comportamenti aberranti sono stati ormai assorbiti nella ordinarietà dei comporamenti quotidiani.
Allo stesso modo, nel confronto fra civiltà così diverse Lioret evita qualsiasi forma di idealizzazione: se nell'occidente ormai avvezzo a tutto, l'aiuto di Simon verso Bilal viene visto solo con il sospetto di un interesse sessuale, i clandestini si accapigliano per questioni di soldi e son disposti a rubare anche nelle case di chi li ospita. Se in occidente ci si separa anche solo per noia, nelle famiglie irakene il padre combina  il matrimonio  della figlia in base ai suoi interessi.

La regia incastona sapientemente l'inizio e la fine della storia fra due eventi ad alta drammaticità: nell'incipit assistiamo al tentativo di emigrazione clandestina all'interno di un camion (i sans papier debbono tenere la testa dentro sacchetti di plastica con il rischio di restare soffocati, per ingannare i rilevatori di anidride carbonica utilizzati dalla polizia)  e alla fine, quando Bilal affronta le correnti e le onde della Manica in pieno inverno, inseguito dalle motovedette della guardia costiera inglese.
La sceneggiatura, di impostazione classica e molto  efficace, usa gli oggetti per simboleggiare ciò che non occorre dire: l'anello di Marion era stato perso al momento della separazione e poi ritovato e donato da Simon a Bilal, nella speranza che il giovane possa trovar l'amore che a lui sfugge; ma poi ritorna nelle mani di Simon, quando  intravede la speranza di un rappacificamento....

Il film può contate sull'ottima interpretazione di Vincent Lindon: grigio e sciatto nel vestire, i suoi occhi tradiscono l'abitudine alla rassegnazione ma la sua forza, calma e pacifica, sta proprio nel non derogare dal suo amore coniugale e nel saper compiere atti di umana solidarietà.
Il film è gravido di riferimenti universali: la capacità trasformante dell'amore,  la scoperta di come un incontro fra esseri umani possa avviarci reciprocamente verso una maggiore responsabilità e maturità di coscienza; la capacità che hanno gli uomini di comprendersi, nonostante le culture siano molto diverse; il valore della politica nel senso più alto di questo termine, vista come gestione di problemi collettivi di non facile soluzione ma per i quali non si può prescindere da un trattamento umano nei confronti dei clandestini, la cui unica colpa è quella di essere vittime di circostanze avverse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV2000
Data Trasmissione: Mercoledì, 7. Dicembre 2016 - 21:05


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IL RICCIO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:56
Titolo Originale: Le Hérisson
Paese: Francia, Italia
Anno: 2009
Regia: Mona Achache
Sceneggiatura: Mona Achache dal romanzo L’eleganza del riccio di Muriel Barbery
Produzione: Les Films des Tournelles/France 2 Cinéma/Pathé/Topaze Bleue/Eagle Pictures
Durata: 100'
Interpreti: Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Anne Brochet

Paloma, undici anni, vive a Parigi in uno dei cinque magnifici appartamenti di uno stabile per ricchi borghesi e ha deciso di suicidarsi nel giorno del suo dodicesimo compleanno, per non vivere, come tutti gli adulti da cui è circondata, come un pesce in una boccia. Renée, la portinaia anziana e soprappeso dello stabile, nasconde dietro i suoi modi bruschi il segreto di una cultura raffinata e varia. Queste due esistenze sono destinate ad incrociarsi quando nell’edificio arriva il signor Ozu, un garbato giapponese che sembra intuire nelle due “donne” molto più di quello che rivelano al mondo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Questa pellicola è elogio della cultura come risorsa nascosta , capace di mettere in contatto persone apparentemente diversissime, di liberarle da un destino già determinato dalla vita
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il desiderio di suicidio di una ragazza di 11 anni, potrebbe impressionare qualche bambino più sensibile
Giudizio Artistico 
 
La Achache ha qualche momento di regia un po’ troppo consapevole, che denuncia l’ansia della giovane regista di dare un’impronta “sua” ad un romanzo noto ma la pellicola si fa amare per la capacità di tratteggiare tre personaggi affascinanati
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PRIMA COSA BELLA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:40
Titolo Originale: LA PRIMA COSA BELLA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Produzione: Indiana Production Company, Medusa Film, Motorino Amaranto
Durata: 116''
Interpreti: Valerio Mastrandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Giacomo Bibbiani

Bruno Michelucci è insegnante di liceo ma ha poco interesse per il lavoro: si porta dentro un malessere esistenziale che lo spinge a fuggire da tutti, compresa la donna con cui vive. Lo raggiunge la sorella Valeria: vuole che lui la accompagni a Livorno perché  Anna, la loro madre, ha ormai pochi giorni di vita. Il soggiorno nella città natale è l'occasione per ricordare la loro giovinezza; Anna, troppo bella per non scatenare pettegolezzi, era stata cacciata di casa da suo marito  e da quel momento lei e i suoi figli si erano spostati da una casa all'altra, in funzione delle "amicizie" che la madre aveva incontrato, senza che mai Anna smettesse di circondarli di attenzioni e di affetto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La madre, espressione di un amore esuberante e libero, se è apprezzabile per la cura con cui accudisce i propri figli, non è giustificabile per la sua decisione di partorire un figlio su commissione
Pubblico 
Maggiorenni
Per i riferimenti all'uso di droga, per una scena di incontro amoroso fra adolescenti, per il caso di un figlio concepito su commissione
Giudizio Artistico 
 
Il film conferma la capacità di Paolo Virzì di imprimere vitalità alle sue storie grazie anche alla bravura di tutti gli attori. Qualche eccesso di patetismo nella parte finale.

La mamma è sempre la mamma, sempre affettuosa e mai dimentica dei figli, anche quando si comporta in modo disinvolto nelle sue relazioni amorose.
Potrebbe essere questa la sintesi emotiva del film che ruota interamente intorno alla figura di Anna (interpretata da giovane da Micaela Ramazzotti e in vecchiaia da Stefania Sandrelli), ma in realtà il simbolo che si coglie in questa figura femminile  è ancora più ampio: sembra rappresentare, con la sua vitalità inesauribile, la sua esuberanza generosa e ingenua quasi la forza vitale di Cibele o di altre antiche divinità che rappresentavano la fecondità della natura. Anche l'episodio finale, il più scabroso, quando Anna accetta di procurare, con la sua gravidanza,  una prole a una coppia sterile, sembra rispecchiare questo simbolo.
Paolo Virzì ribadisce che il film non è autobiografico (anche se pesca inevitabilmente nel suo vissuto giovanile nella città toscana) e in effetti il simbolismo di cui è carico la figura di Anna sembrano tradire la voglia di trasmetterci la sua idea di donna-madre più che un personaggio reale.
Nel  2009 altri due autori, Giuseppe Tornatore con Baaria e Sergio Rubini con L'uomo nero, hanno realizzato  film realmente autobiografici e si vede: i personaggi che rappresentano le loro madri da giovani sono trattati con grande cura ed affetto, tutti i loro gesti sono addolciti dal ricordo e sono tenuti lontani da qualsiasi comportamento che possa minimamente esser considerato  disdicevole.
Inoltre  entrambi gli autori racchiudono in un unico ricordo inscindibile sia la madre che il padre, nel loro relazionarsi fra di loro e con i figli, visti  entrambi responsabili della loro formazione umana.

Nel racconto di Virzì la situazione è più dolorosa: il padre è un carabiniere che mal tollera le attenzioni degli altri verso la bella moglie e quel suo gesto di cacciarla di casa diventa un altro simbolo del film, quello dell'intolleranza e della grettezza di vedute (l'unico momento in cui Virzì  devia verso la satira mordace è quando realizza un contrappunto di sequenze dove si mostrano prima i figli accuditi in modo affettuosamente anarchico dalla madre e poi, nel breve periodo in cui questi restano con il padre, li vediamo costretti a recitare la preghiera prima dei pasti e poi seguire una processione religiosa, simbolo, secondo il regista, di bigotta ipocrisia).

Sarebbe comunque errato valutare il film esclusivamente per i riferimenti simbolici che il regista ci vuole comunicare: Virzì ha  indubbie capacità di portare sullo schermo  personaggi realistici,  coadiuvato in questo da ottimi attori. Possiamo anzi dire che il regista è un degno erede della tradizione della commedia all'italiana proprio per quel suo mescolare personaggi simpaticamente reali, un'ottima sceneggiatura e mordaci rappresentazioni dei costumi della società.

Virzì ha intelligentemente costruito il personaggio del figlio Bruno come contraltare alla solarità  imbarazzante della madre, proprio a sottolineare che certi comportamenti non sono neutri e si riflettono sui propri figli.

Ragazzo sensibile ed introverso, soffre delle attenzioni di cui è oggetto la madre da parte di troppi uomini: ascolta in silenzio i loro  apprezzamenti  espliciti. Cresce taciturno, anaffettivo, sfugge a tutti quegli incontri che potrebbero procurargli sofferenza, è un consumatore occasionale di stupefacenti, come lui stesso si definisce. Solo con la morte della madre, quasi a segnare la fine di un'epoca, sembra che sia giunto per lui il momento di prender le redini della propria vita.
Anche la sorella di Bruno non sembra discostarsi molto dalla linea della madre: finisce per stancarsi di suo marito per accettare le attenzioni del suo datore di lavoro.

Nella scena finale dove tutti si sono riuniti intorno al capezzale della madre morente incluso il figlio partorito su commissione, non si può non constatare il naturale approdo della rappresentazione di Virzì verso la famiglia allargata, logica conseguenza della non volontà dei protagonisti di impegnarsi in legami stabili.  Anche Francesca Comencini con il suo Lo spazio bianco, in modo anche più radicale di Paolo Virzì, aveva esaltato la bellezza assoluta della maternità ma con pari forza aveva affermato la libertà della protagonista di vivere liberamente la propria sessualità senza legami stabili. Morta la famiglia monogamica, sembrano dire questi autori, gli unici legami forti restano quelli di sangue. 

Per fortuna Baaria e L'uomo nero ci hanno raccontato storie diverse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRA LE NUVOLE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:27
Titolo Originale: Up in the Air
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Jason Reitman
Sceneggiatura: Sheldon Turner, Jason Reitman
Produzione: Montecito Picture Company, Rickshaw Productions
Durata: 108''
Interpreti: George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick

Ryan Bingham lavora per un'azienda che ha il compito di gestire il licenziamento dei  dipendenti per conto di aziende terze. Si sposta continuamente da una città all'altra, gli alberghi sono la sua casa, è contento di questa sua vita passata nel confort delle trasferte a piè di lista e di non aver alcun tipo di legame. Qualcosa però potrebbe cambiare: accetta all'inizio controvoglia di partecipare al matrimonio di sua sorella minore ma sopratutto nelle sue trasferte conosce Alex, una donna avvenente  che vive continuamente "tra le nuvole", come lui....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il regista realizza un'analisi lucida e tagliente della single society americana ma non è in grado di proporre reali alternative
Pubblico 
Adolescenti
Un breve nudo femminile di schiena
Giudizio Artistico 
 
Un'ottima sceneggiatura, forse un po' troppo cosciente di esserlo, tende verso la fredda accademia. Il personaggio di Ryan sembra perfettamente ritagliato sull'ineffabile George Cloney

Il tema dello scapolo impenitente che non ha alcun interesse a sposarsi è stato affrontato varie volte al cinema. Il più noto è probabilmente The Family Man (2000): un giovane aveva abbandonato la fidanzata per cercare carriera e successo; quando si è ormai abituato a vivere da solo, una specie di incantesimo gli fa provare tutte le gioie (ma anche i sacrifici) della vita in famiglia a cui ha voluto rinunciare.

Ora il tema viene riproposto nove anni dopo ma la situazione pare come peggiorata: in questo film sembra che il cuore di questi business men e women, si sia come ibernato; la loro capacità di relazionarsi è nulla (ci si lascia con la fidanzata o ci si licenzia dall'azienda con un semplice SMS), le famiglie, quando raramente vengono costituite, finiscono per disgregarsi;i vecchi genitori vengono mandati in pensioni dorate, dove finiscono per  morire da soli.
In ambito lavorativo le aziende che debbono licenziare dei dipendenti fanno fare "il lavoro sporco" ad anonime agenzie che svolgono sbrigativamente il loro compito (magari a distanza, tramite un collegamento video) limitandosi a  qualche vuota parola di incoraggiamento.

 Il nostro protagonista, oltre a fare il tagliatore di teste, partecipa a vari convegni come conferenziere per diffondere la sua filosofia del disimpegno: si porta  con sè uno zaino, invita  gli uditori a riempirlo con l'immaginazione di tutte le cose che  stanno loro a cuore (l'automobile come la casa, ma anche degli affetti più cari) per poi  provare a sentire come ci si sente liberi togliendosi lo zaino dalle spalle.
Rayan è il primo a seguite alla lettera questa filosofia: la sua casa sono gli alberghi, la sua auto i taxi, non ha mai pensato a sposarsi, vive di incontri occasionali e si lascia coccolare dai privilegi che gli vengono concessi come cliente abituale, dalle compagnie aeree e dagli alberghi.

L'ottima sceneggiatura scandisce senza pietà i dialoghi di Ryan e dei suoi simili della single society ,  brillanti, sagaci, cortesi quanto impersonali; il momento chiave del film è proprio quando Ryan, si, proprio lui, è invitato a far cambiare idea al promesso sposo di sua sorella che il proprio il giorno prima del matrimonio mostra di avere  profondi ripensamenti.

"Non penso che sarò in grado di arrivare in fondo- dice il giovane- stiamo comprando casa, andremo a vivere insieme, avremo un figlio, e poi un altro figlio, poi Natale, il giorno del Ringraziamento, le vacanze scolastiche. Tutto a un tratto si stanno laureando, trovano lavoro e si sposano. Poi divento nonno, vado in pensione, perdo i  capelli, ingrasso e prima che me ne accorga sono morto. Non faccio che pensare: a che serve? Che sto mettendo in piedi qui?".
Ryan deve assolutamente trovare una risposta convincente: " il matrimonio può essere un inferno e hai ragione: tutte quelle cose porteranno alla tua eventuale dipartita. Il tempo passa per tutti e finiremo tutti nello stesso posto. Quindi non serve a niente. Ma se tu ripensi ai ricordi più importanti della tua vita, eri forse da solo? Sicuramente no. La vita è pure compagnia. A tutti serve un copilota".

Per i personaggi del film, che debbono imparare l'ABC dell'amore, lo scoprire che l"avere un copilota" è almeno un riparo nelle avversità della vita è sicuramente molto poco, ma per loro è già qualcosa.

Il difetto di questo film è proprio questo: ottimo nella lucida analisi della disumanizzazione cortese della nostra società, non ha una vera proposta alternativa: nel prosieguo della storia vediamo che anche chi ha deciso di costruirsi una famiglia finisce per separarsi o per tradire.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Sky Romance
Data Trasmissione: Mercoledì, 11. Dicembre 2019 - 21:00


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BELLA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:20
 
Titolo Originale: Bella
Paese: Usa, Messico
Anno: 2006
Regia: Alejandro G. Monteverde
Sceneggiatura: Leo Severino, Patrick Million, Alejardo G. Monteverde
Produzione: One Media, Metanoia Films, Bella Production, Burnside Entertainment, Mpower Pictures
Durata: 91''
Interpreti: Eduardo Veràstegui, Tammy Blanchard, Manny Perez

José era un promettente giocatore di calcio messicano; davanti a lui si apriva una carriera ricca di successi e soddisfazioni, ma la distrazione di un attimo cambia tutto. Dopo aver investito una bimba José abbandona lo sport e diventa cuoco nel ristorante del fratellastro. La sua vita è chiusa nel dolore di quel giorno fatale, fino a quando la possibilità di aiutare Nina, cameriera nello stesso ristorante che è rimasta incinta e non vuole tenere il suo bambino, gli offre una nuova possibilità. Forse salvando quella piccola vita non ancora nata avrà la possibilità di ricominciare

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film vuole convincere una volta di più che se non sempre una donna può essere capace di trovare in sè il coraggio di accettare la responsabilità di un figlio, la salvaguardia di quella vita così fragile e preziosa, resta tuttavia un compito essenziale che ognuno è chiamato a condividere.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Evento speciale alla Prima edizione del Fiuggi Family Festival e vincitore del premio del pubblico al Festival di Toronto, Bella è un film pieno di poesia che riesce a toccare i cuori degli spettatori

Presentato come evento speciale alla Prima edizione del Fiuggi Family Festival da Matilde Bernabei e vincitore del premio del pubblico al Festival di Toronto, Bella è un film pieno di poesia che affronta il tema dell’aborto (ma forse sarebbe più corretto dire, al contrario, quello della salvaguardia della vita nascente) in modo suggestivo.

Con pochissime parole e puntando tutto sul legame che si stabilisce tra una giovane donna spaventata di fronte a una gravidanza non voluta e un uomo alla disperata ricerca di perdono, il regista Alejandro Gomez Monteverde commuove lo spettatore grazie alla descrizione di intensi legami familiari.

Che sono proprio ciò che ha consentito allo sfortunato José di sopravvivere al dramma che lo ha visto protagonista (da promessa del calcio a responsabile, pur involontario, della morte di una bambina di pochi anni) . Piegato, ma non sconfitto, José trova nell’incontro con Nina, una giovane donna troppo sola e troppo spaventata per valutare pienamente la sua situazione, proprio ciò che attendeva, una seconda occasione. Spendersi per una vita per tentare di riparare al male fatto per leggerezza e fatalità.

Per vincere questa sfida fondamentale José non ricorre a ragionamenti e teorie che Nina forse non sarebbe in grado di ascoltare, ma all’evidenza dell’esperienza che lo ha aiutato a reagire quando si è trovato nel momento peggiore della sua vita.

La vita come valore assoluto, tanto più evidente quando viene tragicamente spezzata, emerge nella forza della famiglia di José, che ha già conosciuto il gesto generoso dell’adozione e ora si apre ad accogliere una nuova vita.

Il fascino di una New York che può essere al tempo stesso luogo di smarrimento, ma anche punto di partenza per una nuova vita, la musica che introduce lo spettatore all’universo caloroso della famiglia di José (in cui i conflitti non sono aboliti, ma l’amore è capace di sanare ogni ferita).

Quella tra Josè e Nina è qualcosa di diverso e forse anche di più grande di una storia d’amore; o forse semplicemente si tratta della storia in cui l’amore è rivolto verso chi ne ha più bisogno: il bambino non ancora nato di Nina.

La pellicola non pretende di approfondire il disagio di Nina (suggerendo implicitamente che qualunque esso sia non sarebbe una giustificazione all’eliminazione di un figlio) , né chiarisce il suo percorso dopo l’incontro con Josè, lasciando solo alla scena finale il suggerimento di una speranza: quella di una crescita umana capace di riabbracciare pienamente le proprie responsabilità.

Questi gli elementi che consentono a questo piccolo film indipendente di toccare i cuori degli spettatori, convincendolo una volta di più che se non sempre una donna può essere capace di trovare in sè il coraggio di accettare la responsabilità di un figlio, la salvaguardia di quella vita così fragile e preziosa, resta tuttavia un compito essenziale che ognuno è chiamato a condividere.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV2000
Data Trasmissione: Venerdì, 29. Novembre 2019 - 21:10


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BACIAMI ANCORA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:07
Titolo Originale: BACIAMI ANCORA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino
Produzione: Fandango, Mars Film, Medusa
Durata: 140''
Interpreti: Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Giorgio Pasotti, Marco Cocci, Sabrina Impacciatore, Daniela Piazza, Primo Reggiani

Ritroviamo, dieci anni dopo, gli stessi protagonisti de L'ultimo bacio: Carlo e Giulia che si erano sposati ma ora sono in attesa della separazione ognuno con un nuovo partner;  Adriano, che aveva lasciato la moglie Livia e il figlio di un anno per sfuggire alle proprie responsabilità, ora è tornato e cerca di porre rimedio ai suoi errori; Marco, che  avevamo conosciuto felicemente sposato con Veronica, sta attraversando un periodo di profonda crisi perché il figlio tanto atteso non arriva; Paolo non riesce a riprendersi dalle sue periodiche crisi depressive, confortato solo in parte da Livia,  mentre Alberto, coerente con la sua scelta di non avere nessun legame, desidera solo di ripartire questa volta per il Brasile....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Muccino riesce a fotografare l'attuale generazione dei quarantenni in tutta la sua fragilità che appare però come costitutiva della sua essenza, senza possibilità di riscatto
Pubblico 
Maggiorenni
Due scene di rapporti amorosi, uno con breve nudità integrale
Giudizio Artistico 
 
Muccino è sempre molto bravo nel valorizzare al meglio le prestazioni degli attori e nel non far cadere l'attenzione dello spettatore; ma il suo stile personalissimo rischia di diventare maniera

Una generazione di quarantenni  oscilla intorno a un punto di equilibrio che non riesce mai a raggiungere. Per fortuna ci pensa madre natura  a far nascere dei figli e a portarli su delle scelte che non saprebbero prendere da soli. Potrebbe essere questa la morale che emerge dall'ultimo film di Muccino.

Sono passati 10 anni dalle vicende de l'Ultimo bacio e in effetti qualcosa è cambiato in  questi uomini e donne che sembravano spinti da un'unica motivazione:  dilatare all' infinito il tempo della ricerca spensierata di nuove sensazioni forti, senza farsi incastrare da troppi impegni e responsabilità. Adesso che il futuro è diventato presente e  si è ripiegato sui loro destini, non corrono più, si sentono stressati  e appesantiti dal rimorso degli errori commessi e il loro cuore é sovraccarico di amori lasciati ma mai dimenticati e di amori nuovi mai completamente accettati.

E' nuova rispetto al precedente film, la presenza di due bambini (la figlia di Carlo e Giulia e il figlio di Adriano e Livia): segni concreti che la responsabilità tanto evitata, ora è una presenza  viva ma che ha assunto per i genitori l'aspetto disumano della ricerca  per i loro figli di una purezza e una non contaminazione dalla loro vita scombinata, impossibile da raggiungere.
Ugualmente nuova è la preoccupazione per la salute, che genera tanto più ansia  quanto le cause dei loro mali sono spesso ignote; la fine, come racconta il medico a Carlo, può arrivare in qualsiasi momento.

Anche se i personaggi sono tanti, sono in realtà  varianti di una sola autobiografia, quella di Muccino, che si racconta all'arrivo dei suoi quarant'anni. Nanni Moretti aveva compiuto un percorso simile alla stessa età: aveva raccontando l'ansia per la sua prossima paternità in  Aprile-1998 mentre in Caro diaro- 1994 aveva ironizzato sull'inutilità delle tante cure a cui si era sottoposto per una sua misteriosa allergia.

Se l'ultimo bacio è stato un film importante per la sua capacità di raccontarci in forma viva quella strana forma di adolescenza prolungata dell'allora nuova generazione dei trentenni, bisogna comprendere se anche questa volta Muccino ha colto nel segno nel riuscire a generalizzare il profilo degli attuali quarantenni attraverso questi figli di una media borghesia romana dove a quanto pare è molto più facile trovare dei single delusi che delle coppie felici.

In realtà se sono state delineate, come abbiamo visto, alcune caratterizzazioni generazionali, sono molto più evidenti le similitudini fra i due film per quel modo specifico di essere uomini e donne che Muccino ci vuole raccontare. I protagonisti sembrano come sospinti da una tempesta di sensazioni che non possono controllare: si rincorrono e si lasciano, cedono all'isteria e si abbandonano alla tenerezza, manifestano desiderio di possesso ma anche dipendenza emotiva l'una dall'altro.

L'antropologia di Muccino è angosciante: si tratta di esseri umani che sono un fascio scomposto di istintività ed emotività che non possono  controllare; hanno perso ogni capacità superiore di ragionare, di riflettere, di controllare il proprio futuro e programmarlo. Negli affetti si godono l'attimo dell'amore corrisposto che è solo un attimo perché domani è già un altro giorno: il tradimento è in agguato. Le banche del cuore sono state tutte chiuse: non ci sono garanzie, non ci sono impegni,  non ci sono responsabilità.

Incapaci di vivere uno senza l'altra, sono altrettanto incapaci di combattere contro il proprio  orgoglio, le proprie pulsioni sessuali e la  barca della loro vita va perennemente alla deriva. L'unico che fa eccezione nel gruppo è Alberto perché ha scelto di non giocare la partita: è sereno semplicemente perché non ha legami e puerilmente continua a spostare in avanti  i propri sogni.
Dobbiamo riconoscere che ancora una volta (ma senza grosse novità rispetto al primo film) Muccino traccia un quadro vivido ma desolante di uomini e donne di oggi che paiono delle amebe, prive di struttura portante. Il film non mostra alcuna evoluzione nell'atteggiamento dei personaggi (generando così qualche momento di stanchezza nella parte centrale) e se poi approda a un finale positivo ciò è dovuto all'intervento benigno di madre natura, che ricorda loro che quando ci si ama possono anche nascere dei figli.

In linea con altri film della più recente produzione italiana (la prima cosa bella, lo spazio bianco) , c'è rimasto un solo valore su cui si può puntare: quello della maternità e della paternità, ora che la ricchezza del rapporto uomo-donna ha perso l'attributo della stabilità.

Solo a tratti, timidamente, si  intravede  la nostalgia di altri mondi, altre soluzioni: quando Adriano per il suo nuovo lavoro,  deve trasportae un enorme crocifisso, si attarda per un momento a guardare il Cristo sofferente; lo pianta solidamente, soddisfatto  al centro dell'abside della chiesa; una immagine che ricorda l'enorme statua dl Cristo che viene portato via da Roma in elicottero nell'incipit de La dolce Vita, esattamente cinquant'anni fa, forse l'inzio simbolico di quella disgregazione di cui Muccino ne constata le conseguenze.

Muccino è molto bravo come sempre nel far recitare gli attori (in prima fila Vittoria Puccini e Sabrina Impacciatore) e con una tecnica di ripresa e di montaggio molto dinamici riesce a tenere desta l'attenzione: si è costruito ormai uno stile molto personale che però, replicato per la durata di due ore e venti del film, rischia di diventare maniera.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BACIAMI ANCORA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 12:53
Titolo Originale: BACIAMI ANCORA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino
Produzione: Fandango, Mars Film, Medusa
Durata: 140''
Interpreti: Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Giorgio Pasotti, Marco Cocci, Sabrina Impacciatore, Daniela Piazza, Primo Reggiani

Ritroviamo, dieci anni dopo, gli stessi protagonisti de L'ultimo bacio: Carlo e Giulia che si erano sposati ma ora sono in attesa della separazione ognuno con un nuovo partner;  Adriano, che aveva lasciato la moglie Livia e il figlio di un anno per sfuggire alle proprie responsabilità, ora è tornato e cerca di porre rimedio ai suoi errori; Marco, che  avevamo conosciuto felicemente sposato con Veronica, sta attraversando un periodo di profonda crisi perché il figlio tanto atteso non arriva; Paolo non riesce a riprendersi dalle sue periodiche crisi depressive, confortato solo in parte da Livia,  mentre Alberto, coerente con la sua scelta di non avere nessun legame, desidera solo di ripartire questa volta per il Brasile....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Muccino riesce a fotografare l'attuale generazione dei quarantenni in tutta la sua fragilità che appare però come costitutiva della sua essenza, senza possibilità di riscatto
Pubblico 
Maggiorenni
Due scene di rapporti amorosi, uno con breve nudità integrale
Giudizio Artistico 
 
Muccino è sempre molto bravo nel valorizzare al meglio le prestazioni degli attori e nel non far cadere l'attenzione dello spettatore; ma il suo stile personalissimo rischia di diventare maniera

Una generazione di quarantenni  oscilla intorno a un punto di equilibrio che non riesce mai a raggiungere. Per fortuna ci pensa madre natura  a far nascere dei figli e a portarli su delle scelte che non saprebbero prendere da soli. Potrebbe essere questa la morale che emerge dall'ultimo film di Muccino.

Sono passati 10 anni dalle vicende de l'Ultimo bacio e in effetti qualcosa è cambiato in  questi uomini e donne che sembravano spinti da un'unica motivazione:  dilatare all' infinito il tempo della ricerca spensierata di nuove sensazioni forti, senza farsi incastrare da troppi impegni e responsabilità. Adesso che il futuro è diventato presente e  si è ripiegato sui loro destini, non corrono più, si sentono stressati  e appesantiti dal rimorso degli errori commessi e il loro cuore é sovraccarico di amori lasciati ma mai dimenticati e di amori nuovi mai completamente accettati.

E' nuova rispetto al precedente film, la presenza di due bambini (la figlia di Carlo e Giulia e il figlio di Adriano e Livia): segni concreti che la responsabilità tanto evitata, ora è una presenza  viva ma che ha assunto per i genitori l'aspetto disumano della ricerca  per i loro figli di una purezza e una non contaminazione dalla loro vita scombinata, impossibile da raggiungere.
Ugualmente nuova è la preoccupazione per la salute, che genera tanto più ansia  quanto le cause dei loro mali sono spesso ignote; la fine, come racconta il medico a Carlo, può arrivare in qualsiasi momento.

Anche se i personaggi sono tanti, sono in realtà  varianti di una sola autobiografia, quella di Muccino, che si racconta all'arrivo dei suoi quarant'anni. Nanni Moretti aveva compiuto un percorso simile alla stessa età: aveva raccontando l'ansia per la sua prossima paternità in  Aprile-1998 mentre in Caro diaro- 1994 aveva ironizzato sull'inutilità delle tante cure a cui si era sottoposto per una sua misteriosa allergia.

Se l'ultimo bacio è stato un film importante per la sua capacità di raccontarci in forma viva quella strana forma di adolescenza prolungata dell'allora nuova generazione dei trentenni, bisogna comprendere se anche questa volta Muccino ha colto nel segno nel riuscire a generalizzare il profilo degli attuali quarantenni attraverso questi figli di una media borghesia romana dove a quanto pare è molto più facile trovare dei single delusi che delle coppie felici.

In realtà se sono state delineate, come abbiamo visto, alcune caratterizzazioni generazionali, sono molto più evidenti le similitudini fra i due film per quel modo specifico di essere uomini e donne che Muccino ci vuole raccontare. I protagonisti sembrano come sospinti da una tempesta di sensazioni che non possono controllare: si rincorrono e si lasciano, cedono all'isteria e si abbandonano alla tenerezza, manifestano desiderio di possesso ma anche dipendenza emotiva l'una dall'altro.
L'antropologia di Muccino è angosciante: si tratta di esseri umani che sono un fascio scomposto di istintività ed emotività che non possono  controllare; hanno perso ogni capacità superiore di ragionare, di riflettere, di controllare il proprio futuro e programmarlo. Negli affetti si godono l'attimo dell'amore corrisposto che è solo un attimo perché domani è già un altro giorno: il tradimento è in agguato. Le banche del cuore sono state tutte chiuse: non ci sono garanzie, non ci sono impegni,  non ci sono responsabilità.
Incapaci di vivere uno senza l'altra, sono altrettanto incapaci di combattere contro il proprio  orgoglio, le proprie pulsioni sessuali e la  barca della loro vita va perennemente alla deriva. L'unico che fa eccezione nel gruppo è Alberto perché ha scelto di non giocare la partita: è sereno semplicemente perché non ha legami e puerilmente continua a spostare in avanti  i propri sogni.
Dobbiamo riconoscere che ancora una volta (ma senza grosse novità rispetto al primo film) Muccino traccia un quadro vivido ma desolante di uomini e donne di oggi che paiono delle amebe, prive di struttura portante. Il film non mostra alcuna evoluzione nell'atteggiamento dei personaggi (generando così qualche momento di stanchezza nella parte centrale) e se poi approda a un finale positivo ciò è dovuto all'intervento benigno di madre natura, che ricorda loro che quando ci si ama possono anche nascere dei figli.

In linea con altri film della più recente produzione italiana (la prima cosa bella, lo spazio bianco) , c'è rimasto un solo valore su cui si può puntare: quello della maternità e della paternità, ora che la ricchezza del rapporto uomo-donna ha perso l'attributo della stabilità.

Solo a tratti, timidamente, si  intravede  la nostalgia di altri mondi, altre soluzioni: quando Adriano per il suo nuovo lavoro,  deve trasportae un enorme crocifisso, si attarda per un momento a guardare il Cristo sofferente; lo pianta solidamente, soddisfatto  al centro dell'abside della chiesa; una immagine che ricorda l'enorme statua dl Cristo che viene portato via da Roma in elicottero nell'incipit de La dolce Vita, esattamente cinquant'anni fa, forse l'inzio simbolico di quella disgregazione di cui Muccino ne constata le conseguenze.

Muccino è molto bravo come sempre nel far recitare gli attori (in prima fila Vittoria Puccini e Sabrina Impacciatore) e con una tecnica di ripresa e di montaggio molto dinamici riesce a tenere desta l'attenzione: si è costruito ormai uno stile molto personale che però, replicato per la durata di due ore e venti del film, rischia di diventare maniera.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AN EDUCATION

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 12:37
Titolo Originale: An Education
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2009
Regia: Lone Sherfig
Sceneggiatura: Nick Hornby, basato sulle memorie autobiografiche di Lynn Barber
Produzione: Finola Dwyer e Amanda Posey per Finola Dwyer Productions/Wildgaze Films
Durata: 100''
Interpreti: Peter Sarsgaard, Carey Mulligan, Alfred Molina, Dominic Cooper, Rosamund Pike, Olivia Williams, Emma Thompson

1961: Jenny, sedicenne figlia di una coppia piccolo borghese che ha investito tutto per la sua educazione, è totalmente assorbita dagli studi per ottenere quei risultati che le garantiranno l’ingresso alla prestigiosa università di Oxford, ma intanto sogna Parigi. Un giorno però incontra l’affascinante e gentile David, molto più grande di lei, che le spalanca un mondo fatto di musica, arte, ristoranti, e amore. Jenny è conquistata da quest’educazione “diversa” che sembra mettere sotto sopra tutto quello in cui ha creduto fino a quel momento. Ma forse anche David non è quello che sembra…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
la storia è quella di una "perdizione", una disillusione dolorosa che fa mettere in crisi ogni cosa ma nel finale la protagonista, anche grazie all'aiuto di una insegnante sensibile e coraggiosa, ritrova le ragioni per riprendere a studiare e a vivere
Pubblico 
Maggiorenni
Scene sensuali e di nudo, linguaggio esplicito.
Giudizio Artistico 
 
E' un racconto di formazione che coglie con grande sensibilità un momento cruciale di trasformazione non solo di una ragazza, ma anche di un intero paese. Personaggi ben tratteggiati

Tratto dalle memorie della scrittrice inglese Lynn Barber, An Education, presentato con gran successo al Sundance Film Festival del 2009, è un racconto di (dolorosa) formazione che coglie con grande sensibilità un momento cruciale di trasformazione non solo di una ragazza, ma anche di un intero paese.

Jenny è figlia di una coppia della piccola borghesia, che probabilmente memore delle durezze della guerra (siamo nel 1961 e la sedicenne Jenny è probabilmente frutto dell’euforia alla fine del conflitto), risparmia su tutto, dall’autobus alle lezioni private di latino della figlia per cui pure sogna un avvenire universitario.

L’educazione è vista soprattutto come mezzo di affermazione sociale e sicurezza economica, un’alternativa più costosa, come fa notare Jenny a suo padre ad un certo punto, al trovare un marito facoltoso che la mantenga. Anche a scuola, del resto, a parte gli incoraggiamenti di un’insegnante di letteratura appassionata, la ragazza trova poche motivazioni ai suoi notevoli sforzi. Per farsi forza sogna quando a Oxford, libera dal controllo di genitori e insegnanti, potrà sì studiare letteratura, ma anche fumare liberamente, ascoltare musica francese, andare al cinema e fare tutto quello che vorrà, in questa sua ambiguità molto simile a certi personaggi (non solo femminili) dei romanzi di Antonia Byatt e David Lodge.

È in questo contesto che piomba David e non stupisce che Jenny sia conquistata immediatamente dai suoi modi dolci, la sua capacità di mentire così gentilmente, la sua bella macchina, i soldi e l’attenzione apparentemente assoluta che le offre.

Del resto, come noterà lei stessa più tardi, le ragazzine sono sempre state vittime dei mascalzoni. Più stupefacente, in effetti, è il modo in cui anche i suoi genitori cadono vittime degli inganni dell’uomo, permettendo alla figlia minorenne di frequentare un adulto molto più grande, di accompagnarlo a Oxford (con la scusa di una visita a C.S. Lewis) e poi addirittura a Parigi, dove la ragazza perde la verginità con una leggerezza e una determinazione che lasciano sbalorditi.

Per Jenny ben presto le straordinarie esperienze con David fanno sembrare inutile e superflua l’educazione scolastica oltre che la vita della sua famiglia. La sua “università della vita”, condita di piaceri pagati da attività ambigue che lei è ben felice di scusare, fa sembrare ben misero l’avvenire che finora aveva sognato. Non c’è da stupirsi che pensi di poter buttar tutto a mare in nome dell’amore di David; il vero dramma è l’incapacità da parte dei genitori prima, e di chi la educa poi, di dare una ragione reale ai suoi sacrifici, qualcosa che possa combattere le lusinghe di quel mondo dorato, che David, come un amabile tentatore, le offre apparentemente senza prezzo. Forse se Jenny avesse letto con più attenzione i libri di C.S.Lewis (che lei e David usano come scusa per la loro prima notte insieme) si sarebbe accorta prima di quello che non andava.

Quando il conto da pagare, in termini di disillusioni e tradimenti, si rivela più caro del previsto, l’aiuto e la consolazione le verrà proprio dalla sua famiglia e soprattutto dall’insegnante che aveva tanto disprezzato. Una donna che ha trovato in se stessa, in una casa piccola, piena di libri e quadri (anche se si tratta di edizioni economiche e di riproduzioni), ma guadagnata con il suo sudore, quella “stanza tutta per sé” di cui vagheggiava Virginia Woolf quando parlava di donne e letteratura.

In definitiva, questa storia di maturazione alla soglia della rivoluzione sessuale (splendidamente calata nei suoi anni dalla penna di Nick Horby) è anche una parabola morale che rivela profonde radici nella tradizione della grande letteratura anglossassone, che da Jane Austen a George Eliot a Thomas Hardy, è piena di giovani donne destinate a conquistare la maturità attraverso la dolorosa via della disillusione amorosa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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